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martedì 7 maggio 2019

Stanlio e Ollio (2018)

Passata la doverosa febbre da Endgame, domenica sono andata al cinema per recuperare Stanlio e Ollio (Stan & Ollie), diretto nel 2018 dal regista Jon S. Baird e tratto dal libro Laurel & Hardy - Thr British Tour di A.J. Marriot.



Trama: Negli anni '50, ormai in declino, Stanlio e Ollio decidono di imbarcarsi in un ultimo tour teatrale, sperando così di poter promuovere un loro futuro film.



Ah, Stanlio e Ollio. Quanti pomeriggi passati a godersi le loro comiche in TV, quante serate a guardare i film, col loro umorismo surreale e delicato, perfetto per tutta la famiglia. Siamo così abituati a vedere lo svanito Stanlio e il burbero Ollio che è difficile pensare l'ovvio: dietro quelle maschere c'erano degli uomini veri, reali, coi loro pregi, i loro difetti e i loro umanissimi problemi. Ecco allora che Stan Laurel era rissoso e schivo, interamente consacrato al lavoro, mentre Oliver Hardy aveva pesanti problemi di salute, amava le donne e le scommesse alle corse, e quest'ultimo binomio lo portava a scialacquare ingenti somme di denaro. E' difficile pensare, anche, che i due potessero stare separati, eppure è successo. Nel 1939 ad Ollio era stato affiancato tale Harry Langdon, un comico americano, poiché il produttore Hal Roach aveva licenziato in tronco Stanlio, giusto per citare un episodio ricordato anche in Stanlio e Ollio; a proposito di questa separazione, nel film si da ad intendere che lo screzio derivante dal "film con l'elefante" (Ollio sposo mattacchione) avesse suggellato la fine del sodalizio artistico tra i due, almeno fino alla fine degli anni '50, ma in verità gli attori hanno continuato a lavorare di coppia, pur con sempre meno successo, per la Fox e la MGM almeno fino al 1946 e l'anno dopo sono partiti per il tour europeo di cui racconta la pellicola di Jon S. Baird, mix tra quella e un altra tournée intrapresa negli anni '50, teatro del commovente episodio irlandese citato anche nel Preacher di Garth Ennis. A prescindere dalle libertà storiche prese da questo Stanlio e Ollio, è innegabile che il film funzioni sia come ritratto del privato dei due famosissimi attori sia come testimonianza di una Hollywood sicuramente più ingenua ma non meno insidiosa, dove le cosiddette "star" altro non erano che carne da macello (soprattutto quelle più sprovvedute) e sicuramente non venivano ripescate, come succede oggi, da reality o altre schifezze simili; la fine di una carriera, decretata dal gusto del pubblico o da scandali più o meno gravi, era il prodromo di indigenza, oblio, depressione e infine morte, tanto che il tour di Stanlio e Ollio risulta più una fuga da un destino ingrato più che una corsa verso un rinnovato successo.


E così, tra la perfetta ricostruzione di gag amatissime dal pubblico, momenti di dolorosa introspezione e la gioia (o forse la fatica?) di indossare la maschera di Stanlio e Ollio per propiziarsi l'amore di persone sconosciute, il film scorre portando il pubblico ad affezionarsi ancor più a questi due uomini in declino, afflitti da amarezza e vecchiaia, portati sul grande schermo da due attori grandissimi e perfetti. Come già accaduto in Bohemian Rhapsody con Rami Malek pronto a restituire agli spettatori la performance soprattutto fisica di Freddy Mercury, Steve Coogan e John C. Reilly si annullano nei tic che hanno reso Stanlio e Ollio famosi ed adorabili in tutto il mondo, come per esempio Stanlio che si spettina i capelli o Ollio che sfarfalla le dita imbarazzato, ma non solo. Coogan e Reilly fanno rivivere Stan Laurel e Oliver Hardy anche e soprattutto al di fuori dello spettacolo; due amici, due uomini diversi e complementari costretti a stare insieme per uno scherzo del destino, due anime in pena prese tra il desiderio di tornare alla ribalta e quello di vivere un'esistenza tranquilla, due attori fatti prigionieri dai loro personaggi iconici, prede di un odi et amo durato quasi mezzo secolo. Ad arricchire ulteriormente la performance degli attori, ci pensano Shirley Anderson e Nina Arianda nei panni delle ultime mogli di Stan e Oliver, caratteri peculiari e tragicomici quanto i mariti, che affrontano ognuna in modo diverso l'idea di celebrità in declino e di uomini che invecchiano senza mai far venir meno l'ingrediente più importante: l'amore. E su questa nota sdolcinata chiudo, consigliandovi senza remore il dolceamaro Stanlio e Ollio. Non so quale effetto avrà avuto sui fan tout court ma per chi, come me, ha sempre apprezzato il duo comico per eccellenza, ha l'effetto di un balsamo nostalgico e chissà che non metta voglia di saperne di più anche a chi, poverello, non ha idea di chi fossero Stanlio e Ollio. A questi ultimi posso solo dire un "oooooh, stupìdi!". Hmp!


Di Steve Coogan (Stan Laurel), John C. Reilly (Oliver Hardy), Shirley Henderson (Lucille Hardy) e Danny Huston (Hal Roach) ho parlato ai rispettivi link.

Jon S. Baird è il regista della pellicola. Scozzese, ha diretto film come Filth ed episodi della serie Vinyl. Anche produttore e sceneggiatore, ha 47 anni.


Se Stanlio e Ollio vi fosse piaciuto potreste riguardare o recuperare le opere citate nel film: i corti La scala musicale e Ospedale di contea assieme ai film Fra' Diavolo e I fanciulli del West, questo tanto per cominciare. Aggiungerei anche la serie Feud, ovviamente. ENJOY!

venerdì 14 aprile 2017

Ralph Spaccatutto (2012)

Nel 2012 il regista Rich Moore, anche in veste di co-sceneggiatore, realizzava Ralph Spaccatutto (Wreck-It Ralph) e io ho dovuto attendere fino alle feste natalizie del 2016 per guardarlo e addirittura aprile per pubblicare il post!!


Trama: Ralph è il cattivo del videogioco Felix Aggiustatutto Jr. ma col tempo si è stufato di vivere da reietto, odiato da tutti gli abitanti del videogame. Per provare a Felix e gli altri di essere in grado di diventare un eroe, cerca di rubare una medaglia d'oro da Hero's Duty ma finisce per errore nel gioco Sugar Rush, un mondo fatto di dolciumi dove gli abitanti si fronteggiano in spericolate corse coi go-cart...



Chissà perché, dopo mesi di attesa, avevo finito per snobbare Ralph Spaccatutto. Ho cercato ma non trovo traccia nel blog dei motivi che mi hanno spinta ad andare a vedere Vita di Pi piuttosto che il film Disney di quell'anno, quindi posso solo pensare che le recensioni tiepide degli appassionati mi avessero dissuasa dall'affrontare quello che, a conti fatti, è un omaggio ai videogiochi vintage. Da ignorante qual sono, credevo che Felix Aggiustatutto fosse un gioco realmente esistito, invece pare che l'abbia inventato la Disney, ma ciò non toglie che il film sia pieno di riferimenti più o meno velati a famosissimi personaggi del mondo videoludico quali Sonic, i protagonisti di Street Fighter (che si beccano le citazioni migliori, peraltro), Qubert, Pac-Man e mille altri che, in quanto poco appassionata del genere, non ho potuto riconoscere. Al di là di questo gioco citazionista, quella di Ralph Spaccatutto è una validissima e "tipica" storia Disney, con una bella morale di fondo. Ralph è costretto "per contratto" ad essere cattivo ma giustamente si è stufato di dover per questo essere isolato dai suoi comprimari "buoni". Per mettere una pezza alla sua condizione cerca di diventare un Eroe, snaturando completamente il suo modo d'essere e combinando solo casini, ignorando le sue abilità di distruttore in quanto portatrici sane di catastrofe e sguardi indignati; l'incontro con Vanellope, glitch del videogioco Sugar Rush incarnatosi in una bimbetta sboccata e peperina, gli aprirà ovviamente nuovi orizzonti e lo porterà a capire che essere sé stessi non significa necessariamente rimanere bloccati in una determinata etichetta, basta solo convincersi (e convincere gli altri) di essere in grado di usare le proprie capacità e predisposizioni al meglio. Voler essere qualcos'altro (o qualcun altro) è solitamente fonte di guai per tutti, soprattutto quando le nostre azioni sono mosse da invidia e disperazione, sentimenti negativi che è sempre meglio tenere sotto controllo per riuscire al meglio nella vita. Se tutto ciò vi sembra pedante, sappiate che messo su schermo con la sceneggiatura scoppiettante di Rich Moore e compagnia la cosa risulta molto più convincente, oltre che emozionante e divertente, soprattutto grazie all'intelligente scelta di affidare il timone della storia a due anti-eroi come Ralph e Vanellope che di buono, zuccheroso e perfettino non hanno proprio nulla.


Oltre alle divertentissime citazioni che, purtroppo, ho recepito solo per metà, e al gusto vintage che tuttavia nel 2016 risulta già stra-abusato (almeno per me ma, oh, come sempre viva gli anni '80, ci mancherebbe!!!) Ralph Spaccatutto vince innanzitutto per l'assenza di canzoncine e poi per l'abilità con la quale designer e animatori hanno saputo riproporre visivamente un insieme di mondi fantasiosi e ognuno dotato della propria personalità. L'idea geniale di raccontare il micro-cosmo di una sala giochi, dove nell'orario di chiusura i personaggi comunicano tramite un porto franco che somiglia tantissimo alla Central Station di New York, prevede un'infinità di ambienti e character design realizzati ognuno secondo uno stile diverso di videogame: c'è lo sparatutto, il gioco anni '80, l'ambiente zuccheroso simile ai vari Candy Crush di Facebook, il picchiaduro, ecc. ecc. Di base il character design dei personaggi ha qualcosa di simile per tutti (tranne per quelli non originali, chiaro) eppure ogni abito, taglio di capelli, modo di camminare inserisce ciascun eroe in un contesto ben preciso, anche quando si trova fuori dal suo ambiente. In tal senso, le scenografie hanno dell'incredibile e non si limitano a riproporre i luoghi tipici del singolo videogioco ma immaginano e creano elementi che vanno oltre ciò che ai giocatori è consentito di vedere: la festa in casa di Felix è esilarante ma il modo in cui vengono utilizzati i dolci che compongono l'universo di Sugar Rush ha del geniale e creano un insieme di mezzi, case e abiti che, se venissero messi in commercio, probabilmente farebbero la felicità di ogni ragazzina appassionata di pupazzetti. E poi, diciamocelo, Ralph Spaccatutto vince anche solo per il suo geniale ed ironico utilizzo dei flashback "traumatici" e per la migliore coppia vista sullo schermo negli ultimi anni (coppia che, per inciso, spero torni nell'annunciato Wreck-It Ralph 2!) quindi dategli una chance e non aspettate tanto quanto ho fatto io per guardarlo.


Del regista e co-sceneggiatore Rich Moore (che presta la voce ad Aspro Bill e Zangief) ho già parlato QUI. John C. Reilly (Ralph), Sarah Silverman (Vanellope), Jack McBrayer (Felix), Alan Tudyk (Re Candito) e Dennis Haysbert (Generale Ologramma) li trovate invece ai rispettivi link.

Jane Lynch è la voce originale di Calhoun. Americana, ha partecipato a film come Il fuggitivo, Fatal Instinct, Lemony Snicket - Una serie di sfortunati eventi, 40 anni vergine, Talladega Nights - The Ballad of Ricky Bobby, Alvin Superstar, Paul e a serie quali Party of Five, Una famiglia del terzo tipo, Dharma & Greg, Dawson's Creek, Una mamma per amica, X-Files, La zona morta, La vita secondo Jim, Friends, CSI - Scena del crimine, Weeds, Desperate Housewives, My Name is Earl, Due uomini e mezzo e Criminal Minds; come doppiatrice, ha lavorato nelle serie I Griffin, American Dad!, The Cleveland Show, I Simpson, Manny Tuttofare, Phineas and Ferb e nei film L'era glaciale 3 - L'alba dei dinosauri e Shrek e vissero felici e contenti. Anche produttrice, ha 57 anni e un film in uscita, il seguito di Ralph Spaccatutto.


Come ho già accennato, l'anno prossimo dovrebbe uscire il seguito di Ralph Spaccatutto, in cui, apparentemente, Ralph spaccherà internet. Non vedo l'ora. Nell'attesa, se il film vi fosse piaciuto recuperate Big Hero 6 e la trilogia di Toy Story. ENJOY!

martedì 14 febbraio 2017

The Lobster (2015)

L'avevo perso all'epoca, probabilmente a causa della mala distribución, ma in virtù della sua candidatura all'Oscar per la Miglior Sceneggiatura Originale ho deciso di recuperare The Lobster, diretto e co-sceneggiato nel 2015 dal regista Yorgos Lanthimos. Tra l'altro oggi è San Valentino, quindi casca proprio a fagIUolo!


Trama: in una società nella quale è obbligatorio avere un compagno di vita, David si ritrova all'improvviso solo e, per legge, viene rinchiuso in un hotel dove avrà solo quarantacinque giorni per trovare l'anima gemella, pena la trasformazione in animale.



Di The Lobster ne avevo leggiucchiate (non dico lette visto che non lo faccio mai con le recensioni di film che devo ancora vedere...) di cotte e di crude: chi lo salutava come un capolavoro, chi come un abominio, chi come una roba completamente fuori di testa. Personalmente, tendo a sposare l'ultimo giudizio, ché la distopia raccontata da Yorgos Lanthimos può tranquillamente battere il cinque alle sue "cugine" più famose, sia in termini di assurdità che in termini di angoscia per lo spettatore. La società descritta nel film prevede, come già accennato nella trama sopra, l'"accoppiamento" coatto, ovvero la totale interdipendenza tra due individui (non necessariamente uomo e donna, anche se le dimostrazioni date sul palco dell'hotel si riferiscono esclusivamente alle coppie eterosessuali) uniti non tanto in base ad interessi comuni e un sentimento costruito nel tempo quanto piuttosto in base a difetti fisici/mentali condivisi. Chi, nel corso della vita, non riesce a trovare un compagno, viene lasciato oppure rimane vedovo, è costretto a passare in un hotel quarantacinque giorni, alla fine dei quali il mancato fidanzamento con un'altra persona porta automaticamente a venire trasformato in un animale a scelta (e meno male, almeno scegliere che bestia essere!!). Se già questa costrizione seguita da una punizione è di per sé terribile e svilisce il sentimento d'amore, ciò che fa ancora più specie è l'idea che i "ribelli", ovvero i cosiddetti solitari che vivono nei boschi per evitare di venire trasformati in animali, rifuggano di conseguenza qualsiasi tipo di interazione sentimentale, infliggendo punizioni corporali terrificanti a chi è tanto "debole" da soccombere ad un sentimento libero e puro. Insomma, nel mondo di The Lobster non esiste libertà e, ancor peggio, non esistono emozioni, buone o cattive che siano, perché tutto viene inghiottito da una coltre di freddo autoritarismo, provocato ovviamente da due diversi tipi di terrore. Queste paure, per inciso, sono le stesse che ritroviamo nella nostra società e che qui vengono portate all'estremo: la paura di rimanere soli, che spesso porta ad unirsi a persone con le quali non si ha nulla a che spartire (e se ci sono problemi, mettiamo al mondo un figlio che li risolve, come ironicamente sottolineato nel film), contro la paura di rimanere "ingabbiati" o di perdere la propria individualità, che porta invece a rifiutare un impegno più "serio" con gli altri.


Riflettendo su questo, The Lobster diventa un film ancora più angosciante, che non offre consolazione alcuna allo spettatore, né prima né durante il finale, di una tristezza invereconda. Il disagio psicologico dato dal film viene ulteriormente accentuato dall'utilizzo di immagini particolarmente crude (cosa che mi porta a sconsigliare The Lobster a chiunque patisca la violenza sugli animali, per quanto off screen, anche perché il risultato della stessa, mi duole dirlo, si vede benissimo) legate a quelli che, in definitiva, non sono altro che omicidi: chi non è in grado di trovare l'anima gemella è costretto a perdere la capacità di provare esperienze "umane", come guardare film o leggere libri, e a diventare predatore quando va bene (a rischio però di finire in gabbia) o preda quando va male, possibile nutrimento di chi cammina ancora a due zampe. L'atmosfera cupa della pellicola viene sottolineata dall'uso di una fotografia scura e di scenografie claustrofobiche, con le vicende ambientate principalmente all'interno dell'hotel e dei boschi che circondano la città, mentre i tempi narrativi vengono dilatati all'infinito, al punto che il film forse funziona più nella prima parte che nella seconda, tirata per le lunghe e meno coerente dal punto di vista della sceneggiatura. Bravissimi gli attori coinvolti, a partire da un imbolsito Colin Farrell che sembra proprio un medioman privo di qualsiasi attrattiva, per arrivare alla bella e freddissima Léa Seydoux, cuore solitario se mai ce n'è stato uno e capace di decretare il destino dei suoi sottoposti con un unico, raggelante sguardo. The Lobster è il primo film di Yorgos Lanthimos che mi capita di vedere e mi è piaciuto molto, al punto che probabilmente ora recupererò altre pellicole del regista, eppure non è un film che mi sento di consigliare a cuor leggero, soprattutto a spettatori "occasionali", in quanto troppo autoriale e, diciamolo senza ipocrisia, deprimente. Detto questo, io al momento sono felicemente fidanzata ma se dovessi ritrovarmi single spero che qualcuno mi trasformi in gatto. O in un bradipo, altro che aragosta.


Di Colin Farrell (David), Olivia Colman (La manager dell'hotel), John C. Reilly (l'uomo con la zeppola), Léa Seydoux (Capo dei solitari), Michael Smiley (Solitario nuotatore), Rachel Weisz (Donna miope) e Ben Whishaw (Uomo zoppo) ho già parlato ai rispettivi link.

Yorgos Lanthimos è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Greco, ha diretto film come Kynodontas e Alps. Anche produttore e attore, ha 44 anni e tre film in uscita.


Se The Lobster vi fosse piaciuto recuperate The Eternal Sunshine of the Spotless Mind (il titolo italiano, lo sapete, non esiste) e Lei. ENJOY!

venerdì 13 gennaio 2017

Sing (2016)

Tra anteprime saltate e date di uscita non rispettate mi ha fatta un po' penare ma finalmente martedì ho visto Sing, diretto nel 2016 dai registi Christophe Lourdelet e Garth Jennings.


Trama: per salvare il suo teatro ormai cadente e sommerso dai debiti, l'impresario Buster Moon decide di indire un concorso canoro aperto a tutti gli abitanti della città. Un errore di stampa richiama più gente del previsto ma anche una montagna di guai...


Tra le (molte) cose che detesto ci sono i film che raccontano di come giovanotti/e di belle speranze riescano a diventare tra mille traversie delle star del mondo dello spettacolo e, neanche a dirlo, i reality show a tema musicale. I primi li detesto perché sono quanto di più fasullo e banale esista al mondo (solo Chazelle col suo Whiplash è riuscito a conquistarmi, vedremo se riuscirà anche con La La Land!), popolati da personaggi bellocci ma insipidi che, solitamente, sfondano profondendosi in balli e canzoni di dubbio gusto bimbominkiesco che già da soli basterebbero ad uccidermi; i secondi li odio perché fondati sul concetto di "giuria popolare" che di musica non capisce mediamente una mazza e vota in base a simpatie che nulla hanno a che vedere con l'effettiva qualità del cantante in gara, spesso influenzata da giudici che già non si possono definire cantanti, figurarsi esperti di musica. Soprattutto, di entrambi i generi detesto la serietà tipica di chi se la crede tantissimo ed è per questo che, invece, ho adorato Sing, film d'animazione che racchiude in sé la storia di persone che diventano famose unita al concetto "appassionati allo sbaraglio" tipico del reality odierno, arrivando a ricordarmi i bei tempi nostalgici de La corrida, con un koala pasticcione e sognatore al posto di Corrado. La trama di Sing è un pretesto per regalare allo spettatore quasi due ore di scoppiettanti numeri musicali che accompagnano le storie di "ordinaria" quotidianità di personaggi che sentono di poter dare qualcosa in più: accanto a due animali da palcoscenico come il maiale Gunther e il topo Mike ci sono infatti Rosita, casalinga frustrata, la timida Meena, dotata di una voce splendida ma impossibilitata ad esibirsi davanti ad altri, il giovane Johnny, che il padre vorrebbe instradare in una vita criminale, e la ribelle Ash, reduce da una relazione finita male. Ad unirli tutti assieme sotto lo stesso tetto ci pensa Buster, impresario teatrale in pesante odore di fallimento che non è riuscito a tenere in piedi il teatro regalatogli dal padre nonostante l'indubbio entusiasmo e l'amore per il mondo dello spettacolo; tornando al tema reality, i tempi purtroppo cambiano e Buster non è riuscito a cogliere il mutamento dei gusti del pubblico, che al giorno d'oggi vuole le canzonette, lo scontro sul palco e la possibilità di sognare in grande piuttosto che l'aulica bellezza di un'opera o l'aura da gran diva di una primadonna come la pecora Nana.


E così, partendo da questa trama simpatica ma esile, dove persino il messaggio di fondo un po' si perde (bisogna sempre inseguire i propri sogni e fare quello che si ama per riuscire al meglio, va bene, ma non per tutti nella realtà è così quindi la cosa mi pare un po' superficiale: come giustamente ha detto Toto alla fine "Sì ma Buster rimarrà sempre e comunque un impresario incompetente!"), quello che veramente rimane di Sing sono i numeri musicali, a dir poco esilaranti. La colonna sonora comprende la bellezza di ottantacinque canzoni, che spaziano dagli anni '40 ad oggi, più arie di musica classica, brani di colonne sonore e ovviamente pezzi scritti apposta per il film (peraltro molto gradevoli, soprattutto Set it All Free e l'immancabile Faith, che fanno sentire alla radio tutti i giorni), rendendo così Sing una full immersion musicale modellata alla perfezione su ogni personaggio e situazione rappresentata, al punto che persino chi non sopporta i musicarelli non potrà fare a meno di cantare e ballare sulla poltrona del cinema. Per non fare spoiler, non sto ad elencare i numeri e le canzoni che mi sono piaciute di più, anche perché altrimenti scriverei un post chilometrico, dico solo che la palma del miglior personaggio va al già citato Gunther e alla vecchia iguana Miss Crowley, un trionfo di senilità ambulante, ma il gruppetto che meriterebbe uno spin-off o che, perlomeno, avrebbe meritato una scena post credit (che non c'è, alzatevi pure appena i calamari finiscono di cantare Faith) è quello delle tenerissime pandine rosse giapponesi che si infervorano sulle note di Kira Kira Killer, cantata dall'immancabile Kyary Pamyu Pamyu. Un plauso ai responsabili del doppiaggio italiano che, per una volta, non hanno italianizzato nessuna delle canzoni presenti e, soprattutto, non sono ricorsi ad eventuali cantantucoli figli di qualche reality ma hanno scelto di lasciare intatte le performance dei doppiatori originali: Seth MacFarlane è giustamente famoso per la sua imitazione di Sinatra e sarebbe stato un peccato non poterlo ascoltare mentre Scarlett Johansson, Taron Egerton e Tori Kelly hanno delle voci talmente belle e adatte allo stile dei loro personaggi che sostituirle sarebbe stato un delitto. Insomma, Sing è il film ideale per passare una serata in allegria e credetemi quando vi dico che, usciti dalla sala, vi verrà una voglia di cantare inaudita!


Di Matthew McConaughey (voce originale di Buster Moon), Reese Witherspoon (Rosita), Seth MacFarlane (Mike), Scarlett Johansson (Ash) e John C. Reilly (Eddie) ho già parlato ai rispettivi link.

Christophe Lourdelet è il co-regista della pellicola, al suo primo lungometraggio. Francese, è conosciuto principalmente come animatore e, per quanto sia assurdo, non riesco a trovare foto di costui.
Garth Jennings è il co-regista e sceneggiatore della pellicola, inoltre doppia la folle Miss Crawley. Inglese, ha diretto film come Guida galattica per autostoppisti e Son of Rambow. Anche attore, ha 45 anni.


Taron Egerton è la voce originale di Johnny. Inglese, ha partecipato a film come Kingsman: Secret Service e Legend. Ha 28 anni e tre film in uscita tra cui Kingsman: The Golden Circle.


Peter Serafinowicz è la voce originale del padre di Johnny. Inglese, lo ricordo per film come Star Wars: Episodio I - La minaccia fantasma, Shaun of the Dead, Grindhouse, The World's End e Guardiani della Galassia; come doppiatore, ha partecipato a serie quali American Dad!, Adventure Time e South Park. Anche sceneggiatore, produttore e compositore, ha 45 anni e tre film in uscita tra i quali il seguito di John Wick.


L'elefantina Meena è doppiata in originale da Tori Kelly, cantante americana di cui, sinceramente, non avevo mai sentito parlare e pare che nel cast di voci ci siano anche Wes Anderson, Chris Renaud ed Edgar Wright. Se Sing vi fosse piaciuto recuperate Pets - Vita da animali e Zootropolis. ENJOY!

venerdì 8 aprile 2016

9 (2009)

In questi giorni mi è capitato di recuperare il delizioso 9, diretto e co-sceneggiato nel 2009 dal regista Shane Acker.


Trama: in una Terra devastata da una guerra tra macchine ed esseri umani che ha portato all'avvelenamento dell'aria, il piccolo robottino 9 si risveglia e trova un misterioso oggetto bramato proprio dalle macchine "sopravvissute"...



Chissà perché nel 2009 non ero riuscita ad andare a vedere 9. Probabilmente perché qui non sarà uscito, come al solito. Peccato, soprattutto perché non mi è parso di sentirlo nominare tanto quanto altri cartoni animati moderni, nonostante meriti almeno una visione e nonostante due grandi nomi impegnati come produttori, ovvero Tim Burton e Timur Bekmambetov. Ambientato in un futuro post-apocalittico, dove a fatica si riconosce nel paesaggio una Parigi distrutta, 9 è un piccolo lungometraggio che racconta di come l'umanità, dopo essersi completamente affidata alle macchine e ad un governo globale di stampo nazista, è riuscita a soccombere sotto gli attacchi di quelle stesse macchine, che hanno inquinato l'aria al punto da impedire la nascita di qualsiasi forma di vita sulla terra. In questo ambiente sterile e malsano, si aggirano dei misteriosi robottini dalle vaghe sembianze antropomorfe, una comunità di "giocattolini" costretti a loro volta a fuggire dalla "Bestia", ovvero ciò che resta delle terribili macchine che hanno spazzato via gli esseri umani; diverso tra i diversi, appena nato quindi inconsapevole del mondo che lo circonda, è il protagonista della pellicola, 9, che un giorno si attiva ritrovandosi tra le mani un oggetto misterioso capace di riunire in sé tecnologia e magia. Alle ovvie difficoltà pratiche che il protagonista dovrà affrontare per compiere il destino riservatogli dal suo creatore, si aggiunge anche la naturale diffidenza di una comunità chiusa e superstiziosa, che ha fatto della sopravvivenza e del disinteresse la sua ragione di vita: i robottini che vanno dall'1 all'8, ognuno caratterizzato non solo per quel che riguarda la personalità ma anche nei materiali "di riciclo" che lo compongono, si relazionano con 9 in maniera differente, alcuni come se avessero ritrovato un pezzo di comunità perduto da lungo tempo, altri come una minaccia portatrice di innumerevoli catastrofi. La verità, ovviamente, sta nel mezzo e 9 non è un film allegro o dotato di un happy ending gioioso, ma celebra comunque il coraggio di chi si batte per il cambiamento e, conseguentemente, per la vita, veicolando un messaggio positivo sempre più necessario in questi tempi.


Per quel che riguarda la realizzazione, 9 potrebbe probabilmente risultare confuso e anche un po' pauroso per dei bambini. I piccoli protagonisti, come ho avuto modo di dire, sono carini e molto ben curati nel loro aspetto fisico, pieni di dettagli caratteristici capaci di differenziarli l'uno dall'altro ma le "bestie", soprattutto quella capace di ipnotizzare e bloccare le altre macchine, sono una più inquietante dell'altra, un concentrato di elementi horror/steampunk che sarebbero perfetti all'interno di un film di fantascienza. 9 ad un certo punto vira più sull'action, allontanandosi dalla delicata e Burtoniana poesia con la quale sono stati realizzati in CGI i primi attimi di vita del protagonista per concentrarsi sull'altra metà della sua "anima", quella più zamarra di Timur Bekmambetov, fatta di scontri all'ultimo ingranaggio tra i robottini e le bestie; l'animazione è spettacolare e ogni scontro viene reso benissimo ma purtroppo ne risente il design della Bestia principale, il cui unico elemento ben riconoscibile è un terrificante occhio rosso, a mo' di Grande Fratello orwelliano, probabilmente a simboleggiare la caotica violenza di un mondo distrutto da macchine impersonali. La poesia torna a farla da padrone sul finale, che di nuovo si riempie di immagini assai poetiche mentre il ritmo dell'azione giustamente cala, lasciando lo spettatore a riscoprirsi più legato di quanto si aspettasse a queste buffe creaturine e forse un po' deluso per una storia che lascia moltissimi punti irrisolti e a tratti si perde in un bailamme di idee interessanti ma contrastanti. Forse dovrei rivedere 9 un'altra volta per poterlo apprezzare nella sua interezza e dare un giudizio definitivo ma già posso affermare senza tema che è comunque un film carinissimo, per quanto magari non adatto ai bimbi troppo piccoli. Genitori, siete avvisati, rischiate che i pargoli facciano gli incubi la notte e si sveglino urlando di macchine che vogliono mangiarli!


Di Christopher Plummer (#1), Martin Landau (#2), John C. Reilly (#5), Crispin Glover (#6), Jennifer Connelly (#7) ed Elijah Wood (#9) ho parlato ai rispettivi link.

Shane Acker è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, al momento il primo ed unico lungometraggio da lui diretto. Americano, anche tecnico degli effetti speciali, animatore e produttore, ha 45 anni.


9 è nato come un corto animato, che nel 2009 era stato persino nominato all'Oscar, pur non avendo vinto; se il film vi fosse piaciuto recuperatelo e aggiungete Coraline e la porta magica. ENJOY!

venerdì 22 maggio 2015

Il racconto dei racconti (2015)

Approfittando dell'insperata fortuna di trovarmi davanti una settimana ricca per quel che riguarda la programmazione cinematografica savonese, martedì sono andata a vedere Il racconto dei racconti, diretto e co-sceneggiato dal regista Matteo Garrone partendo da tre novelle contenute nell'opera omonima di Giambattista Basile.


Trama: in tre diversi regni vicini, una regina desidera ardentemente rimanere incinta, una principessa viene data in sposa ad un orco e un re si innamora perdutamente di una vecchia, ingannato dalla sua splendida voce..


In questi giorni il Cinema mi sta davvero regalando delle gioie. Prima c'è stato il trionfo di Mad Max: Fury Road, ora lo splendore visivo di questo Il racconto dei racconti, un film talmente bello da non sembrare nemmeno italiano. E invece, per fortuna, a parte gli attori principali (e la splendida fotografia di Peter Suschitzky) con l'ultima pellicola di Garrone si gioca interamente in casa e finalmente possiamo vantarci di quella Bella Italia che dovrebbe essere il nostro fiore all'occhiello nonché il nostro schiaffo morale agli occhi del mondo intero: i personaggi da fiaba de Il racconto dei racconti vivono, soffrono e soprattutto sbagliano nelle magnifiche stanze del Castello di Sammezzano, nel verde del bosco monumentale di Sasseto, tra le mura del Castello di Donnafugata, sulle rocce mozzafiato dove s'arrocca il Castello di Roccascalegna, nelle acque misteriose delle Gole dell'Alcantara, tra le strettissime pareti di roccia di Sovana e Sorano, solo per citare i luoghi che mi sono rimasti più impressi. I re e le principesse che rivivono sul grande schermo indossano abiti sfarzosi, talmente ricchi da lasciare senza parole, e interagiscono con creature fuori dall'immaginazione, le più belle che abbia mai visto in un film italiano: il mostro che sul finale attacca gli albini Eliah e Jonas è un incubo degno di Guillermo Del Toro e il drago che si vede all'inizio è molto, molto più realistico e delicato di quanto potrà mai essere lo Smaug della WETA, per non parlare della raccapricciante pulce formato famiglia del Re di Altomonte, talmente ben fatta da indurre a temere che possa uscire dallo schermo da un momento all'altro. Tutto questo orgoglioso sfoggio di artigianalità italiana viene amalgamato dalla sapiente regia di Garrone, che smussa alcuni difetti e lungaggini insite nella trama regalandoci immagini da imprimere nella mente per non scordarle mai più, in un continuo alternarsi di poesia e trivio, di allegra luce e triste oscurità, di commozione e risate, mentre l'evocativa colonna sonora di Alexandre Desplat culla l'orecchio dello spettatore trasportandolo inconsapevole all'interno di questo mondo che affonda le radici in un passato mai esistito e allo stesso tempo terribilmente familiare.


Avrete notato che, a differenza degli altri post, ho cominciato a parlare de Il racconto dei racconti partendo dalla tecnica mirabolante con cui è stato confezionato. Questo perché, onestamente, mi hanno catturata più le immagini del contenuto ma anche i tre racconti scelti non mi hanno lasciata indifferente, anzi. Finalmente, qualcuno ha avuto le palle di voltare le spalle alla "lezione Disney" e di proporre al pubblico delle fiabe senza snaturarle, lasciando intatta la loro ingenuità e soprattutto la loro terrificante crudeltà. Genitori alla lettura, non azzardatevi a portare i bambini a vedere Il racconto dei racconti: al di là di alcune immagini che ho trovato paurose persino io e di qualche nudo frontal-posteriore (sia benedetto Vincent Cassel e la sua chiappa d'oro) le tre storie selezionate dal cosiddetto "Pentamerone" sono angoscianti perché gettano in faccia allo spettatore tutta la pochezza della razza umana senza alcuna morale di fondo, lasciando i personaggi a subire un triste o mortale destino a causa dell'egoismo e dell'avidità di chi dovrebbe proteggerli e amarli. La regina che non può avere figli e la vecchia Dora sarebbero dei personaggi verso i quali provare pietà ma i loro desideri sono talmente violenti (come giustamente dice l'evocativo Necromante di Franco Pistoni) e loro talmente prive di scrupoli nel tentare di realizzarli che automaticamente la pietà si trasforma in repulsione, soprattutto quando la loro arroganza arriva a danneggiare i più deboli. La regina di Salma Hayek e la vecchia Dora sono due protagoniste complesse e sono in grado di suscitare sentimenti ambivalenti ma la storia che più mi ha toccata nel profondo, facendomi uscire dal cinema con un magone devastante, è quella che racconta di come il Re di Altomonte abbia dato in sposa la figlia Viola ad un orco, un racconto in cui la stupida freddezza di un solo uomo (che preferisce dare attenzioni ad una pulce piuttosto che alla figlia) causa l'infelicità e la morte anche di chi, pur essendo normalmente additato come "malvagio", non avrebbe sicuramente meritato una simile sorte. E qui mi fermo, altrimenti rischio di incappare nei tanto odiati spoiler. Voi invece non lasciatevi scoraggiare da eventuali recensioni tiepide e andate a vedere questo trionfo di fantasia e fiaba tutto italiano: vi assicuro che nessun blockbuster fantasy d'oltreoceano vi lascerà in bocca lo stesso gusto dolceamaro e nostalgico de Il racconto dei racconti!


Di Salma Hayek (Regina di Selvascura), Vincent Cassel (Re di Roccaforte), Toby Jones (Re di Altomonte) e John C. Reilly (Re di Selvascura) ho già parlato ai rispettivi link.

Matteo Garrone è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Originario di Roma, ha diretto film come L'imbalsamatore, Gomorra e Reality. Anche produttore e attore, ha 47 anni.


Shirley Henderson interpreta Imma. Scozzese, ha partecipato a film come Rob Roy, Trainspotting, Il diario di Bridget Jones, Harry Potter e la camera dei segreti, Che pasticcio Bridget Jones!, Harry Potter e il calice di fuoco, Marie Antoinette, Lo schiaccianoci 3D, Anna Karenina e a serie come Doctor Who. Ha 50 anni e un film in uscita.


Alba Rohrwacher interpreta la padrona del circo. Originaria di Firenze, ha partecipato a film come Melissa P., Mio fratello è figlio unico, Caos calmo, La solitudine dei numeri primi, Bella addormentata e Hungry Hearts. Ha 36 anni e tre film in uscita.


Massimo Ceccherini interpreta il padrone del circo. Originario di Firenze, lo ricordo per film come S.P.Q.R. 2000 e 1/2 anni fa, Cari fottutissimi amici, I laureati, Il ciclone, Fuochi d'artificio, Viola bacia tutti, Lucignolo e Faccia di Picasso. Anche regista e sceneggiatore, ha 50 anni.


Stacy Martin, che interpreta la giovane Dora, era la giovane Joe in Nymphomaniac mentre il Necromante altri non è che il meraviglioso Iettatore di Avanti un altro, alias Franco Pistoni. ENJOY!

Qui trovate la recensione di Lucia e quella de I 400 calci, con le quali mi trovo assolutamente d'accordo!

mercoledì 26 novembre 2014

No More Excuses! (A Week Without Violence) - L'ultima eclissi (1995)


Ieri è stata la giornata internazionale della violenza contro le donne e noi blogger (spinti dall'idea e l'entusiasmo di Alessandra) abbiamo deciso che un giorno era un po' poco per risvegliare le coscienze e sensibilizzare i nostri lettori su questo argomento così delicato. Abbiamo quindi scelto di organizzare una rassegna (dal 25 al 30 novembre) in cui "bandire", per una volta, le frivolezze e dedicarci ad una serie di pellicole che trattassero il tema della violenza contro le donne, in ogni sua declinazione; a me è venuto in mente di riguardare L'ultima eclissi (Dolores Claiborne), diretto nel 1995 dal regista Taylor Hackford e tratto dal romanzo Dolores Claiborne di Stephen King.


Trama: Dolores Claiborne, donna dura e segnata dalla vita, già sospettata di avere ucciso il marito molti anni prima, viene accusata dell'omicidio dell'anziana e malata datrice di lavoro. La figlia Selina torna quindi dopo anni al suo paese natale per stare accanto alla madre ma il rapporto tra le due è rovinato dai troppi fantasmi del passato...


Da dove nasce la violenza verso le donne e perché? E' una domanda che mi sono posta spesso guardando L'ultima eclissi in occasione di questa "celebrazione", provando a rivedere questo film da un punto di vista diverso, centrato non già sulla giusta vendetta di Dolores ma sull'atteggiamento dei tre uomini (facciamo quattro) che interagiscono con le protagoniste della vicenda, ovvero il marito ubriacone di Dolores, il detective Mackey e il capo di Selina, ai quali aggiungo anche l'orribile banchiere a cui si rivolge Dolores, che nonostante la donna abbia un conto a suo nome consente al marito di farci quel che vuole senza dir nulla a lei in quanto "donna", quindi automaticamente incapace a gestire denaro e libretti bancari. Non avendo mai letto il libro (scusa, Stephen), sono stata necessariamente costretta a partire dal modo in cui vengono mostrati nel corso del film questi uomini durante il loro approcciarsi verso le donne e ho evinto che il comun denominatore nei dialoghi e negli atteggiamenti di questi personaggi, quello che scatena la violenza, sia fisica, psicologica o verbale, è sempre una profonda PAURA. La paura di venir privati del loro ruolo di maschio alfa nel momento in cui sono costretti ad affrontare donne forti e determinate, consapevoli dei loro diritti naturali e pronte a fare di tutto, giustamente, per mantenerli perché "a volte a una donna non rimane altro che fare la stronza". Dolores Claiborne è stata costretta a "fare la stronza" con un marito debole e codardo, che probabilmente l'ha sposata, nonostante passi il tempo ad insultarla per il suo aspetto fisico, proprio perché "brutta" e di conseguenza meno intimidatoria. Dolores è paziente ma non è una che accetta passivamente di venire picchiata, anzi; al primo accenno di violenza fisica il marito viene messo debitamente a posto ed è solo per la piccola Selina che la donna accetta una tregua, almeno finché le mire di lui non cominciano a rivolgersi verso l'unico essere debole rimasto in famiglia, la figlia. Liquidato il marito, arriva il detective Mackey che, a differenza dei compaesani di Dolores, non crede (o meglio, non accetta) che la donna possa essere innocente e che l'uomo sia morto per un semplice incidente, arrivando così a mettere da parte ogni imparzialità professionale e a trasformare una povera vittima in un mostro, una balena bianca da combattere senza pietà per mantenere intatto il record dei casi risolti.


Alla vicenda umana di Dolores si accompagna quella di Selina che, a differenza della madre, ha subito abusi fin da ragazzina, quando il padre ha cominciato a cercare in lei quello che non sarebbe riuscito a trovare assieme ad una moglie che lo odiava, ricambiata. A differenza di Dolores, che ha preso di petto la situazione e l'ha affrontata per amore della figlia, Selina è fuggita, fisicamente e mentalmente, dimenticando tutto ciò che era successo col padre e diventando una donna di successo che usa l'aggressività per sopperire ad un fragilissimo equilibrio psichico e che, di conseguenza, alla prima occasione viene "scaricata" dal suo capo redattore e amante in favore di un'altra collega più giovane e arrendevole. Voi direte, se Dolores è diventata un'assassina per Selina, le due donne saranno unite come non mai, giusto? Sbagliato, perché la paura e la violenza si autoalimentano, creano altri mostri, spezzano cuori e menti, lasciando così ogni donna sola davanti all'orrore perché troppo spesso certi abusi sono talmente innominabili e assurdi che si prova vergogna solo a parlarne, per timore di non venire creduti o, peggio, giudicati. Quindi si comincia a fare rinunce: si rinuncia ai legami familiari, alle amicizie, alla felicità, fino ad arrivare quasi a perdere la stessa umanità. E' quello che è successo a Vera, insopportabile megera per la quale Dolores è costretta a far da serva, che per sfuggire ad un matrimonio infelice si rifugia nei soldi e nei capricci da riccona, cercando di rendere la vita degli altri altrettanto infernale perché, si sa, mal comune mezzo gaudio. Vera è il personaggio da cui mai ci si aspetterebbe aiuto, tantomeno uno sprazzo di comprensione, invece con Dolores scatta una sorta di empatia, l'unione di forze tra due donne segnate dalla vita e costrette a disumanizzarsi per sopravvivere a due tipi di violenza, diversi ma ugualmente degradanti. Bastano pochi sguardi, pochissime parole, e la vita di Dolores cambia, cambia il rapporto tra lei e Vera, le due donne diventano i reciproci bastoni della vecchiaia fino alla fine, a dispetto di apparenze e convenzioni. E così anche L'ultima eclissi ci insegna che non esistono scuse, non devono esistere motivi per nascondere la testa sotto la sabbia ed ignorare le violenze, di qualsiasi genere siano. Non è necessario gridare, basta "solo" parlarne perché è vero che a volte a una donna non rimane altro che fare la stronza... ma perché costringerci ad arrivare a tanto e continuare ad alimentare una spirale fatta di sofferenza, dolore e solitudine? Ah sì, poi il film è bellissimo, ovviamente... ma chevvelodicoaffare?


Le recensioni per la settimana contro la violenza non finiscono qui! Ecco un meraviglioso banner dove troverete l'elenco dei blog che partecipano all'iniziativa e i rispettivi film. ENJOY!

mercoledì 29 ottobre 2014

Guardiani della Galassia (2014)

In Italia abbiamo dovuto aspettarlo per mesi, io ho dovuto attendere un paio di giorni in più ma finalmente posso dire la mia sull'ultimo film Marvel, Guardiani della galassia (Guardians of the Galaxy), diretto e co-sceneggiato dal regista James Gunn.


Trama: il mercenario e ladro Peter Quill, detto Starlord, ruba un potentissimo artefatto senza conoscerne il vero valore e senza sapere che il malvagio alieno Ronan progetta di utilizzarlo per distruggere un intero pianeta. Sulle tracce di Starlord si mettono quindi Gamora, ex alleata di Ronan, i due mercenari Rocket e Groot e il taurino Drax, che vuole vendicarsi di Ronan...


Guardiani della Galassia è stato davvero una bella sorpresa. Chi s'immaginava che, con un cast di personaggi praticamente sconosciuti sia al grande pubblico che a molti lettori di comics (me compresa) la Marvel riuscisse a tirare fuori un film in grado di coniugare divertimento, un pizzico di epicità, grandi effetti speciali e persino qualche lacrima? Sicuramente non io, che sono andata a vederlo giusto per il trailer che utilizzava le note di Hooked on a Feeling e schiaffava in bella vista il musetto incazzoso di un procione armato di fucile ma sotto sotto sposavo lo scetticismo Ortolaniano e temevo una gigantesca e pacchiana belinata. E invece, nonostante Guardiani della Galassia non sia l'erede di Star Wars come molti critici tendono a spacciarlo, mi sono divertita un sacco e mi sono anche affezionata ad un paio di personaggi, nella fattispecie il procione Rocket e soprattutto il dolcissimo alberone Groot, un essere talmente magico ed espressivo che gli Ent di Peter Jackson sono stati costretti a chinare il capo e ammettere la sconfitta. Non è tutto oro quello che luccica, ci mancherebbe, soprattutto a livello di trama: il film è un po' troppo lungo e la durata si sente, soprattutto perché manca un villain degno di questo nome, in grado impedire allo spettatore una visione tranquilla (Ronan sarà anche pazzo ma, diciamocelo, ha il carisma di una patata, meglio Thanos che si vede poco ma ti fulmina con uno sguardo), poi molte cose vengono date per scontate, tanto che il mio compagno di visione dopo dieci minuti mi ha sussurrato un costernato "Non ci sto capendo niente!", ma piano piano la matassa si dipana. Anche se sicuramente Gunn poteva osare di più a livello di trash ed umorismo corrosivo, il film prosegue abbastanza scorrevole tra un'esplosione, una mossa di wrestling e una fuga mirabolante, in mezzo alle quali la Disney riesce persino ad infilarci un positivo elogio dell'amicizia e della famiglia e, soprattutto, le risate e le gioie cinefil-nerd (Footloose è una continua fonte d'ispirazione!) si sprecano.


Non ho visto Guardiani della Galassia in 3D ma per quel che mi riguarda gli effetti speciali in generale e in particolare la computer graphic che anima i personaggi sono di prim'ordine; la barriera delle navicelle di Nova Prime è impressionante mentre Rocket (tutto pelosino e giustamente incazzoso!) e Groot (a cui basta uno sguardo per esprimere molte più emozioni degli attori in carne ed ossa) sembrano veri, tanto da surclassare buona parte del cast. Se Bautista, infatti, è perfetto quanto Michael Rooker per il ruolo, rispettivamente, di gigante buono e carogna intergalattica, i due protagonisti Pratt e Saldana non brillano né per carisma né per espressività mentre la marea di guest star eccellenti (Glenn Close e Benicio Del Toro su tutti) risultano abbastanza sacrificate. Tutto questo renderebbe Guardiani della Galassia un film carino, divertente e nulla più ma per fortuna ci sono la colonna sonora e un sacco di citazioni anni '80 ad alzarne il livello qualitativo; per buona parte della pellicola, infatti, si canticchia e si balla sulla poltrona grazie all'inseparabile Awesome Mix Vol.1 di Quill, mentre una lacrima nostalgica scende furtiva ad annebbiare la vista, soprattutto quando un certo personaggio si scatena sulle note di I Want You Back dei Jackson Five. A proposito di personaggi, OVVIAMENTE, non lasciate la sala prima della fine dei titoli di coda e preparatevi ad un'ovazione di livello "Chuck Norris che compare ne I Mercenari", magari incrociando le dita perché QUELL'altro personaggio possa venire recuperato nel prossimo, delirante film Marvel. Per concludere, Guardiani della Galassia è un ottimo antipasto per quello che sarà il filmone dell'anno prossimo, The Avengers: Age of Ultron, e se la Marvel sarà abbastanza furba da lasciare le redini di un eventuale sequel a giovani autori del calibro di James Gunn (magari con un po' più di libertà creativa, meno vincolati alle direttive della Casa del Topo)  potrebbe anche uscire un capolavoro. Io, di sicuro, se ci saranno di nuovo Groot e Rocket mi fionderò a vederlo!


Del regista e co-sceneggiatore James Gunn, che compare nei panni di un Sakaaran, ho già parlato QUI. Chris Pratt (Peter Quill), Zoe Saldana (Gamora), Bradley Cooper (doppiatore originale di Rocket), Michael Rooker (Yondu Udonta), John C. Reilly (Dey), Glenn Close (Nova Prime), Benicio Del Toro (il Collezionista), Gregg Henry (il nonno di Quill), Josh Brolin (non compare nei credits ma è lui Thanos), Rob Zombie (anche lui non accreditato, doppia in originale il navigatore dei Ravager), Seth Green (sempre non accreditato, è la voce originale di QUEL personaggio che compare dopo i titoli di coda) e Nathan Fillion (l'alieno che Groot prende per il naso) li trovate ai rispettivi link.

Dave Bautista (vero nome David Michael Bautista Jr.) interpreta Drax. Americano, famoso principalmente come wrestler, ha partecipato a film come Il re scorpione 3 - La battaglia finale, L'uomo con i pugni di ferro e Riddick. Ha 45 anni e tre film in uscita.


Vin Diesel (vero nome Mark Sinclair Vincent) è il doppiatore originale di Groot. Americano, lo ricordo per film come Salvate il soldato Ryan, Pitch Black, Fast and Furious, Compagnie pericolose, xXx, The Chronicles of Riddick, Fast & Furious - Solo parti originali, Fast & Furious 5, Fast & Furious 6 e Riddick, inoltre aveva già lavorato come doppiatore per Il gigante di ferro. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 47 anni e tre film in uscita.


Lee Pace interpreta Ronan. Americano, ha partecipato a film come Lincoln, Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato e Lo Hobbit - La maledizione di Smaug. Ha 35 anni e tre film in uscita tra cui l'imminente Lo Hobbit - La battaglia delle cinque armate, in cui interpreta Thranduil.


Karen Gillan interpreta Nebula. Scozzese, ha partecipato a film come Oculus - Il riflesso del male e a serie come Doctor Who. Ha 27 anni e tre film in uscita.


Djimon Hounsou interpreta Korath. Originario del Benin, ha partecipato a film come Stargate, Il gladiatore, In America, Blueberry, Constantine, Blood Diamonds e a serie come Beverly Hills 90210, E.R. Medici in prima linea e Alias. Anche produttore, ha 50 anni e sette film in uscita tra cui l'ennesima versione di Tarzan.


L'elenco di guest star presenti in Guardiani della Galassia è praticamente infinito: Laura Haddock, che interpreta la madre di Starlord, era comparsa brevemente anche in Capitan America - Il primo Vendicatore, l'onnipresente Stan Lee è il vecchiaccio laido che Rocket spia in compagnia di una donzella aliena, Peter Serafinowicz, ovvero l'odioso Pete di Shaun of the Dead, interpreta Saal, Sean Gunn, fratello del regista James, veste i panni di Kraglin e, soprattutto, è stato il modello per la motion capture con cui è stato realizzato Rocket, Alexis Denisof torna dopo The Avengers come servo di Thanos mentre il fondatore della Troma Lloyd Kaufman lo potete vedere tra i carcerati all'interno della prigione. Anche Robert Downey Jr. avrebbe dovuto comparire brevemente nei panni di Iron Man se nel frattempo non avesse annunciato che non avrebbe mai più ripreso il ruolo; fortunatamente, Robertino ci ha ripensato e nei prossimi anni lo vedremo ancora come Tony Stark! Tra i cambiamenti all'interno del cast invece c'è da dire che Djimon Hounsou si era offerto per il ruolo di Drax e Lee Pace per quello di Quill ma entrambi sono poi finiti ad ingrossare le fila dei cattivi. Per finire, se Guardiani della Galassia vi fosse piaciuto preparatevi perché nel 2017 dovrebbe uscire il seguito, nel frattempo però recuperate tutti i film Marvel usciti finora: Iron Man, L'incredibile Hulk, Iron Man 2, Thor, Captain America - Il primo vendicatore, The Avengers, Iron Man 3, Thor: The Dark World, Captain America: The Winter Soldier! ENJOY!


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