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martedì 11 luglio 2023

Indiana Jones e il quadrante del destino (2023)

Potevo forse perdermi Indiana Jones e il quadrante del destino (Indiana Jones and the Dial of Destiny), diretto e co-sceneggiato dal regista James Mangold? Ovviamente no. Zero spoiler, prometto.


Trama: raggiunta l'età della pensione, Indiana Jones viene avvicinato dalla figlia di un suo vecchio amico, che lo trascinerà in un'avventura in mezzo a nazisti ed invenzioni pitagoriche...


Lo dico e lo ripeto: che susse siamo diventati noi spettatori. Ma da una parte, per carità, è meglio così. Indiana Jones e il quadrante del destino è stato talmente asfaltato dalla "critica" che sono partita prevenutissima con questo ultimo capitolo della saga, nonostante non sia una di quei fan che conoscono a memoria e citano ogni film della trilogia tranne il quarto (per me questa cosa vale solo con Il tempio maledetto, ma sono in minoranza visto che lo odiano persino i coinvolti). Mi aspettavo una ciofeca e, come sempre accade in questi casi, avendo le aspettative a terra mi sono sorpresa davanti a un film gradevolissimo e divertente che, con un po' di fortuna, metterà definitivamente fine alle avventure di Indiana Jones. Questa consapevolezza, probabilmente, ha viziato la mia percezione dell'opera, lo ammetto. Se già in Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo il protagonista era invecchiato e si scagliava contro i giovinastri irrispettosi incarnati dal "simpaticissimo" Mutt, pagando il contrappasso di avere perculato papà Sean Connery nel capitolo precedente e ritrovandosi nei panni di matusa rincoglionito, qui abbiamo un professor Jones in pensione, divorato dalla solitudine, amaro come l'alcool in cui affoga i suoi dispiaceri, a volte persino vittima di quello sguardo tra il sorpreso e lo spaventato degli anziani (una bambina nel pubblico mi ha spezzato il cuore dicendo che uno dei cattivi non le piaceva perché "picchia i vecchietti". Amore pulcetta, ma ci rendiamo conto che per lei quel gran figo di Ford è un vecchietto?). Indy è un uomo arrivato al capolinea, ed è terribile il contrasto tra la sequenza iniziale (che, grazie alla CGI, ce lo mostra giovane e aitante a fare il mazzo ai nazi) e quella in cui, mutanda flappa d'ordinanza, intima al vicino capellone di abbassare la musica; è un uomo che, a differenza dell'Indy che rideva in faccia alla morte ne I predatori dell'arca perduta, spende una lacrima per ogni persona conosciuta o amico che fa una brutta fine, perché ognuna di queste morti lo rende più solo e più vicino alla sua dipartita. Onestamente, questo è uno degli aspetti che più ho apprezzato del film, perché non avrei tollerato un settanta-ottantenne che saltella e si spara pose da cinico marpione come se non fossero passati più di quarant'anni dal suo esordio, e trovo anche giusto che la motivazione principale che lo spinge a farsi coinvolgere dalla giovane Helena sia quella di levarsi presto dalle balle l'incombenza e tornare a piangersi addosso in tranquillità.


Siccome ho nominato Helena, un paio di accenni sulla trama. Indiana Jones e il quadrante del destino è il tipico film avventuroso, "alla Indiana Jones" appunto, dove i personaggi vagano per il globo alla ricerca di manufatti protetti da ingegnose trappole/indovinelli onde evitare che il villain di turno se ne impossessi. E' la cifra stilistica della serie, per quanto mi riguarda, solo che stavolta l'azione è quasi tutta nelle mani della new entry Helena; quest'ultima è un personaggio che evolve, presentandosi inizialmente come un'archeologa/collezionista di manufatti antichi senza scrupoli, in aperto contrasto con le idee più filantropiche di Indy, e piano piano riscopre una sorta di etica, se non addirittura un cuore, che la rendono meno monodimensionale di quanto non appaia all'inizio. Il fulcro della trama, però, non è lo scontro generazionale, quanto piuttosto il contrasto tra chi non accetta di fare ormai parte di un'altra epoca e ancora vive legato a fasti passati che non torneranno mai, e chi sceglie di fare tesoro del passato ma senza lasciarsi dominare da esso, un contrasto che trova compimento nella presenza di un artefatto strettamente legato al tempo e, anche, nella natura stessa di Indiana Jones e il quadrante del destino. Guardando il film, infatti, non si percepisce alcuna voglia di rilanciare il franchise, quanto piuttosto quella di farlo diventare una sorta di omaggio riaggiornato (e remunerativo, certo) a quarant'anni di avventure di un'icona cinematografica. Al di là dei riferimenti espliciti e degli easter egg sparsi qui e là, ci sono intere sequenze ad omaggiare lo stile di Spielberg quando si approcciava alla saga (ma anche a quello delle sue produzioni più iconiche, soprattutto i Goonies, citato più di una volta), tra inseguimenti mozzafiato su vari mezzi di locomozione ed insidiosi ambienti zeppi di trappole, e persino alcuni giochi di luce ed ombre sono simili; nonostante ciò, Mangold e soci sono riusciti a far sì che il film mantenesse una sua personalità e hanno evitato di ricalcare pedissequamente le opere che lo hanno preceduto e trasformarlo in un remake/plagio fatto e finito, com'è successo, per esempio, con il secondo tempo di Ghostbusters Legacy.


E poi, vabbé, come ho scritto all'inizio del post io sono di parte. Harrison Ford, col tempo, è arrivato ad assomigliare un casino al mio papà, sia per il sembiante che per la faccia scazzata di chi ha sempre un po' la bestemmia in canna perché la gente gli spacca i marroni, e vederlo guidare il tuctuc ha rischiato di uccidermi in mezzo alla sala, perché uno dei mezzi di ordinanza di padre è l'Ape Piaggio, mezzo di locomozione tipico dei vegi di campagna. Quindi sì, ogni volta che vedevo Jones sperso, perplesso, triste, mi veniva in mente papà e mi si spezzava il cuore, e ogni suo trionfo o rivincita da old man sono stati una gioia per lo stesso motivo. Lo so che è un punto di vista stupido, da ragazzina immatura, ma credo che il cinema sia soprattutto questo, farsi trasportare dalle emozioni più varie, tornare bambini per una sera, dividersi tra il rimpianto per quel gran figo che era Harrison Ford e l'amore per questo arzillo ottantenne, perdendo quella voglia di criticare sempre e comunque, tipica del nostro tempo. Poi se volete vi dico che quel bambino mostruoso che hanno appioppato ai protagonisti non ha un grammo del carisma dell'amatissimo Shorty, che le scene ambientate in Italia sono il trionfo dello sterotipo tossico, che la presenza di Banderas è uno spreco di denaro e carisma, che le motivazioni del villain sono di una banalità sconcertante e che Helena si definisce bene solo da un certo punto in poi, ché all'inizio secondo me la sceneggiatura non sapeva bene quale carattere darle, ma tutto scompare davanti allo score di John Williams, agli schiocchi di frusta e a quel piccolo bacio dato sul gomito, che ha lasciato me e i miei compagni di visione in lacrime commosse. Dite quel che volete su Indiana Jones e il quadrante del destino ma, per quanto mi riguarda, old man Indy batte gli alieni 10 a 0. 
P.S. Magari andatelo a vedere in v.o., se potete. Il doppiaggio italiano ci mette almeno dieci minuti ad entrare in sincrono coi movimenti labiali dei personaggi, tanto che all'inizio mi veniva voglia di strapparmi le orecchie, e Gammino ormai biascica un po', santa creatura. Ho riso più per le varie interpretazioni che gli spettatori attorno a me davano di "wombato" che per le gag del film, ma qui magari trattasi di ignoranza del pubblico, non di pronuncia strascicata.  


Del regista e co-sceneggiatore James Mangold ho già parlato QUI. Harrison Ford (Indiana Jones), Antonio Banderas (Renaldo), Karen Allen (Marion), John Rhys-Davies (Sallah), Thomas Kretschmann (Colonnello Weber), Toby Jones (Basil Shaw), Boyd Holbrook (Klaber) e Mads Mikkelsen (Dr. Voller) li trovate invece ai rispettivi link. 

Phoebe Waller-Bridge interpreta Helena. Inglese, ha partecipato a film come Albert Nobbs, The Iron Lady, Solo: A Star Wars Story e a serie quali Fleabag. Anche produttrice, sceneggiatrice e regista, ha 38 anni e un film in uscita. 


Se Indiana Jones e il quadrante del destino vi fosse piaciuto, neanche a dirlo, recuperate tutti gli altri film della saga! ENJOY!
 

martedì 26 maggio 2020

Bollalmanacco On Demand: Legami! (1989)

Grazie a Prime Video torna il Bollalmanacco on Demand con Legami! (¡Átame!), diretto e sceneggiato nel 1989 dal regista Pedro Almodóvar e richiesto da Arwen Lynch. Il prossimo film On Demand dovrebbe essere Demoni. ENJOY!


Trama: appena uscito da un istituto psichiatrico, Ricky rapisce la pornostar Marina, deciso a far sì che l'attrice si innamori di lui.



Almodóvar è un matto vero e matti sono anche i suoi personaggi, per quel poco che ho visto della sua filmografia. Eppure, ai suoi matti spesso inquietanti (penso anche a Benigno di Parla con lei) non si può non voler bene, neppure quando si approcciano alla vita in maniera violenta e scellerata, come nel caso di Ricky. Ricky è un bel ragazzo che sa fare qualunque mestiere ma è incapace di vivere all'interno della società; solo al mondo, entra ed esce dagli istituti psichiatrici fin dalla più tenera età e durante una delle sue libere uscite ha incontrato Marina, con la quale ha avuto una notte di sesso di cui noi spettatori sentiamo solo parlare, innamorandosene perdutamente e decretandola come futura moglie e madre dei suoi figli. Anche Marina, da par suo, tanto normale non è. Reduce da una cura disintossicante dopo un'esistenza di eccessi e una forte dipendenza dalle droghe, la sua carriera è appesa un filo a causa della sua pessima reputazione e la sua ultima chance di tornare sulla cresta dell'onda è un horror di serie Z diretto da un regista ormai vecchio e pieno di rimpianti per il suo vigore perduto, anche lui innamorato dell'attrice. Ricky non trova altro modo, per approcciarsi a Marina, che sequestrarla all'interno del suo stesso appartamento. Il suo piano è tanto semplice quanto ingenuo: stando assieme 24 ore su 24, Marina avrà modo di conoscerlo a fondo e di innamorarsi di lui, finalmente. Non rivelerò, ovviamente, il finale del film ma se è vero che l'inizio segue pedissequamente i canoni di un certo genere di thriller, tra violenze e reciproca diffidenza, andando avanti i due personaggi diventano qualcosa di più di un semplice binomio vittima e carnefice, e la follia dell'uno e l'apparente sicurezza dell'altra si fondono, si annullano e si arricchiscono di significati ulteriori.


Attorno ai due personaggi principali ruota un microcosmo di umanità strana e disnibita, creature colorate che spesso vivono ai margini della società senza troppo curarsi della "normalità", in una Spagna dove trasgressione e valori tradizionali convivono e si compenetrano. Sono ancora, a parer mio, delle macchiette rispetto ad altre indimenticabili creazioni Almodóvariane, ma anche così è difficile non voler automaticamente bene a Lola e al suo modo spiccio di mostrare amore alla sorella scapestrata, accettandone ogni pregio e difetto, oppure ad interessarsi a quegli scorci di vita mostrati per il breve tempo di una sequenza (mi piacerebbe tanto sapere che storia c'è dietro il vecchio amore tra la giornalista e l'attore all'inizio, oppure dietro alla dentista di Marina, per non parlare poi del vicino di casa che colleziona pupazzetti dei Masters!). Difficile, anche, non rimanere affascinati dall'energia della regia di Almodóvar, coi primi piani "incorniciati" di Marina o la macchina da presa che gira attorno ai corpi e ai volti di lei e Ricky, oppure davanti al "film nel film" che introduce Legami!, fino ad arrivare al divertente intermezzo musicale. Ma la cosa che ho apprezzato di più è la sequenza appena prima dei titoli di coda, allo stesso tempo consolatoria e amara, interamente imperniata su un innocuo sing along dove l'unica cosa che stona e che porta lo spettatore a riflettere per giorni su Legami! è l'espressione della bravissima Victoria Abril, un incredibile mix di felicità, speranza e terrore che è il cuore stesso di un film controverso: a pensarci bene, come si fa a sperare nella riuscita di una storia "d'amore" che nella realtà ci farebbe solo accapponare la pelle? Miracoli di Pedro, ovviamente.


Del regista e sceneggiatore Pedro Almodóvar ho già parlato QUI mentre Antonio Banderas, che interpreta Ricky, lo trovate QUA.

Victoria Abril interpreta Marina Osorio. Spagnola, ha partecipato a film come La legge del desiderio, Tacchi a spillo, Kika - Un corpo in prestito e Mari del sud. Ha 61 anni.


Rossy de Palma interpreta la spacciatrice in Vespa. Spagnola, la ricordo per film come La legge del desiderio, Donne sull'orlo di una crisi di nervi, Azione mutante, Kika - Un corpo in prestito, Chicken Park, Prêt-à-Porter, Il fiore del mio segreto, Metalmeccanico e parrucchiera in un turbine di sesso e politica e L'uomo che uccise Don Chisciotte. Ha 56 anni e due film in uscita.


Julieta Serrano interpreta Alma. Spagnola, la ricordo per film come Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio, L'indiscreto fascino del peccato, Donne sull'orlo di una crisi di nervi e Dolor y Gloria. Ha 87 anni.


Francisco Rabal interpreta Máximo Espejo. Spagnolo, ha partecipato a film come Bella di giorno, Incubo sulla città contaminata e a serie quali La piovra 3. Anche sceneggiatore e regista, è morto nel 2001 all'età di 75 anni.




domenica 8 marzo 2020

Panama Papers (2018)

Durante le vacanze di Natale ho recuperato, complice anche l'interesse del Bolluomo, Panama Papers (The Laundromat), diretto da Steven Soderbergh nel 2018.


Trama: dopo un incidente mortale accorso al marito, Ellen si ritrova coinvolta in una frode finanziaria che ha ramificazioni in tutto il mondo.



Alla fine di Panama Papers ho dovuto confrontarmi a lungo col Bolluomo perché, lo confesso candidamente, non ci ho capito nulla. Sarà molto difficile dunque scrivere un post sul film perché molte delle cose di cui parla non hanno alcun senso per me: capisco il concetto di società di facciata, capisco anche quello di società fiduciarie, mi perdo un po' in quello di riassicurazione, ma mettere assieme tutto ciò è dannatamente complesso perché, pur essendo una persona dalla mente "astratta", l'assenza di beni tangibili e la riduzione in mere cifre, nomi o scatole vuote mi frantuma il cervello. Alla fine di tutto il film, l'unica domanda che avevo in testa è "Ma come ca**o fa tutto questo ad essere legale?". Ecco, appunto, qui casca l'asino, casca la Streep col suo sentito appello finale e casca persino Obama, nelle leggi americane c'è qualcosa che non va per consentire tutto questo, per permettere l'esistenza di compagnie che creano società di facciata residenti nei cosiddetti paradisi fiscali, spesso frodando la povera gente e riciclando denaro, ma tant'è. Di gravemente illegale, in tutto questo, non c'è nulla, e i responsabili (il gatto e la volpe Mossack e Fonseca, persone realmente esistenti) rischiano al massimo tre mesi di galera e un buffetto di simpatia, con l'ammonizione di non farlo mai più. E benché il tutto venga spiegato in maniera molto ironica dai già citati gatto & volpe interpretati, per l'occasione, da un Gary Oldman con accento tedesco e da Antonio Banderas, forse a causail titolo italiano fuorviante uno rischia davvero un po' di perdersi perché i cosiddetti Panama Papers compaiono giusto all'ultimo, in guisa di pietra dello scandalo che porta il mondo intero ad aprire gli occhi su un enorme segreto di Pulcinella, mentre dall'alto della mia ignoranza avrei pensato che sarebbe stata Ellen ad agitare le acque e mettere al muro gli alti papaveri della finanza criminale con la perseveranza delle persone normali.


Quindi, sarà perché ci ho capito poco, al punto che spesso ho dovuto fare dei bei rewind (santa Netflix!) a causa di repentini cali della palpebra, ma Panama Papers non mi ha entusiasmata molto. Innanzitutto è troppo sbilanciato verso la commedia ma non ha l'arguzia di un film scritto e diretto da Adam McKay, nonostante l'accattivante utilizzo di capitoli o rotture della quarta parete, inoltre racconta vicende (a mio parere, ovvio) poco coinvolgenti; solo con la storia di Ellen si potrebbe empatizzare al punto da provare schifo, mentre quella del miliardario africano con figlia a carico o quella ambientata in Cina e basata su fatti realmente accaduti sembrano quasi dei tapulli aggiunti per allungare un po' il brodo, di base perché, come ho scritto su, le azioni di Ellen sono una goccia nel mare e non così rilevanti ai fini della condanna di Mossack e Fonseca (come direbbe Ortolani, si possono fare mille speculazioni ma qui trattasi di CULO). Ho percepito, tra l'altro, una voglia di rincorrere la guest star quasi fine a se stessa, tanto che molti nomi di spessore vengono sprecati in due/tre sequenze di raccordo velocissime e dimenticabili; un esempio su tutti, Sharon Stone, che non avevo riconosciuto e che ho notato solo grazie ai titoli di coda, ma non va meglio a James Cromwell, Robert Patrick o David Schwimmer, comparsi e poi subito liquidati come nemmeno Greg Grunberg all'interno delle opere targate J.J.Abrams. Onestamente un po' mi spiace, visti i grandi nomi coinvolti e la fiducia che da anni mi smuove davanti a ogni nuova uscita di Soderbergh ma stavolta il suo ultimo lavoro mi ha lasciata un po' insoddisfatta. Alla prossima, che dire.


Del regista Steven Soderbergh ho già parlato QUI. Gary Oldman (Jurgen Mossack), Antonio Banderas (Ramon Fonseca), Meryl Streep (Ellen Martin), James Cromwell (Joe Martin), Robert Patrick (Capitano Paris), David Schwimmer (Matthew Quirk), Jeffrey Wright (Malchus Irvin Bonchamp), Sharon Stone (Hannah) e Matthias Schoenaerts (Maywood) li trovate invece ai rispettivi link.


Melissa Rauch, la Bernadette di The Big Bang Theory, interpreta la figlia di Meryl Streep. Se Panama Papers vi fosse piaciuto recuperate The Wolf of Wall Street e La grande scommessa. ENJOY!

venerdì 31 gennaio 2020

Dolor y Gloria (2019)

A fronte delle sue due nomination all'Oscar (Miglior Attore Protagonista e Miglior Film Straniero) ho deciso di recuperare Dolor y gloria, diretto e sceneggiato nel 2019 dal regista Pedro Almodóvar.


Trama: Salvador Mallo, regista e sceneggiatore in crisi, afflitto da mali apparentemente incurabili, si ritrova a dover ripensare al suo passato e, conseguentemente, al suo percorso artistico...



Giusto per dimostrare che non sono una cinefila e, anzi, sono anche piuttosto capra, tutti si sono sperticati in lodi per questo Dolor y gloria, che ha vinto persino la palma d'oro a Cannes, e io ho fatto fatica, guardandolo, a tenere gli occhi aperti. A tratti mi sembrava di avere davanti mia madre (o mio padre, o mia nonna) a raccontarmi importantissimi episodi accorsi a gente che, di regola, dovrei conoscere e ritenere fondamentale quanto lei, mentre io non ho neppure idea di chi si stia parlando e mi ritrovo ad annuire dicendo, di tanto in tanto, "Aaah, sì. Eh sì, lui, me lo ricordo". Non fraintendetemi, è la cosa che, di regola, dovrebbe succedere quasi ogni volta che si va al cinema, visto che noi non conosciamo le persone di cui si sta parlando, soprattutto quando i personaggi sono inventati; però, il bello del cinema, della letteratura e della televisione, è fare appassionare il pubblico alle storie di sconosciuti, arrivando persino a far piangere e ridere con loro, altrimenti chi fruirebbe più di un libro o di un film? E io sono felicissima, ovviamente, per Almodóvar, che ha evidentemente trovato una catarsi all'interno di una pellicola biografica, incarnato in un alter ego di tutto rispetto, peccato che le sue preoccupazioni da Autore invecchiato, terrorizzato all'idea di non aver più nulla da dire, bloccato in un passato glorioso di provocazioni ed eccessi cinematografici, non mi abbiano toccata per nulla. Forse perché il buon Pedro non è mai stato uno dei miei registi preferiti o non conosco a menadito tutta la sua produzione? Eppure, diamine, ci sono alcuni suoi film che adoro, che nonostante un po' di antipatia a pelle nei suoi confronti sono arrivata ad amare, ma stavolta niente, un aburrimiento senza fine salvato solo da un finale che, lo ammetto, mi ha commossa, ma arrivare a commuovere dopo due ore di noia e vuoto pneumatico anche no. Ribadisco, il limite è mio, sono ignorante.


Eppure, onestamente, non sono riuscita ad interessarmi alle paturnie di un uomo che, attraverso tre/quattro incontri con persone del suo passato, ripensa a fallimenti e amori perduti ritrovando nell'arte l'unico motivo per continuare, nemmeno quando Almodovar si è impegnato a intrattenermi sfruttando persino delle animazioni, ironico contrappunto all'ipocondria del suo personaggio. Forse perché gli interpreti, salvo una splendida Penélope Cruz nelle sequenze che più ho apprezzato, quelle legate all'infanzia del protagonista, e salvo la madre "anziana" Julieta Serrano, non sono all'altezza di Banderas? Che poi, parliamo un attimo di Banderas. Bravo, per carità di Dio. Misurato, anche troppo, compreso nel suo ruolo di regista agorafobico, malato, debole, drogato, fiaccato da un passato di costrizioni, ecc. ma onestamente accanto a un Adam Driver e un Leonardo Di Caprio, quest'anno, non ce lo vedo davvero. Il problema reale di Dolor y gloria, che pure ha delle idee visive, come ho scritto più sopra, deliziose ed interessanti, in primis quei coloratissimi appartamenti ricavati nelle grotte che incarnano l'infanzia di Mallo e in generale la fotografia del film, curata e vibrante di colori, è che indubbiamente il film racconta qualcosa di importantissimo per Almodóvar, però il regista non è riuscito a far sì che diventasse importante anche per lo spettatore. L'idea che è rimasta a me è quella di un film episodico, un elenco di passaggi necessari affinché Mallo prenda nuovamente coscienza di sé, una sorta di "lista della spesa" che passa e va, senza lasciare nulla dietro di sé. Onestamente, piuttosto che un Almodóvar così fiacco avrei preferito la candidatura del nostro Il traditore o, ancor meglio, di Ritratto della giovane in fiamme. Provaci ancora, Pedro.


Del regista e sceneggiatore Pedro Almodóvar ho già parlato QUI. Antonio Banderas (Salvador Mallo), Penélope Cruz (Jacinta) e Cecilia Roth (Zulema) li trovate invece ai rispettivi link.


Julieta Serrano e Antonio Banderas sono già stati madre e figlio in due altri film del regista, Matador e Donne sull'orlo di una crisi di nervi. Se Dolor y gloria vi fosse piaciuto recuperate 81/2, dichiarata fonte di ispirazione. ENJOY!

mercoledì 22 novembre 2017

C'era una volta in Messico (2003)

Non c'è mica solo Netflix, sapete. Amazon Prime Video ha un catalogo più ridotto e meno indipendente/cool ma qualcosina si trova, per esempio C'era una volta in Messico (Once Upon a Time in Mexico), diretto e sceneggiato nel 2003 dal regista Robert Rodriguez.


Trama: El Mariachi, in cerca di vendetta per la morte di moglie e figlia, si trova coinvolto nelle macchinazioni di un agente della CIA e in una storia fatta di boss mafiosi, colpi di stato e presidenti da uccidere...



In quel lontano novembre del 2003, ricordo ancora, in sala c'ero solo io. Non avevo trovato nessuno che mi accompagnasse a vedere C'era una volta in Messico, miracolosamente arrivato anche a Savona, e io, all'epoca ancora folgorata da Dal tramonto all'alba e preda di un amore folle per tutto ciò che riguardava Tarantino e i suoi simpatici amici, non potevo sopportare l'idea di non vedere l'ultima fatica di Rodriguez. Adesso, forse forse, mi farei un po' due conti in tasca. Rodriguez è ancora un bambino mai cresciuto, capace di regalare incredibili gioie allo spettatore disposto a farsi prendere in giro ma anche tantissima camurrìa derivante proprio da quell'incontenibile entusiasmo che palesemente lo prende ogni volta che si siede dietro la macchina da presa; detto questo, il nostro non azzecca un film da almeno dieci anni (Machete e Machete Kills li ho amati ma mi rendo conto che quello non è cinema) e guardando oggi C'era una volta in Messico si avverte già quel sentore di declino concretizzatosi in supercazzole e omaggi ai film di serie Z che sanno tanto di scusa per celare una fondamentale incapacità di essere Autore "serio". Nonostante tutto, io voglio un sacco bene a Rodriguez, intendiamoci, proprio per l'entusiasmo fracassone che mette nella realizzazione di ogni suo film e per la sua voglia di sperimentare sempre e comunque, tuttavia con C'era una volta in Messico il regista e sceneggiatore si è andato ad impelagare in un'impresa che meritava semplicità e tamarreide (ribadisco: Machete), non un plot a base di spie, doppiogiochisti e colpi di stato. Al culmine di una trilogia discontinua come quella del Mariachi (talmente discontinua che il regista non ricordava neppure che il personaggio di Cheech Marin fosse morto in Desperado, cosa che lo ha costretto a rivedere lo script e cambiarlo) Rodriguez fa del personaggio il salvatore della Patria, figura violenta ma pura capace di guardare oltre la corruzione serpeggiante in ogni angolo di Messico e portare la giusta revolución a suon di schitarrate e pistolettate. Il problema è che il personaggio di Sands, agente CIA, ruba la scena al Mariachi depresso più di una volta e, ancora peggio, viene utilizzato come un fastidioso latore di caos attraverso il quale vengono introdotti i più disparati personaggi, tutti ugualmente privi di carisma e abbozzati alla bell'e meglio, incapaci persino di fissarsi nella memoria dello spettatore per le loro caratteristiche trash/weird. Il che, mi spiace, ma dal regista e sceneggiatore che mi ha regalato Machete e Sex Machine (solo per citarne un paio) proprio non lo accetto.


Sarà che ormai Johnny Depp mi è inviso? Può essere benissimo, visto che Sands avrebbe tutte le carte in regola per qualificarsi come personaggio cult e invece la vista della faccetta da caSSo dell'attore (non ancora preso dalla sindrome di Sparrow, questo almeno glielo concedo) mi faceva venire voglia di prenderlo a pugni nonostante il linguaggio colorito e le braccia finte, tanto che solo nel prefinale, bardato con occhiali da sole e sangue a nascondergli il volto a mo' di novello Corvo, sono riuscita finalmente ad apprezzare Sands come meritava. Rimanendo in tema attori, Rourke e Dafoe sono un assurdo spreco di potenziale (il primo, col cagnusso, poteva fare molto meglio), la Mendes una cagnaccia inqualificabile (degnamente accompagnata da Enrique Iglesias e Marco Leonardi, due gatti di marmo) e persino faccette amate come quelle di Danny Trejo e Cheech Marin questa volta non bucano lo schermo. Meglio piuttosto l'accoppiata Banderas/Hayek o lo spettacolo del Mariachi in solitario, visto che il buon Antonio era ancora ai tempi in cui non veniva preso per il chiulo da galline e mulini: gli stunt dell'attore sono una gioia per gli occhi, basti solo pensare alla tamarrissima scena iniziale, alla sparatoria in chiesa, alla rocambolesca fuga dall'hotel incatenato ad una Hayek particolarmente sboccata... peccato solo per la decisione del regista di riempire il film di effetti digitali all'epoca all'avanguardia ma che probabilmente hanno ormai cominciato a soffrire un po' l'usura del tempo. Non che mi dispiaccia vedere proiettili che fanno letteralmente esplodere i corpi spillando ettolitri di sangue o roba che salta in aria senza un perché ma talvolta il risultato è talmente posticcio da andare persino oltre lo stile cartoonesco di Rodriguez. A compensare il tutto ci sono comunque una bellissima fotografia ricca di colori caldi, un montaggio serratissimo e, soprattutto, la colonna sonora, degna compagna delle imprese di un Mariachi che sembra quasi essere killer per caso, più interessato a tamburellare le dita sulla chitarra e cavarne evocative melodie (ma che brividi mi ha dato sentire le note di quella Malagueña appena accennata?) oppure a danzare come un ballerino di flamenco. Insomma, purtroppo tra me e C'era una volta in Messico non è più amore come un tempo ma comunque un po' di affetto c'è ancora.


Del regista e sceneggiatore Robert Rodriguez ho già parlato QUI. Antonio Banderas (El Mariachi), Salma Hayek (Carolina), Johnny Depp (Sands), Mickey Rourke (Billy), Eva Mendes (Ajedrez), Danny Trejo (Cucuy), Cheech Marin (Belini) e Willem Dafoe (Barrillo) li trovate invece ai rispettivi link.

Marco Leonardi interpreta Fideo. Australiano, ha partecipato a film come Nuovo Cinema Paradiso, La sindrome di Stendhal, Dal tramonto all'alba 3 - La figlia del boia e a serie come Elisa di Rivombrosa e Don Matteo. Ha 46 anni e sei film in uscita.


Rubén Blades interpreta Jorge FBI. Nato a Panama, ha partecipato a film come Predator 2, Il colore della notte, L'ombra del diavolo, The Counselor - Il procuratore e a serie quali X-Files e Fear the Walking Dead. Ha 69 anni ed è anche compositore e sceneggiatore.


Il cantante Enrique Iglesias, che interpreta Lorenzo, era già comparso, non accreditato, in Desperado. Johnny Depp è riuscito a completare tutte le sue scene in otto giorni ma siccome voleva rimanere ancora sul set Rodriguez gli ha fatto interpretare anche il prete con cui parla El Mariachi prima della sparatoria in chiesa; il ruolo di Johnny Depp comunque era stato pensato per George Clooney, già diversamente impegnato (probabilmente sul set di Ocean's Eleven, La tempesta perfetta o Fratello, dove sei?, chissà), mentre per l'aMMore Quentin (ringraziato nei nei titoli di coda in quanto fonte d'ispirazione del film) era pronto quello di Cucuy, al quale il regista ha dovuto rinunciare perché preso dalla realizzazione di Kill Bill. Detto questo, C'era una volta in Messico è il momentaneamente ultimo capitolo di una trilogia che comprende El Mariachi e Desperado, quindi se vi fosse piaciuto recuperateli e aggiungete Machete, Machete Kills e Dal tramonto all'alba. ENJOY!

mercoledì 4 marzo 2015

Spongebob - Fuori dall'acqua (2015)

Giovedì scorso avevo detto che mi sarei consolata per la mancanza di Vizio di forma con Kingsman: Secret Service; non avevo messo in conto né il parere di Messer Lupia né, a sorpresa, i desideri della mia dolce metà, due elementi che mi hanno invece fatta finire a vedere Spongebob - Fuori dall'acqua (The SpongeBob Movie: Sponge Out of Water), diretto e co-sceneggiato dal regista Paul Tibbitt.


Trama: durante l'ennesimo tentativo del perfido Plankton di rubare la ricetta del Krabby Patty, il prezioso cartiglio sparisce nel nulla gettando nel caos la città subacquea di Bikini Bottom. Toccherà a Spongebob, Patrick, Squidwards, Mr. Krab, Sandy e persino Plankton andare sulla terraferma e cercare di strappare la misteriosa ricetta dalle grinfie del perfido pirata Barba Burger...


Lo sapete che odiavo Spongebob, vero? Sapete anche che ora mi sono rimangiata tutto l'odio, giusto? Siete consapevoli del fatto che ogni film e ogni episodio della serie è solo apparentemente pensato per bambini tra i 4 e i 6 anni ma in realtà può essere guardato e compreso soltanto da chi è strafatto di acidi come i suoi realizzatori? Ecco, Spongebob - Fuori dall'acqua è ancora più sballone (se possibile) di Spongebob - Il film e le sequenze in grado di scatenare un'irresistibile voglia di cannabis (come minimo) non si contano; l'uso di droghe pesanti o leggere è indispensabile infatti per sopravvivere a deliri che pescano a piene mani nell'iconografia di Mad Max, 2001 Odissea nello spazio, Shining, Apocalypse Now e nella mente perversa di fattoni dal cervello ormai in botta. Poco importa che la trama sia di una deficienza rara e prometta divertimento a palate per i più piccini, sicuramente deliziati dalle facce buffe di Spongebob, dai superpoteri delle versioni live-action dei nostri eroi e da un Banderas che si è sicuramente divertito come un pazzo, con buona pace degli ultimi residui della sua dignità di attore: le scene chiave di Spongebob - Fuori dall'acqua non sono quelle semplicine e caruccette in grado di far esaltare i piccini, bensì quelle capaci di spingere i pochi adulti presenti in sala a dimenarsi forsennati sulla sedia ballando sulle note dei N.E.R.D.S. o a guardarsi reciprocamente con tanto d'occhi, increduli dinnanzi ad una follia che non rispetta nessuno. Nemmeno i gattini morbidini di Internet. Nemmeno. I. Gattini.


Gesù, ho perso il filo. Dicevo, gattini. I gattini sono la punta dell'iceberg, se vi dicessi quanti momenti esilaranti ci sono in Spongebob - Fuori dall'acqua, quanta spietata critica sociale, quanta perversione, quante devianze sessuali (giuro) e quanto meraviglioso nonsense non mi basterebbero tredici pagine di word e vi spoilererei l'intera pellicola. Diciamo solo che mi aspettavo un'animazione orrenda e invece sono stata smentita non una, quattro volte. La prima volta nelle sequenze animate in modo "tradizionale", incredibilmente pop e psichedeliche soprattutto durante i viaggi temporali di Spongebob e Plankton; la seconda durante la miracolosa fusione di riprese dal vero e personaggi ricreati al computer, talmente delicati nei colori e nelle linee da sembrare reali e capacissimi di interagire con le persone in carne e ossa (anche se Banderas non può essere definito di "carne ed ossa". Egli ormai trascende la natura di noi comuni mortali); la terza, con un certo personaggio (di cui non posso parlarvi in quanto genialata suprema) realizzato interamente in stop motion; la quarta, con un'animazione stilizzatissima poco prima del finale, preludio ad un'epica battaglia rap che in originale è stata scritta ed interpretata dai realizzatori delle Epic Rap Battles of History. Il che ci riporta alla colonna sonora. Divertentissima, quasi tutta farina del sacco dei già citati N.E.R.D.S. e di Pharrell (a parte un paio di canzoncine che fanno ovviamente il verso a quelle Disneyane) credo sarebbe in grado di riportare il sorriso in faccia anche a chi del MainaGGioia ha fatto la sua ragione di vita. E non è questo il mio caso. Anzi, ho rischiato di nuovo di rientrare nel loop della risata compulsiva, come nella puntata in cui Spongebob si frantumava le chiappe... e stavolta per colpa di un arcobaleno. Quindi, armatevi di bambini se proprio vi vergognate, di cannabis se riuscite a non farvi sgamare dalle maschere al cinema, fate quello che volete ma andate, andate, andate a vedere Spongebob - Fuori dall'acqua. Ha battuto persino Cinquanta sfumature di grigio negli incassi, che volete di più?


Di Antonio Banderas (Barba Burger) e Clancy Brown (Mr. Krabs) ho già parlato ai rispettivi link.

Paul Tibbitt è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, al suo primo lungometraggio, ha diretto episodi della serie SpongeBob Squarepants. Anche produttore, doppiatore, animatore e compositore, ha 47 anni.


Nonostante la presenza di una scena post credit in cui Gary continua ad inseguire Plankton, non c'è assolutamente il chitarrista Slash, come invece prometteva il trailer. Ovviamente, Spongebob - Fuori dall'acqua è strettamente legato alla serie SpongeBob Squarepants e segue Spongebob - Il film quindi se vi fosse piaciuto recuperate entrambi e magari aggiungete il primo Cattivissimo me. ENJOY!

Se volete una recensione più seria leggete quella del Lupia. E' per colpa sua che sono entrata in questo gorgo di perdizione.

venerdì 27 febbraio 2015

Knockout - Resa dei conti (2011)

Siccome in questo periodo sto guardando parecchi film "pesi" mi è venuta voglia di alternarli a qualche pellicola un po' più tamarra per evitare di uscirci di testa. Con questa intenzione ho quindi recuperato Knockout - Resa dei conti (Haywire), diretto nel 2011 dal regista Steven Soderbergh.


Trama: dopo una missione finita malissimo, l'agente Mallory scopre di essere stata incastrata e che il suo datore di lavoro (nonché ex-fidanzato) la vuole morta. Ovviamente la donna non se ne starà a guardare e cercherà vendetta...



Riuscite ad immaginare il diludendo nello scoprire che la tanto bramata tamarreide è in realtà un action patinato zeppo di flashback? A rischio di beccarmi una botta di capra sgarbiana mi sento di affermare senza dubbio che Knockout - Resa dei conti è un affronto al genere nonché un enorme inganno per lo spettatore, peggio ancora puzza vagamente di The Counselor - Il procuratore e mi ha ammorbata talmente tanto che ho rischiato di perdermi la visione di Fassbender in deshabillé. E questa è una cosa grave, una cosa a cui mai si rimedia. Beninteso, il mio astio deriva principalmente dalla trama e dall'utilizzo di un personaggio principale assai distante dai miei canoni di donna forte e carismatica (leggi: Leeloo, Beatrix Kiddo, Nikita, Hit-Girl, solo per fare un paio di nomi); sulla carta, l'idea di una donna sola contro tutti in un mondo in mano agli uomini sarebbe stata una figata ma in realtà la trama di Knockout è zeppa di momenti morti in cui i personaggi si guardano in cagnesco o parlano, parlano e parlano come se l'intera pellicola fosse un dramma esistenziale, mentre Mallory Kane è una virago senza alcun carisma, tutta tecnica marziale e niente passione, perennemente scazzata al punto che mentre tutti parlano, parlano e parlano ancora... lei sta muta, a cogitare sul perché della sua esistenza ingrata e probabilmente a cercare di far esplodere l'interlocutore col pensiero. Ho trovato assai poco riuscito il mix di action e spy story perché il primo richiede poca raffinatezza e molta innovazione mentre il secondo necessita di qualcosa di più elegante e sottile per funzionare al meglio e il risultato finale per Knockout è quello di un film ibrido dove la vendetta della protagonista deve passare necessariamente attraverso un paio di "machiavellici" personaggi che non sanno neppure perché diamine sono finiti lì ma si vantano comunque della cosa.


Per fortuna Soderbergh è comunque un regista capace e stiloso e si sbizzarrisce con inquadrature prese da angoli insospettati ed arditi, si permette di riprendere un silenzioso corpo a corpo davanti ad uno splendido tramonto, regala (dopo tanta sofferenza, va detto) un finale esilarante che lascia allo spettatore il compito di immaginare cosa succeda al "villain supremo"... però, che camurrìa dover aspettare questi pochi zuccherini. Il problema è che Knockout è zeppo di attori famosi ma, a parte l'elegante Fassbender e il particolare Antonio Banderas, tutto il cast è o sprecato oppure utilizzato malissimo. Parlando di quelli che compaiono per più di cinque minuti (Douglas, Paxton e Kassovitz non fanno praticamente testo) Gina Carano, come ho detto sopra, è sicuramente una lottatrice bravissima ma è anche un gatto di marmo inespressivo, costretta ad un certo punto in un abito da sera che, poverino, urla vendetta mentre Ewan McGregor, con quella sua faccetta carina da ragazzino svagato, è adatto al ruolo di cattivissimo boss come potrei esserlo io. Il peggior attore della pellicola è però sicuramente Channing Tatum e io mi chiedo come possa ancora avere una carriera questo quarto di bue visto che, se non ci fossero stati i sottotitoli, probabilmente avrei pensato che il buon Tatum parlasse una lingua totalmente avulsa dalle regole base della pronuncia americana. Per tutti i motivi di cui sopra, dunque, dichiaro Knockout - Resa dei conti nettamente inferiore per passione e tamarreide ai begli action con i quali sono cresciuta nonché pellicola buona solo per chi snobba questo genere di cinema "basso" ma vorrebbe comunque sfogarsi con qualche pugno ben dato. Mi dispiace ma per me non è la stessa cosa!


Del regista Steven Soderbergh ho già parlato QUI. Di Channing Tatum (Aaron), Michael Douglas (Alex Coblenz), Antonio Banderas (Rodrigo), Ewan McGregor (Kenneth), Michael Fassbender (Paul) e Bill Paxton (John Kane) ho già parlato ai rispettivi link.

Gina Carano interpreta Mallory Kane. Ex lottatrice di arti marziali e concorrente di American Gladiators, ha partecipato a film come Fast & Furious 6. Anche produttrice, ha 33 anni e quattro film in uscita.


Mathieu Kassovitz interpreta Studer. Francese, lo ricordo per film come L'odio, Il quinto elemento e Il favoloso mondo di Amélie. Anche regista, produttore e sceneggiatore, ha 47 anni.


Dennis Quaid avrebbe dovuto interpretare John Kane ma per impegni pregressi ha dovuto rinunciare ed è stato così sostituito da Bill Paxton. Detto questo, se il film vi fosse piaciuto recuperate Nikita, Kill Bill e Drive. ENJOY!

mercoledì 10 settembre 2014

I mercenari 3 (2014)

Domenica sono andata a vedere l'unico film che MAI avrei osato perdere questa settimana, ovvero I mercenari 3 (The Expendables 3), diretto dal regista Patrick Hughes.


Trama: Barney e i suoi Expendables devono combattere contro un nemico proveniente direttamente dal loro passato...


Dopo quella meraviglia de I mercenari 2 era difficile che si potesse fare di meglio per quel che riguarda un film di questo genere e infatti I mercenari 3 è, brutto da dirsi, il peggiore della serie dedicata agli Expendables. I motivi sono molteplici, non ultimo l'inevitabile perdita di freschezza di un franchise che nasceva già vecchio in quanto celebrazione delle glorie action degli anni '80, ma a questo bisogna aggiungere anche un piglio più "serio" (sconsigliatissimo!!), un cocciuto desiderio di infilare mille guest star senza sfruttarne al meglio neanche una e, peggio, di strizzare l'occhio alle nuove generazioni creando un nuovo gruppetto di giovani Expendables dotati del carisma di un sacco di patate novelle.  Il risultato è un film troppo lungo dove i giovani prendono in giro i vecchi (battuta chiave: "non siamo più negli anni '80" - purtroppo, aggiungerei -), i vecchi si palleggiano battutine da caserma quando va bene o da pseudofidanzati quando va male, ci sono un sacco e mezzo di botti e ben poche botte, i livelli di tamarreide non vengono alimentati da quella goliardia che animava i primi due capitoli e, in generale, sembra davvero di vedere la libera uscita degli ospiti di Villa Arzilla, magari un po' più pompati. Cioé, mettetevi nei miei panni, fa male al cuore scrivere delle cose simili ma devo essere sincera: a fronte di una trama che OVVIAMENTE dev'essere una belinata incredibile, mi sono divertita MOLTO di più guardando le mercenarie della Asylum. Ne I mercenari 3 i momenti di vera tristezza sono troppi, troppe le volte in cui Stallone si ritaglia un orrendo primo piano in cui fissa il vuoto sconsolato, troppe le sequenze in cui i Mercenari cazzeggiano tristi rimpiangendo i bei vecchi tempi, troppo poche quelle in cui Lundgren fa il belinone e ancor meno quelle epiche dove, per dire, Van Damme calcia un coltello in petto al nemico o Chuck Norris sbaraglia un intero plotone. E tutto, fondamentalmente, perché? Perché Stallone mi ha gestito male il casting e il tempo dedicato ai singoli personaggi.


Dei giovani, inutili Expendables non voglio nemmeno parlare, mezz'ora persa a reclutare 'sti imberbi pupazzetti uno più insignificante e inutile dell'altro (c'è la biondina per le quote rosa, il fuciliere che non spara un colpo, il wannabe Uomo Ragno hacker che rimane appeso come un'oloturia nella tromba di un ascensore per TUTTA la battaglia finale, il cretinetti che scorazza sulla moto rigorosamente COL CASCO) quando si poteva almeno far tirare un calcetto al povero, bistrattato Jet Li e rendere molto ma molto più badass uno Schwarzenegger ormai più largo che lungo. Le new entries tra i vecchi non sarebbero neanche male, a dir la verità. Mel Gibson ormai è perfetto nel ruolo del villain, è palesemente l'unico assieme a Banderas a saper recitare e, soprattutto, è anche il solo ad essere rimasto un figo vero, con un fisico della Madonna; il già citato Banderas è simpatico ma ormai non mi ingrifa più nemmeno quando usa la mitraglietta con una mano sola gigioneggiando come se non ci fosse un domani, visto che 'sti maledetti me lo conciano come un vecchio pastore sardo e lo rendono talmente scemo che gli manca solo la gallina RRRRrrosita per concludere degnamente l'operazione; per finire, Harrison Ford ormai non è più Han Solo ma Han Vecchio, sembra il nonno brutto di Sean Connery e mi chiedo come diamine sia possibile visto che Giancarlo Giannini ha la sua stessa età e al confronto sembra un giovincello (mi spiace ma sostituire Willis con Ford non è stata una mossa né furba né elegante, Sly. Sallo.). Ah, stavo per dimenticarmi Wesley Snipes, inqualificabile per bruttezza e stupidità del personaggio sotto ogni punto di vista, tanto che sarebbe stato meglio lasciarlo in quella prigione dove ha giaciuto negli ultimi anni. Cosa salvo dunque di questi Mercenari 3? Beh, ovviamente tutto il cucuzzaro di tamarraggine, la piacioneria disarmante di Banderas, l'infantilità di Lundgren, il sigaro di Schwarznegger, Come With Me Now dei Kongos, l'apparizione di Robert Davi e soprattutto la battuta "Io sono L'Aia", l'unica in grado di spingermi all'applauso. Il resto sta rischiando di diventare noia. E non ho detto gioia. Sly, ti prego, vai in pensione prima di spezzarmi il cuore e costringermi a scrivere una recensione veramente negativa.


Di Sylvester Stallone (anche sceneggiatore oltre che interprete di Barney Ross), Jason Statham (Christmas), Harrison Ford (Drummer), Arnold Schwarzenegger (Trench), Mel Gibson (Stonebanks), Dolph Lundgren (Gunner Jensen), Terry Crews (Caesar), Antonio Banderas (Galgo) e  Jet Li (Yin Yang) ho già parlato nei rispettivi link.

Patrick Hughes è il regista della pellicola. Australiano, ha diretto il film Red Hill. Anche sceneggiatore e produttore, ha 36 anni e un film in uscita.


Wesley Snipes interpreta Doc. Americano, lo ricordo per film come Mo' Better Blues, Jungle Fever, Chi non salta bianco è, Demolition Man, A Wong Foo grazie di tutto! Julie Newmar, The Fan - Il mito, Blade, Blade II e Blade: Trinity; inoltre, ha partecipato a serie come Miami Vice e The Bernie Mac Show. Anche produttore e stuntman, ha 52 anni e un film in uscita.


Kelsey Grammer (vero nome Allen Kelsey Grammer) interpreta Bonaparte. Americano, lo ricordo per film come Giù le mani dal mio periscopio, 15 minuti - Follia omicida a New York, X-Men - Conflitto finale, X-Men - Giorni di un futuro passato e soprattutto per serie come Cin cin, Frasier, Medium e 30 Rock. Ha lavorato anche come doppiatore nei film Anastasia, Toy Story 2 - Woody e Buzz alla riscossa e presta la voce a Telespalla Bob ne I Simpson. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 59 anni e quattro film in uscita.


Kellan Lutz interpreta Smilee. Americano, ha partecipato a tutti i film della serie Twilight nei panni di Emmett Cullen, ad altre pellicole come Che la fine abbia inizio e Nightmare e a serie come Beautiful, CSI: NY, Six Feet Under, CSI - Scena del crimine, Heroes, 90210 e 30 Rock. Anche produttore e stuntman, ha 29 anni e un film in uscita.


Robert Davi interpreta Goran Vata. Americano, lo ricordo per film come I Goonies, Trappola di cristallo, Maniac Cop - Il poliziotto maniaco, Predator 2 e Il figlio della Pantera Rosa, inoltre ha partecipato a serie come Charlie's Angels, L'incredibile Hulk, Dinasty, A-Team, Hunter, Jarod il camaleonte, Nip/Tuck, Criminal Minds e CSI - Scena del crimine. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 63 anni e undici film in uscita.


Parliamo un po' dei giovinastri che infestano il film e del motivo per cui Stallone li ha convocati. A parte il più famoso Kellan Lutz abbiamo nell'ordine Glen Powell (Thorn) che è l'unica vera incognita, nel senso che lui e l'action sembrano vivere su due mondi paralleli, il campione di boxe Victor Ortiz (Mars) messo chissà perché a fare il fuciliere senza lasciargli menare nemmeno un pugno e la bionda Ronda Rousey (Luna) che, da sola, credo potrebbe prendere a calcinculo tutti gli Expendables in quanto campionessa olimpionica di judo ed esperta di arti marziali miste. Scelte di casting abbastanza loffie, se mi è concesso, un po' come loffia è stata la scelta di Bruce Willis di non partecipare, cosa che lo ha portato a beccarsi una botta di "pigro e avido" su Twitter nonché insulti sparsi qua e là nel film. Giusto rifiuto è stato invece quello di Mel Gibson, a cui era stata offerta la possibilità di dirigere il film, non solo di parteciparvi; picche anche da parte di Steven Seagal, Mickey Rourke, Jackie Chan (che giustamente non aveva voglia di fare la figura barbina di Jet Li per cinque minuti scarsi) e Nicolas Cage, sostituito da Kelsey Grammer, mentre Wesley Snipes avrebbe dovuto interpretare Caesar già nel primo Expendables ma era stato costretto a rifiutare per i suoi problemi con la giustizia fiscale USA (problemi tra l'altro citati in un dialogo de I mercenari 3). Detto questo, preparatevi perché The Expendables 4, salvo morti improvvise, dovrebbe farsi e molto probabilmente stavolta Jackie Chan e Pierce Brosnan saranno della partita. Io ho già paura, e voi? Nell'attesa, se I mercenari 3 vi fosse piaciuto recuperate, neanche a dirlo, I mercenari, I mercenari 2 e Mercenaries. ENJOY!!

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