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mercoledì 17 settembre 2025

The Surrender (2025)

Di ritorno dalle ferie, uno dei film che mi premeva recuperare era The Surrender, scritto e diretto dalla regista Julia Max e distribuito da Shudder.


Trama: Alla morte del padre, Megan è costretta ad aiutare la madre con un pericoloso rituale atto a riportarlo in vita...


Ho messo The Surrender nella lista delle priorità perché, guardando la serie The Boys, mi sono innamorata di Colby Minifie, attrice dotata di una bellezza decisamente non canonica e capace di abbracciare diversi registri che spaziano dal comico, al grottesco, al drammatico. In particolare, ero curiosa di capire come se la sarebbe cavata con un horror serio e la risposta è stata "benissimo", soprattutto perché la prima parre di The Surrender è un dramma da camera molto umano e triste. Colby Minifie interpreta Megan, thirtysomething che da tempo ha abbandonato la famiglia, in primis per stare lontana dalla madre, con la quale non ha mai avuto un gran rapporto. Megan torna a casa a causa della malattia del padre, afflitto da un tumore in stadio avanzato; poco dopo il suo ritorno, a causa di un momento di disattenzione, l'uomo muore e la madre di Megan le rivela di avere avviato tutte le pratiche necessarie per compiere un rito che lo riporterà in vita. Il titolo inglese del film, The Surrender, ha un significato fisico, importantissimo per la riuscita del rito (ovvero la "rinuncia" a tutto ciò che è materiale e, nello specifico, a un paio di appendici), ma anche un significato più metaforico, di "resa" di fronte a tutto ciò contro cui la protagonista ha lottato per buona parte della vita. Nello specifico, Megan ha lottato contro la madre, rea di essere dura, testarda, prevaricatrice, mentre il padre era un alleato e un compagno di giochi, sempre pronto a offrirle un consiglio amico o a tenderle una mano. Con la morte del padre, gli equilibri tra Megan e la madre si spezzano, e la protagonista è costretta non solo ad assecondare e tutelare una donna anziana apparentemente impazzita, ma anche a guardare dentro di sé e nelle pieghe di una famiglia che credeva di conoscere, scoprendo molte verità celate o, forse, volutamente dimenticate. Il film racconta quindi, in primis, l'elaborazione del lutto attraverso il confronto tra due donne che covano un risentimento reciproco abbastanza importante, benché nascosto per amor del padre, ed è molto interessante in questo aspetto, meno in quello horror.


Non è che la parte horror, quella legata al rito e a tutto quello che accade dopo, non sia efficace, ma percorre sentieri già battuti in film più originali, come per esempio A Dark Song (con il quale ha in comune l'attenzione a riti esoterici molto verosimili, oltre che umilianti e pericolosi), ed offre una visione dell'aldilà simile a quella di tante altre pellicole. C'è di buono che il focus, anche quando il film vira nell'horror, è sempre il legame tra Megan e la madre, e un altro aspetto positivo è che Julia Max riesce agevolmente ad aggirare i limiti di budget senza mai mostrare il fianco alla sciatteria di eventuali effetti speciali da cartoleria o CGI farlocca. La regista, infatti, cerca per quanto possibile di limitare i dettagli degli ambienti in cui i personaggi interagiscono tra loro, arrivando a un minimalismo totale nell'ultima parte del film, ed offre scorci di un orrore che veste, letteralmente, la pelle delle persone più care per ingannare chi è vinto da un dolore vivo e recente. La cosa che più ho apprezzato del film, però, oltre all'ottimo setting e a un utilizzo coinvolgente della fotografia, è proprio l'alchimia che si viene a creare tra Colby Minifie e Kate Burton, le quali danno vita a scambi vivaci e plausibili, arricchendo una sceneggiatura fatta di dialoghi intensi e solenni, ma anche triviali, divertenti, talvolta ridicoli, tipici degli attimi che precedono e seguono un evento traumatico come la morte di una persona amata. Personalmente, mi sono commossa più di una volta guardando The Surrender, e ho provato simpatia (ma anche un inevitabile, temporaneo fastidio) per entrambe le umanissime donne protagoniste. Shudder ha dunque aggiunto l'ennesima uscita interessante al suo già vasto catalogo; augurandomi che, prima o poi, qualcuno faccia arrivare il film anche in Italia, vi consiglio la visione di The Surrender, magari non se siete reduci dalla morte di qualcuno a cui volevate bene o, anche se è passato del tempo, state ancora soffrendo molto. 

Julia Max è la regista e sceneggiatrice del film, al suo primo lungometraggio. E' anche produttrice e attrice. 


Colby Minifie
interpreta Megan. Americana, ha partecipato a serie quali Jessica Jones, Fear the Walking Dead, The Boys e Gen V. Ha 33 anni.



mercoledì 21 maggio 2025

The Ugly Stepsister (2025)

Era un film che aspettavo fin dal primo trailer, l'ho visto appena disponibile e, finalmente, riesco a scrivere qualcosa su The Ugly Stepsister (Den stygge stesøsteren), diretto e sceneggiato dalla regista Emilie Blichfeldt.


Trama: Rebekka, signora con due figlie a carico, la bruttina Elvira e la giovane Alma, si sposa con un nobiluomo che vive con la bellissima figlia Agnes. Subito dopo il matrimonio l'uomo muore, lasciando moglie, figlia e figliastre povere in canna. Per risollevare la situazione economica della famiglia, Rebekka decide che Elvira dovrà sposare il principe, e non si ferma davanti a nulla pur di farla diventare bellissima...


Ho sempre avuto un debole per le fiabe declinate in nero, anche perché, diciamocela tutta, un simile approccio non è altro che un omaggio alle atmosfere tetre dell'opera originale. Forse non sapete, per esempio, che nella Cenerentola dei fratelli Grimm le sorellastre si tagliano rispettivamente un alluce e un tallone per cercare di calzare la famigerata scarpetta e, durante il matrimonio della protagonista, vengono accecate da due colombe, quindi altro che Disney. Emilie Blichfeldt, al suo primo lungometraggio, mantiene la sanguinosa ma suggestiva idea del "taglio" delle dita, senza però renderla un'immagine fine a sé stessa. The Ugly Stepsister (sarà un problema se il film verrà distribuito in Italia, dove solitamente traduciamo "sorellastra cattiva", perché il significato del titolo si perderebbe) racconta, infatti, gli estremi a cui arriva Elvira, una delle due sorellastre di Cenerentola, per diventare "bella". La regista, anche sceneggiatrice, non la connota come "cattiva", anzi. Elvira è un goffo ronzino, una romantica senza speranza, una ragazza che sogna, letteralmente, di sposare il principe poeta del regno, e che si ritrova a dover seriamente competere per coronare il suo sogno, non tanto per amore ma per motivi tristemente economici. Cenerentola deve sposare il principe per lo stesso motivo, alla faccia dell'amore puro, ma lei è fortunata, poiché è nata bella ed aggraziata. La cattiveria di Elvira, in definitiva, subentra dopo che quella profittatrice della matrigna decide di farla diventare bella per forza, sottoponendola alle torture peggiori per mano di chirurghi estetici ben distanti da quelli moderni (il film, a naso - e perdonatemi se scrivo "naso" visto quanti orrori subisce quello della protagonista - , è ambientato nel diciannovesimo secolo) e dopo che questi metodi estremi non le consentono comunque di battere la sorellastra. Quella di Elvira è un'ordalia, un crescendo di cambiamenti fisici che sconfinano nel body horror e la rendono sempre più spaventata ed infelice, oltre che sempre più "brutta" dentro; osservare i cambiamenti della protagonista equivale a testimoniare un disperato tentativo di tenere a freno un'alluvione con dei sacchettini di sabbia, perché per ogni difetto che viene corretto, lo scotto fisico e mentale è quello di diventare sempre meno umana.


Elvira, dunque, diventa "la sorellastra cattiva" della tradizione, spinta da un mix di amore, desiderio di piacere agli altri e compiacere la madre manipolatrice; la poveraccia è una vittima, un agnello sacrificale masticato dagli ingranaggi delle convenzioni e dello status sociali. Se Elvira però, spinta da un'angosciante frustrazione, arriva ad agire davvero da "cattiva", rispettando il copione impostole fin dai tempi di Basile, quelli che la circondano non sono proprio dei modelli di virtù. Cenerentola (o meglio, Agnes) è un modello di egoismo da manuale, concentrata solo sul dolore per la morte del padre e sulla sua condizione economica, e mai cerca di nascondere il disprezzo verso le sorellastre di ceto sociale inferiore. Il principe non è migliore: misogino, volgare, maleducato, presuntuoso e stupido, vive protetto dal suo status e dalla patetica raccolta di poesie che lo hanno reso un lontano ideale agli occhi delle fanciulle del regno, una raccolta falsa quanto gli orpelli che, sul finale, trasformano Elvira in una bambola. Tolta la matrigna, un puttanone senza scrupoli per la quale le figlie sono soltanto mezzi di sostentamento e che lascia letteralmente marcire il suo secondo marito, l'unico personaggio positivo è la giovane Alma, la seconda sorellastra. Interpretata da un'attrice bellissima, che ricorda molto l'indomita Merida disneyana, Alma vive libera dalle mire della madre perché non ha ancora avuto le mestruazioni, quindi ai suoi occhi è ancora una bambina inutile; in realtà, Alma vede e capisce benissimo tutto ciò che la circonda e sceglie volontariamente di spezzare le catene delle convenzioni sociali, uscendo da un meccanismo malato rimanendo saggiamente sullo sfondo, nonostante il desiderio di aiutare la sorella.


The Ugly Stepsister
offre tantissimi spunti di riflessione e si rivela una feroce, nerissima critica sul mito della bellezza a tutti i costi e di quanto lo sguardo altrui possa convincerci che siamo dei mostri senza possibilità di riscatto. L'attrice che interpreta Elvira, al di là di quell'accenno di make-up utilizzato per renderla "bruttina" (naso leggermente irregolare, apparecchio ai denti, un incarnato spento, una controfigura più tozza nelle inquadrature ravvicinate del corpo), in realtà è molto bella, di quella bellezza naturale che colpisce anche in mancanza di trucco, e la cosa traspare durante il film, rendendo ancora più surreale e doloroso il disgusto provato dagli altri verso la povera ragazza. Se siete arrivati a leggere fino a questo punto, vi sarete chiesti se questo The Ugly Step Sister è dunque un elevated horror per i salotti buoni. Ma tristi anime sole, non temete! E' vero che Emilie Blichfeldt (dichiaratamente influenzata da Cronenberg, Fulci, Argento e persino da tale Walerian Borowczyk, regista polacco definito come "un genio che era anche pornografo") mette in scena immagini elegantissime che mescolano suggestioni gotiche alla Eggers a fantasie girlie disneyane, quasi camp, un mix di stili che rende il film molto originale anche a livello visivo, ma la regista non si sottrae al gore e allo schifo che tanto piacciono a noi amanti dell'horror. Vi bastino un paio di trigger warning concernenti occhi e parassiti, soprattutto se provate disgusto alla vista di persone che vomitano "cose" assortite e anche troppo realistiche, per maneggiare The Ugly Stepsister con la dovuta cautela. Non lasciate però che questo vi freni, perché The Ugly Stepsister è uno degli horror più interessanti e belli dell'anno e sarebbe un peccato impedirgli di sconvolgervi e, sì, persino commuovervi. Ovviamente, in Italia non è ancora uscito, ma basta smanettare un po', perché se l'è accaparrato Shudder, come molte delle cose migliori del genere. 

Emilie Blichfeldt è la regista e sceneggiatrice del film. Norvegese, anche attrice, è al suo primo lungometraggio.




mercoledì 19 febbraio 2025

2025 Horror Challenge: Grafted (2024)

Siccome questa settimana la challenge prevedeva di scegliere un film a caso, spinta da molte recensioni positive, ho recuperato Grafted, uscito di recente per la piattaforma Shudder, diretto e co-sceneggiato nel 2024 dalla regista Sasha Rainbow.


Trama: dopo la morte del padre, scienziato specializzato in trapianti di pelle, Wei si trasferisce dalla zia in Nuova Zelanda e prova a portare avanti gli studi del genitore. L'astio della cugina e delle compagne di scuola, però, la costringeranno a ricorrere a drastiche, sanguinose misure....


Grafted
è una buona opera prima, che si inserisce nel genere del body horror e cerca di dire la sua sul disagio dell'adolescenza, il desiderio di possedere la bellezza per poter fare parte di un gruppo ed integrarsi. La protagonista, Wei, è figlia di uno scienziato morto in circostanze tragiche nel tentativo di perfezionare una tecnica rigenerativa della pelle. Come il padre, Wei ha il collo e parte del viso deturpati da una voglia scura, per questo vorrebbe proseguire le ricerche del genitore e avere, finalmente, un aspetto "normale". Per sua sfortuna, Wei è costretta ad andare ad abitare in Nuova Zelanda dalla zia (che, guarda un po', tratta prodotti di bellezza. In realtà, la cosa non influenza minimamente la trama, ed è un peccato) e frequentare una prestigiosa università con l'odiosa cugina e le sue amiche. Vero, la protagonista è un po' sfigatella, appende in camera foto discutibili ed è troppo "cinese" per l'ambiente in cui vive, ma fondamentalmente viene vessata senza motivo dalla cugina e dalla bimbo bionda che si porta appresso; in più, le ricerche vanno a rilento e ci si mette anche il laido professore di scienze a metterle i bastoni tra le ruote. Nonostante l'offerta di amicizia di Jasmine (outsider anche lei ma perfettamente integrata) e l'empatia di un senzatetto deforme, Wei a un certo punto sbrocca e commette un omicidio. Da lì in poi, Grafted diventa il frenetico tentativo di arginare una diga piazzandoci, letteralmente, dei tapulli ben poco resistenti; il desiderio di liberarsi della deformità si mescola in maniera inestricabile alla necessità di nascondere peccati sempre più grandi, e il risultato è che la mente già fragile di una ragazza poco più che adolescente va in frantumi, divorata da quella stessa bruttezza esteriore che mai, prima, l'aveva forzata ad essere brutta anche dentro. Niente di nuovo sotto il sole, come vedete, e Grafted patisce un po' l'inesperienza dei coinvolti e alcune forzature nella sceneggiatura, risultando più superficiale di quanto fosse nelle intenzioni degli autori; empatizzare con Wei e capirla non è difficile, ma i suoi antagonisti sono eccessivamente stereotipati e ogni twist intraprende la strada più banale possibile, sorprendendo giusto sul finale, gettato via troppo in fretta.


La cosa buona di Grafted è che non si trattiene dal punto di vista del gore. Tra scalpelli che affondano, automutilazioni e facce scarnificate, ce n'è un po' per tutti i gusti, e l'uso creativo che Wei fa dell'invenzione di suo padre consente alla regista e ai tecnici degli effetti speciali di divertirsi parecchio. Proprio l'"uso creativo" di cui sopra, richiede più del minimo impegno sindacale anche alle attrici protagoniste, soprattutto alla bellissima Eden Hart e a Jess Hong, entrambe aiutate da un make-up che le rende "sporche", sudaticce e sciatte. Joyena Sun, che interpreta Wei, è forse più acerba delle sue colleghe, e sarà difficile che possa marchiare a fuoco la memoria degli appassionati come la Angela Bettis di May o la Katharine Isabelle di American Mary, ma anche lei passa da un'interpretazione trattenuta e timida a dar sfogo a tutta la bruttezza "assorbita" dagli stronzi che la circondano, e nel complesso l'ho trovata una valida protagonista. Ho molto apprezzato anche la fotografia pop, zeppa di colori "girlie" ma anche pronta a virare nei toni cupi di un incubo, e un paio di trovate a livello di scenografia, in primis la terrificante, squallidissima casa incompleta della zia di Wei, zeppa di nylon e pertugi dove poter nascondere la qualunque; anche in questo caso, probabilmente la casa poteva venire utilizzata meglio e in maniera più fantasiosa, ma è comunque un ottimo tocco weird all'interno di un film che ne è pieno. Nel complesso, se vi piace il genere, Grafted è un film simpatico, che vi consiglio di recuperare, magari continuando la visione anche durante i titoli di coda, ravvivati da una trovata perfetta per gli assidui frequentatori del sito Does the Dog Die?  

Sasha Rainbow è la regista e co-sceneggiatrice della pellicola, al suo primo lungometraggio. Americana, è anche produttrice.


Se Grafted vi fosse piaciuto recuperate The Substance, May e American Mary. ENJOY!

martedì 1 ottobre 2024

Sissy (2022)

Oggi avrei dovuto parlare di Cuckoo, ma non è mica un giorno fesso come tutti gli altri. E' il primo ottobre, inizio ufficiale della Spooky Season, ma non solo. Quest'anno, infatti, Lucia e Marika hanno creato la Halloween Challenge di Nuovi incubi, che comincia proprio oggi. Purtroppo non riuscirò a seguire pedissequamente le regole e guardare ogni giorno un film (lo vorrei tanto, avessi il tempo non ci penserei due volte) né a seguire la challenge col blog, che anche scrivere prende ore che non ho, ma ogni giorno giocherò con le mie adorate amiche sulla pagina Facebook del Bollalmanacco e anche sul mio profilo Instagram. Quindi partiamo col prompt 1, Australia, patria di questo horror delizioso uscito nel 2022 e disponibile sul canale Midnight Factory, ovvero Sissy, diretto e sceneggiato dai registi Hannah Barlow e Kane Senes.


Trama: Cecilia è un'influencer i cui video sono mirati al self improvement degli utenti. Un giorno, la ragazza incontra una sua ex amica d'infanzia, che la invita al suo addio al nubilato, e l'esperienza riporterà in superficie traumi mai superati...


Come sempre, l'horror australiano ha una marcia in più, non c'è niente da fare. Lo dimostra anche questo colorato, cattivissimo Sissy, che da una parte si presenta come satira degli influencer e santoni della sanità mentale sul web, tutti vocetta pacata e namasté assortiti, dall'altra è un thriller psicologico efficacissimo che mette angoscia e, soprattutto, porta lo spettatore a mettersi in discussione e riflettere su quanto viene mostrato sullo schermo. La protagonista della vicenda, come da titolo, è Cecilia, detta Sissy; "Sissy the sissy", ovvero "Sissy la mocciosetta, la pisciasotto" (mi concedessero di adattare il film mi garberebbe molto utilizzare "Sissy la sussa", in effetti), è il fastidioso leitmotiv che vi accompagnerà per tutto il film e vi porterà a simpatizzare con la ragazza che ha scelto di abbandonare il suo soprannome infantile e farsi un nome come influencer con la missione di aiutare gli altri a guarire da paure, ansie e frustrazioni, ritrovando un contatto col proprio "io" e, contemporaneamente, aumentando la propria autostima. Il mondo di Cecilia crolla quando il passato torna a morderla nei panni di Emma, BFF d'infanzia che la protagonista non vede da decenni e che la invita prima ad una festa, poi al suo addio al nubilato, dimenticando di dirle che quest'ultimo si terrà a casa di Alex, la bulletta che terrorizzava Cecilia da bambina e che, nel frattempo, è diventata la migliore amica di Emma. Cosa mai potrebbe andare storto, vi chiederete? Nulla, ci mancherebbe. D'altronde, Hanna Barlow e Kane Senes ci consentono fin da subito di dare una sbirciata a ciò che si nasconde dietro la facciata di pacatezza telematica di Cecilia, mostrandoci squarci di quello che non viene inquadrato dal cellulare, ovvero piatti da lavare, stanze in disordine, una generale aria di deboscia e "abbandono", e questo solo per cominciare. Più Sissy va avanti, infatti, più il film diventa un gioco tra gatto e topo con lo spettatore, che inizialmente viene spinto a provare compassione per una ragazza che ha tentato di liberarsi di tutto lo schifo che le è capitato da bambina e ad aiutare gli altri a non finire come lei, e in seguito si ritrova ad avere paura di Cecilia, perché il divario tra giusta vendetta (o sfortuna) e follia diventa troppo grande per fare finta di nulla.


A differenza di altri film scorretti in cui un personaggio negativo diventa un eroe perché circondato da gente peggiore di lui, Sissy asseconda il trend fino a un certo punto, dopodiché cancella con un sanguinoso colpo di spugna qualsiasi fetta di prosciutto residua che lo spettatore possa avere sugli occhi, perché è vero che gli amici di Emma sono insopportabili (soprattutto Jamie ed Alex), ma non meritano il destino che capita loro in sorte, né l'odio dello spettatore. Nel corso della scena più fastidiosa del film, ovvero l'imbarazzante cena in cui Cecilia viene costretta a subire quello che è né più né meno un interrogatorio, le domande indiscrete e i commenti stronzi degli astanti non sono poi così campati in aria e, a un certo punto, nonostante il disagio crescente, gli amici di Emma e lei stessa cercano di aiutare Cecilia e di venirle incontro; anche i dettagli precedenti mostrati su Cecilia cominciano a un certo punto ad acquistare nuovi significati, e ho molto apprezzato l'utilizzo consapevole di costumi, accessori e make up (che meraviglia quell'ombretto glitterato!!) per sottolineare il completo distacco dalla realtà della protagonista. I colori sgargianti di costumi e make-up, l'atmosfera scoppiettante e girly, gli occhioni blu di Emma e il sembiante pacioso di Cecilia (peraltro, Aisha Dee è superba) non devono però trarre in inganno né fare pensare a Sissy come un thriller puramente psicologico, perché i due registi non si fanno alcun problema a darci giù pesante col gore e a mettere in scena un paio di morti ad alto tasso di schifo, crudeltà e, perché no, creatività, tanto lo sappiamo tutti che in Australia nessuno può sentirti urlare non solo nel bush, ma nemmeno nelle ville fighette di gente coi soldi. Per questo e mille altri motivi vi consiglio di recuperare Sissy, sono sicura che diventerà uno dei vostri horror del cuore!

Hannah Barlow è la co-regista e co-sceneggiatrice e interpreta Emma. Australiana, anche produttrice, è al suo primo lungometraggio.
Kane Senes è il co-regista e co-sceneggiatore della pellicola. Australiano, anche produttore, è al suo primo lungometraggio.


Aisha Dee, che interpreta Sissy, aveva partecipato alla seconda stagione di Channel Zero. Ciò detto, se il film vi fosse piaciuto recuperate Tragedy Girls e, se volete unirvi alla challenge di Nuovi Incubi, ecco qui tutti i prompt giorno per giorno! ENJOY!





venerdì 6 settembre 2024

Oddity (2024)

Spinta da un paio di immagini viste in rete, ho recuperato il recente Oddity, diretto e sceneggiato dal regista Damian Mc Carthy.


Trama: dopo l'omicidio della sorella gemella, una medium cerca di ricostruire l'accaduto, all'interno della casa dov'è avvenuto il delitto...


Oddity
è un film semplice, si potrebbe dire dall'impianto molto classico, che trova appunto forza in questa sua semplicità. Non importa, infatti, rinnovare i topoi dell'orrore, quanto saperli sfruttare al meglio, e Mc Carthy in questo dimostra di saperci fare. Tutto inizia da Dani, una donna decisa a passare la notte all'interno di un'immensa dimora. La situazione iniziale, che più classica non si può, mette già lo spettatore sul chi va là per una serie di dettagli che non vengono inizialmente spiegati: non si sa cosa ci faccia la donna lì, non si sa perché abbia impostato la macchina fotografica per fare ripetuti scatti in notturna, non si sa cosa si intende per il "we are connected" pronunciato durante una telefonata, si sa solo che il cellulare prende solo in un preciso punto dell'edificio e che non ci sono luci, quindi la costruzione di una situazione "da casa infestata" viene automatica. Tutti i misteri, se così si possono chiamare, di Dani, verranno rivelati a poco a poco, compresa la modalità della sua morte, attraverso le indagini della sorella gemella, Darcy. Darcy gestisce un negozio di "oggetti curiosi", come da titolo originale, spesso dotati di caratteristiche esoteriche, se non addirittura maledetti, ed è cieca. Il suo modo di vedere il mondo attraverso il dono della psicometria, il suo essere cresciuta in un ambiente che non nega gli spiriti, positivi o negativi che siano, si scontra con la pragmatica freddezza del marito di Dani, psichiatra che divide le persone in savi e pazzi, e che ha sempre una spiegazione scientifica per tutto. La "percezione" della realtà è la chiave di volta di Oddity, interamente costruito su sequenze riportate da punti di vista differenti, che spingono sia i personaggi che lo spettatore a dare interpretazioni viziate da preconcetti. Paradossalmente, chi è dotato di vista viene sviato, cullato da un'erronea sicurezza, mentre chi è cieco si affida a chi non è in grado di mentire, a percezioni che vanno oltre la razionalità. Oddity è per questo molto ironico, benché in senso amaro. Darcy è consapevole sia del suo potere sia del modo in cui gli altri la percepiscono come debole ed inferiore, ed è bello vedere come gli ignoranti ed irrispettosi vengano rimessi al loro posto con perfetto aplomb inglese e risposte salaci. Quanto a chi si ritiene superiore, Mc Carthy non perdona chi persevera nell'arroganza, e il contrappasso per chi sottovaluta il sovrannaturale e si crede più furbo degli altri è molto soddisfacente. 


La cosa più interessante di Oddity, tuttavia, è l'abilità del regista di sfruttare al meglio gli spazi, le luci e UN singolo elemento perturbante. In Caveat, il suo film precedente, l'ansia si concentrava soprattutto in una sequenza in particolare, che sfruttava paure ancestrali e usava, come detonatore, un terrificante coniglio di pezza. Se siete fan della bestiola, sappiate che in Oddity c'è un suo simpatico cameo, mentre il suo posto viene egregiamente preso da un golem di legno e, soprattutto, l'ansia viene distribuita a piene mani per tutto il film. Per quanto mi riguarda, Oddity è, al momento, la pellicola più terrificante del 2024, se parliamo di una paura viscerale, slegata da eventuale schifo splatter; la casa teatro del delitto, apparentemente ariosa e piena di spazi aperti, diventa un luogo sinistro, zeppo di ombre e punti ciechi che danno la sensazione di essere spiati da presenze oscure, sensazioni enfatizzate anche dal fatto che Mc Carthy non ricerca mai il jump scare, ma predilige creare situazioni di attesa che logorano i nervi dello spettatore. Aiuta molto il fatto che il golem di legno sia un incubo fattosi materia (non a caso una delle sequenze più efficaci vede la nuova fidanzata di Ted "giocherellare" attorno al manichino cercando di carpirne i segreti), ma a onor del vero Oddity fa paura già prima della sua comparsa, per tutta una serie di dettagli volutamente fraintendibili e alterati da una percezione stravolta dall'orrore di chi si ritrova a vivere determinate situazioni. Al suo secondo film, dunque, Damian Mc Carthy si è confermato un autore horror a tutto tondo, e personalmente non vedo l'ora che si metta alla prova con una terza pellicola, anche se le mie coronarie potrebbero non farcela. 


Del regista e sceneggiatore Damian Mc Carthy ho già parlato QUI.


Se Oddity vi fosse piaciuto, recuperate Caveat. ENJOY!

venerdì 31 maggio 2024

Attachment (2022)

Oggi il tema della challenge Horror 52x24 era "Film danese", così ho scelto Attachment (Natten har øjne), diretto e sceneggiato nel 2022 dal regista Gabriel Bier Gislason.


Trama: Maja, attrice danese, si innamora di Leah, ragazza inglese di origine ebraiche. Quando quest'ultima ha un incidente, Maja decide di trasferirsi in Inghilterra, nella casa a due piani che Leah divide con la madre. La convivenza si rivelerà un incubo...


Attachment
è un film piccolino, sussurrato anche in quel poco di orrore che mostra, un'opera che sceglie di sfruttare un canovaccio tipico del genere per raccontare una storia di legami profondi, incomprensione e amore. Tutto parte dall'incontro tra Maja, attrice danese diventata famosa grazie ad una fortunata serie di video per bambini in cui interpreta un elfo natalizio, e Leah, studentessa londinese di origini ebraiche. Tra le due scatta un colpo di fulmine da manuale che sfocia in una rapida convivenza, finché un giorno Leah non si rompe una gamba proprio quando deve tornare a Londra per questioni di studio. Maja sceglie di accompagnarla ed è così che fa la conoscenza di Chana, la madre di Leah. Imbevuta di credenze religiose e morbosa nell'affetto che riserva alla figlia, Chana mette a dura prova la pazienza di Maja la quale, pur cercando di lottare con le unghie e con i denti per non perdere né la calma, né l'amore della sua vita, non può fare a meno di soccombere, lentamente, alle inquietanti stranezze che circondano la donna e che trasformano la casetta londinese in un claustrofobico antro di terribili segreti. I misteri legati a Chana vengono svelati a poco a poco, senza fretta, filtrati dal punto di vista diffidente di Maja, ragazza danese che di religione ebraica non sa nulla. A donarle un briciolo di conoscenza arriva lo strano zio di Leah, ma siccome l'intera trama del film è giocata sull'incomprensione e la distanza, sia culturale che linguistica, ogni indizio rischia di venire distorto dall'altro grande protagonista di Attachment, che viene citato proprio dal titolo. Attachment come legame affettivo ma anche attaccamento, in senso fisico e psicologico. Maja, rimasta sola dopo la morte della madre e priva di prospettive nella vita salvo un lavoro fastidioso, si lega a Leah con un affetto profondo e cieco, che non tiene conto di piccoli particolari dissonanti legati ai comportamenti della ragazza, designata come assoluta ancora di salvezza; Chana, immigrata danese convertitasi alla religione del marito e ancora considerata straniera dopo decenni, vive esclusivamente per il legame con la figlia la quale, soffocata da tante attenzioni, è diventata però incapace (o perlomeno restia) a ricambiarlo. In questo substrato di affetto troppo intenso, generato spesso dal terrore della perdita e dalla solitudine, prolifera così un male dalle radici antichissime, che si nutre di emozioni negative e che ha imparato da tempo a sfruttare le imperfezioni degli esseri umani per ingannarli e causare loro ancora più dolore.


Essendo un horror "umano", Attachment vive innanzitutto della bravura delle tre attrici protagoniste. L'alchimia tra Josephine Park ed Ellie Kendrick rende la coppia sullo schermo assai tenera e convincente, oltre che molto naturale per quanto riguarda le varie interazioni; nonostante la differenza d'età reale di 5 anni, le dinamiche sono quelle tra una donna "matura", comunque già verso la trentina se non di più, convinta che Leah sia l'ultima chance di combinare qualcosa nella vita, e una ragazza più giovane che del mondo conosce poco, vissuta a lungo sotto l'ala protettrice della madre. Quest'ultima, interpretata da Sofie Gråbøl, è una figura assai inquietante, che riesce a risultare contemporaneamente schiva e dura, e anche l'interazione tra la Park e la Gråbøl, in particolare nei momenti in cui le due donne si scontrano, è interessante e credibile. A completare il quadro ci pensa l'elemento comico di David Dencik e del suo zio Lev, una folata di leggerezza che non sfocia mai nella stupidità e consente allo spettatore occidentale e cattolico, poco avvezzo a tematiche legate alla religione ebraica, di capire qualcosa relativamente ai miti e alle leggende che la caratterizzano. Nonostante la struttura di Attachment, soprattutto sul finale, richiami i cliché di migliaia di altri horror, l'idea di parlare di ebraismo e non di cattolicesimo ha reso il film, almeno per me, più nuovo e coinvolgente, e ho apprezzato molto anche la scelta di non sfruttare jump scares o CGI, quanto piuttosto di lavorare d'atmosfera (molto belle anche le scenografie, elemento indispensabile visto che il film è girato in gran parte in interni), affidandosi a pochi effetti pratici e alla fisicità di Ellie Kendrick. Con tutte le schifezze che arrivano mensilmente sui vari servizi streaming italiani è un peccato che Attachment sia rimasto nel limbo nella non distribuzione, ma se vi capitasse di trovarlo guardatelo, perché è piccino ma delizioso.

Gabriel Bier Gislason è il regista e sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. Danese, ha 35 anni.


 

martedì 19 marzo 2024

Revealer (2022)

Attirata dalla trama particolare, ho recuperato Revealer, diretto e co-sceneggiato dal regista Luke Boyce


Trama: una spogliarellista e un'attivista religiosa si ritrovano bloccate all'interno di un locale per peep show proprio il giorno dell'Apocalisse e devono tentare di sopravvivere all'invasione di demoni...


Revealer è un horrorino simpatico che parte dall'interessante premessa di cui sopra, grazie alla quale i realizzatori sono riusciti a superare gli evidenti limiti di budget e a rendere il film interessante proprio in virtù dei confronti tra le due protagoniste. Da una parte abbiamo Angie, spregiudicata spogliarellista tutta pose dark e volgarità, dall'altra c'è Sally, attivista religiosa delle peggiori, di quelle che non concepiscono una vita diversa da quella imposta da Dio e conoscono a menadito la Bibbia. Quando l'Apocalisse, quella vera, descritta proprio nel Libro, si abbatte sul mondo, le due si trovano a dover formare una scomoda ed inusuale alleanza per uscire vive dall'unico rifugio disponibile, ovvero il localaccio dove lavora Angie. Lasciando un attimo da parte l'Apocalisse, la relazione tempestosa tra le due nasce in primis dall'atteggiamento di Sally, la quale ovviamente non solo accusa Angie di essere una delle cause della fine del mondo in virtù del suo essere una tsoccola scostumata, ma si considera immune dalla minaccia dei demoni, a suo dire giunti solo per fare scempio dei peccatori, cosa che lei non è... apparentemente. E' chiaro fin dall'inizio, infatti, che i feroci mostri scatenati in Revealer sono, in quanto "rivelatori" per l'appunto, puntigliosi da morire e non fanno passare nemmeno un peccatuccio, soprattutto a chi mente persino a se stesso ed è pronto a puntare il dito sulle persone con una superficialità imbarazzante, e ciò porterà la nostra suorina mancata a farsi un bell'esame di coscienza. 


E' una fortuna, dunque, che le due attrici protagoniste siano brave, convinte e abbiano una bell'alchimia tra loro, anche perché il resto del film non è proprio un capolavoro ineccepibile. Per carità, col budget palesemente risicato che si è ritrovato tra le mani, Luke Boyce è riuscito comunque a sfruttare appieno le due location a disposizione del film e a renderlo claustrofobico e labirintico anche grazie al montaggio e al sapiente uso di luci che mi hanno ricordato parecchio i film di Begos, inoltre si è tenuto da parte qualcosina per l'interessante panoramica al computer che accompagna i titoli di coda, offrendo allo spettatore un'idea più chiara del destino delle due protagoniste. Chiudendo un'occhio, si riescono a trovare gradevoli anche i pochi momenti gore e le sparute creature demoniache, i quali denotano una discreta padronanza degli effetti speciali più artigianali e del make-up (mi è parso che di computer grafica ne sia stata usata poca ma è anche vero che dopo avere letto questo articolo non posso fidarmi più di nulla), anche se di vera paura non ne ho mai provata, per intenderci non siamo ai livelli del maledetto We Need to Do Something. L'unico, vero difetto di Revealer, in realtà, è la sua ambientazione anni '80, che non aggiunge NULLA alla storia, non è funzionale alla trama ed è arrivata già da un paio d'anni a saturarmi, soprattutto quando diventa mera strizzata d'occhio come in questo caso. Se a voi gli anni '80 "come li immaginano i Post-Millenials" non hanno ancora stufato e volete godervi un horror che riesce ad essere in qualche modo ottimista davanti ad una situazione da pessimismo cosmico, recuperate tranquilli Revealer!

Luke Boyce è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, è al suo primo lungometraggio e lavora anche come produttore.


A luglio è stato annunciato che la Vault Comics pubblicherà un tie-in di Revealer, scritto dagli stessi sceneggiatori del film (Tim Seeley, Mark Moreci e Luke Boyce, con l'aggiunta di Aaron Koontz) e disegnato da Dean Kotz, e dico la verità non mi dispiacerebbe affatto leggerlo visto che qui non ci saranno limiti di budget. Se Revealer vi fosse piaciuto recuperate We Need to Do Something. ENJOY!

venerdì 15 dicembre 2023

It's a Wonderful Knife (2023)

Natale si avvicina, e cosa c'è di meglio di un simpatico horror a tema come It's a Wonderful Knife, diretto dal regista Tyler MacIntyre e distribuito da Shudder?


Trama: un anno dopo avere eliminato un pericoloso killer la vigilia di Natale, la vita di Winnie è un incubo ad occhi aperti. Ma un desiderio espresso incautamente la renderà ancora peggiore, non solo per lei...


Dopo la rivisitazione in chiave horror di un classico Disney come Tutto accadde un venerdì, lo sceneggiatore Michael Kennedy ci riprova con qualcosa di ancor più conosciuto e amato, ovvero La vita è meravigliosa di Frank Capra (citato apertamente anche nei dialoghi). La protagonista è un'altra frizzante biondina adolescente, Winnie, che la vigilia di Natale si ritrova a dover combattere contro un inquietante killer mascherato di bianco e, inaspettatamente, ad ucciderlo. Un anno dopo, Winnie è diventata una ragazza cupa e traumatizzata, circondata da persone che fanno a gara per evitare anche solo di accennare alla tragedia del Natale precedente, e vede la sua vita andare a rotoli in ogni campo, da quello scolastico a quello sentimentale; presa dallo sconforto, Winnie esprime il desiderio di non essere mai nata ma, quando il desiderio si avvera, scopre che la sua non-esistenza ha condannato la cittadina di Angel Falls a diventare la riserva di caccia del serial killer e ha distrutto la sua famiglia. Come vedete, il canovaccio de La vita è meravigliosa è rispettato in toto, e l'aspetto "comedy" di It's a Wonderful Knife è identico a quello di mille film/telefilm/racconti natalizi in cui il protagonista viene costretto a rivedere la sua posizione negativa nei confronti del Natale, ritrovandosi sul finale garrulo e zeppo di buoni sentimenti, mentre la contaminazione parte dall'horror anni '90 alla Scream, con un killer "vero" , tangibile e anche un po' sfigato, e tocca elementi di distopia allucinante, sfidando a tratti la suspension of disbelief dello spettatore. A tal proposito, bisogna dire che, a livello di crescita del personaggio, Freaky era più centrato, e i personaggi secondari molto meno caricaturali. Online la gente si è lamentata dell'eccessiva queerness del film (io sono eterosessuale e, oltre a non esserne disturbata, mi è parso che una certa "evoluzione" sia stata gestita con dolcezza e coerenza), a me invece ha lasciato perplessa la botta di gioia finale, perché, di base, l'atteggiamento lassista e "flandersiano" dei genitori di Winnie continua a rimanere decisamente sproporzionato davanti ai traumi subiti dalla figlia e alla perdita di persone che erano amici di famiglia, a prescindere dalla realtà alternativa sventata dalla ragazza. Mi rendo conto che fare le pulci a un film simile è da cretini, però mi dispiace vedere gettare nel cesso delle caratterizzazioni che basterebbe rendere sensate con un minimo lavoro di cesello.


A parte questo, It's a Wonderful Knife diverte per il modo in cui il suo animo natalizio si fonde con l'horror anche a livello di stile, con un "angelo bianco" pronto a tingere la neve immacolata di abbondanti schizzi di sangue, armato di oggetti impropri a tema, come i sempre graditi candy cane appuntiti ed infilati in vari orifizi. A livello di ritmo, il film intrattiene per tutta la sua durata e, nonostante l'identità del killer venga rivelata dopo pochi minuti, c'è anche il tempo di un piccolo colpo di scena, purtroppo seguito da un finale, a mio avviso, facilone e sbrigativo. Per quanto riguarda gli attori, la protagonista Jane Widdop è una final girl carismatica e cazzuta, degnamente compensata dalla natura "weirdo" ma dolcissima della sua spalla Jess McLeod, con la quale duetta alla perfezione regalando allo spettatore le riflessioni più commoventi e meno scontate del film, a dimostrazione di quanto sceneggiatura e regia avrebbero potuto raggiungere livelli altissimi di coinvolgimento emotivo, senza peccare in superficialità. Meno ficcante il cast di supporto, o meglio, ci sono attori validissimi che purtroppo vengono sprecati: Justin Long nei panni del viscido Henry Waters è il solito mattatore ma si vede troppo poco (lo stesso vale per la divertentissima zia di Katharine Isabelle), quanto a Joel McHale, a tratti, sembra non sapere come fare muovere il suo personaggio, soprattutto nei momenti comici, troppo sopra le righe per i miei gusti, ma per fortuna la situazione cambia quando il tono delle scene si fa più drammatico. Nonostante qualche inevitabile difetto, comunque, It's a Wonderful Knife è una simpatica aggiunta agli horror di Natale e potrebbe regalarvi qualche momento di assoluto relax in un periodo che rischia di rivelarsi più stressante del resto dell'anno. Guardatelo e fatemi sapere!


Del regista Tyler MacIntyre ho già parlato QUI. Joel McHale (David Carruthers), Justin Long (Henry Waters) e Katharine Isabelle (Gale Prescott) li trovate invece ai rispettivi link.


Cassandra Naud, che interpreta Karen Simmons, aveva già partecipato a Influencer. Se It's a Wonderful Knife vi fosse piaciuto, recuperate Freaky, Auguri per la tua morte, Ancora auguri per la tua morte e Totally Killer. ENJOY!

martedì 21 novembre 2023

Suitable Flesh (2023)

Un altro horror che puntavo da un po' era Suitable Flesh, diretto dal regista Joe Lynch e liberamente tratto dal racconto La cosa sulla soglia di H.P. Lovecraft.



Trama: La psichiatra Elizabeth Derby si ritrova la vita sconvolta dopo che uno dei suoi pazienti, Asa, le confessa di essere vittima di uno scambio di corpi...


Nonostante mi piaccia molto l'horror, non sono esperta né di Stuart Gordon né di H.P. Lovecraft, di cui ho colpevolmente letto poco. Arrivavo quindi abbastanza "vergine" all'appuntamento con Suitable Flesh ed è stato solo verso metà che ho ricordato tutte le suggestioni inserite da Alan Moore in quel capolavoro di Neonomicon e capito dove avevo già sentito prima questa storia. Tratto dal racconto La cosa sulla soglia di H.P. Lovecraft e sceneggiato dal collaboratore storico di Stuart Gordon, Dennis Paoli, Suitable Flesh è la cosa più anni '80/'90 che vedrete quest'anno, e non perché cavalca la moda della riproposizione storica a tutti i costi (il che ormai, almeno a me, ha rotto le scatole) ma perché sembra realizzato con la stessa, spregiudicata "amoralità" dell'epoca. Di fatto, il film è ambientato ai giorni nostri, e i cellulari ricoprono una parte fondamentale della trama, ma entra a gamba tesa nel puritanesimo degli horror odierni puntando moltissimo sulla carne idonea del titolo originale, che viene mostrata parecchio. D'altronde, perché non dovrebbe essere così? Si parla di scambio di corpi, di una creatura immorale oltre che immortale, la quale cambia pelle come le pare e senza curarsi troppo delle anime che deve scacciare per riuscirci, una creatura ben consapevole di come dare e ricevere piacere e sempre aperta a nuove esperienze. Immaginate quindi la povera Dottoressa Derby, irreprensibile quasi cinquantenne con marito sexy ma moscino a carico, quando un giorno si ritrova in studio un ragazzetto che, dopo un primo impatto di disperazione e fragilità a mille, diventa all'improvviso uno sfrontato stronzetto pronto ad infilarsi di prepotenza nelle fantasie sessuali (e non solo) della bionda sciura, magari sfruttando un po' di suggestioni ipnotiche o malie sconosciute; in un istante la dottoressa non riesce più a togliersi Asa dalla testa ma, purtroppo per lei, la promessa di un piacere extraconiugale diventa un incubo con vista su orrori cosmici al di là della comprensione umana e sulla totale perdita di sé stessa, una corsa senza freni verso la distruzione di razionalità e realtà. E' molto interessante come la "debolezza" di Elizabeth non venga mai giudicata o strumentalizzata, anzi, Paoli riesce a veicolare non solo l'immagine di una donna forte e sicura, ma anche di una persona buona che non esiterebbe a sacrificarsi per difendere i suoi affetti più cari dall'orrore che è arrivato ad inghiottire la sua vita prima per caso e poi per capriccio, e ciò rende la sceneggiatura ancora più efficace perché lo spettatore riesce a provare sincera empatia verso la protagonista.


C'è da dire che Heather Graham è perfetta per il ruolo. All'età di 53 anni la sua bellezza delicata e botticelliana non è minimamente sfiorita e quella scintilla di sensuale malizia che l'ha sempre animata, rendendola un emblema di perfetto dualismo, è forte come un tempo, il che fa di lei la candidata ideale per un ruolo in cui menti e corpi si scambiano senza soluzione di continuità. A un certo punto, poi, si fa più preponderante la presenza di Barbara Crampton, l'altra che ha firmato un patto col Diavolo, e il film diventa ancora più divertente ed angosciante da seguire, con una "guerra tra bionde" che rischia di fare la felicità di tantissimi appassionati. Aggiungo che Suitable Flesh non è solo sesso e bionde in pericolo, ma ci sono parecchi momenti gore in cui l'orrore cosmico diventa carne difficile da liquidare con un confinamento tra quattro mura imbottite, e Lynch si diverte parecchio a giocare con punti di vista inusuali che compensano quella che, almeno per me, è un'aura un po' posticcia di nostalgia artigianale: purtroppo, Stuart Gordon non è più tra noi ed imitarne lo stile dà vita a sequenze che ho trovato un po' squallidine, il che è l'unico vero difetto che imputo a Suitable Flesh. Per il resto mi sono molto divertita e, da donna, faccio tantissimi complimenti a Judah Lewis, che nel giro di sei anni è passato dall'avere il musetto da bimbo tenerino ai tratti somatici da stallonetto che prenderebbe la babysitter Samara Weaving e le farebbe vedere i sorci verdi. Come crescono 'sti ragazzini, signora mia! O forse invecchiamo tutte tranne la Graham e la Crampton?  


Del regista Joe Lynch ho già parlato QUI. Heather Graham (Dr. Elizabeth Derby), Barbara Crampton (Dr. Daniella Upton), Judah Lewis (Asa Waite) e Bruce Davison (Ephraim Waite) li trovate invece ai rispettivi link.
 

giovedì 5 gennaio 2023

Bolle di Recensioni in streaming: The Guardians of the Galaxy: Holiday Special (2022), Pinocchio (2022), Christmas Bloody Christmas (2022)

Ultimo appuntamento con le recensioni ridotte, necessarie in quanto c'è la concomitanza di un'altra festività e poi si comincia col nuovo anno cinematografico, sempre pieno di novità a cui stare dietro (il che sarà, per me, praticamente impossibile)! Ma niente stress, prendiamoci un momento per respirare e tornare a gettare uno sguardo agli ultimi scampoli di 2022, con un paio di trashate festive e un capolavoro che meritava il grande schermo, il tutto disponibile su varie piattaforme streaming. ENJOY!


The Guardians of the Galaxy: Holiday Special - James Gunn (2022)

Sulla scia degli special natalizi dedicati a Star Wars nei gloriosi anni '80, James Gunn ha regalato la sua strenna a tutti i fan degli assurdi Guardiani della Galassia, mescolando momenti musicarelli (con un paio di canzoni a tema assai pregevoli e divertenti) a una trama imperniata essenzialmente sui due "rincoglioniti" del gruppo, Drax e Mantis. A dimostrazione di quanto la mia memoria legata a tutto ciò che riguarda i film Marvel sia ormai labilissima, non ricordavo affatto la parentela tra Mantis e Peter Quill, ma il sentimento di amore fraterno della prima verso il secondo è il motore di una tipica storia di Natale, dolceamara e fintamente cinica quanto volete ma, in definitiva, edificante e dal lieto fine. Per quanto mi riguarda, lo special vale anche solo per vedere un Kevin Bacon in formissima, ed è stato un breve divertissement perfetto per quelle rarissime mezz'ore di pausa tra un delirio familiar-culinario festivo e l'altro. Onestamente, però, non so come farò se il terzo Guardians of the Galaxy continuerà a tenere sotto i riflettori due beniamini del pubblico così decerebrati, ché 45 minuti vanno anche bene, ma più di due ore rischiano di uccidermi.

Curiosità: mentre è a casa, Kevin Bacon guarda Santa Claus Conquers the Martians, film del 1964 in cui Babbo Natale viene rapito e portato nello spazio, che è esattamente ciò che succederà all'attore di lì a poco. 


Pinocchio - Guillermo del Toro e Mark Gustafson (2022)

E' stata l'ultima visione "importante" del 2022, nonché quella che più mi ha devastata a livello emotivo, lasciandomi stremata e singhiozzante su quel finale triste ma necessario. E pensare che ero partita senza troppe aspettative, dopo la sovrabbondanza di adattamenti dell'opera di Collodi usciti negli ultimi anni, nessuno particolarmente entusiasmante, quando non addirittura orribile. Inaspettatamente, invece, il Pinocchio di del Toro, coi suoi personaggi terribilmente umani, pieni di difetti eppure colmi di enorme dignità, mi ha conquistata anche grazie al suo messaggio semplice ma fondamentale; fare "il nostro meglio, e il nostro meglio è il meglio che c'è", tendere una mano gentile al prossimo, accettare la bellezza dell'unicità senza farsi soffocare dal passato e dal rimpianto, tendere verso una libertà magari non perfetta ma squisitamente "nostra", sono concetti potenti che spesso tendiamo a dimenticare e che si sposano perfettamente con una storia raccontata talmente tante volte da avere ormai perso di significato. Per fortuna, del Toro l'ha rinfrescata, infondendole nuova vita attraverso temi, visioni e cliché a lui carissimi, che ne hanno rinnovato la magia e il fascino (anche molto macabro e crudelmente ironico), ulteriormente accentuati dalla bellezza di una stop motion fluida ed elegante, popolata da pupazzini dettagliatissimi e dal sapore gotico. Un piccolo gioiello animato, che avrebbe meritato di essere distribuito al cinema, non su Netflix. A caval donato non si guarda in bocca, avete ragione, ma è comunque un peccato.

Curiosità: durante le riprese di La fiera delle illusioni - Nightmare Alley, Cate Blanchett ha detto a Guillermo del Toro che avrebbe voluto partecipare come doppiatrice, ma l'unico personaggio libero rimasto era la scimmia Spazzatura. L'attrice ha accettato il ruolo senza indugio, dichiarando al regista "Farei qualunque cosa. Per te, interpreterei persino una matita". That's love, folks!


Christmas Bloody Christmas - Joe Begos (2022)

Dopo un capolavoro animato, concludiamo con un dignitosissimo esempio di B-Movie horror, gentilmente offerto da Joe Begos. Non ci sono grandi idee o grandi stravolgimenti qui, giusto un mix sanguinolento tra gli slasher a tema natalizio e Terminator, perché il fulcro della storia è il malfunzionamento di un robot militare riciclato come Babbo Natale per centri commerciali, che un giorno sbrocca male e trasforma ogni persona in potenziale minaccia da eliminare nel modo più rapido, efficace e splatter possibile. Se non vi piacciono i personaggi chiacchieroni persi in dialoghi citazionisti e cool e detestate l'estetica di Begos, fatta di luci al neon che fendono ambienti altrimenti scuri, nemmeno fossimo in una discoteca zeppa di colori acidi in grado di friggere le retine, state quanto più lontano possibile da Christmas Bloody Christmas, altrimenti a fine anno recuperatelo e divertitevi a passare un Natale cinematografico alternativo, rozzo e brutale, da veri metallozzi amanti dell'horror!

Curiosità: il regista Joe Begos interpreta Benny, il vicino a cui viene distrutta la macchina. 

venerdì 2 dicembre 2022

A Wounded Fawn (2022)

L'ultimo film del ToHorror a cui ho voluto dedicare un intero post è A Wounded Fawn, una produzione Shudder diretta e co-sceneggiata dal regista Travis Stevens, approdata proprio ieri sull'adorata piattaforma horror.


Trama: liberatasi dallo spettro dell'ex violento, Meredith cerca di rifarsi una vita e comincia ad uscire con Bruce... peccato che quest'ultimo sia un serial killer!


Che bestia stranissima questo A Wounded Fawn. Talmente tanto che persino il regista ha deciso di dividerlo in due atti, uno più "normale" e uno in cui la locura la fa totalmente da padrona. A Wounded Fawn parte dalle stesse premesse di Fresh, più o meno, ed è ascrivibile al filone dei revenge movie: Meredith è una donna desiderosa di ricominciare a vivere dopo anni di terapia passati a liberarsi del ricordo dell'ex violento, che decide di concedersi un weekend in una casa isolata assieme a un uomo conosciuto da poco. Costui, dotato della faccetta rassicurante di Josh Ruben, è apparentemente colto, affascinante e gentile... non fosse per quel piccolissimo difetto, quell'istinto da serial killer che parte all'improvviso, preannunciato dall'inquietante arrivo di un gufo gigante che pare uscito dritto da Deliria. Quando il killer getterà la maschera e attaccherà la sua vittima, però, qualcosa andrà storto e scoprirà che quest'ultima non è indifesa come crede, né come credete voi! Senza fare troppi spoiler, A Wounded Fawn è un film a base di uomini piccini che perdono tempo a giustificare la loro follia, troppo miseri persino per abbracciarla in toto una volta scoperti, prede di una lamentela continua che li rende comunque vittime a prescindere (della società, delle donne troppo belle o troppo di successo, di una piccola parte del loro cervello a cui non riescono proprio a non dar retta) di eventi di cui non hanno colpa, roba che, quasi quasi, verrebbe da puntare il dito contro le donne che hanno la sventura di incontrarli e di "scivolare" addosso al loro coltello, invece di rimanere chiuse in casa. Josh Ruben, che già in Scare Me aveva dimostrato un talento per i personaggi miserevoli e passivo-aggressivi, è perfetto per il personaggio di Bruce, inquietantissimo killer che, una volta privato delle armi, si mostra per la feccia che è, ridicolo e anche un po' imbarazzante, di sicuro impossibilitato a difendersi dal delirio che si scatena nella seconda parte del film (la citazione che apre il film, "I suddenly became aware that I was both mortal and touchable and that I could be destroyed", attribuita alla pittrice Leonora Carrington, non è di certo diretta a Meredith).


Il secondo atto, MOLTO debitore dello stile della pittrice nominata poc'anzi (se non la conoscete, andatevi a vedere un paio di quadri su internet), è un incubo mitologico e quasi shakespeariano dove si scatena un caos fatto di bestie antropomorfe, incubi ad occhi aperti e tanto, tantissimo sangue; a tal proposito, il colore rosso, vivido e luminosissimo, fotografato come in un thriller di Dario Argento, è presente in quasi tutte le scene del film come simbolo di inquietante follia, soverchia i personaggi quando Bruce viene sopraffatto dal suo istinto omicida ma è perennemente presente sullo sfondo, vuoi nei complementi d'arredo, vuoi negli abiti o in qualche oggetto di scena, come se fosse inevitabilmente scritto nel destino dei protagonisti. Se il primo atto, quello più thriller, vanta una regia rigorosa e pulita, quasi geometrica, il secondo atto omaggia a tratti il primo Sam Raimi ed è una corsa forsennata intervallata da sprazzi di allucinazioni che ricordano gli horror "artistici" come quelli di Peter Strickland, una sequela ininterrotta di punizioni, interrogatori e catarsi che non si ferma nemmeno nei titoli di coda, a dire il vero l'unica cosa del film che mi ha fatto un po' storcere il naso, perché sembrano davvero non finire mai. Di Josh Ruben ho già parlato e, come ho scritto su, l'ho trovato perfetto, ma il cast femminile non è da meno e le interpretazioni di Sarah Lind e Malin Barr, donne "normali" ma capaci e simpatiche prima, Erinni dopo la violenza, fanno sì che lo spettatore si ritrovi ancora più coinvolto nella vicenda. A Wounded Fawn, secondo me, è uno di quei film che si amano o si odiano ma, di certo, non lasciano indifferenti e rischia di essere una delle visioni più interessanti dell'anno. Non perdetelo!


Del regista e co-sceneggiatore Travis Stevens ho già parlato QUI mentre Josh Ruben, che interpreta Bruce, lo trovate QUI.


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