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mercoledì 2 luglio 2025

Elio (2025)

Benché poco pubblicizzato, la settimana scorsa sono andata a vedere Elio, diretto e co-sceneggiato dai registi Adrian Molina, Domee Shi Madeline Sharafian.


Trama: Elio Solis è un bimbo che, dopo la morte dei genitori, è stato affidato alla zia. Sentendosi solo in un mondo che gli va troppo stretto, Elio sogna di venire rapito dagli alieni, e un giorno questi rispondono al suo appello...


Sapete che non mi perdo un film della Pixar, nemmeno quando orde di bonobi urlanti su internet gioiscono del suo insuccesso senza neppure averlo visto. Elio, che ha avuto la sventura di uscire subito dopo il fortunato live action di Lilo e Stitch e poco prima dell'imminente Fantastici 4, è stato trattato dalla Disney come un lavoretto en passant, da pubblicizzare poco (strano non l 'abbiano inserito subito nel catalogo Disney +!), e ha ovviamente risentito di queste miopi scelte di marketing. Probabilmente, ha anche sofferto i ritardi dovuti al lungo sciopero SAG/AFTRA del 2023, che ha permesso allo studio di rimaneggiare completamente un'opera che avrebbe dovuto essere realizzata essenzialmente dal regista e sceneggiatore Adrian Molina, partendo da sue esperienze autobiografiche, e che poi è stata rivista in un'ottica più "universale" e affidata a Domee Shi a Madeline Sharafian quando Molina è stato chiamato a co-dirigere il seguito del suo fortunatissimo lungometraggio Coco. Insomma, Elio è un film nato disgraziato in partenza, eppure basterebbe dargli una chance per capire che è un'opera dolcissima e fantasiosa, benché non al livello dei capolavori Pixar. Elio racconta, appunto, la storia di Elio Solis, un bambino rimasto orfano che vorrebbe venire rapito dagli alieni e portato su altri mondi. Il perché, è comprensibile. Ad Elio non è rimasto nulla sulla Terra; non ha genitori, non ha amici, la zia gli vuole bene ma non sa come gestirlo e, per crescerlo, ha rinunciato alla sua carriera di astronauta, il che fa sentire il ragazzino ancora più solo e in colpa. Il desiderio di Elio è così forte e doloroso che gli impedisce di accettare o apprezzare ciò che lo circonda, e il protagonista non si rende conto di essere lui stesso a rendersi la vita ancora più insopportabile e difficile di quanto non sarebbe normalmente. Nonostante tutto, un giorno i sogni di Elio diventano realtà: gli alieni lo scambiano per il leader della Terra e lo rapiscono per portarlo su un mondo da sogno, dove tutti gli sono amici e lo reputano importante. Ovviamente, non è tutto oro quello che luccica. Elio capirà presto che solitudine ed incomprensioni sono all'ordine del giorno anche nello spazio e che è solo aprendosi realmente agli altri, con tutti i nostri pregi e difetti, dando fiducia a chi ci vuole bene, che la nostra vita può migliorare pian piano, anche se non è proprio quella che sognavamo. Il messaggio di Elio è chiaro, così come sua la natura di racconto di formazione. A quello di Elio si affianca, infatti, anche il percorso dell'adorabile Glordon, bioccoletto ciccioso che non riesce a comunicare con l'iracondo padre e che vorrebbe sottrarsi a un futuro da tiranno e guerriero che non gli si confà; anche in questo caso, si sottolinea l'importanza della fiducia e del dialogo, che ci porta a considerare nemico chi, in realtà, è goffo ed insicuro quanto noi. In soldoni, spesso l'etichetta di "diverso", di "strano", in accezione negativa, siamo noi stessi ad appiccicarcela addosso, e gli altri si comportano di conseguenza, rendendo ancora più difficile staccarla.


Mettendo un attimo da parte i messaggi profondi, Elio funziona per la verosimiglianza con cui viene ritratto il protagonista, un bambino zeppo di fantasia e iperattivo, la cui "stupidità" ricorda molti dei giochi e dei voli pindarici che facevamo da bambini. La fervida fantasia del protagonista viene rispecchiata dalla varietà incredibile degli alieni che popolano il Comuniverso; la cifra stilistica di Elio è un mix di elementi naturali (presi da creature marine, insetti o invertebrati), design pop al limite del "giocattoloso" e aspetti onirici, quasi psichedelici, che si traducono in un caleidoscopio di colori ammorbidito da una fotografia che definirei quasi "acquatica". La qualità prevalentemente variopinta e dinamica di Elio cozza in maniera assai efficace con l'ambientazione fatta di rossi e neri che definisce tutto ciò che è legato a Grigon e ai suoi scagnozzi, e con sequenze ambientate sulla Terra che farebbero la felicità di ogni appassionato di cinema di fantascienza. Come già accadeva in Toy Story 4, infatti, i realizzatori di Elio si dimostrano fini conoscitori delle dinamiche inquietanti tipiche del genere, specialmente quando contaminato con l'horror, e inseriscono efficacissimi rimandi a La cosa, L'invasione degli ultracorpi, persino Terminator e Venerdì 13 (e chissà quanti altri film che non ho colto) e, onestamente, se non avessi saputo di stare guardando un cartone Pixar, a un certo punto me la sarei fatta abbastanza sotto. Piccole strizzate d'occhio agli adulti, che non snaturano un film pensato essenzialmente per bambini, che tratta con garbo ma senza fare troppi sconti temi difficili come la morte, il bullismo, la natura distaccata di alcuni genitori. Tra le melodie di Rob Simonsen, il musetto triste di Elio, l'espressivissimo Glordon (gli mancano gli occhi, ma vi sfido a non provare pena quando scoppia a piangere disperato) e lo sguardo finale che Olga riserva al nipote, ammetto di essermi sciolta in lacrime e, anche se l'intento del film era diametralmente opposto, ho sperato, per un istante, che qualcuno lassù arrivasse a prendermi per farmi vivere un'avventura galattica, proprio io che non sopporto la fantascienza. Però che bello, per una volta, sognare di visitare mondi lontani, così zeppi di colori e di allucinanti, utilissime tecnologie!


Dei co-registi e co-sceneggiatori Adrian MolinaDomee Shi ho parlato ai rispettivi link. Zoe Saldaña (voce originale di Olga Solís) la trovate invece QUA.

Madeline Sharafian è la co-regista e co-sceneggiatrice del film. Americana, è al suo primo lungometraggio. Anche animatrice, storyboarder e produttrice, ha 32 anni. 


Se Elio vi fosse piaciuto, recuperate Red, Over the Moon - Il fantastico mondo di Lunaria, Lilo & Stitch e Luca. ENJOY!

venerdì 6 giugno 2025

Lilo & Stitch (2025)

Ci ho messo un po' perché volevo andare a vederlo con Nora (con la quale eravamo andate a vedere l'originale, diventato uno dei nostri film preferiti), ma domenica ho finalmente guardato Lilo & Stitch, diretto dal regista Dean Fleischer Camp.


Trama: un violento, dispettoso alieno fugge dai suoi creatori e finisce per rimanere bloccato alle Hawaii. Lì, per mero spirito di autoconservazione, si finge un cane e si fa adottare da Lilo, bimba orfana e senza amici, che rischia di venire separata anche dalla sorella maggiore...


Un po' per mancanza di tempo, un po' per timore reverenziale, non ho riguardato Lilo e Stitch prima di andare in sala a vedere il remake live action. Questo potrebbe essere il motivo principale per cui non ho odiato il film di  Dean Fleischer Camp e sono arrivata a ritenerlo addirittura uno dei migliori live action Disney recenti (viste quelle monnezze mezze o totali di Pinocchio, La sirenetta e Biancaneve, non è che ci volesse molto). Pur con qualche "licenza poetica", infatti, il nuovo Lilo & Stich mantiene inalterati i capisaldi che hanno decretato il successo del cartone, in primis il percorso di crescita combinato che vede protagonisti i due personaggi titolari. Sia Lilo che Stitch nascono come due agenti di caos, scombinati da una situazione familiare che li vuole privi di regole, perennemente arrabbiati e tristi, soli e disprezzati; l'incontro tra queste due anime affamate d'amore, inizialmente sarà fonte di ulteriori guai, poi darà vita ad una nuova amicizia, un'Ohana che porterà anche altre persone, sia umani che alieni, a fare cerchio attorno a loro. E' una storia semplice e tenera, quella di Lilo e Stitch, con molto umorismo e un pizzico di avventura. Il live action punta molto sull'aspetto sentimentale e, soprattutto nella prima parte, gioca su un terreno assai simile a quello di Un sogno chiamato Florida, col risultato di risultare MOLTO più triste del cartone animato. Non solo, infatti, gli sforzi di Nani per tenere con sé Lilo sembrano ancora più ardui, peggiorati da una povertà e un disagio difficili da edulcorare, ma si scorgono indizi di una disparità sociale, tra autoctoni e turisti, che fa ribollire il cuore dello spettatore di rabbia. Questa è però un'arma a doppio taglio, nonché l'unico, vero difetto del film. Il terreno di gioco, infatti, è sì simile a quello di Un sogno chiamato Florida, ma i giocatori sono molto diversi. Turismo di lusso e gentrificazione sono dipinti come la giusta norma in Lilo & Stitch, infatti Lilo viene bonariamente dissuasa dall'utilizzare la piscina del resort e tenuta ai margini del baracconesco luau dove lavora Nani. Le due sequenze dovrebbero fungere da recurring joke (la prima) e da catalizzatore per il fallimento di Nani (la seconda), ma entrambe non fanno altro che normalizzare un concetto aberrante, che trova il suo compimento nel deludente finale, in cui il significato di Ohana viene distorto proprio in virtù di tale concetto: le Hawaii non appartengono più agli autoctoni, ed è bene che questi ultimi lo accettino, perché per avere un futuro roseo l'unica soluzione è abbandonare tutto e volare in America (solo se si è belli, intelligenti e capaci, ovvio). 


Forse questi aspetti c'erano anche nel cartone animato del 2002, forse a 21 anni non ci facevo caso; sicuramente, all'epoca, la disperazione di Nani all'idea di perdere Lilo era tangibile e la lotta tra la ragazza e le istituzioni cieche alle esigenze particolari della piccola metteva davvero ansia, perché sappiamo tutti che il sistema di foster care non è una passeggiata, soprattutto in comunità già svantaggiate. Qui, invece, abbiamo la bonaria ed elegante Tia Carrere, sempre pronta a tendere una mano (che poi, tanto casino, se la soluzione al "problema" di Nani era così semplice perché non lasciare subito Lilo ai bravissimi vicini?), e una tecnologia aliena che giustifica la paraculaggine di qualsiasi decisione. Ok, alla fine questo post è diventato una critica, e mi dispiace, perché mi sono sinceramente divertita guardando Lilo & Stitch, quando non avevo il magone, ovviamente. "Colpa" del musetto adorabile della piccola Maia Kealoha, perfetta per interpretare Lilo, e anche del sembiante morbidoso e puccio del pelosissimo Stitch. Sapete che ODIO la CGI ma, per una volta, non ho percepito scollature tra i personaggi reali e quelli generati al computer, forse grazie alla perizia di Dean Fleischer Camp, che già si era fatto le ossa col poetico Marcel the Shell (non a caso, il regista ha preteso che la Kealoha avesse uno Stitch a grandezza naturale, benché inanimato, col quale interagire, evitandole la fredda, allucinante pallina da tennis). Anche i personaggi secondari, benché un po' modificati nel carattere e nelle intenzioni, mi sono piaciuti, così come la riproposizione di alcune scene iconiche, che non hanno perso un briciolo della loro forza originale. Certo, avrei voluto un po' più Elvis e anche un po' più crossdressing, ma il Pleakley di Billy Magnussen è abbastanza fluido da aver causato sicuramente un po' di scompensi in quelli che urlano alla "wokeizzazione" del mondo. Lasciando da parte inevitabili delusioni e qualche sproloquio personale, vi consiglio sicuramente la visione di Lilo & Stitch e, se ne avete la possibilità, ve la consiglio in sala, nonostante sia nato come un film da far uscire direttamente su Disney +,  perché non si percepiscono minimamente gli eventuali difetti dovuti al passaggio tra i due media. 


Del regista Dean Fleischer Camp ho già parlato QUI. Chris Sanders (voce originale di Stitch), Zach Galifianakis (Jumba), Billy Magnussen (Pleakley), Courtney B. Vance (Cobra Bubbles) e Tia Carrere (Mrs. Kekoa) li trovate invece ai rispettivi link.


Tia Carrere
era la voce originale di Nani nel cartone animato originale. A Ving Rhames, che invece doppiava Cobra Bubbles, era stato offerto un piccolo ruolo ma ha dovuto declinare perché già impegnato in  Mission: Impossible - The Final Reckoning. Ovviamente, se Lilo & Stitch vi è piaciuto dovete assolutamente recuperare il cartone animato originale del 2002. ENJOY!

martedì 25 marzo 2025

Biancaneve (2025)

Lo so. Avrei dovuto correre a vedere La scimmia, cosa che invece, se tutto va bene, succederà domani. Giovedì scorso, invece, sono andata al cinema per Biancaneve (Snow White), diretto dal regista Marc Webb.


Trama: alla morte del padre, la principessa Biancaneve rimane sola nel castello, al servizio della perfida Regina cattiva. Quando quest'ultima, invidiosa della sua bellezza, decide di farla uccidere, Biancaneve fuggirà nel bosco, dove incontrerà sette nani minatori e un gruppo di ribelli...


Forse voi non ve ne rendete conto, ma sono quattro, dico QUATTRO anni che ce la fanno a fette con questo Biancaneve. Non se lo sarebbe filato nessuno, se non fosse per un'incredibile combinazione di marketing mal gestito, attrici prive evidentemente di uffici stampa che gettavano benzina sul fuoco, fomentando genitori inorriditi all'idea che fosse un film "femminista" (avrebbe dovuto co-sceneggiarlo Greta Gerwig, per fortuna sua non se n'è fatto più nulla) in cui la protagonista "si salva da sola senza l'aiuto del Principe", nani (anzi, persone affette da acondroplasia) che lamentavano di non essere stati consultati, foto di scena prima ripudiate poi tristemente confermate da una Disney che deve aver cambiato la trama in corsa tante di quelle volte da arrivare, alla fine, al risultato più banale possibile. Tranquilli, Biancaneve è sempre la solita solfa. Stavolta, sì, la principessa ambisce all'essere impavida, come erano i suoi genitori, e il suo obiettivo principale è riprendersi il regno, popolato da persone le cui coscienze sono state addormentate da una regina amante del lusso, ma da qui a salvarsi da sola ci passa un abisso. Biancaneve è sempre la solita minchia di mare, e il principe che principe non è, a meno di non intenderlo in senso RobinHoodiano (ci torniamo su sta cosa), le para il culo non una, bensì due volte, nonostante sia poco meno cretino di lei, ci tengo ad aggiungere. Per quanto riguarda i nani, non arriviamo all'orrore che era Biancaneve e il cacciatore, con le facce di attori di altezza "comune" appiccicate su corpi non loro, perché sono stati realizzati aggiungendo un po' di CGI ad un film dove l'unica cosa non creata al computer sono i costumi (forse), ma sono comunque bruttarelli. Cucciolo, in particolare, sembra la versione semovente del ragazzino di Mad Magazine, e la cosa che mi ha sconvolta dalle risate, in tutto questo, è vedere George Appleby messo lì a mo' di contentino, di Ottavo Nano guzzantiano, all'interno del gruppo dei Merry Men ribelli della foresta (che sembrano i protagonisti delle vecchie pubblicità di Oliviero Toscani per la Benetton, ma più straccioni). La storia d'amore, per completisti e nemici del "woke", c'è sempre ed è sempre basata sul nulla, su un paio di canzoncine aggiunte alla bisogna all'interno di una colonna sonora che contiene una marea di inediti di pura derivazione Frozeniana (scritte dagli stessi autori che hanno vinto un Oscar per City of Stars, santo cielo!!) più le canzoni iconiche del Biancaneve del 1937; il risultato è che un film apparentemente leggero diventa una lagna di rara pesantezza, salvato giusto dal numero musicale dedicato alla Regina cattiva e da Impara a fischiettar


Le mille idee trapelate nel corso di quattro anni, in primis quella che voleva i compagni di Biancaneve come creature mitologiche del bosco, sono state spazzate via e ridotte a favore di un'opera che probabilmente annoierà i bambini e che, agli occhi un adulto, sembra incredibilmente puerile. La stessa ribellione di Biancaneve è posticcia, perché la principessa non scappa dal castello spinta dal desiderio di cambiare le cose, ma per il terrore di venire uccisa dalla Regina. Quest'ultima, poveraccia, è scritta su un foglio di carta velina; a parte il fatto di aver messo la figliastra a lavare pavimenti e vietato le sagre paesane, il film non si impegna neppure a fornire un'espressione "visiva" dell'orrore in cui è piombato il villaggio sotto il suo regno. Certo, i paesani vestono coi toni del grigio, ma considerato che nel comparto costumi e props si è andati talmente al risparmio che le pietre preziose e i gioielli sembrano di plastica quanto quelli usati in Descendants, non credo sia una cosa così brutta. E rimanendo in tema di regia, scenografia, ecc. L'unica scelta felice di Marc Webb è un'omaggio iniziale a La casa di Raimi (anche se non si capisce perché gli alberi si vogliano mangiare Biancaneve mentre soldati e ribelli camminano nel bosco come se niente fosse), il resto è un trionfo di leziosità assortite appiccicate a un green screen, sulle quali spiccano i terrificanti animaletti sorridenti che seguono Biancaneve neanche fosse San Francesco, i fiori posticci che cicciano nel bosco e quel trionfo di mal di testa che è la miniera dei nani, finta come una moneta da 3 euro. Passando invece a parlare di attori, almeno di quelli in carne e ossa, Rachel Zegler e Gal Gadot ci credono, si divertono e si vede, gli altri sembrano passare lì per caso. In particolare, il povero Andrew Burnap nei panni del non-principe Jonathan perde il confronto impietoso non solo col Robin Hood di Kevin Costner ma persino con quello di Cary Elwes in Robin Hood un uomo in calzamaglia, film evidentemente presi a modello da Marc Webb ed Erin Cressida Wilson, come dimostrano la fuga dal carcere e il fatto che, durante le scene nel bosco, mi aspettavo di sentire cantare "We are men, we are men in tights!". Per farla breve, Biancaneve non è un film brutto perché woke, inclusivo, irrispettoso, buonista: è un film mediocre perché dà un colpo al cerchio e uno alla botte per quanto riguarda la sceneggiatura, e perché, a livello di regia, fotografia ed effetti speciali, si assesta sui bassi livelli qualitativi tipici delle recenti produzioni Disney (il doppiaggio italiano, per esempio, ci regala un favoloso "affinché lo specchio RISPONDEVA". Ditemi che ho avuto un'allucinazione uditiva). Se penso che, a sei anni, il mio primo film visto al cinema è stato Biancaneve e i sette nani e i seienni di oggi devono accontentarsi di questa robetta, mi viene pena per loro.


Di Gal Gadot, che interpreta la Regina cattiva, ho già parlato QUI mentre Martin Klebba, che doppia Brontolo, lo trovate QUA.

Marc Webb è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come The Amazing Spider-Man e The Amazing Spider-Man 2 - Il potere di Electro. Anche sceneggiatore, produttore e attore, ha 51 anni. 


Rachel Zegler
interpreta Biancaneve. Americana, la ricordo per film come West Side Story, Hunger Games: La ballata dell'usignolo e del serpente e Y2K. Ha 24 anni. 


Se Biancaneve vi fosse piaciuto recuperate Biancaneve e i sette nani e il Biancaneve di Tarsem. ENJOY!

mercoledì 17 gennaio 2024

Wish (2023)

Me la sono presa con molta calma, ma la settimana scorsa sono andata a vedere Wish, diretto e co-sceneggiato nel 2023 dai registi Chris Buck e Fawn Veerasunthorn.


Trama: nel regno di Rosas, la giovane Asha vuole diventare apprendista di Magnifico, re e potentissimo mago che custodisce i desideri dei sudditi e, di tanto in tanto, ne esaudisce alcuni. Durante il colloquio col sovrano, tuttavia, Asha scopre cosa si nasconde dietro la sua volontà di proteggere i desideri...


Wish è il cartone animato che la Disney ha distribuito per festeggiare i suoi 100 anni e, come potete immaginare, è un'opera celebrativa, che avrebbe dovuto racchiudere in sé tutti valori della Casa del Topo. Uso il condizionale perché non è un film granché riuscito e, invece che una celebrazione, mi è sembrata una banalizzazione del concetto di "desiderio" inteso come ciò che riempie i cuori delle persone e le spinge a fare del loro meglio, non solo per loro e per il presente, ma soprattutto per gli altri e per il futuro; di più, è la drammatizzazione della canzone When You Wish Upon a Star (diventata, nel tempo, la "sigla" della Disney), con una stella che si fa personaggio dotato del potere di esaudire i desideri di una protagonista col cuore al posto giusto, colma d'amore per la famiglia, i suoi amici e il suo Paese. Una marchetta, insomma, troppo breve per approfondire certi concetti e vittima, per questo, di un po' di superficialità a livello di caratterizzazioni e trama. Asha, tanto quanto, è una protagonista coraggiosa e ribelle (benché la sua ribellione sia talmente subitanea che il suo tormento dura giusto il tempo di una canzone), mentre il villain sarebbe anche dotato di una storia appena abbozzata che gli darebbe ben più motivazioni e la speranza di una redenzione, ma purtroppo è stato designato come il primo antagonista veramente "cattivo" dai tempi di Rapunzel, quindi la cosa è caduta nel dimenticatoio dopo un quarto d'ora. Tutto questo, unito alla ferrea volontà di inserire numeri musicali e personaggi secondari che riprendessero ed omaggiassero la sessantina di "classici" che hanno preceduto Wish (sacrificando, a mio avviso, parte della bellezza del character design e risultando talvolta forzati), fa del cartone animato un'opera facilona e per buona parte prevedibile, che emoziona nel corso della visione perché riesce a toccare tutti i tasti giusti ma, di fatto, viene condannata all'oblio dopo qualche giorno.


E' un peccato, perché a livello visivo Wish è un capolavoro. Gli animatori hanno cercato di unire le moderne animazioni in CGI a degli spettacolari sfondi ad acquerello, dove le linee che tracciano architetture e personaggi sono perfettamente evidenti, e l'effetto è quello di avere figure che danzano su un foglio di carta acquerello 100% cotone, con la stessa grana delicata e le stesse sfumature. Oltretutto, le immagini hanno un rapporto d'aspetto molto ampio, e guardando Wish, si ha l'impressione che le illustrazioni di una fiaba "esplodano" sullo schermo avvolgendo lo spettatore, con un effetto nostalgia richiamato anche dal ritorno del "verde villain" e da tantissimi elementi (abiti, colori, dettagli nelle architetture, movimenti o espressioni dei personaggi) che parlano, a livello inconscio, ai ricordi più remoti e fanciulleschi del pubblico. Per quanto riguarda la colonna sonora, importantissima perché i numeri musicali di Wish sono parecchi, non l'ho trovata memorabile né troppo originale (la canzone iniziale, Venite a Rosas, mi ha ricordato tantissimo l'introduzione di Encanto, tanto che pensavo ci fosse la mano di Lin-Manuel Miranda e Germaine Franco anche qui!) ma mi sono piaciute molto la canzone "portante" Un sogno splende in me e quella del vanesio Magnifico, Il grazie dov'è?. Per finire, voto dieci al delizioso "stellino" che funge da potente mascotte dell'intero film, che sembra uscito da un'opera dello Studio Ghibli, e un BAH! grosso come una casa per la carinissima ma insopportabile capretta Valentino, già odiosa di suo e peggiorata dall'utilizzo di Amadeus come doppiatore, che vince il podio dell'animale più antipatico mai visto in un film Disney. Il mio consiglio, (anche perché ormai, dopo un mese, lo avranno tolto dai cinema) è non sprecare troppi soldi per Wish e attenderne l'uscita in streaming, anche se la visione delle immagini su grande schermo merita tantissimo!


Del co-regista e co-sceneggiatore Chris Buck ho già parlato QUI. Chris Pine (voce originale di Magnifico), Alan Tudyk (Valentino), Victor Garber (Sabino), Evan Peters (Simon), Heather Matarazzo (donna volante) e Nasim Pedrad (Sania), li trovate invece ai rispettivi link. 

Fawn Veerasunthorn è la co-regista e co-sceneggiatrice del film, al suo primo lavoro come regista. Tra i suoi lavori come animatrice figurano Raya e l'ultimo drago, Zootropolis e Cattivissimo me 2. Thailandese, anche scenografa, ha 41 anni.


Ariana DeBose è la voce originale di Asha. Americana, ha partecipato a film come West Side Story (che le è valso un Oscar come migliore attrice non protagonista). Anche regista e sceneggiatrice, ha 33 anni e quattro film in uscita tra cui Kraven - Il cacciatore



 

mercoledì 31 maggio 2023

La sirenetta (2023)

La settimana scorsa sono andata a vedere il tanto vituperato La sirenetta (The Little Mermaid) live action tratto dal cartone Disney omonimo e diretto dal regista Rob Marshall.


Trama: la sirena Ariel si invaghisce del principe Eric e fa un patto con la strega del mare, Ursula, per diventare umana e potergli stare accanto...


Sono andata al cinema a vedere La Sirenetta a mo' di sfida, già convinta che mi avrebbe fatto schifo, non sarò così ipocrita da sostenere il contrario. Il trailer mostrava poche immagini confuse e scurette, il character design dei personaggi sembrava uscito dagli incubi di Lovecraft e la versione italiana "vantava" la presenza di Mahmood come doppiatore del granchio Sebastian, tre cose che, per me, importano assai più di una sirenetta di colore, questione che mi porta ad aprire una parentesi necessaria. Se ne discuteva proprio durante La sirenetta col mio compagno di visione: a meno che non si tratti di trasposizioni storico-letterarie strettamente legate all'ambiente e alla società dell'epoca che rappresentano, dove un protagonista di colore o etnia diversa ci sta come i cavoli a merenda (giustamente, lui citava il David Copperfield con Dev Patel), in un'opera "universale" e di pura fantasia come La sirenetta, avrebbero potuto anche usare un vulcaniano come protagonista e poco sarebbe cambiato. Che poi queste operazioni "inclusive" siano una bieca operazione commerciale e siano già sbagliate in partenza perché, ignorando le culture/i generi/le razze che vorrebbero includere, partono sempre da opere pensate da e per una classe media, bianca ed eterosessuale modificandole, è lapalissiano, ma perché dovremmo incazzarci proprio noi bianchi, middle class ed eterosessuali? Finché qualcosa non danneggia me od altri mentalmente e fisicamente, esiste sempre una furbissima alternativa, ovvero ignorare ciò che non piace, senza sputare merda e veleno su qualcosa che neppure conosciamo e che ci "offende", soprattutto se il ragionamento (leggere la maggioranza dei commenti negativi su internet per credere) parte essenzialmente da questa paura tutta millenial di vedersi stuprare l'infanzia perfetta e tutte le opere ad essa legate. La Sirenetta del 1989, se piace, è sempre lì e nessuno la tocca, nulla vieta al millenial 40enne di riguardarsela in loop come se fosse Quarto potere né di tramandarla alle nuove generazioni, e credo che le due opere possano tranquillamente coesistere; di più, il gusto dei bambini di oggi è diverso da quello dei loro coetanei dell'epoca, quindi non è detto che un live action non li entusiasmi maggiormente rispetto a un cartone animato, e questa è una cosa che dobbiamo accettare visto che, come scrive il Doc Manhattan QUI, il target di riferimento del film non siamo noi ma i bambini. 


Finito il Bollsplaining, parliamo un po' del film. Personalmente, non l'ho trovato spiacevole, anche perché la trama e alcune sequenze chiave sono rimaste sostanzialmente immutate, benché adattate al gusto moderno di cui sopra. Per esempio, ho apprezzato il tentativo di creare maggiore connessione tra Ariel ed Eric, uniti da un desiderio di libertà e nuove conoscenze che va oltre il "tu sei gnocca, io pure, amiamoci", e quello di approfondire un po' di più i due personaggi, rendendoli meno vuoti delle loro controparti animate. Interessante anche l'ambientazione dei Mari del Sud, che offre la possibilità di godersi un nuovo numero musicale particolarmente vivace e colorato e giustifica le etnie dei vari personaggi, dando anche una funzione alle svariate figlie di Tritone, ognuna guardiana di un particolare mare o oceano. La nuova Ariel, poi, non è un'offesa al buon gusto. E' vero, Halle Bailey non è una bellezza tradizionale, ma ha una voce della madonna (basta aprire Spotify per rendersene conto) e, nel complesso, il look che sfoggia nel film è selvaggio al punto giusto, perfetto per il carattere sognatore e avventuroso della Sirenetta e abbastanza "umano" da non renderla una sciocca bambolotta; se non altro, la fanciulla ha personalità da vendere a differenza di un principe un po' insipido, che col suo volto ordinario rischia di farsi dimenticare dopo dieci minuti dall'uscita della sala. A tal proposito, Part of Your World si conferma ricca di pathos anche nella sua versione live action e un altro numero musicale ben riuscito, inaspettatamente, è In fondo al mar, forse una delle sequenze più belle assieme a quelle del naufragio, il che mi porta a spezzare una lancia (Gesù, non posso farcela) in favore di Mahmood. Temevo mi sarebbero cadute le orecchie nell'ascoltare Sebastian parlare e cantare, invece il ragazzo ha scelto di farlo diventare un incrocio tra un sardo e Chris Griffin (rendendolo così meno spocchioso e più simpatico del Sebastian animato) e, forse bacchettato da chi supervisionava le canzoni o aiutato da un autotune migliore di quello che usa di solito, è riuscito ad arrivare alla fine di In fondo al mar e Baciala senza sbagliare nemmeno una nota né renderle inascoltabili come la Imagine ululata all'Eurovision. Anche Sebastian non è orripilante come lasciavano presagire le immagini promozionali e lo stesso vale per Flounder, nonostante gli siano rimasti un po' gli occhi della droga, ma le bestie più "belle" sono le murene di Ursula, talmente realistiche da mettermi i brividi ad ogni loro comparsa, visto il terrore atavico che ho per queste creature marine. 



Certo, La sirenetta non è esente da difetti e, purtroppo, si riconferma un prodotto comunque "medio", ennesimo esponente di un appiattimento disneyano che cozza, ironicamente, con la natura salvifica dell'opera originale. Rob Marshall non è James Cameron, l'unico regista in grado di rendere realistico un film acquatico realizzato interamente al computer, e su una scala di gradevolezza visiva che va da quell'omicidio oculare che era Slumberland ad Avatar - La via dell'acqua, La sirenetta sta molto sotto l'Aquaman di James Wan (e l'avevo predetto già nel 2019!). Ciò significa che le sequenze sottomarine prevedono spesso momenti in cui gli attori sembrano appiccicati con lo sputo ad un fondale posticcio e l'interazione tra persone in carne ed ossa e personaggi in CGI fa stridere i denti (ciò non accade, per esempio, nelle scene ambientate fuori dall'acqua e di giorno), per non parlare dell'orribile fotografia cupa e fumosa, in virtù della quale sembra tutto immerso in una nebbia perenne o un remake della telenovela Topazio; la principale vittima di questo mortale mix tra regia poco ispirata e fotografia terrificante è la canzone Acque inesplorate, che diventa al pari di un brutto video promozionale per la Sardegna realizzato dal governo Meloni, con protagonista un povero pistola che corre e si dimena manco avesse il granchio Sebastian nei pantaloni. Un'altra cosa che ha scatenato la mia ilarità è il modo in cui la popolazione sottomarina sia composta da modelle/i con capelli fluenti e colori brillanti che, una volta emersi in superficie, si trasformano nell'equivalente di cani bagnati, dei punkabbestia scappati di casa che privano di ogni poesia l'idea di tritoni e sirenette. Ciò detto, Javier Bardem è sempre un bel vedere (anche se nei duetti con Sebastian non potevo fare a meno di pensare alla scena del supermercato in Non è un paese per vecchi), mentre ho trovato che Melissa McCarthy fosse anche troppo paciosetta e bellina per interpretare Ursula, probabilmente anche per colpa di un doppiaggio che non rende giustizia al "vocione" della strega del mare versione 1989, una meravigliosa virago che di delicato aveva ben poco, voce compresa; a tal proposito, dispiace che Poor Unfortunate Souls sia stata "epurata" dei suoi versi più ironici, quelli in cui si sottolineava come le donne non debbano necessariamente parlare per piacere agli uomini, anzi, mentre Baciala ha subito modifiche talmente minime che i puristi non avranno di che lamentarsi (ma nessuno ha urlato al fish eater shaming per il mega taglio a Les poissons e allo chef francese?). Quindi, come al solito, tanto rumore per nulla. La sirenetta è l'ennesimo live action Disney che non aggiunge né toglie alcunché all'opera da cui è stato tratto, dunque per quanto mi riguarda è totalmente innocuo, se non addirittura inutile, e alla fine mi sono divertita guardandolo in sala... tutto, ovviamente, sta ad avere la giusta compagnia e predisposizione mentale, soprattutto se non avete pargoli da accompagnare!


Del regista Rob Marshall ho già parlato QUIMelissa McCarthy (Ursula), Javier Bardem (Tritone), Jacob Tremblay (voce originale di Flounder) e Awkwafina (voce originale di Scuttle) li trovate invece ai rispettivi link.


Maya Hawke ha partecipato all'audizione per il ruolo di Ariel ma non ha ottenuto la parte mentre RuPaul ha rifiutato quella di Sebastian perché non voleva usare un accento caraibico come quello del cartone originale. Occhio alla scena del mercato: la signora che offre ad Ariel un piatto e una forchetta è Jodi Benson, voce originale della Sirenetta nel film del 1989 e in tutte le opere da esso derivate. Ovviamente, se il film vi è piaciuto recuperate La sirenetta. ENJOY!

martedì 30 maggio 2023

La sirenetta (1989)

In occasione dell'uscita del tanto discusso remake live action, ho deciso di riguardare dopo decenni La sirenetta (The Little Mermaid), diretto e co-sceneggiato nel 1989 dai registi Ron Clements e John Musker, ispirati dalla fiaba omonima di Hans Christian Andersen.


Trama: Ariel, figlia minore di Tritone, Re del Mare, si invaghisce del principe umano Eric e stringe un terribile patto con la strega del mare per poter coronare il suo sogno d'amore...


La sirenetta è il primo prodotto del cosiddetto Rinascimento Disney, dopo un periodo di stanca in cui la Casa del Topo aveva perso molto del suo appeal commerciale e rischiava di chiudere i battenti. Vincitore di due premi Oscar (uno per la miglior Colonna Sonora Originale e uno per la canzone In Fondo al Mar), il film ha ridato letteralmente vita ai Disney Studios e ha spianato la strada a capolavori come La bella e la bestia, Aladdin e Il re leone, con Ariel a fungere da ponte di passaggio tra le "vecchie" Principesse Disney e quelle più moderne. Dico la verità, avevo visto La sirenetta già al cinema, quando avevo 8 anni, ma non mi aveva folgorata come La bella e la bestia; rivisto all'età di 42, sono riuscita a capire il perché, e ad apprezzare moltissimo la debordante Ursula, la quale avrebbe meritato un film tutto suo anche solo in virtù del suo essere un misto di Divine e Madame Medusa. Il problema de La sirenetta, guardato nell'anno del Signore 2023, è che Ariel sarà anche moderna, nella misura in cui si rende indipendente dal padre padron... ehm, Tritone ed accalappia il Principe Eric consapevole di volerlo e di essere una figa spaziale già all'età di 16 anni, però è proprio questo il punto: Ariel si innamora di Eric solo perché è bello e, nel giro di 30 secondi, lo elegge talmente ad amore della sua vita da decidere di abbandonare famiglia, voce e mare pur di farsi sposare. Almeno Belle e Jasmine, le sue sorelle più prossime, hanno modo di conoscere gli uomini di cui si innamorano e di interagire con loro in modo realistico, giustificando così la forza del loro sentimento! Il principe Eric non è migliore di Ariel, per carità, e fanno tanto sorridere i dialoghi tra lui e il suo tutore, quando quest'ultimo gli magnifica la dolcezza, arguzia, devozione della giovane fanciulla, che conosce da tre giorni ed è MUTA. La gente punta il dito sulla canzone "Baciala" (gente, che consenso dovrebbe ancora dare una che pende letteralmente dalle labbra del principe e si sporge per ricevere l'agognato bacio, con tutta la foresta che incoraggia entrambi, non solo Eric, a coronare il loro sogno d'amore?) ma è l'intero plot del film che sarebbe da rivedere un attimo e, come ho scritto sopra, l'unica degna di stima è Ursula, che ha la sola colpa di intortare le minchie di mare che fanno scelte sconsiderate e, al limite, di percularle dimenando le terga e sbattendo loro in faccia le sise prorompenti.


Messo un attimo da parte il cinismo di una 42enne, La sirenetta non dev'essere privato del suo reale valore. La colonna sonora di Alan Menken e i testi scritti da Howard Ashman, utilizzati per la prima volta come parte integrante della trama e non come mero accessorio, non hanno mai perso freschezza, ed emozionano oggi come nel 1989. Non si spiegherebbero, altrimenti, i brividi e il magone che mi prendono ogni volta che ascolto le prime note della dolcissima Part of Your World (che, chissà perché, in italiano è sempre stata solo "La Sirenetta"), né la voglia irrefrenabile di cantare In fondo al mar, ma anche il one woman show di Ursula con la sua Poor Unfortunate Souls è uno spettacolo, sia di musica che di animazione. La sirenetta è stato l'ultimo film Disney a venire realizzato quasi interamente con metodi di animazione e colorazione tradizionali e, nonostante alcune imperfezioni a livello di proporzioni (sia dei personaggi che delle singole parti del loro corpo, perché a volte la povera Ariel sembra macrocefala, mentre Sebastian cambia dimensioni a seconda di chi gli sta accanto), ha delle sequenze tuttora impressionanti ed iconiche; i movimenti di macchina durante i numeri musicali conferiscono dinamismo a quelli più sfrenati e pathos a quelli più tranquilli, l'uso dei colori è eccelso soprattutto durante le sequenze in cui dominano i toni cupi uniti ai rossi vividi o il verde/giallo malato delle vittime di Ursula, e il mondo sottomarino è composto da sfondi meravigliosi, punteggiati da miriadi di bolle disegnate da mani certosine. Anche il character design è assai gradevole e rispetta alla perfezione le personalità dei vari protagonisti, in primis quella della scoppiettante Ariel, sirenetta tutta occhioni che non smette un secondo di stare e ferma e di lasciarsi scompigliare i capelli fiammanti dall'acqua (altro bel trionfo di animazione!), però credo che la punta di diamante siano Flounder, Sebastian e Scuttle, perché non è assolutamente facile trasformare creature esteticamente poco accattivanti come granchi o gabbiani spelacchiati in personaggi dal design indimenticabile. Nell'attesa di vedere questo tanto vituperato remake, un recupero de La sirenetta credo ci voglia, ma il mio consiglio è quello di lasciare da parte il filtro della nostalgia e di gustarselo per quello che è, con tutti i suoi molti pregi e con qualche innegabile difetto che, chissà, magari il live action rimetterà a posto. D'altronde, dura DUE ORE E MEZZA contro l'ora e venti de La sirenetta, non avranno mica aggiunto solo della gran fuffa... o no? Ne parliamo domani!


Dei registi e co-sceneggiatori Ron Clements e John Musker ho già parlato ai rispettivi link.

In italiano: "sgualdrina". Alla faccia del MOIGE.

La voce originale di Re Tritone è quella di Kenneth Mars, che in Frankenstein Junior interpretava l'esilarante Ispettore Kemp; tra i doppiatori "scartati" figurano invece Robin Williams e Dom De Luise per il ruolo di Sebastian e Tim Allen per quello del Principe Eric. Nel musical nato dal film Disney sono state utilizzate parecchie delle idee scartate all'epoca, tra cui quella che vede Ursula sorella di Tritone, bandita dal palazzo dopo avere abusato dei poteri magici concessi dalla conchiglia che porta al collo, equivalente dello scettro del fratello. Probabilmente sarà un po' difficile andare a Broadway a godervi il musical ma, nell'attesa di farlo e di vedere il remake live action, se avete ancora voglia di Sirenetta sappiate che esistono altre opere nate dal film, come la serie La sirenetta - Le nuove avventure marine di Ariel e i film direct-to-video La sirenetta 2 - Ritorno agli abissi e La sirenetta - Quando tutto ebbe inizio. ENJOY!

mercoledì 21 settembre 2022

Pinocchio (2022)

Qualche sera fa ho guardato su Disney + il live action Pinocchio, diretto e co-sceneggiato dal regista Robert Zemeckis.



Trama: il falegname Geppetto costruisce un burattino di legno per superare la morte del figlio e, una notte, esprime il desiderio di farlo diventare un bambino vero. Udito il desiderio, la Fata Turchina dà vita al burattino, ribattezzato Pinocchio, e, dopo avergli affiancato il Grillo Parlante a mo' di coscienza, gli comunica che per diventare un bambino vero dovrà superare diverse prove...  


Ormai ho la memoria che fa cilecca, me ne rendo conto. Guardavo questa nuova versione di Pinocchio e intanto cercavo di ricordare come fosse quello Disney del 1940, dopo averne visto passare su schermo altre tre versioni italiane, e ovviamente ho cominciato a fare un po' di casino. Quindi, mi posto un memento per l'eventuale prossima versione: il Mangiafuoco della Disney è un maledetto (quello "vero" piange e libera Pinocchio), il Gatto e la Volpe dei cartoni sono meno machiavellici di quelli reali, Pinocchio non diventa un ciuchino completo e, soprattutto, il burattino creato dagli americani è un pisquano, non un monellaccio cattivo. Per non turbare i bimbi buoni, il Pinocchio riveduto e corretto della Disney è semplicemente un candido che presta orecchio ai consigli sbagliati e tale rimane anche in questo adattamento live action; addirittura, nel Pinocchio di Zemeckis il burattino viene cacciato da scuola perché "lì possono andare solo dei bambini veri" e viene dapprima rapito da Postiglione e solo in seguito convinto, sfruttando la peer pressure, a recarsi nel Paese di Bengodi per non rovinare il divertimento agli altri bambini. Una volta arrivato lì, poi, Pinocchio beve giusto un sorso di birra (di radice, non sia mai!), per il resto non si comporta male come tutti gli altri suoi compagni di sventura. Insomma, Pinocchio ha solo tanta sfortuna e poca esperienza, quindi va da sé che la "coscienza" incarnata dal Grillo Parlante ha più la funzione di un espediente per cavare il burattino d'impiccio e salvarlo fisicamente alla bisogna, oltre a fungere da narratore. Di più, in questa versione della storia la natura di burattino fa sì che Pinocchio sia una sorta di Astroboy dalle mille risorse, un piccolo supereroe le cui abilità, sul finale, trascinano la storia verso un twist inaspettato e, a mio parere, fuori luogo. Questo Pinocchio non insegna ai bambini ad essere bravi, coraggiosi e disinteressati, ma parrebbe puntare su un elogio dell'unicità e dell'umanità "là dove conta davvero", diventando l'ennesimo invito a seguire i propri sogni a prescindere dalle circostanze e, a mio avviso, ci sono altre storie migliori per veicolare questo messaggio, non certo una vicenda da sempre moralista come quella di Pinocchio.


Soprattutto, non era il caso di allungare così tanto il brodo di un classico Disney già stra-conosciuto, aggiungendo quasi mezz'ora di personaggi nuovi (sì, la marionettista ex ballerina è l'ennesimo simbolo del "se vuoi, puoi, e nessuno cancellerà mai quel che sei dentro". Tra l'altro, tutti a rompere le palle con la Fata nera e calva e ovviamente nessuno si è accorto che la "vera" storia di Pinocchio l'ha vissuta proprio la ballerina in questione, femmina e di colore pure lei, ma poiché l'ha liquidata con un "la mia storia non è importante" ce ne saremo accorti in 6. Beccatevi questa, broflakes!) e, per la gioia del mio compagno di visione, di nuovi momenti musicarelli. Se pensavate che il vero problema di Pinocchio fosse la Fata Turchina di colore, vi farà piacere sapere che detta Fata viene calcioruotata fuori dalla storia dopo 5 minuti, quindi potete anche fingere che non sia mai comparsa... purtroppo, non è altrettanto facile ignorare la natura cheap della CGI in moltissime scene. L'aria d'insieme del live action è quella posticcia di un mondo quasi interamente ricreato al computer, e questo me l'aspettavo. Quello che non mi sarei mai aspettata dall'uomo che nel 1989 è riuscito a convincermi dell'esistenza di Cartoonia è il modo in cui i pochi attori veri non riescono mai ad interagire in modo realistico con le animazioni; ogni volta che Geppetto è costretto a tenere per mano Pinocchio o accarezzare Figaro salta agli occhi la finzione di un arto che è sempre un pochino staccato rispetto all'oggetto con cui dovrebbe interagire, ma l'apice lo tocca la rocambolesca fuga da Monstruo (altro orrore grafico al cui confronto gli squali di Sharknado sono un capolavoro), con un Pinocchio che sembra attaccato con lo sputo su uno sfondo che non c'entra nulla con lui, né a livello di ombre né di colori. Me ne imbelino che un film come questo sia approdato dritto in streaming, perché penso ci sarebbe stato da cavarsi i bulbi oculari su uno schermo grande. Aggiungo che l'interpretazione di Tom Hanks è una delle peggiori dopo quelle di Robert Langdon e che l'unico motivo per godere un minimo di Pinocchio (oltre agli spettacolari orologi di Geppetto, pieni di citazioni disneyane) è quello di guardarlo in lingua originale per spanciarsi di fronte all'accento italo-americano usato da buona parte dei coinvolti e al "Pinoke!" strillato a gran voce dal Grillo di Joseph Gordon-Levitt. Per il resto, potete anche evitare.  


Del regista e co-sceneggiatore Robert Zemeckis ho già parlato QUI. Joseph Gordon-Levitt (Grillo Parlante), Tom Hanks (Geppetto), Cynthia Erivo (Fata Turchina), Lorraine Bracco (Sofia), Keegan-Michael Key (la Volpe), Giuseppe Battiston (Mangiafuoco) e Luke Evans (Postiglione) li trovate invece ai rispettivi link.


Benjamin Evan Ainsworth, la voce originale di Pinocchio, era il piccolo Miles di The Haunting of Bly Manor. Il regista Sam Mendes doveva dirigere il film ma si è poi ritirato dal progetto. Pinocchio è ovviamente un remake dell'omonimo film del 1940, che vi consiglio di recuperare assieme alla versione di Garrone e a quella di Comencini... nell'attesa che arrivi quella di Guillermo del Toro! ENJOY!

mercoledì 13 aprile 2022

Raya e l'ultimo drago (2021)

L'ultimo film visto in occasione dei recuperi Oscar è stato Raya e l'ultimo drago (Raya and the Last Dragon), diretto e co-sceneggiato nel 2021 dai registi  Don Hall, Carlos López Estrada, Paul Briggs e John Ripa.


Trama: in un mondo assediato dalla minaccia dei Druun, spiriti maligni che tramutano le persone in pietra, Raya si mette alla ricerca dell'ultimo drago, la leggendaria Sisu, che già in passato li aveva sconfitti...


Uscito in piena pandemia in pochissime sale e gettato dopo qualche giorno in pasto agli utenti VIP di Disney +, Raya e l'ultimo drago aveva mietuto consensi fin da subito, e un po' mi era spiaciuto essermelo perso. Il recupero non è stato soddisfacente come sarebbe stato se fossi riuscita a vederlo in sala, e il film non entrerà mai nella Top 10 dei miei film Disney preferiti, ma comunque la visione è stata molto piacevole. Raya e l'ultimo drago è principalmente un film d'avventura fantasy, ambientato in un oriente fittizio e sconvolto dalla minaccia di spiriti oscuri capaci di trasformare le persone in statue di pietra, una terra divisa in tribù perennemente in lotta tra loro e invidiose della prosperità di Cuore, la terra che custodisce la pietra del drago in grado di fungere da protezione per tutti. Un incidente che distrugge la pietra e, con essa, la speranza del padre di riunire tutte le tribù, porta la protagonista Raya a mettersi in cerca di Sisu, l'ultimo drago rimasto, e, successivamente, a tentare di rimettere assieme i pezzi di pietra per debellare la minaccia dei Druun una volta per tutte. Raya e l'ultimo drago diventa, da quel momento, la tipica "quest" dove il personaggio principale visita realtà diverse, incontrando in ogni luogo un altro personaggio dotato di una determinata, utile caratteristica che gli consentirà di recuperare i pezzi di pietra fino a raggiungere il temuto "boss finale", la cui natura tuttavia è strettamente legata, in questo caso, al messaggio imprescindibile all'interno di un film Disney.


Ciò che Raya e l'ultimo drago insegna è il beneficio del dubbio, la gentilezza come arma per affrontare i "nemici", la fiducia nata dalla capacità di capire l'animo delle persone; i Druun nascono fondamentalmente dalla discordia e dalla disunione, i draghi si sono estinti per lo stesso motivo e solo il forte desiderio di unità e comunione, al di là di diversità e pregiudizi, può sperare di risolvere una situazione tragica. Tale messaggio è veicolato da un film che mescola in maniera ottima la serietà di un'avventura da cui dipendono le sorti dell'umanità, suggestioni derivanti da leggende orientali e ovviamente momenti più faceti, affidati a personaggi tra il delizioso (la mocciosetta ladra con scimmiette annesse) e il divertente, con una Sisu, doppiata in originale da Awkwafina, abbastanza vicina come idea all'ingenuità folle e ciarliera del Genio di Aladdin, ben distante ovviamente dalla leggenda che la vorrebbe temibile e silenziosa. Dal punto di vista tecnico, il film è semplicemente superbo. Le scene d'azione, di distruzione e di combattimenti devono essere stati spettacolari da vedere al cinema, il character design è vario e interessante, i colori dei draghi sono una gioia per gli occhi e lo stesso vale per gli sfondi e le ambientazioni; considerato che Raya e l'ultimo drago è stato realizzato in buona parte in lockdown, da animatori chiusi in casa, c'è da ammirare ancora di più la perizia tecnica di tutti quelli che lavorano alla maledetta Casa del Topo e, ovviamente, da recuperare il film se ancora non lo avete fatto!


Del regista e co-sceneggiatore Don Hall ho già parlato QUI. Awkwafina (voce originale di Sisu), Gemma Chan (Namaari), Daniel Dae Kim (Benja), Benedict Wong (Tong), Sandra Oh (Virana) e Alan Tudyk (Tuk Tuk) li trovate invece ai rispettivi link.

Carlos López Estrada è il co-regista e co-sceneggiatore della pellicola. Messicano, ha diretto film come Blindspotting, Summertime ed episodi di serie come Legion. Anche produttore e attore, ha 34 anni.


Paul Briggs è il co-regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. Americano, ha lavorato per la Disney soprattutto come doppiatore (sua la voce di Yama in Big Hero 6), ma è anche animatore. Ha 48 anni. 



John Ripa è il co-regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. Americano, ha lavorato soprattutto come animatore per film come Il re leone, Pocahontas, Il gobbo di Notre Dame, Tarzan, Il pianeta del tesoro, Rapunzel, Frozen, Big Hero 6, Zootropolis e Oceania. 


Kelly Marie Tran
è la voce originale di Raya. Americana, ha partecipato a film come Star Wars - Gli ultimi Jedi e Star Wars - L'ascesa di Skywalker. Anche produttrice, ha 33 anni e un film in uscita. 


Se Raya e l'ultimo drago vi fosse piaciuto recuperate Kubo e la spada magica, la saga di Dragon Trainer, Ribelle - The Brave, Oceania e Mulan. ENJOY!

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