Visualizzazione post con etichetta jacques audiard. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta jacques audiard. Mostra tutti i post

martedì 14 gennaio 2025

Emilia Pérez (2024)

Quando ho saputo che venerdì scorso avrebbero proiettato, al cinema d'élite e in v.o., Emilia Pérez, diretto e co-sceneggiato dal regista Jacques Audiard, mi ci sono fiondata senza pensarci due volte, visti i tre Golden Globe che si è portato a casa!


Trama: l'avvocatessa Rita riceve un'insolita richiesta da un pericoloso boss del cartello messicano e si ritroverà l'esistenza stravolta...


Mi è capitato recentemente, durante una conversazione in inglese per un corso, che mi venisse chiesto quale fosse per me l'elemento più importante di un film. E' una domanda difficile ma, riflettendoci un po', ho risposto "la sceneggiatura". Ciò non vuol dire necessariamente che io apprezzi solo i film con una sceneggiatura perfetta, anzi, ma esigo un film che mi coinvolga ed alimenti la mia peraltro già altissima suspension of disbelief, che non mi porti a distrarmi con domande "terra terra", che mi apra gli occhi su questioni a cui solitamente non penso, che mi appassioni alle vicende dei personaggi e mi spinga ad amarli, possibilmente, nel caso di film drammatici, commuovendomi fino alle lacrime (senza ricorrere però a mezzucci scorretti). Sono corsa a vedere Emilia Pérez aspettandomi, se non tutti, buona parte di questi elementi, e sono uscita dalla sala un po' delusa. Prima che i fan di un film vincitore di tre Golden Globe mi accusino di mancanza di rispetto, però, fatemi mettere le mani avanti: non mi sentirete mai dire che Emilia Pérez è brutto. Innanzitutto, Jacques Audiard ha fatto una scelta molto coraggiosa, quella di realizzare un musical per raccontare una storia che, tutto sommato, poco si presterebbe al genere, eppure funziona all'interno di questa stessa contraddizione in termini. Non tutti i numeri musicali mi hanno estasiata (quello ambientato all'interno della clinica coreana l'ho trovato talmente di cattivo gusto che mi sono agitata sulla sedia, la canzone di Selena Gomez mi ha ricordato un'ottantarata italiana e, nonostante fosse perfetta per il personaggio e i suoi desideri più reconditi, mi ha portata a sbuffare sonoramente dal naso), ma alcuni li ho trovati calzanti e commoventi, e quelli interpretati dalla Saldana molto energici e moderni, anche a livello visivo. Le attrici, a tal proposito, sono bravissime. Ho trovato un po' esagerata la candidatura di Selena Gomez, onestamente, ma comunque mi è piaciuta anche lei. Notevole la Saldana, finalmente in un ruolo impegnato che non richiedesse l'ausilio di effetti speciali o un trucco posticcio; l'attrice ha una voce bellissima, sa cantare ed è l'unica delle tre protagoniste che si impegna in coreografie più elaborate, oltre ad avere un ruolo più importante persino di quello della protagonista titolare. Quanto a Karla Sofía Gascón, che non conoscevo, l'ho trovata di una delicatezza incredibile, mai macchiettistica, nemmeno quando il personaggio (in entrambe le versioni) la espone ad una possibilità concreta di scadere nel ridicolo. Nel complesso, non mi sono mai annoiata e ho apprezzato il modo in cui Audiard ha messo in piedi un'opera che attinge da tanti generi diversi, non solo il musical, riuscendo persino a sfruttare i cliché da soap opera secondo una precisa scelta stilistica. Ha però voluto mettere troppa carne al fuoco, il che si è tradotto, almeno per come l'ho percepita io, in una superficialità fastidiosa, ma per elaborare meglio mi tocca andare nel terreno minato dello SPOILER, quindi fermatevi qui se non avete ancora visto il film.


Santa, santa Emilia. Madre de todos los niños. De los tiranizados, de los desaparecidos. De (algunas) mujeres, del México.
Perdonatemi se cito un altro musical, con un'altra bionda per protagonista, un'altra santa dalla natura ambigua e oscura, con le stesse iniziali, ma dubito che la scelta del nome di Emilia Pérez sia casuale. E perdonatemi se, come il "Che" di Evita, mi faccio portatrice di un po' di cinismo, di un po' di delusione di fronte a questo film, che mette in tavola una marea di argomenti importantissimi e li lascia cadere, ad uno ad uno, senza mai approfondirli. Emilia Pérez inscena il desiderio (e la triste impossibilità) di abbracciare la propria natura reale, di bramare l'amore senza convenzioni, di cambiare noi per primi affinché la società possa farlo di conseguenza, e racconta la disperazione nel trovarsi davanti muri enormi quando, nel profondo, non riusciamo a liberarci dei condizionamenti passati, ma tutto ciò passa per un narcotrafficante che, diventato donna, un giorno decide di espiare la sua esistenza passata fondando un'associazione per ritrovare i desaparecidos. E' sicuramente un mio limite, ma ho fatto fatica ad accettare il nesso tra l'aspetto "umano" del film e la denuncia sociale di un problema reale, dolorosissimo, che viene comunque visto come accessorio al racconto di una transizione, quasi un cliché per contestualizzare l'ambientazione messicana. Allo stesso modo, mi ha sconcertata il fatto che Emilia Pérez lasci cadere, nell'ordine, la denuncia a un maschilismo imperante e pericoloso (nel giro di una canzone vengono introdotte corruzione, disparità sessuali, salariali, sfruttamento lavorativo, vite appese a un filo, argomenti mai più affrontati in seguito se non come note di colore caratterizzanti i vari personaggi femminili), la presenza di altri cartelli criminali che avrebbero massacrato Manitas ma non muovono un dito contro una donna sconosciuta che solleva un polverone nazionale decidendo di ritrovare i luoghi di sepoltura dei desaparecidos (la "fine" di Emilia arriva con un mezzuccio talmente gratuito e di cattivo gusto che, quando l'auto è esplosa, mi sono venuti in mente gli incidenti de I Griffin dove prende fuoco la qualsiasi e, per cortocircuito mentale, tra commozione e risate mi si sono annullate le emozioni) e un'altra denuncia alla società corrotta a mo' di riempitivo (Emilia, belin, conosci gli altarini di tuttə, intanto che trovi i desaparecidos fai anche saltare qualche sedia, altrimenti a cosa serve che Rita si contorca e punti il dito nel numero musicale più figo del film?). Mi è sembrato, a fine film, che Audiard avesse per le mani una serie di argomenti da spuntare per mostrarsi autore impegnato ed attento alle problematiche sociali e di genere, ma senza particolare investimento emotivo, e questa impressione che ho avuto, purtroppo, mi ha tenuta distante anche dal percorso delle due protagoniste, dal loro progressivo avvicinarsi, da un legame nato sotto i peggiori auspici eppure tramutatosi in una rispettosa, profonda amicizia. Non abbastanza, come ho scritto su, per sconsigliare Emilia Pérez (anzi, andatelo a vedere, perché è comunque un'opera originale e curiosa), però quanto mi dispiace non avere trovato il gioiello che tutti decantano!


Del regista e co-sceneggiatore Jacques Audiard ho già parlato QUI. Zoe Saldana (Rita), Selena Gomez (Jessi) ed Edgar Ramírez (Gustavo Brun) li trovate invece ai rispettivi link. 



mercoledì 1 marzo 2017

Bollalmanacco On Demand: Un sapore di ruggine e ossa (2012)

Stavo per saltare febbraio per "colpa" degli Oscar ma anche questo mese sono riuscita a far tornare la rubrica On Demand! Nabil mi ha chiesto Un sapore di ruggine e ossa (De rouille et d'os), diretto e co-sceneggiato nel 2012 dal regista Jacques Audiard a partire dal raccolta Rust and Bone di Craig Davidson, quindi ora vi beccate il post. Il prossimo film On Demand dovrebbe essere Terkel in Trouble. ENJOY!


Trama: Alain si trasferisce dal Belgio ad Antibes dalla sorella, portandosi dietro il figlio di cinque anni. Durante una serata da buttafuori conosce la bella Stéphanie, che risentirà solo dopo un terribile incidente in cui la ragazza ha perso le gambe...



Un sapore di ruggine e ossa. Già dal titolo da l’idea di qualcosa di viscerale, stridente, sicuramente doloroso da sopportare, tutte sensazioni “fastidiose” che prendono allo stomaco lo spettatore durante la visione della pellicola diretta da Jacques Audiard e gli lasciano in bocca lo stesso sapore di un cazzotto che spacca labbra e denti. Non esiste titolo migliore, in effetti. Le ossa sono quelle che si spezzano o che addirittura vengono a mancare, come succede alla povera Stéphanie che, di punto in bianco, si ritrova tradita dall’amato lavoro (addestratrice di orche) e perde entrambe le gambe dalle ginocchia in giù; le ossa di Alain, scapestrato improvvisatosi padre, sono invece forti, pronte a piegarsi sotto i pugni devastanti degli avversari affrontati su ring di strada senza rompersi, se non sul finale, quando l'uomo rischia di perdere la persona più importante della sua vita. Sia Stéphanie che Alain sono stati masticati e sputati dalla vita, al punto che entrambi potrebbero semplicemente arrendersi e smettere di lottare, eppure non lo fanno e continuano a stare a galla, ognuno a modo suo. E' questo, probabilmente, che li accomuna e li unisce nonostante l'estrazione sociale differente e il carattere fondamentalmente schivo, che li porta prima a cercarsi e poi unirsi in un modo strano, come raramente si vede al cinema; quella tra Stéphanie ed Alain non è né una storia d'amore né il racconto strappalacrime di come una donna menomata faccia mettere la testa a posto ad uno scapestrato improvvisamente intenerito da tanta fragilità, anzi. Ad Alain non importa nulla della tragedia di Stéphanie e la tratta esattamente come le altre donne, la sorella e il figlio, le sta accanto (con gentilezza, per carità) solo quando ne ha voglia o quando è "opé", come viene detto nel film, per il resto l'uomo continua la sua esistenza fatta di violenza, palestra, scopate e lavoretti al limite della legalità. E' proprio a causa di questo modo ruvido di mostrare affetto (amicizia? interesse?) che Stéphanie risorge come una fenice dalle ceneri, sentendosi trattata come una persona normale in un mondo in cui tutti le ricordano ciò che ha perso (lei che dell'aspetto fisico si faceva giustamente vanto schiacciando uomini come mosche) attraverso gesti di tenerezza eccessiva e persino paura, riappropriandosi così della sua identità di essere umano e soprattutto di donna.


La messa in scena priva di fronzoli, degna "compagna" di due personaggi ambigui nei quali non è proprio facilissimo riconoscersi, è probabilmente il punto forte di Un sapore di ruggine e ossa. La regia di Jacques Audiard rifugge immagini eccessivamente patinate eppure confeziona delle sequenze vagamente oniriche e molto belle, come quella in cui Stéphanie perde le gambe e, in parallelo, quella dell'incidente di Sam, ma per la maggior parte del tempo la macchina da presa si schiaccia addosso ai personaggi, mettendone a nudo la carne menomata, i difetti fisici e anche i pregi, per carità, ché la Cotillard è una gnocca spaventevole anche senza gambe e Schoenaerts un torello da paura (niente, i ruoli da minchietta aristocratica non gli si addicono e ora ho capito perché) oltre ad essere due attori incredibilmente bravi e perfetti per i rispettivi ruoli; allo stesso modo, vengono indagati a fondo ambienti al limite dello squallido, che trasudano povertà e disagio da tutti i pori alla faccia dell'eleganza della spiaggia di Antibes dove i protagonisti cominciano ad intrecciare il loro legame. Questo dualismo costantemente presente nella pellicola, unito alla totale mancanza di patetismo, forse è proprio ciò che me l'ha fatta amare, nonostante all'inizio avessi un po' paura di affrontare Un sapore di ruggine e ossa (per timore che fosse triste ed ammorbante, sapete che il pregiudizio verso i film franzosi è duro a morire...) e nonostante il personaggio di Alain mi abbia comunque rimembrato molte persone conosciute che ancora oggi meriterebbero abbondanza di schiaffi da parte mia. Ringrazio quindi Nabil per avermelo fatto recuperare, anche perché probabilmente senza di lui Un sapore di ruggine e ossa sarebbe probabilmente rimasto nel limbo e sarebbe stato davvero un peccato. Se anche voi che state leggendo siete preda dei pregiudizi come la sottoscritta, scrollateveli di dosso e recuperate subito questo bellissimo film!


Di Marion Cotillard, che interpreta Stéphanie, ho già parlato QUI mentre Matthias Schoenaerts, che interpreta Alain van Versch, lo trovate QUA.

Jacques Audiard è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Francese, ha diretto film come Tutti i battiti del mio cuore, Il profeta e Dheepan - Una nuova vita. Anche attore e produttore, ha 65 anni e un film in uscita.


Nel racconto originale Rocket Ride, che assieme a Rust and Bone compone la struttura della pellicola, è un uomo a perdere le gambe in un incidente, non una donna. Detto questo, se Un sapore di ruggine e ossa vi fosse piaciuto recuperate Quasi amici e La teoria del tutto. ENJOY!

lunedì 25 maggio 2015

Cannes 2015

Ieri si è concluso il Festival di Cannes e sono stati assegnati gli ambiti premi. Come tutti gli anni, da brava cinefila e blogger NON ho assolutamente seguito la kermesse (d'altronde, ai Coen e Del Toro voglio bene ma non stiamo mica parlando di Quentin) anche se un po' speravo che Garrone e Sorrentino (anche Moretti, dai) portassero a casa qualcosa. E invece ciccia, come vedrete in questo piccolo ed ignorante riassunto dei premi più importanti.


La Palma d'Oro va a Dheepan del regista Jacques Audiard, già autore dell'apprezzato (non da me che, manco a dirlo, non l'ho proprio visto) Un sapore di ruggine e ossa. Il film, che dovrebbe uscire ad agosto in Francia, racconta di un ex soldato che, per sfuggire alla guerra civile in Sri Lanka, fugge a Parigi con una donna e una bambina, cercando di farle passare come la sua famiglia. Non è il genere di film che m'ispira ma potrei cambiare idea, chissà!

Chapeau
Miglior regista è risultato essere il cinese Hou Hsiao-Hsien di cui, come al solito, non avevo mai nemmeno sentito parlare fino ad oggi. Il suo nuovo film, The Assassin, che uscirà in Francia l'anno prossimo, mi ricorda tantissimo i wuxia che avevano conosciuto un momento di gloria internazionale all'inizio del nuovo millennio e racconta di un'assassina presa tra i doveri e l'amore. Non vedo l'ora che arrivi anche da noi visto che adoro il genere!


Altro emerito sconosciuto, almeno per me (si vede che non bazzico il cinema francese, eh?) è Vincent Lindon per il film La loi du marché, che parla di un operaio alla ricerca di un nuovo lavoro, se non ho capito male. Nuovo Due giorni, tre notti in arrivo? Chissà!


Le migliori attrici quest'anno sono due. Una la conosco, è l'adorata e adorabile Rooney Mara, che a quanto pare ha eclissato Cate Blanchett nel nuovo film di Todd Haynes, Carol, mentre la seconda, Emmanuelle Bercot, mi è assolutamente sconosciuta. Il fatto però che il film che l'ha portata alla vittoria, Mon roi, sia diretto da Maiwenn e co-interpretato da Vincent Cassel mi predispone già molto ma molto bene!

Todd Haynes (a destra) ritira il premio per Rooney Mara
Per concludere questa sconclusionata rassegna Cannesiana, mi preme dire che l'unico film potenzialmente davvero interessante tra i vincitori è The Lobster, che si è beccato il gran premio della giuria: un sci-fi che condanna i single a diventare animali se non riescono a trovare l'anima gemella in 45 giorni, con un cast a dir poco ghiottissimo. Fino a Ottobre non c'è speranza di vederlo al cinema, soprattutto non in Italia, ma mai dire mai. E con questo vi saluto e vi rimando ad altri Blog "meglio" nonché all'anno prossimo... ENJOY!

Con le facce tese tutti incazzati neri e con le pive nel sacco noi... shalalaaaa!



Se vuoi condividere l'articolo

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...