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martedì 24 gennaio 2023

The Pale Blue Eye - I delitti di West Point (2022)

Dopo Antlers, ero molto curiosa di vedere l'ultimo film diretto e sceneggiato da Scott Cooper a partire dal romanzo omonimo di Louis Bayard, The Pale Blue Eye - I delitti di West Point (The Pale Blue Eye), disponibile su Netflix da qualche giorno.


Trama: un investigatore viene ingaggiato per scoprire il colpevole di un efferato delitto commesso all'interno di un'accademia militare. Ad aiutarlo nell'ardua impresa ci penserà un giovane Edgar Allan Poe...



The Pale Blue Eye rientra senza troppi problemi in quel genere di film "solidi", dalla regia classica e sicura, la cui efficacia posa più sulle spalle degli interpreti che della trama e che, probabilmente, in futuro ricorderò per la bellezza delle ambientazioni, perfette per la stagione invernale in quanto fatte di foreste innevate, paesaggi brulli e cimiteri imbiancati. Sinceramente, mi aspettavo qualcosa di più horror, invece dopo l'ottimo e inquietante Antlers il regista Scott Cooper è tornato a tirare il freno e ha scelto di raccontare una detective story dai dettagli macabri e dai vaghi risvolti sovrannaturali, dove i defunti (e la paura della morte) giocano un ruolo fondamentale nel destino dei vivi, facendo sentire la loro influenza anche dall'aldilà. Non a caso, accanto a un anziano (??? Belin ma Christian Bale ha solo 48 anni, nel film ne parlano come se fosse decrepito!!) e ormai disilluso detective spunta, nel ruolo di assistente d'eccezione, un Edgar Allan Poe ancora solo cadetto dell'accademia militare, a mo' di nume tutelare di una trama che mescola generi assai cari allo scrittore di Boston. Tutto nasce da un apparente suicidio che, senza fare troppi spoiler, si rivelerà essere un omicidio con caratteristiche ascrivibili a qualche rituale satanico, e che minaccia di essere solo il primo commesso all'interno di un'accademia militare; l'austera atmosfera dell'istituzione, mantenuta da colonnelli e superiori, fa ovviamente a pugni con la personalità dimessa e "scapestrata" del detective Landor, il quale nel giovane Poe, altrettanto fuori posto, troverà uno spirito affine e un alleato. La trama è dunque un dipanarsi delle investigazioni dei due, che tuttavia si distaccano da quelle dei gialli tornati di moda negli ultimi tempi, perché l'attenzione dello spettatore viene sviata spesso dalle vicende personali dei protagonisti e da altri misteri apparentemente slegati dall'indagine. Inoltre, Landor è dotato di una personalità schiva e cupa e lo spettatore viene tenuto ben distante dalle sue elucubrazioni private, quindi tocca a un'inedito e ciarliero Poe fare la parte dell'entusiasta investigatore che offre dovizia di spiegazioni, mantenendo desta l'attenzione nemmeno si avesse a che fare con un giovane Sherlock Holmes.


Proprio per questo motivo succede una cosa inusuale, ovvero che a Christian Bale venga rubata spesso e volentieri la scena dall'ex Dudley Dursley Harry Melling. Quest'ultimo, con i suoi occhioni giganteschi (ma non sono i pale blue eye del titolo) e l'aspetto dinoccolato e stralunato, interpreta un ottimo Edgar Allan Poe, passando dalla superficiale eccentricità dell'inizio a qualcosa di ben più profondo e sfaccettato, quindi è naturale che spicchi. Bale è, come al solito, molto bravo, purtroppo è il suo personaggio ad essere un po' banale, passatemi il termine, in quanto trattasi dell'ennesimo detective ubriacone dal passato tragico e dalla mente brillante di cui cinema e letteratura sono pieni. Anzi, ad essere onesti tutto l'impianto di The Pale Blue Eye potrebbe rientrare sotto la definizione di "banale" (e gli aspetti esoterici della faccenda sembrano quasi inseriti a forza), non fosse per un piccolo particolare che riesce a cambiare completamente le carte in tavola e a lasciare molto soddisfatti. E poi, come ho scritto sopra, il film gode non solo di un ottimo cast di caratteristi di lusso, ma anche e soprattutto di una regia molto bella, che presta moltissima attenzione agli ambienti, sia interni che esterni. La natura selvaggia che circonda ed isola i protagonisti, con tutte le conseguenze del caso, e gli interni bui, illuminati soltanto da candele e zeppi di ombre inquietanti che sembrano sempre incombere sugli astanti, sono elementi importantissimi del racconto e, in qualche modo, ne accentuano l'atmosfera luttuosa e plumbea. Insomma, The Pale Blue Eye è uno di quei film dal sapore un po' antico, non solo perché è in costume, ma proprio per la deliberata scelta di puntare più sulla raffinatezza della ricostruzione e dell'immagine e sulle atmosfere più che sull'effettiva azione; alcuni potranno non sopportare la natura slow burn dell'opera, a me invece non è affatto dispiaciuta. 


Del regista e co-sceneggiatore Scott Cooper ho già parlato QUI. Christian Bale (Augustus Landor), Harry Melling (Cadetto Edgar Allan Poe), Simon McBurney (Capitano Hitchcock), Timothy Spall (Sovrintedente Thayer), Toby Jones (Dr. Daniel Marquis), Charlotte Gainsbourg (Patsy), Lucy Boynton (Lea Marquis) e Robert Duvall (Jean Pepe) li trovate invece ai rispettivi link.

Gillian Anderson interpreta Mrs. Julia Marquis. Indimenticabile Agente Scully della serie X-Files, la ricordo anche per film come X-Files - Il film, Scherzi del cuore, X-Files - Voglio crederci e altre serie quali Hannibal, American Gods e The Crown; come doppiatrice, ha lavorato in I Simpson, Robot Chicken, Principessa Mononoke e La collina dei papaveri. Americana, anche produttrice, regista, sceneggiatrice e compositrice, ha 55 anni e un film in uscita. 


Se The Pale Blue Eye vi fosse piaciuto recuperate Il nome della rosa, Il mistero di Sleepy Hollow e From Hell - La vera storia di Jack lo squartatore. ENJOY!

venerdì 26 giugno 2020

Un giorno di ordinaria follia (1993)

Il 22 giugno è venuto a mancare il regista Joel Schumacher. Potendo scegliere, avrei riguardato 8mm - Delitto a luci rosse ma ovviamente non è presente né su Netflix né su Prime, quindi ho ripiegato su Un giorno di ordinaria follia (Falling Down), da lui diretto nel 1993.


Trama: un impiegato attraversa a piedi tutta la città per raggiungere la figlia nel giorno del suo compleanno. Nel cammino, si impegnerà a raddrizzare tutto ciò che secondo lui non va nella società...


Non avrei potuto scegliere un film "migliore" di questo, visto il periodo in cui, a partire dalla giustissima protesta Black Lives Matter, si è arrivati a pensare che, per non offendere nessuno, quasi quasi sarebbe meglio mettere un disclaimer anche su Indiana Jones e il tempio maledetto, reo di rappresentare i popoli indiani con una connotazione negativa. Che dire dunque di quanti disclaimer bisognerebbe mettere davanti a Un giorno di ordinaria follia? Qui, nell'ordine, Michael Douglas brutalizza un commerciante coreano dipinto come un ladro profittatore (il film è stato in effetti bandito in Corea del Sud), si scontra contro alcuni ragazzi di origine sudamericana rappresentati come criminali e perdigiorno (loro e tutte le loro famiglie) e si incazza all'idea che la tanto amata gelateria sia diventata un negozietto dove gli indiani vendono carabattole; come corollario, ci sono insulti contro donne, omosessuali, italiani e se volessimo cominciare a parlare di Prendergast e della moglie, dipinta come una stronza matta mentre la collega Sandra è comprensiva e mascolinizzata, ci sarebbe da aprire un libro. Considerato che Un giorno di ordinaria follia è stato girato proprio durante le rivolte di Los Angeles, nate dopo l'arresto e il violento pestaggio di Rodney King, davvero non avrei potuto guardare film più in linea col periodo o, ancora dopo oltre 20 anni, più controverso. Al netto di tutti i difetti di una trama "facilona" c'è infatti un sotteso senso di vergogna nell'assistere alle peregrinazioni di Bill "D-Fens"Foster e fare di nascosto il tifo per lui, americano medio costretto a crollare come il London Bridge della canzone sotto il peso delle pretese eccessive di un'intera nazione e di una società squallida, degradata, zeppa di piccole cose che non vanno; quante volte, in effetti, magari dopo una pesante giornata lavorativa, avremmo voluto tirare una testata sul grugno di impiegati privi di flessibilità, gente incazzosa che consuma il clacson in coda, persone che si rivelano ostili senza nessun motivo palese, razzisti e omofobi della peggior specie? Certo, Bill è matto e la sceneggiatura non smette di sottolinearlo nemmeno per un istante, mettendo in mezzo una moglie e una figlia terrorizzate, oltre a una madre non troppo nel chilo, ma a tratti è un matto quasi razionale e in alcuni momenti è difficile volergli male.


Il messaggio del film, almeno per come l'ho inteso io, è quello di tentare, per quanto possibile, di mantenere un equilibrio tra sconsiderata follia e l'atteggiamento passivo di chi si fa mettere i piedi in testa da chiunque, pena cadere nel baratro della pazzia di cui sopra o fare comunque una vita del cavolo, un po' come accade all'altro lato della medaglia Prendergast, uomo anche troppo buono e mite, benché fermo e testardo nei suoi propositi; considerato un codardo e un cretino da colleghi e superiori, in realtà è proprio Prendergast che, con calma e metodo, unisce i puntini dei vari episodi di violenza che vedono D-Fens protagonista e anche a riprendere le redini della sua vita segnata dal dolore. Detto ciò, è sicuramente facile farsi sviare dal carisma di un Michael Douglas iconico e quasi irriconoscibile e bollare Un giorno di ordinaria follia come film un po' fascista, un po' reazionario e un po' trumpiano, tuttavia secondo me basta solo superare le azioni scioccanti del protagonista e aprire bene orecchie ed occhi per scoprire che sotto tutta la superficie rude di un film molto anni '90 c'è un mondo per cui provare pietà, filtrato dall'occhio distorto di chi non ha più nulla da perdere ed è diventato l'ennesimo elemento inutile di una società popolata da persone egoiste e sbrigative, prive di qualsiasi briciolo di umana empatia. Che poi, definire Un giorno di ordinaria follia "rude" non rende giustizia alle interessanti scelte di regia di Schumacher, a partire dalla splendida sequenza introduttiva, presa di pari peso da Fellini, per continuare col parallelo visivo tra il protagonista e l'"uomo economicamente inaffidabile", passando per quel mix di vivace, multietnica arte di strada e squallore canicolare in cui si muove D-Fens, che quasi quasi rischia di fare incarognire lo stesso spettatore. E ci sono altre chicche da cogliere, ovviamente. Basta, come ho scritto, aguzzare un po' la vista e riscoprire così un autore e un film magari ingiustamente caduti nel dimenticatoio.


Del regista Joel Schumacher ho già parlato QUI. Michael Douglas (D-Fens), Robert Duvall (Prendergast), Barbara Hershey (Beth), Rachel Ticotin (Sandra), Tuesday Weld (Mrs. Prendergast) e Vondie Curtis-Hall (Uomo economicamente inaffidabile) li trovate invece ai rispettivi link.


Sheila, la cassiera del Whammy Burger, è interpretata da DeeDee Pfeiffer, sorella di Michelle. Sempre rimanendo in tema Whammy Burger, se vi chiedete dove avete già visto il manager, più o meno negli stessi panni, la risposta è "in un episodio della sesta stagione di Buffy l'ammazzavampiri". Jack Nicholson, Ed Harris, Robert De Niro, Alec Baldwin, Jeff Bridges, Nick Nolte, Mel Gibson, Michael Keaton, Robin Williams, Harrison Ford, Dustin Hoffman e Al Pacino erano tutti papabili interpreti per il ruolo di Bill "D-Fens" Foster mentre Gene Hackman, Walter Matthau, Sidney Poitier, Paul Newman e Jack Lemmon lo erano per quello di Prendergast; alla regia avrebbe potuto esserci invece Dennis Hopper. Se Un giorno di ordinaria follia vi fosse piaciuto recuperate Taxi Driver. ENJOY!

domenica 25 novembre 2018

Widows: Eredità criminale (2018)

Spinta da un trailer a dir poco intrigante, giovedì sono andata a vedere Widows: Eredità criminale (Widows), diretto e co-sceneggiato dal regista Steve McQueen.


Trama: rimasta vedova, Veronica decide di mettere su una banda di donne per procurarsi il denaro necessario a riparare all'ultimo furto del defunto marito.


Enrico Ruggeri cantava "mondo di uomini, fatto di uomini soli", Steve McQueen, coadiuvato da Gillian Flynn nell'adattare una serie TV degli anni '80, declina questo verso al femminile e ci presenta una storia di donne sole. Donne sole perché senza mariti, come da titolo, ma anche perché abbandonate da una società spietata con chi è di sesso femminile, relegate a ruoli di sposa, madre, amante, "segretaria", con qualche contentino alle imprenditrici donne in piena campagna elettorale. Quando i mariti se ne vanno, queste donne si ritrovano schiacciate dal peso delle colpe degli uomini e dai debiti, prive magari non solo del lavoro, ma anche delle amicizie messe da parte nel corso degli anni per assolvere al ruolo imposto; intrecciano, se hanno fortuna, legami con altre donne sole, o con le madri, zie, parenti, così da riuscire magari ad affidare a qualcuno i figli mentre si spaccano la schiena con lavori poco gratificanti e mal pagati. Mentre gli uomini, appunto, fanno cose da uomini: si mettono in politica senza averne né la voglia né la capacità, spinti dal desiderio di pecunia e di potere o per un semplice reiterarsi dell'eredità patriarcale, risolvono i loro problemi con una violenza che alle donne non dev'essere concessa (se non come vittime o spettatrici, sia chiaro), tramano e vivono la propria esistenza egoista, senza badare al dolore delle loro donne o men che meno ai loro bisogni, si limitano ad offrire sesso, soldi e l’illusione di aver coronato così i loro sogni. Sono i burattinai, all’interno di una Chicago divisa tra bianchi ricchi e neri poveri (o divenuti ricchi grazie ai bianchi), mentre le donne sono i silenziosi burattini che hanno solo il dovere di essere belle, silenziose e servizievoli. Ma Veronica non ci sta. Minacciata senza capire perché, quando si ritrova per le mani il quaderno di appunti che le ha lasciato il marito, zeppo di informazioni su furti, intrallazzi e quant’altro, invece di venderlo al migliore offerente decide di usarlo per diventare ladra a sua volta e prendersi la rivincita su una vita che le ha dato molto ma le ha tolto troppo, le due cose più importanti per lei. E coinvolge, ovviamente, anche le altre vedove, incazzate quanto lei con i mariti che, morendo, le hanno lasciate nella bratta. Ognuna di loro, neanche a dirlo, arriverà ad affrontare un percorso non facile ma che, forse, consentirà di rifiorire come donne e come esseri umani, ritrovando un’indipendenza necessaria per sopravvivere… e anche per tornare a “sentire” qualcosa, un sentimento umano di fiducia, speranza e amicizia.


Tutti questi aspetti rendono Widows un film splendido. Più ben girato che ben sceneggiato, nonostante questo, perché accanto a personaggi scritti benissimo, tratteggiati con inaspettate sfumature, ci sono delle forzature e dei cliché che fanno storcere un po’ il naso (la tragedia che colpisce Veronica è incredibilmente gratuita). Invece, la regia di McQueen non sbaglia un colpo e se le scene d’azione sono pulite e credibili anche quando sono concitate, dove il regista da il meglio di sé è in quei primi piani dolorosi, nei gesti reiterati d’affetto, nell’attenzione ai dettagli, nel modo in cui la macchina da presa si allontana dall’unica scena di violenza davvero insostenibile, nei piani sequenza ripresi da un punto di vista tutto particolare in cui la città pare volere inghiottire lo small talk di uno dei protagonisti più “sciocchi” e per questo incredibilmente reale. E poi, ovviamente, ci sono gli attori. Viola Davis incarna tutta la dignità spaventata di una donna ricca ma non viziata, segnata dalla vita al punto da scegliere di sfidarla quando la morte minaccia di portarla via come il marito, un ruolo che le meriterebbe un Oscar; altra punta di diamante del cast è Elizabeth Debiki, quella che forse evolve maggiormente nel corso del film passando dall’essere un personaggio caricaturale ed insipido a cuore pulsante della vicenda con invidiabile coerenza. Ai margini, svetta la caratura di Robert Duvall il quale, assieme a Colin Farrell, da vita ad alcuni dei duetti più memorabili che potrete sentire quest’anno al cinema, talmente realistici nella loro gretta e testarda ignoranza che ho più volte avuto l’impressione di trovarmi davanti le persone per cui lavoro, con la differenza che la performance di coppia dei due attori è da applausi. Insomma, Widows è un film bellissimo, che merita di essere visto al cinema con tutta la concentrazione e la tranquillità che potrete trovare in una sala sicuramente poco affollata: è grande sfoggio di ciò che rende potente una pellicola e riconferma, ancora una volta, il talento di McQueen come regista, sceneggiatore e direttore di grandissimi cast.


Del regista e co-sceneggiatore Steve McQueen ho già parlato QUI. Viola Davis (Veronica), Liam Neeson (Harry Rawlings), Jon Bernthal (Florek), Michelle Rodriguez (Linda), Elizabeth Debicki (Alice), Carrie Coon (Amanda), Robert Duvall (Tom Mulligan), Colin Farrell (Jack Mulligan), Daniel Kaluuya (Jatemme Manning) e Lukas Haas (David) li trovate invece ai rispettivi link.

Jacki Weaver interpreta Agnieszka. Australiana, ha partecipato a film come Picnic ad Hanging Rock, Stoker, Parkland, Equals e The Disaster Artist. Ha 71  anni e cinque film in uscita.


Cynthia Erivo, che interpreta Belle, aveva già partecipato a 7 sconosciuti a El Royale. Il film è tratto dalla serie TV inglese Le vedove, del 1983, seguita da Widows 2 e She's Out e già riproposta in un'altra serie TV dal titolo Widows, del 2002. Se Widows: Eredità criminale vi fosse piaciuto potete provare a recuperarle, giusto per curiosità! ENJOY!

venerdì 20 febbraio 2015

The Judge (2014)

Il recupero pre-Oscar non lascia passare indenni neppure le più “piccole” nomination, come quella di Robert Duvall migliore attore non protagonista in The Judge, diretto e co-sceneggiato nel 2014 dal regista David Dobkin.


Trama: Hank Palmer è un avvocato di successo che si è lasciato alle spalle le sue origini di “ragazzo di campagna”. Dopo la morte della madre è però costretto a tornare a casa e ad affrontare l’inesistente rapporto col padre, stimato giudice accusato di aver ucciso un uomo finito sotto il suo giudizio moltissimi anni prima…



Guardare The Judge è come fare un salto indietro nel tempo di almeno una ventina d’anni, quando andavano di moda i drammi giuridici mescolati a problemi familiari irrisolti. Il film racconta la solita storia del giovinotto scapestrato che scappa dalla campagna, diventa uno spregiudicato cittadino dopo aver tagliato tutti i ponti col passato e si ritrova dopo anni a dover riaffrontare la sua disagiata famiglia con un bel malloppo di cinismo e nuove, strabilianti abilità perlopiù sconosciute ai poveri zoticoni che ancora si cullano nella loro ingenua ignoranza. Queste situazioni di solito si risolvono in uno scontro cultural-generazionale e finiscono spesso a tarallucci e vino; The Judge non fa eccezione per quel che riguarda il primo punto ma strappa un bel po’ di lacrimoni (nonostante la prevedibilità del tutto) per quanto riguarda il secondo, seppellendo i personaggi con tante di quelle tragedie e situazioni irrisolte da far invidia ad un episodio di Candy Candy. La cosa incredibile è che The Judge è leggero, simpatico e molto ironico per almeno metà della sua durata e questi momenti più ilari vanno serenamente a braccetto con delle mazzate sotto lo sterno non da poco, che lasciano lo spettatore spiazzato a chiedersi il perché di questo continuo alternarsi di registri. La storia personale del protagonista Hank e di suo padre, il giudice del titolo originale, procede di pari passo con la loro vicenda giudiziaria, in un susseguirsi di deposizioni, scelte di giurati, arringhe ed interrogatori che potrebbero fare la felicità di ogni appassionato del genere e che, in effetti, hanno appassionato anche me, spingendomi a fare il tifo per il giudice sperando che vincesse la causa in barba all’azzimato avvocato dell’accusa e a tutti i familiari redneck della vittima.


Sicuramente, se la trama di The Judge riesce in qualche modo a catturare lo spettatore il motivo non risiede né nella sceneggiatura né nella realizzazione della pellicola, entrambe abbastanza mediocri, bensì nell’indubbio carisma degli interpreti principali e nell’azzeccata scelta dei caratteristi. Robert Downey Jr., affascinante come sempre, sembra nato per essere un avvocato sbruffone e senza scrupoli; Robertino brilla nei momenti più leggeri e patisce un po’ in quelli drammatici, risultando forse un po’ poco credibile, ma in generale è sempre piacevole vederlo muoversi e parlare sullo schermo. D’altra parte, Robert Duvall merita la nomination di quest'anno perché impegnato in un personaggio non facile, molto poco simpatico e tuttavia capace di accattivarsi a tratti la tenerezza del pubblico, accettando di caricarsi sulle spalle l'ingrato compito di mostrare buona parte degli aspetti negativi (e anche imbarazzanti) della vecchiaia e della malattia con incredibile dignità e sensibilità. I duetti tra i due Robert sono i momenti più interessanti, commoventi e riusciti di tutto il film ma anche i personaggi secondari sono ben caratterizzati; a Vera Farmiga basta essere bellissima, potrebbe anche non aprire bocca e riuscire comunque a dare dei punti con la sua sola presenza a tante mocciose di belle speranze con la metà dei suoi anni, mentre Vincent D'Onofrio e Jeremy Strong spiccano sugli altri interpreti maschili nonostante anche i due fratelli Dale e Glen non siano proprio dei mostri di simpatia o carisma. A The Judge avrebbero probabilmente giovato venti minuti e un po' di retorica in meno ma, come spesso succede davanti a film "classici" nell'impianto e nella bravura degli attori, è difficile non lasciarsi trasportare e goderseli fino in fondo, un po' come se ormai fossero insediati profondamente nel nostro DNA: The Judge non sarà il filmone del 2014 ma merita sicuramente una visione!


Di Robert Downey Jr. (Hank Palmer), Robert Duvall (Joseph Palmer), Vera Farmiga (Samantha Powell), Billy Bob Thornton (Dwight Dickham), David Krumholtz (Mike Kattan), Grace Zabriskie (Mrs. Blackwell) e Denis O'Hare (Doc Morris) ho già parlato ai rispettivi link.

David Dobkin è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come 2 cavalieri a Londra e 2 single a nozze. Anche produttore, ha 45 anni.


Vincent D'Onofrio interpreta Glen Palmer. Americano, lo ricordo per film come Full Metal Jacket, Mystic Pizza, JFK - Un caso ancora aperto, Ed Wood, Men in Black e The Cell - La cellula, inoltre ha partecipato a serie come Miami Vice. Anche produttore, sceneggiatore e regista, ha 55 anni, sette film in uscita tra cui Jurassic World e dovrebbe interpretare Wilson Fisk nell'imminente serie Daredevil.


Jeremy Strong interpreta Dale Palmer. Americano, ha partecipato a film come E venne il giorno, Lincoln, Zero Dark Thirty e Parkland. Ha un film in uscita.


Nonostante Robert Duvall sia stato giustamente candidato all'Oscar per la sua interpretazione, per il ruolo di Joseph Palmer c'erano in lizza anche Jack Nicholson e Tommy Lee Jones mentre Elizabeth Banks è arrivata a contendersi con la Farmiga la parte di Samantha. Detto questo, se The Judge vi fosse piaciuto recuperate Music Box - Prova d'accusa, Conflitto di classe e Il verdetto. ENJOY!


martedì 22 marzo 2011

Mash (1970)

Esistono dei film molto particolari, che non possono rientrare semplicemente in una sola categoria. M.A.S.H., diretto nel 1970 dal regista Robert Altman, è un esempio calzante di questa mia affermazione. La pellicola, che ha vinto l’Oscar per la migliore sceneggiatura non originale (tratta dall’omonimo romanzo dello scrittore Richard Hooker, pubblicato nel 1968), può sicuramente essere definita una commedia, ma anche un film di guerra a tutti gli effetti.


Trama: durante la guerra di Corea, due abili chirurghi, Hawkeye (Falco, in italiano) e Duke, vengono trasferiti in un ospedale da campo militare. Lì si scontrano con il bigotto ed incapace maggiore Burns, si alleano con il chirurgo McIntyre, e cercano di superare gli orrori della guerra con umorismo, alcool e soprattutto donne.


Se dovessi definire con un termine MASH, mi verrebbe in mente commedia nera. E’ innegabile che il film faccia ridere, però sono risate che si mescolano alla vista di serissimi e continui interventi chirurgici, che ci ricordano sempre dove si trovano i personaggi. Altman non gira una commedia demenziale alla Animal House, per intenderci, anche se i temi trattati (ribellione alle autorità, donne, alcool, problemi sessuali, sfide da vincere contro spocchiosi nemici ecc. ecc.) sono per lo più gli stessi: il regista vuole immergerci nella realtà della guerra, e mostrarci come dei competentissimi chirurghi possano riuscire a non diventare pazzi e a sopravvivere, continuando a svolgere un lavoro che hanno scelto in un contesto che sicuramente avrebbero voluto evitare. La competenza, quindi, va di pari passo con l’indisponenza, con la mancanza di rispetto, con la palese infrazione delle regole, che nel film vengono incarnate non già dal povero e debole colonnello Blake, il cui unico obiettivo è vivere tranquillo e tormentare il povero Radar, ma dal Maggiore Burns e dal Maggiore Houlinan, alias Bollore: il primo è un bigotto ed un chirurgo incompetente, capace solo di fomentare panico e dispensare vergogna, mentre la seconda è una fanatica della disciplina militare, tanto bella quanto fredda e “maschile”, in un certo senso, e per questo vittima dei pesanti scherzi di Hawkeye e compagni.


Sì, perché le donne sono allo stesso tempo necessarie e subordinate all’interno del film. La figura dell’infermiera è indispensabile al lavoro dei chirurghi ma anche al buonumore dei soldati, che non perdono occasione per portarsene a letto qualcuna, in barba a mogli e fidanzate lontane. Questa doppia valenza della donna si può vedere nel primo dei quattro episodi in cui è idealmente diviso il film: nel primo Bollore viene apprezzata come infermiera, ma assolutamente messa in ridicolo come donna, tanto da beccarsi il poco simpatico soprannome e perdere ogni autorità davanti ai compagni e ai superiori, finché negli ultimi due episodi non la vediamo accettare il suo ruolo di trastullo sessuale ed ochetta, solo per essere accettata. Nel secondo episodio, invece, si vede come “dovrebbe” essere la donna ideale del gruppo: disponibile ad aiutare in ogni modo, con buona pace del povero Cassiodoro che pensava già di essere diventato un gay impotente nonostante gli attributi fuori dal comune. E proprio in questo secondo episodio viene ripresa l’amaramente ironica ballata iniziale (scritta peraltro dal figlio quattordicenne del regista, Mike): “Suicide is Painless/ it brings on many changes/ and you can take or leave it if you please”; quasi tutti i personaggi scelgono di affrontare la vita evitando la soluzione facile e meno dolorosa, ovvero il suicidio, il dentista Cassiodoro (alias Painless, appunto, in originale) sceglierebbe invece di smettere di combattere, sopraffatto dalla perdita della virilità, ad aggiungersi a tutte le brutture della guerra.


Passando ad aspetti più tecnici, la pellicola è ovviamente molto ben diretta, e anche ben recitata. Traspaiono purtroppo la maretta che doveva esserci sul set e la tensione tra regista e produttori, elementi che si mescolano a parecchia improvvisazione: il risultato, quindi, è ibrido come il film, ovvero una sensazione di generale “diffidenza” e di rigidità che si mescola a scene ottimamente riuscite e naturalissime. Tra i quattro episodi, il terzo è quello dove viene mostrata meglio quella dicotomia di cui parlavo all’inizio, con i due chirurghi che fanno il bello e il cattivo tempo all’interno di un ospedale militare approfittando della loro bravura, mentre i primi due episodi sono sicuramente i più divertenti; nel secondo, soprattutto, Altman si sbizzarrisce con immagini decisamente artistiche, mostrandoci l’Ultima Cena di Cassiodoro con una tavolata di personaggi messi nelle stesse posizioni immortalate da Leonardo nel suo capolavoro, ed una scena molto “disneyana”, con una principessa che risveglia il bello addormentato in un modo un po’ poco ortodosso. Particolarissima anche la colonna sonora, zeppa di “storici” pezzi americani cantati in giapponese ed inframmezzata da improbabili annunci con l’altoparlante, un rumore di sottofondo costante che ci accompagna fino agli intelligenti titoli di coda, dove viene presentato il film della serata… ovvero MASH, appunto. In definitiva, come film MASH mi piace e lo consiglio. Molto probabilmente non è facile da apprezzare come un Animal House o un Blues Brothers, ma a mio avviso è un importante pezzo di storia cinematografica, specchio di un’epoca neanche troppo lontana.


Di Donald Sutherland, che interpreta Hawkeye Pierce, ho già parlato qui.

Robert Altman è il regista della pellicola. Grandissimo “vecchio” del cinema americano, lo ricordo per splendidi film come Nashville, America oggi, Gosford Park e Radio America, la sua ultima opera. Inoltre, si è fatto le ossa con serie televisive come Alfred Hitchcock presenta e Bonanza. Altman è morto di leucemia nel 2006, all’età di 81 anni.


Robert Duvall interpreta il maggiore Frank Burns. Uno dei più grandi attori americani viventi, i fan lo ameranno innanzitutto per il ruolo di Tom Hagen nella trilogia de Il Padrino, io l’ho semplicemente adorato nei panni del Colonnello Kilgore in Apocalypse Now, ma ha partecipato a molti altri film come Il buio oltre la siepe, Quinto potere, Terrore dallo spazio profondo, Colors – Colori di guerra, Giorni di tuono, Un giorno di ordinaria follia, Qualcosa di cui… sparlare, La lettera scarlatta, Phenomenon e A Civil Action, che gli ha fatto vincere l’Oscar come miglior attore non protagonista. Ha inoltre partecipato a serie come Alfred Hitchcock presenta, Ai confini della realtà e The Outer Limits. Ha 80 anni e un film in uscita.


Elliott Gould interpreta John McIntyre. Americano, i più lo ricorderanno per avere interpretato il papà di Monica e Ross in Friends; io lo ricordo anche per una trashata nazionale come I miei primi quarant’anni (per chi se lo fosse scordato è un orrendo biopic che racconta la vita di Marina Ripa di Meana, come se a qualcuno ne fosse fregato qualcosa…), lo Shining televisivo, American History X, Ocean’s Eleven – Fate il vostro gioco, Ocean’s Twelve e Ocean’s Thirteen. In TV ha lavorato per telefilm come Ai confini della realtà, La signora in giallo, Avvocati a Los Angeles, Masters of Horror, Law & Order e CSI e prestato la voce per serie come American Dad! e Kim Possible. Ha 73 anni e quattro film in uscita.


tn-500_19Tom Skerritt interpreta Duke Forrest. Americano, tra i suoi film ricordo il bellissimo Harold e Maude, Alien, La zona morta, Top Gun, Poltergeist III: ci risiamo, Fiori d’acciaio, Orchidea selvaggia 2, l’inguardabile La mia peggiore amica e Desperation, mentre per le serie a cui ha partecipato citerei Bonanza, Ai confini della realtà, Will & Grace, West Wing, Law & Order e La zona morta. Ha 78 anni e un film in uscita.


Fred Williamson interpreta “Spearchucker” Jones. Nonostante compaia pochissimo e praticamente solo verso il finale, mi sento in dovere di parlare quest’attore, visto che la sua faccia particolarissima e la sua verve hanno contribuito a rendere ancora più divertente un film che io adoro, Dal tramonto all’alba. Tra le sue altre pellicole ricordo Quel maledetto treno blindato (da cui Tarantino ha preso spunto per Inglorious Basterds), Gli adoratori del male e Starsky & Hutch; ha inoltre partecipato a serie come  Star Trek, Chips, Fantasilandia e Renegade. Americano, ha 73 anni e cinque film in uscita.


E ora, un paio di curiosità. Dal film e dal libro è stata tratta una serie televisiva dal titolo omonimo, andata in onda dal 1972 al 1983, che contava nel cast solo tre degli attori presenti nella pellicola: Gary Burghoff e G. Wood hanno mantenuto rispettivamente i ruoli di Radar e del Generale Hammond, mentre Timothy Brown, che nel film interpretava il Caporale Judson, nella serie ha preso il ruolo di Spearchucker. Esistono inoltre altri tre spin – off, uno dedicato completamente a McIntyre, uno che racconta i destini dei personaggi dopo la guerra di Corea e uno che racconta le peripezie di Radar all’interno della polizia. Se vi fosse piaciuto MASH, io vi consiglio di recuperare un altro classico contro la guerra: Il Dottor Stranamore di Stanley Kubrick. Un capolavoro. E ora vi lascio con il trailer di MASH... ENJOY!

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