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venerdì 8 agosto 2025

2025 Horror Challenge: Bring Her Back: Torna da me (2025)

Siccome martedì sera sono finalmente andata a vedere Bring Her Back: Torna da me (Bring Her Back), diretto dai registi Danny Philippou (anche co-sceneggiatore) e Michael Philippou, e il tema della challenge horror di questa settimana era a libera scelta, ho deciso di approfittarne. 


Trama: dopo la morte del padre, i fratellastri Andy e Piper, quest'ultima gravemente ipovedente, vengono affidati a Laura, psicologa alla quale è da poco morta la figlia. Nonostante la presenza di Ollie, ragazzino afflitto da mutismo selettivo, la casa di Laura sembra il posto ideale dove vivere, ma la donna nasconde un tremendo segreto...


Non sono certa di riuscire a parlare al meglio dell'ultimo lavoro dei fratelli Philippou, che il mio cervello continua a volere chiamare "Talk to Her" e che non riuscirò a riguardare in un milione di anni. Sarà difficile, perché mi ha fatta uscire dal cinema scossa emotivamente e fisicamente, come non mi succedeva da parecchi anni, non solo per le immagini di terrificante violenza che vengono mostrate nel corso del film, ma soprattutto per la profonda tristezza che permea ogni fotogramma. Il tema di Bring Her Back è assai simile a quello di Talk to Me e, per certi aspetti, anche i protagonisti hanno delle caratteristiche comuni. In entrambe le opere, si parla della perdita delle persone care, dell'elaborazione del lutto, di morti ingiuste e spesso insensate; le vittime del lutto sono ragazzi giovani e problematici, schiacciati da un'ingiusta solitudine, che oltre al dolore devono anche sopportare un senso di colpa e di inadeguatezza profondi. Succedeva a Mia, che si rifugiava dalla famiglia della sua migliore amica per tentare di fuggire alle domande scatenate dal suicidio della madre, e succede ad Andy, segnato (ai suoi occhi e a quelli altrui) da un gesto imperdonabile compiuto in età troppo giovane per poterne comprendere le implicazioni. In entrambi i film, poi, ci sono delle vittime innocenti, travolte dai gesti sconsiderati di chi affronta la morte come fosse un gioco oppure, nel caso di Bring Her Back, di chi non la accetta e fa di tutto per invertire la sorte, mosso da una determinazione spietata in grado di scatenare forze incomprensibili e pericolose. E' qui che i due film divergono, in effetti. Talk to Me, per quanto raffinato, era un horror di adolescenti irresponsabili, in cerca di emozioni forti, dove il sovrannaturale aveva gioco facile nell'ingannare persone emotivamente fragili. Bring Her Back è molto più adulto e, per questo, insostenibile, poiché mostra la distruzione consapevole di un nucleo familiare unito nella disgrazia, all'interno del quale due ragazzi vengono torturati psicologicamente da una figura materna (o, meglio, un surrogato della stessa) incapace di provare qualsiasi sentimento positivo, avvelenata com'è dal dolore della perdita. In Bring Her Back, il mostro è una persona normalissima, che sarebbe da compatire se non fosse per la tremenda cattiveria con la quale persegue il suo scopo. Al confronto di Laura, il demoniaco Ollie fa quasi tenerezza, in quanto vittima di qualcosa che non ha scelto, mero mezzo da violare nei modi peggiori e ottenere così un agognato miracolo.


Se pensate che la sequenza di autolesionismo presente in Talk to Me fosse insostenibile (e giuro che vi capisco perché alla seconda visione mi sono proprio coperta gli occhi, rifiutando di sottopormi nuovamente all'ordalia), vi consiglio di stare ben lontani da Bring Her Back. Come ho scritto su, i fratelli Philippou alzano l'asticella della cattiveria a livelli difficilmente sopportabili, e l'occhio dei registi indugia su mutilazioni dettagliate, rese ancora più terrificanti da un sonoro che si insinua nel cervello; non mi succede quasi mai di tapparmi le orecchie, ma a un certo punto ho dovuto farlo o penso che mi sarei messa a urlare in sala. Bring Her Back non ha una sola sequenza non dico allegra, ma almeno leggera. Tutto, all'interno del film, è appesantito da un'atmosfera luttuosa, anche i momenti di cameratismo tra i due fratelli, prima e durante il loro arrivo a casa di Laura. La cinepresa segue i personaggi da vicino e fa propri i punti di vista distorti di ognuno di loro, non solo per motivi funzionali alla trama (Piper è ipovedente e ciò consente a Laura di manipolarla e tenerla all'oscuro dei suoi segreti) ma anche per accrescere il senso di claustrofobia ed incertezza dello spettatore; il presente si mescola talvolta ad allucinanti flashback del passato, acqua e vapore sono due elementi che danno vita ad inquietanti ombre dal volto sfocato, e la figura del cerchio rappresenta non solo l'illusione di un perverso percorso di morte e rinascita, ma soprattutto una prigione, sia per le vittime che per i carnefici. Persino la colonna sonora, fatta principalmente di pezzi allegri e molto ballabili, contribuisce al nerissimo inganno ordito da una donna tutta sorrisi e accessori frizzanti (da nail polish addicted ho amato come la cinepresa si soffermasse, poco prima del finale, sul dettaglio di uno smalto lilla glitterato, indossato da una mano impegnata a compiere orrori inenarrabili).


A proposito di Laura, Sally Hawkins è la punta di diamante di un cast perfetto. L'attrice non va mai in overacting, neppure quando la follia del suo personaggio punterebbe dritta in quella direzione e, nonostante sguardi e gesti connotino giustamente Laura come un mostro, ci sono alcuni momenti in cui si riesce a cogliere la disperazione profonda che ha cancellato dalla sua mente ogni briciola di razionalità e pietà. E' un dualismo sottile, ma presente, non solo nell'interpretazione della Hawkins, ma in tutto il film, ed è ciò che, per quanto mi riguarda, l'ha reso così difficile da sopportare e mi ha fatta uscire dalla sala in lacrime. Al di là di demoni e found footage terrificanti, al di là di mutilazioni insostenibili, l'aspetto davvero angosciante di Bring Her Back è la facilità con cui un evento luttuoso può distruggere la vita delle persone, come la disgrazia può accanirsi su chi è già provato e tenta con fatica di tenere insieme i cocci, come il dolore sia un virus che si propaga, soffocando le sue vittime e rendendole cieche a tutto il resto. Il finale di Bring Her Back (dichiaratamente modificato dopo la morte di Harley Wallace, amico dei due registi a cui il film è dedicato), in questo senso, è perfetto e desolante, così come già lo era quello di Talk to Me. In entrambi i film, è un ultimo, tardivo barlume di raziocinio a cambiare le carte in tavola, anche se mai per il meglio. Il tentativo estremo di riprendere il controllo di un'umanità dimenticata, strappata a forza da un destino crudele, è ciò che impedisce a un film come Bring Her Back dall'essere un mero esercizio di sterile shock value, e sarebbe veramente superficiale distogliere lo sguardo continuando a giudicare stupide o incomprensibili opere che parlano ai nostri lati più oscuri. Come ho scritto all'inizio, non penso avrò mai voglia di riguardare Bring Her Back, né ho desiderio di sminuirlo inserendolo nel perverso "gioco delle classifiche" senza averlo elaborato meglio, affibbiandogli il titolo di "horror dell'anno". E' sicuramente un horror bellissimo, è un'opera importante e stratificata, ma è anche un film che fa malissimo, e non mi sento di consigliarlo a tutti in quanto "fenomeno del momento". Affrontatelo con le debite cautele, poi ne riparliamo.


Dei registi Danny Philippou (anche co-sceneggiatore) e Michael Philippou ho già parlato QUI. Sally Hawkins, che interpreta Laura, la trovate invece QUA.


Se Bring Her Back vi fosse piaciuto, recuperate Talk to Me, A Dark Song, Birth/Rebirth e The Surrender. ENJOY!

martedì 10 ottobre 2023

Talk to Me (2022)

Era l'horror sulla bocca di tutti e finalmente, dopo una settimana, è uscito anche a Savona. Sto parlando di Talk to Me, diretto nel 2022 dai registi Danny Philippou (anche co-sceneggiatore) e Michael Philippou.


Trama: Mia, orfana di madre, comincia ad avere strane visioni dopo avere partecipato ad un gioco virale in cui i partecipanti devono stringere una misteriosa mano che consentirebbe di parlare coi morti...


Siccome tutti hanno detto la loro su Talk to Me e io arrivo grandemente in ritardo, cercherò di astenermi dallo scrivere banalità o trivia sui due registi esordienti, ma spero mi perdonerete ugualmente se ciò che troverete su questo post lo avrete già letto da qualche altra parte. Cominciamo intanto dall'aspetto che mi ha colpita di più di Talk to Me, ovvero la sua cattiveria ineluttabile. Il film dei fratelli Philippou è un horror che non si nasconde dietro il PG-13 e confeziona sequenze abbastanza difficili da sostenere, soprattutto se avete un minimo di empatia e vi fate "fregare", come la sottoscritta, quando la sceneggiatura vi fa affezionare ai personaggi nel giro di pochi minuti, senza spiegoni né arzigogoli complicati (ma soltanto, per esempio, facendogli cantare in macchina Chandelier di Sia, in una delle rarissime volte in cui ho sorriso di cuore al cinema, come se stessi passeggiando e vedessi una scena simile per strada). La protagonista, Mia, ha perso la madre, non parla col padre e ha una sola amica, Jade; con quest'ultima ha un rapporto talmente stretto da fungere da sorella maggiore per il fratellino di lei, ma vive anche con disagio il fatto di saperla fidanzata con Daniel, per cui aveva una cotta da ragazzina. Da questi e altri dettagli capiamo che Mia è una ragazza incredibilmente sola, messa da parte da un tessuto sociale che premia solo i "cool kids", distrutta da un evento luttuoso le cui implicazioni le sono state tenute nascoste dal padre, il che fa di lei la vittima perfetta per una challenge che consente di parlare coi defunti. Non solo: l'interazione coi morti, attraverso la mano "spacciata" dai due bulletti del liceo, ha effetti paragonabili allo sballo delle droghe e lascia una sensazione di euforia aumentata dalla consapevolezza di essere diventati popolari per quei cinque minuti in cui gli immancabili cellulari hanno reso virali le riprese delle singole prove. In poche parole, Mia è condannata fin dal principio ad afferrare con forza quella mano e fare tutte le scelte stupide dei protagonisti dei teen horror, eppure è impossibile tacciarla di stupidità e non patire le pene dell'inferno quando ogni singolo briciolo di felicità viene sottratto a lei e alle persone che la circondano, in un decorso prevedibile che, tuttavia, non smette di sorprendere nemmeno per un secondo.


Ed è sorprendente anche il giro sulle montagne russe che è questo Talk to Me. Non so se per me è l'horror dell'anno (questo 2023 mi sta regalando alcune opere molto belle, ma nessuna di loro mi ha ancora rubato il cuore) ma, di sicuro, è uno di quelli che mi ha messo più angoscia. L'introduzione alla festa iniziale è già una sequenza capace di innervosire lo spettatore, ma la prima "seduta spiritica" inchioda alla poltrona grazie a una miracolosa sinergia di regia, montaggio e bravura dell'attrice Sophie Wilde, le cui reazioni rispecchiano quelle del pubblico: abbiamo paura, non vogliamo continuare ad andare avanti col "gioco", ma vogliamo comunque vedere e il risultato finale ci renderà euforici, il tutto grazie ad una mimica facciale e corporea appena aiutata da un minimo di make-up e lenti a contatto grandi e nere. Da lì ci sono almeno altre due o tre scene sorprendenti, soprattutto se si pensa che i fratelli Philippou sono solo al loro primo lungometraggio e già bisognerebbe farlo vedere a tutti quelli che pensano di poter fare passare un horror al cinema senza sporcarsi di sangue; ad oggi, giusto La casa - Il risveglio del male mi ha dato la gioia di vedere una splatterata in sala, ma lì era tutto più esagerato e giocoso, passatemi il termine. Come ho scritto all'inizio, invece, i due registi di Talk to Me fanno male e fanno sentire male, un male fisico che deriva da menomazioni anche facili da collegare ad incidenti domestici particolarmente gravi, il che è peggio di quando comincia a farsi preponderante l'elemento sovrannaturale, comunque assai efficace in quanto più legato a suggestioni che a jump scare veri e propri (poi c'è un brevissimo, ma intenso, momento 100% horror infernale che avrebbe fatto la gioia di Clive Barker). In definitiva, Talk to Me mi è piaciuto molto. Ha i suoi difetti, che mi impediscono di essere entusiasta al 100% (la sceneggiatura, a volte, va un po' dove vuole, con "regole" per l'uso della mano aggiunte a seconda di chi deve usarla), ma è un film che rivedrei volentieri, anche per godere di quell'accento aussie che sicuramente impreziosirà i dialoghi e di cui ho sentito la mancanza nel momento esatto in cui sono comparsi i loghi della Screen Australia e della The South Australian Film Corporation. Io lo dico da anni che aussies do it better


Di Miranda Otto, che interpreta Sue, ho già parlato QUI.

I gemelli Danny Philippou (anche co-sceneggiatore) e Michael Philippou sono i registi del film, al loro primo lungometraggio. Australiani, hanno 31 anni e hanno anche lavorato come attori, montatori e produttori.


Se Talk to Me vi fosse piaciuto recuperate It Follows e Smile. ENJOY!

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