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venerdì 19 maggio 2017

Di viaggi e voli

Eccomi qui, rientrata in Australia da quasi un mese dopo due settimane di corsa in Italia.
Dico "di corsa" perchè non ho avuto il tempo di fare nulla, eravamo sempre in ritardo per qualcosa e, nonostante i buoni propositi, non sono riuscita a vedere nessuna delle persone che volevo incontrare. Così è, purtroppo, e se fate parte del gruppetto mi prostro e vi faccio le mie scuse. 
La verità è che due settimane, anzi tredici giorni, sono troppo pochi per un viaggio in Italia. Nei primi quattro sei nelle grinfie del demone del jet-lag e ti addormenti senza speranze su ogni superficie orizzontale che ti capita a tiro dalle tre del pomeriggio in poi, sia essa il divano o il lettino della ginecologa. Seguono i viaggi per andare a trovare i parenti, poi un esame di inglese a Milano, poi ops, era già ora di ripartire. 

In queste due settimane ho notato un curioso fenomeno che volevo condividere con voi, lo chiamerò "sindrome da interruttore inceppato".
Sono anni che vivo all'estero e nella vita quotidiana parlo esclusivamente Inglese.
Durante il primo mese fuori dall'Italia mi venivano ancora alle labbra frasi in Italiano e le dovevo tradurre in Inglese nella mia testa, ma ben presto l'Inglese mi è venuto automatico e spontaneo. Parlo, leggo e vivo in Inglese ogni giorno, con l'esclusione della domenica, giorno in cui sento i miei genitori su Skype. In queste occasioni ho bisogno di qualche minuto di rodaggio, in cui non mi vengono le parole e affiorano nella mia mente frasi che sembrano generate da un traduttore automatico malfunzionante, tipo: "La mia macchina ha la trasmissione automatica". 
Poi l'interruttore scatta, il mio cervello passa da "modalità inglese" a "modalità italiano" e la conversazione prosegue normalmente. Quando vengo in Italia è lo stesso, dopo poco la mia lingua madre si fa strada senza problemi tra i meandri del mio cervello. Poi ritorno in Australia, l'interruttore scatta di nuovo su modalità inglese e così via.
Questa volta ho avuto qualche problema. Anche dopo giorni, l'italiano non mi veniva automaticamente. Ora, se è una conversazione rapida con qualcuno che non conosci, tipo il commesso del supermercato, pazienza. Mi scappa una parola in inglese, lui pensa che io sia straniera e vabbè, facciamoglielo credere, si va avanti in inglese e basta. Il problema è quando inizi in italiano, e POI ti scappano le parole in inglese e la persona davanti a te ti guarda come fossi pazza.
Una cosa del genere:

Dal parrucchiere
Io: Buongiorno, mi serve la piega e un taglio. 
Parrucchiere: Bene, si accomodi qui, va bene la temperatura dell'acqua?
Ora, è così difficile? dovevo solo dire: "Sì, va bene". E invece no. Io ho detto of course e lui mi ha guardata, incerto se cercassi di prenderlo in giro o fossi appena scappata dal manicomio.
Rossore, imbarazzo, tachicardia. Poi inizio a pensare perchè mi comporto così. Poi i pensieri divagano, la stretta dell'ansia si allenta, inizio a rilassarmi di nuovo. E' in quel momento che lui mi chiede qualcos'altro e io rispondo di nuovo in inglese. Ho notato che tendo a farlo più frequentemente se la risposta richiesta è breve, tipo sì, no, certo. Se la domanda richiede di rispondere con una frase articolata, di solito non ho problemi. Invece per le domande rapide, a cui rispondo senza pensare, mi esce sempre l'inglese. 
Ma questo è niente, sono riuscita a parlare in inglese anche con mia nonna, che però fortunatamente mi conosce da trentacinque anni e non si stupisce più di nulla.

Questi tredici giorni sono scappati via rapidissimi e prima che riuscissi a rendermene conto ero già in volo per tornare in Western Australia.
Come potete immaginare, il viaggio è lunghissimo: da quando sono uscita dalla casa dei miei a Genova a quando sono entrata nella mia nel paesino del bush sono passate 25 ore, comprensive di viaggi in macchina da e verso l'aeroporto, voli, e scalo aereo.
La tratta più lunga è stato il volo Abu Dhabi - Perth, 11 ore con sorvolo dell'Oceano Indiano.

Quando studiamo geografia alle medie, impariamo che l'oceano Indiano è il più piccolo degli oceani, di dimensioni ben inferiori all'Atlantico o al Pacifico. La verità però è che la traversata sembra non finire mai. Oltre a questo, per me che quando volo ho sempre una leggera ansia, il fatto di attraversare un'immensa distesa d'acqua, lontanissima da qualunque lembo di terra, acuisce sempre il mio disagio.
Questa volta però, il mio viaggio è stato ulteriormente movimentato dal passeggero che mi sedeva vicino.

Il mio posto è nel mezzo di una riga di tre sedili, da una parte ho mio marito, dall'altra un bimbo australiano biondo di otto anni col il visino angelico, di nome Michael. Il bambino viaggia con la madre, ma la signora, anzichè essere seduta accanto al figlio, è al di là del corridoio, a circa un metro di distanza da lui. Questo fa sì che tutte le assistenti di volo, vedendo me, mio marito e il bambino, pensino a noi come ad un'allegra famigliola e si rivolgano a me come se fossi la mamma del pargolo.

Ora 1
Ci allacciamo le cinture, si parte. Michael sta cantando a squarciagola e si dimena sul sedile. Quando arriviamo a quota di crociera siamo già a quota tre calci, cinque gomitate e un numero imprecisato di manate addosso. Tocco il touch screen dello schermo inserito nel sedile davanti al mio, per visualizzare l'elenco di film, musica e giochi disponibili.
- Vuoi che ti spieghi come si usa?  - chiede il mio simpatico vicino.
- No grazie tesoro, so bene come si usa - gli rispondo.
Seleziono il sudoku e mi metto a giocare.
- Secondo me lì ci va un sette - mi sussurra dopo poco Michael, per poi dedicarsi alla soluzione del mio Sudoku.
La madre di Michael, dall'altra parte del corridio, fa finta di niente e si gode un film.

Ora 2
Ci portano la cena.
Michael ordina un bicchiere di succo di pomodoro e lo rovescia tutto sul suo tavolino e sul pavimento.
- Mi aiuti a pulire?  - mi chiede contrito. Le assistenti di volo mi guardano con disapprovazione, ai loro occhi non riesco a tenere tranquillo mio figlio.
Puliamo, mentre la madre di Michael, dall'altra parte del corridoio, si gusta beata la sua cena.
Ho perso il conto di calci, gomitate e manate.

Ora 3
Michael non è stato zitto un attimo da quando siamo partiti. Mi spiace per il pargolo, ma mi sta venendo il mal di testa. Metto le cuffie e seleziono la sesta sinfonia di Beethoven, cercando di escludere ogni altro rumore circostante.
La madre di Michael dorme beata.

Ora 4
- Devo dirti una cosa, puoi togliere le cuffie?
Mi tolgo le cuffie.
- Sai, sono andato in vacanza in Europa con la mamma e ora sto tornando a casa.
- Bene, sono contenta. Ti è piaciuta l'Europa?
- Sì. Ma volevo dirti che durante i voli di andata ho vomitato cinque volte. Soffro l'aereo.
Ok, inizio a capire perchè la madre non ha prenotato due posti vicini.

Ora 5
Dopo sole 4 ore finalmente Michael tace. Si è appisolato con la testa sul mio braccio. Non oso spostarmi, non sia mai che si svegli.. muovo leggermente la schiena, fino a trovare una posizione confortevole. Il sonno inizia a premere sui miei occhi e mi addormento, cullata dal movimento dell'aereo. Dormo forse addirittura quindici minuti, poi sento una manina che mi scuote mentre una vocina preoccupata mi dice:
- Mi aiuti a trovare un sacchetto dove vomitare? ce l'avevo qui, ma perdo senpre tutto... PRESTO! - aggiungendo un piccolo conato per rafforzare la sua richiesta. Troviamo il sacchetto, la madre di Michael incredibilmente si accorge della situazione e fa un gesto col mento al figlio, per indicare la toilette. Tutto qui. Quando Michael torna al suo posto ha un po' di vomito in faccia, la madre dorme o fa finta di dormire, io non so come pulirlo,
Certo, se avessi saputo che mi sarei trovata a fare da vice- mamma ad un bambino di otto anni su un volo intercontinentale di undici ore magari mi sarei premunita e avrei comprato delle salviette o della pastiglie per la motion sickness.

Ora 6
Michael si pulisce la faccia con la coperta data in dotazione dalla compagnia aerea. Fa un po' schifo, ma tanto l'aveva già battezzata col succo di pomodoro.
- Come va? - gli chiedo.
- Leggermente meglio - mi risponde lui, circa dieci minuti prima di correre in bagno di nuovo.
Sua madre dorme beata.

Ora 7
Finalmente il bimbo dorme e io cerco di fare altrettanto. In quel momento, il capitano annuncia una turbolenza. L'aereo inizia a ballare, Michael per fortuna continua a dormire, è notte, siamo nel mezzo del nulla, dalla mappa del percorso il lembo di terra più vicino è l'estremità meridionale dell'isola di Sumatra, a soli 1200 km da dove ci troviamo. E' in questo momento che mi viene la consapevolezza che da qualche parte, nell'oceano sotto di me, si trova il relitto dell'aereo della Malaysia Airlines, disperso nel 2014 e mai più rintracciato. Non è un pensiero confortante.

Ora 8
Nuovo scoppio di vomito, la madre di Micheal dorme.

Ora 9
Guardo La La Land, ben attenta a non muovere il mio braccio sinistro, a cui è attaccato il bambino dormiente.

Ora 10
- Oh, no, di nuovo!
La vocina mi sveglia. Devo essermi assopita. Michael ha di nuovo i conati, sfortunatamente ci sono le assistenti di volo con i carrellini che raccolgono i bicchieri e lui non può andare in bagno, quindi gli trovo alla velocita del fulmine un sacchetto e lui vomita lì, accanto a me.

Ora 11
Michael ricomincia a cantare, l'aereo comincia la discesa verso Perth. Atterriamo, raccogliamo le nostre cose, ci mettiamo in fila per uscire. Sono esausta. E-S-A-U-S-T-A. Chi invece è bella riposata e pimpante è la mamma di Michael. L'ultima cosa che sento prima di uscire dall'aereo è la sua voce mentre si rivolge al figlio:
- Ah, è stato proprio un bel volo, non è vero, Michael?

domenica 9 marzo 2014

L'italiana a bordo

Non posso negare che le sciagure aeree mi facciano sempre una certa impressione. 
Certo, lo so che ci sono eventi molto più micidiali, come le guerre, le epidemie, le carestie e via dicendo, ma l'impatto psicologico non è altrettanto forte. 
Voglio dire, tutte queste calamità mi danno l'impressione di poter essere in qualche modo evitate: ad esempio, non andrei mai in un paese in guerra, se dovessi andare in un posto dove c'è una malattia endemica mi farei vaccinare, e così via. Anche gli incidenti di macchina, che spesso vengono portati come termine di paragone sulla sicurezza dei viaggi in aereo, non mi colpiscono così tanto come un aereo che precipita.
Penso che sia una questione di possibilità. Ad un incidente stradale, anche brutto, si può sopravvivere, parola di una che l'ha sperimentato. Ma quando un aereo cade le possibilità di sopravvivenza si riducono drammaticamente. 
Ecco, quello che mi impressiona tanto è la parola intrappolata. Sono quei minuti, quei secondi in cui l'aereo sta cadendo e non è possibile uscire, non si può scendere, non si può scappare. 
Quei momenti mi terrorizzano. Quando leggo di una sciagura aerea quegli istanti sono la prima cosa a cui penso. Chissà quelle persone sull'aereo, chissà se si sono accorte. Duecentotrentanove persone, duecentotrentanove sconosciuti, duecentotrentanove uomini, donne e bambini che si sono trovati casualmente a dividere lo stesso piccolo spazio, e ora verranno sempre ricordati insieme, come gruppo, accomunati dal tragico destino.
Duecentotrentanove esseri umani, ognuno con la propria vita, i propri problemi, le proprie storie, le proprie piccole gioie e i propri dispiaceri. 
Ognuno con una famiglia, degli amici, dei legami, persone che ora si trovano a dover fare i conti col fatto che quella persona che amavano all'improvviso non c'è più. E non importa tanto la motivazione, che sia stato attentato, avaria tecnica o errore umano. E' devastante in ogni caso.

L'angoscia è raddoppiata dal fatto che tra poco tempo anche io e mio marito saremo su un aereo, anzi, saremo su più aerei, con destinazione Australia. No, non è ancora il trasloco, purtroppo. E' solo un viaggio, ma un viaggio importante.
Come dicevo QUI, volare ultimamente mi mette un po' in agitazione. Lo so, lo so: non me lo posso proprio permettere. Abitando in Asia e con la prospettiva di un trasferimento in Australia i voli aerei me li devo far piacere per forza. 
Certo, sarebbe bellissimo se uno potesse scegliere di cosa avere paura. Sarebbe bellissimo ad esempio poter dire:
-  Ho il terrore dei draghi volanti e degli orchetti, per non parlare di quei due liocorni della canzoncina... per fortuna non esistono
Quando avevo quattro anni i miei genitori mi facevano spesso ascoltare la marcia trionfale dell'Aida di Verdi. La musica mi piaceva molto, ma nella mia immaginazione questa Aida era una specie di mostro e si nascondeva dietro alla poltrona. Avevo sempre il terrore di vederla sbucare fuori. 
Certo, ero una bambina. Poi crescendo ho imparato che non c'era nessun mostro dietro alla poltrona, e la paura si è dissolta. 

La paura del volo però non riesco a dissolverla così facilmente, e così molte altre persone. Anzi, si potrebbe dire che è possibile dividere il mondo tra le persone che hanno paura di volare (con varie gradazioni di ansia) e quelle che invece prendono l'aereo senza problemi.
Mio marito ad esempio appartiene alla seconda categoria. Prende l'aereo con la stessa placida tranquillità con cui io salgo sull'autobus. 
Scenetta di ieri sera:
- Tesoro, lo sai che il modello dell'aereo precipitato è simile a quello di uno dei voli che ci porteranno in Australia?
- Cioè.. ma ti sembra il caso di dirmi una cosa del genere?
- Pensavo lo volessi sapere..
- No, non lo volevo affatto sapere. Non dirmi un'altra parola sull'argomento se non hai intenzione di portarmi sull'aereo in braccio, di peso.
- Ma dai, stai tranquilla!! Se leggessi che una Renault ha fatto un incidente, cosa fai? non sali più sul quel tipo di macchina? allora, visto che tutti i modelli di automobili prima o poi vengono coinvolti in qualche incidente, non dovresti più salire in macchina...

Tranquilla. Devo stare tranquilla. Niente ansia. Migliaia di aerei volano ogni giorno. Sono sicurissimi. Sicurissimi. Sicurissimi. 
Volare è bellissimo. Un'esperienza meravigliosa. L'Australia è splendida. Le leggi della fluidodinamica dicono..
No, non funziona. Continuo ad immaginarmi la pagina di giornale, magari scritta da qualche giornalista annoiato e impreciso.

"...l'aereo precipitato sembra sia di un modello simile a quello caduto qualche tempo fa al largo del Vietnam. A bordo c'era anche un'italiana di 33 anni, che stava andando col marito in Australia...".

Mi raccomando, se leggete una cosa del genere scrivete immediatamente all'autore dell'articolo. Io ho solo 32 anni, appena compiuti. Non cominciamo ad aggiungerne. Se invece me ne attribuissero meno lasciate pure correre.

Comunque sia, devo stare calma. Rilassarmi. Ora cerco su internet un corso di training autogeno o di meditazione trascendentale. 
E magari anche un buon paracadute, può essere sempre utile, non si sa mai...

martedì 21 gennaio 2014

Quattro giorni in Belgio

La settimana prima di Natale mio marito ed io abbiamo fatto una piccola vacanza in Belgio.
- Ma cosa andate a fare in Belgio? - è stata la domanda che ci hanno fatto tutti, come se il paese fosse assolutamente privo di ogni attrattiva. In realtà eravamo stati attirati dalle offerte speciali, da un volo Easyjet che sembrava convenientissimo e da un'offertona di Booking.com per un hotel super-favoloso a Bruxelles. 
Così il giorno 20 siamo andati all'aeroporto di Malpensa, terminal 2, per prendere il nostro volo.
Era la prima volta che volavamo con Easyjet, anzi, era la prima volta in assoluto che volavamo low-cost, e le differenze con le compagnie di bandiera non ci erano molto chiare. Avevo letto che il bagaglio a mano non poteva superare una certa dimensione standard, così avevo preso la valigia più piccola che ero riuscita a trovare e l'avevo accuratamente misurata, per essere sicura che rientrasse nelle dimensioni consentite.
Poi a causa di alcuni imprevisti ci siamo ritrovati all'aeroporto con due valigie, quella piccola che avevo preso io e un'altra enorme, piena di cose che in quei giorni non ci sarebbero servite.
- Beh, nessun problema. La lasciamo al deposito bagagli del Terminal 2 - ci siamo detti.
Già. Il deposito bagagli. Quello che al Terminal 2 non esiste. Qui potrei aprire una lunga parentesi polemica sull'assurdità ( oppure sulla convenienza, basta decidere quale lato della medaglia si vuole guardare) di non mettere un deposito bagagli proprio nel terminal da cui partono i voli low-cost, in modo che se la valigia eccede di qualche centimetro dalle dimensioni stabilite si è costretti a spendere un sacco di soldi per imbarcarla perchè non è possibile fare altrimenti. Chiudo qui il discorso.
E va bene. Purtroppo non abbiamo tempo per andare fino al Terminal 1 per lasciare la valigia che non ci serve, quindi pazienza, la imbarcheremo.
Ci mettiamo in fila per il check-in, e quando arriva il momento inserisco la mia valigia (quella accuratamente misurata) nell'apposito contenitore... e guarda un po', non entra. Peccato non avere un metro qui, per poter vedere quali sono le misure del contenitore.
- Dovete imbarcarle entrambe - dichiara con maligna soddisfazione l'addetta al check-in - sono trenta euro a valigia, anzi no, trentacinque, quindi settanta per le due valigie, e centoquaranta considerando il volo di ritorno. Si paga là.
Col la lingua tra i denti e contando mentalmente fino a diecimila, andiamo a pagare, otteniamo la carta d'imbarco, ci immettiamo in una chilometrica e lentissima coda per i controlli e finalmente saliamo sull'aereo, che in poco tempo ci porta a Bruxelles. Prendiamo il treno, scendiamo alla stazione centrale e ci incamminiamo verso l'hotel.
La hall in effetti ci colpisce subito per la sua imponenza e il suo lusso. Un'intera parete è inoltre coperta dalle firme dei personaggi famosi che hanno alloggiato qui, da Edith Piaf alle teste coronate di diversi paesi europei.
Complimentandoci con noi stessi per aver trovato una camera ad un prezzo basso in un posto così bello facciamo check-in e otteniamo le chiavi.

Ci dirigiamo quindi verso l'ascensore, che pare sia lì dal 1895, quando l'hotel è stato costruito. Saliamo, chiudiamo tutte le porte e partiamo. Stiamo ammirando le decorazioni in stile Liberty quando l'ascensore si blocca tra il primo e il secondo piano. Dopo un attimo di incertezza ci guardiamo intorno. Vediamo un cameriere uscire da una camera, e lo chiamiamo chiedendogli aiuto.
Lui scende velocemente le scale, e poco dopo l'ascensore riparte.. e si blocca di nuovo. Dopo il terzo blocco ci troviamo di nuovo a pian terreno, e veniamo scortati verso un ascensore di servizio decisamente brutto ma funzionante, caratteristica che apprezziamo particolarmente.
Nei giorni seguenti resteremo bloccati dentro all'ascensore varie altre volte. Il motivo ufficiale addotto dalla reception è che il dispositivo è vincolato, a causa del valore storico-artistico, e questo impedisce di ripararlo in modo appropriato. Sinceramente questa giustificazione non mi convince pienamente.
Comunque insomma, arriviamo in camera. La stanza non è sicuramente la più bella dell'hotel, ma è comunque decorosa e confortevole.
Poggio la valigia ed entro in bagno per rinfrescarmi, e noto subito che la zona circostante il lavabo è tutta bagnata e gli asciugamani sono zuppi.
Per abitudine alzo gli occhi al soffitto... che sta gocciolando. Perchè evidentemente noi abbiamo un feeling particolare con i soffitti gocciolanti, non ci basta averli a casa, li vogliamo anche in vacanza. Quando si dice la fortuna... e meno male che questo dovrebbe essere un hotel extra-lusso. Ecco perchè la camera costava così poco. Andiamo a protestare ( scendiamo le scale a piedi, per sicurezza) e nel pomeriggio la perdita è arginata.

Ci incamminiamo poi per Bruxelles, e la città ci conquista subito: la Grand Place, il palazzo reale, il museo reale delle Belle Arti... e poi le strade scintillanti di decorazioni natalizie, i mercatini, il cioccolato, un locale dove fanno delle torte da svenimento.. quello che ci delizia meno sono i prezzi: un caffè espresso (cioè quello che costa meno) preso ad un chioschetto senza nessunissima pretesa dentro alla stazione costa 2,80€. Mezzo chilo di pane lo paghiamo 4€, e così via.

Un'altra cosa che ci colpisce quando arriviamo sono i sacchi della spazzatura (colmi, ovviamente) lasciati in mezzo alla strada.
- Dev'essere il giorno in cui ritirano i rifiuti - ci diciamo - sicuramente domani saranno spariti.
Il giorno dopo non solo i sacchi sono ancora lì, ma sono anche aumentati di numero. Il terzo giorno formano delle disgustose collinette qua e là sul marciapiede, mentre il quarto giorno, l'ultimo della nostra permanenza, a causa di un forte vento i sacchi sono parzialmente lacerati, con i rifiuti sparsi qui e là sul marciapiede, delizia per i gatti e per i topi.
E questo sarebbe il civilissimo Belgio? Al primo che mi viene a dire che noi Italiani siamo sporchi mostro le foto dei marciapiedi di Bruxelles.

Tirando le somme, a parte gli inconvenienti è stata una vacanza piacevole. Abbiamo avuto modo anche di visitare Anversa e Bruges, che ci hanno colpito - specialmente Bruges - con la loro bellissima atmosfera e i loro musei.

lunedì 29 luglio 2013

Capitoli estivi, parte prima

Sono salita sull'aereo alle due del mattino, dopo aver passato quattro ore seduta su una seggiolina a leggere e a combattere contro il sonno. Mi sono sistemata come meglio potevo e ho cercato di dormire, con scarsi risultati. Quanto sono scomodi i sedili della economy class? piccoli, rigidi, ed ero anche senza cuscino a causa di uno "sciopero della società che gestisce la lavanderia", come ha annunciato con voce indecisa la hostess al microfono.
Impossibile ranicchiarsi, impossibile trovare un qualunque punto rialzato dove poggiare le gambe, e ovviamente impossibile reclinare il sedile.
Le ore si sono sgranate lente, e finalmente siamo atterrati a Roma, dove ho fatto una corsa per prendere l'aereo successivo.
Mentre la hostess si scusava per "uno sciopero della società che fa le pulizie" (cartacce ovunque) siamo decollati per il brevissimo volo, e caspita, che bello essere seduti accanto al finestrino in una giornata limpida. Ecco i soffioni boraciferi delle Colline Metallifere, il golfo di La Spezia, il promontorio di Sestri Levante, che da lassù sembrava un sassolino, Chiavari e Lavagna, l'autostrada che appare e scompare tra le colline.. e poi sono atterrata.
Sono uscita dall'aeroporto e ho respirato profondamente quell'aria fresca che sa di sale, di basilico, di timo, di lentisco, che ha il profumo dell'ardesia e delle spiagge di ciottoli.
Ho riabbracciato i genitori, ho guardato con gioia un paesaggio familiare dove la sabbia è solo in spiaggia e nemmeno tanto spesso, ho gustato di nuovo i piatti della mia regione cucinati in loco, quel sapore che all'estero non sono mai riuscita a ricreare uguale.

Poi sono andata all'anagrafe per rinnovare la carta d'identità che era scaduta. Ho aspettato un'ora e mezza, poi finalmente è arrivato il mio turno.
Ho detto all'impiegata che sono iscritta all'AIRE, lei ha guardato il computer e ha spalancato gli occhi, come se vivere all'estero fosse una cosa eccezionale e mai capitata prima. Mi ha chiesto conferma del paese e gli occhi le si sono riempiti di palme, di acque cristalline e spiagge candide, di ricchezza e sfarzo e di tutti gli stereotipi che accompagnano il paese del Medio Oriente dove abito.
Aveva il mio indirizzo sotto il naso, ma sapevo che nonostante questo la domanda sarebbe arrivata. E infatti poco dopo mi chiede:

- Senta.. ma com'è vivere nella Grande e Famosa Città?

Cioè, hai il mio indirizzo davanti agli occhi. Io non vivo lì. Abito a 300 km di distanza, in pieno deserto, in un posto dove l'unico lusso è quello di avere l'aria condizionata che funziona quando fuori ci sono 50°C. Ma non c'è niente da fare, per gli Italiani lo stato dove abito viene identificato con quella città, non esiste che possano esserci altri posti.
Stavo per dirle che a casa mia devo mettere le bacinelle in giro per le stanze perchè i soffitti gocciolano, che ci sono gli scarafaggi enormi, che le finestre sono bloccate e lasciano entrare chili di sabbia.
Poi non l'ho fatto perchè sarebbe stato un discorso lungo e inutile e chissà, magari per lei fantasticare sulle spiagge e sui grattacieli di cristallo era un modo per far passare un'altra noiosa giornata di lavoro.

- E' bellissimo - le ho detto.

Lei ha continuato a sorridere. Poi si è accorta di aver messo una riga nera sullo stato civile e sulla professione, si è scusata e ha detto che si poteva anche lasciare così. Ho controllato che almeno il nome ci fosse, e sono uscita.

lunedì 18 marzo 2013

Aviofobia, istruzioni per l'uso

Avere una fobia è una cosa decisamente fastidiosa, parola di una che ci convive fin dall'infanzia.
Ho paura dei rumori forti da quando ho memoria. I tuoni, i fuochi d'artificio, i petardi, la porta che sbatte, la pentola che cade mi terrorizzano. Vedere qualcuno gonfiare un palloncino mi fa venire l'ansia. Incontrare per strada, in periodo natalizio, un gruppo di bambini con qualcosa in mano mi obbliga a cambiare percorso, col terrore che si tratti di raudi, miccette e tutta quella serie di piccoli mostruosi aggeggini progettati per detonare.
Anche in previsione di un rumore moderato, come il tappo dello spumante che salta, mi sento più tranquilla se esco dalla stanza.
Con gli anni sono riuscita a dominare un po' questa paura irragionevole. Oggi se sento un'esplosione riesco a mantenere un'espressione più o meno normale e a comportarmi in modo adeguato, a patto che non sia troppo vicina. Diciamo che ho imparato a conviverci, anche se la notte del 31 Dicembre sono obbligata a passarla chiusa in casa e con le orecchie tappate.
In ogni caso non si tratta di una paura invalidante, e con l'esclusione delle feste di Natale cammino per le strade tranquillamente. Ho sempre pensato di essere più fortunata di chi soffre di vertigini o di claustrofobia, perchè poter prendere un ascensore a volte è molto utile, ed essere in grado di osservare dall'alto un bel panorama è un'esperienza bellissima.

Una cosa che invece non ha mai destato in me la benchè minima preoccupazione è prendere l'aereo. Mi è sempre piaciuto volare, sentire il brivido nel momento in cui il velivolo si stacca da terra, guardare fuori dal finestrino terre e mari che lentamente scorrono sotto di me.
Tutto questo fino a poco più di un anno fa, quando mi è capitato di volare in una situazione non proprio ideale: vento fortissimo, aereo con qualche problema, pilota spericolato e hostess impaurite. E' durato solo un'ora, ma sono stati sessanta minuti di paura.
Da allora un'inquietudine crescente ha accompagnato i miei voli aerei, finchè, lo scorso Dicembre, poco prima di tornare in Italia per le vacanze, mi sono resa conto di avere davvero paura di volare, ed è stata una scoperta bruttissima, perchè se è spiacevole avere una fobia figuriamoci averne due.

I mesi sono passati. A Febbraio il governo australiano ci ha concesso la residenza in Australia, e anche se la meta precisa e la data del trasloco definitivo sono ancora da definirsi, abbiamo subito organizzato un viaggio esplorativo per la fine di Marzo. Da quando abbiamo comprato i biglietti una leggera apprensione ha accompagnato le mie giornate, un'ansia appena palpabile che ho sempre messo a tacere, ripetendomi che il viaggio era ancora lontano.
Tutto questo fino a ieri, quando ho finalmente realizzato che il "viaggio ancora lontano" è tra poco più di una settimana.
Mi ritengo una persona logica e razionale, e continuo a ripetermi che andare in Australia è un'esperienza bellissima, che è una terra interessante e ricca di cose da scoprire e che un giorno sarà la mia casa.
Mi ripeto che gli aerei sono i mezzi di locomozione più sicuri e che a causa delle leggi della fluidodinamica l'aria per l'aereo è solida come una strada.

Però non funziona, perchè una fobia è irrazionale, e tutte le parole che continuo a ripetere a me stessa mi danno l'impressione di essere di plastica, finte, artificiali.
Ora occorre calmarsi. Fare un bel respiro, pensare solo alla meta e non al viaggio. Sedersi, allacciarsi la cintura, tapparsi le orecchie mentre le hostess spiegano come comportarsi in caso di problemi e pensare ad altro.
Quando arriveranno le turbolenze - perchè in 15 ore di volo pensare di non incontrarne nemmeno una mi sembra utopistico - posso sempre adottare il favoloso metodo che ho scoperto recentemente, durante il volo di andata e ritorno dall'Italia.
Quando l'aereo comincia a ballare, ballo anche io. Restando seduta al mio posto mi muovo da una parte e dall'altra, avanti e indietro, come se stessi danzando. In questo modo, vi assicuro, è impossibile distinguere tra i sussulti del velivolo e i propri movimenti, e ci si può illudere che non ci sia nessuna turbolenza.
E' un metodo che funziona. Ha qualche effetto collaterale, come la perplessità e le occhiate stupite degli altri passeggeri, ma in fin dei conti ne vale la pena.

sabato 5 gennaio 2013

Di marmellata e voli aerei

Eccomi di nuovo qui, con il primo post del 2013, dopo una lunga pausa dovuta alla preparazione di un esame di Inglese e alla vacanza in Italia, in cui io e mio marito abbiamo girato come trottole tra parenti e amici su e giù per la penisola.
Sono state due settimane di relax fisico e soprattutto mentale: temperatura diversa, paesaggi diversi, alberi, prati. E poi la stranezza di sentire la gente per strada che parla la mia lingua, di non vedere nessuna donna con l'abaya e nessun uomo in kandura.. un altro mondo.
Mia madre fin dal primo giorno ci ha coccolato con i cibi preferiti e qui introvabili e grazie a pesto in quantità, braciole di maiale, stracchino e prosciutto in due settimane il mio peso è aumentato di due chili (che cercherò di smaltire in fretta).
Comunque sia, tra un pranzo e l'altro i giorni sono volati e in breve ci siamo ritrovati a Malpensa il primo Gennaio, per prendere il primo dei due voli che ci avrebbero riportati a casa.
Le valigie erano così piene che le cerniere minacciavano di saltare. All'interno, oltre ai vestiti, c'era una nutrita collezione di generi alimentari che andavano dalle zuppe toscane ai dolci, più una parure di lenzuola matrimoniali, una tovaglia e un mattarello. 
Avevamo anche una copiosa quantità di bagagli a mano, tra cui spiccava un sacchetto in cui trovavano posto tre vasetti di marmellata comprati a Nizza, un barattolo di olive taggiasche sott'olio, uno di pesto e uno di crema al pistacchio. 
Personalmente avevo qualche dubbio sul fatto di poter portare in cabina tutto questo armamentario, a causa delle leggi internazionali sul trasporto di liquidi in aereo, ma mio marito era assolutamente tranquillo a riguardo. 
Espletiamo le formalità del check in, salutiamo i miei genitori e ci dirigiamo ai controlli. Il sacchetto viene subito bloccato. Il tizio addetto al controllo ci guarda e ci dice laconico:
- Avete della marmellata, vero?
 Estraiamo i vasetti incriminati e glieli mostriamo.
- Duecentocinquanta grammi di marmellata?! - ci dice, tra il sorpreso e lo scandalizzato.
- Non si porta la marmellata in cabina! - esclama, con fiero cipiglio.
I vasetti incriminati vengono estratti dal sacchetto e, visto che abbiamo tempo, mentre io proseguo verso il gate il coniuge torna al check in per imbarcare anche quelli.
Quindi, monito per tutti: non importa se avete nel bagaglio a mano un barattolo di olive pieno d'olio o uno di pesto semi-liquido, ma la marmellata, anche se compattissima, non è tollerata in cabina.

Decolliamo. La compagnia aerea ci serve il pranzo (o la cena?) alle 4 del pomeriggio ora italiana. Spilucchiamo qualcosa. Il mio hamburger di vitello con patate al forno è morbidissimo ed effettivamente buono. Mentre mi pongo indolenti domande su quando questi pasti vengono cucinati, e da chi, vedo avanzare nel corridoio dell'aereo un cuoco vestito di bianco, con tanto di toque blanche in testa, che, con in braccio un cesto pieno di pane fresco rifornisce una delle hostess che è rimasta senza. Non sapevo ci fosse un cuoco di bordo. Ci sarà anche una cucina, sull'aereo?

Il viaggio continua tranquillo ed infine atterriamo a Istanbul, da dove prenderemo un nuovo aereo per il volo - più lungo - che ci porterà a casa.
Nuovo volo nuovo pasto, e questa volta è presente addirittura del salmone affumicato.
Dovremmo atterrare alle tre del mattino, ovvero mezzanotte in Italia, sarebbe bello riuscire a dormire un po'. Purtroppo il velivolo è pieno di bambini urlanti che saltellano qui e là (con IMMENSA gioia degli assistenti di volo) e nonostante le auricolari che mi trasmettono le note rilassanti della sesta sinfonia di Beethoven non riesco a prendere sonno che negli ultimi venti minuti, poco prima di essere svegliata di soprassalto dal sobbalzo delle ruote che toccano terra.
Ritiriamo i bagagli, recuperiamo la macchina al parcheggio e ci mettiamo in viaggio per tornare nel paesino sperduto.
Le luci dell'alba cominciano a colorare il cielo scuro quando finalmente entriamo in casa.
Niente scarafaggi, ma i due soffitti gocciolano il loro "bentornati" a tutto spiano. E poi, dobbiamo dircelo: questa casa ha un odore tremendo. Eppure è tutto pulito, il frigo svuotato, il cestino della spazzatura vuoto.
E' un miasma persistente, radicato, che sembra fuoriuscire dalle stesse mura e che acquisisce sfumature diverse a seconda della stanza: in camera da letto sembra fogna, in salotto è decisamente formaggio andato a male, mentre in cucina inizio a sospettare un cadavere abbandonato da qualche parte. 

Pazienza. Ora che siamo arrivati a casa i nostri pensieri si fanno indistinti e il sonno preme sui nostri occhi. 
Prendo dalla mia collezione un paio di calzini con i gommini antiscivolo offerti da una qualche compagnia aerea durante i voli notturni e striscio incerta verso il divano, dove crollo più o meno istantaneamente.
Buon 2013 a tutti, con un po' di ritardo.