Visualizzazione post con etichetta toby jones. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta toby jones. Mostra tutti i post

martedì 11 luglio 2023

Indiana Jones e il quadrante del destino (2023)

Potevo forse perdermi Indiana Jones e il quadrante del destino (Indiana Jones and the Dial of Destiny), diretto e co-sceneggiato dal regista James Mangold? Ovviamente no. Zero spoiler, prometto.


Trama: raggiunta l'età della pensione, Indiana Jones viene avvicinato dalla figlia di un suo vecchio amico, che lo trascinerà in un'avventura in mezzo a nazisti ed invenzioni pitagoriche...


Lo dico e lo ripeto: che susse siamo diventati noi spettatori. Ma da una parte, per carità, è meglio così. Indiana Jones e il quadrante del destino è stato talmente asfaltato dalla "critica" che sono partita prevenutissima con questo ultimo capitolo della saga, nonostante non sia una di quei fan che conoscono a memoria e citano ogni film della trilogia tranne il quarto (per me questa cosa vale solo con Il tempio maledetto, ma sono in minoranza visto che lo odiano persino i coinvolti). Mi aspettavo una ciofeca e, come sempre accade in questi casi, avendo le aspettative a terra mi sono sorpresa davanti a un film gradevolissimo e divertente che, con un po' di fortuna, metterà definitivamente fine alle avventure di Indiana Jones. Questa consapevolezza, probabilmente, ha viziato la mia percezione dell'opera, lo ammetto. Se già in Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo il protagonista era invecchiato e si scagliava contro i giovinastri irrispettosi incarnati dal "simpaticissimo" Mutt, pagando il contrappasso di avere perculato papà Sean Connery nel capitolo precedente e ritrovandosi nei panni di matusa rincoglionito, qui abbiamo un professor Jones in pensione, divorato dalla solitudine, amaro come l'alcool in cui affoga i suoi dispiaceri, a volte persino vittima di quello sguardo tra il sorpreso e lo spaventato degli anziani (una bambina nel pubblico mi ha spezzato il cuore dicendo che uno dei cattivi non le piaceva perché "picchia i vecchietti". Amore pulcetta, ma ci rendiamo conto che per lei quel gran figo di Ford è un vecchietto?). Indy è un uomo arrivato al capolinea, ed è terribile il contrasto tra la sequenza iniziale (che, grazie alla CGI, ce lo mostra giovane e aitante a fare il mazzo ai nazi) e quella in cui, mutanda flappa d'ordinanza, intima al vicino capellone di abbassare la musica; è un uomo che, a differenza dell'Indy che rideva in faccia alla morte ne I predatori dell'arca perduta, spende una lacrima per ogni persona conosciuta o amico che fa una brutta fine, perché ognuna di queste morti lo rende più solo e più vicino alla sua dipartita. Onestamente, questo è uno degli aspetti che più ho apprezzato del film, perché non avrei tollerato un settanta-ottantenne che saltella e si spara pose da cinico marpione come se non fossero passati più di quarant'anni dal suo esordio, e trovo anche giusto che la motivazione principale che lo spinge a farsi coinvolgere dalla giovane Helena sia quella di levarsi presto dalle balle l'incombenza e tornare a piangersi addosso in tranquillità.


Siccome ho nominato Helena, un paio di accenni sulla trama. Indiana Jones e il quadrante del destino è il tipico film avventuroso, "alla Indiana Jones" appunto, dove i personaggi vagano per il globo alla ricerca di manufatti protetti da ingegnose trappole/indovinelli onde evitare che il villain di turno se ne impossessi. E' la cifra stilistica della serie, per quanto mi riguarda, solo che stavolta l'azione è quasi tutta nelle mani della new entry Helena; quest'ultima è un personaggio che evolve, presentandosi inizialmente come un'archeologa/collezionista di manufatti antichi senza scrupoli, in aperto contrasto con le idee più filantropiche di Indy, e piano piano riscopre una sorta di etica, se non addirittura un cuore, che la rendono meno monodimensionale di quanto non appaia all'inizio. Il fulcro della trama, però, non è lo scontro generazionale, quanto piuttosto il contrasto tra chi non accetta di fare ormai parte di un'altra epoca e ancora vive legato a fasti passati che non torneranno mai, e chi sceglie di fare tesoro del passato ma senza lasciarsi dominare da esso, un contrasto che trova compimento nella presenza di un artefatto strettamente legato al tempo e, anche, nella natura stessa di Indiana Jones e il quadrante del destino. Guardando il film, infatti, non si percepisce alcuna voglia di rilanciare il franchise, quanto piuttosto quella di farlo diventare una sorta di omaggio riaggiornato (e remunerativo, certo) a quarant'anni di avventure di un'icona cinematografica. Al di là dei riferimenti espliciti e degli easter egg sparsi qui e là, ci sono intere sequenze ad omaggiare lo stile di Spielberg quando si approcciava alla saga (ma anche a quello delle sue produzioni più iconiche, soprattutto i Goonies, citato più di una volta), tra inseguimenti mozzafiato su vari mezzi di locomozione ed insidiosi ambienti zeppi di trappole, e persino alcuni giochi di luce ed ombre sono simili; nonostante ciò, Mangold e soci sono riusciti a far sì che il film mantenesse una sua personalità e hanno evitato di ricalcare pedissequamente le opere che lo hanno preceduto e trasformarlo in un remake/plagio fatto e finito, com'è successo, per esempio, con il secondo tempo di Ghostbusters Legacy.


E poi, vabbé, come ho scritto all'inizio del post io sono di parte. Harrison Ford, col tempo, è arrivato ad assomigliare un casino al mio papà, sia per il sembiante che per la faccia scazzata di chi ha sempre un po' la bestemmia in canna perché la gente gli spacca i marroni, e vederlo guidare il tuctuc ha rischiato di uccidermi in mezzo alla sala, perché uno dei mezzi di ordinanza di padre è l'Ape Piaggio, mezzo di locomozione tipico dei vegi di campagna. Quindi sì, ogni volta che vedevo Jones sperso, perplesso, triste, mi veniva in mente papà e mi si spezzava il cuore, e ogni suo trionfo o rivincita da old man sono stati una gioia per lo stesso motivo. Lo so che è un punto di vista stupido, da ragazzina immatura, ma credo che il cinema sia soprattutto questo, farsi trasportare dalle emozioni più varie, tornare bambini per una sera, dividersi tra il rimpianto per quel gran figo che era Harrison Ford e l'amore per questo arzillo ottantenne, perdendo quella voglia di criticare sempre e comunque, tipica del nostro tempo. Poi se volete vi dico che quel bambino mostruoso che hanno appioppato ai protagonisti non ha un grammo del carisma dell'amatissimo Shorty, che le scene ambientate in Italia sono il trionfo dello sterotipo tossico, che la presenza di Banderas è uno spreco di denaro e carisma, che le motivazioni del villain sono di una banalità sconcertante e che Helena si definisce bene solo da un certo punto in poi, ché all'inizio secondo me la sceneggiatura non sapeva bene quale carattere darle, ma tutto scompare davanti allo score di John Williams, agli schiocchi di frusta e a quel piccolo bacio dato sul gomito, che ha lasciato me e i miei compagni di visione in lacrime commosse. Dite quel che volete su Indiana Jones e il quadrante del destino ma, per quanto mi riguarda, old man Indy batte gli alieni 10 a 0. 
P.S. Magari andatelo a vedere in v.o., se potete. Il doppiaggio italiano ci mette almeno dieci minuti ad entrare in sincrono coi movimenti labiali dei personaggi, tanto che all'inizio mi veniva voglia di strapparmi le orecchie, e Gammino ormai biascica un po', santa creatura. Ho riso più per le varie interpretazioni che gli spettatori attorno a me davano di "wombato" che per le gag del film, ma qui magari trattasi di ignoranza del pubblico, non di pronuncia strascicata.  


Del regista e co-sceneggiatore James Mangold ho già parlato QUI. Harrison Ford (Indiana Jones), Antonio Banderas (Renaldo), Karen Allen (Marion), John Rhys-Davies (Sallah), Thomas Kretschmann (Colonnello Weber), Toby Jones (Basil Shaw), Boyd Holbrook (Klaber) e Mads Mikkelsen (Dr. Voller) li trovate invece ai rispettivi link. 

Phoebe Waller-Bridge interpreta Helena. Inglese, ha partecipato a film come Albert Nobbs, The Iron Lady, Solo: A Star Wars Story e a serie quali Fleabag. Anche produttrice, sceneggiatrice e regista, ha 38 anni e un film in uscita. 


Se Indiana Jones e il quadrante del destino vi fosse piaciuto, neanche a dirlo, recuperate tutti gli altri film della saga! ENJOY!
 

venerdì 10 marzo 2023

Empire of Light (2022)

E' arrivato finalmente al cinema anche Empire of Light, diretto e sceneggiato dal regista Sam Mendes e candidato a un Oscar per la Fotografia.


Trama: in una cittadina balneare inglese di inizio anni '80 si intrecciano i destini dei dipendenti del cinema Empire, tra amori, amicizie, malattie e terribili cambiamenti sociali...


Aspettavo di vedere Empire of Light da quando ho dovuto saltare il TFF di quest'anno, dov'è stato proiettato in anteprima. Purtroppo, ho dovuto accontentarmi di un'occasione molto meno magica, ma l'importante, prima o poi, è riuscire, anche se questa volta Mendes non mi ha conquistata come avrei voluto. Empire of Light racconta la storia di Hilary, dipendente di un enorme cinema (in buona parte in disuso) in una cittadina balneare inglese che, più che vivere, sopravvive soverchiata dalla monotonia di un'esistenza fatta solo di lavoro, solitudine intervallata da insoddisfacenti rapporti sessuali col boss e visite mediche. La vita di Hilary prende una svolta inattesa quando il giovane Stephen, ragazzo di colore che non riesce ad entrare al college, viene assunto al cinema Empire; tra i due nasce un'attrazione reciproca che sfocia in una relazione clandestina, resa difficile non solo dal clima razziale sempre più teso all'interno dell'Inghilterra thatcheriana, ma anche dall'enorme segreto che nasconde Hilary, una donna più fragile di quanto sembri. La fragilità di Hilary viene rispecchiata dalla natura decadente dell'Empire, un rifugio per anime solitarie che diventa una sorta di micromondo per i dipendenti che ci lavorano, il baluardo non solo di tempi più felici e gloriosi, ma anche un mezzo per fuggire da una realtà deprimente che schiaccia i sogni delle persone in modi più o meno violenti. Hilary, dal canto suo, vive l'Empire come un'oasi di normalità, ma rifiuta di entrare in una sala che ritiene riservata agli spettatori paganti, come se il solo pensiero di sedersi e rilassarsi fosse qualcosa che a lei non sarà mai concesso, l'ennesimo "muro" pronto a separarla dal resto del mondo. Il legame tra Hilary e Stephen, per quanto non facile, serve ad entrambi per guardare oltre le loro paure e i loro limiti, li porta a conoscere realtà appena fuori dalla loro portata, ma nonostante questo la sceneggiatura di Empire of Light è il punto debole di un film che vuole mettere tantissima carne al fuoco e lo fa con un po' di superficialità, come se Mendes fosse semplicemente interessato a spuntare tante tacche di una lista comprendente ciò che va di moda di questi tempi: questioni razziali, emancipazione femminile, omaggi al Cinema, revival anni '80, impastati in un modo che non rende giustizia a nessuno di questi temi.


Fortunatamente, a livello di regia, fotografia e attori non c'è invece nulla di superficiale. Ogni singolo frame di Empire of Light è un piccolo capolavoro, una gioia per gli occhi impreziosita dal gusto per le luci, le ombre e i colori caldi di un Roger Deakins giustamente candidato all'Oscar; il desiderio di poter andare tutti i giorni all'Empire, di poter godere della bellezza delle sue sale in disuso dalle quali si vede l'Oceano, di poter penetrare nel sancta sanctorum di Norman e spiare, non vista, gli spettatori ai quali viene regalata la più grande delle magie, sono riusciti a farmi battere il cuore più della vicenda dei due protagonisti e, sicuramente, alcune delle immagini del film mi rimarranno impresse a lungo. Per quanto riguarda gli attori, la Colman si riconferma un mostro di bravura perfettamente a suo agio nei panni di personaggi complessi, sempre sul filo della depressione ma pronti a mostrare una grinta e una decisione insospettabili, e il giovane Micheal Ward (attore giamaicano che non conoscevo assolutamente) riesce a tenerle testa con un'interpretazione misurata e piacevole; tra i due si crea un'alchimia ottima, nonostante la differenza di età, che rende plausibile ed adorabile una coppia che, sulla carta, rischiava di risultare improbabile. Per quanto mi riguarda, però, nonostante la loro presenza sullo schermo avesse un minutaggio inferiore, il cuore è volato a Toby Jones e Tom Brooke, i due colleghi che chiunque meriterebbe di avere nella vita, riservati ma dolci e sempre pronti a dare ottimi consigli, due personaggi che fanno perdonare qualunque ingenuità a livello di sceneggiatura. Quindi sì, nonostante non mi abbia soddisfatta al 100%, consiglio la visione di Empire of Light, possibilmente al cinema, su uno schermo enorme che renda giustizia allo splendido lavoro di Deakins. Non ve ne pentirete!


Del regista e sceneggiatore Sam Mendes ho già parlato QUI. Olivia Colman (Hilary), Colin Firth (Donald Ellis) e Toby Jones (Norman) li trovate invece ai rispettivi link.

Tom Brooke interpreta Neil. Inglese, lo ricordo per film come I Love Radio Rock, Morto Stalin se ne fa un altro e serie quali Il trono di spade, Sherlock e Preacher. Ha 45 anni. 





martedì 24 gennaio 2023

The Pale Blue Eye - I delitti di West Point (2022)

Dopo Antlers, ero molto curiosa di vedere l'ultimo film diretto e sceneggiato da Scott Cooper a partire dal romanzo omonimo di Louis Bayard, The Pale Blue Eye - I delitti di West Point (The Pale Blue Eye), disponibile su Netflix da qualche giorno.


Trama: un investigatore viene ingaggiato per scoprire il colpevole di un efferato delitto commesso all'interno di un'accademia militare. Ad aiutarlo nell'ardua impresa ci penserà un giovane Edgar Allan Poe...



The Pale Blue Eye rientra senza troppi problemi in quel genere di film "solidi", dalla regia classica e sicura, la cui efficacia posa più sulle spalle degli interpreti che della trama e che, probabilmente, in futuro ricorderò per la bellezza delle ambientazioni, perfette per la stagione invernale in quanto fatte di foreste innevate, paesaggi brulli e cimiteri imbiancati. Sinceramente, mi aspettavo qualcosa di più horror, invece dopo l'ottimo e inquietante Antlers il regista Scott Cooper è tornato a tirare il freno e ha scelto di raccontare una detective story dai dettagli macabri e dai vaghi risvolti sovrannaturali, dove i defunti (e la paura della morte) giocano un ruolo fondamentale nel destino dei vivi, facendo sentire la loro influenza anche dall'aldilà. Non a caso, accanto a un anziano (??? Belin ma Christian Bale ha solo 48 anni, nel film ne parlano come se fosse decrepito!!) e ormai disilluso detective spunta, nel ruolo di assistente d'eccezione, un Edgar Allan Poe ancora solo cadetto dell'accademia militare, a mo' di nume tutelare di una trama che mescola generi assai cari allo scrittore di Boston. Tutto nasce da un apparente suicidio che, senza fare troppi spoiler, si rivelerà essere un omicidio con caratteristiche ascrivibili a qualche rituale satanico, e che minaccia di essere solo il primo commesso all'interno di un'accademia militare; l'austera atmosfera dell'istituzione, mantenuta da colonnelli e superiori, fa ovviamente a pugni con la personalità dimessa e "scapestrata" del detective Landor, il quale nel giovane Poe, altrettanto fuori posto, troverà uno spirito affine e un alleato. La trama è dunque un dipanarsi delle investigazioni dei due, che tuttavia si distaccano da quelle dei gialli tornati di moda negli ultimi tempi, perché l'attenzione dello spettatore viene sviata spesso dalle vicende personali dei protagonisti e da altri misteri apparentemente slegati dall'indagine. Inoltre, Landor è dotato di una personalità schiva e cupa e lo spettatore viene tenuto ben distante dalle sue elucubrazioni private, quindi tocca a un'inedito e ciarliero Poe fare la parte dell'entusiasta investigatore che offre dovizia di spiegazioni, mantenendo desta l'attenzione nemmeno si avesse a che fare con un giovane Sherlock Holmes.


Proprio per questo motivo succede una cosa inusuale, ovvero che a Christian Bale venga rubata spesso e volentieri la scena dall'ex Dudley Dursley Harry Melling. Quest'ultimo, con i suoi occhioni giganteschi (ma non sono i pale blue eye del titolo) e l'aspetto dinoccolato e stralunato, interpreta un ottimo Edgar Allan Poe, passando dalla superficiale eccentricità dell'inizio a qualcosa di ben più profondo e sfaccettato, quindi è naturale che spicchi. Bale è, come al solito, molto bravo, purtroppo è il suo personaggio ad essere un po' banale, passatemi il termine, in quanto trattasi dell'ennesimo detective ubriacone dal passato tragico e dalla mente brillante di cui cinema e letteratura sono pieni. Anzi, ad essere onesti tutto l'impianto di The Pale Blue Eye potrebbe rientrare sotto la definizione di "banale" (e gli aspetti esoterici della faccenda sembrano quasi inseriti a forza), non fosse per un piccolo particolare che riesce a cambiare completamente le carte in tavola e a lasciare molto soddisfatti. E poi, come ho scritto sopra, il film gode non solo di un ottimo cast di caratteristi di lusso, ma anche e soprattutto di una regia molto bella, che presta moltissima attenzione agli ambienti, sia interni che esterni. La natura selvaggia che circonda ed isola i protagonisti, con tutte le conseguenze del caso, e gli interni bui, illuminati soltanto da candele e zeppi di ombre inquietanti che sembrano sempre incombere sugli astanti, sono elementi importantissimi del racconto e, in qualche modo, ne accentuano l'atmosfera luttuosa e plumbea. Insomma, The Pale Blue Eye è uno di quei film dal sapore un po' antico, non solo perché è in costume, ma proprio per la deliberata scelta di puntare più sulla raffinatezza della ricostruzione e dell'immagine e sulle atmosfere più che sull'effettiva azione; alcuni potranno non sopportare la natura slow burn dell'opera, a me invece non è affatto dispiaciuta. 


Del regista e co-sceneggiatore Scott Cooper ho già parlato QUI. Christian Bale (Augustus Landor), Harry Melling (Cadetto Edgar Allan Poe), Simon McBurney (Capitano Hitchcock), Timothy Spall (Sovrintedente Thayer), Toby Jones (Dr. Daniel Marquis), Charlotte Gainsbourg (Patsy), Lucy Boynton (Lea Marquis) e Robert Duvall (Jean Pepe) li trovate invece ai rispettivi link.

Gillian Anderson interpreta Mrs. Julia Marquis. Indimenticabile Agente Scully della serie X-Files, la ricordo anche per film come X-Files - Il film, Scherzi del cuore, X-Files - Voglio crederci e altre serie quali Hannibal, American Gods e The Crown; come doppiatrice, ha lavorato in I Simpson, Robot Chicken, Principessa Mononoke e La collina dei papaveri. Americana, anche produttrice, regista, sceneggiatrice e compositrice, ha 55 anni e un film in uscita. 


Se The Pale Blue Eye vi fosse piaciuto recuperate Il nome della rosa, Il mistero di Sleepy Hollow e From Hell - La vera storia di Jack lo squartatore. ENJOY!

mercoledì 30 novembre 2022

Il prodigio (2022)

L'ultima uscita interessante su Netflix è stata Il prodigio (The Wonder), diretto e co-sceneggiato dal regista Sebastián Lelio a partire dal romanzo omonimo di Emma Donoghue, anche co-sceneggiatrice.


Trama: alla fine dell'800, in un villaggio irlandese, una ragazzina sopravvive da quattro mesi senza mangiare. Un concilio di dignitari locali decide di fare arrivare al villaggio una suora e un'infermiera, così che possano osservare per qualche tempo la ragazzina e confutare o meno l'apparente miracolo...


Il prodigio è la testimonianza di quanto le storie siano importanti per aiutare o condannare le persone in determinati periodi della loro vita. Dotato di un prologo e un epilogo ambientati in un teatro di posa, che sottolineano sia la natura fittizia della vicenda narrata sia l'importanza di cui parlavo prima, Il prodigio è un dramma ambientato in Irlanda dopo la grande carestia che, sul finire dell'800, ha portato alla morte migliaia di persone, lasciando i sopravvissuti prostrati, diffidenti e privi di speranza. Non è un caso, dunque, che la notizia dell'esistenza di Anna, ragazza sopravvissuta per quattro mesi senza mangiare nulla, rinfocoli nella gente la speranza di un miracolo, di una mano salvifica in grado di rendere speciale un villaggio di pochissime anime pie, né che un gruppo di dignitari decida di chiamare una suora e un'infermiera a controllare il caso, così da poterlo, eventualmente, certificare e sfruttare per richiamare pellegrini da ogni dove. Così come la storia di Anna è necessaria alla popolazione del villaggio, così confutarla o meno è necessario all'infermiera Lib, vittima di un passato da dimenticare e in cerca di qualcosa su cui concentrarsi e per cui tornare a vivere; la presenza della "scientifica" Lib all'interno della cattolicissima famiglia di Anna darà vita ad uno scontro di speranze e credenze all'interno del quale si ripropone nuovamente il bisogno disperato di "inventare" storie per sopravvivere a un dolore devastante, tra chi desidera ripulirsi la coscienza a tutti i costi e chi è disposto persino a sacrificarsi per sedare un senso di colpa inestinguibile. Nel corso del film quasi tutti i personaggi si ritroveranno a dover creare storie o dare loro quell'interpretazione necessaria per guardare con speranza al futuro o anche solo tornare a guardarsi allo specchio la mattina, confidando non tanto nei prodigi mistici, quanto in quelli più prosaici, che possiamo riuscire a creare giorno per giorno, fermo restando che potrebbe anche non cambiare nulla e che le storie rischiano di rimanere, per l'appunto, tali.


Per raccontare le vicende di Lib ed Anna, Il prodigio sfrutta i registri del dramma e del thriller basato sullo studio dei personaggi, immergendo il tutto in una cornice d'epoca a dir poco perfetta, che porta quasi a dimenticare la natura moderna del prologo e dell'epilogo (per non parlare di un paio di altri lievi sfondamenti della quarta parete in medias res) che, a mio avviso, lungi dallo spezzare l'incanto illusorio della ricostruzione storica, la rendono ancora più preziosa. I costumi sono sobri ma spettacolari, gli ambienti, sia esterni che interni, sono impreziositi da una splendida fotografia, e la regia di Sebastián Lelio riesce a dare risalto ai drammi dei personaggi, ad accentuare il senso di claustrofobia derivante da ambienti piccoli e cupi e dall'ancor più cupa aura di diffidenza da cui è circondata Lib ogni volta che si ritrova ad avere a che fare con abitanti e dignitari, oltre alla fisicità dell'isolamento di Anna e della sua famiglia, circondati da paesaggi pianeggianti praticamente infiniti. La vera punta di diamante del film, però, è una Florence Pugh che, ormai, è una garanzia. A differenza degli ultimi film che l'hanno vista protagonista, ne Il prodigio l'attrice offre un'interpretazione misurata, che rivela la natura del tormento di Lib attraverso espressioni e sguardi fugaci, dai quali si evince la fragilità di un personaggio connotato, almeno all'inizio, come duro e spiccio, sebbene gentile; l'interazione con Kíla Lord Cassidy, anche lei bravissima, è dolce e intensa e arricchisce le interpretazioni di entrambe, rendendo la vicenda narrata ancora più coinvolgente, oltre che credibile. L'unica avvertenza che vi do prima di affrontare Il prodigio, pur consigliandovelo spassionatamente, è quella di non mettervi davanti allo schermo dopo una giornata particolarmente stancante o rischiate di addormentarvi più volte durante la visione, come è successo a me. Basta non arrendersi e riprovarci con un po' più di energia in corpo, verrete ripagati con un un bellissimo film!


Di Florence Pugh (Lib Wright), Toby Jones (Dr McBrearty) e Ciarán Hinds (Padre Thaddeus) ho parlato ai rispettivi link. 

Sebastián Lelio è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Cileno, ha diretto film come Gloria e Una donna fantastica. Anche produttore e attore, ha 48 anni.


Niahm Algar, che interpreta Kitty O' Donnell, era la protagonista di Censor mentre Tom Burke, che interpreta Will Byrne, ha incarnato Cormoran Strike nella serie TV tratta dai libri di Robert Galbraith. Se Il prodigio vi fosse piaciuto recuperate Lady Macbeth e Room. ENJOY!

venerdì 20 ottobre 2017

L'uomo di neve (2017)

Pur non avendo mai letto nulla di Jo Nesbø, il potere di Fassbender mi ha portata in sala per vedere L'uomo di neve (The Snowman), diretto dal regista Tomas Alfredson e tratto appunto dal romanzo omonimo dello scrittore norvegese. NO SPOILER, tranquilli.


Trama: Harry Hole, investigatore alcoolizzato, viene sfidato da un serial killer che firma i suoi delitti lasciando sulla scena del crimine un pupazzo di neve.


Come ho specificato all'inizio, di Jo Nesbø e del suo personaggio Harry Hole non so assolutamente nulla, quindi ho affrontato L'uomo di neve con lieta ignoranza, spinta da un trailer accattivante e sottilmente horror oltre che dalla presenza del bel Fassbender (che, per inciso, a un certo punto viene mostrato gratuitamente a torso nudo. Punto per lui!). Il nome Tomas Alfredson mi ha un po' spaventata, sono sincera. Dopo lo splendido Lasciami entrare il regista mi aveva annichilita con La talpa, formalmente ineccepibile e sontuoso ma anche una discreta mattonata sulle palle, siamo sinceri, e non so perché temevo che L'uomo di neve potesse seguire sentieri talpiani e tramortirmi sulla poltrona del cinema. Come sempre, la verità sta nel mezzo, almeno per quel che mi riguarda. L'uomo di neve non è un thriller dinamico zeppo di scene d'azione, non è neppure una pellicola dalla narrazione lineare o benedetta/maledetta da un bello spiegone prima della risoluzione finale, né un giallo dalla logica a prova di bomba; è, piuttosto, un film che si prende i suoi tempi e chiede allo spettatore molta attenzione, una certa sensibilità e, soprattutto, la disponibilità a seguire un percorso investigativo quasi "sottotono", privo di rivelazioni eclatanti o superdetective, zeppo di dettagli talvolta fuorvianti ma spesso importantissimi e, soprattutto, una vicenda che interseca un passato e un presente non separati da una linea netta e facilmente comprensibile. Il protagonista, Harry Hole, è sì dotato di un curriculum prestigioso ma è anche disilluso e piagato da un passato al quale si accenna appena, giusto in modo da fornirgli un minimo di profondità, e i suoi metodi investigativi non sono quelli geniali di uno Sherlock Holmes, quanto piuttosto quelli di un uomo taciturno ed introverso, che predilige l'osservazione e il silenzio allo sfoggio di intelligenza in grado di scioccare l'audience. La sua Watson, d'altra parte, è ancora più ambigua di lui benché molto più irruenta e la sua presenza punta a "sdoppiare" la trama, ramificando la rete di sospetti ed accuse così da impegnare lo spettatore nel più classico dei "whodunnit" mentre ci si domanda quanto marcio ci possa essere in Danim... Norvegia. Il pubblico paziente viene ripagato non solo da una storia cupa ed angosciante ma anche da un killer particolarmente efferato ed insidioso, silenzioso come i fiocchi di neve che cadono ogni volta in cui decide di agire e uccidere una donna "colpevole", e sapete bene quanto me che il rosso del sangue sul bianco della neve ci sta sempre molto bene.


La vena horror percepita nel trailer viene sviluppata anche nel film. Di nuovo, non si tratta di un'atmosfera horror scioccante, bensì qualcosa di sottile e capace di mettere brividi di inquietudine. Spesso, guardando L'uomo di neve, ho pensato che Dario Argento ci sarebbe andato a nozze (anche perché il povero Val Kilmer sembra Adrien Brody in Giallo. Il problema è che Brody era truccato, Kilmer è così al naturale, giusto Cielo...) ma l'approccio del regista italiano e quello di Alfredson non avrebbero potuto essere più diversi; le bufere di neve, l'oscurità e soprattutto l'abbondanza di vetrate e finestre prive di imposte, così che chiunque possa vedere cosa accade all'interno delle case svedesi, sono elementi che uniti provocano un tremendo senso di vulnerabilità, fanno sentire nudi davanti all'occhio nascosto del killer e dei suoi macabri pupazzetti di neve, eppure Alfredson gioca di sottrazione piuttosto che far saltare le coronarie agli astanti con qualche morte grandguignolesca preceduta da vetri spaccati o labirintiche fughe nell'oscurità. Prendiamo il killer, per esempio: figura oscura e mai mostrata non dico in viso ma quasi nemmeno a figura intera, "l'uomo di neve" uccide fuori campo ma allo spettatore vengono mostrati comunque i risultati delle sue azioni e se le fucilate in pieno volto appaiono finte come i soldi del Monopoli, così non è per gli arti che vengono recisi e dati in pasto ai pennuti, che qui abbondano più che in altri film. E poi, quei meravigliosi paesaggi innevati, santo Cielo, cosa non sono. Quelle grandiose panoramiche ad abbracciare ponti sospesi nel vuoto, montagne, sterminate distese di neve, laghi ghiacciati, paesini arroccati, il tutto splendidamente fotografato, instillano nel cuore dello spettatore mediterraneo un senso di straniamento, un'istintiva ritrosia (al cinema eravamo dieci persone: una si è infilata il maglione, altri due la giacca, due dietro di me hanno cominciato a starnutire come ascari e io, arrivata a casa, mi sono infilata sotto il plaid) e una desolazione infinita, al punto che questi personaggi costretti a vivere in zone simili appaiono, erroneamente, freddi come il paesaggio che li circonda. Il killer, con tutte le sue discutibili motivazioni, sembra quasi voler scuotere le coscienze addormentate dal gelo, i sentimenti trattenuti, lo sguardo triste di un Fassbender perfetto, persino il glamour raffinato e quasi regale di persone che sotto l'eleganza della neve fanno cose turpi, nascondendo segreti e perversioni. Il problema de L'uomo di neve, che leggo stroncato da più parti, forse è proprio quello di essere troppo "trattenuto" per il pubblico medio mentre invece Alfredson si riconferma maestro nel trasformare l'ovattato terrore nascosto nella neve in qualcosa che colpisce e fa sanguinare. E ora scusate ma dopo tutto questo parlare di gelo ho proprio bisogno di una cioccolata calda!


Del regista Tomas Alfredson ho già parlato QUI. Michael Fassbender (Harry Hole), Rebecca Ferguson (Katrine Bratt), Chloë Sevigny (Sylvia Ottersen e Anne Pedersen), Charlotte Gainsbourg(Rakel), J. K. Simmons (Arve Støp), James D'Arcy (Filip Becker), Toby Jones (Investigatore Svensson) e David Dencik (Idar Vetlesen) li trovate invece ai rispettivi link.

Val Kilmer interpreta Gert Rafto. Americano, lo ricordo per film come Top gun, Willow, The Doors, Una vita al massimo, Batman Forever, Heat - La sfida, L'isola perduta, Spiriti nelle tenebre e Déjà vu - Corsa contro il tempo, inoltre ha partecipato a serie quali Numb3rs e lavorato come doppiatore per Il principe d'Egitto e serie come Robot Chicken. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 58 anni e un film in uscita.



L'uomo di neve avrebbe dovuto originariamente venir diretto da Martin Scorsese ma il regista alla fine è rimasto solo come produttore. Detto questo, se L'uomo di neve vi fosse piaciuto recuperate magari Seven. ENJOY!



venerdì 25 agosto 2017

Morgan (2016)

L'avevo perso per i soliti disagi distributivi ma ora sono finalmente riuscita a recuperare Morgan, esordio alla regia di Luke Scott, figlio di Ridley Scott.


Trama: dopo un sanguinoso incidente, la consulente di una misteriosa ditta viene incaricata di indagare una struttura segretissima dove è rinchiusa Morgan, essere umano creato artificialmente in laboratorio che sta sfuggendo al controllo dei suoi creatori...



Nonostante il regista sia figlio d'arte, Morgan è passato un po' sotto silenzio e sinceramente non ricordo di avere visto qualche recensione in proposito (se ce ne sono sui blog che seguo abitualmente mi scuso, segnalatemele, grazie!). Ne ho quindi affrontato la visione memore dei pochi trailer passati al cinema, convinta che mi sarei trovata davanti un horror tout court. Invece, come spesso succede ultimamente, il trailer è stato realizzato meglio del film o, per essere più precisi, veicola delle atmosfere ben precise che in Morgan ho ritrovato soltanto nella prima parte, per poi perdersi miseramente nella seconda. Non sto dicendo che il film di Luke Scott sia brutto, per carità, solo che sfrutta male i concetti che stanno alla base della sceneggiatura e non solo per quel che riguarda la creazione di determinati momenti di tensione ma anche per le riflessioni scaturite dalla natura di Morgan. Può un essere creato artificialmente, con delle direttive di programmazione ben precise, sviluppare una coscienza di sé al punto da poter arrivare a dire "sono finalmente me stesso"? Da dove nascono le emozioni o, meglio, come può una creatura non umana distinguere tra amore reale e amore indotto semplicemente dalle buone azioni altrui? Questi interrogativi vengono sì posti durante il film ma diventano a poco a poco delle mere domande oziose, utili solo per scatenare la fuga di Morgan della struttura e lasciate un po' lì a morire per concentrarsi sulla sete di sangue dell'essere che da il titolo alla pellicola. E' un peccato perché l'inizio, con il team di dottori legato da una sorta di vincolo di parentela, faceva presagire l'approfondimento di tematiche molto importanti e la stessa figura della comportamentista Amy (o dei "papà e mamma" Ziegler e Cheng) avrebbe potuto essere sviluppata meglio invece di ridursi all'animaletto terrorizzato e pigolante mostrato sul finale. Anche l'aspetto horror della vicenda, concentrato sulla misteriosa figura di Morgan e di quelli che dovrebbero essere i suoi poteri, si perde per diventare un'accozzaglia di cat fight e scene d'azione che di inquietante hanno davvero poco o nulla.


Un altro aspetto particolare di Morgan, anche lì poco sfruttato, è l'abbondanza di attori della madonna che hanno accettato di partecipare con ruoli purtroppo risibili. Jennifer Jason Leigh e Brian Cox avrebbero potuto anche non venire coinvolti nel film in quanto i loro personaggi non apportano nulla di particolare alla trama e sarebbero stati identici anche con l'ausilio di attori meno blasonati; va un po' meglio a Toby Jones, Michelle Yeoh e Paul Giamatti, anche se sinceramente non capisco il motivo del piglio astioso che il Dottor Shapiro, interpretato da quest'ultimo, utilizza durante la valutazione psichica di Morgan, che in teoria avrebbe dovuto essere condotta con calma e perizia invece che da un pazzo umorale. Kate Mara e Anya Taylor-Joy sono invece molto brave e perfette per i personaggi che interpretano. L'espressione "talmente antipatica da spingere i container ad andarsene da soli" (cit.) della Mara è l'ideale per un personaggio che fa della mancanza di empatia e dell'efficienza a tutti i costi un punto d'onore mentre Anya Taylor-Joy conferisce a Morgan tutta l'inquietudine nervosa del suo sguardo particolare, già apprezzato in Split e The Witch, ma purtroppo a causa della sceneggiatura banalotta non riesce a rendersi memorabile come nelle altre sue performance. Per quel che riguarda la regia, Scott se la cava bene nella pluricitata "prima parte", tra immagini riflesse che allo spettatore attento rivelano più di quanto facciano i dialoghi, ambienti claustrofobici e momenti di quiete quasi onirica ma in generale non regala emozioni particolari né sequenze capaci di consacrarlo ai posteri come degno figlio/nipote di tanto padre/zio. Pur non essendo giovanissimo, c'è solo da sperare che il ragazzo si possa fare col tempo, anche se non tratterrò il fiato nell'attesa!


Kate Mara (Lee Weathers), Anya Taylor-Joy (Morgan), Rose Leslie (Dr. Amy Menser), Toby Jones (Dr. Simon Ziegler), Boyd Holbrook (Skip Vronsky), Michelle Yeoh (Dr. Lui Cheng), Brian Cox (Jim Bryce), Jennifer Jason Leigh (Dr. Kathy Grieff) e Paul Giamatti (Dr. Alan Shapiro) li trovate ai rispettivi link.

Luke Scott è il regista della pellicola. Inglese, figlio di Ridley Scott, è al suo primo e finora unico lungometraggio. Anche attore, ha 49 anni.


Se Morgan vi fosse piaciuto recuperate Ex Machina. ENJOY!

martedì 22 agosto 2017

Atomica bionda (2017)

Scrolliamo dal blog la ruggine da ferie con l’esplosivo film Atomica Bionda (Atomic Blonde), diretto dal regista David Leitch e tratto dalla graphic novel La città più fredda di Antony Johnston e Sam Hart. Pronti a spararvi in cuffia la migliore musica di fine anni ’80?


Trama: l’agente del MI6 Lorraine Broughton viene mandata a Berlino per recuperare una lista zeppa di segreti bramata da inglesi, americani, russi e francesi… proprio mentre i giorni del muro sono agli sgoccioli!


Alla mia veneranda età, dopo aver visto un buon numero di film, fatico ormai a ricordare nomi di registi e attori "secondari". Alla fine di Atomica Bionda mi è capitato di sussurrare al Bolluomo, col sorrisone sulle labbra, una cosa tipo "Ah ma questo è il modo in cui avrebbero dovuto girare quella mer*a di John Wick 2!" per poi scoprire, in effetti, che David Leitch era il co-regista non accreditato del primo, bellissimo John Wick, il cui secondo capitolo è stato diretto solo da Chad Stahelski. Da qui ho avuto modo di capire che, a son di guardare film, ho imparato qualcosa relativamente non solo a cosa viene raccontato bensì anche al "come", ma soprattutto di riflettere un po' sul Cinema di Menare (non me ne vogliano i fan de I 400 calci se utilizzo un loro termine), genere che, per quanto bistrattato dalla cVitica, ha un suo modo di essere e una sua dignità se realizzato bene, al punto che persino chi si intende di regia, montaggio e stunt tanto quanto un fermacarte (tipo la sottoscritta) riesce a capire facilmente la differenza tra un John Wick 2 e una meraviglia come Atomica Bionda: qui ci sono cuore, tecnica e gusto estetico, là c'è solo la pigrizia con la quale si prende per il naso lo spettatore. Perché a me (come ad altri spettatori, spero) frega poco di vedere Keanu Reeves ammazzare gente se le coreografie che lo vedono impegnato sono sempre le stesse e se il montaggio o la regia non mi esaltano, altrimenti non si parlerebbe, appunto, di coreografie, regia e montaggio e rimarremmo fermi a Van Damme o Steven Seagal al nadir delle loro carriere. In Atomica Bionda ci si mena ma lo si fa con un senso estetico superiore, col desiderio di costruire una scena, coccolando l'occhio dello spettatore con una bellezza che non è solo quella di una Charlize Theron che sarebbe gnocca persino avvolta in un sacco di juta e sfigurata dai lividi ma è anche e soprattutto quella di scontri all'arma bianca/pugni/calci/quello che volete così ben fatti da sembrare dei balletti, altro che La La Land. Questi sono film realizzati da gente che conosce benissimo il genere, lo ama e lo rispetta, da artigiani e stuntman che scelgono di renderlo appetibile anche per un pubblico di gente meno di nicchia, coinvolgendo grandi nomi e puntando tantissimo su scenografie, musiche, costumi e qualsiasi altro elemento possa risultare gradevole anche a chi non mastica pane e tamarreide dal mattino alla sera. A inizio 2000 c'erano i wu-xia occidentalizzati, oggi ci sono questi... come chiamarli? Action fortemente estetici? Non saprei ma, a prescindere da come vogliamo chiamarli, non ci si può lamentare della loro presenza sul mercato.


Sorvolando un attimino su una trama che a tratti si perde in un tourbillon di nomi in codice e passaggi di testimone, Atomica bionda ha tutto quello che serve per rendere la Bolla una bimba felice. Innanzitutto, ha una protagonista carismatica (e sapete quanto io ADORI le donne forti nel Cinema) interpretata da un'attrice che, ora come ora, è una delle migliori in circolazione. Non mi sento di scrivere altre righe sulla bellezza di Charlize Theron, quella donna è gnocca e bravissima, ma è innanzitutto una macchina da guerra credibile e stilosa da matti: le mise che la Theron indossa nel corso del film, non tanto quelle per me inarrivabili sfoggiate nei club berlinesi ma proprio quelle "da tutti i giorni", le sognerò nei mesi a venire, spulciando i siti di shopping on line per scovare qualche capo autunnale da mettere a mia volta. Magari con risultati diversi, ma l'importante è provare. Seconda cosa, Atomica bionda ha una serie di personaggi "di contorno" da paura. Ormai James McAvoy ha superato il noiosino Fassbender nella mia personalissima classifica di figaggine e quando lo sfruttano per ruoli da alcoolizzato/pazzo mi si scioglie il cuoricino; per gli ometti (o per le fanciulle amanti dello stesso sesso) c'è una Sofia Boutella sempre più affascinante, impegnata in una paio di scene capaci di lasciare letteralmente a bocca aperta il Bolluomo. Non potevo nemmeno prenderlo a schiaffi, visto che la Boutella e la Theron sono talmente sensuali assieme da far vacillare la mia eterosessualità come non erano riuscite nemmeno Natalie Portman e Mila Kunis ne Il cigno nero. Il parterre di attori ovviamente non finisce lì: vedere John Goodman, Toby Jones, Eddie Marsan e il futuro Pennywise Bill Skarsgård condividere lo schermo con la protagonista è sempre una gioia, così come è splendido vederli camminare per le due Berlino un attimo prima del crollo del maledetto muro. L'ambientazione è il terzo elemento vincente di Atomica Bionda, con le due anime di Berlino, la est più "straccionata" ma viva in un modo che la ovest può solo sognare, riportate perfettamente su pellicola e la storia reale che si insinua prepotentemente all'interno della finzione, segnando la sconfitta (non definitiva) di tutti i giochi di spie, traditori ed assassini che coi loro segreti hanno scritto una delle pagine più nere della storia mondiale. Immancabile infine, per mantenere il mood berlinese di fine anni '80, una colonna sonora stupenda che spazia da David Bowie a Blue Monday, passando per immancabili hit tedesche come 99 Luftballons e la sempre adorabile Der Commissar per poi finire con London Calling e Under Pressure, sempre per non dimenticare il divino Starman e l'altro divino Freddie Mercury. Volete altri motivi per andare a vedere Atomica bionda? Io sinceramente non perderei tempo e correrei al cinema prima che lo tolgano!


Del regista David Leitch ho già parlato QUI. Charlize Theron (Lorraine Broughton), James McAvoy (David Percival), Eddie Marsan (Spyglass), John Goodman (Emmett Kurzfeld), Toby Jones (Eric Gray) e Sofia Boutella (Delphine Lasalle) li trovate invece ai rispettivi link.

Bill Skarsgård interpreta Merkel. Svedese, figlio di Stellan e fratello di Alexander, lo ricordo per il film Anna Karenina, inoltre ha partecipato a serie quali Hemlock Grove. Ha 27 anni e tre film in uscita tra cui, ovviamente, IT, dove ricoprirà il ruolo di Pennywise!


I più accaniti fan di Tarantino avranno riconosciuto nei panni dell'orologiaio l'attore Til Schweiger, ovvero l'Hugo Stiglitz di Bastardi senza gloria. Detto questo, se Atomica bionda vi fosse piaciuto vi consiglio di recuperare Nikita e il primo John Wick. ENJOY!

venerdì 7 luglio 2017

The Mist (2007)

Siccome la settimana scorsa è uscita la serie The Mist ho deciso di prepararmi recuperando il film omonimo diretto e co-sceneggiato nel 2007 dal regista Frank Darabont, tratto dal racconto di Stephen King La nebbia, che ormai so a memoria.


Trama: dopo una violenta tempesta, una cittadina del Maine viene avvolta da una fitta e misteriosa nebbia. Alcuni residenti e turisti si ritrovano all'interno di un supermarket che diventa l'ultimo baluardo dell'umanità quando dalla nebbia cominciano a fuoriuscire mostruose creature...



Prima di cominciare il post sono necessarie una constatazione e una confessione. La constatazione, inconfutabile al momento (mi riservo il diritto di rimangiarmi queste parole ma ne dubito), è che la serie The Mist è laMMerda, più brutto persino del già aberrante Under the Dome e più ammorbante di Fear the Walking Dead. Complimenti agli autori, davvero, con un materiale di partenza così buono non era facile realizzare uno schifo simile. La confessione invece è che, fino a pochi giorni fa, non avevo mai guardato il film di Frank Darabont, nonostante adorassi il racconto di Stephen King e nonostante tutti me ne avessero detto un gran bene. Il motivo di questa reticenza non lo saprei spiegare neppure io visto che Darabont è l'unico regista e sceneggiatore capace di riportare fedelmente sullo schermo lo spirito delle opere kinghiane (non me ne vogliano Kubrick e De Palma, due Autori che hanno giustamente imposto la LORO visione dei romanzi che hanno trasformato in film sfornando dei capolavori), sta di fatto che erano anni che l'edizione doppia e strafighissima che ho in DVD rimaneva lì a prendere polvere e in effetti l'unica utilità dell'orrida serie TV è stata l'avermi spinta a rimediare alla mancanza. Cosa posso dire quindi, dopo 10 anni di silenzio ignorante, che altri non abbiano già detto meglio di me? Innanzitutto che la visione di The Mist è stata tutto quello che mi aspettavo e anche di più, un viaggio di due ore all'interno di un incubo che non si limita a riempire lo schermo con terrificanti mostri carnivori (anche se la suspance, per quel che riguarda ciò che si cela nella nebbia, è davvero tanta e lo stesso vale per la tachicardia derivante) ma soprattutto scava nell'animo delle vere aberrazioni, ovvero noi maledetti esseri umani, gente a cui basta rimanere due ore "chiusi in un supermarket, senza 911 e senza telefoni" per regredire all'età della pietra e diventare delle bestie senza cervello, mosse essenzialmente da paura, rabbia e superstizione. La signora Carmody, con i suoi sproloqui religiosi e il desiderio di rivalsa su tutti coloro che l'hanno sempre considerata l'eccentrica del paese, fa molta più paura di qualsiasi ragno o vespa gigante perché è l'incarnazione di un male sottile che si insinua nelle maglie di una società apparentemente sicura, fatta di persone conosciute che nascondono i peggiori segreti e che non esitano a trasformarsi in esseri orribili quando tutte le loro certezze vengono meno.


Non va meglio a chi rimane, anche nella tragedia, fondamentalmente buono. Il senso di disperazione e la progressiva disillusione che toccano il protagonista David, padre rimasto solo con un bambino terrorizzato, l'insegnante Amanda, il commesso Ollie, solo per fare i nomi dei personaggi che probabilmente arrivano ad imprimersi maggiormente nel cuore dello spettatore, sono così palpabili e realistici che è difficile non empatizzare con loro e ritrovarsi catapultati dentro quel maledetto supermercato, a soffrire e sperare di non fare una brutta fine. La sceneggiatura di Darabont, del resto, è un cazzotto alla bocca dello stomaco, ché quello che Stephen King ha solo ipotizzato viene brutalmente messo in scena, in uno dei finali più terribili della storia del Cinema, una conclusione che porta a spargere calde lacrime (grazie anche a una colonna sonora che spezza il cuore, per inciso) e a farsi domande molto scomode, oltre a liquidare tutta la macellata avvenuta prima come un "di più" neppure paragonabile in quanto a intensità emotiva. Se cercate però un film "di paura" sappiate che The Mist non è solo bellissimo ma anche terrificante. Quando il regista decide di mostrare ciò che si nasconde nella nebbia c'è da mettersi ad urlare, non tanto per i tentacoli infingardi o per i mostri giganti e nemmeno per le vespe e i pipistrelli, no, anche se tutti concorrono a tingere per bene lo schermo di rosso: io vi sfido a rimanere impassibili davanti a quei disgustosi ragni con la faccia a teschio e alla loro progenie, l'incubo di ogni aracnofobico che si rispetti. E gli attori, poi, santo cielo. Marcia Gay Harden avrebbe meritato l'Oscar per la terrificante interpretazione della già citata Mrs. Carmody ma anche facce che in The Walking Dead richiamavano solo dei gran ceffoni (leggi Andrea "La Cretina" e Dale "Favarini", alias Laurie Holden e Jeffrey DeMunn, anche se la migliore resta Melissa McBride con un'indimenticabile comparsata, per quanto breve) qui esprimono tutta l'intensità propria di attori ben più blasonati e non parliamo poi di Thomas Jane, Toby Jones e William Sadler, praticamente perfetti, al punto che i loro personaggi paiono usciti direttamente dalle pagine del racconto Kinghiano. Di fronte a horror e Stephen King, ormai lo sapete, sono spesso riluttante ad utilizzare questa parola ma stavolta mi sento di dire che The Mist è veramente un capolavoro. Se non l'avete ancora visto non fate come me: bando agli indugi e recuperatelo subito (del film esiste anche una splendida versione in bianco e nero, molto suggestiva peraltro, quindi potete anche guardarlo in due modi diversi)!


Del regista e co-sceneggiatore Frank Darabont ho già parlato QUI. Thomas Jane (David Drayton), Marcia Gay Harden (Mrs. Carmody), Laurie Holden (Amanda Dunfrey), Toby Jones (Ollie Weeks), William Sadler (Jim), Jeffrey DeMunn (Dan Miller) e Frances Sternhagen (Irene Reppler) li trovate invece ai rispettivi link.


Chris Owen, che interpreta Norm, era lo Sherman della serie American Pie mentre la dolce Melissa McBride, ovvero la Carol Peletier di The Walking Dead, è la mamma che torna a casa da sola dopo aver comprensibilmente maledetto tutti i presenti nel supermarket (una prova attoriale talmente bella che giustamente SPOILER il personaggio ricompare sul finale, mentre in origine avrebbe dovuto venire ritrovata morta, intrappolata in una delle ragnatele FINE SPOILER). Un ruolo, probabilmente quello del motociclista andato poi a Brian Libby, era stato tenuto da parte anche per Stephen King, che ha tuttavia declinato l'offerta. Se The Mist vi fosse piaciuto consiglierei di evitare la serie omonima trasmessa dall'emittente americana Spike però vi invito a recuperare il racconto La nebbia, contenuto nella raccolta Scheletri, e a guardare film come The Divide o Fog. ENJOY!

venerdì 22 maggio 2015

Il racconto dei racconti (2015)

Approfittando dell'insperata fortuna di trovarmi davanti una settimana ricca per quel che riguarda la programmazione cinematografica savonese, martedì sono andata a vedere Il racconto dei racconti, diretto e co-sceneggiato dal regista Matteo Garrone partendo da tre novelle contenute nell'opera omonima di Giambattista Basile.


Trama: in tre diversi regni vicini, una regina desidera ardentemente rimanere incinta, una principessa viene data in sposa ad un orco e un re si innamora perdutamente di una vecchia, ingannato dalla sua splendida voce..


In questi giorni il Cinema mi sta davvero regalando delle gioie. Prima c'è stato il trionfo di Mad Max: Fury Road, ora lo splendore visivo di questo Il racconto dei racconti, un film talmente bello da non sembrare nemmeno italiano. E invece, per fortuna, a parte gli attori principali (e la splendida fotografia di Peter Suschitzky) con l'ultima pellicola di Garrone si gioca interamente in casa e finalmente possiamo vantarci di quella Bella Italia che dovrebbe essere il nostro fiore all'occhiello nonché il nostro schiaffo morale agli occhi del mondo intero: i personaggi da fiaba de Il racconto dei racconti vivono, soffrono e soprattutto sbagliano nelle magnifiche stanze del Castello di Sammezzano, nel verde del bosco monumentale di Sasseto, tra le mura del Castello di Donnafugata, sulle rocce mozzafiato dove s'arrocca il Castello di Roccascalegna, nelle acque misteriose delle Gole dell'Alcantara, tra le strettissime pareti di roccia di Sovana e Sorano, solo per citare i luoghi che mi sono rimasti più impressi. I re e le principesse che rivivono sul grande schermo indossano abiti sfarzosi, talmente ricchi da lasciare senza parole, e interagiscono con creature fuori dall'immaginazione, le più belle che abbia mai visto in un film italiano: il mostro che sul finale attacca gli albini Eliah e Jonas è un incubo degno di Guillermo Del Toro e il drago che si vede all'inizio è molto, molto più realistico e delicato di quanto potrà mai essere lo Smaug della WETA, per non parlare della raccapricciante pulce formato famiglia del Re di Altomonte, talmente ben fatta da indurre a temere che possa uscire dallo schermo da un momento all'altro. Tutto questo orgoglioso sfoggio di artigianalità italiana viene amalgamato dalla sapiente regia di Garrone, che smussa alcuni difetti e lungaggini insite nella trama regalandoci immagini da imprimere nella mente per non scordarle mai più, in un continuo alternarsi di poesia e trivio, di allegra luce e triste oscurità, di commozione e risate, mentre l'evocativa colonna sonora di Alexandre Desplat culla l'orecchio dello spettatore trasportandolo inconsapevole all'interno di questo mondo che affonda le radici in un passato mai esistito e allo stesso tempo terribilmente familiare.


Avrete notato che, a differenza degli altri post, ho cominciato a parlare de Il racconto dei racconti partendo dalla tecnica mirabolante con cui è stato confezionato. Questo perché, onestamente, mi hanno catturata più le immagini del contenuto ma anche i tre racconti scelti non mi hanno lasciata indifferente, anzi. Finalmente, qualcuno ha avuto le palle di voltare le spalle alla "lezione Disney" e di proporre al pubblico delle fiabe senza snaturarle, lasciando intatta la loro ingenuità e soprattutto la loro terrificante crudeltà. Genitori alla lettura, non azzardatevi a portare i bambini a vedere Il racconto dei racconti: al di là di alcune immagini che ho trovato paurose persino io e di qualche nudo frontal-posteriore (sia benedetto Vincent Cassel e la sua chiappa d'oro) le tre storie selezionate dal cosiddetto "Pentamerone" sono angoscianti perché gettano in faccia allo spettatore tutta la pochezza della razza umana senza alcuna morale di fondo, lasciando i personaggi a subire un triste o mortale destino a causa dell'egoismo e dell'avidità di chi dovrebbe proteggerli e amarli. La regina che non può avere figli e la vecchia Dora sarebbero dei personaggi verso i quali provare pietà ma i loro desideri sono talmente violenti (come giustamente dice l'evocativo Necromante di Franco Pistoni) e loro talmente prive di scrupoli nel tentare di realizzarli che automaticamente la pietà si trasforma in repulsione, soprattutto quando la loro arroganza arriva a danneggiare i più deboli. La regina di Salma Hayek e la vecchia Dora sono due protagoniste complesse e sono in grado di suscitare sentimenti ambivalenti ma la storia che più mi ha toccata nel profondo, facendomi uscire dal cinema con un magone devastante, è quella che racconta di come il Re di Altomonte abbia dato in sposa la figlia Viola ad un orco, un racconto in cui la stupida freddezza di un solo uomo (che preferisce dare attenzioni ad una pulce piuttosto che alla figlia) causa l'infelicità e la morte anche di chi, pur essendo normalmente additato come "malvagio", non avrebbe sicuramente meritato una simile sorte. E qui mi fermo, altrimenti rischio di incappare nei tanto odiati spoiler. Voi invece non lasciatevi scoraggiare da eventuali recensioni tiepide e andate a vedere questo trionfo di fantasia e fiaba tutto italiano: vi assicuro che nessun blockbuster fantasy d'oltreoceano vi lascerà in bocca lo stesso gusto dolceamaro e nostalgico de Il racconto dei racconti!


Di Salma Hayek (Regina di Selvascura), Vincent Cassel (Re di Roccaforte), Toby Jones (Re di Altomonte) e John C. Reilly (Re di Selvascura) ho già parlato ai rispettivi link.

Matteo Garrone è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Originario di Roma, ha diretto film come L'imbalsamatore, Gomorra e Reality. Anche produttore e attore, ha 47 anni.


Shirley Henderson interpreta Imma. Scozzese, ha partecipato a film come Rob Roy, Trainspotting, Il diario di Bridget Jones, Harry Potter e la camera dei segreti, Che pasticcio Bridget Jones!, Harry Potter e il calice di fuoco, Marie Antoinette, Lo schiaccianoci 3D, Anna Karenina e a serie come Doctor Who. Ha 50 anni e un film in uscita.


Alba Rohrwacher interpreta la padrona del circo. Originaria di Firenze, ha partecipato a film come Melissa P., Mio fratello è figlio unico, Caos calmo, La solitudine dei numeri primi, Bella addormentata e Hungry Hearts. Ha 36 anni e tre film in uscita.


Massimo Ceccherini interpreta il padrone del circo. Originario di Firenze, lo ricordo per film come S.P.Q.R. 2000 e 1/2 anni fa, Cari fottutissimi amici, I laureati, Il ciclone, Fuochi d'artificio, Viola bacia tutti, Lucignolo e Faccia di Picasso. Anche regista e sceneggiatore, ha 50 anni.


Stacy Martin, che interpreta la giovane Dora, era la giovane Joe in Nymphomaniac mentre il Necromante altri non è che il meraviglioso Iettatore di Avanti un altro, alias Franco Pistoni. ENJOY!

Qui trovate la recensione di Lucia e quella de I 400 calci, con le quali mi trovo assolutamente d'accordo!

Se vuoi condividere l'articolo

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...