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martedì 14 gennaio 2025

Emilia Pérez (2024)

Quando ho saputo che venerdì scorso avrebbero proiettato, al cinema d'élite e in v.o., Emilia Pérez, diretto e co-sceneggiato dal regista Jacques Audiard, mi ci sono fiondata senza pensarci due volte, visti i tre Golden Globe che si è portato a casa!


Trama: l'avvocatessa Rita riceve un'insolita richiesta da un pericoloso boss del cartello messicano e si ritroverà l'esistenza stravolta...


Mi è capitato recentemente, durante una conversazione in inglese per un corso, che mi venisse chiesto quale fosse per me l'elemento più importante di un film. E' una domanda difficile ma, riflettendoci un po', ho risposto "la sceneggiatura". Ciò non vuol dire necessariamente che io apprezzi solo i film con una sceneggiatura perfetta, anzi, ma esigo un film che mi coinvolga ed alimenti la mia peraltro già altissima suspension of disbelief, che non mi porti a distrarmi con domande "terra terra", che mi apra gli occhi su questioni a cui solitamente non penso, che mi appassioni alle vicende dei personaggi e mi spinga ad amarli, possibilmente, nel caso di film drammatici, commuovendomi fino alle lacrime (senza ricorrere però a mezzucci scorretti). Sono corsa a vedere Emilia Pérez aspettandomi, se non tutti, buona parte di questi elementi, e sono uscita dalla sala un po' delusa. Prima che i fan di un film vincitore di tre Golden Globe mi accusino di mancanza di rispetto, però, fatemi mettere le mani avanti: non mi sentirete mai dire che Emilia Pérez è brutto. Innanzitutto, Jacques Audiard ha fatto una scelta molto coraggiosa, quella di realizzare un musical per raccontare una storia che, tutto sommato, poco si presterebbe al genere, eppure funziona all'interno di questa stessa contraddizione in termini. Non tutti i numeri musicali mi hanno estasiata (quello ambientato all'interno della clinica coreana l'ho trovato talmente di cattivo gusto che mi sono agitata sulla sedia, la canzone di Selena Gomez mi ha ricordato un'ottantarata italiana e, nonostante fosse perfetta per il personaggio e i suoi desideri più reconditi, mi ha portata a sbuffare sonoramente dal naso), ma alcuni li ho trovati calzanti e commoventi, e quelli interpretati dalla Saldana molto energici e moderni, anche a livello visivo. Le attrici, a tal proposito, sono bravissime. Ho trovato un po' esagerata la candidatura di Selena Gomez, onestamente, ma comunque mi è piaciuta anche lei. Notevole la Saldana, finalmente in un ruolo impegnato che non richiedesse l'ausilio di effetti speciali o un trucco posticcio; l'attrice ha una voce bellissima, sa cantare ed è l'unica delle tre protagoniste che si impegna in coreografie più elaborate, oltre ad avere un ruolo più importante persino di quello della protagonista titolare. Quanto a Karla Sofía Gascón, che non conoscevo, l'ho trovata di una delicatezza incredibile, mai macchiettistica, nemmeno quando il personaggio (in entrambe le versioni) la espone ad una possibilità concreta di scadere nel ridicolo. Nel complesso, non mi sono mai annoiata e ho apprezzato il modo in cui Audiard ha messo in piedi un'opera che attinge da tanti generi diversi, non solo il musical, riuscendo persino a sfruttare i cliché da soap opera secondo una precisa scelta stilistica. Ha però voluto mettere troppa carne al fuoco, il che si è tradotto, almeno per come l'ho percepita io, in una superficialità fastidiosa, ma per elaborare meglio mi tocca andare nel terreno minato dello SPOILER, quindi fermatevi qui se non avete ancora visto il film.


Santa, santa Emilia. Madre de todos los niños. De los tiranizados, de los desaparecidos. De (algunas) mujeres, del México.
Perdonatemi se cito un altro musical, con un'altra bionda per protagonista, un'altra santa dalla natura ambigua e oscura, con le stesse iniziali, ma dubito che la scelta del nome di Emilia Pérez sia casuale. E perdonatemi se, come il "Che" di Evita, mi faccio portatrice di un po' di cinismo, di un po' di delusione di fronte a questo film, che mette in tavola una marea di argomenti importantissimi e li lascia cadere, ad uno ad uno, senza mai approfondirli. Emilia Pérez inscena il desiderio (e la triste impossibilità) di abbracciare la propria natura reale, di bramare l'amore senza convenzioni, di cambiare noi per primi affinché la società possa farlo di conseguenza, e racconta la disperazione nel trovarsi davanti muri enormi quando, nel profondo, non riusciamo a liberarci dei condizionamenti passati, ma tutto ciò passa per un narcotrafficante che, diventato donna, un giorno decide di espiare la sua esistenza passata fondando un'associazione per ritrovare i desaparecidos. E' sicuramente un mio limite, ma ho fatto fatica ad accettare il nesso tra l'aspetto "umano" del film e la denuncia sociale di un problema reale, dolorosissimo, che viene comunque visto come accessorio al racconto di una transizione, quasi un cliché per contestualizzare l'ambientazione messicana. Allo stesso modo, mi ha sconcertata il fatto che Emilia Pérez lasci cadere, nell'ordine, la denuncia a un maschilismo imperante e pericoloso (nel giro di una canzone vengono introdotte corruzione, disparità sessuali, salariali, sfruttamento lavorativo, vite appese a un filo, argomenti mai più affrontati in seguito se non come note di colore caratterizzanti i vari personaggi femminili), la presenza di altri cartelli criminali che avrebbero massacrato Manitas ma non muovono un dito contro una donna sconosciuta che solleva un polverone nazionale decidendo di ritrovare i luoghi di sepoltura dei desaparecidos (la "fine" di Emilia arriva con un mezzuccio talmente gratuito e di cattivo gusto che, quando l'auto è esplosa, mi sono venuti in mente gli incidenti de I Griffin dove prende fuoco la qualsiasi e, per cortocircuito mentale, tra commozione e risate mi si sono annullate le emozioni) e un'altra denuncia alla società corrotta a mo' di riempitivo (Emilia, belin, conosci gli altarini di tuttə, intanto che trovi i desaparecidos fai anche saltare qualche sedia, altrimenti a cosa serve che Rita si contorca e punti il dito nel numero musicale più figo del film?). Mi è sembrato, a fine film, che Audiard avesse per le mani una serie di argomenti da spuntare per mostrarsi autore impegnato ed attento alle problematiche sociali e di genere, ma senza particolare investimento emotivo, e questa impressione che ho avuto, purtroppo, mi ha tenuta distante anche dal percorso delle due protagoniste, dal loro progressivo avvicinarsi, da un legame nato sotto i peggiori auspici eppure tramutatosi in una rispettosa, profonda amicizia. Non abbastanza, come ho scritto su, per sconsigliare Emilia Pérez (anzi, andatelo a vedere, perché è comunque un'opera originale e curiosa), però quanto mi dispiace non avere trovato il gioiello che tutti decantano!


Del regista e co-sceneggiatore Jacques Audiard ho già parlato QUI. Zoe Saldana (Rita), Selena Gomez (Jessi) ed Edgar Ramírez (Gustavo Brun) li trovate invece ai rispettivi link. 



mercoledì 16 maggio 2018

Bright (2017)

Prima di Natale Netflix ha fatto uscire Bright, diretto nel 2017 dal regista David Ayer e, forse aiutata da un istinto atavico, ci ho messo un po' a recuperarlo...


Trama: in una Los Angeles dove gli umani convivono con orchi, elfi, fate e altre creature, i poliziotti Daryl e Nick, rispettivamente umano e orco, devono cercare di proteggere un'elfa detentrice di bacchetta magica senza venire uccisi dai diversi gruppi che le danno la caccia.



Buoni propositi 2018: cercare di fare pace con Mark Duplass (anche se non guarderò MAI Creep 2, mai nella vita, never ever) ed evitare qualsiasi pellicola che abbia Joel Edgerton tra gli attori principali. Non nomino Will Smith perché l'ex principe di Bel Air ha smesso di piacermi negli anni '90 e ogni sua apparizione mi provoca da decenni un tedio inenarrabile, la stessa cosa che succede in presenza di Joel Edgerton. Sono andata a rileggere i post relativi a tutti i film interpretati dall'attore e non c'è una sola recensione in cui mi sia ritrovata ad apprezzarlo, piuttosto davanti alla sua faccia la palpebra comincia a calarmi. Qui hanno cercato di darmela a bere seppellendolo sotto un trucco da Uruk-hai ma non stiamo a prenderci in giro: Joel Edgerton fa dormire sempre e comunque, con buona pace dei millemila fan dell'attore, orco o umano che sia. Date le premesse, ovvero la micidiale combo Smith/Edgerton, obiettivamente, come diamine avrebbe fatto a piacermi un film come Bright? Le persone si lamentano dell'umorismo presente nei film Marvel o in Star Wars ma io qui ammetto pubblicamente che preferirei diecimila Thor: Ragnarok e mille telefonate scherzo al roscio di Star Wars piuttosto che sopportare Will Smith che dice "non siamo in una profezia, siamo in una Toyota" mentre tutto intorno a lui è triste, cupo e violento peggio che in un Batman di Nolan venuto male. Povero Ayer. Prima è stato costretto a mettere mano a Suicide Squad, adesso si è preso in carico il compito di "nobilitare" e rendere seria una belinata da nerd senza fantasia come questo Bright e il risultato è il solito pasticciaccio brutto di un film né carne né pesce, poco divertente, non abbastanza violento e soprattutto affatto interessante. Per dire che il commento finale congiunto mio e del Bolluomo è stato: "Hanno sbagliato. O realizzavano una supercazzola totale piena di battute e personaggi scemi oppure spingevano il pedale sul cattivo gusto gore e buona camicia a tutti". Invece vogliamo fare gli Autori quando abbiamo in mano una robetta di sceneggiatura appena abbozzata, non giustificabile col fatto di voler realizzare una trilogia o, come invocano tutti on line, una serie TV.


L'alchimia tra Smith e Edgerton, umano e orco il cui rapporto è la copia blanda di quello già visto in mille altri buddy cop movies, non scatta mai nemmeno per sbaglio. Smith interpreta sempre il solito duro che vorrebbe ma non può, che millanta bastardaggine ma non farebbe male nemmeno ad una mosca perché "Ah, la famiglia, ah i figli" (moglie e figlia compaiono sì e no cinque minuti in tutto il film, per inciso) mentre Edgerton è l'ennesimo paria, orco tanto buonino come Lupo de Lupis che per questo viene odiato dagli altri orchi in quanto "traditore" e dagli umani leghist... ehm, poliziotti corrotti in quanto immigrat...ehm, orco. Il fulcro del rapporto tra i due è il solito odio malriposto da parte del polo apparentemente più avvantaggiato (SPOILER: Will Smith) verso il suo compare che è semplicemente un po' scemino, ingenuo ma fondamentalmente buono e il risultato finale di tutte le avventure è tanto scontato quanto loffio, soprattutto quando a fare da background c'è un universo fantasy abbozzato in modo talmente banale che forse persino un quattordicenne avrebbe fatto di meglio. Gli orchi sono dei cattivoni gangsta, gli elfi dei fighetti ricchissimi, i latinos rimangono tali e gli altri umani non latinos sono impegnati a scacciare le fatine dai prati; ogni tanto spunta un bright, ovvero gente capace di usare le bacchette magiche, e alcuni elfi non sono felici dei loro privilegi e vorrebbero far tornare in vita il Signore Oscuro (Voldemort, Sauron, Berlusconi, nominatene uno a caso...) proprio grazie alle suddette bacchette. Punto. La povera Lucy Fry, costretta a fare la portatrice di bacchetta muta o gemente per un buon 90% del tempo (SPOILER: di Milla Jovovich ne Il quinto elemento ce n'è una, signori, mi spiace), non ha un centesimo della verve che la caratterizzava in Wolf Creek - La serie e i poveri spettatori già scoglionati dopo mezz'ora di 'sta tiritera imbarazzante, come me, non aspettano altro che vedere la sempre cazzutissima Noomi Rapace pigliare a calci nel sedere lei e i suoi due protettori, possibilmente in un profluvio di sangue & viscere oltre che morte & distruzione. Bon, sinceramente non ho più voglia di spendere tempo per parlare di 'sta cretinata. Personalmente non mi sono divertita guardandola quindi non la consiglio, se invece pensate che il genere possa piacervi dategli un'occhiata ma poi non dite che non vi avevo avvertiti. A 'sti punti, Rapace per Rapace e Netflix per Netflix consiglierei piuttosto la visione del pregevolissimo Seven Sisters, ad Ayers invece suggerisco di smettere di lavorare a scopo alimentare e prendersi un paio d'anni sabbatici a riflettere.


Del regista David Ayer ho già parlato QUI. Will Smith (Daryl Ward), Joel Edgerton (Nick Jacoby), Noomi Rapace (Leilah), Edgar Ramirez (Kandomere), Lucy Fry (Tikka) e Jay Hernandez (Rodriguez) li trovate invece ai rispettivi link.

Kenneth Choi interpreta Yamahara. Americano, ha partecipato a film come Captain America - Il primo vendicatore, The Wolf of Wall Street, Suicide Squad, Spider-Man: Homecoming e serie quali Più forte ragazzi, Roswell, La vita secondo Jim, Dr. House, CSI, 24, Heroes, Agents of S.H.I.E.L.D. e American Crime Story. Ha 47 anni e quattro film in uscita.


Pochi giorni fa Netflix ha annunciato ufficialmente il seguito di Bright, sempre con David Ayer alla regia e Will Smith e Joel Edgerton come protagonisti: buon per loro ma non starò a trattenere il fiato! Nel frattempo, se Bright vi fosse piaciuto, recuperate End of Watch - Tolleranza zero (al quale Max Landis si è ispirato per la sceneggiatura). ENJOY!

venerdì 11 novembre 2016

La ragazza del treno (2016)

Approfittando del cinema a 2 euro, mercoledì scorso sono andata a vedere La ragazza del treno (The Girl on the Train), diretto dal regista Tate Taylor e tratto dal romanzo omonimo di Paula Hawkins.


Trama: Rachel, donna con gravi problemi legati all'alcool, percorre tutti i giorni col treno la stessa tratta e comincia ad interessarsi alla vita di Megan, una ragazza che vive col marito nei pressi di una delle fermate e la cui casa è perfettamente visibile dalla carrozza dove siede Rachel. Un giorno però Megan scompare e Rachel viene coinvolta nelle complicate indagini...


Come al solito, sono arrivata al cinema completamente digiuna dal romanzo da cui è stato tratto La ragazza del treno, anche perché io i "casi editoriali" tendo un po' ad evitarli. Il risultato, probabilmente, è stato quello di essermi goduta il film più di tante altre persone che lo hanno stroncato, sottolineando come fosse solo la bravura della Blunt a risollevare le sorti della pellicola. Premesso di essere concorde con l'ultimo punto delle critiche, Emily Blunt è mostruosa e varrebbe la pena di guardare il film anche solo per lei, dal mio punto di vista La ragazza del treno è lo stesso un thriller godibilissimo, magari senza particolari aspetti degni di nota ma comunque l'ideale per intrattenersi la sera con un whodunnit che regge almeno fino alla fine del primo tempo (al netto di ragionamenti arzigogolati della sottoscritta, che hanno fatto ridere la mia collega che aveva già letto il libro, diciamo che ho picchiato abbastanza vicino alla soluzione del caso, una volta riportati i piedi per terra) e che richiede comunque un minimo di attenzione in più da parte dello spettatore. La struttura de La ragazza del treno è idealmente suddivisa in tre “capitoli” introduttivi, ognuno dedicato ad uno dei personaggi femminili, e in alcuni flashback aventi luogo in tempi diversi rispetto all’avvenimento che è il motore di tutta la vicenda, ovvero la scomparsa di Megan; buona parte della storia viene filtrata attraverso gli occhi e la memoria spezzata dell'alcolista Rachel, fatta di incertezze e lacune, quindi la bellezza del film (e del romanzo) sta proprio nell'impegno che deve mettere lo spettatore nel ricostruire la storia e comprendere tutti i segreti che in qualche modo legano i personaggi, anche quelli che apparentemente non c'entrano nulla l'uno con l'altro. Nonostante tutto l'interesse che ha suscitato in me la parte "gialla" della vicenda, devo però dare ragione ai critici più implacabili e ammettere che ciò che sta intorno alla scomparsa di Megan è ben poca cosa, e che non solo le motivazioni dei singoli individui implicati sono una più risibile dell'altra, ma anche la risoluzione finale dell'intreccio è tirata per i capelli tanto quanto ciò che veniamo a scoprire sul passato di Rachel e persino di Megan (anzi, soprattutto di Megan. Non voglio fare spoiler ma, diamine, credo di avere assistito alla disgrazia più fasulla ed improbabile della storia della fiction). Non avendo letto il libro, come ho detto, non posso dare interamente la colpa agli sceneggiatori della pellicola, sta di fatto che se già di suo il romanzo di Paula Hawkins presenta un branco di personaggi con i quali non si riesce a provare la minima empatia, è naturale che il film non piaccia a chi magari si aspettava qualcosa di più.


Parlando della versione cinematografica, Rachel, Megan e Anna sono infatti tre pittime della peggior specie. Rachel, poveraccia, è la meno peggio perché comunque viene tratteggiata come una donna alla quale la natura ha negato la possibilità di avere figli, cosa che l'ha portata all'alcolismo e al conseguente divorzio da Tom e, sarà per la già citata bravura della Blunt, non si riesce a volerle troppo male, neppure quando la sua natura si rivela, in sostanza, quella di una persona che necessita di sentirsi parte di "qualcosa", qualunque cosa essa sia. Fosse anche un casino nato dalla volontà di non farsi i fatti propri, per dire. Anna, la nuova moglie di Tom, è invece il nulla fatto a personaggio, meritevole di tutti gli schiaffi del mondo, innanzitutto perché usa la figlia come scusa per non fare una cippa, né in casa né fuori, e in sostanza passa il tempo a dormire e covare rancore verso chiunque. Ma muovere un po' il culo ti pare brutto? Per la cronaca, uno dei responsabili di quel finale un po' MEH è proprio lei, la quale molto probabilmente viene chiamata confidenzialmente Aquila o Volpe da amici e parenti. Megan, infine, è il terzo ma non per questo ultimo elemento di questo ensemble di tristezza femminile, un personaggio che ha meritato la mia stima solo quando ha scelto di mandare al diavolo Anna, per la quale faceva la babysitter consentendole non tanto di lavorare, quanto di "schiacciar patate e fare volontariato". Per il resto, Megan è la tipica "sgnaccamaroni" (se avete letto Il grande Magazzi di Leo Ortolani capirete di cosa parlo, in caso contrario pentitevi e comprate subito quella perla) impegnata a vivere il suo ruolo di bella e maledetta, di spleen con la patata, di tizia scazzata che non può fare un passo senza che il marito le tiri giù le mutande e la copuli, a prescindere che lei stia cucinando la bagna cauda o stia facendo jogging, condizione disagiata per la quale ella, ovviamente, soffre tantissimo, tanto da doverla dare a tutti per cambiare un po'. Non aiuta il fatto che Haley Bennett in questo film sia la fotocopia vivente di Jennifer Lawrence, attrice per la quale non nutro proprio una passione sviscerata, quindi forse i miei giudizi sul personaggio sono stati condizionati da questa somiglianza, ma giuro che sono pochi i film nei quali mi sono ritrovata così poco coinvolta a livello empatico da tre tipologie di donna che, con un po' di impegno in più, avrebbero potuto dire e dare moltissimo. A parte queste personalissime considerazioni, se avete voglia di guardare un thriller con risvolti psicologici capace di tenere desta l'attenzione fino all'ultimo e non avete grandi pretese autoriali, una chance a La ragazza del treno io la darei.


Del regista Tate Taylor ho già parlato QUI. Emily Blunt (Rachel), Haley Bennett (Megan), Justin Theroux (Tom), Luke Evans (Scott), Edgar Ramírez (Dr. Kamal Abdic) e Allison Janney (Detective Riley) li trovate invece ai rispettivi link.

Rebecca Ferguson interpreta Anna. Svedese, ha partecipato a film come Mission: Impossible - Rogue Nation e l'imminente Florence Foster Jenkins. Ha 33 anni e cinque film in uscita.


Lisa Kudrow interpreta Martha. Indimenticabile Phoebe della serie Friends, ha partecipato a film come Terapia e pallottole, Il dottor Dolittle 2, Un boss sotto stress e altre serie quali Hercules e Innamorati pazzi; come doppiatrice, ha partecipato a serie come I Simpson, American Dad! e Bojack Horseman. Anche sceneggiatrice e produttrice, ha 53 anni e due film in uscita.


Laura Prepon, che interpreta Kathy, è stata un elemento importante del cast di That's 70's Show e Orange is the New Black mentre Jared Leto e Chris Evans hanno rinunciato rispettivamente ai ruoli di Scott e Tom perché impegnati con altri film. Detto questo, se La ragazza del treno vi fosse piaciuto recuperate L'amore bugiardo - Gone Girl. ENJOY!

mercoledì 3 febbraio 2016

Joy (2015)

Tra piccole deviazioni ed intoppi imprevisti, la marcia d'avvicinamento agli Oscar procede e oggi parlerò di Joy, diretto e co-sceneggiato dal regista David O. Russell e candidato all'Oscar per la performance di Jennifer Lawrence.


Trama: Joy, madre divorziata e vessata da genitori insopportabili, inventa l'innovativo prototipo di un bastone per lavare i pavimenti ma il suo cammino verso il successo è irto di difficoltà...


L'ultima pellicola di David O. Russell, autore che solitamente apprezzo, stavolta partiva svantaggiata in quanto il giorno prima avevo avuto modo di guardare il meraviglioso The Hateful Eight. Capite bene che, essendo io fresca di Tarantino, qualsiasi film visto subito dopo rischiava di diventare automaticamente una bagatella. Il problema è che, per quel che ne ho capito, Joy E' una bagatella, un filmetto privo di mordente che non sa bene che pesci prendere. La storia è debolmente basata sulla biografia di Joy Mangano, "la donna che ha inventato il Mocio Vileda" e possiede i brevetti di un altro centinaio di oggetti, una biografia dalla quale O.Russell si è staccato per raccontare la "sua" America fatta di sciocchi bassoborghesi in vena di arricchirsi, gente che ha buttato consapevolmente nel cesso la propria esistenza e povere donne che faticano ad avere successo all'interno di una società che aspetta solo di masticarle e sputarle. L'idea sarebbe anche carina e la storia potrebbe anche risultare edificante se non fosse che il regista e sceneggiatore ha ricamato un po' troppo sugli odiosi personaggi secondari, soccombendo così al suo stesso desiderio di parodiare le soap opera tanto amate dalla madre della protagonista: l'interessante parallelo iniziale tra la (non) vita di Joy e le vicende delle disnibite Danica e Clarinda televisive, forse il punto più alto toccato dalla pellicola, si perde annaspando in un intrico di inspiegabili e grottesche cattiverie familiari e culmina in un ridicolo finale a base di mezzi malviventi, spionaggio industriale e vittorie tirate per i capelli, con tanto di moraletta annessa. Appassionarsi alle vicende di una casalinga disperata armata di mocio non è tanto facile, questo è vero, ma ho visto film con protagonisti anche più improbabili, ai quali mi sono comunque affezionata; gli sforzi di Joy invece paiono fatti di aria fritta, tesi verso un finale che immaginiamo già essere positivo e, sinceramente, più che una scalata verso il successo pompata da orgoglio e salda volontà, quella della protagonista è più una battaglia disperata per non venire sommersa dai debiti. Per dire che ho visto più cuore in Creed, davvero.


Stranamente, il film non solo è piatto per quel che riguarda la storia ma anche per quel che concerne la regia. Tolto il già citato inizio, dove grazie anche ad un montaggio intelligente le immagini reali e quelle di finzione televisiva si susseguono senza soluzione di continuità, e tolta l'interessante parte centrale ambientata nel bizzarro mondo delle televendite (con il ritorno di "Joan Rivers", nientemeno!!), all'interno della quale spicca la "regia nella regia" del sempre gnocco Bradley Cooper, il resto della pellicola è molto ordinario. L'altra cosa che mi perplime è la candidatura all'Oscar di Jennifer Lawrence. L'attrice è sulla cresta dell'onda e va bene, bisogna mungere la vacca (perdonatemi l'inelegante parallelo, non mi riferivo certo direttamente a lei) finché è giovane e ha ancora latte, ma volete davvero dirmi che la sua interpretazione possa mettersi sullo stesso piano di quella di Cate Blanchett (l'unica che ho visto all'opera finora, per le altre attrici sospendo il giudizio)? Purtroppo con la Lawrence ho avuto a che fare solo per quel che riguarda film "commerciali" come X-Men e The Hunger Games ma francamente ero rimasta molto più colpita vedendo la sua performance in American Hustle; sì, con Joy tiene praticamente sulle spalle tutto il film e forse questo potrebbe trarre in inganno ma all'interno di una pellicola girata e scritta meglio, con un cast di supporto che non sia formato da ex grandi attori ormai in declino buoni solo a strappare una garbata risata, probabilmente la piccola Jennifer avrebbe lasciato la stessa impressione di un mocio appoggiato al muro. Poi, per carità, ho visto di peggio e devo dire che Joy per passare una serata tranquilla va anche bene, non stiamo parlando di un film orribile diretto da una capra e interpretato da un branco di cani. Però ecco, insomma, visto l'hype dei fan e il megaposter appeso appena prima della galleria tra Albissola e Savona mi aspettavo MOLTO di più. MainaJJoy, proprio.

No vabbé, mainajjoy. Una joy c'è. Sant'uomo.
Del regista e co-sceneggiatore David O. Russell ho già parlato QUI. Jennifer Lawrence (Joy), Robert De Niro (Rudy), Bradley Cooper (Neil Walker), Diane Ladd (Mimi), Virginia Madsen (Terry) e Isabella Rossellini (Trudy) li trovate invece ai rispettivi link.

Edgar Ramirez (vero nome Edgar Ramírez Arellano) interpreta Tony. Venezuelano, ha partecipato a film come Zero Dark Thirty, The Counselor - Il procuratore e Liberaci dal male. Anche produttore, ha 39 anni e quattro film in uscita.


Ad interpretare Joan Rivers, morta nel 2014, c'è la figlia Melissa, al secolo Melissa Warburg Rosemberg, mentre la sua collega Cindy è interpretata dalla figlia adottiva di Robert De Niro, Drena. Detto questo, se Joy vi fosse piaciuto recuperate American Hustle e La grande scommessa. ENJOY!

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