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mercoledì 4 settembre 2019

Bolle di Ignoranza: Premonitions (2015)

Seconda "recensione" ignorante di un film beccato per caso durante la vacanza sul Lake District. La struttura del post sarà un po' atipica per questa rubrica, perché lì per lì pensavo avrei avuto molto da dire sul film ma è vero che per buona parte di esso l'ho seguito con un occhio sullo schermo e un altro all'organizzazione della giornata successiva, quindi mi sarò sicuramente persa dei passaggi e, insomma, mi sembrava poco corretto proseguire normalmente. Ma bando alle ciance, ecco a voi Premonitions (Solace), diretto nel 2015 da Afonso Poyart.


Trama: l'ispettore Joe Merrywether chiede aiuto all'ex detective John Clancy, dotato di poteri psichici, per scovare ed arrestare un pericoloso serial killer...


All'epoca dell'uscita di Premonitions avevo vagamente avuto sentore che il genere potesse interessarmi ma alla fine o non era uscito a Savona o c'erano altri film da vedere oppure avevo letto recensioni tiepidissime che mi avevano fatta desistere. Effettivamente, Premonitions non è un film da vedere a tutti i costi, eh. Intanto succede una cosa bruttissima quasi all'inizio che, mannaggiallamorte, mi ero messa a guardare il film per UN motivo e quel motivo è venuto meno dopo nemmeno mezz'oretta, poi c'è almeno un personaggio inutile, quello interpretato da Abbie Cornish, mero oggetto del contendere di due persone dotate di poteri speciali e una diversa visione del mondo. E poi, beh... poi c'è l'idea scellerata che sta alla base di Premonitions, ovvero quella di farlo nascere come SEQUEL (gesù) di Se7en e si vede dal modo in cui il villain del film (introdotto, come già accadeva nel film di Fincher, ben oltre metà pellicola) si ingegna per portare al lato oscuro il povero Anthony Hopkins in virtù di desideri autodistruttivi che partono da un presupposto condivisibile portato avanti nella peggiore delle maniere: ci sta che qualcuno, mosso da manie di grandezza, decida di porre fine alla sofferenza dei malati terminali, ma perché Cristo lo devi fare con metodi da serial killer, quando basterebbe chiedere alle persone in questione che magari, in maniera dolce e tranquilla, vorrebbero anche una mano a suicidarsi nel momento di massimo dolore? Invece i due protagonisti si parlano addosso per ore, facendo a gara a chi è più fico e intelligente, tra una visione e l'altra di futuri possibili e disastrosi (ecco, si vede che Afonso Poyart ci teneva molto a far vedere di essere bravo e visionario vista la cura messa in ognuno dei flash di chiaroveggenza mostrati nel film, peccato che ci metta anche troppo impegno e a tratti pare di guardare un video fighetto girato negli anni '90) e le espressioni intense di chi sa ma vorrebbe non sapere oppure non sa e gli girano le balle. Alla fine, per come l'ho visto io, direi comunque che il film intrattiene ma, anche ad una visione distratta, mi è parso che qualcosa non andasse quindi non so cosa sarebbe uscito fuori in questo post se lo avessi guardato con attenzione. Probabilmente lo avrei stroncato, così invece direi che per una serata di thriller disimpegnati possa anche andare bene... peccato per il cast, ché una volta i film con Anthony Hopkins non si potevano liquidare in questa maniera vile ed ignorante.


Di Anthony Hopkins (John Clancy), Jeffrey Dean Morgan (Joe Merriwether), Abbie Cornish (Katherine Cowles) e Colin Farrell (Charles Ambrose) ho già parlato ai rispettivi link.

Afonso Poyart è il regista della pellicola. Brasiliano, ha diretto altri due film a me sconosciuti, tra cui Il più forte del mondo. Anche produttore, sceneggiatore e attore, ha 40 anni.


Premonitions avrebbe dovuto essere il seguito di Se7en, con Morgan Freeman nuovamente nei panni del Detective Somerset MA con poteri psichici. Ovviamente, David Fincher ha rispedito l'idea al mittente e il film è diventato un'opera a sé stante; a un certo punto si pensava che il film avrebbe potuto essere diretto da Shekhar Kapur, con Bruce Willis come protagonista, ma anche lì, nulla di fatto. Comunque, a questi punti vi consiglio il recupero di Se7en, se non altro guarderete un bel film! ENJOY!

martedì 16 gennaio 2018

Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017)

Fresco di quattro Golden Globe (Miglior Film Drammatico, Miglior Sceneggiatura, Frances McDormand Miglior Attrice Protagonista per un film drammatico, Sam Rockwell Miglior Attore Non Protagonista) è arrivato anche a Savona Tre manifesti a Ebbing, Missouri (Three Billboards Outside Ebbing, Missouri), scritto e diretto dal regista Martin McDonagh. Vediamo se mi ha colpita com'è successo con la stampa estera!


Trama: Mildred, madre di una ragazza stuprata mentre veniva uccisa dai suoi aguzzini, decide di affittare tre enormi cartelloni pubblicitari appena fuori Ebbing, la città dove vive, per dare una scossa al sonnolento corpo di polizia...



Se c'è una cosa che mi ha colpita enormemente guardando Tre Manifesti a Ebbing, Missouri (che, per comodità, da qui in poi chiamerò solo "Tre manifesti") è la capacità di Frances McDormand di comunicare tutta la rabbia, il dolore e l'umanità del suo personaggio alzando semplicemente un sopracciglio e stringendo le labbra in una fessura sottilissima. Il volto segnato dell'attrice, che ho imparato ad amare già ai tempi di Fargo, qui diventa la granitica rappresentazione di una donna che ha deciso di non fermarsi davanti a nulla pur di consegnare alla giustizia l'assassino (o gli assassini) della figlia o, meglio, di spingere la polizia a fare il proprio lavoro e dare una svegliata agli agenti mangiaciambelle. Mildred è una spietata macchina di caos, una madre incazzata che non accetta né la mancanza di prove, né il fatto che le indagini siano arrivate ad un punto morto dopo meno di un anno e come si può pensare di darle torto, di spingerla ad arrendersi perché "queste sono le leggi e non ci si può fare niente"? La sua protesta silenziosa ma implacabile, la decisione di dire le cose come stanno e scriverle sulla stessa strada dov'è morta la figlia a caratteri cubitali è comprensibile e, verrebbe da dire, è anche poco rispetto a quello che il suo dolore potrebbe spingerla a fare... però è abbastanza per sconvolgere gli equilibri di una piccola cittadina di provincia dove tutti si conoscono e dove non è facile per gli abitanti simpatizzare con una donna conosciuta per essere "peculiare", nonostante quello che le è capitato. Le parole di Mildred toccano personalmente lo sceriffo, figura di riferimento per tutti i cittadini, uomo integerrimo con un terribile segreto, e le persone bene di Ebbing ci mettono un secondo a trasformare la madre a cui hanno ucciso la figlia in una matta da ostacolare a tutti i costi, talvolta da minacciare, e la cosa assurda di Tre manifesti è la plausibilità di questo voltafaccia, avvallato dall'ignoranza gretta di poliziotti incompetenti e compaesani che magari non hanno mai sopportato né Mildred né la figlia Angela (la quale, non a caso, è finita nel dimenticatoio dopo pochi mesi). Non è un caso che gli unici alleati di Mildred, abitante di una cittadina ubicata in uno Stato di frontiera dove il razzismo è ben lungi dall'essere stato sradicato, siano i "freak" del paese o i diversi: messicani, neri, nani, gli unici a sostenere la donna fino all'ultimo sono loro, quasi la guerra di Mildred fosse una guerra dei reietti contro il potere costituito, quando invece la donna pensa (egoisticamente ma comprensibilmente) solo a sé stessa, senza regalare mai un sorriso o un gesto di conforto ai suoi aiutanti ma, anzi, andando avanti come uno schiacciasassi alla faccia di tutto quello che possa capitare a loro, alla sua famiglia, al figlio superstite.


Quella di Tre manifesti è una storia drammatica, eppure nel corso della pellicola si ride. E' un riso amaro, di cui ci si vergogna, perché si ride non coi personaggi (forse solo con lo sceriffo, nonostante la meschinità del suo tragico gesto di "vendetta") bensì DEI personaggi, peccando della stessa cecità degli abitanti di Ebbing. Si prenda ad esempio l'agente Dixon, interpretato da un Sam Rockwell a dir poco magistrale. Non mi è mai capitato di trovare sullo schermo un personaggio da odiare un minuto prima, per il quale provare un'immensa pietà quello dopo, fino ad arrivare a volergli bene anche se è scemo, un po' come fa lo sceriffo. Questa, se vogliamo, è la vera magia di sceneggiatura che ho avvertito guardando Tre manifesti, una pellicola che per altri motivi non mi ha convinta fino in fondo, troppo "superficiale" in alcuni punti (ma davvero un poliziotto può mandare all'ospedale un cittadino e farsi impunemente i fatti propri, persino nell'America di provincia Trumpiana? A che pro intimorire una persona se con la faccenda non si ha nulla a che fare, giusto per introdurre un "cattivo" più cattivo?) e melodrammatica in altri (sottolineare il senso di colpa di Mildred era necessario ma lo scambio di battute con la figlia l'ho trovato gratuito e agghiacciante), ma sicuramente in grado di definire personaggi sfaccettati e, come del resto accadeva già in In Bruges, impossibili da definire come positivi o negativi. La crociata di Mildred, l'ossessione per quei tre cartelloni rossi come il sangue e il fuoco, è giusta? Sì, assolutamente, soprattutto se la figlia è stata dimenticata. Ma anche no, perché "la violenza genera altra violenza" e bisogna pensare anche, e soprattutto, a chi rimane in vita. L'atteggiamento dello sceriffo è condivisibile? Sì, poveraccio, cosa ci si può fare se non esistono indizi? Ma a mettersi nei panni di Mildred verrebbe anche voglia di prenderlo a schiaffi. Dixon è deprecabile? Assolutamente sì ma le persone possono cambiare, anche gli imbecilli che non hanno ragione di esistere nel corpo di polizia, perché forse bastano una parola o un gesto gentili per stimolare anche i cervelli più bacati. Tre manifesti ha la lucidità di raccontare una storia tremenda, grottesca e sfaccettata come la realtà, una storia che non necessita di happy ending né di una conclusione definitiva, perché la vita non è mai lineare come viene dipinta nei film... e stavolta, anche la "quadratura" di In Bruges, lungi dall'essere risolutiva, porta a delusione e ulteriore perdita di speranza. Forse. Tra i tanti "dubbi" rimasti sul finale, c'è perlomeno la certezza di un cast di una potenza unica (a Woody Harrelson una nomination e un Oscar quando diavolo glieli diamo?) e della bravura di Martin McDonagh non solo come regista (il modo in cui si scopre il contenuto dei tre cartelli è angosciante, l'utilizzo di Chiquitita in una delle scene più tristi e grottescamente divertenti da standing ovation) ma soprattutto come scrittore di dialoghi, al punto che parecchie battute hanno rischiato di strapparmi l'applauso solitario nella sala affollata oltre a un paio di risate di cuore. Proprio lì', per inciso, rimarrà Tre manifesti, film a cui vorrò sempre bene anche in assenza di un colpo di fulmine vero e proprio.


Del regista e sceneggiatore Martin McDonagh ho già parlato QUI. Frances McDormand (Mildred), Caleb Landry Jones (Red Wilby), Sam Rockwell (Dixon), Woody Harrelson (Willoughby), Abbie Cornish (Anne), Lucas Hedges (Robbie), Zeljko Ivanek (Agente addetto alle comunicazioni col pubblico), Peter Dinklage (James) e Samara Weaving (Penelope) li trovate invece ai rispettivi link.

Kerry Condon interpreta Pamela. Irlandese, ha partecipato a film come This Must Be the Place, Dom Hemingway e a serie quali The Walking Dead, inoltre ha prestato la voce all'intelligenza artificiale Friday nei film Avengers: Age of Ultron, Captain America: Civil War e Spider-Man: Homecoming. Ha 35 anni e tre film in uscita.


John Hawkes interpreta Charlie. Americano, lo ricordo per film come Scuola di polizia, Scary Movie, Freaked - Sgorbi, Dal tramonto all'alba, Rush Hour - Due mine vaganti, Incubo finale, Identità, Miami Vice, Contagion e Lincoln, inoltre ha partecipato a serie quali Millenium, Nash Bridges, ER Medici in prima linea, Buffy l'ammazzavampiri, Più forte ragazzi, X-Files, 24, Taken, CSI, Monk e Lost. Anche musicista e produttore, ha 58 anni e tre film in uscita.


Il musetto antipatico di Kathryn Newton, che compare in un flashback nei panni di Angela, è destinato a diventare ricorrente in TV (è l'odiosa Amy del Piccole Donne prodotto dalla BBC, una splendida miniserie che vi consiglio di recuperare) e al cinema (è tra le protagoniste dell'imminente Lady Bird). Detto questo, se Tre manifesti a Ebbing, Missouri, vi fosse piaciuto, recuperate In Bruges - La coscienza dell'assassino e Fargo. ENJOY!

martedì 6 maggio 2014

Bolle di ignoranza: Elizabeth: The Golden Age (2007)

Direttamente dalla pioggia parigina, che almeno una sera mi ha bloccata in appartamento, torna la rubrica Bolle di ignoranza, dove si parla di film che mi è capitato di vedere già iniziati, magari distrattamente, impossibili quindi da recensire, perché sarebbe come farlo senza sapere una mazza, da cui l'ignoranza del titolo. Le particolarità di questi post sono trama abbozzata, un paragrafo di commento e niente approfondimenti finali: in questo caso, l'ignoranza è derivata dall'aver visto Elizabeth: The Golden Age, diretto nel 2007 dal regista Shekhar Kapur, anni dopo la visione di  Elizabeth e, per di più, in francese, lingua alla quale sono ormai poco avvezza. ENJOY!


Trama: come si evince dal titolo, si parla di Elizabeth e della golden age, quella in cui la Regina sconfisse nientemeno che l'invincibile armada spagnola...


Ah, la bellezza di vedere un film capendo i dialoghi per metà e con l'ausilio di Wikipedia per contestualizzare eventi e personaggi realmente vissuti! Questo, ahimé, è stato il modo in cui ho guardato Elizabeth: The Golden Age, film che mi rimarrà comunque impresso, che consiglio e che, molto probabilmente, riguarderò per un paio di motivi. In primis, Cate Blanchett è favolosa anche doppiata in lingua franzosa, una Regina all'apice del potere ma tremendamente sola, ormai invecchiata, lontana dalla beltade di gioventù e interamente consacrata a una Nazione di cui è regnante, sposa e madre. A rendere ancora più maestosa questa grandissima attrice ci sono dei costumi che sono la fine del mondo, sfarzosissimi, coloratissimi e splendidi, ce n'è uno diverso praticamente per ogni scena e per ogni cambio di umore della sovrana, uno spettacolo! Gnegna e banalotta invece, per quel che mi è stato dato di capire, la liaison tra il bel Walter Raileigh di Clive Owen e la Bess di Abbie Cornish (Un avventuriero che sposa una tizia messa incinta praticamente per caso? Ma in quale universo??? Ahimé, questo feuilletton era tuttavia necessario ai fini della trama e funzionale ad una sfuriata regale che purtroppamente ho perso durante la pausa doccia!) mentre l'attore che interpreta Re Filippo II di Spagna, a cui sembra abbiano infilato un bastone nel didietro, è francamente imbarazzante. A parer mio, questi sono gli unici nei di una pellicola che mi è sembrata diretta e recitata benissimo, zeppa di guest star e immagini in grado di lasciare a bocca aperta, soprattutto sul finale. Prima o poi ri-recupererò anche Elizabeth (mi è venuta voglia e poi c'è Vincenzo Cassola, mica pizza e fichi!!) e riguarderò Elizabeth: The Golden Age, chissà che non riesca a farmi un bell'afterhour totale... magari dopo essermi un po' riletta i libri di storia giusto per non arrivare totalmente impreparata come stavolta!!

lunedì 18 aprile 2011

Limitless (2011)

Speravo di poter andare a vedere Scream 4 durante la prima settimana di uscita, ma siccome dalle mie parti hanno preferito sacrificarlo per fare spazio a quella vacca di Bélen e al suo ridicolo film, ho dovuto sopperire con Limitless, del regista Neil Burger, rimanendone per fortuna soddisfatta.


Trama: Eddie è uno scrittore in piena crisi creativa che, un giorno, incontra il suo ex cognato che gli offre in prova una pastiglietta dalle peculiari proprietà. Una volta assunta, infatti, il cervello di Eddie comincia ad usare tutte le sue funzioni, anche quelle più nascoste, rendendolo intelligentissimo, attivo, intuitivo, quasi superumano, consentendogli così di mettere a posto la sua vita e diventare anche un mago della finanza. Passato il primo momento di esaltazione, però, Eddie scoprirà che ogni droga ha le sue controindicazioni…


Esistesse una pillola così! Come da titolo, il film ci mostra l’esaltante vita di un uomo mediocre che, d’improvviso, non trova più limiti alle sue possibilità e sfrutta le sue nuove qualità per crearsi un’esistenza migliore, almeno in apparenza. Detta così sembrerebbe tutta rose e fiori, ma il bello di Limitless è che ci mostra soprattutto cosa significa vivere senza limiti, per noi e per gli altri. Davanti ad una persona in grado di capire e fare qualunque cosa l’uomo comune non può che chinare il capo e subire, mentre coloro che usano la pastiglia rischiano di non accontentarsi di pensare in piccolo, ma di volere sempre di più, senza fermarsi mai. Nonostante tutto questo, gli sceneggiatori comunque riescono a rendere il protagonista decisamente simpatico agli occhi dello spettatore, molto umano e vicino all’”uomo medio”, tanto che ci sentiamo felici del suo successo e cominciamo a preoccuparci quando le cose iniziano a sfuggirgli di mano… e come sfuggono!


Limitless infatti non lascia un attimo di respiro, a cominciare dai titoli di testa, che sono una panoramica in soggettiva di tutta la città, qualcosa che lascia con un senso di nausea non da poco e che rende proprio l’idea della mente che “si espande” a velocità pazzesca, senza lasciarci quasi il tempo di capire cosa stia succedendo. Dopo un’interessante introduzione che ci mostra (in retrospettiva, visto che il film inizia in medias res e quello che vediamo è un lungo flashback) le mille potenzialità del farmaco delle meraviglie, infatti, comincia la parte thriller del film dove, tra crisi di astinenza, uomini misteriosi e criminali da quattro soldi che ovviamente vorrebbero impossessarsi del farmaco, omicidi inspiegabili e squali dell’alta finanza, il mondo di Eddie e ogni certezza dello spettatore vengono mandati completamente in frantumi, lasciando un senso di inquietudine, suspance e paranoia che tengono letteralmente inchiodati alla poltrona, così che l’ora e mezza di film sembra quasi volare. Intendiamoci, Limitless non è una di quelle pellicole tutte mistero ed azione ma prive di cuore. Paradossalmente, la morale del film ce la offre proprio quello che si rivela essere il “villain”, interpretato dal sempre meraviglioso Robert De Niro: quale valore hanno i parvenu che hanno avuto successo nella vita perché si sono trovati la pappa pronta, aiutati semplicemente dalla fortuna? Non è meglio combattere, imparare dalle esperienze, migliorare grazie ai fallimenti? Lascio a voi scoprire se Eddie farà sua questa lezione oppure no, ovviamente.


Passando ad aspetti più tecnici, il regista si affida alla computer graphic e a qualche effetto speciale per mostrare come “cambia” la percezione del mondo esterno prima e dopo l’uso della pillola miracolosa (contorni sfocati, colori più vivi, numeri e lettere che si accumulano nel campo visivo, ma nulla che possa infastidire lo spettatore, per fortuna!) ma per il resto la regia è dinamica, solida e assai classica, molto piacevole. Gli attori sono tutti molto bravi, a cominciare ovviamente da Bradley Cooper che convince sia nei panni dello “streppone” che in quelli dello sfacciato genietto della finanza, per concludere con Robert De Niro che, nonostante appaia poco, lascia comunque il segno, da grande attore qual è. Se dovessi proprio trovare una pecca al film direi che l’eccessiva facilità con cui il protagonista si districa da un paio di situazioni spinose sa tanto di “deus ex machina” da quattro soldi… ma la cosa non mi impedisce di dare un bel voto positivo a Limitless e di consigliarlo spassionatamente.


Di Bradley Cooper, che interpreta Eddie, ho già parlato qui. Al suo posto avrebbe dovuto esserci Shia LaBoeuf come protagonista, ma io sono molto più contenta così; tra i film futuri del bellissimo attore segnalo la probabile partecipazione al remake de Il Corvo. Di Abbie Cornish, che interpreta la fidanzata di Eddie, Lindie, ho già parlato qua.

Neil Burger è il regista della pellicola. Americano, tra i suoi film ricordo (senza peraltro averlo mai visto) L’illusionista. Anche sceneggiatore e produttore, dovrebbe avere una quarantina d’anni.


Robert De Niro interpreta il magnate Carl Van Loon. Parlare di De Niro è come parlare, che so, della Cappella Sistina, perché il grande Bob è un mito intoccabile del cinema, un’icona, uno dei migliori se non IL migliore. Innumerevoli i film che vi consiglierei di vedere per apprezzarlo appieno, pietre miliari della cinematografia mondiale: Mean Streets, Il Padrino parte seconda (che gli ha fatto vincere l’Oscar come miglior attore non protagonista; quello di miglior attore protagonista lo ha vinto per Toro Scatenato), Taxi Driver, Novecento, Il cacciatore, C’era una volta in America, Brazil, Quei bravi ragazzi e Casinò. Meno belli forse ma certo godibilissimi sono invece Mission, Angel Heart – Ascensore per l’inferno, The Untouchables – Gli intoccabili, Cape Fear – Il promontorio della paura, Bronx, Frankenstein di Mary Shelley, Heat – La sfida, The Fan – Il mito, Sleepers, Jackie Brown, Ronin, Ti presento i miei (con i due seguiti), 15 minuti – Follia omicida a Manhattan, Godsend, Nascosto nel buio, Stardust e, last but not least, Machete, che uscirà il mese prossimo finalmente! Inoltre si è anche messo alla prova come doppiatore nel cartone animato Shark Tale. Anche produttore e regista, nonché fondatore del Tribeca Film Festival, ha 68 anni e sette film in uscita.


ROBERT-DE-NIROE ora vi lascio con il trailer originale del film.... ENJOY!!!!

martedì 12 aprile 2011

Sucker Punch (2011)

Ma mi sta bene, così imparo a fissarmi su un solo ed unico film. E come spesso accade, il frutto di questa fissazione è una cocente delusione. Di che parlo? Di Sucker Punch, l’ultimo film di Zack Snyder, uscito proprio qualche settimana fa.

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Trama: una ragazzina viene fatta internare in manicomio dal patrigno. Il suo destino è quello di ricevere una lobotomia entro cinque giorni, e per evitarla la ragazza progetta la fuga, vivendola nella mente come una quest epica…

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Per par condicio e anche un po’ per “dispitto”, come diceva Dante, davanti ad un film così complicato e roboante reagirò con una recensione assai breve e concisa, che potrebbe riassumersi con un “mah”. Dopo un inizio meraviglioso e gotico, il logo della Warner ricamato sulla rossa tenda di un teatro, che si alza rivelando un palcoscenico e ci introduce alla più classica e cupa delle favole (ragazzine orfane di madre, lasciate in balia di un patrigno crudele) scandita dalle splendide note di Sweet Dreams, comincia il peggior gioco per X – Box che abbia mai visto su schermo. Mi avessero almeno dato un joystick all’ingresso mi sarei divertita, e invece no: due ore seduta su una poltrona a vedere Snyder che giocava al posto mio e mi spaccava i timpani con esplosioni, urla, musica sparata a mille.

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Sì perché in pratica, nonostante i realizzatori di Sucker Punch vogliano vendere allo spettatore una sorta di Black Swan per tamarri, coglionandoli con l’idea di un’opera onirica, psicologica, mentale, pregna di grandi valori (la morale finale, banalissima, è: credici, ce la puoi fare!! Sempre!!!!!! Sì, tu. Proprio TU che stai guardando il film!), in realtà quello che viene offerto dopo l’ingresso della protagonista in un meraviglioso ed inquietante manicomio che viene presto dimenticato è un’accozzaglia di tette e culi (peraltro acerbi, mi domando quale adolescente, anche il più sfigato ed erotomane, possa eccitarsi davanti a qualcosa di simile…) inguainati in vestitini retrò ed infilati in un bordello immaginato dalla protagonista per sfuggire alla triste realtà che la circonda. Poi, siccome la vita di una casa di tolleranza può essere altrettanto triste, ecco che la ragazzetta comincia ad immaginarsi tre/quattro scenari che spaziano dall’antico Giappone alla seconda guerra mondiale cum zombie, al medioevo stile Signore degli Anelli, al treno futuristico con Saturno sullo sfondo. E qui mi immagino già l’ignaro lettore che dice: “EEEEH??” che poi, più o meno, è la reazione che ho avuto io. Riassumendo, lo schema del film è sempre uguale: le ragazze del bordello devono recuperare un oggetto, la protagonista vive la ricerca nella sua mente, trasformandola in un’epica battaglia contro svariate forze del male, una volta ottenuto l’oggetto si ricomincia da capo. Questa cosa sorprende all’inizio, ma siccome ogni quest mentale delle ragazze è l’equivalente di uno sparatutto dalla grafica ineccepibile, il risultato complessivo è una fredda rottura di palle che prende spunto dalle ambientazioni più amate dai nerd.

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Per carità, l’impatto visivo è commovente da tanto e fatto bene Sucker Punch, sia per i costumi, che per le scenografie, che per gli effetti speciali e la colonna sonora è di una bellezza rara, ma queste due cose non bastano, non sono mai bastate e non basteranno mai per reggere da sole un film. Tra l’altro la pellicola inciampa spesso e volentieri nel trash involontario a causa della sciagurata trovata usata per scatenare le visioni di Babydoll. La ragazza, infatti, per consentire alle altre di attuare i loro piani balla così bene da ipnotizzare i nemici… peccato che noi spettatori vediamo solo l’inespressiva (e quanto mi fa male dirlo…) Emily Browning che dondola come un bacco di legno per trenta secondi, con lo sguardo perso nel vuoto e poi, dopo il momento “quest” eccola tornare ad aprire gli occhi, con gli astanti che applaudono incantati. E se non bastasse questo, ci si aggiunge anche lo pseudo-musical che accompagna i titoli di coda o battute (sempre pronunciate da una specie di guru che accompagna le ragazze durante i trip mentali) come “Se volete firmare un assegno a parole, assicuratevi prima di poterlo coprire col culo”. Considerato che Sucker Punch è il primo film di Snyder tratto da una storia originale direi… Male, molto molto MALE. Torna a lavorare per altri, vah.

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Del regista Zack Snyder ho già parlato qui, mentre un piccolo excursus della carriera di Emily Browning, che interpreta Babydoll, lo trovate qua. Aggiungo che forse, nel ruolo, sarebbe stata meglio la prima scelta Amanda Seyfried.

Abbie Cornish interpreta Sweet Pea (in italiano Sweety). Australiana, la ricordo per film come Un’ottima annata e Elizabeth: The Golden Age. Ha doppiato un episodio di Robot Chicken e il pubblico italiano la ritroverà anche nell’imminente Limitless. Ha 29 anni.  

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Jena Malone interpreta Rocket. Americana, tra i suoi film segnalo Contact e Donnie Darko, inoltre ha doppiato la versione inglese de Il castello errante di Howl. Anche produttrice, ha 27 anni e tre film in uscita.

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Vanessa Hudgens interpreta Blondie. Chiudo gli occhi innanzi alla filmografia della donzella, tra i protagonisti di una delle cose più Urende create da mente umana: High School Musical, al quale ha partecipato per tutti e tre gli episodi. Inoltre ha recitato in Zack & Cody al Grand Hotel e ha doppiato un episodio di Robot Chicken. Americana, ha 23 anni e un film in uscita.

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Jamie Chung interpreta Amber. Nonostante il sembiante orientale, è americana e la ricordo solo per un filmaccio come Dragonball Evolution, dove interpretava Chichi. Ha partecipato anche a serie come E.R. e Grey’s Anatomy. Ha 27 anni e due film in uscita.

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Carla Cugino interpreta la Dottoressa Gorski. Americana, la ricordo per film come Spy Kids (e seguiti), Sin City, l’orrendo Il mai nato e Watchmen, oltre che per aver partecipato alla serie Alf. Anche produttrice, ha tre film in uscita.

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Jon Hamm interpreta il Dottore che dovrà lobotomizzare Babydoll. Americano, virtualmente ha già “partecipato” al Bollalmanacco, visto che compare nei film Paura e delirio a Las Vegas, The A - Team e The Town e inoltre ha prestato la voce per il film Shrek – E vissero felici e contenti e un episodio de I Simpson. Per la tv ha girato le serie Una mamma per amica, Streghe, CSI: Miami, e Numb3rs. Anche produttore, ha 40 anni e due film in uscita.

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Scott Glenn interpreta il “saggio” che guida le fanciulle. Americano, ha partecipato a film come Apocalypse Now, Caccia a Ottobre Rosso, Il silenzio degli innocenti, Potere assoluto e The Shipping News – Ombre dal passato. Anche produttore, ha 70 anni.

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Se volete veramente vedere bionde mozzafiato che fanno il culo a strisce ai nemici e ricercano vera vendetta, evitate Sucker Punch e guardatevi Kill Bill volumi 1 e 2. Mi ringrazierete. Nel frattempo, vi lascio con il trailer originale del film... ENJOY!!

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