Qualche giorno fa ho avuto una lunga ed interessante discussione con alcuni colleghi di altre facoltà sulle conseguenze del fatto che nel giro di pochi anni, molte mansioni oggi svolte da umani verranno gestite da sistemi informatizzati autonomi. In particolare si discuteva sugli autoveicoli a guida autonoma già oggi presenti sul mercato, seppure con tutta una serie di limitazioni dovute principalmente a problematiche più di tipo legale che non tecnico.
Ripensandoci, poi, mi sono posto una domanda: quanto dovremo attendere prima che le grandi navi da trasporto rinuncino ad avere un equipaggio? Credo poco. E’ un dato di fatto che alcune mansioni umane sono più facilmente automatizzabili di altre, ed il controllo della navigazione di un mezzo in alto mare è sicuramente tra quelle facili. Da un certo punto di vista la cosa può far paura, ma da un altro direi proprio di no. Un sistema di guida autonomo non si distrae, non si addormenta, non si ubriaca, non guarda la partita, etc. etc.. D’altra parte, però, se un sistema di guida autonomo (su una nave come su una autoveicolo) combina un guaio, la responsabilità di chi è? Del programmatore? Della compagnia di navigazione? Dell’hardware? Di una situazione non contemplata nel programma? Tante belle domande con risvolti di diverso tipo (legislativo, tecnico, etico, etc.) cui sarà importante trovare presto delle risposte adeguate, dato che questa tecnologia, piaccia o meno, is here to stay.
Lo sviluppo e l’applicazione dei sistemi di guida autonoma è basato sull’Intelligenza Artificiale. Infatti, a pensarci bene, anche un timone a vento può condurre una imparcazione; si tratta di un sistema meccanico, semplice e generalmente affidabile, che fa per bene il suo lavoro, ma che fallisce quando confrontato con situazioni impreviste. Il sistema di guida di una portacontainer o di una petroliera non può certamente permettersi di fallire in questo modo, deve sapersi adattare al meglio alle diverse situazioni possibili e l’Intelligenza Artificiale è l’unico modo di fornirgli la flessibilità necessaria senza utilizzare degli umani di supporto. Su questa interessante tecnologia si dice e si scrive un po’ di tutto, spesso e volentieri senza sapere bene di che si scrive (non che io sia il verbo, sia chiaro).

In merito mi sono ricordato di aver scritto qualche tempo fa un breve testo divulgativo per il libro “Professione robot 2.0” dell’amico Claudio Simbula. Un libro intelligente che affronta con spirito e leggerezza una problematica pesante. Visto che ci sono, ve lo ripropongo qui di seguito.
Il brano è strutturato come una riflessione su due domande chiave: cosa intendiamo oggi per Intelligenza Artificiale, e quale sarà nel futuro il nostro rapporto con questa tecnologia. Ovviamente vi propongo la mia visione delle cose, mica la verità, buona lettura.
– Che cosa intendiamo per Intelligenza Artificiale oggi?
“Cos’è il genio?”, si chiedevano i protagonisti del “Amici miei” di Monicelli, “è fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione”. A mio modo di vedere questa è proprio una bella definizione, che rende bene la vastità dei modi nei quali può manifestarsi l’intelligenza umana. Ma potremmo usarla anche se ci chiediamo cosa sia l’Intelligenza Artificiale (AI)? Qui la risposta è ben più complessa, anche se colloquialmente potremmo essere tentati di rispondere con facilità. In particolare, noi definiamo AI per contrasto con l’intelligenza biologica e già questo può generare qualche disguido. Come se non bastasse, poi, la cultura pop ha spesso mitizzato AI attribuendole (a sproposito) caratteristiche a volte sin troppo umane.
In realtà tutto ciò può anche essere comprensibile, dato che in quello che è considerato l’evento di fondazione della AI, il Darmouth workshop del 1956, si dice chiaramente che l’intelligenza umana ”può essere descritta in maniera talmente precisa che una macchina può essere utilizzata per simularla”. Proprio qui sta il guaio: siamo davvero capaci di spiegare dettagliatamente per quali ragioni definiamo una persona intelligente? Ad oggi la risposta è un chiaro e definitivo no; l’intelligenza biologica è semplicemente troppo complessa per essere descritta in maniera chiara ed univoca. Questa complessità ha profonde origini di tipo biologico, culturale, esperienziale ed emozionale, e per queste ragioni è declinata in modo quasi unico in ogni essere umano (e non solo). Quindi no, non possiamo dire che AI è fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione, AI è qualcosa di molto diverso, ma non per questo meno interessante o utile.
Vogliamo parlare di AI in termini realistici e comprenderne davvero pregi e difetti? Allora iniziamo a pensare ad una tecnologia basata sull’utilizzo di agenti intelligenti, intesi come dispositivi che ottengono informazioni dal loro ambiente e le utilizzano per intraprendere azioni che massimizzano le possibilità di raggiungere con successo i loro obiettivi. La parte interessante è che spesso la funzione di questi dispositivi mima quelle attività di tipo cognitivo, come l’apprendimento e la capacità di risolvere i problemi, che normalmente noi associamo al funzionamento della mente umana.
– Come vedi il futuro del rapporto tra uomo e Intelligenza Artificiale?
Per me è assolutamente chiaro che nel prossimo futuro le applicazioni di AI giocheranno un ruolo sempre più importante in molti aspetti della nostra vita quotidiana, grazie alla loro capacità di affrontare con successo una delle più importanti sfide tecnologiche del nostro tempo: gestire i big data.
La tecnologia che oggi sta alla base del nostro modo di vivere e di lavorare produce enormi quantità di dati. Dalle informazioni di navigazione dei nostri pc, ai nuovi sistemi di diagnostica medica, alle transazioni finanziarie ad alta frequenza, alla digitalizzazione del sapere precedente, e molto altro, ogni giorno si producono quasi 3 miliardi di gigabyte di nuove informazioni. Una tale quantità di dati è molto preziosa ma allo stesso tempo estremamente difficile da gestire e trasformare in un qualcosa di utilizzabile. Infatti tutta questa informazione, al di là della sua mole, ha soprattutto la caratteristica di essere multidimensionale, complessa ed eterogenea.
Storicamente, trasformare i dati grezzi in conoscenza è sempre stato compito degli analisti e degli scienziati. Infatti il dato in se e per se non crea grande conoscenza, soprattutto in un mondo principalmente costituito sulla interazione tra agenti spesso molto diversi ed indipendenti tra di loro. La parte più importante nella creazione di vera conoscenza è, quindi, l’individuazione di relazioni tra dati e situazioni anche molto differenti, un lavoro in cui la mente umana generalmente eccelle. Oggi, tuttavia, l’uomo non è più capace di gestire in tempo reale (o quasi) tutto il potenziale sapere che produce; si può dire che in un qualche modo è stato raggiunto (ed abbondantemente oltrepassato) un limite materiale, biologico. Proprio per cercare di gestire questa enorme problematica, la maggior parte degli sforzi in informatica sono oggi tesi alla creazione di agenti intelligenti in grado di gestire grandi quantità di dati non strutturati, allo scopo di produrre informazioni strutturate prima e decisioni poi (forse).
Probabilmente il miglior esempio di questo approccio tecnologico è il famoso Watson della IBM con le sue più che notevoli piattaforme di servizi e la sua capacità di utilizzare le regole del linguaggio naturale per la comunicazione uomo-macchina. Già oggi, ma ancora di più domani, agenti intelligenti come Watson e consimili vengono utilizzati per gestire sempre più aspetti della vita quotidiana di tutti noi, dal supporto alla diagnosi medica alla scelta di un candidato per un posto di lavoro. In fondo la cosa può anche spaventare e forse non completamente a sproposito.
E’ importante però comprendere che gli agenti intelligenti come Watson non “decidono” nulla, se noi non glielo permettiamo. In realtà, il supporto alle decisione che può derivare dal loro uso è forse una delle cose più utili che la tecnologia informatica ci abbia mai dato, ma una macchina va utilizzata per quello che è e per quello che può fare, ma non di più. Posti davanti ad un problema gli agenti intelligenti come Watson non ci danno risposte certe ma probabilistiche, ci informano al meglio della conoscenza disponibile, ma la decisione spetta sempre a noi, anche quando decidiamo di rinunciare e preferiamo delegare ad una macchina (per quanto “intelligente”) le nostre responsabilità.
In fondo, a pensarci bene, una decisione giusta è il risultato della combinazione di numerosi fattori, e la conoscenza approfondita dell’argomento è solo uno di questi, per il resto servono “fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione”.
(P. Enrico, tratto da Professione Robot 2.0 di Claudio Simbula, ed. Ledizioni, 2019)