Visualizzazione post con etichetta xavier dolan. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta xavier dolan. Mostra tutti i post

mercoledì 27 novembre 2024

Martyrs (2008)

Oggi la challenge di Letterboxd prevedeva una produzione canadese, quindi è toccato a un film che stavo consapevolmente evitando dal 2008, ovvero Martyrs, diretto e sceneggiato dal regista Pascal Laugier.


Trama: Lucie, che da bambina era fuggita per un pelo alle torture dei suoi aguzzini, riesce a vendicarsi da adulta, aiutata dalla riluttante amica Anna. Ma il compimento della vendetta non è altro che l'inizio di un incubo ancora peggiore...


Se mi seguite da qualche anno, sapete che i pochi horror che patisco, in ambito mainstream (la roba estrema e indipendente del circuito underground non mi avrà mai nella vita), sono quelli appartenenti al New French Horror, specialmente quando sfociano nella New French Extremity. Li patisco perché, essenzialmente, mi angosciano per la loro cattiveria, la tristezza che permea ogni fotogramma e li discosta del becero torture porn americano (che invece mi annoia e disgusta in maniera superficiale) per diventare qualcosa di più serio e pronto a pasteggiare col cuore sanguinante dello spettatore. Ora, Pascal Laugier ha sempre sottolineato che Martyrs non fa parte della New French Extremity, ma è comunque un film che, dopo la tanto rimandata visione, ho mal sopportato, tanto quanto i suoi "cugini". Ciò non significa che sia brutto, chiaramente. Martyrs è stato scritto, con una lucidità e una coerenza invidiabili, da un Autore in piena crisi depressiva, al punto da arrivare ad indulgere in pensieri suicidi; è la rappresentazione di un mondo che sta andando in rovina, dove ogni cosa è violenza e le persone vengono smosse solo da riscontri egoistici o economici. E' lo schiaffo definitivo (per quanto non voluto, ovviamente, e mi perdonino gli amanti del regista danese per un simile accostamento) a Lars Von Trier, il quale, preda di una crisi simile, ha girato una roba ermetica e fredda come Antichrist, un'opera che tiene ben distante lo spettatore e gli impedisce di immedesimarsi nei personaggi, con tutte le conseguenze del caso. Invece, Martyrs dialoga costantemente con chi lo guarda, sottopone il pubblico a un'ordalia non dissimile da quella delle protagoniste, torturandolo psicologicamente con la visione di orrori prevalentemente fisici, ma anche mentali, e ponendogli domande scomode attraverso due modi di affrontare il dolore. 


Da una parte abbiamo Lucie, marchiata da un'infanzia fatta di prigionia e torture, che sfoga attraverso orribili allucinazioni il senso di colpa per essere stata l'unica a fuggire e il conseguente autolesionismo da esso derivato; Lucie cerca i suoi aguzzini, esige vendetta, è (giustamente o meno sta allo spettatore giudicarlo, perché Laugier non si pronuncia) mossa esclusivamente da motivazioni egoistiche, da un folle desiderio di autoconservazione. Dall'altra, abbiamo Anna. Colei che offre amicizia a Lucie fin da bambina, che la ama non ricambiata, che passa ogni singolo minuto di film non solo a sostenerla, ma ad aiutare persino gli sconosciuti, mettendosi nella merda per non abbandonare nessuno e ricevendo in cambio solo dolore. In mezzo, la concezione di "martire". La cosa più amaramente ironica del film è l'esistenza di un'associazione di vecchiacci terrorizzati dalla morte che cercano dei martiri in grado di rivelare loro cosa ci sia "dopo", nell'aldilà. E' ironico, perché questi vecchi sono in grado di offrire la definizione di martire, ovvero "persone eccezionali che [...] si donano" eppure vanno per tentativi, o torturando bambini (innocenti ma, per la loro stessa natura, egoisti ed incapaci di donarsi) o giovani donne a caso, senza capire che il fulcro del martirio è l'amore incondizionato, libero da ogni preconcetto o legame religioso. Si fanno strada a schiaffi, privazioni e umiliazioni, 'sti stronzi, e io purtroppo sarei come Lucie, impossibilitata a vincere la paura perché troppo impegnata a odiarli, a volerli morti, a scappare solo per ripagarli con la stessa moneta. Di sicuro non riuscirei a vedere nulla, né a trascendere, perché i miei occhi sarebbero rivolti solo alla mia sofferenza. Anna, invece, ama nel dolore, ama al punto da arrivare a percepire non ciò che la terrorizza, come quasi tutte le vittime, bensì la voce della persona amata, che la invita proprio a mettere da parte la paura. E' una risoluzione bellissima, perché apre la via ad un finale tra i più originali e sconvolgenti della storia dell'horror.


In un film fatto di violenza e sangue, in cui la macchina da presa indugia sui dettagli più raccapriccianti e non lascia modo allo spettatore di respirare, neppure per un secondo (anche perché le sequenze durante le quali Anna aspetta la prossima tortura sono le peggiori, pregne come sono di angoscia tangibile), è comunque difficile arrivare preparati al martirio finale di Anna. Eppure, non è nemmeno quella la parte più sconvolgente di Martyrs, quanto ciò che si nasconde nell'occhio del martire, del "testimone", lasciato alla libera interpretazione dello spettatore. Persino quelli più vicini, come me, alla mentalità di Lucie, potranno trovare soddisfazione nelle ultime sequenze. Non tanto per l'ultimo atto di improvvisa violenza (anche se non posso negare di avere goduto come un riccio), tanto per la beffa finale di non sapere, di non averne il diritto, e di ritrovarsi costretti a riflettere su cosa rappresenti la luce che ci ha mostrato Laugier, per capire cos'è riuscito a comunicarci Martyrs. Per quanto mi riguarda, ho cominciato a pensare a Il seme della follia e a un racconto kinghiano letto di recente, dal titolo Il viaggio, insomma a un gigantesco, terrificante dito medio da mostrare a quei vecchiacci pavidi e disgustosi, così da annichilire tutte le loro speranze di salvezza. Questo, per inciso, è però un altro dei motivi per cui non guarderò mai più Martyrs finché campo, nonostante lo ritenga un grandissimo horror. La vita è già abbastanza deprimente, subire un'ora e mezza di violenza senza speranza alcuna, per nessun personaggio, mi abbatte e mi abbruttisce, rendendomi ancor più consapevole degli orrori che toccano, quotidianamente, persone ben più sfortunate di me, e di cui Martyrs è sanguinosa metafora. Almeno davanti alla finzione, mi permetto quindi, egoisticamente, di tornare a chiudere gli occhi, consigliandovi però di fare un tentativo e di aprirli, almeno una volta, su una delle opere horror più importanti del nuovo millennio.


Del regista e sceneggiatore Pascal Laugier ho già parlato QUI mentre Xavier Dolan, che interpreta Antoine, lo trovate QUA.


Nel 2015 è uscito il remake USA del film, stroncato all'unanimità da critica e pubblico. Lungi da me recuperarlo allora! ENJOY!

venerdì 6 settembre 2019

It - Capitolo due (2019)

Mercoledì sera mi sono imbarcata in una maratona degna di quelle di Mentana, culminata con la proiezione di mezzanotte dell'attesissimo It - Capitolo due (It Chapter Two), diretto dal regista Andy Muschietti e tratto dall'omonimo romanzo di Stephen King. Siccome non sono una brutta persona, NIENTE SPOILER.



Trama: i Perdenti tornano dopo 27 anni a Derry, così da uccidere il malvagio clown Pennywise una volta per tutte.



Disclaimer: ho solo 4 ore di sonno addosso, quindi mi scuso in anticipo se questo post sarà scritto coi piedi (per non dire di peggio) ma tanto c'è chi ha già parlato e soprattutto parlerà di questo secondo capitolo di It meglio di quanto possa fare io, ergo non mi preoccupo. Abbiamo aspettato due anni, pianto e gioito sul dream cast messo in piedi da Muschietti e soci, incrociato le dita affinché la conclusione di It cancellasse con un colpo di spugna il ragno di gomma di Tommy Lee Wallace e finalmente è arrivato il momento di tirare le somme: i perdenti sono cresciuti, hanno dimenticato quello che è successo a Derry nel corso della loro terrificante adolescenza e ventisette anni dopo sono tornati all'ovile, pronti a uccidere Pennywise una volta per tutte. Se la prima parte della serie del 1990 si concludeva con un evento ben preciso, dopo aver giustamente mescolato passato, presente e telefonate minatorie, il film del 2017 si era concluso invece con la promessa dei Perdenti ancora ragazzini: è normale, quando non si sa quale successo potrà avere la pellicola e quindi bisogna offrire un film in grado di stare in piedi da solo. Ecco perché uno degli eventi più importanti di It, uno dei più scioccanti e, perché no, "scenografici", qui viene ridotto a mero flash (mentre io quelle caspita di gocce che cadono le ricordo ancora adesso), parte di un processo di accelerazione che riunisce i Perdenti già adulti nel giro di pochi minuti. Uno dei difetti del film, senza dubbio, ma difetti inevitabili, ahimé. Come condensare in tre ore, tante ma purtroppo lo stesso insufficienti, tutta la ricchezza delle fisime, dei problemi, del dolore accumulatosi in 27 anni? C'è giusto il tempo di qualche sprazzo di indizio che il pubblico potrà cogliere o meno, di far pace con l'idea che forse Tom e Audra non sono poi così importanti all'economia della storia, di pensare che magari Bowers qualche minuto in più l'avrebbe anche meritato altrimenti non è null'altro che una macchia messa lì per far colore; di chiedersi, di nuovo, dove diamine è finito Mike, povero bibliotecario con la mera funzione di guardiano e portasfiga cosmico, prima che l'azione incalzi e cancelli ogni pensiero. Non si può dire, infatti, che il secondo capitolo di It manchi di ritmo. Allo spettatore non viene concesso nemmeno un istante di tregua perché anche i momenti più riflessivi sono il preludio a qualcosa di orribile, con l'occhio onnipresente di Pennywise sempre puntato sulla schiena dei protagonisti, nel passato e nel presente.


E quanto è più infantile e malvagio Pennywise in questo secondo capitolo. Così appare, ovvio, perché i Perdenti sono cresciuti, gli anni '80 hanno lasciato il posto al nuovo millennio ma Pennywise è rimasto sempre lo stesso, una creatura piena di sé convinta di avere sempre davanti dei bambini incapaci di liberarsi dai traumi passati e che quindi agisce di conseguenza, probabilmente nell'unico modo che conosce. Vero, sono passati 27 anni, non dovrebbero essere solo i Perdenti ad essere cambiati ma anche il mondo, popolato da ragazzini più smaliziati che hanno per l'anima di farsi prendere in giro da un clown; eppure, la solitudine e la paura travalicano i tempi, i diversi e perdenti vengono sempre perseguitati, e di questo il maledetto clown si nutre, approfittando della natura umana che tende a voler dimenticare quello che fa male, anche a costo di allontanarsi dai momenti felici e abbandonare tutto, le cose importanti e quelle che non lo sono mai state. Per questo, sono tanto più importanti quei momenti in cui i perdenti si ritrovano, l'umorismo infantile degli esilaranti battibecchi tra Richie ed Eddie e quei momenti di apparente comic relief che aiutano a stemperare la tensione, perché il fulcro della storia è, banalmente, questo: Pennywise è ridicolo, Pennywise incarna la stupida bruttezza del mondo, è il bullo supremo che merita di essere annullato con una risata in faccia per mostrargli la realtà della sua insipienza, non di essere temuto e venerato. Questo King lo diceva nel libro, lo ribadisce Muschietti, e se per un paio di momenti divertenti vi siete messi a gridare allo scandalo e al "ma questo non è horror", mi spiace ma non avete capito nulla. Anzi, It - Capitolo due, nonostante non sia privo di momenti agghiaccianti, è un film volutamente molto ironico e demolisce non solo Pennywise ma anche quelli che "la vecchia miniserie era meglio" (in effetti un ragno c'è anche qui), quelli che "ma questo pezzo nel libro non era così" (sì, mi ci metto in mezzo io per prima. E ammetto che alcuni contentini mi hanno fatto un po' male, decontestualizzati come sono), quelli che "Stephen King non sa scrivere i finali" (a volte è vero) e persino lo stesso Stephen King (amore mio), facendosi volere ancora più bene.


Non che il film sia esente da difetti, ci mancherebbe. Come ho scritto, tante, troppe cose si perdono qui e là o vengono totalmente stravolte per le esigenze più svariate ma ci sta, gli sceneggiatori non possono diventare scemi e inoltre non hanno vilipeso in toto un libro che al limite posso rileggere per la ventesima volta; è soprattutto la CGI a non convincere. Vedendo in sequenza il primo e il secondo capitolo saltano all'occhio gli imbarazzanti pupazzoni deformi e se già, rivista a mente fredda, la donna di Modigliani fa pietà, preparatevi all'orribile visu della strega/gollum e ad altre schifezzuole assortite, finte come i soldi virtuali di un Monopoli giocato su un green screen. Peccato, perché poi la battaglia finale è epica, tra regia e montaggio si arriva a un certo punto che manca il respiro per l'ansia e Bill Skarsgård è talmente "bello" che verrebbe voglia di abbracciarlo e allora perché Muschietti non ce la fa a stare lontano dagli obbrobri grotteschi? Chi lo sa, non pensiamoci, perché in It - Capitolo due ci sono ancora tante cose bellissime. Il dream cast di cui parlavo sopra, in primis. Tutti gli attori, nessuno escluso, sono assolutamente in parte e se da Jessicona nostra e Jamesuccio bello me lo aspettavo, non avevo idea che Bill Hader sarebbe stato un Richie sfaccettato, dolce da spezzare il cuore, né che i semi-sconosciuti James Ransone e Jay Ryan avrebbero riportato in vita alla perfezione due personaggi amatissimi come Eddie e Ben (tra l'altro scusate ma Ben è strafigo, come l'avevo sempre pensato). I loro volti, le loro espressioni, i loro gesti non fanno rimpiangere quelli delle loro giovani controparti (anche se, non me ne voglia la Chastain, ma la Lillis è talmente bella da essere innaturale) ed entrano nel cuore dello spettatore, concorrendo a spillare qualche lacrima, non certo per il bruciore dovuto a cinque ore ininterrotte di film. E qui, mi dispiace, ma parte lo SPOILER, tanto la recensione è bell'e finita, il film mi è piaciuto, correte a vederlo.


SPOILER
Stephen King potrà anche non sapere scrivere finali, ma quello di It è amaro e malinconico, una rappresentazione lucida di quello che è la vita, dove anche i legami più saldi, col tempo e a causa di percorsi diversi, tendono ad indebolirsi e forse a scomparire. E' un finale per nulla felice, che ho amato da lettrice, detestato da fan girl. Muschietti mi è venuto incontro con un happy ending per il quale non posso che ringraziarlo tra le lacrime, che hanno cominciato a scorrere copiose quando sullo schermo è comparsa una delle citazioni più belle di It e si sono intensificate con l'inno alla vita e all'amicizia di Stan. E' una cosa paracula, lo so. E' un tradimento dello spirito dell'opera, va bene, senza contare che Stan è morto per mera paura (e qui avrebbero potuto ricamare sul fatto che è stato l'unico, assieme a Beverly, a guardare DENTRO It)  enon per qualche contorto e scricchiolante piano. Ma che cazzo, già la vita dona poche gioie, perché non si può sperare, abbracciando idealmente un Ben finalmente felice, innamorato e pronto a girare il mondo in compagnia di Beverly? Sperando che la maledetta rimpatriata al ristorante cinese sia una delle mille che accompagneranno i Perdenti superstiti fino alla vecchiaia? Suvvia, lasciatemi sognare. E lasciate in pace Muschietti, criticoni.
FINE SPOILER



Del regista Andy Muschietti ho già parlato QUI. Jessica Chastain (Beverly Marsh), James McAvoy (Bill Denbrough), Bill Hader (Richie Tozier), James Ransone (Eddie Kaspbrak), Bill Skarsgård (Pennywise), Jaden Lieberher (Bill Denbrough da giovane) Nicholas Hamilton (Henry Bowers da giovane), Javier Botet (il barbone/la strega) e Xavier Dolan (Adrian Mellon) li trovate invece ai rispettivi link.


Il primo It ha portato fortuna ai giovani protagonisti, tutti tornati anche in questo secondo capitolo? Non proprio a tutti, in effetti, ma ad alcuni sì: Jack Dylan Grazer (Eddie) ha partecipato al film Shazam!, Finn Wolfhard (Richie) è sempre più mostro e, oltre a continuare a interpretare Mike in Stranger Things ha avuto tempo di doppiare Pugsley nell'imminente La famiglia Addams e parteciperà al nuovo Ghostbusters 2020; Sophia Lillis (Beverly) era nel cast di Sharp Objects, Chosen Jacobs (Mike) in quello di Castle Rock mentre Jeremy Ray Taylor (Ben) ha fatto capolino in Piccoli brividi 2 - I fantasmi di Halloween. Interessante invece vedere come l'attrice Molly Atkinson, che nel primo film interpretava la madre di Eddie, sia stata utilizzata nel secondo film per incarnarne la moglie, Myra; se inoltre, come me, volete sapere chi sia il "Peter" regista del film di Bill, trattasi di un regista vero, nella fattispecie Peter Bogdanovich il quale, per inciso, non è l'unica guest star eccellente della pellicola, anzi. Ma ho promesso niente spoiler, quindi vi rimando semplicemente alla visione di It e della miniserie del 1990 oltre a consigliarvi di leggere il romanzo di Stephen King. ENJOY!

mercoledì 20 marzo 2019

Boy Erased - Vite cancellate (2018)

Conquistata fin dal trailer, questa settimana sono corsa a guardare anche Boy Erased - Vite cancellate (Boy Erased), diretto e co-sceneggiato nel 2018 dal regista Joel Edgerton a partire dall'autobiografia omonima di Garrard Conley.


Trama: il giovane Jared, figlio di un pastore, scopre al college di essere gay. Il padre decide quindi di mandarlo in una struttura "correttiva".


Già non dev'essere facile nascere gay e scoprire, quando cominciano ad affacciarsi le prime pulsioni sessuali, di non essere come gli altri si aspettano, ovvero pronto a vivere una "sana" vita di coppia eterosessuale e sfornare tanti bei pargoletti; non oso immaginare cosa debba essere nascere gay in una famiglia estremamente religiosa, che considera l'omosessualità una malattia al pari di una polmonite, un "incidente di percorso" da correggere con l'aiuto di Dio. Non posso (e non voglio) nemmeno cominciare a riflettere sul perché simili cretinate antiscientifiche ed incredibilmente bigotte si siano diffuse al punto da giustificare l'esistenza di centri correttivi apposta per gay, dove le persone vengono costrette a rinnegare se stesse attraverso discutibili percorsi fatti di preghiera e psicanalisi d'accatto, atti ad individuare i motivi esterni che hanno fatto nascere questo "peccato" così da riuscire a liberarsene il prima possibile. Il problema, come sottolinea Garrard Conley che in uno di questi centri c'è stato davvero, è che i ragazzi e le ragazze omosessuali non vengono mandati lì per cattiveria ma probabilmente perché le famiglie sono sinceramente convinte di fare il loro bene e, spesso, non conoscono l'inevitabile incompetenza di chi gestisce queste strutture, magari anche loro animati da buone intenzioni ma comunque capre ignoranti poco meno superstiziose di chi uccide i gatti neri perché portano sfortuna; il risultato di queste "cure", alla fine di un percorso fatto di umiliazione e vergogna quando va bene, rischia tra l'altro di non essere quello sperato dai familiari, poiché giustamente per evitare di vivere in quelle condizioni un istante di più, il paziente decide di mentire a se stesso e agli altri, pronto ad affrontare una vita in perenne clandestinità emotiva, frustrante e triste. Insomma, un incubo. Un incubo legalizzato che Joel Edgerton ha scelto di portare sullo schermo in questo dramma misurato e dai toni delicati ma comunque ben difficile da digerire, all'interno del quale il protagonista, Jared, viene costretto dapprima a prendere dolorosamente coscienza della sua omosessualità, poi della chiusura mentale dei suoi genitori, tanto amorevoli quanto orribilmente bigotti.


Quello che mi ha colpita più di tutto guardando Boy Erased, al di là dell'ovvia condanna di questo tipo di centri, fortemente connotati in maniera negativa con tanto di "villain", è il modo dolceamaro in cui viene descritta la presa di coscienza di Jared, senza storie d'amore esaltanti o relazioni osteggiate dai genitori. Il cammino di Jared verso il coming out è qualcosa di intimo e dolorosamente solitario, fatto di due esperienze segnanti sia in positivo che in negativo e vissute nella solitudine di un college, lontano dagli amici e dalla famiglia; la prima violenza, accolta con terrore dopo mesi di pulsioni segrete e di speranze e la difficoltà a fidarsi nuovamente di chi è omosessuale, si rispecchiano nell'atteggiamento schivo e allo stesso tempo speranzoso di Jared, interpretato alla perfezione da un Lucas Hedges espressivo e dimesso, un ragazzo che minaccia di essere cancellato e di diventare un manichino, un semplice burattino da riempire con le aspettative dei genitori. Due grandi attori come Nicole Kidman e Russell Crowe si limitano, in questo caso, a fare da spalla, sostenendo l'interpretazione di Hedges e in un paio di casi arricchendola, rendendola ancora più emozionante, come nel confronto finale tra padre e figlio o nel momento in cui mamma Nancy si rende conto di cosa si nasconda davvero dietro il centro correzionale ("Shame on you. Shame on you. And shame on me, too"). Joel Edgerton, che come attore ha iniziato a non piacermi proprio, mette al servizio di questa storia personale la sua natura "stundaia" e delicata, creando così un film che non fa urlare al miracolo per quanto riguarda la regia o la sceneggiatura e tuttavia centra l'obiettivo che si era prefissato, preferendo concentrarsi sulla sostanza più che sull'apparenza, dando modo allo spettatore di riflettere e ragionare su una piaga sociale realmente esistente, senza farsi trasportare troppo dagli inevitabili sentimenti. Che sul finale arrivano a colpire duro, a mo' di ginocchiata, ma perlomeno sono sentimenti sinceri, in quanto non si può proprio accusare Boy Erased di essere ruffiano e lacrimevole. In sostanza, un gran bel film, consigliato, magari per aprire un po' gli occhi sulla sofferenza di chi spesso viene considerato "frivolo" e malato o forse solo capriccioso.


Del regista e co-sceneggiatore Joel Edgerton, che interpreta anche Victor Sykes, ho già parlato QUI. Lucas Hedges (Jared Eamons), Nicole Kidman (Nancy Eamons) e Russell Crowe (Marshall Eamons) li trovate invece ai rispettivi link.

Xavier Dolan interpreta Jon. Canadese, soprattutto conosciuto come regista, ha partecipato a film come Martyrs e 7 sconosciuti a El Royale. Anche sceneggiatore, produttore, costumista, compositore, ha 30 anni e due film in uscita tra i quali It: Capitolo 2, dove interpreterà nientemeno che Adrian Mellon.


Flea (vero nome Michael Peter Balzary) interpreta Brandon. Australiano, storico bassista dei Red Hot Chili Peppers, lo ricordo per film come I ragazzi della 56ª strada, Ritorno al futuro - Parte II, Ritorno al futuro - Parte III, Belli e dannati, Il grande Lebowski, Paura e delirio a Las Vegas, Psycho e Baby Driver - Il genio della fuga; come doppiatore, ha lavorato ne I Simpson, American Dad!, I Griffin e Inside Out. Anche sceneggiatore e produttore ha 57 anni.


Se Boy Erased vi fosse piaciuto cercate di recuperare il recente La diseducazione di Cameron Post, che tratta le stesse tematiche. ENJOY!

lunedì 23 maggio 2016

Cannes 2016

L'ho già detto un paio di volte negli ultimi tempi e potrei anche ripeterlo, non mi merito di avere un blog di cinema. Della Cannes di quest'anno non ho seguito nulla, non so quasi nemmeno quali film siano passati (a parte Il GGG di Spielberg, Personal Shopper con Kristen Stewart e ovviamente The Neon Demon di Nicolas Winding Refn, gli unici di cui ho sentito parlare) quindi l'elenco dei vincitori sarà particolarmente freddo e distaccato.


La Palma d'Oro va a I, Daniel Blake del regista Ken Loach, un film che parla dei nuovi poveri e di lavoratori in lotta contro la fredda e spietata burocrazia. In Italia dovrebbe arrivare in autunno ma si sa come funziona con la distribuzione!


Nell'indecisione, il premio per la miglior regia è andato a ben due autori, Olivier Assayas per Personal Shopper e Cristian Mungiu per Bacalaureat. Personal Shopper, nonostante la presenza di Kristen Stewart, mi ispira in quanto thriller con venature sovrannaturali (inoltre il regista è lo stesso di Sils Maria, di cui ho sentito parlare benissimo) ma anche Bacalaureat pare non essere male, un film sull'essere genitori e sul "fine che giustifica ai mezzi" per amore dei propri figli. Di nessuno dei due film è ancora disponibile una data di uscita italiana.


Il miglior attore è risultato essere l'iraniano Shahab Hosseini, del quale non avevo mai sentito parlare fino ad oggi. Il film Le client, diretto e sceneggiato dal regista Asghar Farhadi, parla di una coppia che, nel corso della rappresentazione di Morte di un commesso viaggiatore, comincia a sfaldarsi. Sarà interessante? Chissà!


Pare più nelle mie corde Ma' Rosa, diretto da Brillante Mendoza, che è valso a Jaclyn Jose il premio come miglior attrice per l'interpretazione della donna del titolo. Il film racconta la vita di una madre che gestisce un negozietto di alimentari a Manila e, per mantenere i suoi figli, è costretta anche a vendere narcotici, almeno finché non viene arrestata assieme al marito dalla polizia. Storia di disperazione e corruzione, due elementi che paiono essere il filo conduttore dei premi assegnati a Cannes quest'anno.


Per concludere questa sconclusionata rassegna Cannesiana, sottolineo anche la vittoria del Grand Prix della giuria, andato al giovane ma ormai scafatissimo Xavier Dolan per Juste la fine du monde, che vede nel cast pezzi da novanta come il protagonista Gaspard Ulliel e i comprimari Marion Cotillard e Vincent Cassel. Che dire, c'è solo da aspettare un'uscita italiana! ENJOY!

Se vuoi condividere l'articolo

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...