Sono una cinefila delle balle e un horroromane della domenica, lo sapete, spesso arrivano a mancarmi le basi. Non avevo mai visto, per esempio, Dead Silence, diretto nel 2007 dal regista James Wan, e l'ho recuperato qualche tempo fa in TV.
Trama: dopo aver ricevuto un pacco anonimo contenente un burattino, la moglie di Jamie muore in circostanze misteriose. Rimasto vedovo, il ragazzo torna al suo paese natale, dove tenta di trovare delle risposte.
Un film come Dead Silence rischierebbe di farmi morire d'infarto sin dalla locandina, forse è questo il motivo per cui non mi ero mai accinta alla visione. Passato lo shock da locandina, rimane lo shock di vedere, per buona parte del metraggio del film, l'inquietante pupazzo Billy roteare gli occhi e girare la testa nei momenti meno opportuni, aggiungendo al fatto di essere già brutto come la morte (un perfetto compagno, in effetti, della bambolaccia Annabelle) quello di rischiare di essere semovente e persino parlante, ma tant'è: c'è chi trova gli horror stupidi perché "i fantasmi non esistono", per le scene splatter irrealistiche, perché la gente va in cantina quando sa che la casa è stregata, io l'unica cosa che non concepisco è l'idea che qualcuno possa rimanere solo in casa con un pupazzo palesemente demoniaco. Ovviamente, la moglie di Jamie lo fa, la sconsiderata, e muore ma questa è solo la punta dell'iceberg dell'enigma scritto da Leigh Whannell e James Wan, all'interno del quale si intersecano misteriosi eventi di un violento passato che hanno per teatro una cittadina abbandonata o quasi, zeppa di luoghi storici tra il decadente e il gotico. Lì, tra teatri abbandonati, cimiteri inquietanti e obitori dove i proprietari si dilettano nella fotografia mortuaria, serpeggia la leggenda di Mary Shaw, burattinaia ventriloqua protagonista di una terrificante nursery rhyme che consiglia, a ragion veduta, di non urlare in sua presenza. Perché mai lo spettro di Mary Shaw abbia esteso le sue mire anche su un ragazzo che è scappato dalla squallida cittadina dov'è nato il mito bisognerà scoprirlo nel corso di Dead Silence, un film non esente dai cliché del genere ma divertente ed inquietante dall'inizio alla fine, complice il riuscitissimo personaggio del cinico poliziotto e, ovviamente, i terrificanti "figli" di Mary Shaw, maledetti burattini che cicciano fuori nei momenti più inaspettati.
Ma ciò che più colpisce di Dead Silence, al di là di una trama comunque "normale" per i canoni horror, è la bellezza della messa in scena e l'incredibile cura della regia. I titoli di testa e quelli di coda sono dei piccoli capolavori vintage, fatti di immagini e disegni inquietantissimi, ovviamente tutti a tema burattino, e sono la cornice ideale di un film che presenta almeno tre sequenze genuinamente terrificanti e perfettamente orchestrate; una, ovviamente, è quella della morte della moglie di Jamie, un'altra è il flashback ambientato nel teatro, all'interno della quale al divertimento del pubblico si aggiungono giochi di sguardi nei quali serpeggia un'inquietudine tangibile, e l'ultima è il finale, peraltro spettacolare e passabile di esecuzione capitale per chiunque venga in mente di spoilerarlo. Se i burattini di Mary Shaw e il trucco della vecchia sono necessariamente perfetti, questo vale anche per le scenografie, dal già citato teatro (ma quant'è bella l'idea di un teatro costruito su un isolotto appena fuori dalla città?) alla casa della famiglia Ashen, senza dimenticare i sotterranei dell'obitorio, dov'è ambientata un'altra bella sequenza ad alto tasso di tachicardia. Onestamente, l'unica cosa che non ho particolarmente apprezzato di Dead Silence sono gli attori ma è anche vero che ho guardato il film in italiano, passato in TV, e il doppiaggio del film utilizza buona parte del cast italiano de I Simpson, cosa che inficia parecchio la visione, con tutto il rispetto per chi è così efficace all'interno dell'adorata serie animata. Quindi, se possibile, vi consiglio di recuperarlo perché è l'ennesimo esempio della bravura della premiata ditta Wan/Whannell, ma cercatelo in lingua originale se potete!
Del regista James Wan ho già parlato QUI. Donnie Wahlberg (Det. Lipton) e Bob Gunton (Edward Ashen) li trovate invece ai rispettivi link.
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domenica 19 luglio 2020
mercoledì 14 novembre 2012
Argo (2012)
Domenica sera sono andata a vedere l'ultimo film diretto da Ben Affleck, quell'Argo che mi aveva attirata fin dai primi trailer. Per una volta, la speranza di vedere qualcosa di bello non è stata frustrata, anzi. (La frustrazione viene semmai dal non sapere se la connessione, NUOVAMENTE SALTATA, MALEDETTI IDIOTI DELLA TELECOM, verrà ripristinata prima che il film diventi ormai roba della passata stagione..)
Trama: nel 1979 l'ambasciata Americana in Iran viene assaltata dai seguaci dell'Ayatollah. Tutti coloro che si trovano sul posto vengono presi in ostaggio tranne sei dipendenti, che riescono a scappare e a trovare rifugio presso l'ambasciatore Canadese. Per liberarli, interviene l'agente CIA Tony Mendes, che con un piano a dir poco azzardato cerca di farli uscire dal paese facendoli passare per membri di una troupe intenzionata a girare Argo, un film di fantascienza.
E bravo Ben Affleck che, dopo il validissimo ma un po' ingenuo The Town, ha azzeccato un altro film e stavolta, almeno per quel che ho potuto percepire io, non ha sbagliato praticamente nulla! Se infatti il suo primo film da regista risentiva di una sceneggiatura a tratti un po' troppo da fotoromanzo, Argo è tratto invece da una storia vera che ha dell'incredibile, un segreto di stato portato allo scoperto solo in tempi recenti, una validissima commistione tra spy story, commedia, film drammatico e documentario in grado di tenere con il fiato sospeso anche lo spettatore che sa qual è stato il destino dei sei ostaggi. Affleck si ritaglia un ruolo importante ma non preponderante, riservandosi la parte del protagonista ma senza eclissare gli altri importantissimi personaggi e, soprattutto, le sconvolgenti e realistiche immagini della rivoluzione Iraniana, ispirate a foto d'epoca che vengono saggiamente riproposte durante i titoli di coda a mostrare quanto il film sia fedele agli eventi e alle situazioni realmente accorse. Neanche fosse un regista consumato, il buon Ben mantiene uno stile classico e fluido per tutta la pellicola, senza ricorrere a chissà quali virtuosismi o inquadrature azzardate, e nonostante questo riesce tuttavia a cambiare di continuo il ritmo del film, passando da momenti di tensione "sussurrata", ad atmosfere da commedia "slapstick" rese ancora più divertenti dalla presenza di due mostri sacri come John Goodman e Alan Arkin, per finire con sequenze talmente concitate e al cardiopalma da fare invidia alla maggior parte degli action americani.
Argo ha il pregio di intrattenere ed interessare, presentando gli eventi narrati allo spettatore che magari non li ricorda o non li conosce senza ricorrere a spiegoni o pompose parentesi dedicate ad intrighi socio-politici, ma introducendoli attraverso la voce narrante di una donna iraniana accompagnata da immagini molto esplicite ed immediate. Più che focalizzarsi sull'aspetto dell'intelligence, il regista si concentra ovviamente su quello che conosce maggiormente, ed ecco che il film diventa anche un'ironica critica al sistema hollywoodiano, fatto di wannabes, di produttori senza fiuto, di attricette di belle speranze, di giornalisti che per vendere una storia accetterebbero anche di parlare di un film di fantascienza trashissimo ed inverosimile, ispirato ai grandi successi dell'epoca, come Star Wars e Il pianeta delle scimmie. E per una volta la critica è comunque funzionale a presentare e far meglio comprendere una crisi tra le più terribili mai affrontate da degli esseri umani, incarcerati, terrorizzati e tenuti lontani da casa per un anno e mezzo, senza sapere se il giorno dopo sarebbero stati vivi o morti, una crisi globale nata dalla sete di potere e dagli interessi economici delle nazioni, una crisi in grado di generare tensioni, odio e cieco razzismo. Argo non è quindi il solito film americano patriottico o ignorante ma, ad una prima visione, parrebbe frutto di scelte ponderate e una documentazione approfondita.
Per finire, due parole sugli attori. Di John Goodman e Alan Arkin ho già parlato, inutile sottolineare come i due riconfermino ancora una volta la loro bravura; Ben Affleck offre una performance misurata e credibile, così come Bryan Cranston nei panni del suo superiore e il sempre valido Victor Garber in quelli, ahimé un po' poco sfruttati, dell'ambasciatore canadese. Personalmente, però, sono rimasta molto impressionata dalla bravura del gruppetto di sei attori che interpretano gli ostaggi, tra i quali spicca Clea DuVall, sia per l'incredibile sensibilità che hanno dimostrato nel rendere credibili e umani questi personaggi, sia per l'effettiva somiglianza di più di metà di loro con le persone realmente esistite, guardare i titoli di coda per credere! Insomma, per concludere, sebbene un tizio alle mie spalle abbia esclamato "Embé, è un film come un altro..." a fine visione, vi consiglio comunque di andare a vedere Argo perché è una delle poche pellicole recenti che non fanno rimpiangere di avere speso i soldi del biglietto, anzi. E aggiungo "forza Ben!, continua così!"
Di Ben Affleck (Tony Mendez, ma la prima scelta del regista era stata di farlo interpretare a Brad Pitt), Bryan Cranston (Jack O' Donnel), John Goodman (John Chambers), Victor Garber (Ken Taylor), Rory Cochrane (Lee Schatz), Kyle Chandler (Hamilton Jordan), Chris Messina (Malinov) e Bob Gunton (Cyrus Vance), potete trovarli ai rispettivi link.
Alan Arkin interpreta Lester Siegel. Americano, lo ricordo per film come Edward mani di forbice, Americani, Gattaca - La porta dell'universo, I perfetti innamorati, Little Miss Sunshine (per cui ha vinto l'Oscar come miglior attore non protagonista) e I Muppet, inoltre ha partecipato ad un episodio della serie Will & Grace. Anche regista, sceneggiatore e produtore, ha 78 anni e cinque film in uscita.
Clea DuVall (vero nome Clea Helen D'etienne DuVall) interpreta Cora Lijek. Americana, la ricordo per film come Giovani pazzi e svitati, The Faculty, The Astronaut's Wife, Identità, The Grudge e Zodiac, inoltre ha partecipato alle serie E.R. Medici in prima linea, Buffy the Vampire Slayer, CSI, Heroes, Grey's Anatomy, Numb3rs, Bones, Lie to Me, CSI: Miami e American Horror Story. Anche produttrice, ha 35 anni e un film in uscita.
In mezzo allo sterminato cast compaiono anche il mio aMMoro Tom Lenk nei panni di un reporter e un non accreditato Philip Baker Hall. E adesso un paio di curiosità che vanno a gettare nuova luce su un paio di domande che mi sono fatta durante il film: lo script di Argo, ovviamente mai realizzato, esiste davvero ed è stato tratto da un romanzo dal titolo Lord of Light di un certo Roger Zelazny che purtroppo non conosco, mentre gli storyboard che si vedono nel film, nella realtà erano stati disegnati nientemeno che da Jack Kirby, il co-creatore di gran parte dei personaggi storici dell'universo Marvel. Infine, il motivo per cui si vede una scritta "Hollywood" così disastrata, è perché all'epoca era davvero caduta in rovina a causa dell'incuria e sarebbe stata restaurata qualche tempo dopo grazie a "donatori" del calibro di Hugh Hefner ed Alice Cooper. Sinceramente, non saprei che film consigliarvi di guardare dopo aver visto Argo, quindi... ENJOY!
Trama: nel 1979 l'ambasciata Americana in Iran viene assaltata dai seguaci dell'Ayatollah. Tutti coloro che si trovano sul posto vengono presi in ostaggio tranne sei dipendenti, che riescono a scappare e a trovare rifugio presso l'ambasciatore Canadese. Per liberarli, interviene l'agente CIA Tony Mendes, che con un piano a dir poco azzardato cerca di farli uscire dal paese facendoli passare per membri di una troupe intenzionata a girare Argo, un film di fantascienza.
E bravo Ben Affleck che, dopo il validissimo ma un po' ingenuo The Town, ha azzeccato un altro film e stavolta, almeno per quel che ho potuto percepire io, non ha sbagliato praticamente nulla! Se infatti il suo primo film da regista risentiva di una sceneggiatura a tratti un po' troppo da fotoromanzo, Argo è tratto invece da una storia vera che ha dell'incredibile, un segreto di stato portato allo scoperto solo in tempi recenti, una validissima commistione tra spy story, commedia, film drammatico e documentario in grado di tenere con il fiato sospeso anche lo spettatore che sa qual è stato il destino dei sei ostaggi. Affleck si ritaglia un ruolo importante ma non preponderante, riservandosi la parte del protagonista ma senza eclissare gli altri importantissimi personaggi e, soprattutto, le sconvolgenti e realistiche immagini della rivoluzione Iraniana, ispirate a foto d'epoca che vengono saggiamente riproposte durante i titoli di coda a mostrare quanto il film sia fedele agli eventi e alle situazioni realmente accorse. Neanche fosse un regista consumato, il buon Ben mantiene uno stile classico e fluido per tutta la pellicola, senza ricorrere a chissà quali virtuosismi o inquadrature azzardate, e nonostante questo riesce tuttavia a cambiare di continuo il ritmo del film, passando da momenti di tensione "sussurrata", ad atmosfere da commedia "slapstick" rese ancora più divertenti dalla presenza di due mostri sacri come John Goodman e Alan Arkin, per finire con sequenze talmente concitate e al cardiopalma da fare invidia alla maggior parte degli action americani.
Argo ha il pregio di intrattenere ed interessare, presentando gli eventi narrati allo spettatore che magari non li ricorda o non li conosce senza ricorrere a spiegoni o pompose parentesi dedicate ad intrighi socio-politici, ma introducendoli attraverso la voce narrante di una donna iraniana accompagnata da immagini molto esplicite ed immediate. Più che focalizzarsi sull'aspetto dell'intelligence, il regista si concentra ovviamente su quello che conosce maggiormente, ed ecco che il film diventa anche un'ironica critica al sistema hollywoodiano, fatto di wannabes, di produttori senza fiuto, di attricette di belle speranze, di giornalisti che per vendere una storia accetterebbero anche di parlare di un film di fantascienza trashissimo ed inverosimile, ispirato ai grandi successi dell'epoca, come Star Wars e Il pianeta delle scimmie. E per una volta la critica è comunque funzionale a presentare e far meglio comprendere una crisi tra le più terribili mai affrontate da degli esseri umani, incarcerati, terrorizzati e tenuti lontani da casa per un anno e mezzo, senza sapere se il giorno dopo sarebbero stati vivi o morti, una crisi globale nata dalla sete di potere e dagli interessi economici delle nazioni, una crisi in grado di generare tensioni, odio e cieco razzismo. Argo non è quindi il solito film americano patriottico o ignorante ma, ad una prima visione, parrebbe frutto di scelte ponderate e una documentazione approfondita.
Per finire, due parole sugli attori. Di John Goodman e Alan Arkin ho già parlato, inutile sottolineare come i due riconfermino ancora una volta la loro bravura; Ben Affleck offre una performance misurata e credibile, così come Bryan Cranston nei panni del suo superiore e il sempre valido Victor Garber in quelli, ahimé un po' poco sfruttati, dell'ambasciatore canadese. Personalmente, però, sono rimasta molto impressionata dalla bravura del gruppetto di sei attori che interpretano gli ostaggi, tra i quali spicca Clea DuVall, sia per l'incredibile sensibilità che hanno dimostrato nel rendere credibili e umani questi personaggi, sia per l'effettiva somiglianza di più di metà di loro con le persone realmente esistite, guardare i titoli di coda per credere! Insomma, per concludere, sebbene un tizio alle mie spalle abbia esclamato "Embé, è un film come un altro..." a fine visione, vi consiglio comunque di andare a vedere Argo perché è una delle poche pellicole recenti che non fanno rimpiangere di avere speso i soldi del biglietto, anzi. E aggiungo "forza Ben!, continua così!"
Di Ben Affleck (Tony Mendez, ma la prima scelta del regista era stata di farlo interpretare a Brad Pitt), Bryan Cranston (Jack O' Donnel), John Goodman (John Chambers), Victor Garber (Ken Taylor), Rory Cochrane (Lee Schatz), Kyle Chandler (Hamilton Jordan), Chris Messina (Malinov) e Bob Gunton (Cyrus Vance), potete trovarli ai rispettivi link.
Alan Arkin interpreta Lester Siegel. Americano, lo ricordo per film come Edward mani di forbice, Americani, Gattaca - La porta dell'universo, I perfetti innamorati, Little Miss Sunshine (per cui ha vinto l'Oscar come miglior attore non protagonista) e I Muppet, inoltre ha partecipato ad un episodio della serie Will & Grace. Anche regista, sceneggiatore e produtore, ha 78 anni e cinque film in uscita.
Clea DuVall (vero nome Clea Helen D'etienne DuVall) interpreta Cora Lijek. Americana, la ricordo per film come Giovani pazzi e svitati, The Faculty, The Astronaut's Wife, Identità, The Grudge e Zodiac, inoltre ha partecipato alle serie E.R. Medici in prima linea, Buffy the Vampire Slayer, CSI, Heroes, Grey's Anatomy, Numb3rs, Bones, Lie to Me, CSI: Miami e American Horror Story. Anche produttrice, ha 35 anni e un film in uscita.
In mezzo allo sterminato cast compaiono anche il mio aMMoro Tom Lenk nei panni di un reporter e un non accreditato Philip Baker Hall. E adesso un paio di curiosità che vanno a gettare nuova luce su un paio di domande che mi sono fatta durante il film: lo script di Argo, ovviamente mai realizzato, esiste davvero ed è stato tratto da un romanzo dal titolo Lord of Light di un certo Roger Zelazny che purtroppo non conosco, mentre gli storyboard che si vedono nel film, nella realtà erano stati disegnati nientemeno che da Jack Kirby, il co-creatore di gran parte dei personaggi storici dell'universo Marvel. Infine, il motivo per cui si vede una scritta "Hollywood" così disastrata, è perché all'epoca era davvero caduta in rovina a causa dell'incuria e sarebbe stata restaurata qualche tempo dopo grazie a "donatori" del calibro di Hugh Hefner ed Alice Cooper. Sinceramente, non saprei che film consigliarvi di guardare dopo aver visto Argo, quindi... ENJOY!
venerdì 19 ottobre 2012
Viaggio in paradiso (2012) + 500 "post" insieme!
Buon venerdì a tutti!
Prima di cominciare con la recensione del film devo fare un doveroso ringraziamento a tutti quelli che seguono questo blog perché siamo arrivati a 500 POST!!
Il Bollalmanacco era cominciato quasi per scherzo nel 2007 e all'inizio lo curavo davvero pochissimo.. uno, massimo due post al mese quando andava bene mentre adesso tengo moltissimo a questa bislacca creatura e cerco di aggiornarlo il più possibile, per la disperazione degli utenti.
Se sto continuando su questa strada, nonostante la mia cronica pigrizia, è perché mi sembra che lo sforzo sia apprezzato e che, nonostante il Bollalmanacco sia una gocciolina nel mare dei blog dedicati al cinema che popolano internet (di solito non arrivo ai 200 visitatori giornalieri!), uno "zoccolino" duro di affezionati c'è, e ci sono anche alcuni cari amici che fanno pubblicità, nonché il buon Letimbro che pubblica mensilmente una delle mie recensioni.
Quindi, che dire... se continuerete a seguirmi (e a commentare, i commenti mi piacciono tanto *-* ma sono sempre pochini ç_ç) cercherò di arrivare a... MMMMILLE!!!
Grazie ancora!!
Babol
Qualche mese fa usciva in Italia Viaggio in paradiso (Get the Gringo), film distribuito negli USA solo per il mercato dei video on demand e diretto dal regista Adrian Grunberg. Normalmente non gli avrei dato una singola chance, ma siccome ho letto recensioni abbastanza positive ho deciso di provare…
Trama: dopo una rapina e una rocambolesca fuga dalla polizia, il gringo del titolo originale finisce rinchiuso nel “pueblito”, una sorta di città – prigione messicana. Lì dovrà capire innanzitutto come uscire e recuperare il malloppo, oltre ad aiutare un ragazzino e sua madre, prigionieri come lui…
Apro una parentesi assolutamente paracula: è in momenti come questi che si capisce quanto siano utili i blog cinematografici gestiti da appassionati e non da spocchiosi addetti ai lavori perché, normalmente, un film come Viaggio in paradiso sarebbe stato massacrato dalla critica e sconsigliato senza riserve, mentre in realtà la pellicola in questione è un godibilissimo e divertente action con un Mel Gibson incredibilmente in forma e ironico. La trama mescola (o sarebbe meglio dire shakera?) al ritmo di indiavolate melodie messicane un insieme di cliché che, pur essendo vecchi come il mondo, riescono sempre a dare un senso alla maggior parte di questo genere di film: c’è il delinquente scafato e stronzo ma fondamentalmente dotato di un cuore tenerissimo, la cricca di poliziotti messicani e americani corrotti, il gangster che, pur essendo in carcere, fa il bello e il cattivo tempo all’interno della prigione e cattivi ancor più cattivi che tramano nell’ombra spinti dal desiderio di recuperare i loro soldi. Se a questo aggiungete rocamboleschi inseguimenti su quattro ruote, pallottole che volano ogni due per tre, gente che gioca a pallavolo con le bombe a mano, conseguenti esplosioni e ininterrotte sequele di improperi in spagnolo e inglese, saprete già più o meno cosa aspettarvi.
In tutto questo, uno dei motivi che rendono particolare e simpatico Viaggio in paradiso è, paradossalmente, proprio ciò che mi aveva tenuta lontana dalla sala al momento della sua uscita, ovvero la presenza di Mel Gibson. Il vecchio Mel, infatti, nel corso della pellicola gigioneggia senza ritegno, introducendo la storia con un’ironica voce fuori campo e passando sfacciatamente indenne tra i pericoli più camurriosi, beffando i nemici con barbatrucchi discutibili che arricchiscono il film con un indispensabile tocco trash, come per esempio l’idea di imitare Clint Eastwood al telefono (non chiedete: guardate e capirete!). Ad affiancare il bravo Mel ci sono validissimi caratteristi, in primis un moccioso dalla faccetta triste e una mamma segnata, per una volta, dalle rughe del tempo e della vita, senza dimenticare guest star più conosciute come il mio aMMore Peter Stormare o l’infamissimo Bob Gunton. Il secondo motivo, invece, che mi ha fatto apprezzare il film è l’inusuale commistione fra i picchi di ironia sborona già citati e momenti incredibilmente seri, quasi un po’ tristi, se vogliamo, quasi tutti legati al brutto destino da cui il povero pargolo cerca di fuggire.
Nulla di nuovo, infine, per quanto riguarda la realizzazione. Il regista gioca la carta dello stile “Rodriguez” con ralenti messi ad hoc e velocissime sequenze d’azione dove conta più la furbizia dei coinvolti che la forza fisica, la fotografia ha quel colore “bruciato” tipico di altre pellicole simili e la colonna sonora alterna pezzi di Manu Chao alle musiche tipiche dei Mariachi, ovvero generi che personalmente non mi dispiacciono affatto. Mi è piaciuta molto anche la rappresentazione di questo “El pueblito”, l’incredibile città all’interno di una prigione dove gli “ospiti” possono vivere con le loro famiglie, dotati di comfort quali tatuatore, supermercato, spacciatore di eroina e quant’altro: la sequenza che mostra l’inaspettato passaggio dalla prigione classica a questo variopinto e vivacissimo luogo è decisamente sorprendente. Poi, ovviamente, davanti a un film simile bisogna chiudere un occhio su cose come la quasi assoluta mancanza di verosimiglianza e altre banalità assortite quindi, a parte questo, lamenterei solo l’assenza di sottotitoli durante gli interminabili dialoghi in strettissimo spagnolo che costituiscono almeno il 60% di Viaggio in paradiso… avendo però visto il film in lingua originale non saprei dire se l’adattamento italiano ha ovviato al problema. Detto questo, vi consiglierei di recuperare Viaggio in paradiso a prescindere, per una serata senza pensieri, però in lingua originale, per poter godere di questo continuo alternarsi di idiomi.
Di Peter Stormare, che interpreta Frank, ho già parlato qui mentre Bob Gunton, che interpreta Thomas Kaufman, lo trovate qua.
Adrian Grunberg è lo sceneggiatore della pellicola, alla sua prima esperienza come regista. Americano, è stato anche aiuto regista e attore.
Mel Gibson (vero nome Mel Columcille Gerard Gibson) interpreta il protagonista (che nel film non ha un nome vero e proprio ma nei titoli è segnato come “Driver”), inoltre è anche sceneggiatore della pellicola. Nato come star di un certo tipo di action e “morto” come regista pure troppo impegnato, ricordo questo famosissimo attore americano per film come Interceptor, Interceptor – Il guerriero della strada, Il Bounty, Mad Max oltre la sfera del tuono, Arma letale, Arma letale 2, Due nel mirino, Arma letale 3, Braveheart – Cuore impavido (che gli è valso l’Oscar come miglior regista), Arma letale 4 e Signs, inoltre ha doppiato personaggi di Pocahontas e Galline in fuga. Anche produttore e stuntman, ha 56 anni e un film in uscita, l’attesissimo Machete Kills.
Non prendetemi per pazza, so bene che è di tutt’altra fattura, ma se Viaggio in paradiso vi fosse piaciuto consiglierei la visione di Drive. ENJOY!
Prima di cominciare con la recensione del film devo fare un doveroso ringraziamento a tutti quelli che seguono questo blog perché siamo arrivati a 500 POST!!
Il Bollalmanacco era cominciato quasi per scherzo nel 2007 e all'inizio lo curavo davvero pochissimo.. uno, massimo due post al mese quando andava bene mentre adesso tengo moltissimo a questa bislacca creatura e cerco di aggiornarlo il più possibile, per la disperazione degli utenti.
Se sto continuando su questa strada, nonostante la mia cronica pigrizia, è perché mi sembra che lo sforzo sia apprezzato e che, nonostante il Bollalmanacco sia una gocciolina nel mare dei blog dedicati al cinema che popolano internet (di solito non arrivo ai 200 visitatori giornalieri!), uno "zoccolino" duro di affezionati c'è, e ci sono anche alcuni cari amici che fanno pubblicità, nonché il buon Letimbro che pubblica mensilmente una delle mie recensioni.
Quindi, che dire... se continuerete a seguirmi (e a commentare, i commenti mi piacciono tanto *-* ma sono sempre pochini ç_ç) cercherò di arrivare a... MMMMILLE!!!
Grazie ancora!!
Babol
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| 500 post? Ciumbia! Credevo non sarei nemmeno arrivata a 50! |
Qualche mese fa usciva in Italia Viaggio in paradiso (Get the Gringo), film distribuito negli USA solo per il mercato dei video on demand e diretto dal regista Adrian Grunberg. Normalmente non gli avrei dato una singola chance, ma siccome ho letto recensioni abbastanza positive ho deciso di provare…
Trama: dopo una rapina e una rocambolesca fuga dalla polizia, il gringo del titolo originale finisce rinchiuso nel “pueblito”, una sorta di città – prigione messicana. Lì dovrà capire innanzitutto come uscire e recuperare il malloppo, oltre ad aiutare un ragazzino e sua madre, prigionieri come lui…
Apro una parentesi assolutamente paracula: è in momenti come questi che si capisce quanto siano utili i blog cinematografici gestiti da appassionati e non da spocchiosi addetti ai lavori perché, normalmente, un film come Viaggio in paradiso sarebbe stato massacrato dalla critica e sconsigliato senza riserve, mentre in realtà la pellicola in questione è un godibilissimo e divertente action con un Mel Gibson incredibilmente in forma e ironico. La trama mescola (o sarebbe meglio dire shakera?) al ritmo di indiavolate melodie messicane un insieme di cliché che, pur essendo vecchi come il mondo, riescono sempre a dare un senso alla maggior parte di questo genere di film: c’è il delinquente scafato e stronzo ma fondamentalmente dotato di un cuore tenerissimo, la cricca di poliziotti messicani e americani corrotti, il gangster che, pur essendo in carcere, fa il bello e il cattivo tempo all’interno della prigione e cattivi ancor più cattivi che tramano nell’ombra spinti dal desiderio di recuperare i loro soldi. Se a questo aggiungete rocamboleschi inseguimenti su quattro ruote, pallottole che volano ogni due per tre, gente che gioca a pallavolo con le bombe a mano, conseguenti esplosioni e ininterrotte sequele di improperi in spagnolo e inglese, saprete già più o meno cosa aspettarvi.
In tutto questo, uno dei motivi che rendono particolare e simpatico Viaggio in paradiso è, paradossalmente, proprio ciò che mi aveva tenuta lontana dalla sala al momento della sua uscita, ovvero la presenza di Mel Gibson. Il vecchio Mel, infatti, nel corso della pellicola gigioneggia senza ritegno, introducendo la storia con un’ironica voce fuori campo e passando sfacciatamente indenne tra i pericoli più camurriosi, beffando i nemici con barbatrucchi discutibili che arricchiscono il film con un indispensabile tocco trash, come per esempio l’idea di imitare Clint Eastwood al telefono (non chiedete: guardate e capirete!). Ad affiancare il bravo Mel ci sono validissimi caratteristi, in primis un moccioso dalla faccetta triste e una mamma segnata, per una volta, dalle rughe del tempo e della vita, senza dimenticare guest star più conosciute come il mio aMMore Peter Stormare o l’infamissimo Bob Gunton. Il secondo motivo, invece, che mi ha fatto apprezzare il film è l’inusuale commistione fra i picchi di ironia sborona già citati e momenti incredibilmente seri, quasi un po’ tristi, se vogliamo, quasi tutti legati al brutto destino da cui il povero pargolo cerca di fuggire.
Nulla di nuovo, infine, per quanto riguarda la realizzazione. Il regista gioca la carta dello stile “Rodriguez” con ralenti messi ad hoc e velocissime sequenze d’azione dove conta più la furbizia dei coinvolti che la forza fisica, la fotografia ha quel colore “bruciato” tipico di altre pellicole simili e la colonna sonora alterna pezzi di Manu Chao alle musiche tipiche dei Mariachi, ovvero generi che personalmente non mi dispiacciono affatto. Mi è piaciuta molto anche la rappresentazione di questo “El pueblito”, l’incredibile città all’interno di una prigione dove gli “ospiti” possono vivere con le loro famiglie, dotati di comfort quali tatuatore, supermercato, spacciatore di eroina e quant’altro: la sequenza che mostra l’inaspettato passaggio dalla prigione classica a questo variopinto e vivacissimo luogo è decisamente sorprendente. Poi, ovviamente, davanti a un film simile bisogna chiudere un occhio su cose come la quasi assoluta mancanza di verosimiglianza e altre banalità assortite quindi, a parte questo, lamenterei solo l’assenza di sottotitoli durante gli interminabili dialoghi in strettissimo spagnolo che costituiscono almeno il 60% di Viaggio in paradiso… avendo però visto il film in lingua originale non saprei dire se l’adattamento italiano ha ovviato al problema. Detto questo, vi consiglierei di recuperare Viaggio in paradiso a prescindere, per una serata senza pensieri, però in lingua originale, per poter godere di questo continuo alternarsi di idiomi.
Di Peter Stormare, che interpreta Frank, ho già parlato qui mentre Bob Gunton, che interpreta Thomas Kaufman, lo trovate qua.
Adrian Grunberg è lo sceneggiatore della pellicola, alla sua prima esperienza come regista. Americano, è stato anche aiuto regista e attore.
Mel Gibson (vero nome Mel Columcille Gerard Gibson) interpreta il protagonista (che nel film non ha un nome vero e proprio ma nei titoli è segnato come “Driver”), inoltre è anche sceneggiatore della pellicola. Nato come star di un certo tipo di action e “morto” come regista pure troppo impegnato, ricordo questo famosissimo attore americano per film come Interceptor, Interceptor – Il guerriero della strada, Il Bounty, Mad Max oltre la sfera del tuono, Arma letale, Arma letale 2, Due nel mirino, Arma letale 3, Braveheart – Cuore impavido (che gli è valso l’Oscar come miglior regista), Arma letale 4 e Signs, inoltre ha doppiato personaggi di Pocahontas e Galline in fuga. Anche produttore e stuntman, ha 56 anni e un film in uscita, l’attesissimo Machete Kills.
Non prendetemi per pazza, so bene che è di tutt’altra fattura, ma se Viaggio in paradiso vi fosse piaciuto consiglierei la visione di Drive. ENJOY!
lunedì 20 settembre 2010
Le ali della libertà (1994)
Dopo il trash de I mercenari prendiamoci una pausa e torniamo a parlare di Cinema, quello con la C maiuscola. Di un film che ho già visto almeno una decina di volte, e che non mi stancherei mai di rivedere, perché è semplicemente splendido. Parlo di Le ali della libertà (The Shawshank Redemption), diretto nel 1994 dal regista Frank Darabont e tratto dal racconto Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank, scritto da Stephen King e contenuto nella raccolta Stagioni diverse, uno dei pochissimi libri del Re a non fare ancora parte della mia collezione.

La trama: alla fine degli anni ’40 il banchiere Andy Dufresne viene condannato all’ergastolo per l’omicidio della moglie e dell’amante di lei. Trasferito nel carcere di Shawshank, si troverà a dovere sopravvivere ad abusi e soprusi, contando solo sulla sua forza d’animo e su un unico vero amico, l’ergastolano Red.

Non è facile scrivere una recensione obiettiva su un film che amo così tanto. Quindi eviterò di esserlo, qual è il problema? Per quanto mi sforzi, in effetti, non riesco a trovare un solo difetto ne Le ali della libertà. Certo, si potrebbe dire che la trama è un po’ facilona, nonostante non manchino pesanti descrizioni sulla dura vita delle prigioni. Il personaggio di Andy nonostante tutto gode di parecchi piccoli privilegi che gli consentono di far filare lisci i suoi piani, e inoltre c’è una divisione talmente netta tra buoni e cattivi che ad un certo punto lo spettatore si chiede come mai tutti gli amici di Andy, Red in primis, siano in prigione visto che, umanamente, sono le persone più simpatiche e buone sulla faccia della terra. Però, ammettiamolo, chi se ne frega? Un film non è la realtà, così come un racconto a volte deve mostrarci una realtà un po’ romanzata, altrimenti apriremmo un quotidiano o ci guarderemmo un telegiornale. Quindi, ignoriamo tutti questi “difetti” e passiamo oltre.

La storia di Le ali della libertà è semplice, universale e, per questo, bella. Andy viene condannato (ingiustamente o meno lo si scopre a metà film, ma fino ad allora non è troppo importante) per l’omicidio della moglie e dell’amante di lei. Dopo un processo sommario viene condannato all’ergastolo e chiuso nel carcere di Shawshank, dove si svolge tutta la vicenda. Il senso della film sta tutto nel titolo originale: redemption in inglese significa sia redenzione che liberazione. A dire il vero Andy non si redimerà durante il film, anzi. Paradossalmente imparerà non a diventare malvagio, ma a giocare sporco mantenendosi comunque in linea con i suoi principi. Però redimerà gli altri, ricercando insistentemente la libertà dalla prigione, un traguardo non banalmente fisico, ma mentale: attraverso il triste personaggio di Brooks (vecchietto ormai “istituzionalizzato”, come dice il saggio Red, che dopo aver passato a Shawshank gran parte della sua vita si ritrova impossibilitato ad affrontare il mondo esterno) capiamo come il carcere imprigioni innanzitutto l’animo delle persone, privandole della speranza e dell’umanità, due cose che il protagonista cercherà di ottenere disperatamente, per lui in primis ma anche per gli altri e attraverso di loro. A cominciare dal piccolo squarcio di luce rappresentato dal poster di Rita Hayworth, per poi continuare con la birra, la biblioteca, la filodiffusione de Le nozze di Figaro e infine il diploma del giovane Tommy, la ricerca della libertà da parte di Andy, vista attraverso l’occhio cinico e disilluso (ma via via sempre più meravigliato) di Red continua in un crescendo di gioie, disperazioni ed ingiustizie che si concretizzano alla perfezione in un meraviglioso ed emblematico finale.

Al cuore della vicenda, a sostenere una solida sceneggiatura, ci sono ovviamente gli attori. Tim Robbins interpreta un meraviglioso Andy, conferendogli quell’aria snob di chi è in carcere ma sa di non appartenere affatto a quel mondo; non un eroe nel senso stretto del termine, e nemmeno un perfetto redentore, ma un ometto quasi banale in apparenza, dall’insospettabile forza d’animo. Gli fa da degnissimo contraltare Morgan Freeman, talmente adatto come attore da spingere Frank Darabont a cambiare drasticamente la storia di King: nel libro, infatti, Red è irlandese e non afroamericano. Quando, nel film, Andy gli chiede “Ma perché ti chiamano Red?”, intelligentemente il personaggio risponde “Forse perché sono irlandese” e quindi scoppia a ridere. La regia è assai curata, la macchina da presa si sofferma sui particolari apparentemente più insignificanti e ci regala un paio di scene assolutamente indimenticabili: la prima è la splendida panoramica del carcere, visto dall’alto mentre arriva il furgone che trasporta anche Andy, con tutti i convitti che si radunano, curiosi, vicino alla recinzione. La seconda scena, indubbiamente la più famosa, è quella dove Andy allarga le braccia, a petto nudo, sotto la pioggia, il viso illuminato dai lampi e rivolto verso il cielo, un’immagine splendida che riesce sempre a commuovermi, anche grazie ad una meravigliosa colonna sonora che impreziosisce tutto il film. Insomma, se non lo aveste ancora capito, vado matta per Le ali della libertà, ma come al solito la visione del film vale molto più di qualsiasi parola potrei spendere io, quindi guardatelo!

Del regista Frank Darabont ho già parlato qui, mentre per un piccolo excursus su Morgan Freeman, che interpreta Red, potete andare qua. Il regista è alle prese con una nuova serie che debutterà in tutto il mondo il 31 ottobre e che non vedo l’ora di vedere, The Walking Dead, mentre l’attore sta per tornare sugli schermi con un action assieme al divino Bruce Willis e dovrebbe riprendere il ruolo di Lucius Fox nel prossimo Batman diretto da Christopher Nolan.
Tim Robbins interpreta Andy Dufresne. A mio avviso uno dei migliori attori americani viventi, lo ricordo per film come Quinto potere, Top Gun, Howard… e il destino del mondo, Cadillac Man, Allucinazione perversa, America oggi, il bellissimo Arlington Road – L’inganno, Austin Powers la spia che ci provava, Alta Fedeltà, il meraviglioso Mystic River (per il quale ha vinto un Oscar come miglior attore non protagonista), Anchor Man: The Legend of Ron Burgundy e Tenacious D in The Pick of Destiny. Ha recitato nelle serie tv Santa Barbara, Love Boat, Moonlighting, doppiato un episodio de I Simpson e inoltre è anche regista: suo è infatti Dead Man Walking – Condannato a morte, dove recita, tra gli altri, la ex compagna storica Susan Sarandon). Ha 52 anni e tre film in uscita.

Bob Gunton interpreta il viscido direttore del carcere, Norton. Americano, tra i suoi film segnalo Nato il quattro luglio, JFK – un caso ancora aperto, Giochi di potere, Demolition Man, L’ultima eclissi, Ace Ventura: missione Africa, Nome in codice: Broken Arrow, Mezzanotte nel giardino del bene e del male e Patch Adams; l’attore è inoltre molto attivo per quanto riguarda le serie televisive, infatti compare in episodi di Miami Vice, Law & Order, Avvocati a Los Angeles, Star Trek: The Next Generation, Perry Mason, Ally McBeal, Oltre i limiti, Greg the Bunny, CSI, Giudice Amy, Monk, Nip/Tuck, Desperate Housewives, Numb3rs e 24. Ha 65 anni e un film in uscita.

William Sadler interpreta il prigioniero Heywood. Per me questo attore ha una faccia conosciutissima, dato che avrò visto almeno 6 volte I racconti della cripta – Il cavaliere del male, dove interpreta uno degli sfortunati avventori del motel, ma è comparso anche in molti altri film, come Poliziotto a 4 zampe, Die Hard 2 – 58 minuti per morire, Freaked – Sgorbi, Bordello of Blood, Il miglio verde (dove compariva nei panni del papà delle due bimbe uccise), The Mist e serie tv come L’ispettore Tibbs, Pappa e ciccia, Racconti di mezzanotte, Oltre i limiti, Star Trek: Deep Space Nine, Roswell, JAG, Tru Calling, Law & Order, CSI, Numb3rs, Medium, Criminal Minds. Americano, ha 60 anni e la bellezza di dieci film in uscita.

Clancy Brown interpreta il bastardissimo capitano Hadley. Caratterista americano dalla faccia abbastanza riconoscibile, lo potete trovare in film come Highlander, l’ultimo immortale, Cimitero vivente 2, Dead Man Walking – Condannato a morte, Starship Troopers – fanteria dello spazio, Flubber – un professore fra le nuvole e Nightmare (non l’ho mica riconosciuto lì: interpretava il padre di Quentin, ammazza quanto è invecchiato!!) o in telefilm come Hazzard, Racconti di mezzanotte, Oltre i limiti, ER, Lost e Law & Order. Ultimamente si è specializzato come doppiatore di serie animate, tanto che la sua voce si può sentire in serie come La Sirenetta, Gargoyles, L’incredibile Hulk, Estreme Ghostbusters, Hercules, i divini The Angry Beavers, Superman, Ricreazione, Buzz Lightyear comando spaziale, Le superchicche, Jackie Chan Adventures, Kim Possible, Biker Mice From Mars, Wolverine & The X-Men, American Dad!, I pinguini di Madagascar; in originale tra l’altro presta la voce al Mr. Krabs di Spongebob. Ha 51 anni, un film in uscita e tre serie animate che beneficeranno della sua voce.

David Proval interpreta Snooze, uno dei carcerati. Proval fa parte dell’infinita schiera di caratteristi utilizzati quasi esclusivamente per ruoli da mafioso (e in questo è assolutamente magistrale nei panni dello schifoso Richie Aprile ne I Soprano) e delinquente; lo ricordo per film come Mean Streets, Scuola di mostri, Viceversa,due vite scambiate, Un poliziotto in blue jeans, Amore all’ultimo morso, Four Rooms, dove interpreta il geniale Sigfried, Relic – l’evoluzione del terrore, Attacco al potere. Per la tv lo troviamo in serie come Il tenente Kojak, Supercar, Miami Vice, Saranno famosi, Jarod il camaleonte, West Wing, Giudice Amy e Tutti amano Raymond. Americano, ha 68 anni e otto film in uscita.

Segnalo inoltre la guest appearance, nei panni di una guardia semplice, l’attore Paul McCrane, ovvero l’odioso (ma adorabile!!) Dr. Romano di E.R. E ora.... giusto per sdrammatizzare, beccatevi il trailer fatto con degli spezzoni di una puntata de I Griffin che omaggia palesemente il film. Scusate la blasfemia e... ENJOY!!
La trama: alla fine degli anni ’40 il banchiere Andy Dufresne viene condannato all’ergastolo per l’omicidio della moglie e dell’amante di lei. Trasferito nel carcere di Shawshank, si troverà a dovere sopravvivere ad abusi e soprusi, contando solo sulla sua forza d’animo e su un unico vero amico, l’ergastolano Red.
Non è facile scrivere una recensione obiettiva su un film che amo così tanto. Quindi eviterò di esserlo, qual è il problema? Per quanto mi sforzi, in effetti, non riesco a trovare un solo difetto ne Le ali della libertà. Certo, si potrebbe dire che la trama è un po’ facilona, nonostante non manchino pesanti descrizioni sulla dura vita delle prigioni. Il personaggio di Andy nonostante tutto gode di parecchi piccoli privilegi che gli consentono di far filare lisci i suoi piani, e inoltre c’è una divisione talmente netta tra buoni e cattivi che ad un certo punto lo spettatore si chiede come mai tutti gli amici di Andy, Red in primis, siano in prigione visto che, umanamente, sono le persone più simpatiche e buone sulla faccia della terra. Però, ammettiamolo, chi se ne frega? Un film non è la realtà, così come un racconto a volte deve mostrarci una realtà un po’ romanzata, altrimenti apriremmo un quotidiano o ci guarderemmo un telegiornale. Quindi, ignoriamo tutti questi “difetti” e passiamo oltre.
La storia di Le ali della libertà è semplice, universale e, per questo, bella. Andy viene condannato (ingiustamente o meno lo si scopre a metà film, ma fino ad allora non è troppo importante) per l’omicidio della moglie e dell’amante di lei. Dopo un processo sommario viene condannato all’ergastolo e chiuso nel carcere di Shawshank, dove si svolge tutta la vicenda. Il senso della film sta tutto nel titolo originale: redemption in inglese significa sia redenzione che liberazione. A dire il vero Andy non si redimerà durante il film, anzi. Paradossalmente imparerà non a diventare malvagio, ma a giocare sporco mantenendosi comunque in linea con i suoi principi. Però redimerà gli altri, ricercando insistentemente la libertà dalla prigione, un traguardo non banalmente fisico, ma mentale: attraverso il triste personaggio di Brooks (vecchietto ormai “istituzionalizzato”, come dice il saggio Red, che dopo aver passato a Shawshank gran parte della sua vita si ritrova impossibilitato ad affrontare il mondo esterno) capiamo come il carcere imprigioni innanzitutto l’animo delle persone, privandole della speranza e dell’umanità, due cose che il protagonista cercherà di ottenere disperatamente, per lui in primis ma anche per gli altri e attraverso di loro. A cominciare dal piccolo squarcio di luce rappresentato dal poster di Rita Hayworth, per poi continuare con la birra, la biblioteca, la filodiffusione de Le nozze di Figaro e infine il diploma del giovane Tommy, la ricerca della libertà da parte di Andy, vista attraverso l’occhio cinico e disilluso (ma via via sempre più meravigliato) di Red continua in un crescendo di gioie, disperazioni ed ingiustizie che si concretizzano alla perfezione in un meraviglioso ed emblematico finale.
Al cuore della vicenda, a sostenere una solida sceneggiatura, ci sono ovviamente gli attori. Tim Robbins interpreta un meraviglioso Andy, conferendogli quell’aria snob di chi è in carcere ma sa di non appartenere affatto a quel mondo; non un eroe nel senso stretto del termine, e nemmeno un perfetto redentore, ma un ometto quasi banale in apparenza, dall’insospettabile forza d’animo. Gli fa da degnissimo contraltare Morgan Freeman, talmente adatto come attore da spingere Frank Darabont a cambiare drasticamente la storia di King: nel libro, infatti, Red è irlandese e non afroamericano. Quando, nel film, Andy gli chiede “Ma perché ti chiamano Red?”, intelligentemente il personaggio risponde “Forse perché sono irlandese” e quindi scoppia a ridere. La regia è assai curata, la macchina da presa si sofferma sui particolari apparentemente più insignificanti e ci regala un paio di scene assolutamente indimenticabili: la prima è la splendida panoramica del carcere, visto dall’alto mentre arriva il furgone che trasporta anche Andy, con tutti i convitti che si radunano, curiosi, vicino alla recinzione. La seconda scena, indubbiamente la più famosa, è quella dove Andy allarga le braccia, a petto nudo, sotto la pioggia, il viso illuminato dai lampi e rivolto verso il cielo, un’immagine splendida che riesce sempre a commuovermi, anche grazie ad una meravigliosa colonna sonora che impreziosisce tutto il film. Insomma, se non lo aveste ancora capito, vado matta per Le ali della libertà, ma come al solito la visione del film vale molto più di qualsiasi parola potrei spendere io, quindi guardatelo!
Del regista Frank Darabont ho già parlato qui, mentre per un piccolo excursus su Morgan Freeman, che interpreta Red, potete andare qua. Il regista è alle prese con una nuova serie che debutterà in tutto il mondo il 31 ottobre e che non vedo l’ora di vedere, The Walking Dead, mentre l’attore sta per tornare sugli schermi con un action assieme al divino Bruce Willis e dovrebbe riprendere il ruolo di Lucius Fox nel prossimo Batman diretto da Christopher Nolan.
Tim Robbins interpreta Andy Dufresne. A mio avviso uno dei migliori attori americani viventi, lo ricordo per film come Quinto potere, Top Gun, Howard… e il destino del mondo, Cadillac Man, Allucinazione perversa, America oggi, il bellissimo Arlington Road – L’inganno, Austin Powers la spia che ci provava, Alta Fedeltà, il meraviglioso Mystic River (per il quale ha vinto un Oscar come miglior attore non protagonista), Anchor Man: The Legend of Ron Burgundy e Tenacious D in The Pick of Destiny. Ha recitato nelle serie tv Santa Barbara, Love Boat, Moonlighting, doppiato un episodio de I Simpson e inoltre è anche regista: suo è infatti Dead Man Walking – Condannato a morte, dove recita, tra gli altri, la ex compagna storica Susan Sarandon). Ha 52 anni e tre film in uscita.
Bob Gunton interpreta il viscido direttore del carcere, Norton. Americano, tra i suoi film segnalo Nato il quattro luglio, JFK – un caso ancora aperto, Giochi di potere, Demolition Man, L’ultima eclissi, Ace Ventura: missione Africa, Nome in codice: Broken Arrow, Mezzanotte nel giardino del bene e del male e Patch Adams; l’attore è inoltre molto attivo per quanto riguarda le serie televisive, infatti compare in episodi di Miami Vice, Law & Order, Avvocati a Los Angeles, Star Trek: The Next Generation, Perry Mason, Ally McBeal, Oltre i limiti, Greg the Bunny, CSI, Giudice Amy, Monk, Nip/Tuck, Desperate Housewives, Numb3rs e 24. Ha 65 anni e un film in uscita.
William Sadler interpreta il prigioniero Heywood. Per me questo attore ha una faccia conosciutissima, dato che avrò visto almeno 6 volte I racconti della cripta – Il cavaliere del male, dove interpreta uno degli sfortunati avventori del motel, ma è comparso anche in molti altri film, come Poliziotto a 4 zampe, Die Hard 2 – 58 minuti per morire, Freaked – Sgorbi, Bordello of Blood, Il miglio verde (dove compariva nei panni del papà delle due bimbe uccise), The Mist e serie tv come L’ispettore Tibbs, Pappa e ciccia, Racconti di mezzanotte, Oltre i limiti, Star Trek: Deep Space Nine, Roswell, JAG, Tru Calling, Law & Order, CSI, Numb3rs, Medium, Criminal Minds. Americano, ha 60 anni e la bellezza di dieci film in uscita.
Clancy Brown interpreta il bastardissimo capitano Hadley. Caratterista americano dalla faccia abbastanza riconoscibile, lo potete trovare in film come Highlander, l’ultimo immortale, Cimitero vivente 2, Dead Man Walking – Condannato a morte, Starship Troopers – fanteria dello spazio, Flubber – un professore fra le nuvole e Nightmare (non l’ho mica riconosciuto lì: interpretava il padre di Quentin, ammazza quanto è invecchiato!!) o in telefilm come Hazzard, Racconti di mezzanotte, Oltre i limiti, ER, Lost e Law & Order. Ultimamente si è specializzato come doppiatore di serie animate, tanto che la sua voce si può sentire in serie come La Sirenetta, Gargoyles, L’incredibile Hulk, Estreme Ghostbusters, Hercules, i divini The Angry Beavers, Superman, Ricreazione, Buzz Lightyear comando spaziale, Le superchicche, Jackie Chan Adventures, Kim Possible, Biker Mice From Mars, Wolverine & The X-Men, American Dad!, I pinguini di Madagascar; in originale tra l’altro presta la voce al Mr. Krabs di Spongebob. Ha 51 anni, un film in uscita e tre serie animate che beneficeranno della sua voce.
David Proval interpreta Snooze, uno dei carcerati. Proval fa parte dell’infinita schiera di caratteristi utilizzati quasi esclusivamente per ruoli da mafioso (e in questo è assolutamente magistrale nei panni dello schifoso Richie Aprile ne I Soprano) e delinquente; lo ricordo per film come Mean Streets, Scuola di mostri, Viceversa,due vite scambiate, Un poliziotto in blue jeans, Amore all’ultimo morso, Four Rooms, dove interpreta il geniale Sigfried, Relic – l’evoluzione del terrore, Attacco al potere. Per la tv lo troviamo in serie come Il tenente Kojak, Supercar, Miami Vice, Saranno famosi, Jarod il camaleonte, West Wing, Giudice Amy e Tutti amano Raymond. Americano, ha 68 anni e otto film in uscita.
Segnalo inoltre la guest appearance, nei panni di una guardia semplice, l’attore Paul McCrane, ovvero l’odioso (ma adorabile!!) Dr. Romano di E.R. E ora.... giusto per sdrammatizzare, beccatevi il trailer fatto con degli spezzoni di una puntata de I Griffin che omaggia palesemente il film. Scusate la blasfemia e... ENJOY!!
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