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venerdì 10 marzo 2023

Empire of Light (2022)

E' arrivato finalmente al cinema anche Empire of Light, diretto e sceneggiato dal regista Sam Mendes e candidato a un Oscar per la Fotografia.


Trama: in una cittadina balneare inglese di inizio anni '80 si intrecciano i destini dei dipendenti del cinema Empire, tra amori, amicizie, malattie e terribili cambiamenti sociali...


Aspettavo di vedere Empire of Light da quando ho dovuto saltare il TFF di quest'anno, dov'è stato proiettato in anteprima. Purtroppo, ho dovuto accontentarmi di un'occasione molto meno magica, ma l'importante, prima o poi, è riuscire, anche se questa volta Mendes non mi ha conquistata come avrei voluto. Empire of Light racconta la storia di Hilary, dipendente di un enorme cinema (in buona parte in disuso) in una cittadina balneare inglese che, più che vivere, sopravvive soverchiata dalla monotonia di un'esistenza fatta solo di lavoro, solitudine intervallata da insoddisfacenti rapporti sessuali col boss e visite mediche. La vita di Hilary prende una svolta inattesa quando il giovane Stephen, ragazzo di colore che non riesce ad entrare al college, viene assunto al cinema Empire; tra i due nasce un'attrazione reciproca che sfocia in una relazione clandestina, resa difficile non solo dal clima razziale sempre più teso all'interno dell'Inghilterra thatcheriana, ma anche dall'enorme segreto che nasconde Hilary, una donna più fragile di quanto sembri. La fragilità di Hilary viene rispecchiata dalla natura decadente dell'Empire, un rifugio per anime solitarie che diventa una sorta di micromondo per i dipendenti che ci lavorano, il baluardo non solo di tempi più felici e gloriosi, ma anche un mezzo per fuggire da una realtà deprimente che schiaccia i sogni delle persone in modi più o meno violenti. Hilary, dal canto suo, vive l'Empire come un'oasi di normalità, ma rifiuta di entrare in una sala che ritiene riservata agli spettatori paganti, come se il solo pensiero di sedersi e rilassarsi fosse qualcosa che a lei non sarà mai concesso, l'ennesimo "muro" pronto a separarla dal resto del mondo. Il legame tra Hilary e Stephen, per quanto non facile, serve ad entrambi per guardare oltre le loro paure e i loro limiti, li porta a conoscere realtà appena fuori dalla loro portata, ma nonostante questo la sceneggiatura di Empire of Light è il punto debole di un film che vuole mettere tantissima carne al fuoco e lo fa con un po' di superficialità, come se Mendes fosse semplicemente interessato a spuntare tante tacche di una lista comprendente ciò che va di moda di questi tempi: questioni razziali, emancipazione femminile, omaggi al Cinema, revival anni '80, impastati in un modo che non rende giustizia a nessuno di questi temi.


Fortunatamente, a livello di regia, fotografia e attori non c'è invece nulla di superficiale. Ogni singolo frame di Empire of Light è un piccolo capolavoro, una gioia per gli occhi impreziosita dal gusto per le luci, le ombre e i colori caldi di un Roger Deakins giustamente candidato all'Oscar; il desiderio di poter andare tutti i giorni all'Empire, di poter godere della bellezza delle sue sale in disuso dalle quali si vede l'Oceano, di poter penetrare nel sancta sanctorum di Norman e spiare, non vista, gli spettatori ai quali viene regalata la più grande delle magie, sono riusciti a farmi battere il cuore più della vicenda dei due protagonisti e, sicuramente, alcune delle immagini del film mi rimarranno impresse a lungo. Per quanto riguarda gli attori, la Colman si riconferma un mostro di bravura perfettamente a suo agio nei panni di personaggi complessi, sempre sul filo della depressione ma pronti a mostrare una grinta e una decisione insospettabili, e il giovane Micheal Ward (attore giamaicano che non conoscevo assolutamente) riesce a tenerle testa con un'interpretazione misurata e piacevole; tra i due si crea un'alchimia ottima, nonostante la differenza di età, che rende plausibile ed adorabile una coppia che, sulla carta, rischiava di risultare improbabile. Per quanto mi riguarda, però, nonostante la loro presenza sullo schermo avesse un minutaggio inferiore, il cuore è volato a Toby Jones e Tom Brooke, i due colleghi che chiunque meriterebbe di avere nella vita, riservati ma dolci e sempre pronti a dare ottimi consigli, due personaggi che fanno perdonare qualunque ingenuità a livello di sceneggiatura. Quindi sì, nonostante non mi abbia soddisfatta al 100%, consiglio la visione di Empire of Light, possibilmente al cinema, su uno schermo enorme che renda giustizia allo splendido lavoro di Deakins. Non ve ne pentirete!


Del regista e sceneggiatore Sam Mendes ho già parlato QUI. Olivia Colman (Hilary), Colin Firth (Donald Ellis) e Toby Jones (Norman) li trovate invece ai rispettivi link.

Tom Brooke interpreta Neil. Inglese, lo ricordo per film come I Love Radio Rock, Morto Stalin se ne fa un altro e serie quali Il trono di spade, Sherlock e Preacher. Ha 45 anni. 





martedì 28 gennaio 2020

1917 (2019)

I compiti sono finiti e con 1917, scritto e co-sceneggiato nel 2019 dal regista Sam Mendes, ho recuperato tutte le pellicole candidate all'Oscar come miglior film.


Trama: sul fronte francese della prima guerra mondiale, due soldati inglesi si imbarcano in una missione per impedire a un intero plotone di connazionali di finire in una trappola tedesca.


Chiedo a chi ama i film di guerra di essere indulgente con me, ché il genere non rientra proprio tra i miei preferiti. Dico questo perché ho letto, fino ad ora, le peggio cose su 1917: è noioso, è risibile, non racconta la prima guerra mondiale com'è successa davvero, è un videogioco, ha tutte le esplosioni sbagliate, è facilone, chi più ne ha più ne metta. A me, che sono invece ignorante come una capra di Biella e avrò visto sì e no una decina di film a tema, 1917 è piaciuto, con tutte le riserve del caso, ovviamente. Innanzitutto, non lo avrei mai guardato se non fosse stato nella rosa di candidati all'Oscar ma, detto questo, la marea di premi destinati a piovergli addosso mi perplime oltremodo: sì, il film di Mendes mi è piaciuto e posso definirlo una bella pellicola, sono convinta che vincerà il premio per la Miglior Regia anche solo per il virtuosismo tecnico del finto piano sequenza, ma da qui a candidarlo nella categoria Miglior Film e Miglior Sceneggiatura Originale ne passa. Ma parliamo un po' della sceneggiatura. Persino io, che di cinema di guerra non capisco nulla, mi sono resa conto di come la trama di 1917 altro non sia che una "storia di guerra" raccontata dal nonno (non lo dico tanto per dire: la sceneggiatura si basa sui racconti di Alfred Mendes) e filtrata dall'occhio sognante di un ragazzino che lo sta ad ascoltare, semplice, lineare ma avvincente dall'inizio alla fine. C'è davvero tutto: ci sono le trappole, la corsa contro il tempo per portare a casa una missione impossibile, gente che muore inaspettatamente, nemici insidiosi ed infidi, personaggi quasi "mitologici", parentesi dolci e commoventi, momenti terribili in cui tutto pare cospirare contro il protagonista, persino ingratitudine ed insulti. Questi ultimi meritati, va detto. Blake e Schofield sono due minchie di mare, l'incarnazione letterale di un triste verso de La guerra di Piero, inconsapevoli, povere creature, del detto mors tua vita mea persino quando hanno i tedeschi pronti a far loro saltare in aria le chiappe, roba che la suspension of disbelief era seduta sulla poltrona accanto a me a ridere come una matta (soprattutto quando, a un certo punto, cicciano fuori soldati e mezzi da ogni dove) mentre io mi asciugavo una lacrimuccia furtiva.


Sì, io mi sono commossa nonostante tutto perché George MacKay è bravissimo. O, meglio, la sua faccia sconvolta e stralunata è l'elemento che, assieme ad alcune sequenze crude, conferisce il necessario realismo a questa storia di guerra e offre il contrasto tra chi guarda/ascolta con distacco/racconta dopo tanto tempo e chi quella storia se l'è vissuta sulla pelle, provando tutta la sofferenza, il dolore e la paura del caso. E' l'elemento umano necessario, altrimenti sì, con la sua trama semplice e i suoi virtuosismi tecnici, 1917 sarebbe solo un bell'esercizio di stile, perfetto appunto per gli Oscar ma nulla più. Sam Mendes, chevvelodicoaffare, dietro la macchina da presa è un drago: sfruttando tecniche Hitchcockiane, il regista passa con fluidità invidiabile da una semi-soggettiva a riprese più panoramiche, ci catapulta nel vivo dell'azione senza una sbavatura (grazie anche a un valido montaggio) e senza mai perdere di vista la centralità dei protagonisti, si permette persino alcune sequenze di sublime poesia notturna, quando sembra che i personaggi siano immersi nell'Apocalisse, ma soprattutto ci consente di percepire la durezza della vita di trincea, riportando su grande schermo la labirintica claustrofobia di un luogo che, più che proteggere i soldati, arrivava ad inghiottirli per non lasciarli andare mai più (sì, ci aveva già pensato il film Deathwatch, che vi consiglio di recuperare, ma a me non era ancora capitato di andare a vedere al cinema un film ambientato in buona parte all'interno di trincee). Insomma, avrete capito che sono uscita dal cinema soddisfatta e non mi pento dei soldi spesi ma devo dire anche che Sam Mendes ha fatto di meglio e che accanto agli altri candidati 1917 è robetta, e, a costo di risultare antipatica e spocchiosa, spero sinceramente non porti a casa nemmeno un premio salvo quelli tecnici legati al sonoro.


Del regista e co-sceneggiatore Sam Mendes ho già parlato QUI. George MacKay (Caporale Schofield), Colin Firth (Generale Erinmore), Mark Strong (Capitano Smith), Benedict Cumberbatch (Colonnello MacKenzie) e Richard Madden (Joseph Blake) li trovate invece ai rispettivi link.


1917 ha ben dieci nomination: Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Sceneggiatura Originale, Miglior Fotografia, Miglior Trucco e Pettinature, Miglior Scenografia, Miglior Colonna Sonora Originale, Migliori Effetti Speciali, Miglior Missaggio Sonoro, Miglior Montaggio Sonoro.  Dean-Charles Chapman, che interpreta Blake, era il Tommen de Il trono di spade e ha partecipato al film al posto di Tom Holland, non disponibile per impegni pregressi. Se 1917 vi fosse piaciuto recuperate Orizzonti di gloria. ENJOY!

domenica 6 gennaio 2019

Il ritorno di Mary Poppins (2018)

Prima di Natale sono andata a vedere Il ritorno di Mary Poppins (Mary Poppins Returns), diretto e co-sceneggiato nel 2018 dal regista Rob Marshall e tratto dai romanzi di P. L. Travers.


Trama: Nel pieno della crisi economica, Mary Poppins torna ad aiutare i piccoli Banks, ormai cresciuti, e i tre figli di Michael, rimasti orfani di madre.



Chi mi conosce sa che Mary Poppins non è mai stato il mio film Disney preferito ma trattasi comunque di caposaldo della Casa del Topo; inevitabile, quindi, correre al cinema a vedere quello che è, a tutti gli effetti, un sequel del film del 1964. Abbiamo, infatti, gli stessi protagonisti, solo cresciuti o invecchiati (salvo la sempre "perfetta sotto ogni punto di vista" Mary Poppins), oppure qualche passaggio di testimone, come quello tra lo spazzacamino Bert ormai in giro per il mondo e l'acciarino Jack; abbiamo persino la stessa identica struttura, cosa che fa de Il ritorno di Mary Poppins non solo un sequel ma anche un remake aggiornato. Chi conosce un minimo Mary Poppins, infatti, ha di che sorridere. La trama è fondamentalmente la stessa fin dal 1964, con la tata volante che arriva a salvare non tanto i piccoli Banks, quanto piuttosto il padre, un Michael che sembra avere dimenticato l'infanzia passata assieme a Mary ed è diventato disilluso e cupo come il suo genitore. Ciò, ovviamente, si ripercuote sui tre figli, addolorati quanto lui per la scomparsa dell'amata mamma e costretti a crescere come un bambino non dovrebbe mai fare, con l'aggravante di aver per genitore un ex artista svanito che, a furia di dimenticarsi le cose, è persino riuscito a non pagare le ultime tre rate di un prestito chiesto alla banca e a farsi pignorare casa. A Mary Poppins, apparentemente, questa situazione familiare terrificante pare non importare e tutto ciò che fa assieme ai piccoli Banks sembra campato in aria mentre in realtà quello intrapreso dalla tata è un ragionato percorso di crescita e risoluzione di tutti i problemi affettivi ed economici che affliggono la sfortunata famiglia. C'è da dire che, rispetto al passato, il carisma distribuito all'interno della famiglia Banks si è trasferito dai genitori ai figli: tanto erano clueless e dimenticabili i pargoli di George Banks (per contro dotato di una classe e di un fascino tutto british capace di rivaleggiare con quelli di Mary Poppins) tanto i figli di Michael sono carini e intraprendenti, mentre il papà fa la figura del tonno che non si sa bene come sia capitato nella storia e lo stesso vale per la sorella Jane, fotocopia sputata della mamma, un terribile mix di impegno sociale e leziosità.


Si diceva, per l'appunto, di come la struttura del film del 1964 sia stata rispettata, anche troppo. Come nel Mary Poppins originale, anche qui abbiamo un paio di scorribande oniriche di cui una a cartoni animati (splendida perché, tra l'altro, oltre a non ricorrere all'animazione digitale ripropone per un buon 50% il character design dei cartoni del vecchio film, mentre il resto degli animaletti somigliano molto a quelli di Zootropolis) e l'altra, molto meno riuscita, subacquea; c'è la visita ad un parente matto di Mary Poppins, nella fattispecie una folle Meryl Streep con l'accento russo; c'è il balletto degli acciarini laddove in Mary Poppins c'era quello degli spazzacamini, accompagnato da una canzone che, imperniata com'è sul rhyming slang cockney (anche se pare sia stato creato un leery speak apposta per il film), sarebbe forse meglio ascoltata in originale; c'è, infine, il conflitto con la rigida realtà di banche ed avvocati, per non parlare di tutti i piccoli e grandi omaggi a Mary Poppins, tra citazioni e graditi ritorni (sapete che Dick Van Dyke sa ancora ballare? E quant'è bella la Lansbury, che all'epoca era stata "scalzata" da Julie Andrews?). Insomma, una cosa certa de Il ritorno di Mary Poppins è che non tradisce lo spirito dell'originale e non "rovina infanzie" a nessuno perché credo di non avere mai visto nulla di così rispettoso, anzi. Un pregio del film di Marshall è la sua capacità di rinfrescare il materiale di partenza soprattutto a livello visivo, giacché le coreografie, le scenografie e soprattutto i costumi di Sandy Powell sono spettacolari (quelli all'interno della sequenza animata sono fatti in modo tale da sembrare disegnati. E non mi sembrava un effetto speciale quanto proprio un particolare pattern della stoffa), e di non far rimpiangere un'icona come Julie Andrews grazie ad una Emily Blunt spocchiosa ma delicata ed adorabile quanto l'originale. Purtroppo, Lin-Manuel Miranda non è degno di lucidar le scarpe a Van Dyke, così come Ben Whishaw sta a David Tomlinson come Muccino sta a Kubrick, e le canzoni non sono nulla di particolarmente memorabile ma lo stesso Il ritorno di Mary Poppins è stata una visione assai gradita e perfetta per le festività natalizie. Tranquilli, fedeli fan Disney, ché le bestemmie vere arriveranno con Dumbo, Aladdin e Il re leone!


Del regista e co-sceneggiatore Rob Marshall ho già parlato QUI. Emily Blunt (Mary Poppins), Ben Whishaw (Michael Banks), Emily Mortimer (Jane Banks), Julie Walters (Ellen), Meryl Streep (Cugina Topsy), Colin Firth (Wilkins/Lupo), Dick Van Dyke (Mr. Dawes Jr), Angela Lansbury (Signora dei palloncini), David Warner (Ammiraglio Boom) e Chris O'Dowd (voce di Shamus il cocchiere) li trovate invece ai rispettivi link.

Mark Addy è la voce originale del cavallo Clyde. Inglese, ha partecipato a film come Full Monty, I Flintstones in Viva Rock Vegas, Il giro del mondo in 80 giorni e a serie quali Il trono di spade e Doctor Who. Ha 54 anni e un film in uscita. 


Julie Andrews ha rifiutato il ruolo di Signora dei palloncini onde evitare di rubare la scena ad Emily Blunt ma nel film compare però Karen Dotrice, la Jane Banks originale, qui nei panni di una "signora elegante". Ovviamente, se il film vi fosse piaciuto recuperate Mary Poppins e Pomi d'ottone e manici di scopa. ENJOY!


mercoledì 12 settembre 2018

Mamma Mia! Ci risiamo (2018)

Approfittando di una cena alla quale "non siamo state invitate" (true story), io e la mia amica Izzy abbiamo deciso di concederci una serata tra carampane a base di aperitivo e Mamma Mia! Ci risiamo (Mamma Mia! Here We Go Again), diretto e co-sceneggiato dal regista Ol Parker.


Trama: Sophie decide di onorare il desiderio della madre e di rinnovare e riaprire l'Hotel Bella Donna. Frustrata dalle difficoltà che precedono il giorno dell'inaugurazione, Sophie ripensa al passato della madre, Donna, e alle strane circostanze del suo concepimento.


E' troppo facile parlare male di Mamma Mia! Ci risiamo. Si potrebbe tranquillamente dire che è una commercialata, che è una banale scusa per infilare in un film tutte le canzoni che erano rimaste fuori da Mamma Mia!, che ha una trama basata sul nulla, che ha un doppiaggio italiano fastidiosissimo, che Andy Garcia sembra uscito dritto dalla pubblicità dell'Amaro Averna perché in fondo per gli americani (e anche per gli svedesi), Italia, Grecia e Spagna si somigliano tutte, che Meryl Streep ci avrà anche visto lungo ma comunque dalla cassa è passata lo stesso e che Dominic Cooper senza barba e in versione sentimentale non si può guardare né sentire, non dopo essersi sparati tre stagioni dell'adorabile Preacher. Si possono dire tutte queste cose e anche di più, è vero, e quasi sicuramente la mia ottima predisposizione d'animo sarà stata alimentata dai due bicchieri di Traminer scolati poco prima della visione del film, ma non mi vergogno a dire che Mamma Mia! Ci risiamo è la pellicola più genuinamente divertente, sfacciatamente trash ed entusiasmante vista quest'anno. E sì, agli autori è piaciuto vincere facilissimo, ché non ci vuole davvero nulla a conquistare il pubblico già predisposto piazzando a tradimento la riproposta di canzoni come Mamma Mia!, Dancing Queen e Super Trouper, aggiungendo roba "nuova" come Waterloo, I Have a Dream e un altro brano che non vi sto a spoilerare perché, per me, lì si è toccato decisamente l'apice del tripudio ma, diciamoci la verità: in quanti, dopo Mamma Mia!, si sono comunque affezionati a Donna, Sophie e a tutta la brigata di amiche, amanti e mariti? Per carità, non era il mio desiderio impellente conoscere il destino dei protagonisti di un film basato sulle canzoni degli ABBA, ma rivederli tutti sullo schermo mi ha fatto un immenso piacere. Non tanto per Sophie, in effetti. Anzi, il "litigio" tra Sophie e Sky è uno degli elementi più deboli del film, a me interessava rivedere la splendida Tanya, la tenera Rosie, i meravigliosi Harry e Bill, insomma tornare a divertirmi con quei personaggi secondari in grado di rubare la scena ai protagonisti, e non sono stata delusa in questo... anche perché, a un certo punto, arriva Cher. E lì non ce n'è più per nessuno.


Ai vecchi protagonisti tanto amati si affiancano le loro versioni più giovani, anche perché buona parte del film viene girato come un flashback che intervalla la narrazione del presente con scampoli di passato remoto. Il pubblico arriva quindi a scoprire come mai Donna fosse così incerta sulla paternità di Sophie e anche a capire come mai, tra tutti, alla fine Donna avesse scelto proprio Sam, oggetto di un intenso quanto improbabile amore... durato una settimana. C'è da dire che con gli altri due c'è stata una botta e via, quindi obiettivamente le probabilità che fosse Sam il vero padre di Sophie sono alte ma, insomma, non si sa mai. Il tuffo nel passato di Mamma Mia! Ci risiamo riserva ovviamente un paio di altre sorprese divertenti per i fan del musical e si amalgama senza troppi problemi con quello che veniva raccontato nel film precedente ma c'è comunque un piccolo problemino, ovvero gli attori. Se, infatti, Lily James è carinissima e dotata del carisma necessario per farsi carico dei vari numeri musicali, i tre baldi giovani scelti per interpretare Sam, Harry e Bill sembrano tutti uguali salvo il colore dei capelli e tutti dotati dell'espressività di tre bietoloni, per quanto sul fisico nulla da dire. Nonostante questo, tra i quattro si viene a creare un ottimo affiatamento che rende i numeri musicali assai gradevoli, benché magari non tutti all'altezza di quelli di Mamma Mia!, che ricordo più scatenati e "complessi", in qualche modo, soprattutto nelle coreografie. C'è di che gioire comunque anche in questo Mamma Mia! Ci risiamo, soprattutto verso il finale, e in generale mi è sembrato che tutti i coinvolti si siano divertiti molto, cosa che sicuramente giova all'umore dello spettatore che non può che rimanere travolto da tanta allegria ed entusiasmo. Sarà che in questo periodo avevo bisogno di divertirmi ma non posso che consigliarvi di recuperare questo film e prepararvi a cantare a squarciagola anche quando tornerete a casa!


Di Amanda Seyfried (Sophie), Andy Garcia (Señor Cienfuegos), Lily James (Donna da giovane), Dominic Cooper (Sky), Julie Walters (Rosie), Christine Baranski (Tanya), Pierce Brosnan (Sam), Colin Firth (Harry), Stellan Skarsgård (Bill/Kurt), Cher (Ruby Sheridan) e Meryl Streep (Donna) ho già parlato ai rispettivi link.

Ol Parker (vero nome, Oliver Parker) è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Inglese, ha diretto film come Imagine Me & You. Anche produttore, ha 49 anni.


Björn Ulvaeus e Benny Andersson, ex membri degli ABBA, compaiono rispettivamente come professore del college (quando cantano When I Kissed the Teacher) e pianista durante la canzone Waterloo. Per concludere, Cher aveva rifiutato il ruolo di Tanya nel primo film e ha scelto personalmente Andy Garcia per il ruolo di Cienfuegos. Se Mamma Mia! Ci risiamo vi fosse piaciuto consiglio il recupero del "capostipite", Mamma Mia!. ENJOY!

martedì 26 settembre 2017

Kingsman: Il cerchio d'oro (2017)

Avendo adorato il primo film non potevo perdere Kingsman: Il cerchio d'oro (Kingsman: The Golden Circle), diretto e co-sceneggiato dal regista Matthew Vaughn e ispirato al fumetto omonimo di Mark Millar. NO SPOILER, tranquilli.


Trama: ormai Eggsy è un Kingsman a tutti gli effetti e la sua vita procede nel migliore dei modi, almeno finché un'organizzazione criminale costringe gli agenti segreti inglesi a fuggire da Londra e allearsi coi "cugini" americani, gli Statesman.


Cosa gli vuoi dire a quello sfacciato di Matthew Vaughn? Quest'uomo è un truzzo esagerato, uno dei pochi ad aver capito che anche quando si parla di film d'intrattenimento bisogna fare sul serio, schiacciando sul pedale del cattivo gusto senza diventare antipatici (la scorsa volta c'era la Principessa p0rno, stavolta abbiamo una roba molto in stile titoli di testa di Senti chi parla!) e soprattutto creando un prodotto visivamente bello, con attori di un certo spessore in cerca di divertimento, basato su una storia che possa coinvolgere lo spettatore senza scadere nelle soluzioni facili o banali e, anche in quel caso, riuscendo comunque a renderle esaltanti. C'era riuscito già con Kick-Ass, vincendo ovviamente facile in quanto pesantemente spalleggiato dal folgorante fumetto di Mark Millar, aveva rinfrescato gli X-Men alla grande nel 2011 (e non a caso il franchise è andato calando dopo quel trionfo di X-Men - L'inizio) e nel 2014 era tornato a folgorare il pubblico con il primo Kingsman, la sagra scema dell'agente segreto inglese, una roba folle che andava a braccetto col ridicolo nobilitandolo e vestendolo da gentleman. Pur essendo amante di Kingsman mai avrei creduto in primis nella realizzazione di un sequel ma soprattutto di un seguito all'altezza del primo capitolo, invece Vaughn ce l'ha fatta anche stavolta e io non posso fare altro che volergli bene per mille motivi. Tanto per cominciare, Il cerchio d'oro si ricollega perfettamente alla pellicola del 2014 senza andare troppo a scomodare la memoria dello spettatore poco attento seppellendolo di dettagli impossibili da ricordare dopo tre anni ma facendo anche il gesto dell'ombrello agli "uomini fumetto" che non ne lasciano passare una agli sceneggiatori, i quali lavorando di lima sono riusciti a soddisfare anche i palati più esigenti (io per prima a un certo punto ho esclamato "Ma quello non aveva fatto quella fine...? E allora perché...?" prima di zittirmi e chinare il capo). Seconda cosa, Il cerchio d'oro presenta un'evoluzione di determinati personaggi, ci racconta qualcosina in più di quelli maggiormente amati e ne presenta altri con tutto il potenziale per diventare a loro volta dei beniamini, senza tuttavia farsi scrupoli quando si tratta di aumentare il bodycount: se è vero che un Kingsman non piange durante la missione e versa solamente una singola lacrima alla fine della stessa, in privato, è anche vero che alcuni colpi di scena sono crudeli tanto quanto l'inaspettata morte di Harry nel primo film e, come già accadeva nel 2014, la resa cartoonesca della violenza non toglie il fatto che anche Il cerchio d'oro scodelli al pubblico delle belle macellate.


Volendo trovare un difetto nella trama si potrebbe dire che Poppy, la villainess arrivata a sostituire Valentine (un Samuel L. Jackson "con zeppola" al quale comunque vanno i ringraziamenti post credits), è talmente pazza da rasentare il surreale e soprattutto che le scelte di un determinato personaggio sono guidate da motivazioni risibili ed infantili, ma sono due particolari che scompaiono davanti al gusto con cui Vaughn coreografa e riprende le sue esageratissime scene d'azione. Nulla a che vedere con la fisicità tecnica di Atomica Bionda, per carità, siamo su tutt'altro livello, però il risultato è altrettanto godurioso: il car chase iniziale lascia a bocca aperta, durante la sequenza in montagna è meglio chiuderla o si rischia di rimanere in debito d'ossigeno, i gadget dei nuovi Statesman (degna controparte "bovara" e cafona dei Kingsman) consentono la realizzazione di scontri corpo a corpo esaltanti quanto quelli del primo capitolo e persino delle sequenze riproposte che non vanno proprio come ci si aspetterebbe, in più stavolta ci sono persino i robot. I robot, santo cielo. In tutto questo, come ho detto, la cattiveria non manca e non si limita solo a qualche morto ammazzato in maniera particolarmente crudele. Al di là di un presidente particolarmente "trumpiano", la sceneggiatura punzecchia lo spettatore mediamente moralista e bigotto con un paio di domande scomode che probabilmente toccheranno più di un americano (ma non solo) e la risata sguaiata seguìta all'ennesima, coloratissima e cialtrona scena d'azione lascia spesso l'amaro in bocca. Fortuna che ad addolcire il tutto c'è Elton John. No, davvero. I Kingsman ereditati dalla prima pellicola sono meravigliosi, Colin Firth sempre più elegante e figo in primis, Julianne Moore si permette di gigioneggiare in maniera del tutto inaspettata, Jeff Bridges è una garanzia, Channing Tatum e soprattutto Pedro Pascal fanno il loro porco lavoro ma è SIR Elton John che merita il pagamento del prezzo del biglietto, lui e le sue canzoni, punte di diamante di una colonna sonora come al solito perfetta. La versione country della mia adorata Word Up e Take Me Home, Country Roads cantata da un Mark Strong in stato di grazia mi hanno mandata a casa canticchiando come nemmeno le colonne sonore congiunte di La La Land e Baby Driver sono riuscite a fare, ennesima dimostrazione di come Vaughn sappia mescolare sapientemente colonna sonora (ruffiana quanto volete ma sempre bella), regia, montaggio e una buona dose di truzzeria: d'altronde, che importa se Saturday Night's Alright (for Fighting) quando c'è casino di mercoledì? Bon, avevo promesso di non fare spoiler e dire altro sarebbe un delitto, aggiungo solo grazie Sir Matthew Vaughn per avermi resa felice come una bambina ancora una volta!


Del regista e sceneggiatore Matthew Vaughn ho già parlato QUI. Taron Egerton (Eggsy), Mark Strong (Merlino), Julianne Moore (Poppy), Colin Firth (Harry Hart), Michael Gambon (Artù), Channing Tatum (Tequila), Halle Berry (Ginger), Jeff Bridges (Champion), Pedro Pascal (Whiskey) ed Emily Watson (Capo di Stato Fox) li trovate invece ai rispettivi link.

Bruce Greenwood interpreta il Presidente degli Stati Uniti. Canadese, ha partecipato a film come Rambo, Orchidea selvaggia, Generazione perfetta, Truman Capote - A  sangue freddo, Déjà Vu - Corsa contro il tempo, Super 8, Come un tuono, l'imminente Il gioco di Gerald e a serie quali I viaggiatori delle tenebre e American Crime Story; come doppiatore, ha lavorato in serie come American Dad!. Anche produttore, ha 61 anni e due film in uscita.


Clara, fidanzata di Charlie, è interpretata da Poppy Delevingne, sorella maggiore di Cara già vista in King Arthur: Il potere della spada. Se Kingsman: Il cerchio d'oro vi fosse piaciuto, nell'attesa che esca un già annunciato terzo capitolo (e forse anche uno spin-off dedicato agli Statesman), recuperate Kingsman: Secret Service e il primo Kick - Ass. ENJOY!

mercoledì 16 novembre 2016

Genius (2016)

Questa settimana sono usciti parecchi film validi al cinema e senza dubbio uno di questi è Genius, diretto dal regista Michael Grandage e tratto dalla biografia Max Perkins: Editor of Genius di A. Scott Berg.


Trama: Max Perkins, editore presso la famosissima casa Charles Scribner's Sons, si ritrova tra le mani il lunghissimo romanzo d'esordio di Thomas Wolfe, scrittore spiantato al quale decide di dare una possibilità, consacrandolo così a genio della letteratura americana.


Data la mia atavica ignoranza in campo letterario, ammetto candidamente di non avere mai sentito parlare di Thomas Wolfe, neppure negli anni passati all'università (a dire il vero il corso di letteratura americana l'ho abbandonato dopo una sola lezione, tanto poco mi interessava l'argomento), quindi il film Genius è stato per me una sorpresa totale. In tutta onestà, dopo averlo visto la voglia di recuperare eventuali opere di Wolfe mi è passata in toto: logorroico, autobiografico, con uno stile pesantemente contaminato da afflati poetici, credo mi addormenterei alla terza pagina dei due romanzi nominati nel film (Angelo, guarda il passato e Il fiume e il tempo), a differenza di quanto accaduto all'epoca all'editore Max Perkins il quale, ritrovatosi tra le mani il lunghissimo manoscritto che sarebbe diventato Angelo, guarda il passato, ha deciso invece di dare una chance a Wolfe, aiutandolo a rendere la sua opera il più possibile scorrevole e fruibile per il pubblico. La pellicola di Michael Grandage pone quindi sotto i riflettori non tanto lo scrittore o il processo creativo, come spesso accade in altri film, bensì la figura dell'editore e del lavoro di lima e cesello che sta dietro ad ogni opera scritta, offrendo allo spettatore non solo la storia di un'amicizia travagliata e lo scontro di due personalità apparentemente agli antipodi ma anche uno sguardo su una parte di realtà editoriale spesso messa in secondo piano. Superficialmente, molti penserebbero che il lavoro di un editore sia assimilabile a quello del correttore di bozze, più focalizzato sulla forma, la sintassi e la grammatica, invece in Genius vediamo come un editore con le palle intervenga anche sulla struttura stessa dei romanzi che gli vengono sottoposti, eliminando eventuali lungaggini, assicurandosi che l'autore abbia chiara la direzione da far intraprendere alla sua opera e diventando di fatto una sorta di co-autore. Nel caso di Perkins e Wolfe, vediamo come il lavoro del primo sia sempre stato percepito come una sorta di "ingerenza" da parte del secondo, il cui ego smisurato lo portava a scrivere fiumi di parole da lui stesso ritenute, immancabilmente, fondamentali per esprimere a fondo i propri pensieri; allo stesso tempo, davanti ad un lavoro di revisione e scrematura durato due anni, a costo di pesanti perdite personali subite da entrambi, è legittimo chiedersi se un romanzo come Il fiume e il tempo non abbia ottenuto il successo che ha consacrato Wolfe a genio della letteratura americana anche e soprattutto per merito dell'abilità di Max Perkins. Genius non da una risposta chiara a questo quesito ma di sicuro porta a riflettere, inoltre gioca interamente sul parallelo tra il rapporto lavorativo instauratosi tra Perkins e Wolfe e quello assai simile tra un padre e un figlio, con Perkins che cerca non solo di migliorare l'opera dello scrittore ma anche di instradare la debordante personalità del suo protetto, fondamentalmente un individuo ingrato ed egoista dotato del dono della scrittura facile.


Attorno a queste due figure ruotano altri rappresentanti della scena culturale americana ai tempi della depressione, quali un F. Scott Fitzgerald in piena crisi creativa e un Hemingway in cerca di emozioni forti, e ovviamente le presenze femminili fondamentali (in positivo o in negativo) all'interno della vita dei due protagonisti. Tra tutte spicca una ritrovata Nicole Kidman nei panni di Aline Bernstein, "musa" iniziale di Wolfe, che per lui ha abbandonato marito e figli ritrovandosi con un pugno di mosche quando il giovane scrittore ha deciso di consacrarsi interamente al lavoro; nonostante sia un personaggio assai teatrale, la Kidman riesce a tratteggiarlo con la dose di umanità necessaria affinché il pubblico arrivi ad empatizzare con i gesti della donna, anche quando essi sfiorano il limite dell'autolesionismo. Allo stesso modo, Colin Firth e Jude Law sono favolosi e perfettamente complementari. Il primo indossa i panni a lui più congeniali, quelli dell'americano "all'inglese" apparentemente privo di emozioni che non siano quelle legate alla professione svolta, ed è bello vederlo aprirsi a poco a poco sia con Wolfe che con la chiassosa famiglia composta esclusivamente da donne (per non parlare poi del finale commoventissimo); il secondo è una roboante fucina di parole a propulsione eterna, il cui volto viene costantemente animato dalla miriade di violente emozioni provate dal personaggio durante tutte le fasi della sua breve carriera da scrittore ed è in grado di provocare sia nello spettatore sentimenti ambivalenti di ammirazione e odio. Tra i due non saprei dire chi ho preferito, anche perché, come ho detto, i caratteri contrastanti di entrambi i personaggi si completano a vicenda e i duetti tra loro sono a tratti emozionanti quanto quelli tra Salieri e Mozart sul finale di Amadeus, soprattutto quando il montaggio (curatissimo, come la regia, la fotografia e la generale ricostruzione storica) offre allo spettatore uno scorcio di "processo creativo" durante il quale si alternano animate discussioni, implacabili segni di matita rossa e un paragrafo che viene a poco a poco spogliato da tutti i suoi inutili orpelli. Diciamo, molto banalmente, che i fan dei due attori avranno molto di cui godere, soprattutto guardando il film in lingua originale... e, potrei sbagliarmi, ma sento odore di candidature all'Oscar. A prescindere, Genius è un film che consiglio a tutti quelli che amano non solo il buon cinema attoriale ma anche le pellicole di stampo biografico, soprattutto quelle che si focalizzano su eventi non proprio universalmente conosciuti, e ovviamente i libri. Sia mai che capiti di guardare il romanzo che abbiamo tra le mani con occhi diversi!


Di Colin Firth (Max Perkins), Jude Law (Thomas Wolfe), Nicole Kidman (Aline Bernstein), Laura Linney (Louise Perkins), Guy Pearce (F. Scott Fitzgerald) e Dominic West (Ernest Hemingway) ho già parlato ai rispettivi link.

Michael Grandage è il regista della pellicola, al suo debutto dietro la macchina da presa. Inglese, ha lavorato come attore e produttore e ha 54 anni.


Se Genius vi fosse piaciuto recuperate L'ultima parola - La vera storia di Dalton Trumbo. ENJOY!

venerdì 13 marzo 2015

Kingsman: Secret Service (2014)

Con un po' di ritardo, questa settimana ho recuperato anche Kingsman: Secret Service (Kingsman: The Secret Service), diretto e co-sceneggiato nel 2014 dal regista Matthew Vaughn partendo dall'omonima serie a fumetti scritta da Mark Millar e disegnata da Dave Gibbons.


Trama: Il giovane Eggs scopre che il padre defunto faceva parte dei Kingsmen, un gruppo di agenti segreti inglesi e viene preso sotto l'ala protettiva di Galahad, che lo addestra come nuova recluta. Intanto il malvagio supercriminale Valentine complotta contro l'umanità...


Ormai è ufficiale: io amo Matthew Vaughn. Da Kick-Ass a X-Men: L'inizio non ha sbagliato un colpo e ogni volta che guardo un suo film, per quanto caciarone, tamarro e fumettaro, esco dal cinema soddisfatta dopo essermi divertita come una pazza. Kingsman non fa eccezione e in più è pervaso da quel tocco di umorismo british che mi provoca sempre un educato brividino di giubilo lungo la schiena e mi fa scattare in piedi a salutare come la Regina (la vecchiaccia veramente inorridirebbe davanti a un paio di battute spinte, soprattutto sul finale, ma non stiamo a spaccare il capello). La zampaccia di Millar nella sceneggiatura si vede e si sente perché Kingsman è un film che non va troppo per il sottile; sotto il divertimento tamarro di una Scuola "Xavier" per Giovani Spie c'è un interessante confronto sociale tra ricchi e poveri o, meglio, tra chi ha i soldi e per questo s'illude di poter essere speciale e chi invece è costretto a subire una vita deprimente e priva di possibilità perché nato nel posto sbagliato al momento sbagliato ma, soprattutto, sotto il divertimento tamarro c'è una cattiveria inaudita. Kingsman non guarda in faccia nessuno e la sceneggiatura scanzonata, che tanto deve ai film di 007 e persino a Una poltrona per due oltre che a Cell di Stephen King, prevede momenti che, se non venissero buttati vagamente sul ridere, potrebbero trasformarsi in pesantissime sequenze horror con la semplice aggiunta di un po' di sangue. La sciagurata e folle mancanza di rispetto del villain per la specie umana, la noncuranza con cui i potenti ne ascoltano i deliri giustificandoli e infine accettandoli, la fallacità dei protagonisti, il mezzo utilizzato da Valentine per sterminare più persone possibili, la violenza suggerita nei confronti di bambini ed animali e la totale assenza di figure materne sono solo la punta di un iceberg che, ad un certo punto, con l'ormai iconica mattanza all'interno di una chiesa popolata da intolleranti promulgatori d'odio da voce e sfogo ai desideri reconditi della maggioranza degli spettatori, con una bella dose di cinismo e una discreta faccia tosta.


C'è da dire che a me piace anche come Matthew Vaughn dirige i film. Niente pesantissimi effetti speciali, niente fastidiosi movimenti di macchina "fighi", solo ralenti centellinati e dosati nel modo giusto e, soprattutto, poche scene clou di combattimento create combinando stunt, coreografie e soprattutto musica: d'altronde, se ancora oggi non mi tolgo dalla testa le due sequenze dedicate agli omicidi di Hit-Girl nel primo Kick-Ass mentre non ricordo una cippa del secondo, indegno capitolo, ci sarà un motivo. In Kingsman il regista da il bianco nella già citata sequenza all'interno della chiesa (un lunghissimo e violentissimo piano sequenza da sbavo, sulle note di Free Bird dei Lynyrd Skynyrd), nella "scazzottata" iniziale all'interno del pub e, in generale, in tutte le scene che vedono l'agile killer senza gambe Gazelle fare sfoggio delle sue taglienti protesi. Oltre a queste coreografie da "picchiaduro", il film si distingue per un paio di fantasiose soluzioni atte ad evitare il divieto a qualunque adolescente di entrare in sala (teste che esplodono con dovizia di colori e fuochi d'artificio), per dei titoli di testa assai particolari, per degli abiti e degli accessori che farebbero la gioia di ogni vero gentiluomo che si rispetti e, ovviamente, per degli attori assolutamente in parte. Il migliore è senza dubbio Colin Firth, figo da morire ed incredibilmente a suo agio nel ruolo del gentleman un po' avanti negli anni, carismatico e ancora in grado di muoversi come un diciassettenne, ma anche il ragazzetto protagonista non è male (sfido CHIUNQUE a non morire dal ridere davanti alla sua proposta indecente sul finale), strafottente e piacionetto al punto giusto, e Mark Strong assieme a Michael Caine sono sempre una garanzia. Nota un po' dolente, strano a dirsi, è Samuel L. Jackson, il cui personaggio non mi ha convinta appieno perché davvero troppo caricaturale (e quella zeppola, santo cielo, sembrava di sentire Jovanotti!): va bene l'assurdità però a tratti il perfido Valentine scade talmente nel ridicolo che persino io non sono riuscita a fare finta di nulla. Tolto questo, Kingsman è al momento il film più divertente, godurioso e badass visto quest'anno (non vedo l'ora di riguardarlo in lingua originale), consigliatissimo per tutti tranne che per i puristi del genere spy story, troppo irrispettoso!


Del regista e co-sceneggiatora Matthew Vaughn ho già parlato QUI. Colin Firth (Harry Hart/Galahad), Mark Strong (Merlino), Jack Davenport (Lancillotto), Samuel L. Jackson (Valentine) e Michael Caine (Artù) li trovate invece ai rispettivi link.

Mark Hamill interpreta il Professor Arnold. Passato alla storia come Luke Skywalker di Guerre Stellari, L'impero colpisce ancora e Il ritorno dello Jedi, lo ricordo per altri film come I sonnambuli, Villaggio dei dannati e Jay & Silent Bob... Fermate Hollywood!. Ha partecipato anche a serie come General Hospital, The Bill Cosby Show, La famiglia Bradford, Alfred Hitchcock presenta, Flash, Oltre i limiti, Una famiglia del terzo tipo e Criminal Minds mentre come doppiatore ha lavorato per film come Nausicaa della Valle del vento, Il castello nel cielo, La sirenetta e serie come Biker Mice da Marte, Bonkers, Batman, The Ren & Stimpy Show, Mignolo e Prof, Mucca e Pollo, Celebrity Deathmatch, Le Superchicche, Johnny Bravo, Il laboratorio di Dexter, I Griffin, SpongeBob Squarepants, Futurama, Robot Chicken e Adventure Time. Americano, anche produttore e regista, ha 64 anni e due film in uscita tra cui Star Wars: Episodio VII - Il risveglio della Forza.


Nel fumetto originale Gazelle è un uomo e pare che il campione paralimpico Oscar Pistorius fosse stato avvicinato per il ruolo cinematografico chiedendo ai suoi rappresentanti se l'atleta avrebbe potuto interpretare un "killer convincente". Beh, a proposito dell'amara ironia presente in Kingsman, sappiamo tutti che alla fine Pistorius (che ha rinunciato a partecipare al film per concentrarsi sulla sua carriera di atleta) ha poi ucciso la fidanzata. Rimanendo nell'ambito di attori "veri", ad Aaron Taylor - Johnson era stata offerta la parte di Eggsy ma ha rifiutato; per il ruolo di Valentine erano stati presi in considerazione Leonardo Di Caprio, Idris Elba e Tom Cruise mentre per quello di Roxy erano stati fatti i nomi di Emma Watson e Bella Heathcote. Matthew Vaughn ha dichiarato che Kingsman: Secret Service dovrebbe essere il primo film di una serie: se così fosse, ne sarei MOLTO dispiaciuta ma queste sono le leggi del marketing, ahimé. Nell'attesa, recuperate la serie Secret Service pubblicata il mese scorso da Panini Comics (io credo proprio che lo farò!) e aggiungete magari qualche film delle franchise dedicate a 007, Jason Bourne o Mission: Impossible. ENJOY!

mercoledì 18 gennaio 2012

La Talpa (2011)

Lo sapevo. Andare al cinema pieni di aspettative non porta a nulla. Ormai lo so e parto prevenuta a prescindere, ma poi ci sono film che sulla carta sono un trionfo, come La Talpa (Tinker Tailor Soldier Spy), diretto da Tomas Alfredson e tratto dal romanzo omonimo di John Le Carré, e uno non può fare altro che attenderli con ansia... finendo la serata sentendosi come Fantozzi davanti alla Corazzata Potiemkin.


Trama: ai tempi della guerra fredda i servizi segreti inglesi tremano. Tra loro, nientemeno che ai vertici, c'è una talpa che lavorerebbe per i russi. L'ex agente Smiley viene incaricato di scoprirne l'identità, ma non sarà un lavoro semplice... e neppure piacevole.


Per parafrasare l'arguta signora seduta alle mie spalle: "che du' palle!!". E sì, devo proprio dirlo, anche se mi fa male, male, male da morire, come direbbe Titty Ferro. La Talpa è uno dei film più ammorbanti che abbia visto in tempi recenti. Per carità, è l'equivalente della morte dolce, di un lento suicidio, di un consumarsi Baudelairiano, ma sempre morte è: bellissimo, formalmente ineccepibile, ben diretto, ben recitato, con delle immagini splendide, degli attori della straMadonna, dei simbolisimi inarrivabili, una fotografia commovente, un'attenzione ai particolari che ha dell'incredibile... ma comunque una gran rottura di maròni. Hai voglia a capire chi è la talpa! Quando (se, scusate!) arriverete alla fine saprete l'identità del fellone, va bene, ma nel frattempo il vostro cervello annichilito si sarà già dimenticato come diamine ha fatto Gary Oldman a sciogliere l'arcano!


E gli sceneggiatori l'hanno capito. Hanno intuito che al ventesimo minuto di compassato ed arguto silenzio Oldmaniano lo spettatore più debole avrebbe cominciato a sbuffare... hanno percepito un ronfare nell'aere quando lo stesso Oldman si è messo a parlare per un quarto d'ora di Karla, di accendini, mogli e buoi dei paesi tuoi, interrogatori e disertori russi... quindi BAM! ci hanno piazzato la rivelazione dell'agente gay (assente nel romanzo originale) e del vecchio cornuto così il pubblico avrebbe aperto gli occhi, nuovamente interessato a tutta la faccenda. E avrebbero continuato così, alternando momenti di assoluta noia statica a uccisioni improvvise, in un susseguirsi di bastoni sedativi e carote energizzanti, riuscendo anche a catturare lo spettatore che pensa "dopo tutta sta menata mo' voglio proprio saperlo chi è sta razzo di talpa!!!"... per poi concludere con una delle sequenze più belle, geniali e ahimé involontariamente trash della storia del cinema, in cui la talpa finalmente smascherata si profonde, nel 300esimo flashback del film, in un florilegio di sguardi equivoci ed ammiccamenti al ritmo forsennato di "aaah, la mer... la mer....", concupendo l'unico personaggio che MAI avremmo creduto concupibile. Con tanto di applauso finale E alla canzone (di Julio Iglesias, mica pizza e fichi!!), E al film, E alla faccetta sorniona di Gary Oldman, indiscusso vincitore e scopritore di talpe. Applauso che non ha rispecchiato quello del pubblico, non stavolta. Un raffinatissimo, bellissimo, tecnicamente perfetto EPIC FAIL, per dirla con parole moderne.


Del regista Tomas Alfredson ho già parlato qui, mentre di Gary Oldman (Smiley), Mark Strong (Prideaux), John Hurt (Controllo, ma avrebbe dovuto interpretare Smiley secondo le prime indiscrezioni), Colin Firth (Bill Haydon), Ciaràn Hinds (Roy Bland) e Stephen Graham (Jerry Westerby) ho già parlato nei rispettivi link.

Toby Jones interpreta Percy Alleline. Inglese, ha partecipato a film come Orlando, I miserabili, Giovanna D’Arco, Neverland – Un sogno per la vita, Il rito, Captain America: Il primo Vendicatore e My Week With Marilyn, inoltre ha doppiato Dobby in Harry Potter e la camera dei segreti e nelle due parti di Harry Potter e i doni della morte e un personaggio di Le avventure di Tintin: il segreto dell’unicorno, oltre ad aver partecipato ad un episodio di Doctor Who. Ha 45 anni e tre film in uscita, tra cui l’imminente Biancaneve e il cacciatore.


David Dencik (vero nome Karl David Sebastian Dencik) interpreta Toby Esterhase. Svedese, ha partecipato a film come Uomini che odiano le donne e l'imminente remake USA Millenium: Uomini che odiano le donne, oltre alla serie tratta dai libri di Stieg Larsson, Millenium. Anche produttore, ha 37 anni e un film in uscita.


Tom Hardy (vero nome Edward Thomas Hardy) interpreta Ricki Tarr. Inglese, ha partecipato a film come Marie Antoniette, Sucker Punch e Inception. Ha 35 anni e tre film in uscita, tra cui Il Cavaliere Oscuro – Il ritorno.


Nel film compare anche lo scrittore John Le Carré, come uno degli ospiti della festa. Benedict Cumberbatch, che nel film interpreta Peter Guillam, sta vivendo il suo momento di gloria come protagonista della nuovissima serie Sherlock e parteciperà anche all’imminente Lo Hobbit di Peter Jackson. Rimanendo in tema “nuovi attori famosi”, Michael Fassbender avrebbe dovuto interpretare Ricki Tarr, ma era già impegnato sul set di X – Men: First Class, mentre il Moriarty di Sherlock Holmes: Gioco di ombre, Jared Harris, avrebbe dovuto partecipare con il ruolo di Percy Alleline. La talpa può essere benissimo definito remake, perché il romanzo di Le Carré era già stato portato sul piccolo schermo nel 1979 da John Irvin, con Alec Guinness nel ruolo di Smiley; se vi piace questo genere di film, però, mi sento di consigliarvi il bellissimo Arlington Road, dove la paranoia si fa davvero palpabile. ENJOY!!

domenica 27 novembre 2011

I predatori del Bollalmanacco perduto: Mamma mia! (2008)

E recuperiamo oggi... Mamma Mia! Con tanto di foto e video, guarda un po'... errori od Orrori di grammatica/sintassi/ortografia/distrazione compresi! Vi faccio notare anche come la povera Amanda Seyfried, che nel film interpreta la figlia di Meryl Streep, non venisse neppure nominata... ma d'altronde, all'epoca, era praticamente all'inizio della carriera e non la conoscevo! Un paio di post su di lei comunque li trovate qui.


Anche se il tempo è poco, mi ritroverò a scrivere sul mio santo Bollalmanacco, perché alla fine ho promesso a IlRanocchio che lo avrei fatto.. e poiché almeno qui sono padrona di mettere quello che voglio, ecco che mi ritroverò a parlare del Musical dell’anno: Mamma Mia! di Phyllida Lloyd, tratto dall’omonimo show di Broadway basato sulle canzoni degli ABBA.


Chi frequenta da tempo il Bollalmanacco secondo me storcerà il naso, scioccato, ma credetemi, gente, poche cose sono più trash e divertenti di questo film, e diciamo che il trash e il ridicolo (volontari o meno) sono un po’ il fil rouge di questo blog. La trama è semplice: In un’isoletta greca si sta per festeggiare il matrimonio di Sophie, una ragazza che vive sola con la madre Donna, la quale gestisce un albergo sull’orlo del fallimento. E il padre, vi chiederete? Il padre non c’è, o meglio potrebbero essercene tre, quindi la futura sposa decide di invitare segretamente tutti e tre gli ex della mamma per scoprire, finalmente, la verità. Con tutte le conseguenze del caso.


Allora, un avvertimento: il film inizia malissimo, come uno di quegli orrendi DVD di Barbie. La ragazzina canterina sul balcone spedisce le tre lettere in un trionfo di glitter e melensaggine. Quando si incontra con le due amichette, sembra di assistere all’incontro tra Barbie, Skipper e Theresa alle Hawaii: urletti, mossette, filastrocche e nomignoli. Se resisterete alla tentazione di alzarvi e andarvene inveendo contro il mondo intero, allora vi troverete davanti un Musical fatto di splendide canzoni, cantanti bravissimi, momenti esilaranti e commoventi, attori strepitosi e un finale che è la gioia di ogni cultore del Trash. Imperdibili soprattutto Dancing Queen e Does Your Mother Know?, oltre che la splendida The Winner Takes It All, che mostra tutta la bravura della vecchia Meryl.


La Streep è streepitosa e anche un po’ streeppona, canta da dio ed è assolutamente perfetta per il personaggio di Donna. L’altra sorpresa del film è Pierce Brosnan che, nonostante l’evidente sforzo che lo porta ad accartocciarsi ad ogni canzone, sfoggia uno charme e una voce alla David Bowie veramente inaspettati. I costumi sono un trionfo, i numeri musicali ovviamente strepitosi e ben coreografati, anche grazie al cast di supporto che è decisamente azzeccato. L’unica cosa che mi ha fatto storcere un po’ il naso è l’utilizzo degli autoctoni greci come una sorta di “Coro” antico composto da macchiette, emblema del maledetto senso di superiorità Americano. Prima il Capitano Corelli e il suo dannato mandolino, ora questo.. almeno non utilizzano più gli italiani, noi siamo stati eletti a “raffinati” e stilosi mafiosi. Mah.

Phyllida Lloyd è alla seconda opera cinematografica, ed è una delle più apprezzate registe teatrali inglesi. Ha 51 anni.


Meryl Streep, che interpreta Donna, è uno dei mostri sacri del cinema americano, impegnato ma anche frivolo, tendenza che ha dimostrato di apprezzare soprattutto negli ultimi anni. Tra i suoi film più belli ricordo il cacciatore, Manhattan, Kramer contro Kramer, La scelta di Sophie ( per questi due film ha vinto l’Oscar), She Devil – Lei, il diavolo, La morte ti fa bella, La casa degli spiriti, The Hours, Angels in America (forse la più bella miniserie televisiva che sia mai stata concepita), Lemony Snicket – Una serie di sfortunati eventi, Radio America, Il Diavolo veste Prada. Ha persino dato la voce alla figlia del Reverendo Lovejoy in un episodio dei Simpson. Ha 59 anni e tre film in uscita.


Pierce Brosnan interpreta Sam, uno dei tre presunti padri. Famoso per aver interpretato il personaggio di James Bond dal 1995 con Goldeneye, fino al 2002 con Die Another Day e aver raccolto per primo l’eredità di Sean Connery. Ha partecipato, tra gli altri, a Il Tagliaerbe, Mrs. Doubtfire, Mars Attaks!, Dante’s Peak. Ha 55 anni e 3 film in uscita.


Colin Firth interpreta il secondo presunto papà. L’attore inglese ha interpretato film come il paziente inglese, Shakespeare in Love e un horror intitolato Genova. Perché lo nomino? Innanzitutto per il titolo, anche se non l’ho mai visto.. e poi perché due mie grandissime amiche hanno recitato come comparse, in mezzo a una marea di altri studenti, proprio in questo film! Ha 48 anni e 3 film in uscita.


Julie Walters interpreta Rosie, una delle vecchie amiche di Donna, il Lupo Solitario del gruppo. L’attrice inglese è famosa per aver interpretato l’insegnante di ballo di Billy Eliott e soprattutto la Signora Weasley nella serie Harry Potter e ha partecipato anche all’esilarante Calendar Girls. Ha 58 anni e due film in uscita.


Christine Baranski interpreta Tanya, la fatalona reduce da mille matrimoni e altrettanti lifting. L’attrice newyorchese ha partecipato a film come Nove settimane e mezzo, La Famiglia Addams 2 (interpreta la maledettissima Becky Martin-Granger ), Piume di struzzo, Cruel Intentions, Il Grinch. Ha partecipato anche a Una famiglia del terzo tipo, serie che mi manca tantissimo, e come doppiatrice a un episodio di American Dad! Ha 56 anni.


Stellan Skarsgard interpreta Bill, il terzo papà, il più avventuroso. L’attore svedese ha partecipato a The Kingdom II, Ronin, Dancer in The Dark, L’Esorcista – La genesi ed è stato il padre di Orlando Bloom nella serie Pirati dei Caraibi. Ha 57 anni e 3 film in uscita.


E per finire all'insegna del trash... Dancing Queen cantata dagli ABBA in abiti ottocenteschi!!! Enjoy!!!

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