venerdì 7 luglio 2017
The Mist (2007)
Trama: dopo una violenta tempesta, una cittadina del Maine viene avvolta da una fitta e misteriosa nebbia. Alcuni residenti e turisti si ritrovano all'interno di un supermarket che diventa l'ultimo baluardo dell'umanità quando dalla nebbia cominciano a fuoriuscire mostruose creature...
Prima di cominciare il post sono necessarie una constatazione e una confessione. La constatazione, inconfutabile al momento (mi riservo il diritto di rimangiarmi queste parole ma ne dubito), è che la serie The Mist è laMMerda, più brutto persino del già aberrante Under the Dome e più ammorbante di Fear the Walking Dead. Complimenti agli autori, davvero, con un materiale di partenza così buono non era facile realizzare uno schifo simile. La confessione invece è che, fino a pochi giorni fa, non avevo mai guardato il film di Frank Darabont, nonostante adorassi il racconto di Stephen King e nonostante tutti me ne avessero detto un gran bene. Il motivo di questa reticenza non lo saprei spiegare neppure io visto che Darabont è l'unico regista e sceneggiatore capace di riportare fedelmente sullo schermo lo spirito delle opere kinghiane (non me ne vogliano Kubrick e De Palma, due Autori che hanno giustamente imposto la LORO visione dei romanzi che hanno trasformato in film sfornando dei capolavori), sta di fatto che erano anni che l'edizione doppia e strafighissima che ho in DVD rimaneva lì a prendere polvere e in effetti l'unica utilità dell'orrida serie TV è stata l'avermi spinta a rimediare alla mancanza. Cosa posso dire quindi, dopo 10 anni di silenzio ignorante, che altri non abbiano già detto meglio di me? Innanzitutto che la visione di The Mist è stata tutto quello che mi aspettavo e anche di più, un viaggio di due ore all'interno di un incubo che non si limita a riempire lo schermo con terrificanti mostri carnivori (anche se la suspance, per quel che riguarda ciò che si cela nella nebbia, è davvero tanta e lo stesso vale per la tachicardia derivante) ma soprattutto scava nell'animo delle vere aberrazioni, ovvero noi maledetti esseri umani, gente a cui basta rimanere due ore "chiusi in un supermarket, senza 911 e senza telefoni" per regredire all'età della pietra e diventare delle bestie senza cervello, mosse essenzialmente da paura, rabbia e superstizione. La signora Carmody, con i suoi sproloqui religiosi e il desiderio di rivalsa su tutti coloro che l'hanno sempre considerata l'eccentrica del paese, fa molta più paura di qualsiasi ragno o vespa gigante perché è l'incarnazione di un male sottile che si insinua nelle maglie di una società apparentemente sicura, fatta di persone conosciute che nascondono i peggiori segreti e che non esitano a trasformarsi in esseri orribili quando tutte le loro certezze vengono meno.
Non va meglio a chi rimane, anche nella tragedia, fondamentalmente buono. Il senso di disperazione e la progressiva disillusione che toccano il protagonista David, padre rimasto solo con un bambino terrorizzato, l'insegnante Amanda, il commesso Ollie, solo per fare i nomi dei personaggi che probabilmente arrivano ad imprimersi maggiormente nel cuore dello spettatore, sono così palpabili e realistici che è difficile non empatizzare con loro e ritrovarsi catapultati dentro quel maledetto supermercato, a soffrire e sperare di non fare una brutta fine. La sceneggiatura di Darabont, del resto, è un cazzotto alla bocca dello stomaco, ché quello che Stephen King ha solo ipotizzato viene brutalmente messo in scena, in uno dei finali più terribili della storia del Cinema, una conclusione che porta a spargere calde lacrime (grazie anche a una colonna sonora che spezza il cuore, per inciso) e a farsi domande molto scomode, oltre a liquidare tutta la macellata avvenuta prima come un "di più" neppure paragonabile in quanto a intensità emotiva. Se cercate però un film "di paura" sappiate che The Mist non è solo bellissimo ma anche terrificante. Quando il regista decide di mostrare ciò che si nasconde nella nebbia c'è da mettersi ad urlare, non tanto per i tentacoli infingardi o per i mostri giganti e nemmeno per le vespe e i pipistrelli, no, anche se tutti concorrono a tingere per bene lo schermo di rosso: io vi sfido a rimanere impassibili davanti a quei disgustosi ragni con la faccia a teschio e alla loro progenie, l'incubo di ogni aracnofobico che si rispetti. E gli attori, poi, santo cielo. Marcia Gay Harden avrebbe meritato l'Oscar per la terrificante interpretazione della già citata Mrs. Carmody ma anche facce che in The Walking Dead richiamavano solo dei gran ceffoni (leggi Andrea "La Cretina" e Dale "Favarini", alias Laurie Holden e Jeffrey DeMunn, anche se la migliore resta Melissa McBride con un'indimenticabile comparsata, per quanto breve) qui esprimono tutta l'intensità propria di attori ben più blasonati e non parliamo poi di Thomas Jane, Toby Jones e William Sadler, praticamente perfetti, al punto che i loro personaggi paiono usciti direttamente dalle pagine del racconto Kinghiano. Di fronte a horror e Stephen King, ormai lo sapete, sono spesso riluttante ad utilizzare questa parola ma stavolta mi sento di dire che The Mist è veramente un capolavoro. Se non l'avete ancora visto non fate come me: bando agli indugi e recuperatelo subito (del film esiste anche una splendida versione in bianco e nero, molto suggestiva peraltro, quindi potete anche guardarlo in due modi diversi)!
Del regista e co-sceneggiatore Frank Darabont ho già parlato QUI. Thomas Jane (David Drayton), Marcia Gay Harden (Mrs. Carmody), Laurie Holden (Amanda Dunfrey), Toby Jones (Ollie Weeks), William Sadler (Jim), Jeffrey DeMunn (Dan Miller) e Frances Sternhagen (Irene Reppler) li trovate invece ai rispettivi link.
Chris Owen, che interpreta Norm, era lo Sherman della serie American Pie mentre la dolce Melissa McBride, ovvero la Carol Peletier di The Walking Dead, è la mamma che torna a casa da sola dopo aver comprensibilmente maledetto tutti i presenti nel supermarket (una prova attoriale talmente bella che giustamente SPOILER il personaggio ricompare sul finale, mentre in origine avrebbe dovuto venire ritrovata morta, intrappolata in una delle ragnatele FINE SPOILER). Un ruolo, probabilmente quello del motociclista andato poi a Brian Libby, era stato tenuto da parte anche per Stephen King, che ha tuttavia declinato l'offerta. Se The Mist vi fosse piaciuto consiglierei di evitare la serie omonima trasmessa dall'emittente americana Spike però vi invito a recuperare il racconto La nebbia, contenuto nella raccolta Scheletri, e a guardare film come The Divide o Fog. ENJOY!
lunedì 20 settembre 2010
Le ali della libertà (1994)
La trama: alla fine degli anni ’40 il banchiere Andy Dufresne viene condannato all’ergastolo per l’omicidio della moglie e dell’amante di lei. Trasferito nel carcere di Shawshank, si troverà a dovere sopravvivere ad abusi e soprusi, contando solo sulla sua forza d’animo e su un unico vero amico, l’ergastolano Red.
Non è facile scrivere una recensione obiettiva su un film che amo così tanto. Quindi eviterò di esserlo, qual è il problema? Per quanto mi sforzi, in effetti, non riesco a trovare un solo difetto ne Le ali della libertà. Certo, si potrebbe dire che la trama è un po’ facilona, nonostante non manchino pesanti descrizioni sulla dura vita delle prigioni. Il personaggio di Andy nonostante tutto gode di parecchi piccoli privilegi che gli consentono di far filare lisci i suoi piani, e inoltre c’è una divisione talmente netta tra buoni e cattivi che ad un certo punto lo spettatore si chiede come mai tutti gli amici di Andy, Red in primis, siano in prigione visto che, umanamente, sono le persone più simpatiche e buone sulla faccia della terra. Però, ammettiamolo, chi se ne frega? Un film non è la realtà, così come un racconto a volte deve mostrarci una realtà un po’ romanzata, altrimenti apriremmo un quotidiano o ci guarderemmo un telegiornale. Quindi, ignoriamo tutti questi “difetti” e passiamo oltre.
La storia di Le ali della libertà è semplice, universale e, per questo, bella. Andy viene condannato (ingiustamente o meno lo si scopre a metà film, ma fino ad allora non è troppo importante) per l’omicidio della moglie e dell’amante di lei. Dopo un processo sommario viene condannato all’ergastolo e chiuso nel carcere di Shawshank, dove si svolge tutta la vicenda. Il senso della film sta tutto nel titolo originale: redemption in inglese significa sia redenzione che liberazione. A dire il vero Andy non si redimerà durante il film, anzi. Paradossalmente imparerà non a diventare malvagio, ma a giocare sporco mantenendosi comunque in linea con i suoi principi. Però redimerà gli altri, ricercando insistentemente la libertà dalla prigione, un traguardo non banalmente fisico, ma mentale: attraverso il triste personaggio di Brooks (vecchietto ormai “istituzionalizzato”, come dice il saggio Red, che dopo aver passato a Shawshank gran parte della sua vita si ritrova impossibilitato ad affrontare il mondo esterno) capiamo come il carcere imprigioni innanzitutto l’animo delle persone, privandole della speranza e dell’umanità, due cose che il protagonista cercherà di ottenere disperatamente, per lui in primis ma anche per gli altri e attraverso di loro. A cominciare dal piccolo squarcio di luce rappresentato dal poster di Rita Hayworth, per poi continuare con la birra, la biblioteca, la filodiffusione de Le nozze di Figaro e infine il diploma del giovane Tommy, la ricerca della libertà da parte di Andy, vista attraverso l’occhio cinico e disilluso (ma via via sempre più meravigliato) di Red continua in un crescendo di gioie, disperazioni ed ingiustizie che si concretizzano alla perfezione in un meraviglioso ed emblematico finale.
Al cuore della vicenda, a sostenere una solida sceneggiatura, ci sono ovviamente gli attori. Tim Robbins interpreta un meraviglioso Andy, conferendogli quell’aria snob di chi è in carcere ma sa di non appartenere affatto a quel mondo; non un eroe nel senso stretto del termine, e nemmeno un perfetto redentore, ma un ometto quasi banale in apparenza, dall’insospettabile forza d’animo. Gli fa da degnissimo contraltare Morgan Freeman, talmente adatto come attore da spingere Frank Darabont a cambiare drasticamente la storia di King: nel libro, infatti, Red è irlandese e non afroamericano. Quando, nel film, Andy gli chiede “Ma perché ti chiamano Red?”, intelligentemente il personaggio risponde “Forse perché sono irlandese” e quindi scoppia a ridere. La regia è assai curata, la macchina da presa si sofferma sui particolari apparentemente più insignificanti e ci regala un paio di scene assolutamente indimenticabili: la prima è la splendida panoramica del carcere, visto dall’alto mentre arriva il furgone che trasporta anche Andy, con tutti i convitti che si radunano, curiosi, vicino alla recinzione. La seconda scena, indubbiamente la più famosa, è quella dove Andy allarga le braccia, a petto nudo, sotto la pioggia, il viso illuminato dai lampi e rivolto verso il cielo, un’immagine splendida che riesce sempre a commuovermi, anche grazie ad una meravigliosa colonna sonora che impreziosisce tutto il film. Insomma, se non lo aveste ancora capito, vado matta per Le ali della libertà, ma come al solito la visione del film vale molto più di qualsiasi parola potrei spendere io, quindi guardatelo!
Del regista Frank Darabont ho già parlato qui, mentre per un piccolo excursus su Morgan Freeman, che interpreta Red, potete andare qua. Il regista è alle prese con una nuova serie che debutterà in tutto il mondo il 31 ottobre e che non vedo l’ora di vedere, The Walking Dead, mentre l’attore sta per tornare sugli schermi con un action assieme al divino Bruce Willis e dovrebbe riprendere il ruolo di Lucius Fox nel prossimo Batman diretto da Christopher Nolan.
Tim Robbins interpreta Andy Dufresne. A mio avviso uno dei migliori attori americani viventi, lo ricordo per film come Quinto potere, Top Gun, Howard… e il destino del mondo, Cadillac Man, Allucinazione perversa, America oggi, il bellissimo Arlington Road – L’inganno, Austin Powers la spia che ci provava, Alta Fedeltà, il meraviglioso Mystic River (per il quale ha vinto un Oscar come miglior attore non protagonista), Anchor Man: The Legend of Ron Burgundy e Tenacious D in The Pick of Destiny. Ha recitato nelle serie tv Santa Barbara, Love Boat, Moonlighting, doppiato un episodio de I Simpson e inoltre è anche regista: suo è infatti Dead Man Walking – Condannato a morte, dove recita, tra gli altri, la ex compagna storica Susan Sarandon). Ha 52 anni e tre film in uscita.
Bob Gunton interpreta il viscido direttore del carcere, Norton. Americano, tra i suoi film segnalo Nato il quattro luglio, JFK – un caso ancora aperto, Giochi di potere, Demolition Man, L’ultima eclissi, Ace Ventura: missione Africa, Nome in codice: Broken Arrow, Mezzanotte nel giardino del bene e del male e Patch Adams; l’attore è inoltre molto attivo per quanto riguarda le serie televisive, infatti compare in episodi di Miami Vice, Law & Order, Avvocati a Los Angeles, Star Trek: The Next Generation, Perry Mason, Ally McBeal, Oltre i limiti, Greg the Bunny, CSI, Giudice Amy, Monk, Nip/Tuck, Desperate Housewives, Numb3rs e 24. Ha 65 anni e un film in uscita.
William Sadler interpreta il prigioniero Heywood. Per me questo attore ha una faccia conosciutissima, dato che avrò visto almeno 6 volte I racconti della cripta – Il cavaliere del male, dove interpreta uno degli sfortunati avventori del motel, ma è comparso anche in molti altri film, come Poliziotto a 4 zampe, Die Hard 2 – 58 minuti per morire, Freaked – Sgorbi, Bordello of Blood, Il miglio verde (dove compariva nei panni del papà delle due bimbe uccise), The Mist e serie tv come L’ispettore Tibbs, Pappa e ciccia, Racconti di mezzanotte, Oltre i limiti, Star Trek: Deep Space Nine, Roswell, JAG, Tru Calling, Law & Order, CSI, Numb3rs, Medium, Criminal Minds. Americano, ha 60 anni e la bellezza di dieci film in uscita.
Clancy Brown interpreta il bastardissimo capitano Hadley. Caratterista americano dalla faccia abbastanza riconoscibile, lo potete trovare in film come Highlander, l’ultimo immortale, Cimitero vivente 2, Dead Man Walking – Condannato a morte, Starship Troopers – fanteria dello spazio, Flubber – un professore fra le nuvole e Nightmare (non l’ho mica riconosciuto lì: interpretava il padre di Quentin, ammazza quanto è invecchiato!!) o in telefilm come Hazzard, Racconti di mezzanotte, Oltre i limiti, ER, Lost e Law & Order. Ultimamente si è specializzato come doppiatore di serie animate, tanto che la sua voce si può sentire in serie come La Sirenetta, Gargoyles, L’incredibile Hulk, Estreme Ghostbusters, Hercules, i divini The Angry Beavers, Superman, Ricreazione, Buzz Lightyear comando spaziale, Le superchicche, Jackie Chan Adventures, Kim Possible, Biker Mice From Mars, Wolverine & The X-Men, American Dad!, I pinguini di Madagascar; in originale tra l’altro presta la voce al Mr. Krabs di Spongebob. Ha 51 anni, un film in uscita e tre serie animate che beneficeranno della sua voce.
David Proval interpreta Snooze, uno dei carcerati. Proval fa parte dell’infinita schiera di caratteristi utilizzati quasi esclusivamente per ruoli da mafioso (e in questo è assolutamente magistrale nei panni dello schifoso Richie Aprile ne I Soprano) e delinquente; lo ricordo per film come Mean Streets, Scuola di mostri, Viceversa,due vite scambiate, Un poliziotto in blue jeans, Amore all’ultimo morso, Four Rooms, dove interpreta il geniale Sigfried, Relic – l’evoluzione del terrore, Attacco al potere. Per la tv lo troviamo in serie come Il tenente Kojak, Supercar, Miami Vice, Saranno famosi, Jarod il camaleonte, West Wing, Giudice Amy e Tutti amano Raymond. Americano, ha 68 anni e otto film in uscita.
Segnalo inoltre la guest appearance, nei panni di una guardia semplice, l’attore Paul McCrane, ovvero l’odioso (ma adorabile!!) Dr. Romano di E.R. E ora.... giusto per sdrammatizzare, beccatevi il trailer fatto con degli spezzoni di una puntata de I Griffin che omaggia palesemente il film. Scusate la blasfemia e... ENJOY!!
venerdì 5 marzo 2010
Il miglio verde (1999)
Siccome di pianti a dirotto davanti allo schermo non ne ho mai abbastanza, ecco che poco dopo Amabili Resti sono riuscita a commuovermi e piangere come un vitello ostinandomi a rivedere più o meno per la quinta volta Il miglio verde, film tratto dall’omonimo romanzo a puntate di Stephen King e diretto nel 1999 da Frank Darabont. Come avrete capito è un film che mi piace davvero molto, e ora vi spiego il perché.
La trama: negli anni ’30 Paul Edgecomb lavora come capo delle guardie nel cosiddetto “Miglio Verde”, ovvero quel braccio del penitenziario dove i condannati a morte aspettano di venire uccisi sulla sedia elettrica. Tra i tanti prigionieri, un giorno ne arriva uno molto speciale, il gigante nero John Coffey, condannato per un crimine orribile eppure stranamente buono, remissivo… e soprattutto in grado di guarire le persone con il semplice tocco delle mani.
Parlare de Il miglio verde è molto facile perché, a differenza di tanti altri registi, Frank Darabont ha la capacità di annullarsi completamente e mettersi semplicemente a raccontare quello che lo scrittore di turno ha messo su carta, senza alterarne né la trama né il senso. Per chi, come me, detesta gli adattamenti troppo liberi, soprattutto per quel che riguarda i libri che ha amato, un simile approccio è una manna dal cielo. Se il libro o il racconto già di per sé sono belli, Darabont è in grado di lasciarli come sono, impreziosendoli con l’ausilio di una regia semplice e classica ma non banale, sfoltendoli giusto dove è necessario ed aggiungendo piccole modifiche che non snaturano l’idea originale ma, anzi, arricchiscono l’opera. Bisogna dire che Stephen King è un grande narratore, ma come critico cinematografico e “tutore” delle sue opere è veramente una capra (e qui per fare ammenda andrò fino nel Maine in ginocchio sui ceci, con sette palmi di lingua strasciconi sul selciato…): il Re infatti da bravo americanaccio burino semplicemente adora l’idea che i registi rovinino con inutili troiate trash i suoi romanzi, come per esempio nell’orrido adattamento dello splendido romanzo L’acchiapasogni (che già aveva un inizio trash di suo…), e disconosce opere magistrali come il capolavoro Shining di Kubrick, che dev’essere stato l’unico regista al mondo in grado di migliorare quello che a parer mio è il libro di King più brutto e noioso; non a caso poi il Re ha pensato bene di crearne una versione televisiva, sulla quale non mi soffermo per pietà, più vicina all’idea originale.
Ma tralasciando gli sproloqui, Il miglio verde è come dicevo fedelissimo al libro e cattura alla perfezione lo spirito Kingiano che inserisce da sempre persone normali in un contesto a dir poco assurdo, e ci mostra le loro reazioni. L’aspetto sovrannaturale infatti c’è ma è perfettamente inserito nella descrizione della vita quotidiana all’interno del braccio della morte di un penitenziario; il regista ci introduce all’interno di un luogo così triste attraverso la delicata voce narrante di un Paul Edgecomb ormai vecchio, che decide di raccontare la sua vita all’amica “speciale” dell’ospizio. Impossibile per lo spettatore non innamorarsi all’istante dei protagonisti, che siano guardie o condannati a morte, e non diventare partecipe delle loro vicende, intenerendosi per un topolino che arriva a portare felicità ad un convitto cajun, ridendo del cameratismo che c’è tra le guardie, arrivando ad odiare con forza i due personaggi negativi, Percy e Wild Bill Wharton, trattenendo il respiro meravigliati ogni volta che compare sullo schermo John Coffey, il gigante buono; illudendosi, fino alla fine, che la conclusione della pellicola sarà positiva, nonostante tutto.
Fa molto il regista, che nonostante tutto cerca di non indugiare sui particolari macabri, anche se le esecuzioni sono molto realistiche, soprattutto quella di Delacroix, e anche se l’introduzione e il racconto della morte delle due bambine è da brividi con quel ralenti che rende tutto più ineluttabile; ma anche gli attori ci mettono del loro. In un film così fedele al libro, infatti, l’unico modo di arricchirlo ed invogliare lo spettatore a farsi catturare anche dopo aver letto il romanzo, è quello di rendere i personaggi ancora più vivi. E così anche Tom Hanks riesce ad essere un po’ meno bolso e ad interpretare un Paul Edgecomb praticamente perfetto, ma i migliori sono i “personaggi secondari”, che tanto secondari non sono: senza di loro infatti il film perderebbe gran parte della sua bellezza. David Morse e Barry Pepper sono due “spalle” d’eccezione, Michael Clarke Duncan riesce ad interpretare il gigante buono John Coffey senza renderlo patetico e ridicolo, nonostante sia in lacrime per i tre quarti del film, e il Wild Bill di Sam Rockwell è divinamente abietto. Ho amato davvero molto poi l’idea di fare scaturire il ricordo di tutta la vicenda dalla canzone “Cheek to cheek”, il pezzo più famoso della colonna sonora di Cappello a cilindro con Fred Astaire, mentre nel libro la storia parte dalla decisione del vecchio Paul Edgecomb di fissare i ricordi nella memoria scrivendoli in una sorta di diario. In poche parole, un film molto bello, di stampo classico, che potrebbe davvero piacere a tutti.
Di Tom Hanks ho già parlato qui. Presto nei cinema italiani Toy Story 3, che in originale ha lui come doppiatore del cowboy Woody, e purtroppo per tutti noi stanno per cominciare le riprese del terzo film tratto dai libri di Dan Brown, ovvero The Lost Symbol, dove ancora una volta Hanks vestirà i panni del bolsissimo Robert Langdon.
Frank Darabont è il regista e sceneggiatore del film, nonché uno dei miei preferiti vista la bravura con cui ha girato uno dei film più belli della storia del cinema, Le ali della libertà, sempre tratto da un libro di King, come l’altro suo film che devo ancora vedere, The Mist. Ha diretto anche un episodio di The Shield, per la tv. Di origine francese, ha 51 anni.
David Morse interpreta il mitico Brutal. Attore di straordinaria bravura, anche se sempre relegato in ruoli di coprotagonista, lo ricordo in L’innocenza del diavolo, nel film TV I Langolieri (sempre tratto da Stephen King), Tre giorni per la verità, l’interessante L’esercito delle 12 scimmie, The Rock, Extreme Measures, Il negoziatore, Dancer in the Dark, Cuori in Atlantide (sempre di Stephen King) e Disturbia. Ha inoltre partecipato ad episodi di Racconti di mezzanotte, Dr. House e Medium. Ha 57 anni e tre film in uscita.
Michael Clarke Duncan interpreta il gigantesco John Coffey, interpretazione che gli è valsa la nomination all’Oscar . Attore non poi tanto gigantesco (alla fine, in realtà, è alto come David Morse!!) e rinomato doppiatore, grazie alla sua voce profonda, ha recitato in Armageddon, FBI protezione testimoni, Planet of the Apes – Il pianeta delle scimmie, Sin City, Talladega Nights: The Ballad of Ricky Bobby, e in episodi dei telefilm Renegade, Willy il principe di Bel Air; Zack e Cody al Grand Hotel e Due uomini e mezzo; ha inoltre prestato la voce per Kung Fu Panda e alcuni episodi de I Griffin. Ha 53 anni e quattro film in uscita.
Barry Pepper interpreta la guardia Dean Stanton. Negli anni in cui uscì il film non c’era film in cui non si vedesse il buon Barry, al che immaginavo una carriera sfolgorante per l’attore, che invece ultimamente s’è un po’ perso. Tra i suoi film ricordo Salvate il soldato Ryan, Nemico pubblico, il vergognoso volantino pubblicitario di Scientology ovvero Battaglia per la terra, Compagnie pericolose e La 25ma ora, mentre in tv lo si può vedere recitare nei telefilm Highlander, Oltre i limiti e Sentinel. Canadese, ha 40 anni e un film in uscita.
Sam Rockwell interpreta il disgustoso Wild Bill Wharton. Attore assai particolare, tra i suoi film ricordo Tartarughe Ninja alla riscossa (!!), Alla ricerca di Jimmy, Sogno di una notte di mezza estate, Charlie’s Angels e Confessioni di una mante pericolosa, mentre tra i telefilm da lui interpretati cito Law and Order e NYPD. Ha 42 anni e due film in uscita tra cui Iron Man 2.
Tra gli altri attori ci sono Bonnie Hunt (protagonista di film storici della mia infanzia come Beethoven e Jumanji) nei panni della moglie di Paul, James Cromwell (il pastore che adotta il maialino in Babe!) nei panni del capo Warden ed infine, per tutti i Lost – addicted, comunico che Doug Hutchinson, che interpreta l’odioso Percy, nel nostro telefilm preferito si è fatto crescere un bel po’ di capelli e ha rotto per parecchio le uova nel paniere a Sawyer/La Fleur durante la quinta serie, nei panni di Horace. E ora vi lascio con la parodia dei Simpson, con una qualità che definire disgustosa è poco ma... dovevo metterlo!! Se ne trovate una versione migliore ditemelo, thanks! E... ENJOY!




