Visualizzazione post con etichetta amicizia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta amicizia. Mostra tutti i post

giovedì 22 dicembre 2016

Il profumo dei gelsomini

E' finalmente arrivata l'estate, qui in Western Australia.
Cielo azzurro e terso, temperature sensibilmente più alte, barbecue all'aperto, maniche corte, i primi bagni nell'oceano.



Dal giardino arriva il profumo del gelsomino in fiore. E' fortissimo e penetrante. Mi riporta col pensiero ad un anno fa, giusto pochi giorni prima di Natale, quando ne ho raccolto un mazzo e l'ho portato ad un'amica. 
- Grazie - mi ha detto lei annusandolo, quando gliel'ho dato - adoro il profumo dei gelsomini. 
E mi ha sorriso.

Quest'anno i fiori resteranno intatti nella siepe del mio giardino, perchè la mia amica non c'è più.
Lo so, è la vita. Era anziana, e nessuno può vivere per sempre. Lei, tra l'altro, non ne aveva più voglia. 
E' che avrei voluto farle un regalo di Natale. 
Lo scorso anno ci eravamo scambiate i regali. Quest'anno stavo pensando al dono migliore da farle, ma non avevo ancora deciso. E' difficile scegliere. E Natale, come mi ripetevo stupidamente, è il 25, c'è tempo.
Ma il tempo non c'è stato.

Sono andata a trovarla in ospedale, quando già si sapeva che era questione di giorni o di ore. 
Mi sono seduta accanto al letto, le ho fatto una carezza sui capelli, le ho tenuto la mano per un po'. 
Quest'anno amica mia, non so cosa regalarti. Preghiere, dal profondo del cuore. Perchè tu non abbia dolore. Perchè, quando arriverà il momento, tu possa non accorgertene nemmeno. Ti regalo un pezzetto del mio cuore, quello dove avrai sempre posto.

Poi mi sono alzata, e la figlia mi ha abbracciata. Poi mi ha detto quello che non potevo immaginare. Che prima di cadere in coma, sua madre le ha detto che aveva un regalo da fare. A me. 
Per Natale, ma non solo. Perchè lei sapeva di essere alla fine.

Il giorno dopo ho ricevuto la notizia. E' stato lieve. Non ha sofferto.
Poi la figlia è venuta a cercarmi al lavoro e mi ha dato il regalo da parte di sua madre.
Dentro la scatolina di una gioielleria c'era un portachiavi d'argento, col mio nome inciso sopra. In un angolo, un pendente col simbolo dell'infinito intrecciato con un cuore. 
Ti vorrò bene per sempre, questo è quello che voleva dirti la mamma - mi ha detto la figlia.

Perchè certe amicizie sono così, sono speciali, oltre il tempo e lo spazio.
Quest'anno, amica mia, ti regalo il profumo dei gelsomini che tanto amavi. Che possa essere intenso come quello che arriva a me in questo momento.


giovedì 28 gennaio 2016

Qualcosa che mi sfugge

Non sono mai stata una persona popolare, il tipo estroverso che parla con chiunque ed è pieno di amici. Sono sempre stata chiusa, con grosse difficoltà nel rapportarmi con gli altri, quella strana da evitare. 
- Hai preso da tuo padre, sei un orso come lui - ha sempre detto mia nonna.
Ho avuto degli amici, ma mai qualcuno che sia rimasto negli anni. Prima uno, poi l'altro, piano piano questi legami non sono sopravvissuti allo scorrere del tempo. A volte un posto vuoto è stato sostituito da un'altra persona, altre volte, molto più spesso, questo non è accaduto. Ho passato periodi molto lunghi senza avere nessuno con cui parlare.

Poi mi sono trasferita in Medio Oriente, dove ho trovato amiche care a cui mi sono affezionata tantissimo. Ma quei paesi ahimè, sono un crocevia di persone e culture. Oggi i tuoi amici sono lì con te, domani tanto tu quanto loro siete altrove. Oggi ho alcune amiche sparse nel mondo, amiche che non so se rivedrò mai più, perchè i chilometri tra di noi sono innumerevoli. Per dire, è sempre bello ricevere una loro mail, ma se hai bisogno di qualcuno con cui parlare davanti ad una tazza di the, purtroppo loro non sono disponibili.
In Australia sono arrivata un anno fa. Ho un lavoro, una macchina di 22 anni, due gatti e un marito adorabile, ma non sono ancora riuscita a fare amicizia con nessuno, nemmeno a livello "usciamo insieme a fare shopping". Non mi lamento, eh. Però un'amica con cui parlare mi piacerebbe averla. 

Le conoscenze che avevo in Italia si stanno sfaldando. C'è chi ad una lunga mail con tanto di foto risponde "grazie" senza aggiungere altro e poi sparisce. C'è chi non risponde alle mail, nemmeno dopo mesi, e ad un certo punto mi sembra di essere una stalker e desisto.
Ho avuto un'amica che mi ha escluso di punto in bianco dalla sua lista di amici su Facebook e sul social network ha cambiato anche nome (ignoro se dipenda da me o no). Non ho idea del perchè.
A volte penso ad un caso di omonimia, qualcuno col mio stesso nome che si è macchiato di atroci delitti e che la gente pensa che sia io, cancellandomi quindi dagli amici e dai propri pensieri. 
Bella teoria, vero? me ne sono venute in mente parecchie del genere.

Ultimamente mi ha colpito la faccenda dei followers sul mio blog. Dieci giorni fa ho acceso il computer e ho constatato che il numero dei followers era sceso di due unità, così, di colpo. Due persone che si sono rese conto insieme che il mio blog improvvisamente non è più interessante.
Ho alzato le spalle. Càpita. Certo che scrivere così poco come ultimamente faccio non invoglia nessuno a leggere.

Due giorni fa ho pubblicato un articolo che pensavo fosse assolutamente innocente, la ricetta di una zuppa di cipolle di mia invenzione, probabilmente non il piatto dell'anno ma sicuramente un post che non offendeva nessuno, almeno nelle mie intenzioni. Ho ricevuto un sacco di visite, come al solito, e la mattina dopo avevo perso altri quattro followers. Un altro il giorno seguente. Sarà perchè le cipolle puzzano? Avevo tra i followers dei seguaci di un'antica religione vegetariana che hanno fatto delle cipolle i loro dei?
Qualcosa mi sfugge in tutto questo. 

venerdì 28 novembre 2014

Il mio Thanksgiving 3.0

Premessa

Qualche mese fa, il nostro scalognatissimo forno di bassa qualità ha iniziato a darci di nuovo problemi: il rivestimento interno di vernice si staccava di nuovo a pezzetti e produceva uno strano odore durante la cottura. Oltre a questo, le piastre del piano cottura sovrastante avevano iniziato a fare fumo. 
Abbiamo chiamato l'assistenza, costituita come al solito da tecnici poco esperti.
Premetto che non ho assolutamente nulla contro di loro, ma come tutte le volte in cui in questo paese mi è capitato di avere a che fare con un tecnico (vedi anche le mie esperienze con l'idraulico, l'uomo della lavatrice e il tecnico del condizionamento) ho avuto dei problemi. Il fatto è che parliamo di persone che nel 99% dei casi provengono da un paese del terzo mondo che si "improvvisano" idraulici, elettricisti e quant'altro ma senza avere davvero le conoscenze teoriche necessarie a svolgere la professione. E non c'è niente da fare: assumere persone provenienti dal terzo mondo senza insegnargli prima a lavorare secondo standard qualitativi adeguati significa ricreare il terzo mondo da un'altra parte. Ripeto, non è colpa loro, ma la mancanza di professionalità è indubbia.

I tecnici arrivano, sono gli stessi dell'altra volta. Guardano il forno.
- Qual è il problema madam? si accende no?
Gli spiego che sì, si accende, ma la vernice si stacca e cade sui cibi, per non  parlare del fumo e dello strano odorino. Loro mi guardano come se fossi pazza, è evidente che per loro questi non sono problemi.
Gli dico che nonostante il forno sia stato riverniciato il rivestimento interno si stacca di nuovo.
Mi guardano.
- No madam, non è vero. Magari è lei che non pulisce bene.
Stiamo scherzando? possono dirmi tutto, ma non che il forno non è pulito. Splende. Gli chiedo di indicarmi dov'è sporco e gli faccio vedere un pezzo di vernice che si staccata.
Loro sono in difficoltà. Infine scorgono sulla griglia una piccola macchietta (mezzo cm) di ruggine.
- E' qui, madam, vede? la ruggine si scioglie e si deposita sul fondo del forno, creando queste piccole cose nere che lei ci ha fatto vedere.
Penso di avere gli occhi fuori dalle orbite, come nemmeno una lumaca potrebbe fare. La ruggine si scioglie e crea pezzetti di vernice nera???
Mi è chiaro che non sono in grado o non vogliono aiutarmi. Con mio marito decidiamo di comune accordo di non utilizzare più nè forno nè fornelli e compriamo una piccola piastra elettrica per poter continuare a cucinare.

Con l'avvicinarsi del Thanksgiving, dove l'uso del forno è fondamentale per la cottura del tacchino, abbiamo deciso di chiedere all'amica di un'amica di poter utilizzare il suo forno. 
Io abito in un complesso formato da due grattacieli e da un centro commerciale al piano terra, che unisce le basi dei due edifici e il cui attraversamento costituisce il modo più rapido per andare da un grattacielo all'altro. Scontato dirlo, noi abitiamo in un grattacielo e questa ragazza nell'altro. 
In altre parole, questo significava che per cuocere il tacchino avrei dovuto attraversare il centro commerciale del piano terra col tacchino (6,5 kg) in braccio.
Ma io sono una donna dalle mille risorse (ahaha) per cui mi ero organizzata.

Il centro commerciale a piano terra ospita un supermercato di una nota catena britannica, dove abitualmente faccio la spesa. Ai residenti nelle due torri è permesso portare la spesa fino al proprio appartamento col carrello.

Il mio Thanksgiving

Ore 7
Vado a fare la spesa e porto il carrello del supermercato fino al mio appartamento. Controllo quindi che nessuno dei vicini stia uscendo di casa proprio in quel momento e sequestro il carrello, portandolo dentro all'appartamento e sistemandolo nel corridoio.

Ore 10
Con la mia piccola piastra elettrica ho cotto le patate per le mashed potatoes e i fagiolini per la green bean casserole. E basta, perchè in effetti l'abbiamo pagata l'equivalente di 10 euro, quindi non funziona granchè bene. 

Ore 11.30
Vado a prendere la tovaglia bianca di fiandra per apparecchiare il lungo tavolo. Apro un cassetto, ne apro un altro. Frugo negli armadi, cerco tra le lenzuola. Sparita. Dove accidenti l'ho messa? E' tardi e non tempo, quindi prendo un lenzuolo bianco, lo piego a metà, ci sistemo sopra il centrotavola che sto ricamando da mesi in vista del Ringraziamento e dispongo piatti, posate, bicchieri e tovaglioli.

Ore 12
Ho fatto il brodo e il ripieno per il tacchino. La bestia ha finito di scongelarsi per cui la sgrasso, la pulisco, la salo per bene, la ungo d'olio e la farcisco, legandogli poi le zampone con lo spago da cucina. 
Preparo il carrello, stipando dentro i sacchetti del supermercato tutto quello che devo cuocere nell'altro appartamento: il tacchino, la pentola di brodo necessario per bagnarlo in cottura, il ripieno avanzato che deve gratinare, le pannocchie e il necessario per preparare un chilo di macaroni and cheese ( ricetta americana, of course). 
Ad un'occhiata superficiale sembra che abbia appena fatto la spesa e mi illudo di non dare nell'occhio.

Ore 13
Esco di casa col carrello pieno di sacchetti. Le prossime ore le passerò a cucinare, per cui nel vestirmi ho dato la precedenza alla comodità. Ho i capelli spettinati e legati malamente, indosso una vecchia T-shirt grigia di mio marito, una gonna nera sdrucita lunga fino ai piedi e, per completare il quadro da nonna Abelarda, ho un paio di pantofole col buco. Tanto, mi dico, a quest'ora non c'è mai molta gente al centro commerciale!!

Ore 13.05
Scopro che oggi nel centro commerciale c'è una specie di festival, con tantissimi stand e, soprattutto, tantissima gente. Mi raggomitolo su me stessa e attraverso i corridoi più velocemente che posso. 
Certo che almeno potevo mettermi un paio di scarpe senza buchi. Perdindirindina.

Ore 14.10
Arrivo nell'altro appartamento e scopro che S, l'amica della nostra amica, è una donna super tecnologica: mega frigorifero dove si può decidere la temperatura dei vari ripiani, microonde ultima generazione, non plus ultra in fatto di lavastoviglie e lavatrice e soprattutto, piano cottura ad induzione con sottostante forno di alta tecnologia, che va programmato tramite display. C'è un programma di cottura per ogni cosa, nonchè la possibilità di cuocere più cose diverse nello stesso tempo, programmando una cottura differente per ogni piano. Mi immergo nel manuale di istruzioni mentre chiacchiero con la mamma di S, appena arrivata dal Canada. 
Programmo il forno e mi ci siedo davanti, nell'ansia di aver scelto il programma sbagliato che porterà il mio tacchino alla carbonizzazione. 

Ore 18.10
E' tutto pronto, la bestia è cotta e dorata (per fortuna ho programmato bene il forno!), la teglia di macaroni and cheese e quella con il ripieno avanzato del tacchino hanno appena finito di gratinare, il gravy (la salsa ricavata dai succhi di cottura del tacchino) è pronto e così le pannocchie.

Ore 18.15
Rimetto tutto nel carrello del supermercato, scendo a piano terra e riattraverso il centro commerciale gremito di persone diretta al mio grattacielo. Al ricercato abbigliamento descritto prima si sono aggiunte anche alcune caratteristiche e vistosissime macchie.

Ore 18.30 
Arrivo al mio appartamento. Gli ospiti sono già quasi tutti arrivati. 
Accendo la mia piccola piastra elettrica e riscaldo velocemente le mashed potatoes e la pentola di fagiolini.
Porto quindi tutto in tavola e ceniamo. Una delle ospiti ha portato un pasticcio di cavolfiore e pancetta, tipico di una zona del South Carolina, e una specie di focaccia tagliata a striscioline. I nostri ex vicini della casa nel deserto hanno portato una apple pie e una blueberry pie. Siamo in 12 ma c'è cibo per una trentina di persone. 

Mangiamo a quattro palmenti, e nel frattempo ridiamo, parliamo a tutto spiano e gustiamo la gioia di essere insieme, che è poi l'essenza stessa di questa festa. 
Col l'occasione della cena del Ringraziamento abbiamo invitato le persone che ci sono più care, e i nostri ospiti vengono da tutti continenti e anche se per molti questa festa è estranea alle tradizioni del loro paese, sono comunque tutti qui, perchè alla fine è una scusa per stare insieme, per festeggiare l'amicizia che ci lega.

Ecco qualche foto del tavolo delle bevande, dei macaroni and cheese e del tacchino fatte dopo l'assalto di 12 persone.



La cena alla fine è andata benissimo e nessuno si è accorto che sul tavolo, al posto della tovaglia, c'era un lenzuolo :-)
Buon Thanksgiving a tutti, con un giorno di ritardo.

sabato 1 giugno 2013

Arabo approssimativo, ovvero come rapportarsi con i bambini

"Hameme" è una delle prime parole di Arabo che ho imparato. A dire il vero non sono proprio sicurissima che sia hameme, potrebbe essere anche hamemi. In ogni caso, in qualunque modo io la pronunci i bambini corrono alla finestra, perchè hameme vuol dire colombo, piccione, e quando sei abituato a vedere un panorama composto esclusivamente di sabbia anche un volatile di passaggio poggiato sul cornicione diventa interessante.
Un'altra parola utile è "halas", pronunciata con una forte aspirazione iniziale. Halas vuol dire "basta", e, con intonazione diversa, è utile sia per chiedere ai figli della mia amica A. se hanno finito di bere il succo di frutta, sia per lanciare un urlo ai Bambini Terribili del palazzo quando iniziano a fare qualcosa di molesto, come lanciare oggetti contro la porta del mio appartamento.

Le parole si possono imparare, ma la verità è che io non so l'Arabo, e vivendo nella penisola arabica questo è un grosso problema, se si ha necessità di comunicare con dei bambini.

Ogni volta che vado a trovare A., passo buona parte della mattinata a giocare con la Principessa, la terzogenita duenne. All'inizio è stato davvero difficile. Lei mi metteva in mano i librini, quelli per bambini piccoli con le pagine di cartone spesse spesse, e pretendeva che glieli leggessi. 
Purtroppo io i libri in Arabo so a malapena da che parte si aprono, figuriamoci il resto. Un paio di volte ho provato ad inventarmi la storia e a raccontargliela in Inglese o in Italiano, ma come mi sentiva parlare le sue sopracciglia si inarcavano in un'espressione di preoccupazione. Perchè l'amica della mamma non parla la mia lingua?
Poi, col passare del tempo ha capito che c'erano problemi linguistici. Non so in che grado questo le sia chiaro, ma non mi ha più proposto di leggere i librini. 
Un giorno stavo parlando con A., e la Principessa voleva giocare. E' entrata in cucina, dove eravamo noi, e ha iniziato a dirmi: "Tali, tali!!".
Vedendo che le sue parole non avevano effetto mi ha preso la mano e mi ha trascinata in salotto. Come mi ha detto poi A., "tali" vuol dire "vieni".

Io e lei abbiamo poi inventato i nostri giochi, che non necessitano di spiegazione: quando la Principessa afferra il rotolo di scotch da pacchi vado subito a sedermi ad una delle estremità del corridoio, perchè so che di lì a poco lei si siederà dal lato opposto e giocheremo a tirarci lo scotch facendolo rotolare sul pavimento.

Un giorno, passando vicino alla finestra ho visto che un uccellino si era poggiato sul cornicione.
- Tali habibti, hameme! - ho detto alla Principessa.
Lei è corsa a vedere, ha fatto un gran sorriso all'uccellino e poi mi ha abbracciato, dandomi la certezza che anche senza conoscerne la lingua è possibile entrare nell'universo magico e incantato dei bambini.

giovedì 28 febbraio 2013

La cultura del cibo

Vivendo all'estero, prima o poi viene naturale chiedersi cosa ci lega ad un paese, quali fattori entrano in gioco, quali alchimie si sviluppano per farci sentire a "casa". All'Italia mi legano i parenti e gli amici, le abitudini, la lingua e tutto quello che compone le mie radici culturali, perchè è il paese dove sono nata.
Ma è possibile sentirsi a proprio agio anche all'estero, magari in un posto con tradizioni completamente diverse da quelle del suolo natio?
Questa domanda mi si è presentata davanti con prepotenza quando più di un anno fa sono arrivata qui seguendo mio marito. Questo posto suonava terribilmente diverso dal mondo a cui ero abituata. Un altro clima, un'altra lingua, un altro paesaggio, tradizioni diverse e sconosciute. Avevo un disperato bisogno di trovare qualcosa di familiare, di crearmi una routine, di costruirmi delle certezze, dei nuovi punti cardinali entro cui muovermi e ritrovare me stessa. Da dove potevo cominciare?

Uno dei capisaldi della mia cultura è il cibo. Credo che i sapori di una terra siano legati indissolubilmente con l'essenza più intima e profonda del luogo in cui sono nati, per cui ad esempio la Liguria è per me il rumore della risacca sulla spiaggia di ciottoli, sono le stradine del centro storico di Genova, le colline coperte di ulivi che si affacciano a picco sul mare, ma allo stesso tempo è anche l'aroma del pesto, la consistenza delle trofie, il profumo della focaccia genovese appena sfornata.

Cominciare dal cibo mi sembrava quindi una buona idea per trovare la chiave per capire questo paese in cui ero capitata quasi per caso.
Sono andata al supermercato. Non riuscivo ad immaginare nessuna attività più routinaria e rassicurante del fare la spesa, mi aspettavo di ritrovare un mondo familiare, un universo noto da percorrere con il carrello tra lo scaffale dei biscotti e quello delle conserve di pomodoro.
Mi sbagliavo completamente. La prima volta che ho fatto la spesa qui è stato traumatico. Il reparto delle verdura aveva le zucchine, le patate, i pomodori, i peperoni, qualche insalata e almeno venti tipi di vegetali completamente sconosciuti, dalla forma strana ed esotica e dal nome impronunciabile. Gli scaffali erano pieni di prodotti strani ed inusuali, dal ghee alle foglie di vite sott'olio. Non era affatto il mondo che conoscevo, ma un universo alieno e minaccioso, da cui mi sentivo respinta. L'esperimento spesa era fallito. Come potevo ricreare "casa"?

Il primo tentativo l'ho fatto un giorno in cui mi sentivo particolarmente triste, più che altro per iniziare a domare il senso di inadeguatezza che mi pervadeva ogni volta che entravo in cucina, luogo che in quel primo mese mi sembrava ancora sconosciuto ed estraneo.
Però questo non bastava certamente a ricreare "casa", non serviva a farmi conciliare con la cultura in cui mi ero ritrovata immersa.

L'aiuto, lo spiraglio improvviso che mi si è aperto davanti l'ho avuto grazie ad A., la mia amica giordana, che al'epoca non era ancora un'amica ma solo la moglie di un collega di mio marito.
Lei era particolarmente nervosa perchè in Giordania era abituata a lavorare, e stare a casa tutto il giorno da sola con i figli la stava mandando in depressione. Cercava disperatamente di trovare un'occupazione, ma pur essendo laureata qui nel paesino sperduto è davvero difficile trovare qualcosa.
Così ho iniziato ad andare a passare qualche ora con lei. Le prime volte ci sedevamo sul divano, piuttosto rigide, senza sapere bene di cosa parlare, sorseggiando una tazza di tè. Poi piano piano ha iniziato a considerarmi una presenza familiare nella sua casa, e siamo passate in cucina, dove tra una chiacchera e una risata le facevo compagnia mentre preparava il pranzo.
La sua cucina, sempre perfettamente pulita, era piena di profumi e colori a me ignoti, ma dal fascino irresistibile. I barattoli delle olive raccolte da suo padre in Giordania e conservate in una miscela di acqua, olio e limone, i vasi di vetro pieni di piccole forme di labneh sott'olio, i vasetti pieni di spezie colorate e dall'aroma intenso.
La cucina di A. mi ricordava irresistibilmente quella di mia nonna, con le piantine di basilico e i vasi di funghi sott'olio. Certo, i cibi e i profumi erano diversi, ma c'era la stessa cultura del cibo, la stessa generosa condivisione.

Mangiare i piatti di A., e poi imparare a cucinarli è stato il passo necessario per capire questa cultura che mi circondava ed accettarla, rielaborarla e farla parte di me.
Cucinare e mangiare insieme i piatti della sua tradizione ci ha anche portate ad una sincera amicizia, facendomi scoprire che dietro ad un velo e ad una lingua ostica e complicata c'era una donna che mi assomigliava moltissimo per modo di pensare, gusti e abitudini.

I fatayar, i tradizionali fagottini ripieni della cucina giordana sono uno dei primi piatti che abbiamo preparato insieme, e per me sono particolarmente importanti proprio perchè rappresentano il momento in cui questo posto ha smesso di essere un luogo estraneo e difficile, ed è diventato "casa".
Ecco la ricetta, in fondo c'è un glossario per gli ingredienti poco noti.

Fatayar

Per la sfoglia:
500 g di farina 00
2 cucchiaini di lievito istantaneo ( qui quello fresco in cubetti non c'è, ma si può utilizzare senza problemi, avendo l'accortezza di rispettare i tempi di lievitazione)
2 cucchiaini di semi di nigella
un pizzico di sale
olio extravergine di oliva
acqua calda quanto basta

Primo ripieno
250 g di spinaci bolliti o congelati
una piccola cipolla
un limone
un pizzico di sumac
sale

Secondo ripieno
200 g di carne macinata
5-6 pomodorini crudi
una punta di cucchiaio di cannella
olio extravergine di oliva
sale

Terzo ripieno
due manciate di bulgur lessato
un bicchiere di labneh
sale

Versare la farina sul piano di impasto e fare la fontana al centro. Aggiungere un filo d'olio e il lievito e impastare aggiungendo via via acqua calda. Quando l'impasto è ridotto a grosse briciole aggiungere il sale e la nigella e continuare ad impastare (aggiungendo eventualmente altra acqua) finchè il composto non è liscio e omogeneo.
Coprire con un panno e lasciar riposare. Nel frattempo preparare uno o più ripieni.
Primo ripieno: far rosolare in una padella la cipolla tagliata a fettine sottili con un filo d'olio. Aggiungere gli spinaci, salare e lasciar insaporire per qualche minuto ( se si usano spinaci congelati attendere finchè non sono cotti). Ridurre la fiamma al minimo, e aggiungere il succo e la polpa del limone. Quando non c'è più liquido nella padella togliere dal fuoco e aggiungere il sumac.
Secondo ripieno: cuocere la carne macinata con un filo d'olio, facendo attenzione a "sgranarla" bene ( se dovesse essere molto compatta si può aggiungere un pugno di farina). Salare e aggiungere la cannella. Lasciar raffreddare qualche minuto, quindi unire i pomodorini lavati e tagliati a cubetti.
Terzo ripieno: unire il bulgur lessato al labneh, e salare leggermente.

Riprendere l'impasto lasciato a riposare, e ricavarne delle palline grosse come un'albicocca. Stendere le palline col mattarello fino a ricavare delle sfoglie sottili ( pochi mm) e porre al centro di ognuna un po' di ripieno. Ripiegare come in figura.
Chiudere i tre lembi sigillando il ripieno all'interno.
Mettere i fatayar sulla placca del forno e ungerli d'olio da ambo i lati.
Cuocere a temperatura moderata finchè non sono dorati.

Glossario
Bulgur: frumento integrale, grano duro germogliato che subisce un particolare processo di lavorazione. i chicchi vengono cotti al vapore e fatti seccare, poi macinati e ridotti a pezzettini.
Labneh o labaneh: vedi qui. Sostituibile con uno yogurt non dolce e non eccessivamente acido ( lo yogurt greco è probabilmente il migliore).
Sumac: spezia in polvere dal colore rosso scuro e dal delizioso aroma di limone.
Nigella: vedi qui.

sabato 16 febbraio 2013

Un pomeriggio con Anna

Quando ero bambina, l'unica cosa che la mia famiglia poteva permettersi di comprare era il riso. I soldi non li aveva nessuno, e ancora oggi poche persone nelle Filippine possono permettersi di comprare la carne. Avevo due soli vestiti, le divise della scuola, e ogni giorno bisognava lavare e stirare quella che non avevo addosso, in modo che fosse pronta per l'indomani. 
I soldi non c'erano mai, ma avevamo tanti sogni. Alla sera, prima di dormire io e le mie sorelle ci descrivevamo a vicenda i vestiti meravigliosi che ci saremmo comprate quando ne avremmo avuto la possibilità.
Quando ho finito la scuola dell'obbligo sono dovuta andare a lavorare. Non avevo scelta, ero la più grande, ci si aspettava che aiutassi a mantenere la famiglia.
Mi sono sposata alla prima occasione, a diciassette anni, solo per scappare da una situazione familiare davvero difficile da gestire. Abbiamo avuto quattro figli e poi lui mi ha lasciata. Non era adatto per diventare padre, ma l'ho scoperto troppo tardi.
Io lavoravo dodici ore al giorno, ma non riuscivo a guadagnare abbastanza per sostentare i miei bambini, così li ho lasciati a dei parenti e sono partita per l'estero, dove avrei potuto guadagnare di più. Stare lontana da loro è stato lancinante. 
Ho trovato lavoro a Singapore. Guadagnavo abbastanza, ma sempre meno degli altri perchè ero filippina, perchè ero povera, e su di me gravavano mille pregiudizi.
Mia madre si è ammalata di cancro e quando è morta non ho avuto nemmeno il permesso di andare al funerale. Se n'è andata da sola, senza che la potessi salutare.
Poi sono venuta qui, e ho trovato lavoro come tata presso una famiglia. Le condizioni sono migliori, quando mio padre è morto, qualche anno fa, sono potuta andare ad assisterlo e passare con lui le ultime ore.
Qui ho incontrato un uomo buono, l'ho sposato e ora sono felice. Qui si vive bene. Posso andare al supermercato e comprare quello che voglio, anche la carne.
Ho fatto mille sacrifici per i miei bambini, perchè volevo che potessero avere tutto quello che io non avevo avuto. E' stata dura, ma loro hanno potuto studiare e si sono laureati. Uno di loro si è sposato, e ora ho due nipotini.
Qui ho solo amiche filippine. Ho imparato l'inglese ma sono timida, ho paura di essere giudicata per l'accento, per gli errori. Ho paura di non capire quando gli altri parlano, ho paura che non mi capiscano. 
Ho paura di essere considerata sempre e solo come una domestica. Tu sei diversa, con te mi trovo bene.

Anna è la moglie di un collega di mio marito. Ha quarantasette anni, i capelli neri e lisci e gli occhi allungati, ed è così piccola che sembra una bambina.
Ieri pomeriggio, sedute davanti ad una tazza di caffè in un centro commerciale mi ha raccontato la sua vita, tra un sorso e l'altro. Era la prima volta che usciva con una donna occidentale, ed è stata così felice di parlare con qualcuno che non la giudicava nè la discriminava che si è messa a piangere, così, mentre beveva il caffè.

mercoledì 30 maggio 2012

Amicizie mediorientali

A. viene dalla Giordania, e qui non si trova tanto bene. Sta cercando un'occupazione, ma benchè sia laureata non è facile trovare lavoro in questo paesino, così sta tutto il giorno in casa, a pulire, a cucinare e a badare ai suoi tre bambini.
A. ha 28 anni, parla un Inglese un po' zoppicante ma si aiuta con i gesti, e si capisce perfettamente. E' una musulmana osservante, come suo marito, come chiunque, qui.
La prima volta che sono andata a trovarla avevo paura che non avrei avuto nulla da dirle. Avevo paura delle barriere culturali, delle mille differenze che ci sono tra noi due. Lei era tesa e sospettosa, e, come me, con qualche pregiudizio.
Abbiamo cominciato a parlare. All'inizio lentamente, con difficoltà. Poi abbiamo constatato che in fin dei conti non eravamo poi così diverse, e anzi, avevamo un sacco di cose in comune. Ho scoperto una ragazza molto intelligente, allegra e solare.
Oggi A. è una delle mie più care amiche. E con "amica" intendo proprio un'amica vera, quella a cui chiedi conforto nei momenti di solitudine e crisi, quella con cui dividi segreti ed esperienze, quella che se hai un problema a lei lo puoi raccontare. Come ama dire A., "siamo come sorelle".
Certo, le differenze culturali ci sono. Ma invece di essere un ostacolo sono qualcosa da scoprire, un oceano inesplorato e interessante. E ogni giorno mi accorgo sempre di più di quanto invece siamo simili, come mentalità, abitudini, preferenze. Anche i piatti che cuciniamo, pur diversi, hanno in comune la maggior parte degli ingredienti, quelli della tradizione mediterranea.

A. ha tre bambini, tre piccoli tesori. Il Bambino Grande, è, per l'appunto, il maggiore. Ha cinque anni, ed è incredibilmente intelligente ed educato. E' molto vivace, e predilige tutti i giochi movimentati e troppo esuberanti per un piccolo appartamento, come correre sullo skateboard, giocare a calcio o andare in bicicletta. Quando non è impegnato in attività scatenate, si diverte a scrivere. Conosce non solo tutte le lettere arabe, ma anche tutte quelle del nostro alfabeto.
"Però ogni tanto ne dimentica qualcuna"  mi raccontava crucciata A. mentre io cercavo di ricordare se ho mai conosciuto un solo bambino di 5 anni che ancora prima di iniziare la scuola conosca già due alfabeti.
La Peste è il figlio "di mezzo". Quattro anni, vivacissimo. La sua peculiare caratteristica è di fare sempre quello che non dovrebbe, in particolare dare fastidio alla Principessa, la terzogenita.
Se lei sta guardando la televisione lui cambia canale, se lei sta utlizzando un giocattolo lui glielo porta via.
La Principessa è l'ultimogenita. Ha un anno, ed è nell'età "sto cercando di suicidarmi". Se ti distrai mezzo secondo lei tenta di salire in piedi sulla palla, di mettere le dita nella presa della corrente, di fare tuffi di testa dal divano al pavimento, di inghiottire qualunque oggetto piccolo e potenzialmente occlusivo, come le monete.

A. e i suoi tre bambini sono entrati a pieno titolo nella mia vita, colorandola di sfumature inaspettate e bellissime.