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martedì 11 luglio 2023

Indiana Jones e il quadrante del destino (2023)

Potevo forse perdermi Indiana Jones e il quadrante del destino (Indiana Jones and the Dial of Destiny), diretto e co-sceneggiato dal regista James Mangold? Ovviamente no. Zero spoiler, prometto.


Trama: raggiunta l'età della pensione, Indiana Jones viene avvicinato dalla figlia di un suo vecchio amico, che lo trascinerà in un'avventura in mezzo a nazisti ed invenzioni pitagoriche...


Lo dico e lo ripeto: che susse siamo diventati noi spettatori. Ma da una parte, per carità, è meglio così. Indiana Jones e il quadrante del destino è stato talmente asfaltato dalla "critica" che sono partita prevenutissima con questo ultimo capitolo della saga, nonostante non sia una di quei fan che conoscono a memoria e citano ogni film della trilogia tranne il quarto (per me questa cosa vale solo con Il tempio maledetto, ma sono in minoranza visto che lo odiano persino i coinvolti). Mi aspettavo una ciofeca e, come sempre accade in questi casi, avendo le aspettative a terra mi sono sorpresa davanti a un film gradevolissimo e divertente che, con un po' di fortuna, metterà definitivamente fine alle avventure di Indiana Jones. Questa consapevolezza, probabilmente, ha viziato la mia percezione dell'opera, lo ammetto. Se già in Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo il protagonista era invecchiato e si scagliava contro i giovinastri irrispettosi incarnati dal "simpaticissimo" Mutt, pagando il contrappasso di avere perculato papà Sean Connery nel capitolo precedente e ritrovandosi nei panni di matusa rincoglionito, qui abbiamo un professor Jones in pensione, divorato dalla solitudine, amaro come l'alcool in cui affoga i suoi dispiaceri, a volte persino vittima di quello sguardo tra il sorpreso e lo spaventato degli anziani (una bambina nel pubblico mi ha spezzato il cuore dicendo che uno dei cattivi non le piaceva perché "picchia i vecchietti". Amore pulcetta, ma ci rendiamo conto che per lei quel gran figo di Ford è un vecchietto?). Indy è un uomo arrivato al capolinea, ed è terribile il contrasto tra la sequenza iniziale (che, grazie alla CGI, ce lo mostra giovane e aitante a fare il mazzo ai nazi) e quella in cui, mutanda flappa d'ordinanza, intima al vicino capellone di abbassare la musica; è un uomo che, a differenza dell'Indy che rideva in faccia alla morte ne I predatori dell'arca perduta, spende una lacrima per ogni persona conosciuta o amico che fa una brutta fine, perché ognuna di queste morti lo rende più solo e più vicino alla sua dipartita. Onestamente, questo è uno degli aspetti che più ho apprezzato del film, perché non avrei tollerato un settanta-ottantenne che saltella e si spara pose da cinico marpione come se non fossero passati più di quarant'anni dal suo esordio, e trovo anche giusto che la motivazione principale che lo spinge a farsi coinvolgere dalla giovane Helena sia quella di levarsi presto dalle balle l'incombenza e tornare a piangersi addosso in tranquillità.


Siccome ho nominato Helena, un paio di accenni sulla trama. Indiana Jones e il quadrante del destino è il tipico film avventuroso, "alla Indiana Jones" appunto, dove i personaggi vagano per il globo alla ricerca di manufatti protetti da ingegnose trappole/indovinelli onde evitare che il villain di turno se ne impossessi. E' la cifra stilistica della serie, per quanto mi riguarda, solo che stavolta l'azione è quasi tutta nelle mani della new entry Helena; quest'ultima è un personaggio che evolve, presentandosi inizialmente come un'archeologa/collezionista di manufatti antichi senza scrupoli, in aperto contrasto con le idee più filantropiche di Indy, e piano piano riscopre una sorta di etica, se non addirittura un cuore, che la rendono meno monodimensionale di quanto non appaia all'inizio. Il fulcro della trama, però, non è lo scontro generazionale, quanto piuttosto il contrasto tra chi non accetta di fare ormai parte di un'altra epoca e ancora vive legato a fasti passati che non torneranno mai, e chi sceglie di fare tesoro del passato ma senza lasciarsi dominare da esso, un contrasto che trova compimento nella presenza di un artefatto strettamente legato al tempo e, anche, nella natura stessa di Indiana Jones e il quadrante del destino. Guardando il film, infatti, non si percepisce alcuna voglia di rilanciare il franchise, quanto piuttosto quella di farlo diventare una sorta di omaggio riaggiornato (e remunerativo, certo) a quarant'anni di avventure di un'icona cinematografica. Al di là dei riferimenti espliciti e degli easter egg sparsi qui e là, ci sono intere sequenze ad omaggiare lo stile di Spielberg quando si approcciava alla saga (ma anche a quello delle sue produzioni più iconiche, soprattutto i Goonies, citato più di una volta), tra inseguimenti mozzafiato su vari mezzi di locomozione ed insidiosi ambienti zeppi di trappole, e persino alcuni giochi di luce ed ombre sono simili; nonostante ciò, Mangold e soci sono riusciti a far sì che il film mantenesse una sua personalità e hanno evitato di ricalcare pedissequamente le opere che lo hanno preceduto e trasformarlo in un remake/plagio fatto e finito, com'è successo, per esempio, con il secondo tempo di Ghostbusters Legacy.


E poi, vabbé, come ho scritto all'inizio del post io sono di parte. Harrison Ford, col tempo, è arrivato ad assomigliare un casino al mio papà, sia per il sembiante che per la faccia scazzata di chi ha sempre un po' la bestemmia in canna perché la gente gli spacca i marroni, e vederlo guidare il tuctuc ha rischiato di uccidermi in mezzo alla sala, perché uno dei mezzi di ordinanza di padre è l'Ape Piaggio, mezzo di locomozione tipico dei vegi di campagna. Quindi sì, ogni volta che vedevo Jones sperso, perplesso, triste, mi veniva in mente papà e mi si spezzava il cuore, e ogni suo trionfo o rivincita da old man sono stati una gioia per lo stesso motivo. Lo so che è un punto di vista stupido, da ragazzina immatura, ma credo che il cinema sia soprattutto questo, farsi trasportare dalle emozioni più varie, tornare bambini per una sera, dividersi tra il rimpianto per quel gran figo che era Harrison Ford e l'amore per questo arzillo ottantenne, perdendo quella voglia di criticare sempre e comunque, tipica del nostro tempo. Poi se volete vi dico che quel bambino mostruoso che hanno appioppato ai protagonisti non ha un grammo del carisma dell'amatissimo Shorty, che le scene ambientate in Italia sono il trionfo dello sterotipo tossico, che la presenza di Banderas è uno spreco di denaro e carisma, che le motivazioni del villain sono di una banalità sconcertante e che Helena si definisce bene solo da un certo punto in poi, ché all'inizio secondo me la sceneggiatura non sapeva bene quale carattere darle, ma tutto scompare davanti allo score di John Williams, agli schiocchi di frusta e a quel piccolo bacio dato sul gomito, che ha lasciato me e i miei compagni di visione in lacrime commosse. Dite quel che volete su Indiana Jones e il quadrante del destino ma, per quanto mi riguarda, old man Indy batte gli alieni 10 a 0. 
P.S. Magari andatelo a vedere in v.o., se potete. Il doppiaggio italiano ci mette almeno dieci minuti ad entrare in sincrono coi movimenti labiali dei personaggi, tanto che all'inizio mi veniva voglia di strapparmi le orecchie, e Gammino ormai biascica un po', santa creatura. Ho riso più per le varie interpretazioni che gli spettatori attorno a me davano di "wombato" che per le gag del film, ma qui magari trattasi di ignoranza del pubblico, non di pronuncia strascicata.  


Del regista e co-sceneggiatore James Mangold ho già parlato QUI. Harrison Ford (Indiana Jones), Antonio Banderas (Renaldo), Karen Allen (Marion), John Rhys-Davies (Sallah), Thomas Kretschmann (Colonnello Weber), Toby Jones (Basil Shaw), Boyd Holbrook (Klaber) e Mads Mikkelsen (Dr. Voller) li trovate invece ai rispettivi link. 

Phoebe Waller-Bridge interpreta Helena. Inglese, ha partecipato a film come Albert Nobbs, The Iron Lady, Solo: A Star Wars Story e a serie quali Fleabag. Anche produttrice, sceneggiatrice e regista, ha 38 anni e un film in uscita. 


Se Indiana Jones e il quadrante del destino vi fosse piaciuto, neanche a dirlo, recuperate tutti gli altri film della saga! ENJOY!
 

venerdì 22 aprile 2022

Animali fantastici - I segreti di Silente (2022)

Poteva mancare la visione del terzo capitolo della saga Animali fantastici e come grigliarli? No, per l'appunto. Il giorno dopo l'uscita, in una sala gremita di coviddi, sono andata a vedere Animali fantastici - I segreti di Silente (Fantastic Beasts - Secrets of Dumbledore), diretto dal regista David Yates.


Trama: Silente, legato a Grindelwald da un patto di sangue che gli impedisce di nuocergli, chiede aiuto a Newt Scamander e compagnia per evitare che il mago oscuro diventi il nuovo Capo Supremo del mondo magico...


Non è un mistero che I crimini di Grindelwald mi avesse fatto abbastanza pena, non tanto per la realizzazione, quanto per la trama: inutilmente complicata, prolissa, zeppa di personaggi inutili e caratterizzazioni stupide, mi era sembrato un loffio tentativo di collegare la saga degli Animali fantastici a quella principale sfruttando principalmente dei nomi importanti che hanno lasciato il tempo che hanno trovato. Con I segreti di Silente la Rowling e soci hanno cercato di aggiustare un po' il tiro e in buona parte, questo va detto, ci sono riusciti. Tolto che io continuo a preferire le atmosfere fresche e favolistiche del primo film, l'unico ad avere ogni diritto di portare gli Animali fantastici nel titolo, a questi trattati di fantapolitica magica dai toni cupi, questa volta se non altro la trama è fruibile senza diventare matti a risalire a 30 alberi genealogici diversi e ogni personaggio (tranne Yusuf, il mago di colore per intenderci) ha una funzione ben precisa e uno story arc da seguire. Il motivo, detto con molta maligna sincerità, potrebbe essere il fatto che la Rowling rischia di non riuscire ad arrivare ai cinque film di cui si era parlato all'inizio; noterete infatti che I segreti di Silente si chiude con una serie di situazioni "aperte", ma non così tanto da dover per forza ricorrere a dei seguiti per tirare le fila, a differenza del film precedente. Detto questo, la pellicola, come da titolo, racconta un paio di segreti di famiglia del preside di Hogwarts, che fungono da cornice per l'ennesimo machiavellico piano di Grindelwald, il quale stavolta punta a diventare Capo Supremo del mondo magico. Scamander e i suoi animali sono ormai diventati agenti di Silente e la natura schiva del nostro viene messa un po' da parte così da trasformarlo in una sorta di tramite tra Silente e un gruppo eterogeneo di salvatori, tra i quali spicca il no-mag Jacob, l'unico che per fortuna continua a rimanere ben caratterizzato e su cui vorrei uno spin-off.


Gli altri personaggi, salvo i carismatici Silente e Grindelwald (a proposito, ciao Johnny, proprio non mi manchi per nulla) sui quali personalmente avrei spinto un po' l'acceleratore a proposito di una certa questione che io e i fan sostenevamo da anni, stanno lì a fare da cartonati o poco più, persino l'adorata Queenie e quel Credence che nei film precedenti rappresentava una forza della natura. Fortunatamente, qualche animale fantastico a infondere un po' di vitalità ancora c'è. Assieme ai beniamini Snaso e Asticello, protagonisti di un paio di scene ad alto tasso di divertimento, c'è la tenerezza inenarrabile della new entry denominata Quillin, elemento fondamentale della trama, e l'orrore di un paio di bestiacce simili a scorpioni, un momento potenzialmente horror "ammorbidito" da una delle sequenze più genuinamente esilaranti della pellicola. A proposito di sequenze. Non so se è lo schermo del multisala che ormai fa schifo ma a me è parso che Yates non riuscisse minimamente ad imbroccare le scene di azione in notturna, penalizzate anche da un montaggio e una fotografia a dir poco orribili (l'inizio, con Scamander e il Quillin, è inguardabile ma anche la fuga dal carcere tedesco non scherza), e anche se il regista è riuscito a portare a casa un paio di interessanti sequenze di lotta "a due" aventi per protagonista Silente, meriterebbe lo stesso che gli venissero tagliate le manine ogni volta che si affida al ralenti, ché una sequenza va anche bene, ma girarne mezza dozzina anche basta. Ciò detto, nonostante non sia stata una visione entusiasmante al 100%, I segreti di Silente raddrizza se non altro un paio di brutture lasciate dal precedente capitolo e soddisfa l'occhio della spettatrice con due uomini talmente affascinanti che gli Animali fantastici e tutto il cucuzzaro potrebbero anche scomparire, quindi merita una visione anche solo per questo.


Del regista David Yates ho già parlato QUI. Jude Law (Albus Silente), Mads Mikkelsen (Gellert Grindelwald),  Eddie Redmayne (Newt Scamander), Katherine Waterston (Tina Goldstein), Ezra Miller (Credence Barebone), Callum Turner (Theseus Scamander), Richard Coyle (Aberforth) e Dan Fogler (Jacob Kowalski) li trovate invece ai rispettivi link.

Oliver Masucci interpreta Anton Vogel. Tedesco, indimenticabile Ulrich della serie Dark, ha partecipato a film come Lui è tornato e ad altre serie quali Squadra speciale Cobra 11. Ha 54 anni e un film in uscita. 


Tra i seguaci tedeschi di Grindelwald troviamo anche Aleksandr Kuznetsov, il giovane protagonista di Why Don't You Just Die? mentre Valerie Pachner, che interpreta Henrietta Fischer, era Mata Hari in The King's Man - Le origini. Nell'attesa di sapere se ci sarà o meno un quarto capitolo, cosa non probabilissima nonostante la Rowling avesse pianificato ben cinque film, se Animali fantastici - I segreti di Silente vi fosse piaciuto recuperate ovviamente Animali fantastici e dove trovarli, Animali fantastici - I crimini di Grindelwald e tutti i film della serie Harry Potter. ENJOY!


venerdì 23 aprile 2021

Un altro giro (2020)

Il giro sta quasi finendo sì, e domenica notte sapremo chi si sarà aggiudicato le ambite statuette, ma io ho ancora qualche recupero da fare per gli imminenti Oscar, dove tra i candidati (per la miglior regia e  il miglior film straniero) c'è anche Un altro giro (Druk), diretto e co-sceneggiato nel 2020 dal regista Thomas Vinterberg.


Trama: un gruppo di insegnanti di scuola superiore decide di fare un esperimento e mantenere un costante livello di alcool nel sangue, per migliorare le loro relazioni interpersonali e le performance lavorative.


Forse guardare un film alcoolico durante lo stress da pandemia non è stata un'idea grandiosa, ché un minimo di tentazione nell'indulgere nell'esperimento di Martin e compagnia ci sarebbe, ma l'importante è prendere Un altro giro per quello che è. Non una celebrazione dell'alcool ma della vita, di quella quotidianità che spesso ci lasciamo scivolare addosso, seppellendo le poche fortune che ci sono state concesse sotto una pesantissima coltre di noia, stress, insoddisfazione personale, tristezza e chi più ne ha più ne metta, al punto da arrivare a vivere male (o, meglio, a NON vivere) senza quasi che ci sia un perché. Quest'anno è già il terzo film che vedo imperniato sull'argomento dell'insoddisfazione e dell'ennui: c'è stato Soul, c'è stato The Swerve (ma perché non candidate gli horror, porca la vostra miseria?), c'è per l'appunto Un altro giro, dove i personaggi fanno ricorso all'alcool per vedere se, effettivamente, con l'assunzione di quantità controllate le nostre capacità relazionali e lavorative possono migliorare arrivando a dare beneficio anche alla qualità della vita in generale. La risposta è nì. Sarà successo a tutti voi, se non siete astemi. Non è un mistero che essere un po' brilli ci renda più audaci ed entusiasti, piacevolmente incoscienti ed anche più pronti a cercare soluzioni creative ai problemi, oltre che rilassati, ma il limite tra leggermente brillo ed ubriaco rischia di scomparire nel giro di pochissimo e allora sono dolori; inoltre, non è sicuramente piacevole, per chi ci sta accanto e ci vuole bene, scoprire che possiamo vivere felici solo con l'ausilio di un po' di alcool in corpo, ché una dipendenza è tale anche se piccola ed innocua. A questo va aggiunta la volontà di Martin e soci di testare i loro limiti ricercando una giovinezza e una forza perdute, il che trasforma un esperimento piacevole in una discesa sempre più rapida verso il baratro dell'alcolismo, con tutto quello che ne consegue.


L'approccio di Vinterberg a questa celebrazione della vita, girata poco dopo la morte della figlia in un incidente stradale (il film è dedicato a lei), probabilmente è qualcosa in cui solo un abitante della penisola scandinava sarebbe potuto riuscire, soprattutto mantenendo un equilibrio così invidiabile tra tragedia e commedia, tra critica e indulgenza: il divertimento con cui il regista guarda alle bravate dei giovani danesi, che consumano la giovinezza vomitando e bevendo come se non ci fosse un domani, è pari al senso di imbarazzo che trapela dai filmati di repertorio in cui si vede, tra gli altri, Eltsin barcollare durante alcuni eventi ufficiali, e il destino di chi, ad una certa età, non riesce a reagire e ad aprire gli occhi, è definitivo e per nulla pietoso. Eppure, con tutti i loro pregi e difetti o forse proprio in virtù di questi ultimi, arriviamo a volere bene a questo quartetto di professori così umani ed imperfetti, a divertirci con loro nelle prime fasi dell'esperimento e a provare una forte dose di ansia quando il "gioco" comincia a fuggire di mano, fino ad arrivare a quella danza finale sulle note di What a Life che ci libera il cuore da tutti i fardelli e ci fa desiderare, stupidamente, di poter anche noi affrontare a testa alta tutti i problemi, almeno per qualche minuto, ballare assieme all'atletico Mads Mikkelsen e magari anche andarsi a fare un cicchetto assieme a lui, nonostante il volto granitico e lo sguardo scazzato. Provare per credere!


Di Mads Mikkelsen, che interpreta Martin, ho già parlato QUI.

Thomas Vinterberg è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Danese, ha diretto film come Festen - Festa in famiglia, La comune e Il sospetto. Anche attore e produttore, ha 52 anni.


Thomas Bo Larsen
interpreta Tommy. Danese, ha partecipato a film come Festen - Festa in famiglia, Il sospetto e a serie quali Il regno. Ha 58 anni.



domenica 10 marzo 2019

Polar (2019)

Ammiccava sulla home page di Netflix da qualche tempo e in questi giorni mi sono decisa a vedere Polar, diretto dal regista Jonas Åkerlund.


Trama: un killer a un passo dalla pensione diventa il bersaglio dei suoi colleghi più giovani, ingaggiati dal suo ex datore di lavoro.


Dico la verità. L'unico motivo per cui ho recuperato Polar è stato per prepararmi al film Lord of Chaos, sempre diretto da Jonas Åkerlund, e anche perché di tamarreidi a base di killer à la John Wick non ce n'è mai abbastanza. Però Polar è dannatamente sfacciato, porca miseria, supera la barriere del cattivo gusto come farebbe Dominic Toretto sparato su una delle sue pimpatissime macchine, col triste difetto di ammosciarsi un po' all'inizio e anche un po' alla fine. Protagonista del tutto è tale Black Kaiser, killer quasi pensionato che vorrebbe solo ritirarsi a vita privata incassando l'assegno milionario promesso dalla sua "ditta"; la gabola dietro a questo contratto vantaggiosissimo, pure troppo, per un dipendente, è che il boss della ditta, una creatura che è un incrocio tra Jabba the Hutt, il Dr. Male e uno slime, prima dell'inizio della pensione si premura di far secco il dipendente, reincassando così il vile denaro. Gli esattori di tale somma sono un branco di ragazzetti killer tagliati con l'accetta, dalle spiccate personalità che variano da "zoccolona matta come un cavallo" a "orientale pericolosissima" passando per "gigante muto" fino ad arrivare a "roscio insignificante" e "belloccio con velleità di capo", tutti lanciati contro il Black Kaiser e introdotti da scritte fighissime in sovrimpressione, tutti sacrificati a quello che, da metà film in poi, diventa il fulcro della vicenda, ovvero l'amicizia tra il protagonista e la sfigatissima vicina di casa. Per dire, per scatenare John Wick bastava la morte del cane, qui *ehm* il cane meglio dimenticarlo e passare direttamente al rapimento di una povera disadattata, ché Black Kaiser è ancora più solitario, duro, fuori dalla realtà e vecchio di quanto non fosse il buon John, benché dotato della stessa fissità facciale e dello stesso fisico impenetrabile a proiettili, coltellate, pinze, uncini, schegge di vetro, robe.


Per essere una produzione Netflix, il "bello" di Polar è che ci da giù pesantissimo, tanto che al confronto il pluricitato John Wick è un film di Bergman. All'interno della cornice ipercinetica e pop della regia di Jonas Åkerlund (il quale si è fatto le ossa con video come QUESTO, QUESTO , QUESTO ma anche QUESTO, giusto per dare un'idea), un trionfo di colori saturatissimi, casino ed esagerazioni visive, succede davvero la qualunque. Intanto, se fossi una femminista convinta, direi che il corpo femminile qui subisce una mercificazione fuori scala, tra terga inquadrate a distanza ravvicinata e (gratuitissime) scene di sesso matto e disperatissimo che 50 sfumature scansati, poi c'è proprio il gusto del sangue e della gente che muore sparata malissimo, per non parlare della lunga sequenza di tortura ai danni del povero Mads Mikkelsen, mostrata con abbondante dovizia di particolari e secchiate di liquido rosso. All'attore danese spetta l'ingrato compito di privarsi di ogni espressione facciale e offrire il suo fisico massiccio all'azione, col risultato che sì, Polar è sicuramente più efferato e trash di John Wick, ma la presenza di Keanu Reeves assicurava quelle coreografie viUlente che tanto mi avevano affascinata nel primo capitolo, mentre qui Mikkelsen spara e basta (però gli piace parecchio mostrarsi nudo). Gli attori di contorno sono tutti delle macchiette sopra le righe, come scritto sopra, sembrano quasi giocare a chi confeziona il personaggione più da facepalm (SPOILER: vincerebbe il povero Richard Dreyfuss, almeno a livello "tristezza". Ma siccome pare che il grande vecchio abbia diretto alcune delle scene di tortura, direi che la palma va a Johnny Knoxville), e di fatto vedere Vanessa Hudgens che si impegna per dare serietà e profondità al proprio personaggio fa un po' ridere ma tant'è. Comunque, difetti a parte, Polar indubbiamente intrattiene e diverte per tutta la sua durata, tanto da risultare perfetto per una serata a base di bieca ignoranza condita da esplosione di retine e cervello.


Di Mads Mikkelsen (Duncan Vizla/Black Kaiser), Vanessa Hudgens (Camille) e Richard Dreyfuss (Porter) ho già parlato ai rispettivi link.

Jonas Åkerlund è il regista della pellicola. Svedese, ha diretto anche il film Lords of Chaos. Anche sceneggiatore, produttore, attore e stuntman, ha 54 anni.


Katheryn Winnick interpreta Vivian. Canadese, ha partecipato a film come Uomini di parola, La torre nera e a serie quali Psi Factor, Relic Hunter, Oz, CSI: Miami, CSI: NY, Criminal Minds, Dr. House, CSI - Scena del crimine e Bones. Anche produttrice e regista, ha 42 anni.


Matt Lucas interpreta Blut. Inglese, ha partecipato a film come Shaun of the Dead, Alice in Wonderland, Paddington e a serie quali Little Britain, Little Britain USA e Doctor Who; come doppiatore ha lavorato in Astro Boy. Anche sceneggiatore, produttore, regista e compositore, ha 45 anni e due film in uscita.


Robert Maillet interpreta Karl. Ex wrestler canadese conosciuto col nome d'arte di Kurrgan, ha partecipato a film come 300, Sherlock Holmes, Pacific Rim, Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet, Deadpool 2 e a serie quali C'era una volta e The Strain. Ha 50 anni.


Johnny Knoxville (vero nome Philip John Clapp) interpreta Michael Green. Americano, creatore di Jackass, lo ricordo per film come Men in Black II, Hazzard e Comic Movie, inoltre ha lavorato come doppiatore in SpongeBob Squarepants. Anche sceneggiatore e produttore, ha 48 anni e due film in uscita.


Se Polar, tratto dall'omonima web serie a fumetti e graphic novel della Dark Horse,  vi fosse piaciuto recuperate il pluricitato John Wick e aggiungete Atomica bionda e Kick Ass. ENJOY!

domenica 17 febbraio 2019

Van Gogh - Sulla soglia dell'eternità (2018)

Torniamo a parlare di Oscar, che ormai non manca più tanto. Oggi tocca a Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità (At Eternity’s Gate), diretto nel 2018 dal regista Julian Schnabel e candidato per il Miglior Attore Protagonista (Willem Dafoe).


Trama: Vita del pittore Vincent Van Gogh, tra genio e follia, fino alla morte in circostanze misteriose.


Van Gogh – Sulla soglia dell’Eternità è un interessante biopic che forse rivela poco della vita del pittore olandese ma sicuramente approfondisce il suo modo di intendere l’arte e affrontare la malattia mentale, due aspetti molto più affascinanti e fondamentali. Il film segue le vicende di Van Gogh dal momento del suo arrivo ad Arles, terra che avrebbe dovuto essere più calda e luminosa rispetto all’Olanda e che, in realtà, accoglie Vincent con pioggia, vento e diffidenza da parte degli abitanti del paese, poco convinti di dover ospitare un pittore poco conosciuto, povero e dagli atteggiamenti strani. Attirato talvolta dai suoi simili, al punto da dedicare loro dei quadri, l’artista è tuttavia schivo, timoroso e maggiormente interessato alla Natura, intesa come unico mezzo per avvicinarsi a Dio, da catturare con tutta l’urgenza di una mente in costante, febbricitante fermento che punta a rivelare la Realtà. Una realtà cupa, distorta, inquietante (bellissimo il prete interpretato da Mads Mikkelsen, talmente disgustato dai quadri di Van Gogh da arrivare persino a rivolgerne uno verso il muro, per nascondere il disegno) ma anche piena di bellissimi colori, sui quali spicca l’energia del giallo, del sole tanto bramato dall’artista, un grido di speranza che Van Gogh, almeno nel film, insegue attraverso interminabili camminate, corse a perdifiato e sguardi trepidanti rivolti al cielo. Da l’idea, questo Sulla soglia dell’eternità, che Van Gogh fosse un turbine incontenibile, tuttavia privo della spocchia edonista di molti suoi colleghi, una creatura intrappolata in un corpo limitante e in una realtà ancora più opprimente, spinto proprio da questo desiderio di libertà a vomitare su tela colori pastosi stesi con pennellate rapide e nervose.


Effettivamente, Willem Dafoe sembra proprio Van Gogh redivivo. Al di là di un reparto costumi che richiama proprio quelli degli autoritratti realizzati dal pittore, c’è qualcosa nel volto e nello sguardo dell’attore che farebbe quasi pensare alla possessione di qualche fantasma; colpiscono, più di tutto, quegli occhi persi ed innocenti, le improvvise espressioni di spaesamento, il sorriso estasiato di chi vede oltre quello che vedono i comuni mortali e si impegna a fare in modo che possano scorgerlo anche loro senza tuttavia essere capito. Le lacrime per l’abbandono di Gauguin, la consapevolezza di essere creduto pazzo, di essere, effettivamente, anormale, la speranza di essere accolto, il sollievo di potersi riposare tra le braccia di un fratello buono e protettivo, rendono Dafoe una creatura splendida celata dalle rughe e dai tratti rozzi e luciferini dell’attore, per questo ancora più preziosa quando viene scorta da un occhio attento. A sostenere la performance dell’attore c’è un regista la cui macchina da presa non sta mai ferma, che ripropone attraverso le immagini la foga e il tormento interiore del protagonista e spesso anche il punto di vista “distorto”, poco a fuoco, influenzato dalla malattia mentale; la fotografia, talvolta virata in blu e talvolta talmente nitida che i colori risaltano vivissimi, come appena catturati sulla tela di Van Gogh, impreziosisce ancora più questa regia particolare e si accompagna ad una colonna sonora altrettanto azzeccata, un trionfo di note suonate al pianoforte che sottolineano sia i momenti concitati che quelli più tristi. Mi avevano parlato benissimo di Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità (qualcuno aveva accusato anche un po’ di mal di mare, ora ho capito perché) e mi era dispiaciuto perderlo ma sono contenta di averlo recuperato in vista dell’Oscar perché è davvero interessante e, soprattutto, Dafoe è splendido. Guardatelo, merita.


Di Willem Dafoe (Vincent Van Gogh), Oscar Isaac (Paul Gauguin), Mads Mikkelsen (il prete),  Emmanuelle Seigner (Madame Ginoux) e Vincent Perez (il direttore) ho parlato ai rispettivi link.

Julian Schnabel è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Basquiat, Prima che sia notte, Miral e Lo scafandro e la farfalla. Anche produttore e compositore, ha 68 anni.


Rupert Friend interpreta Theo Van Gogh. Inglese, ha partecipato a film come The Libertine, The Zero Theorem - Tutto è vanità, Morto Stalin se ne fa un altro e Un piccolo favore. Anche sceneggiatore, regista e produttore, ha 38 anni e un film in uscita.


Mathieu Amalric interpreta il Dr. Paul Gachet. Francese, ha partecipato a film come Marie Antoinette, Lo scafandro e la farfalla e Grand Budapest Hotel. Anche sceneggiatore, regista e produttore, ha 54 anni e due film in uscita.


martedì 3 gennaio 2017

Rogue One (2016)

Arrivo ultima credo in tutto l'universo a parlare di Rogue One (Rogue One: A Star Wars Story), diretto nel 2016 dal regista Gareth Edwards, quindi segue breve post con qualche spoiler insignificante, tanto l'avete già visto tutti! Ah, e ovviamente buon anno!!!


Trama: la giovane Jyn Erso si ritrova suo malgrado coinvolta nei piani della Resistenza, proprio mentre l'Impero sta per scatenare la sua devastante arma finale.


Come ben sapete non sono una fan all'ultimo stadio di Guerre Stellari, guardo i film, mi piacciono, li archivio e stop. E' anche per questo che non mi sono fiondata subito a vedere Rogue One, spin-off della saga principale, ripromettendomi tuttavia di andare appena possibile dopo fior di pareri positivi emessi dalle persone delle quali mi fido maggiormente, cinematograficamente e soprattutto StarWarsianamente parlando. Oddio, all'inizio del film ammetto che avrei voluto morire: mille nomi, mille personaggi, mille riferimenti alla saga principale, mille domande del povero Bolluomo che ho dovuto zittire fino alla fine del primo tempo pena l'uccisione da parte dei nerd presenti nella sala ancora gremita. Eppure, tolto quest'inizio un po' didascalico, la trama ha cominciato presto a far presa su di me. Rogue One non racconta di gente che deve imparare ad usare la Forza, pienamente o quasi consapevole della posta in gioco e perfettamente addentro alle dinamiche della guerra stellare in atto tra un Impero che ha già giocato la sua carta più infame e tra i ribelli che hanno già ritrovato i loro salvatori, bensì di persone disperate che ancora non sanno bene come agire eppure lo fanno, gettandosi a capofitto in un'impresa impossibile la cui importanza è a dir poco fondamentale. Jyn Erso e i suoi compagni sono "sporchi e cattivi", più che altro sono dei reietti che non vengono presi in considerazione neppure dai "buoni", ancora impegnati a palleggiarsi soluzioni diplomatiche che non contemplino l'aperta opposizione all'Impero: vuoi per retaggio filiale, vuoi per un ottimistico e dileggiato attaccamento alla religione, vuoi per un'infanzia distrutta dalla guerra, attorno a Jyn si riunisce una banda di desperados che saranno anche tratteggiati con l'accetta, lei per prima, eppure emozionano quanto gli eroi che siamo arrivati a conoscere ed amare, tanto che l'inaspettato e bellissimo finale mi ha lasciata devastata e in lacrime (chiedete al Bolluomo che non sapeva più come consolarmi). Non mancano ovviamente i contentini per i fan, che possono o meno far discutere (Peter Cushing? Seriously? Lì per lì mi batteva il cuore, ok, ma dopo qualche secondo ha cominciato a sembrarmi il GGG, non scherzo) e che tuttavia emozionano, soprattutto alla luce dei recenti lutti che hanno colpito il mondo del Cinema in generale e di Guerre Stellari in particolare, inseriti alla perfezione in un contesto gradevolmente cupo e cattivo, con poco spazio per l'ironia, dosata in bocconcini assolutamente accettabili.


Lungi da me stare a scrivere pipponi sulla validità degli effetti speciali utilizzati e sulla grandiosità delle battaglie tra astronavi, sulla bellezza dei paesaggi presenti su pianeti sempre diversi (stavolta c'è persino il pianeta "tropicale", anche se il mio preferito rimane quello con la gigantesca statua in pietra distrutta), c'è gente dotata di conoscenza e passione che ne ha scritto molto meglio di quanto potrei mai fare io; ad oggi, posso dire che almeno un paio di sequenze mi rimarranno impresse nella mente e sono tutte legate alla devastazione portata dalla Morte Nera, soprattutto in quel finale che mi ha tanto ricordato These Final Hours e che, combinato alla bella e rispettosa colonna sonora di Michael Giacchino, è riuscito a spezzarmi il cuore più di quanto credessi possibile. Passando invece a cose più a portata di mano della sottoscritta, spenderò giusto due parole sugli attori. Felicity Jones, con quel musetto carino e l'espressione scazzatella mi è piaciuta parecchio ed è sicuramente più adatta a stare in mezzo ai ribelli che ad accompagnare il bolso Tom Hanks per le strade di Firenze e le calli veneziane, il resto del cast, se posso permettermi, è però speso sprecato. Donnie Yen è l'idolo indiscusso e su questo non si discute, ogni sua apparizione vedeva me e soprattutto il Bolluomo sperticarci in applausi, il suo è il tipico personaggio capace di essere cool ed ironico senza risultare fastidioso, tuttavia gli altri comprimari non sono altrettanto all'altezza: Diego Luna è moscerello e poco incisivo (o forse sono io che ancora piango Han Solo...), Forest Withaker da denuncia (ma chi mi conosce sa che, in generale, come attore lo sopporto poco), il povero Mads Mikkelsen ormai spreca il suo innegabile carisma in film commerciali per la durata di pochissimi minuti e persino il cattivo interpretato da Ben Mendelsohn non mi è sembrato granché espressivo ed è riuscito a farsi eclissare da un grandissimo ricreato al computer e dalla ben più iconica figura di Darth Vader, che compare ancor meno di Mikkelsen ma perlomeno spacca culi a destra e manca. A proposito di Vader: che è successo al suo costumino? Solo a me è parso diverso? Altra domandina: ma è solo l'Impero ad essere rimasto confinato negli anni '80? Le divise imperiali urlano BigJimme! ad ogni fotogramma e cozzano in maniera incredibile con lo stile dei ribelli, aggiornato al gusto recente e, aggiungo, facilmente cosplayabile anche da chi è impedito come me. La galassia sarà anche sempre lontana lontana ma evidentemente i fashion blogger sono arrivati persino lì! Tolte queste imbarazzanti considerazioni personali Rogue One mi è comunque piaciuto molto e lo consiglio anche a chi non è appassionato all'ultimo stadio della saga stellare.


Di Felicity Jones (Jyn Erso), Diego Luna (Cassian Andor), Alan Tudyk (voce originale di K-2SO), Donnie Yen (Chirrut Imwe), Ben Mendelsohn (Orson Krennic), Forest Whitaker (Saw Gerrera) e Mads Mikkelsen (Galen Erso) ho parlato ai rispettivi link.

Gareth Edwards è il regista della pellicola. Inglese, ha diretto film come Monsters e Godzilla. Anche tecnico degli effetti speciali, sceneggiatore, animatore, attore e produttore, ha 42 anni.


Riz Ahmed interpreta Bodhi Rook. Inglese, ha partecipato a film come Il fondamentalista riluttante, Nightcrawler - Lo sciacallo e serie quali Dead Set e The OA. Anche sceneggiatore e regista, ha 35 anni.


Per ricreare il personaggio del Governatore Tarkin il volto di Peter Cushing è stato sovrapposto digitalmente a quello dell'attore Guy Henry e allo stesso modo la Leia sul finale è stata realizzata sovrapponendo le fattezze di una giovane Carrie Fisher a quelle dell'attrice Ingvild Deila; nel cast compare inoltre anche quel gran figo di Ben Daniels di The Exorcist, nei panni del Generale Merrick. A Rogue One sono stati inoltre aggiunti digitalmente spezzoni mai usati di Guerre Stellari e Il ritorno dello Jedi, principalmente incentrati sui piloti che attaccano lo scudo spaziale poco prima del finale. SPOILER se non avete visto il film: la prima bozza di sceneggiatura di Rogue One prevedeva che i personaggi sopravvivessero tutti ma Gareth Edwards ha chiesto espressamente a Kathleen Kennedy e ai vertici della Disney il permesso di farli morire da eroi. Una volta ottenuto (a sorpresa!) il permesso, è stata scartata tuttavia l'idea di farli uccidere da Darth Vader, un'immagine ritenuta troppo cupa. Detto questo, se Rogue One vi fosse piaciuto recuperate tutti i film legati alla saga di Guerre Stellari, tenendo conto che, cronologicamente, gli eventi della pellicola si collocano 18 anni dopo Star Wars: Episodio III - La vendetta dei Sith e poco prima dello storico Guerre Stellari. ENJOY! 




domenica 6 novembre 2016

Doctor Strange (2016)

Con l'ormai consueto ritardo, martedì sono andata a vedere Doctor Strange, l'ultimo figlio del Marvel Cinematic Universe diretto e co-sceneggiato dal regista Scott Derrickson.


Trama: l'abilissimo chirurgo Stephen Strange rimane coinvolto in un terribile incidente d'auto che gli danneggia irreparabilmente le terminazioni nervose delle mani, costringendolo a non operare mai più. Disperato, va in Tibet onde cercare un rimedio e trova l'Antico, che lo introduce alle arti mistiche proprio quando una terribile minaccia extradimensionale decide di attaccare la Terra...


E così anche il buon Dottore è finito nel carrozzone Marvel, con tutti i pro e i contro che ne conseguono, pertanto il mio post sarà diviso in due parti: in questo primo paragrafo parlerò un po' del film preso come opera a sé stante, nel prossimo cercherò di collocarlo all'interno del Marvel Cinematic Universe. Preso di per sé, Doctor Strange è un bellissimo film d'avventura con un tocco di misticismo, avente per protagonista un personaggio interessante e capace di sostenere da solo un'intera pellicola. Stephen Strange, a differenza di altri protagonisti monodimensionali, evolve nel corso del film e non è solo un vuoto involucro spara incantesimi: come Tony Stark nel primo Iron Man, Strange è un uomo pieno di sé, arrogante, sicuro delle sue capacità al punto che perderle equivale per lui alla morte. Dalle telefonate intercorse con gli assistenti prima dell'incidente intuiamo che la sua incredibile abilità di chirurgo viene riservata essenzialmente ai casi che lo farebbero spiccare ancora di più all'interno della comunità medico-scientifica, cosa che non lo rende un personaggio totalmente positivo, bensì uno sfaccettato mix di luci ed ombre. La sua evoluzione, passante per dolore, frustrazione, dubbi e redenzione, percorre sentieri già conosciuti ma non per questo meno entusiasmanti anche perché, diciamolo, anche una volta presa consapevolezza del suo posto nel mondo, Strange continua a giocare secondo le sue regole, creandosi non pochi nemici. Benedict Cumberbatch, col suo wit inglese, è un'azzeccatissima scelta di casting, così come altrettanto valida è stata la decisione di rappresentare l'Antico come donna (e chi meglio dell'androgina e superba Tilda Swinton per questo?) e per una volta gli effetti speciali sono talmente belli e psichedelici da farmi rimpiangere di non avere visto il film in 3D. L'unica vera pecca di Doctor Strange, oltre al sottoutilizzo di un attore carismatico come Mads Mikkelsen, è la mancanza di coraggio che pare quasi separare la prima parte del film dalla seconda, il che mi porta a passare, come promesso, al prossimo paragrafo del post.


L'inizio di Doctor Strange, più o meno fino al punto in cui il dottore comincia il suo addestramento sotto l'ala protettrice dell'Antico, mi ha quasi portata a sperare di poter avere finalmente un film Marvel diverso dagli altri. Il nome di Scott Derrickson, regista e sceneggiatore del primo Sinister, giustificava una svolta oscura e misticheggiante, in perfetta linea col personaggio di Strange, ed effettivamente l'ossessione del protagonista, la violenza dell'incidente iniziale e il viaggio psichedelico all'interno dei multiversi sono abbastanza distanti dal solito stile Marvel. Purtroppo (o per fortuna, se vi piace il genere), a un certo punto subentra la "manazza" della Casa delle Idee che cancella ogni personalità registica e uniforma la pellicola allo stile delle sue sorelle. Il problema, in Doctor Strange, viene nascosto sotto il tappeto da un'abbondanza tale di effetti speciali ispirati ad Inception, Escher e Matrix che quasi verrebbe da sorvolare, almeno per una volta, purtroppo poi a rovinare l'atmosfera ci pensano non tanto i riferimenti al resto dell'Universo Marvel (la torre degli Avengers appiccicata sullo sfondo con lo sputo, la Gemma dell'Infinito in guisa di Occhio di Agamotto, l'inevitabile scena mid-credit) quanto piuttosto le solite, becere concessioni alle gag tanto amate dagli Studios, che poco c'entrano con l'atmosfera del film e distruggono intere sequenze afflosciandole. Per dire, a che mi serve una decapitazione iniziale se poi mi mostri Wong che ascolta All the Single Ladies in cuffia? A che mi serve scoprire la proiezione astrale di Strange se la usi essenzialmente per far saltare dalla paura Rachel McAdams? A che mi serve Mads Mikkelsen se poi lo fai prendere a schiaffi da un mantello semovente che è praticamente cugino del tappeto di Aladdin?  Non bastava il delicato umorismo inglese di quella faccia da chiurlo che è Benedict Cumberbatch? Sciocchi! Insomma, bastava un piccolo sforzo, anche in direzione del kitsch più psichedelico se non si voleva girare un film serio, per rendere Doctor Strange indimenticabile o perlomeno dotato di personalità. Invece, come al solito, quel che resta è il gradevolissimo compitino ben fatto e la promessa che Doctor Strange tornerà. Quasi sicuramente in Thor: Ragnarok, per la cronaca.


Del regista e co-sceneggiatore Scott Derrickson ho già parlato QUI. Benedict Cumberbatch (Stephen Strange), Chiwetel Ejiofor (Mordo), Rachel McAdams (Christine Palmer), Mads Mikkelsen (Kaecilius), Tilda Swinton (L'Antico), Michael Stuhlbarg (Dr. Nicodemus West), Scott Adkins (lo Zelota Lucien) e Chris Hemsworth (non accreditato, interpreta ovviamente Thor) ho già parlato ai rispettivi link.

Benedict Wong interpreta Wong. Inglese, ha partecipato a film come Moon, Johnny English - La rinascita, Prometheus, Kick-Ass 2, Sopravvissuto - The Martian e a serie come Black Mirror. Anche sceneggiatore, ha 40 anni e tornerà come Wong in Avengers: Infinity War.


Tra i vari personaggi "famosi" della Marvel compaiono nel film anche Daniel Drumm (fratello di Jericho Drumm, alias Doctor Voodoo) e Tina Minoru, la madre della Nico Minoru dei Runaways, mentre Stan Lee compare nei panni del vecchietto che legge sull'autobus. A causa dei suoi impegni teatrali, Benedict Cumberbatch ha rischiato di non diventare il Dottor Strange ma fortunatamente i ritardi in fase di produzione e il rifiuto di Joaquin Phoenix ad accollarsi l'impegno di partecipare a molteplici sequel/spin-off gli hanno consentito di essere della partita. A proposito di sequel e spin-off: la mid-credit scene che vede la partecipazione di Thor è stata diretta da Taika Waititi, regista dell'imminente Thor: Ragnarok; ovviamente, non accontentatevi di questa scena perché ce n'è un'altra proprio alla fine dei titoli di coda. Non è la prima volta che il personaggio di Strange viene portato sullo schermo: nel 1978 c'è stato il film TV Dr. Strange mentre nel 1992 c'è stato il film Invasori dalla IV dimensione, all'interno del quale nomi e concetti originali sono stati cambiati perché al regista Charles Band era scaduta l'opzione per l'adattamento dei fumetti Marvel. Lungi da me consigliarvi di vedere queste due pellicole, se vi fosse piaciuto Doctor Strange recuperate infine Iron ManIron Man 2ThorCaptain America - Il primo vendicatoreThe AvengersIron Man 3Thor: The Dark WorldCaptain America: The Winter SoldierAvengers: Age of Ultron , Ant-Man, Captain America: Civil War e Guardiani della Galassia che tanto prima o poi vi verranno comodi! ENJOY!

martedì 17 dicembre 2013

I tre moschettieri (2011)

La scorsa sera, siccome la mia cameretta è fredda mentre in sala c'è la stufa, ho deciso di guardarmi un film in TV invece di pescare tra i millemila a disposizione. Madre, seduta sul divano accanto a me, si è persa tra le braccia di Morfeo dopo 5 minuti mentre io ho guardato per intero I tre moschetteri (The Three Musketeers), diretto nel 2011 dal raffinato regista Paul W.S. Anderson. Raffinato come potrebbe esserlo l'ultima delle vajasse, ovviamente.


Trama: dopo l'ennesimo tradimento di Milady, i tre moschettieri Athos, Porthos e Aramis vagano per Parigi disoccupati e senza uno scopo nella vita. L'arrivo del giovane guascone D'Artagnan e le trame del perfido Cardinale Richelieu, tuttavia, riusciranno a rimetterli in azione...


Lì per lì pensavo davvero di avere sbagliato film. Dopo i titoli di testa, dalle calli venexiane spunta infatti un ninja suBBaquo con due spade che, in men che non si dica e sotto l'influsso di uno slow motion che verrà utilizzato almeno altre 90 volte in tutta la pellicola, vengono infilate nei morbidi corpicini di un gruppetto di guardie. Passano cinque minuti e mi rendo conto di non stare guardando un film tratto da un videogame perché, con incredibile faccia tosta, il figuro ninja, un incrocio tra Poe e Casanova, un wrestler e una bagassa russa si presentano rispettivamente come Athos, Aramis, Porthos e Milady. Ah. Non faccio in tempo a svegliare madre dal gran ridere che l'albero di Natale accanto a me comincia a tremare: al Panthéon, Alexandre Dumas padre si è rivoltato nella tomba una  volta di troppo. Il mio già grande sconcerto aumenta quando un artista d'avanspettacolo, o forse un comico di Colorado che risponde al nome di Orlando Bloom, s'invola con Milady fregandosene della Regina e della natura fondamentalmente onorevole che il Duca di Buckingham mostra di avere nei libri, mentre di lì a poco arriverà anche il giovane bimbominkia D'Artagnan a darmi il colpo di grazia e a convincermi, nuovamente, di stare guardando una parodia. Non può essere altrimenti. La mia unica speranza sono le due figure che ho sempre adorato, il Cardinale Richelieu e Rochefort. Quando spuntano, di loro, lo ammetto, non mi posso lamentare: Christoph Waltz si estrania dall'intera faccenda con scazzo atavico e aplomb più british che tedesco, consolandosi al pensiero che Tarantino ed io gli vorremo comunque sempre bene, mentre Mads Mikkelsen emana un incredibile fascino ad ogni gesto. Ovvio, i due mostri sacri vengono praticamente travolti dalle bizze di un re buliccio e una regina cessa, ma chi diavolo l'ha fatto il casting??


Risposta: lo stesso pazzo che ha deciso di usare interni pacchianissimi e abiti talmente trash che commuoverebbero Lady Gaga, tanto che persino i dialoghi fanno riferimento a questi due elementi del film come a qualcosa di aberrante. E mentre Capitan Harlock piange vergognandosi della sobrietà della sua Arcadia, se paragonata alla polena di una nave volante/dirigibile con le fattezze di uno scheletro che regge i simboli del potere ecclesiastico, io cerco di trovare qualcosa di positivo in questo I tre moschettieri, giusto per evitare accuse di snobismo cinefilo. Compito arduo, ma ci provo. Il film di Paul W.S. Anderson (non QUESTO Paul Thomas Anderson!!) ha di buono che si prende in giro, offre alle spettatrici tre moschettieri bellocci e agli spettatori la Milady più sexy della storia (anche se Milla, figlia cara, alla De Winter un po' di finezza andrebbe lasciata, non sei in Resident Evil, altrimenti  per il ruolo andava bene qualsiasi virago uscita da Machete!), non lesina duelli acrobatici, spacconerie expendabili o scene d'azione con effetti speciali di altissimo livello e sicuramente è perfetto per una serata col cervello staccato. Certo, il romanzo di Dumas praticamente scompare, è come se facessero un film su Se questo è un uomo con nazi zombie e il protagonista che cerca di fuggire dai campi di concentramento armato di Uzi, ma se è questo che vogliono i CCiofani, chi sono io per dire di no? D'altronde nemmeno Kiefer Sutherland e Charlie Sheen erano dei moschettieri "regolari", eppure quanto mi piacevano all'epoca! Quindi, mi limito a ringraziare la Madonna per il fatto che il finale aperto sia rimasto tale e per non essere riuscita ad andare al cinema a vederlo, magari in 3D.


Di Matthew Macfadyen (Athos), Milla Jovovich (Milady de Winter), Luke Evans (Aramis), Orlando Bloom (Duca di Buckingham), Mads Mikkelsen (Rochefort) e Christoph Waltz (Richelieu) ho già parlato ai rispettivi link.

Paul W.S. Anderson (vero nome Paul William Scott Anderson) è il regista della pellicola. Inglese, ha diretto film come Mortal Kombat, Resident Evil, Alien vs. Predator, Resident Evil: Afterlife e Resident Evil: Retribution. Anche produttore e sceneggiatore, ha 48 anni e due film in uscita.


Ray Stevenson (vero nome George Raymond Stevenson) interpreta Porthos. Irlandese, ha partecipato a film come King Arthur, Punisher - Zona di guerra, Thor, Thor: The Dark World e alla serie Dexter. Ha 49 anni e due film in uscita.


Logan Lerman interpreta D'Artagnan. Americano, ha partecipato a film come Il patriota, The Butterfly Effect, Number 23, Percy Jackson e gli dei dell'Olimpo - Il ladro di fulmini, Noi siamo infinito e Percy Jackson e gli dei dell'Olimpo - Il mare dei mostri. Ha 21 anni e tre film in uscita tra cui Noah.


Juno Temple interpreta la regina Anna. Inglese, ha partecipato a film come Killer Joe, Il cavaliere oscuro - Il ritorno, The Brass Teapot e Magic Magic. Ha 24 anni e quattro film in uscita tra cui Horns, Maleficent e Sin City - Una donna per cui uccidere.


Il film si conclude in un modo che sembrerebbe dare il La ad un eventuale sequel ma, al momento, e per fortuna, non se ne hanno notizie. Per superare il "diludendo", se questo I tre moschettieri vi fosse piaciuto recuperate La maschera di ferro e il tamarro e divertentissimo I tre moschettieri del 1993. ENJOY!

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