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mercoledì 10 agosto 2022

Lungo il fiume

L'uomo uscì di casa verso le otto, dopo aver cenato e aver rassettato alla bell'e meglio l'angolo cucina. In realtà non c'era granché da sistemare, dato che da molti anni, ormai, viveva solo. Giusto il piatto, il bicchiere e un paio di posate. Appoggiò tutto nel lavabo, dove riposavano ancora piatti e bicchieri del giorno prima e di quello prima ancora. Ogni giorno era un rimandare il lavaggio al giorno successivo e il lavabo portava il peso di tutti i piatti non lavati nei giorni precedenti. Uscito, fece poche decine di metri, camminando senza fretta. Un po' per l'età e un po' perché nelle fasi finali della vita non si ha più voglia di correre.
Imboccò quindi la pista pedonale che costeggiava il fiume, come faceva ogni sera. I lampioni situati lungo il camminamento mandavano una luce fioca ma sufficiente a penetrare il buio.
Conosceva quel tragitto a memoria: ogni lampione, ogni panchina, anche ogni cestino dei rifiuti; avrebbe potuto percorrerlo anche se i lampioni fossero stati spenti. 

Arrivò alla panchina, non una qualsiasi, ma la sua, quella su cui si sedeva ogni sera. Si sedette. Da una tasca interna della giacca logora tirò fuori un pacchetto di Marlboro. Lo aprì e vide che ne erano rimaste due. Ne prese una e l'accese, poi si mise a guardare il lento fluire dell'acqua nel piccolo specchio illuminato dalla luce fioca del lampione. Ogni sera l'uomo si sedeva su quella panchina e, mentre guardava il fluire lento dell'acqua, ripensava all'altrettanto lento fluire della vita vissuta: occasioni perdute, rimpianti, ricordi belli e ricordi che facevano male, ma anche gioie, cose belle successe. I ricordi che affioravano, scomposti, imprevedibili, privi di qualsiasi coerenza, si mischiavano al filo sottile di fumo che saliva dalla sigaretta che teneva tra le dita.
Gli piaceva ripetere ogni sera quel rituale, anche se non sapeva bene il perché; probabilmente perché nella vita - pensava - si ha bisogno anche di ritualità, e la ritualità implica l'avere dei punti fermi, quei punti fermi limitano l'angoscia.

L'uomo rimase seduto sulla panchina per una ventina di minuti. A un certo punto sentì dei passi che si avvicinavano. Si voltò per guardare chi fosse. Erano un uomo e una donna, tutti e due di mezza età. Camminavano tenendosi per mano, parlando del più e del meno. "Buonasera," disse l'uomo. "Buonasera," replicò la coppia all'unisono. Non appena furono usciti dal cono di luce fioca del lampione, l'uomo si alzò dalla panchina e s'incamminò verso casa, e camminando pensava che anche a lui sarebbe piaciuto avere qualcuno con cui poter chiacchierare camminando la sera in riva al fiume. C'era, una volta, una persona con cui aveva condiviso parte della vita, ma se n'era andata da tempo.

Arrivò a casa, entrò. Accese la luce e chiuse a chiave la porta, poi si avviò al piano di sopra, verso la camera da letto. Nel lavabo erano sempre ammucchiati i piatti degli ultimi giorni. Li avrebbe lavati l'indomani.
Forse.

domenica 31 luglio 2022

MS

La mia prima (e unica) sigaretta la misi in bocca a 17 anni. Era estate e io lavoravo come inserviente in una colonia di Bellaria. Lo facevo per tirare su qualche soldo con cui aiutare i miei a pagarmi i libri di scuola. Gli altri ragazzi che lavoravano con me fumavano tutti, o quasi. Uno può essere animato dai migliori propositi (i miei genitori m'avevano sempre proibito di avvicinarmi al fumo e io avevo sempre assecondato questo loro volere), ma quando questi propositi cozzano contro la realtà circostante, non esiste alcun automatismo che garantisca che abbiano sempre la meglio. 

Una mattina una ragazza me ne offrì una. Credo fosse una MS ma non sono sicuro. Io la rifiutai. Lei insistette e io passai dal rifiuto convinto al tergiversare. Alla fine cedetti e la presi. Me la misi tra le labbra con un po' di... insomma con quella sensazione che si prova quando non si sa bene cosa fare. Vedendo la mia insicurezza mi disse: "Adesso ti passo l'accendino, non appena la sigaretta si è accesa, inspira." Vidi la fiamma dell'accendino e, nel momento in cui la sigaretta si accese, inspirai. Provai una sensazione come di soffocamento e sentii di aver riempito i miei polmoni con qualcosa che non c'entrava niente con l'aria che avevo respirato in tutti i 17 anni precedenti. Avevo immesso qualcosa dentro di me che sembrava estraneo al concetto di vita come l'avevo inteso fino ad allora. Gettai la sigaretta in terra sputandola, poi mi piegai e cominciai a tossire. La ragazza mi guardò e rise: sapeva bene la reazione che provoca la prima sigaretta. Dopo alcuni minuti mi ripresi e le dissi che non avrei mai più messo in bocca una sigaretta per il resto della vita, e così ho fatto. Sono passati 35 anni da allora e non ne ho più toccata una. E sono contento di questo. Ogni tanto ripenso a quella ragazza. Chissà dov'è ora, chissà cosa fa... 

E chissà se fuma ancora le sue MS.

lunedì 30 agosto 2021

Dalla finestra

La finestra della camera dava sul cortile. Il cortile, a sua volta, era diviso dal marciapiede che fiancheggiava la strada da un'alta cancellata. Renata scostò un attimo la tendina della finestra e guardò fuori. Quella cancellata, così alta e così impossibile da valicare, le ricordava le cancellate dei penitenziari viste tanto tempo prima in qualche vecchio film. Come Le ali della libertà, ad esempio, con quell'attore nero di cui non ricordava mai il nome. Ma non era sicura che attorno al penitenziario di quel film ci fosse una cancellata, forse c'era un muro con del filo spinato sulla sommità. Comunque, cancellata o muro che fosse, il protagonista di quel film riuscì a evadere coprendo il buco nella parete della sua cella con un poster di Rita Hayworth. Quel buco nascondeva l'entrata del tunnel che scavava di nascosto ogni notte, e il nero l'aveva aiutato, questo se lo ricordava bene. Poi, che attorno al penitenziario ci fosse un muro o una cancellata o del filo spinato, in fondo chi se ne fregava? Ciò che importava era che il protagonista alla fine era riuscito a scappare. Lei, invece, da quella stanza non sarebbe mai riuscita a fuggire.

Mentre continuava a guardare fuori dalla finestra, in quel pomeriggio di metà settembre che con vistosa riluttanza cedeva il posto alla sera, vide passare sul marciapiede una bambina su una bicicletta. Procedeva abbastanza speditamente. Aveva un vestitino leggero, rosso, che svolazzava impertinente nella brezza di quel tardo pomeriggio, e aveva capelli biondi raccolti in una coda che le arrivava a metà schiena. La bambina sorrideva, pedalava e sorrideva. A Renata sembrò che la bambina stesse canticchiando qualcosa, ma era solo un'impressione, e comunque, coi vetri chiusi, quei vetri sempre maledettamente chiusi, non poteva averne certezza. Poi, ad un tratto, mentre pedalava, la bambina si girò e guardò verso Renata. Ma fu appunto solo un attimo. L'anziana donna però se ne accorse; istintivamente alzò la mano per accennare un saluto e sorrise alla bambina, sorriso che morì subito quando realizzò che lei era già fuori dallo specchio di visuale consentito dalla finestra. Chissà se la bambina sulla bicicletta era riuscita a vedere il suo accenno di saluto? Sarebbe stato bello. Lasciò andare la tendina che teneva scostata con una mano e, lentamente, con la sua andatura incerta e claudicante, tornò verso il letto accompagnandosi con la sua stampella. Se fosse passata l'infermiera e l'avesse trovata in piedi vicino alla finestra sarebbero stati guai, lo sapeva, era successo altre volte, ma a Renata non importava granché. E poi le infermiere, in fondo, non erano cattive, facevano solo il loro lavoro.

Si rimise a letto e ripensò a quella bambina che era passata sul marciapiede al di là della cancellata, con la sua bicicletta. Anche lei, quando era piccola, aveva una bicicletta, gliela regalò suo padre quando aveva dieci anni. Ora Renata di anni ne aveva molti di più, forse neppure lei ricordava con precisione quanti, sufficienti comunque per essere rinchiusa in quel posto, dove vengono parcheggiati i vecchi che non servono più e di cui ci si vuole liberare, perché oggi il mondo va di fretta e non ha tempo di stare dietro a chi comincia ad avere difficoltà a badare a se stesso, come Renata.

Sentì dei passi nel corridoio. L'infermiera col carrello delle vivande: era ora di cena. L'infermiera aprì la porta, entrò, aiutò Renata a mettersi seduta sul letto, le avvicinò il portavivande e vi posò sopra i piatti coi cibi, poi fece per andarsene. 
"Ho visto passare una bambina su una bicicletta," disse Renata all'infermiera quando quest'ultima era già alla porta. 
"Ah, sì?" rispose l'infermiera girandosi. "Lo sai, Renata, che non devi alzarti dal letto, quante volte te lo devo ripetere?" 
"Mi ha guardata e io l'ho salutata."
"E lei? Anche lei ti ha salutata?"
"Non lo so, andava veloce ed è scomparsa subito. Chissà, forse domani ripasserà, e magari anche lei mi saluterà."
L'infermiera accennò un sorriso, poi se ne andò, chiudendo la porta. Renata assaggiò qualcosa di malavoglia, ma non aveva fame e allontanò da sé il portavivande. Poi, lentamente, scese dal letto, inforcò la sua stampella, e con la sua camminata incerta e claudicante tornò alla finestra e scostò la tendina.

giovedì 16 gennaio 2020

Lunga e diritta

Dalla frazione di san Michele fino ad arrivare a Santarcangelo la Santarcangiolese corre dritta per tre chilometri, quasi tutta in mezzo alla campagna; percorrerla, fa venire alla mente il leggendario incipit "Lunga e diritta correva la strada..." di gucciniana memoria. Ma è una canzone che finisce male, meglio non pensarci. E poi quella narrata da Guccini è un'autostrada, questa è una semplice provinciale, tanto è vero che quando si sollecita la sindaca a rattoppare la pista ciclabile che le corre a fianco lei risponde che è competenza della Provincia. Chissà perché, in Italia è sempre tutto competenza di qualcun altro.

La Santarcangiolese, dicevo, corre per quei tre chilometri in mezzo ai campi, campi a destra e campi a sinistra, alcuni (pochi) ricoperti da un sottile velo di erba verde a sua volta ricoperto di brina; la maggior parte, invece, marroni, brulli e spogli. Stamattina, sia sui verdi che sui marroni aleggia uno strato di foschia, a tratti più evanescente e a tratti più compatto, e da quella specie di cuscino bianco emergono i pali su cui viaggiano i fili dell'elettricità, i quali pali danno l'impressione di non essere piantati nella terra gelata ma in quel cuscino bianco. Un po' come quei legnetti con la bandierina che fuoriescono dalla panna messa sopra a una tazza di cioccolata.

Poi la campagna finisce e si entra a Santarcangelo, col suo casino, con le sue macchine alle rotonde e ai semafori che fumano incolonnate, perché c'è sempre qualcuno che deve attraversare. Dopo la rotonda della pieve, a margine delle strisce, c'è un bambino, forse otto anni, forse nove, la sua pelle nera offre un bellissimo risalto sul grembiulino azzurro e il giacchetto grigio, e il cappellino rosso è la ciliegina sulla torta di questa bellissima congerie di colori. Mi fermo e lo lascio passare, provocando il fastidio della macchina dietro la mia, perché ho interrotto il flusso. Chi se ne frega... Il bambino parte trotterellando col suo zaino che gli ballonzola allegramente sulla schiena: è talmente grande, quello zaino, che forse ci starebbe dentro anche lui.

Poi riparto, e mi lascio alle spalle quel bambino, che continua a trotterellare sul marciapiede col suo zaino che gli ballonzola dietro.

sabato 30 novembre 2019

Dalla ringhiera

La donna con l'impermeabile imboccò la scalinata, ricavata nella roccia, che conduceva al piccolo terrazzino dirimpetto sul mare. Era un terrazzino piccolo, pochi metri quadrati, una specie di nicchia, delimitato da una ringhiera in ferro arrugginita in molti punti. Era una mattinata fredda e umida, la foschia aleggiava tutt'intorno e il mare era visibile solo a tratti. In lontananza si sentivano stridere i gabbiani. La donna si avvicinò alla ringhiera bagnata e vi appoggiò sopra una mano, ma la ritrasse immediatamente: era fredda e bagnata. C'erano un tavolino di legno e alcune sedie, al centro del terrazzino, e sopra il tavolo c'era un portacenere di plastica con ai lati impressa la marca di una birra, vestigia di una estate ormai andata in cui sul quel terrazzino si consumavano animate bisbocce serali. Il tavolino era infarcito di scritte, incise con coltellini o chiavi dalla marea di maleducati in circolazione che si credono gli Ungaretti del terzo millennio: date, frasi, citazioni, oscenità, insulti, promesse d'amore eterno, cuori trafitti dalle tante frecce che un instancabile Cupido si ostina ancora a lanciare su questa terra, probabilmente ignorando che gran parte di quelle frecce continuano a rivelarsi buchi nell'acqua.
La donna si sedette su una sedia e si accese una sigaretta. Il fumo azzurrognolo si mescolava alla foschia. Ogni tanto nella foschia si apriva qualche squarcio ed era possibile vedere scorci di mare, un mare grigio come quella giornata. Le venne in mente una canzone, di cui non ricordava il titolo, in cui si parlava del mare d'inverno come di un concetto che il pensiero non considera, e pensò che il mare d'inverno ha invece un fascino particolare che gran parte della gente tende a ignorare.
Con la stessa rapidità con cui si era aperto, quel breve squarcio di visibilità si richiuse. La donna distolse lo sguardo e fissò il fumo azzurrognolo che saliva dalla sigaretta disperdendosi nella foschia. E ripensò al pomeriggio del giorno prima, quando quell'uomo le si avvicinò con la scusa di chiederle se sapesse dove fosse il bagno. Avrebbe potuto chiederlo al barista, ma lo chiese a lei, un modo come un altro, neanche dei più originali, per intavolare una conversazione con una sconosciuta che prende un caffè al bar. Lei glielo indicò e lui la ringraziò, chiedendole se al suo ritorno l'avrebbe trovata ancora seduta lì. Lei gli rispose di no. "Peccato" le disse lui con un sorriso rassegnato, e si avviò. Sì, peccato, pensò la donna. Poi si alzò e se ne andò.
Si aprì un altro squarcio nella foschia e la donna abbandonò quei pensieri, tornando sul terrazzino. Spense la sigaretta nel portacenere che reclamizzava la marca di una birra, si alzò e, prima di andarsene, diede un'ultima occhiata a quel mare grigio che stava al di là della ringhiera, e ai gabbiani che volteggiavano e stridevano forte.

sabato 16 novembre 2019

Le due di notte

La donna entrò nel bar alle due di notte. Trovare un bar aperto alle due di notte è strano? Sì, può sembrare strano se si tratta del bar di un piccolo paesino come quello, ma in fondo neanche tanto, oggi, dove tutto si confonde e si sovrappone. Chiuse la porta dopo essere entrata, buttò indietro il cappuccio del giaccone e rimase un attimo lì, ferma, guardandosi intorno. Il locale, un piccolo bar con le luci basse che stava tutto dentro a una specie di stanzone, era deserto, eccetto che per un tizio seduto a un tavolino all'angolo, la testa appoggiata di lato sul braccio destro e nel sinistro un bicchiere con dentro un residuo di liquido dal colore scuro, che sicuramente non era Coca-Cola. Dormiva così, in quella posizione. Dietro il bancone stava un uomo corpulento con una lercia parannanza legata in vita e un paio di baffi a ricciolo che sicuramente erano il suo orgoglio. Asciugava dei bicchieri. La donna giudicò dovesse avere una cinquantina d'anni, forse più. Si avvicinò al bancone, vi appoggiò sopra la borsa e si sedette su uno degli sgabelli girevoli piazzati lì davanti.
"Capita raramente la visita di una signora a quest'ora" fece il barista dopo avere appoggiato un bicchiere appena asciugato. "Cosa posso servirle?"
"Un caffè forte e un pacco di Marlboro" rispose la donna.
"Sigarette non ne ho, mi spiace, non ne posso tenere. Le faccio il caffè."
"Sì che le hai, tutti i baristi le hanno, anche quelli che non le possono tenere. Di solito le nascondono sotto il bancone in qualche scomparto poco visibile." Il barista corpulento rimase un attimo interdetto.
"Sarà mica della Finanza, lei?" le chiese con aria sospettosa.
"Ma quale Finanza, su, sono solo una donna che è scesa poco fa dal treno e si è infilata nel primo bar aperto che ha trovato, dal momento che quello della stazione a quest'ora è chiuso." Il barista si arrese e andò in fondo al bancone, aprì uno sportello in basso e tirò fuori una stecca di Marlboro, la scartò e ne estrasse un pacchetto, poi tornò dalla donna e glielo porse. Lei ringraziò e lui cominciò a prepararle il caffè. Su una parete dello stanzone c'era un orologio a muro, segnava le due e un quarto.
"Cosa l'ha portata qui, in questo buco di paese, in piena notte?" le chiese il barista porgendole il caffè e avvicinandole il contenitore con le bustine dello zucchero. "Se non sono indiscreto, naturalmente."
"No, figurati, quale indiscreto? Ãˆ la stessa domanda che mi rivolgono tutti quelli a cui mi presento la notte." Il barista non rispose e prese a rigirarsi i baffi con le dita, pensoso. Aveva davanti una donna che alle due di notte era entrata nel suo bar chiedendo un caffè e delle sigarette, apparentemente senza alcun altro scopo. Perché? Fece mentalmente qualche congettura. Forse era una donna che scappava da qualcosa, o da qualcuno. Forse era pazza. E se fosse stata un'assassina con l'hobby di uccidere i baristi di notte? No, impossibile, le cronache ne avrebbero parlato, e poi non aveva l'aspetto di un'assassina, ammesso che gli assassini avessero un aspetto peculiare. 
"Non serve che tu ti sprema più di tanto le meningi" disse la donna interrompendo i pensieri del barista. "Sono semplicemente una che ama vivere di notte, perché la notte mi aiuta ancora a vivere felice. Quando non vado in giro e rimango a casa, non appena scende la notte e il cielo dorme apro le finestre e comincio a contemplarla. Ne annuso l'odore, ne sento il sapore, ne ascolto i suoni, quei suoni che non essendo inquinati dal frastuono caotico del giorno, arrivano in tutta la loro limpidezza e purezza, ed è facile coglierli e apprezzarli una volta che si è imparato a farlo." Ho capito, questa è pazza, pensò il barista ricominciando ad asciugare i bicchieri già asciutti e sperando che quella strana donna, vedendolo indaffarato, smettesse di delirare e magari se ne andasse. Ma lei proseguì.
"Ognuno vive la notte a modo suo. La maggior parte delle persone dormendo, il tizio al tavolo laggiù ubriacandosi, tu lavorando. Pochi riescono a cogliere ciò che si nasconde realmente al suo interno, ma quei pochi, una volta che l'hanno colto, ne escono cambiati, è come se vivessero più forte, non so come dire." Il barista annuì con condiscendenza ma senza alcuna convinzione, continuando ad asciugare i bicchieri asciutti. "Quanto ti devo per le sigarette e il caffè?" chiese poi la donna, prendendo la sua borsa. Il barista, visibilmente sollevato, fece il conto; lei pagò il dovuto, poi si alzò e si avviò verso la porta, lo salutò e uscì, facendosi inghiottire dalla notte, quella notte da cui poco prima era comparsa come per incanto. Lui ristette, e a un certo punto gli venne il dubbio di essersi sognato tutto quanto. Forse quella donna non era mai stata lì, se l'era semplicemente immaginata. 
"Giovanni svegliati! Devo chiudere" disse rivolto al tipo ubriaco che dormiva sul tavolino all'angolo. Giovanni si svegliò di soprassalto, frastornato. Cercò di capire dove fosse, poi tornò alla realtà e un accenno di delusione comparve sul suo volto. Si alzò lentamente e barcollando un po' si avviò verso l'uscita, tentando di salutare il barista con un semplice cenno di una mano, il massimo che era in grado di fare in quelle condizioni. Quest'ultimo, uscito Giovanni, chiuse la due finestre dello stanzone, spense le luci e si avviò a sua volta verso la porta. Uscì, abbassò la saracinesca e chiuse il lucchetto. Poi si rialzò in piedi, si guardò attorno. Si era alzato un po' di vento e sotto il lampione all'angolo si vedeva danzare qualche foglia. Lì, in piedi, osservò per un attimo quella strana danza, annusò l'aria, si mise in ascolto di... chissà che cosa. Poi si avviò verso casa, inghiottito anche lui dalla notte.

martedì 4 giugno 2019

Estate (per me)

L'estate, per me, sarà sempre l'estate che trascorrevo da nonna Tina (nome reale: Argentina, per tutti Tina). Nonna Tina abitava in una vecchia casa in campagna che, mi diceva, era stata costruita prima della guerra. Fu costruita senza bagno e senza termosifoni perché le case di una volta le costruivano così. Il bagno fu poi costruito posticcio dal nonno, molti anni dopo, i termosifoni non furono invece mai installati e durante l'inverno ci si scaldava col camino e con una vecchia stufa a kerosene che mia nonna teneva in soggiorno. Su quella stufa si scaldava l'acqua che mia nonna tirava su dal pozzo, nel cortile, e che poi travasava in grosse pentole. E di notte? Coperte pesanti sotto le quali si metteva il "prete". La mattina, d'estate, la nonna riempiva d'acqua una mastella e la lasciava tutto il giorno sotto il sole, alla sera era calda, molto calda, e io facevo il bagno lì dentro.

Dietro casa c'era un campo grande, pieno d'erba e di alberi da frutto. Ricordo il pero selvatico, il fico, il mandorlo, il noce. Sul mandorlo, che era di tronco e rami grossi, ci si poteva arrampicare per andare a raccoglierne i frutti. Quando le mandorle non sono ancora mature, hanno un colore verdognolo e sono ricoperte da una specie di buccia morbida e lievemente vellutata. Si possono mangiare così come sono, spezzandole coi denti. Hanno un sapore abbastanza acidulo e acerbo, ma a me piacevano. Io, Gianni e Marco ci arrampicavamo e ci sedevamo sul ramo più grosso, poi allungavamo le mani, stando attenti a non cadere, e prendevamo tutte le mandorle che erano a portata.

Quel campo grande, pieno di erba e alberi, era il nostro mondo, la nostra foresta, e le "lappe" di cui ci riempivamo calzoncini e canottiere erano trofei di battaglia. Qelle lontane estati sono state le più belle della mia vita.
[...]

sabato 3 febbraio 2018

Tra neve e libri



Oggi nevica. In realtà non si tratta di una nevicata vera e propria, di quelle che ti constringono a stare chiuso in casa (il ricordo del "nevone" del febbraio 2012 è da queste parti ancora ben impresso nella mente). Si tratta di quei fiocchi svogliati, che cascano giù senza troppa convinzione e che in realtà, a parte in alcuni momenti, sono niente più che acqua stretta.

Spinto dal fatto di dover fare un salto giù a Santarcangelo ad accompagnare Francesca a prendere il 9, altrimenti non sarei mai uscito di casa, ne approfitto per fare un salto in biblioteca, che il sabato - sia benedetta! - è aperta per tutto il giorno. La mia intenzione è di farmi prestare Follia maggiore, di Alessandro Robecchi, un libro di cui ho letto finora solo recensioni tra il positivo e l'entusiasta.

Essendo appena uscito nelle librerie immagino che ancora in biblioteca non ci sia, e invece c'è, solo che è già fuori. Peccato. Mi faccio comunque mettere in lista d'attesa, anche se la gentile bibliotecaria mi avvisa che ci sarà da aspettare in quanto prima di me altre due persone l'hanno già prenotato. Pazienza, il mio comodino trabocca di libri da leggere e ingannerò l'attesa leggendo quelli.

Mentre converso con la bibliotecaria mi viene improvvisamente in mente di chiederle se abbiano il libro precedente di Robecchi, Torto marcio. La ragazza digita frettolosamente sulla tastiera del pc, poi il responso: c'è. Bingo! penso io; mentre attendo Follia maggiore ingannerò l'attesa leggendo (anche) questo. Mentre lei si alza per andarlo a recuperare butto un occhio fuori dal finestrone in alto: nevica ancora svogliatamente.

Poi il mio occhio cade su un libro dalla copertina gialla e molto vistosa, appoggiato sulla scansia sotto la finestra. Mi avvicino per vedere cosa sia. Lettere sulla creatività, di Dostoevskij. Faccio mente locale per provare a ricordare se abbia mai letto niente di Dostoevskij. Mi pare di no. Non so che tipo di libro sia ma il titolo mi piace. Lo prendo e comincio a sfogliarlo velocemente, mentre nel frattempo torna la bibliotecaria col libro di Robecchi.



Prendo entrambi i libri, il mio "bottino" di questo sabato, poi ringrazio e saluto la ragazza, ed esco. Nevica ancora svogliatamente. Salgo in macchina e appoggio i libri sul sedile del passeggero. Dieci minuti per tornare a casa, poi potrà fare tutta la neve che vorrà.

sabato 25 febbraio 2017

Sala d'aspetto

Gianni si rese conto di essere arrivato in stazione in anticipo. Il treno che lo avrebbe riportato a casa, infatti, sarebbe passato solo fra tre quarti d'ora. Si avvicinò all'edicola e chiese all'edicolante se fosse rimasto un quotidiano del giorno. L'edicolante non si scompose, non alzò neppure gli occhi, e continuando a leggere il suo libro rispose: "Tre copie di Corriere della Sera."
"Va bene, me dia una," e tirò fuori dalla tasca due monete da 50 centesimi. Gliele porse. L'edicolante le prese e allungò a Gianni il giornale che aveva chiesto. Fece tutto meccanicamente, senza sollevare lo sguardo dal suo libro, come se quell'azione l'avesse già fatta un milione di volte. Gianni pensò che sicuramente era così. Anzi, sicuramente l'aveva fatta anche più di un milione di volte. Prese il giornale e si avviò verso la sala d'aspetto, senza salutare l'edicolante, tanto era sicuro che comunque, anche se l'avesse fatto, quest'ultimo non avrebbe risposto.
La sala d'aspetto era piccola, vuota, non c'era nessuno. Le pareti erano colorate di bianco. O meglio, una volta erano colorate di bianco, e immaginò che l'ultima volta che erano state accarezzate da un pennello, probabilmente ci doveva essere ancora qualche velociraptor in circolazione. A regnare incontrastate erano le scritte fatte con gli spray. Si poteva leggere di tutto: dalle dichiarazioni d'amore agli insulti, più geroglifici vari assortiti. Gli angoli delle pareti erano pieni di umidità e muffa. File di sedie a incastro erano disposte a ridosso dei muri. Gianni preferì uscire e si sedette su una panchina, sotto la pensilina che sovrastava l'unico binario di quella piccola stazione.
Appoggiò accanto a sé la sua ventiquattrore e aprì il giornale appena comprato. A ogni pagina che sfogliava, buttava l'occhio all'orologio della stazione, come se questa azione avesse il potere di accelerare il tempo che ancora mancava all'arrivo del suo treno. Arrivò all'ultima pagina e fece per mettere via il giornale, ormai tutto spiegazzato. Fu un attimo. Si bloccò, alzò gli occhi e vide che sulla panchina di fronte alla sua, dall'altra parte del binario, c'era una donna. Ma da dove era arrivata? pensò Gianni. Da quanto tempo era lì? Come aveva fatto ad arrivare senza che lui se ne accorgesse? Forse era sempre stata lì e lui non ci aveva fatto caso? La donna se ne stava seduta sulla panchina, non aveva bagaglio. Gianni giudicò che dovesse avere una trentina d'anni, forse qualcosa di più. Aveva un vestito leggero, bianco, puntellato di fiori rossi e gialli. I biondi capelli, lisci, le cadevano sul volto, che teneva leggermente reclinato in avanti. Gianni la fissava insistentemente, era incuriosito, ammaliato da quella figura femminile che a lui sembrava così fuori posto, lì. La donna non si muoveva, e continuava a tenere il capo leggermente reclinato in avanti. Ogni tanto qualche leggero alito di vento le muoveva i capelli. Gianni rivolse lo sguardo all'orologio della stazione: tra dieci minuti sarebbe arrivato il suo treno. Come posso andarmene senza sapere chi è quella donna? pensò. All'improvviso, come se lei avesse potuto sentire quella domanda, che in realtà era solo nella mente di Gianni, alzò il viso e lo guardò. Gianni scostò immediatamente lo sguardo da lei, si sentì colto in flagrante, come un ladro che viene sorpreso in piena notte dal padrone di casa. Poi tornò a guardarla. Adesso lei sorrideva, mentre continuava a guardarlo. Poi si alzò, attraversò i binari camminando lentamente. Andò verso Gianni. Quando gli fu di fronte si scostò i capelli dal viso e gli disse: "Non siamo forse tutti soli nella vita?" Poi si incamminò verso la sala d'aspetto, e da lì verso l'uscita della piccola stazione. Gianni rimase interdetto a quelle parole. Era come se fosse in trance, o addormentato. Poi tornò in sé, si svegliò, come quando i prestigiatori risvegliano con uno schiocco di dita chi è sotto ipnosi. Si guardò intorno, la donna dal vestito a fiori non c'era più. Corse verso la sala d'aspetto: anche lì nessuno, solo le scritte sui muri fatte con gli spray.
Forse quella donna non c'era mai stata, forse era stata tutta un'invenzione della sua fantasia. Forse era sempre stato solo, lì, in quella stazione. In fondo "non siamo tutti soli nella vita?"
Tornò sotto la pensilina. Il suo treno era arrivato.

sabato 21 gennaio 2017

L'artista dal cappotto scuro

L'uomo infilò il coltello sporco di sangue in un sacchetto di plastica nero. L'aveva portato con sé proprio per quel motivo: nascondere l'arma del delitto mettendola al riparo da sguardi indiscreti per poi liberarsene una volta uscito dal palazzo. Si incamminò verso l'uscita dell'appartamento, afferrò la maniglia della porta e la aprì. Si girò un attimo per concedersi di gettare un ultimo sguardo alla ragazza distesa a terra in un lago di sangue, come un pittore che si fermi a contemplare la sua opera una volta ultimata. Anche lui, a suo modo, era un pittore, un artista. Era un artista della morte. Chiuse la porta dietro di sé e si incamminò nel lungo corridoio che portava alla tromba delle scale. Su quel corridoio si affacciavano altre porte, altri appartamenti. Dietro ad alcune di queste porte c'era silenzio, dietro ad altre si udivano voci; dall'interno dell'ultimo appartamento arrivava la voce soffusa di una annunciatrice - forse veniva da una radio, forse da una tv - che annunciava pioggia in serata e durante la notte. L'uomo scese velocemente le scale, il sacchetto col coltello nascosto nella parte interna del cappotto scuro, arrivò alla porta, la aprì. Una volta sulla strada, si tolse velocemente i guanti, quelli che aveva indossato per non lasciare impronte mentre eseguiva la sua opera, li gettò in un cestino dell'immondizia che trovò sul suo cammino, sotto i portici del centro storico. Andando ancora più avanti si imbatté in un cassonetto. Si fermò. Si guardò attorno per assicurarsi che nessuno badasse a lui. Lo aprì e vi gettò dentro il sacchetto nero di plastica con al suo interno il coltello. Poi se ne andò.
"Scusi, lei, sa mica dirmi che ore sono?" gli chiese l'anziana signora appena arrivata, trafelata, sotto la pensilina. Aveva due borse della spesa in mano che appoggiò per terra mentre riprendeva fiato. "Aspetta anche lei il 126?" La seconda domanda della donna con le borse della spesa all'uomo dal cappotto scuro ottenne la stessa risposta della prima: silenzio. La donna ristette. Pensò alla maleducazione di quell'uomo e provò un moto di rabbia. Poi decise di tornare alla carica ancora. "Sa, io prendo l'autobus a questa fermata tutti i giorni ma mi pare di non averla mai vista. È nuovo di queste parti?" Silenzio. Quando la donna stava per rinunciare definitivamente, l'uomo dal cappotto scuro lentamente si girò, impassibile, la squadrò, incrociò i suoi occhi, poi disse: "Sì, sono nuovo." L'anziana donna rimase turbata dall'espressione impassibile e fredda dell'uomo, e anche dalla freddezza della risposta, ma nonostante questo azzardò, pur con una notevole dose di titubanza, un'altra domanda: "Che mestiere fa, se non sono indiscreta? Sa, così, a prima vista, mi dà l'idea di un poliziotto in borghese o qualcosa di simile..." L'uomo dal cappotto scuro accennò a qualcosa che assomigliava a un sorriso, si prese un po' di tempo poi rispose: "Non sono un poliziotto, sono un artista, un pittore." La donna ebbe un moto di meravigliata sorpresa. "Davvero? E cosa dipinge di solito?" L'uomo ghignò. "Amo le nature morte." La donna rabbrividì, brividi che lentamente si trasformarono in paura, una paura di cui lei non riusciva a stabilire la causa.
Arrivò il 126. Il conducente aprì le porte, la donna raccolse le sue borse della spesa e si affrettò a salire a bordo. L'uomo dal cappotto scuro rimase immobile. Il conducente chiuse le porte e si avviò. "Che strano tipo, quello che era vicino a lei sotto la pensilina," disse il conducente dell'autobus rivolgendosi alla signora con le borse della spesa. "Stranissimo," rispose lei, "direi quasi inquietante. Mi ha detto che è nuovo di queste parti, è un artista, un pittore, dipinge nature morte." Il conducente del bus stava per rispondere ma restò zitto e alzò il volume della radio, da cui stavano dando la notizia di una ragazza ritrovata morta in un appartamento lì della zona. La ragazza era stata uccisa con una decina di coltellate. Sulla parete bianca della stanza in cui era adagiato il corpo, qualcuno aveva disegnato con un tratto nero lo schizzo di una natura morta.

martedì 8 novembre 2016

Nella neve

   
     Aveva minacciato di nevicare tutto il giorno, e del resto le previsioni avevano annunciato la neve con largo anticipo. Ma, si sa, le previsioni meteorologiche sono quelle cose strane che in genere la gente prende per quello che sono, ossia aspettandosi l'esatto contrario di ciò che annunciano. Carlo lo sapeva, l'aveva sempre saputo. Le aveva guardate svogliatamente sul giornale la mattina stessa, dopo essere entrato nel bar e aver chiesto un caffè a Rosalba. Tutte le mattine, regolarmente, Carlo entrava nel bar, alle otto, e ordinava il solito caffè, perché non sta bene leggere il giornale senza prendere almeno un caffè. Certo, Rosalba non avrebbe avuto niente da ridire, in fondo quel vecchio pensionato petulante le faceva anche compagnia, la mattina, lui e gli altri tre o quattro ottuagenari che ogni giorno che il Signore mandava in terra si ritrovavano nel piccolo bar di Rosalba.
     A sua moglie non fregava niente che Carlo stesse tutto il giorno al bar a giocare a carte; d'altra parte, niente come quarant'anni di matrimonio fanno sì che le assenze diventino quasi una benedizione. Però le scocciava da matti se la sera alle sette non era a casa per cena, perché gli orari devono essere rispettati, eccheccavolo!
     Carlo buttò un occhio all'orologio appeso al muro, sopra il mobile degli alcolici che stava dietro il bancone di Rosalba. Erano quasi le sei di quel giovedì pomeriggio di fine febbraio. Gli altri adepti della combriccola degli ottuagenari se n'erano quasi tutti andati, tutti tranne Mario, che non aveva obblighi di rientro per cena dal momento che sua moglie era passata a miglior vita già da un paio di lustri.
     "Carlo, io me ne vado," disse Mario rilegando le carte con l'elastico.
     "E dov'è che te ne vai? Mica hai nessuno a casa ad aspettarti..."
     "Oh, lo so, ma mi sono rotto di stare qui, e poi fuori sta nevicando, non vedi?"
     Carlo si alzò dal tavolino e si avvicinò ai vetri. Era vero, nevicava, e lo faceva con impegno.
     "Dài, Carlo, salta su, ti accompagno a casa con la macchina," disse Mario restituendo le carte da gioco a Rosalba, che trafficava con la lavastoviglie incassata sotto il bancone.
     "Ma come? E la nostra ultima briscola?"
     "Ma chi se ne frega della briscola? È quasi buio, nevica, non voglio restare bloccato nella neve."
     "Quanto sei fifone, Mario. E tutto per qualche fiocco." Carlo aprì la porta del bar e guardò meglio fuori. Ce n'era già una scarpa abbondante; probabilmente nevicava già da un po' e loro, impegnati com'erano con le briscole e le chiacchiere, non se n'erano accorti. "Senti, Mario, a me la neve piace, e poi da qui a casa mia sono solo due passi. Credo che me la farò a piedi."
     "Ma quali piedi? Ho la macchina qui fuori..." Niente da fare, Carlo declinò l'invito, voleva fare due passi nella neve, che a lui piaceva fin da quando era bambino, e che c'era di male? Rosalba, da dietro il banco, seguiva la diatriba tra i due con scocciato divertimento.
     "Vabbe', fa' un po' come vuoi, vecchio rimbambito, tanto parlare con te è come parlare col muro. Se ti va di beccarti una polmonite accompagnata da una settimana di lagne di tua moglie, fai pure. A domani." Mario prese il cappello, si strinse la sciarpa al collo e uscì, salutando Rosalba. Carlo si avvicinò al banco. "Rosy, secondo te è vero che sono rimbambito?" Lei lo guardò, sorridendo. Aveva un bel sorriso, Rosalba, gli anni dietro al bancone del bar e gli acciacchi non erano ancora riusciti a inficiarlo. "No, rimbambito non direi, ma testardo sicuramente." Carlo incassò, sorridendo a sua volta, poi salutò Rosalba, indossò la giacca pesante, i guanti, la sciarpa e uscì nella neve.
     L'altezza raggiunta da quest'ultima era molto maggiore di una scarpa, evidentemente nevicava da un pezzo; sul piccolo piazzale di fronte al bar si affondava già fino quasi a metà polpaccio. Arrivò comunque senza grosse difficoltà alla strada, e si incamminò sul ciglio del fosso. La neve continuava a cadere copiosa, insistente, quasi senza ritegno. Nel volgere di nemmeno due minuti ne fu quasi interamente ricoperto: neve sul cappello, sulla sciarpa che aveva attorno al collo, sulle spalle. Le poche macchine che passavano sulla strada avanzavano lentamente, con prudenza, come grossi animali strani che si avventurino, titubanti, in un territorio sconosciuto. Carlo cominciò a pentirsi di aver rifiutato il passaggio di Mario, ma ormai era fatta. Calcolò che sarebbe comunque arrivato a casa in meno di mezzoretta, prima delle sette, evitando così le lagne di Maria.

     Luca tolse il cd dei Pink Floyd dal lettore. D'accordo, pensò, The dark side of the moon è stato il disco più bello del secolo scorso, probabilmente nulla lo eguaglierà neppure in questo, ma quando l'hai ascoltato tre volte di fila viene voglia anche di qualcos'altro, eh. Una volta tolto il cd, l'impianto stereo della sua Golf si sintonizzò automaticamente sull'ultima stazione rimasta in memoria, che in quel momento trasmetteva On every street, dei Dire Straits. Luca alzò un pelino il volume. Fuori, intanto, la strada cominciava a creare qualche problema a causa dell'intensa nevicata in corso. La Golf che suo padre gli aveva regalato appena un anno fa, dopo aver superato l'esame di guida e aver conseguito la tanto agognata patente, era equipaggiata con gomme da neve, le quali, però, con una tormenta simile facevano quello che potevano. Su una strada quasi impraticabile a causa della neve, la differenza tra un automobilista esperto e un novellino è principalmente questa: l'utomobilista esperto tiene un'andatura tranquilla, dolce, attenta, conosce il comportamento del mezzo che sta guidando e in base a questo calcola cosa può fare e cosa no. Il novellino ancora non lo sa.
     La stazione radio che stava ascoltando ebbe la malaugurata idea di fare seguire ai Dire Straits un pezzo nauseabondo di Little Tony, il che indusse Luca ad agire in fretta sul pulsante della sintonizzazione: Little Tony era troppo. Passò una, due, tre, quattro stazioni assolutamente inascoltabili, la quinta era Radio Maria. Era decisamente troppo. Allungò un braccio e aprì il vano portaoggetti in cui teneva i cd. Un'altra differenza tra un automobilista esperto e un novellino, è che quello esperto non si sogna neppure di andare a scegliere un cd da ascoltare in macchina mentre fuori impazza una tormenta di neve che impedisce di vedere anche la strada, quello inesperto invece lo fa.
     Leggermente piegato verso destra, passò in rassegna i cd nell'apposito scomparto: Genesis, Who, di nuovo i Pink Floyd, i Ramones... poi, all'improvviso, un sussulto inaspettato della Golf distolse la sua attenzione dai cd inducendolo a tornare a guardare la strada. Sorpresa, smarrimento e paura lo assalirono insieme: era fuori traiettoria, la parte destra della macchina stava paurosamente avanzando sul ciglio del fosso e se non fosse immediatamente tornato in carreggiata vi sarebbe finito dentro. Frenò d'istinto, con forza, e sterzò bruscamente, l'ultima cosa al mondo da fare in condizioni atmosferiche simili, e che infatti il famoso automobilista esperto non farebbe mai. Troppo tardi. La macchina, pur non procedendo a velocità particolarmente elevata, impazzì e fece un giro su se stessa. L'ultima cosa che vide Luca prima che la sua Golf in testacoda si ribaltasse nel fossato, furono due occhi sbarrati dal terrore illuminati per un attimo dai fari della macchina: gli occhi di Carlo. Luca non lo poté evitare.

     I ritorni alla vita sono spesso accompagnati da rumori strani, inusuali, con cui non si ha in genere troppa familiarità. In questo caso si trattava di una specie di bip costante, regolare, accompagnato da un lievissimo ronzio di sottofondo. Un leggero tremolio delle palpebre fu il preludio alla lenta, quasi timorosa, apertura degli occhi. La prima cosa che Carlo mise a fuoco, non appena i suoi occhi si furono abituati alla pur poca luce, fu il colore verde con cui erano pitturate le pareti di quella piccola stanza. Mosse gli occhi roteandoli lentamente all'interno del campo visivo, poi volle vedere di più e provò a muovere il collo. Vide alla sua destra il macchinario che emetteva il bip e al di là di quello un altro letto, vuoto. In quella piccola stanza c'erano solo due letti, in uno c'era lui, nell'altro nessuno, letto intonso. Si guardò il braccio, vide l'ago da cui partiva un piccolo tubicino, collegato a un sacchetto trasparente appeso a una specie di trespolo alla sua sinistra. Aveva visto abbastanza film per riconoscere una flebo. La stanza era in penombra perché, nonostante fosse giorno pieno, la tapparella era per metà abbassata. Realizzò di essere in un ospedale, e soprattutto realizzò di non potersi muovere perché le sue gambe erano bloccate, appese a degli strani trespoli. Perché sono qui? pensò. Poi, lentamente, alla stregua di un lungo tappeto rosso che viene srotolato all'ingresso di un albergo di lusso, la sua memoria cominciò a ricomporre il puzzle: Rosalba, il bar, la camminata sotto la neve, la macchina impazzita, l'impatto, sua moglie Maria che lo aspettava alle 7 per cena.
     Da quanto tempo si trovava in quella stanza? Quali erano le sue condizioni? Che ore erano? Queste e altre domande affioravano nella sua mente, tutte senza risposta. L'unica cosa sicura, in quel turbinio di interrogativi insoluti, era che si trovava in una stanza d'ospedale, e nelle stanze d'ospedale c'è sicuramente un pulsante da schiacciare con cui chiamare qualcuno. È una certezza. Alzò lo sguardo un poco e lo vide, un piccolo bottone rosso all'estremità di un filo fissato alla spalliera del suo letto. Allungò lentamente la mano destra, costringendo a un notevole sforzo il suo braccio ancora intorpidito, e prese in mano il pulsante che penzolava. Lo premette. Non successe niente. Silenzio assoluto. Riprovò più volte: sempre silenzio, il segnale sonoro che avrebbe dovuto richiamare qualcuno non funzionava. L'iniziale sorpresa, col passare dei secondi cedette lentamente il posto a un sottile senso di inquietudine. Poco male, pensò, chiamerò a voce qualcuno, in fondo è un ospedale, mica un cimitero. In realtà nella sua mente stava cominciando ad aprirsi qualche piccola crepa nel muro che rappresentava quella certezza, ma Carlo si sforzò, con crescente fatica, di non darle peso.
     "Infermiera? Dottore? C'è nessuno?" Silenzio. Provò di nuovo, questa volta con la voce accentuata da qualcosa che poteva sicuramente essere paura: "Infermiera! Dottore! Insomma, c'è qualcuno in questo cazzo d'ospedale?" Di nuovo silenzio. La porta della sua stanza era socchiusa e da quello spiraglio si intravedeva un corridoio, un corridoio deserto in cui non passava nessuno. Non c'era anima viva. Anche se la sua mente si rifiutava di accettarlo, Carlo cominciò a prendere in considerazione l'idea di essere l'unica persona presente in quell'ospedale, ammesso che fosse un ospedale.
     "Se fossi in te non mi agiterei tanto." Carlo si paralizzò dalla sorpresa e dalla paura, bocca aperta e occhi sbarrati. Chi aveva parlato? La porta lentamente si aprì e comparve un uomo. No, non era un uomo, non appena Carlo fu in grado di distinguere nella poca luce della stanza la persona che era entrata, si rese conto che si trattava di un ragazzo, che a occhio avrebbe potuto a malapena essere maggiorenne.
     "Chi sei?" domandò Carlo con la sgradevole sensazione che quella presenza non gli avrebbe portato nulla di buono.
     "Non è importante," rispose il nuovo arrivato, tanto la faccenda finisce qui, oggi, fra poco, forse fra cinque minuti, forse meno." La non più giovane mente di Carlo, con considerevole sforzo, cercava disperatamente di interpretare e dare un senso a quelle parole, a quella persona, a tutta quella assurda situazione, ma fu inutile. Un senso di resa si impossessò di lui. Abbandonò la tensione e si lasciò andare nel letto in cui era costretto. Poi guardò il ragazzo che era appena entrato e che stazionava ai piedi del suo letto-prigione.
     "Sai, Carlo, credo che ti sia capitato un piccolo incidente, qualche giorno fa, probabilmente ricordi, no?" Carlo capì che quella che aveva di fronte era la persona che l'aveva investito con la macchina. "Sì, non ti stupire più di tanto, hai capito benissimo, sono proprio io."
     "Perché sei qui? Perché io sono qui, in questo letto? E come sai il mio nome?"
     "Ehi ehi ehi," lo interruppe il ragazzo, "non amo le domande, soprattutto quando sono troppe, e tu me ne hai fatte troppe, ci siamo intesi?" Carlo annui, in silenzio.
     "Allora, la faccio breve perché ho una certa fretta. Sono Luca, guidavo la Golf che ti ha investito mentre camminavi nella neve. Ti sei salvato, ma non era in programma, ed è per questo che sono qui: sono venuto a finire il lavoro lasciato a metà, perché non va bene lasciare i lavori a metà, vero Carlo?" Carlo non disse niente, desiderava solo che tutta quell'assurda situazione avesse fine. Subito.
     "Oh, lo so, lo so, tu ti chiederai sicuramente perché io non abbia finito subito il lavoro e abbia invece provveduto a tenerti vivo fino ad ora. Beh, è molto semplice: perché mi occorrevi cosciente per poter terminare come si deve il lavoro, dopo l'incidente non lo eri e adesso lo sei. Ah, dimenticavo: ti sarai sicuramente accorto che in questo ospedale non c'è nessuno. Sta' tranquillo, sono stato io a fare in modo di non avere seccatori in giro, certi lavori richiedono assenza di testimoni, mi capisci, no?" Luca si produsse in un ghigno orrendo, mentre la fisionomia del suo volto cambiava in qualcosa che non aveva più niente di umano, poi si mosse verso Carlo, affiancandosi a lui. Carlo girò la testa dalla parte opposta per non vederlo e cominciò a divincolarsi. Avrebbe voluto scappare, rotolarsi fino a cadere dal letto, ma ad ogni movimento le gambe appese a quei ferri mandavano fitte atroci. Rinunciò. Luca, o quella cosa che fino a poco prima sembrava avere sembianze umane e che diceva di chiamarsi Luca, gli afferrò il viso e lo girò verso di sé. Carlo cercava di non guardare, continuava a non aprire gli occhi, ma sentiva la mano di Luca (a un certo punto si chiese anche se fosse realmente una mano) aumentare la pressione. Arrivò il dolore. Carlo cercò di resistere continuando a tenere gli occhi chiusi.
     "C'è qualcosa che mi vuoi dire, Carlo, prima che io porti a compimento il mio lavoro?" chiese la cosa (Luca?) sopra di lui, ridacchiando orrendamente. La sua voce non era più quella di prima, era diventata più gutturale, rauca, Carlo non riusciva a inquadrarla né ad associarla a quella di alcun essere vivente. Raccolse gli ultimi scampoli di forza e di coraggio e aprì gli occhi. "Sì, c'è qualcosa che ti voglio dire, prima che tu finisca... Vaffanculo!" e sputò dritto in faccia (era una faccia?) a quella cosa, qualunque cosa fosse. L'essere aprì qualcosa che sembrava una immensa bocca e si gettò sul suo volto. Carlo lanciò un grido disumano.

     "Carlo! Carlo svegliati!" La massa informe che si stava avventando su di lui lo stava strattonando per la maglia, ma Carlo si accorse all'improvviso che non era più quella di prima, e riconobbe i tratti familiari di Rosalba. "Rosalba, sei tu..." disse ansimando.
     "Certo che sono io, e ti garantisco che questa è l'ultima volta che ti vengo a svegliare perché ti sei addormentato al tavolo, la prossima volta telefono a Maria e ti faccio venire a svegliare da lei."
     "Ma allora... l'incidente, l'ospedale..."
     "Ma quale ospedale! Hai sognato. A quello ti ci mando io se non prendi subito i tuoi stracci e te ne vai!" Era stato tutto un sogno, un incubo. Carlo si alzò dal tavolo, si coprì e si avviò alla porta. Fuori nevicava. "Da quanto tempo nevica, Rosy?"
     "Saranno un paio d'ore. Più o meno da quando ti sei addormentato. E adesso smamma, devo chiudere il bar." Carlo aprì la porta, poi si girò verso Rosalba. "Grazie di avermi svegliato, Rosy." Uscì e si incamminò verso casa.
     Nella neve.

mercoledì 5 ottobre 2016

Il seminatore di sogni

- Marco, hai visto quel signore?
- No, quale signore? - rispose Marco fermando sottobraccio la palla con cui stavano giocando.
- Guarda, sta passando adesso sul vialetto, vicino alla panchina. Quando cammina lascia dietro di se'... come dei semi luminosi, che restano per un poco come sospesi a mezz'aria, poi si appoggiano delicatamente a terra e... si spengono. Luca indico' a Marco un signore anziano con un cappotto chiaro e un cappello. Camminava appoggiandosi ad un bastone. Marco lo vide.
- Cavolo, hai ragione! Ma... com'e' possibile? - domando' Marco guardando il suo compagno e strabuzzando gli occhi per lo stupore.
- Non lo so. Seguiamolo, dài!
I due ragazzini abbandonarono il prato e si immisero sul vialetto, seguendo il vecchio a distanza e continuando a guardare affascinati i semi di luce che lasciava dietro di se'. C'era gente, per strada, ma nessuno, tranne loro due, sembrava accorgersi di quello stranissimo fenomeno.
- Voglio provare a raccoglierne uno. Vieni, Marco, avviciniamoci cercando di non farci vedere.
Marco era un po' titubante, ma segui' comunque l'amico. I due ragazzini tentarono a piu' riprese di afferrare uno dei semi di luce che il vecchio seminava, ma invano. Ogni volta che credevano di averne imprigionato uno, aprivano la mano e si accorgevano che era irrimediabilmente vuota. All'improvviso il vecchio si fermo' e si giro' verso i due ragazzini. Marco e Luca furono colti alla sprovvista. Il vecchio li guardo', poi chiese:
- Vi piacciono i miei semi di luce?
I due non risposero. Erano allibiti. Il vecchio riprese:
- Siete fortunati, non tutti riescono a vederli, e comunque afferrarli e' impossibile. Io sono l'uomo dei sogni e i semi di luce che lascio rappresentano tutti i sogni che nella mia vita ho realizzato. Ci sono pochissime persone, nel mondo, che riescono a realizzare ogni loro desiderio, quelle che ci riescono diventano seminatori di luce, cioe' di sogni. Marco e Luca non riuscivano a proferire parola. Il vecchio si avvicino' a loro, mise una mano nella tasca del suo cappotto e tiro' fuori due semi di luce. Ne diede uno a ciascuno dei due ragazzini, e disse:
- Tenete questi due semi, custoditeli meglio che potete. Quando anche voi avrete realizzato tutti i vostri sogni, diventerete seminatori di luce, e allora li consegnerete a chi per primo riuscira' a vedere quelli che seminate voi. E il ciclo continuera'. Se invece non riuscirete a realizzarli tutti, i due semi si spegneranno per sempre, e tutto finira'. Conto su di voi.
I due ragazzini presero nelle loro mani i due semi. Questi non si spegnevano.
- Grazie - disse Marco.
- Grazie - disse Luca.
Il vecchio fece un lievissimo inchino, si tocco' il cappello e si incammino' per la sua strada.
- Scusi, signore... - disse Marco a voce alta, richiamando l'attenzione del vecchio che si stava allontanando. Il vecchio si fermo' e si giro' verso i due.
- Non ci ha detto il suo nome! Il vecchio ristette, poi disse:
- Sono il Seminatore di Luce, o di Sogni. Come preferite voi.
Si tocco' di nuovo il cappello e si allontano', questa volta per sempre.

mercoledì 16 marzo 2016

Quattro sigarette (racconto)

"Non avevi detto che avresti smesso? O ricordo male?” Maria appoggiò il pacchetto di Marlboro sul tavolo della cucina, dopo essersene messa una tra le labbra e averla accesa, poi riprese a cucinare.
“Sì, è vero, l’avevo detto, infatti questo sarà il mio ultimo pacchetto. Ormai mi conosci bene, sai che quando mi riprometto una cosa poi la mantengo.”
Alfonso era seduto al tavolo della cucina, sfogliava le pagine di cronaca locale del giornale.
“Sì, sì, lo so bene, conosco le tue promesse,” le rispose.
“Vedi il pacchetto? Ci sono dentro quattro sigarette, fumerò queste quattro e non ne toccherò più una. Questa volta sono decisa.” Alfonso fece un sorrisetto ironico, poi tornò alla lettura del giornale. Quel pomeriggio di fine marzo volgeva ormai al declino, lo stesso declino in cui navigava da tempo il loro matrimonio. Dalla finestra, il sole che calava dietro i palazzoni del quartiere illuminava di arancione una delle pareti della cucina. “Cosa si mangia stasera?” chiese poi Alfonso dopo aver chiuso il giornale.
“Polpette.”
“Che palle, ancora?”
“Se non ti vanno bene c’è Shamir qui di sotto, all’angolo, vatti a prende un kebab.”
“Non mi piacciono i suoi kebab, secondo me li riempie con carne marcia, mi meraviglio che non abbia ancora mandato nessuno all’ospedale, con quella robaccia.”
“Ah, quindi adesso aggiungiamo all’elenco anche i suoi kebab.”
“Quale elenco?”
Maria finì di preparare le polpette, mise il tegame sul fornello e accese il gas a fuoco moderato, poi si girò verso il marito, appoggiandosi al piano della cucina e prendendo tra le dita la sigaretta dopo aver tirato una boccata.
“Il lungo elenco di cose che non ti vanno bene: tua moglie, il tuo lavoro, questo appartamento, le rate del mutuo, i vicini di pianerottolo, la strada trafficata e rumorosa… tutta la tua vita, insomma. Ciliegina sulla torta: i kebab di Shamir. C’è altro? Anzi, modifico la domanda: c’è qualcosa che ti piace, o che ti è mai piaciuta, nella tua vita?”
Alfonso si alzò e uscì dalla cucina, si infilò la giacca e si avviò verso la porta. “Ci vediamo per cena,” borbottò. Scese le scale del palazzo, uscì in strada e si avviò verso il bar. La strada era trafficata, sul marciapiede camminava un sacco di gente, e tutto quel viavai gli ricordò il viavai di certe strade di certe metropoli americane, di quelle che si vedono nei film, tipo New York, ad esempio. Entrò nel bar e si diresse al flipper, inserì una moneta e il flipper prese vita, dando inizio a una girandola di musichette e lucine intermittenti. Non c’era nessuno, all’interno del bar, mentre fuori alcuni ragazzini se ne stavano senza fare niente e a cazzeggiare a cavallo dei rispettivi motorini. Alfonso rientrò a casa alle sette e mezza, dopo aver dato in pasto al flipper una discreta quantità di monete. Maria era già a tavola.
“Potevi anche aspettarmi,” le disse lui sedendosi a tavola.
“Era pronto, e sai che alle sette la cena è sempre in tavola, saresti potuto tornare in orario.”
“Una volta m’avresti aspettato.”
“Una volta era diverso: ti amavo, così come tu amavi me, e vivere insieme, qui, era bello, era un sogno, non un’agonia come adesso.” Alfonso non replicò e rimase in silenzio per un po’. Attraverso le tende della cucina guardava le finestre illuminate del palazzo di fronte. Immaginava che dietro a quelle finestre ci fossero persone felici, realizzate, contente della propria vita. Sapeva che le probabilità che ci fossero anche relitti umani come lui erano pressoché identiche, ma preferiva pensare che ci fossero solo persone felici. Maria aggiunse: “Domattina ho appuntamento dall’analista, lasciami i soldi prima di uscire.”
“Quante sedute hai fatto, finora?” le chiese Alfonso mentre si versava il vino nel bicchiere.
“Quattro.”
“E hai notato dei miglioramenti?”
“E tu? Tu li hai notati?” Alfonso restò in silenzio. “Eh già, figurati. Cosa te lo chiedo a fare? Alfonso, come abbiamo fatto a ridurci così? Perché dopo soli sette anni di matrimonio non ti frega più niente di me?”
“Potrei farti la stessa domanda.”
“È diverso, sai bene che io ti amo ancora, ma non posso andare avanti a vivere con un uomo a cui non frega più niente di me.”
“Non è vero che non mi frega più niente di te, è che spesso, col passare degli anni, molte cose cambiano.”
“Per me non è cambiato niente. Comunque le sedute dall’analista non mi servono a niente, se vuoi saperlo, ci vado perché in fondo è un diversivo dalla noia quotidiana e perché lì ho almeno qualcuno con cui parlare. Ah, l’ultima volta mi ha detto che ho tendenze suicide.”
“Eh?” fece Alfonso mentre si accendeva la sigaretta del dopo cena.
“Presento qualche indizio che potrebbe farlo sospettare, mi ha detto mercoledì scorso, comunque me lo confermerà con maggiore certezza dopo che avremo fatto un altro po’ di sedute.”

Il cellulare trillò nella tasca destra della sua tuta da lavoro verso le 11 e un quarto. Sul display comparve il numero di Maria e Alfonso si domandò cosa volesse a quell’ora. E poi non era l’orario in cui doveva essere dall’analista? Schiacciò il pulsante di ricezione. “Ehi, cosa c’è?” Con grossa sorpresa, Alfonso si sentì rispondere da una voce maschile.
“Buongiorno, sono un maresciallo dei Carabinieri e mi trovo nel suo appartamento. Dovrebbe venire subito a casa.”
“Perché? Cosa è successo?” disse Alfonso allarmato.
“Mi dispiace dirglielo ma è successa una disgrazia a sua moglie, dovrebbe venire a casa.”
“Oh cazzo…” Alfonso scese giù dal muletto e cominciò a correre verso la macchina, uscì sgommando dalla ditta e corse verso casa, incurante del traffico e dei limiti di velocità. Arrivò dopo 10 minuti e vide una gazzella dei Carabinieri e un’ambulanza davanti al portone del suo palazzo. Un capannello di curiosi si era radunato lì nei pressi e quando lui arrivò le persone si allargarono e lo lasciarono passare. Alfonso si gettò verso le scale e fece di corsa le rampe fino al suo pianerottolo. Arrivò mentre i due operatori dell’ambulanza uscivano mestamente e senza fretta. Sapeva cosa significava tutto ciò e una vampata gelida di dolore cominciò a farsi strada dentro di lui. All’interno trovò il maresciallo che aveva parlato con lui al telefono e un altro appuntato. In terra, un lenzuolo bianco copriva quello che doveva essere il corpo di Maria. Poco distante c’era sul pavimento un coltello da cucina e sangue dappertutto. Il maresciallo bloccò Alfonso, che voleva correre a sollevare il lenzuolo per avere quella conferma di cui sapeva benissimo non esserci bisogno.
“Mi spiace molto,” gli disse il maresciallo mentre continuava a tenerlo bloccato, “sua moglie si è suicidata tagliandosi le vene con uno dei vostri coltelli da cucina.” Alfonso si calmò, si liberò dalla stretta del militare e si mise a sedere sul pavimento della cucina appoggiandosi al muro, poi si prese la testa tra le mani e cominciò a singhiozzare. “Non possiamo toccare il corpo finché non saranno arrivati il medico legale e il magistrato di turno, che ovviamente vorrà farle qualche domanda, quando se la sentirà. Ah, dimenticavo, sopra il ripiano della cucina abbiamo trovato questi.” Il maresciallo diede un pacchetto di Marlboro vuoto ad Alfonso. Al suo interno c’era un foglietto di carta gialla, con scritto a matita un messaggio.

UN SACCO DI VOLTE HO PROMESSO DI SMETTERE DI FUMARE SENZA MAI MANTENERE LA PROMESSA. QUESTA VOLTA L’HO MANTENUTA.
CIAO.
MARIA.

Alfonso rilesse più volte il biglietto, poi lo abbandonò in terra, continuando a singhiozzare.

sabato 2 gennaio 2016

La ragazza col trolley (racconto)

La ragazza col trolley scese finalmente dal treno, era l'unica passeggera a scendere lì. Dopo aver attraversato il sottopasso pedonale arrivò nell'atrio della piccola stazione, poi uscì all'aperto. Erano le nove di una fredda sera di inizio dicembre e in giro non c'era nessuno, tranne il vento, che spazzava via le foglie morte cadute a terra dai platani. Sulla piazzetta antistante alla stazione vide un bar, con i vetri della finestra e della porta d'ingresso appannati per la differenza di temperatura tra l'interno e l'esterno. La ragazza si avviò in quella direzione, entrò e all'apertura della porta un piccolo campanello tintinnò. Il bar era molto piccolo, poco più di uno stanzone, col bancone sul fondo e tre tavolini nel mezzo. In uno di questi una coppia di anziani giocava a ramino. Accanto alla porta un ragazzo levò improvvisamente al cielo un'imprecazione, dopo aver mandato in tilt con uno scossone il flipper con cui stava giocando. Stizzito, indossò quindi il suo giacchetto e il suo berretto rosso e se ne andò sbattendo la porta. La ragazza lo guardò uscire, poi si avvicinò al bancone deserto.
"Scusate, c'è qualcuno qui al banco?" chiese rivolta ai due anziani che giocavano a carte al tavolino.
"Giovanni, c'è gente!" disse ad alta voce uno dei due senza alzare lo sguardo dalle carte. Dal retro, spostando una tenda verde, si affacciò un uomo sulla cinquantina, basso, tarchiato, completamente calvo e con un canovaccio sulla spalla, col quale stava probabilmente pulendo o asciugando qualcosa lì nel retro.
"Cosa prende?" chiese bruscamente l'uomo asciugandosi le mani al canovaccio e abbozzando una specie di sorriso, finto come una banconota da 30 euro.
"Un caffè, grazie." Il barista tarchiato si girò e cominciò ad armeggiare alla macchina del caffè, poi lo servì alla ragazza e le avvicinò il contenitore con le bustine di zucchero. "Per caso è possibile chiamare un taxi da qui?" chiese la ragazza mentre girava il cucchiaino nella tazza del caffè.
"Sì, il telefono è là, nell'angolo, vicino alla porta del bagno."
"Grazie."
"Spero che funzioni ancora," aggiunse lui, "è passato così tanto tempo dall'ultima volta che qualcuno mi ha chiesto di usarlo..."
"Ha ragione," replicò la ragazza, "ma non posso fare diversamente: temo di aver fuso la batteria del mio cellulare." La ragazza bevve il caffè e andò a telefonare al taxi, poi tornò al banco e pagò il barista, lo salutò e si avviò verso la porta, quindi uscì richiudendola dietro di sé. Si trovò così fuori, sul marciapiede, in balìa del vento freddo di dicembre. Dentro, il giocatore di carte che poco prima aveva chiamato il barista nel retro alzò lo sguardo.
"Non avresti dovuto lasciarla andare," gli disse, "è buio già da molte ore."
"Va' al diavolo!" disse il barista. "Cosa avrei dovuto dirle? 'Oh, signorina, è meglio che non se ne vada in giro da sola in questo cazzo di paese perché potrebbe essere pericoloso'? E poi sta arrivando il taxi a prenderla, quindi..."
"Non verrà nessun taxi, lo sai benissimo." Il barista tarchiato sparì nel retro senza replicare. La ragazza, fuori dal bar, dopo una lotta impari tra il suo accendino e il vento riuscì infine ad accendersi una sigaretta, mentre aspettava, inutilmente, che arrivasse il taxi. Dopo un po', spazientita, pensò di tornare dentro per richiamarlo, oppure per chiedere al barista come mai il taxi non arrivasse, poi decise di lasciar perdere: in qualche modo sentiva che quella sera non sarebbe arrivato nessun taxi. Gettò via il mozzicone della seconda sigaretta, alzò il manico del suo trolley e fece per incamminarsi. Al diavolo il taxi! pensò.
"Sai, non credo sia una buona idea." La ragazza trasalì. Si guardò intorno ma non vide nessuno. Poi, illuminata dalla luce fioca del lampione, vide palesarsi lentamente la sagoma di qualcuno. Era un tizio con indosso un giacchetto e un berretto rosso; la ragazza realizzò immediatamente chi fosse.
"Ehi, ma tu sei il ragazzo che poco fa giocava a flipper dentro al bar."
"Sì, sono io," disse lui sollevando la visiera del suo berretto rosso. La ragazza lo guardò e calcolò che avrebbe dovuto avere grosso modo una trentina d'anni. Poco prima, nel bar, non l'aveva osservato bene, ma adesso che se lo trovava di fronte concluse che si trattava di un bel ragazzo.
"Spaventare le ragazze di notte è il tuo hobby?" gli chiese, sorridendo.
"Scusa, non ti volevo spaventare, volevo solo metterti in guardia."
"Ah, sì? E in guardia da cosa?"
"Beh, è difficile da spiegare, ma non è salutare andare in giro soli, la notte, qui."
"Senti," gli disse la ragazza, "che ne dici se prima di spiegarmi che pericolo io stia correndo ci presentassimo? Io mi chiamo Marika."
"Io Marco." I due si strinsero la mano e si sorrisero. "Visto che, come dici tu, andare in giro di notte in questo paese non è salutare, che ne diresti di accompagnarmi?" Il ragazzo rimase un attimo perplesso.
"Perché no?" disse infine, sorridendo, e i due si incamminarono assieme.
"Dove sei diretta?" le chiese lui. "Cerco l'abitazione di un signore che abita in via... aspetta un attimo, ci guardo, non ricordo più." La ragazza tirò fuori un biglietto bianco da una tasca del cappotto, facendo attenzione che il vento non glielo strappasse dalle mani, poi lo lesse. "Ecco qua: via Nazario Sauro, 43. Ho parlato per telefono col signore che abita in questa casa e mi ha detto che è la decima traversa sulla destra del viale della stazione, dalla piazzetta sono meno di due chilometri. Se almeno fosse arrivato quel maledetto taxi." Marco la guardò. Un velo di disagio, misto a preoccupazione (o forse era timore?) gli ammantò il volto. Marika se ne accorse.
"Cosa c'è, Marco?"
"C'è... che qui non esiste alcuna via con quel nome." La ragazza lo guardò stupita.
"Quindi il tizio con cui ho parlato mi ha presa in giro? Ma che significa?"
"Marika, io non so con chi (o cosa, avrebbe voluto dirle) tu abbia parlato, ma quella via non esiste e non esiste neppure quel numero civico, e..."
"...e?"
"...probabilmente non esiste neppure quell'uomo."
"Ascolta, è la prima volta che vengo qui, non conosco questo paese e non conosco nessuno, e adesso che sono arrivata mi dici che la via in cui dovevo andare non esiste e che il tipo con cui ho parlato al telefono sarebbe una specie di fantasma. E ho l'impressione che tu sappia il perché di tutto ciò ma non me lo voglia raccontare. Forse ho diritto a una spiegazione, non credi?" Il ragazzo la guardò.
"Se te lo spiegassi non ci crederesti. Io so solo che tu te ne devi andare da questo posto, e lo dico per te." La ragazza si fermò. Il viale della stazione era un turbinio di foglie e vento, e la fioca luce dei lampioni danzava assieme ai rami dei platani che punteggiavano il viale. Anche Marco si fermò. Marika si guardò intorno, si fece guardinga, attenta, con tutti i sensi all'erta. Non era sola, lì, c'era Marco con lei, ma si rese conto di non sapere niente di lui, non sapeva chi fosse realmente. Prese improvvisamente coscienza di questo e provò un forte senso di disagio. Poi accadde qualcosa di strano e incredibile. Il terreno si mosse, fu come una specie di vibrazione, e Marika ebbe come l'impressione di trovarsi sul dorso di uno strano animale preistorico che si stesse alzando. A quel pensiero sorrise, divertita. Ma il divertimento momentaneo cedette immediatamente il posto alla paura, una paura vera, istintiva, forte, quella che nasce ogni volta che ci si trova di fronte a qualcosa di sconosciuto. Il terreno continuava a vibrare e, dal fondo del viale, Marika vide nascere dal niente una luce grande, bianca, molto forte, che avanzava verso di loro, velocemente. Mano a mano che la luce avanzava, inglobava come un incendio tutto ciò che incontrava: macchine parcheggiate, lampioni, alberi, foglie. Marco scosse la ragazza, ancora frastornata e impossibilitata a muoversi a causa dello spettacolo a cui stava assistendo.
“Corri, dobbiamo andarcene da qui!” le gridò strattonandola per un braccio. Marika si svegliò da quella specie di trance e cominciò a correre con lui. Poi rallentò.
“Aspetta, il mio trolley...”
“Ma che cavolo dici? Lascia perdere il trolley e corri, Cristo...” I due ripresero la corsa, tornando indietro verso la stazione. Il terreno continuava a vibrare, a muoversi, e la luce bianca li rincorreva, inesorabile, inghiottendo tutto ciò che trovava sul suo cammino. Marika si chiese cosa ci fosse là dentro, che fine facessero le cose che ne venivano inghiottite, poi decise che non le interessava e che non aveva alcuna intenzione di scoprirlo. All'improvviso inciampò in qualcosa e cadde a terra. Marco si fermò, le prese di nuovo il braccio e le urlò di alzarsi e ricominciare a correre. La luce era sempre più vicina. All'improvviso due fari spuntarono sulla strada, dalla parte opposta: una macchina veniva a tutta velocità verso di loro. Accostò sgommando e il guidatore, dal finestrino aperto, urlò a loro di salire. Marco e Marika aprirono la portiera posteriore e si tuffarono dentro, e la macchina ripartì a tutto gas invertendo il senso di marcia.
“Non sono mai stato così contento di vederti, Giovanni,” disse Marco al barista, il quale spingeva la macchina a tutta velocità lungo il viale deserto. “Cosa facciamo adesso? Dove andiamo?” chiese Marco mentre abbracciava a sé la ragazza, silenziosa e ancora frastornata da ciò che stava succedendo.
“Non lo so, ma dobbiamo cercare di uscire dal paese senza farci investire dalla luce.” Arrivarono alla piazzetta antistante alla stazione. Giovanni fermò un attimo la macchina e pensò mentalmente alla strada più breve da percorrere per uscire dal paese, dove sarebbero stati in salvo. Ripartì con una sgommata in direzione della circonvallazione, ignorando incroci, semafori (spenti), attraversamenti pedonali e tutto il resto, perché sapeva benissimo che in giro non ci sarebbe comunque stato nessuno. Dopo cinque minuti i tre riuscirono infine ad imboccare la circonvallazione, mentre il vento e il movimento del terreno aumentavano, procurando grosse difficoltà a Giovanni nel tenere in strada la macchina. Il confine, e quindi la salvezza, erano ormai a portata di mano, o almeno così credeva Giovanni, ma le cose, si sa, non sempre vanno come si vorrebbe che andassero. Un muro di luce bianca si presentò infatti improvvisamente, come sbucato dal nulla, davanti alla vettura. I tre ci finirono dentro. Marika urlò, mentre Marco continuava a tenerla abbracciata e Giovanni abbandonava il volante chiudendosi il volto nelle braccia. Tutto finì in un attimo.

* * *

“Papà, guarda, c'è una valigia,” disse il bambino al padre. I due si fermarono.
“Non è una valigia,” disse l'uomo al bambino, “è un trolley. Chissà come mai si trova qui, in mezzo al viale?”
“Forse è stato perso da qualcuno,” ipotizzò il bimbo.
“Mmh... mi sembra difficile,” disse l'uomo, “probabilmente è stato abbandonato nella notte da qualcuno.”
“Lo apriamo per vedere cosa contiene?” chiese incuriosito il bambino.
“No, non è roba nostra, e sicuramente sarà vuoto. Se è stato lasciato qui, si vede che al proprietario non serviva più.”

mercoledì 29 aprile 2015

Il profumo del ciclamino

"Potrebbe andare un po' più veloce? Ho paura di non riuscire a prendere il treno."
"Ah, guardi, io posso pure provare ad accelerare, o fare qualche acrobazia tra le macchine e i pedoni," disse il tassista, un po' seccato, guardando Marco nello specchietto retrovisore, "ma siamo a Rimini, e sono le sette e trenta del mattino, non è esattamente la fascia oraria in cui le strade sono deserte ed è possibile spingere un po' di più sull'acceleratore. Se magari mi avesse chiamato prima..."
Marco non rispose. Sapeva che la ragione era dalla parte del tassista, e quindi perché insistere, col rischio magari di andarsi a infilare in un battibecco che avrebbe potuto indispettirlo più di quanto non fosse già? E se poi avesse rallentato di proposito, magari per dispetto? Un autista di taxi a cui girano le scatole potrebbe essere capace anche di questo, pensò Marco. Guardò l'orologio. Il tassista, effettivamente, ci stava dando dentro e Marco, un po' più tranquillizzato, calcolò mentalmente che senza imprevisti sarebbe arrivato in stazione in tempo, forse anche qualche minuto prima. Così fu. Scese di corsa dall'auto, allungò una carta da 20 euro al tassista, lo ringraziò e gli disse di tenersi i tre euro che gli spettavano di resto. Non riuscì a comprendere perché gli avesse lasciato quei tre euro, poi pensò che forse l'aveva fatto perché si era ricordato di averlo visto fare un sacco di volte nei film.
Lo salutò e si avviò a grandi passi verso l'entrata della stazione, con in mano la sua ventiquattrore. Era il suo primo viaggio di lavoro, quello, e una certa trepidazione aveva cominciato ad assalirlo fin dal giorno prima. Resistette alla tentazione di fermarsi al bar per un caffé - aveva già consumato a casa la colazione, premurosamente preparata da sua moglie Francesca - e si diresse al terzo binario. Il treno che l'avrebbe portato a Bologna era già lì e sarebbe partito entro pochi minuti. Il vagone su cui salì non era molto affollato e molti scompartimenti erano liberi o occupati da una o due persone. Non aveva voglia di convenevoli, e, in più, la prospettiva di sorbirsi un'ora di treno sopportando le eventuali chiacchiere di compagni di viaggio eccessivamente petulanti, lo convinse a scegliere uno scompartimento deserto. Entrò, chiuse la porta, appoggiò la sua ventiquattrore nell'apposito alloggiamento, sopra la sua testa, e si sedette. Poi udì un fischio e il treno si mosse.
La giornata era molto bella, c'era il sole e la temperatura era gradevole, tipicamente primaverile. Scostò le tendine del finestrino e guardò fuori. L'intreccio caotico dei binari, tipico delle stazioni ferroviarie, si andava esaurendo mano a mano che il treno guadagnava l'uscita della stazione. Vide passare, in successione, il grattacielo di Rimini, il portocanale sotto di lui, poi il ponte sul deviatore Marecchia. Pensò che Rimini, la sua Rimini, era una città stupenda, caotica come l'inferno ma stupenda. Pensò anche che, con un po' di fortuna, sarebbe arrivato a Bologna restando l'unico occupante di quello scompartimento.
Sì alzò, aprì la sua ventiquattrore e tirò fuori Tragedia in tre atti, l'unico libro di Agatha Christie che ancora non aveva letto. Adorava i gialli e adorava Agatha Christie. Le pagine scorrevano veloci e lui vi si immerse, trasferendosi, quasi anima e corpo, dallo scompartimento di quel treno al salone in cui si teneva il ricevimento fatale, quello dove trovò la morte il pastore protestante protagonista del giallo.
"Pensa di riuscire a leggerlo tutto prima di arrivare a Bologna?" Marcò alzò gli occhi per capire chi avesse parlato e da dove venisse quella voce che lo stava riportando dal salone dell'omicidio allo scompartimento del treno. "Sta... dicendo a me?" balbettò, rendendosi conto che il ritorno alla realtà si stava rivelando una faccenda più lunga e difficile del previsto.
"Beh, suppongo di sì, anche in considerazione del fatto che non vedo altre persone, qui." L'operazione rientro sulla Terra alla fine si concluse, e Marco vide seduta, di fronte a sé, una giovane donna che lo fissava, ovviamente attendendo una risposta. "Cercavo uno scompartimento vuoto e non l'ho trovato," riprese la donna, "e allora mi sono infilata qui. Spero di non esserle di disturbo."
"No, si figuri, nessun disturbo," mentì spudoratamente Marco, "anzi, speravo proprio che venisse qualcuno a farmi compagnia."
"Sa che lei non è affatto bravo a mentire?" disse sorridendo la donna. "non finga, su," riprese, "lo capirebbe anche un cieco che lei sperava di arrivare a Bologna senza essere disturbato da nessuno."
"E come sa che io sono diretto a Bologna?"
"Questo treno fa capolinea là, e visto che abbiamo già superato Faenza, ho pensato che ci fossero buone probabilità che là lei fosse diretto." Marco guardò la donna che gli aveva appena dato la seconda stoccata nel giro di un minuto. Era vestita in modo semplice e pratico: scarpe da tennis, jeans e camicia. Niente di vistoso o elaborato o raffinato. Aveva lunghi capelli biondi, legati con una coda. Sul viso solo un accenno leggero di trucco, anche lì niente di vistoso, giudicò che dovesse avere grossomodo una trentina d'anni. "Sì, effettivamete sono diretto a Bologna," riuscì infine a dire. "E lei, invece?"
"Anche io a Bologna, vado a trovare un'amica che non vedo da molto tempo. Ah, dimenticavo, il mio nome è Anna," disse la giovane donna alzandosi in piedi e tendendo la mano a Marco. Questi si alzò a sua volta, e le tese la sua. "Io sono Marco: piacere." Restarono un attimo in piedi, guardandosi negli occhi. In quei pochi istanti lui sentì il suo profumo. Non sapeva dire di che tipo fosse, riuscì solo a sentire una fragranza che gli ricordava il ciclamino. Erano ancora in piedi. Anna continuava a fissarlo, la mano ancora nella sua mano. Poi lei avvicinò il suo viso. Successe tutto in un istante, ma a Marco sembrò un istante lunghissimo. Lei appoggiò le sue labbra su quelle di lui. Marco si ritrasse, istintivamente, ma lei lo trattenne a sé. Alla fine lui sentì cedere ogni resistenza, fisica e morale. Ricambiò il suo bacio, con impeto, appassionatamente, senza più nessun freno, nessuna inibizione, niente. Mentre la baciava pensò che tutto il resto non esisteva, il mondo finiva dove finiva quello scompartimento, il mondo era solo lì dentro.
All'improvviso sentì muoversi qualcosa, sembrava una vibrazione, come se qualcuno lo stesse afferrando per la spalla... "Scusi se l'ho disturbata, mi mostra il suo biglietto?" Marco aprì gli occhi, sollevò il capo. Era seduto. Era solo. Nello scompartimento non c'era nessuno, a parte il controllore che voleva vedere il biglietto. Il libro di Agatha Christie era per terra, rovesciato. Si rese conto di essersi addormentato, e di aver sognato. Anna non c'era più, non c'era mai stata, era stato solo un sogno. Tirò fuori il biglietto e glielo mostrò con noncuranza, mista a fastidio e delusione.
"C'è qualcosa che non va?" chiese il controllore, guardandolo, "mi pare abbia un'espressione strana..." Marco lo guardò a sua volta. "Eh? No, no, va tutto bene... è solo che... quanto manca a Bologna?"
"Una decina di minuti, siamo quasi arrivati."
"Ho capito. Grazie mille," disse Marco sforzandosi di sorridergli.
"Di nulla. Arrivederci," lo salutò il controllore toccandosi il cappello. Fece per richiudere la porta dello scompartimento. Poi si fermò e si riaffacciò all'interno. "Sì?" chiese Marco. "Scusi se glielo chiedo," fece il controllore, "ma anche lei avverte un leggero profumo di ciclamino?"

Senza bussola

Ho letto frettolosamente qualcosa sulla manifestazione sovranista di ieri a Milano, dove sembra ci fossero più organizzatori che manifestan...