Là dove finisce il fiume comincia il film. (Savio, Bigazzi, Pace)
Ultimamente penso spesso a François, ed ammetto di non avere pensieri troppo lusinghieri nei suoi confronti. Per carità sia chiaro che non voglio sparlare, François è sicuramente una persona stimabilissima, un serio professionista, un brav’uomo più che rispettabile. Se mi capita di nominarlo spesso ad alta voce e di attribuirgli determinate qualità, il mio è un parere assolutamente personale del quale mi assumo ogni responsabilità. Ok, scherzo.
In realtà mi posso permettere di scrivere tutto ciò così a cuor leggero perchè la prima (ed unica) cosa che posso veramente dire di lui è: non so che viso avesse e neppure come si chiamava. François è, infatti, un nome inventato, un frutto della mia fantasia; giusto mi suonava bene il nome, mi sapeva molto di “francese”, di un tizio in bicicletta, col basco in testa e la baguette sotto il braccio (alla faccia del luogo comune, direte). Insomma proprio non so chi egli fosse, però posso dire che conosco invece l’epoca dei fatti e qual’era il suo mestiere. Il “mio” François negli anni ’90 lavorava presso i rinomati Chantier Wauquiez.
In particolare, François si è occupato di pianificare (e realizzare?) la costruzione degli interni dei 24 Centurion 45 costruiti tra il 1990 ed il 1993. François non era uno stipettaio, lui si occupava dell’impiantistica, era uno che maneggiava serbatoi, tubazioni e cavi elettrici. Ed era un sadico.
Certo, magari i disegni di Ed Dubois non gli hanno dato una grande mano nel suo lavoro, ma ciò non toglie che lui fosse un vero, dannato sadico. Ed io sono una delle sue miserevoli vittime.
Vabbè, veniamo a noi. Avevo notato già da l’anno scorso che nel gavone del serbatoio dell’acqua dolce sotto la dinette a dritta, ristagnava dell’acqua. Da quell’inguaribile ottimista che sono (si certo, come no…), ho subito pensato che il problema fosse nel tubo di collegamento vecchio e stravecchio (credo proprio sia l’originale, del 1993), e l’ho sostituito sperando per il meglio che, ovviamente, non è stato. Infatti il problema si è rivelato essere non il tubo stravecchio, ma il serbatoio bucato.
Disastro, disastro, disastro.
In realtà il guaio di per se non sarebbe stato enorme, in fondo si tratta di un serbatoio metallico che si può facilmente saldare, se non fosse che (grazie al sadismo di François) riuscire a mettere le mani sul bestione non è stato per niente banale. Lungo quasi due metri, di forma irregolarmente trapezoidale e capacità (stimata) di circa 150 litri, il serbatoio è in acciaio inox da 2.5 mm, con paratie interne anti sciabordio, ed anche da vuoto pesa un’esagerazione (a parte l’ingombro). Ora, com’è giusto che sia, un bestione del genere non può che essere più che saldamente assicurato alle strutture dello scafo, e qui sta il guaio. Infatti François non solo ha provveduto ad imbullonare solidamente il serbatoio alla cornice del gavone ed a ricoprirlo con delle traversine anch’esse ben avvitate, ma si è anche assicurato (il tocco del maestro) che il serbatoio fosse di un paio di centimetri più largo dell’apertura. Dunque, per poter levare il serbatoio è stato necessario smontare o meglio demolire l’intera cornice del gavone, dato che François (in un momento di particolare erettismo) l’aveva incollata e non solo avvitata. In realtà, ho passato un sacco di tempo a cercare di capire in quale modo poter estrarre il serbatoio senza demolire nulla; mi dicevo che se il serbatoio era stato installato, in un qualche modo nel gavone doveva esserci pur entrato. Ed invece no, nulla da fare, in nessun modo, in nessuna maniera.
Il mio beneamato François ha prima installato il serbatoio e poi ci ha costruito la dinette intorno.
Allora, è ben noto a chiunque mi conosca che io aborro anche solo l’idea di mettere mano a trapani e seghetti a bordo; odio fare buchi e/o tagli, odio modificare scafo e strutture. Sarà stupido, sarà una inutile idiosincrasa ma è così. Sono capace di scervellarmi una giornata intera per trovare un modo di far passare un nuovo cavo in un vecchio passaggio, piuttosto che prendere il trapano in mano. Perciò ci ho sudato dentro davvero un bel po’ prima di arrendermi all’evidenza e decidere di passare alle maniere forti.
In definitiva si è trattato di un lavoro brutto e fastidioso, ma imprescindibile per poter estrarre il serbatoio. La parte più difficile è stata staccare il traversino di legno incollato alla parte esterna della dinette. Per fortuna, in alcune parti la colla aveva mollato ed ho potuto infilare una spatola negli spazi liberi e scollarlo pian piano. Un minimo di danno purtroppo è stato inevitabile (per fortuna davvero poco), ma alla fine ci sono riuscito. Ho sbarcato il serbatoio (finendo anche in mare durante l’operazione), gli ho dato una rapida pulita sul pontile, e qui è arrivata la sorpresa: non c’era un semplice buco da chiudere con una saldatura, ma un serbatorio col fondo completamente corroso.
Disastro, disastro, disastro ed ancora disastro.

(… à suivre)




Ti assicuro che non è solo François. Fanno tutti così 😉