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sabato 5 novembre 2022

what work is

Quando mi dicono che negli audiolibri di poesia che facciamo sbaglio a metterci la musica perché dovrebbe esserci la voce sola, poi ascolti gli audiolibri dei poeti americani e quelli ci fanno addirittura i pezzi jazz sulle poesie.

Cos'è il lavoro | Philip Levine

Facciamo una lunga fila nella pioggia
alla Ford Highland Park. Per un lavoro.
Sai cos’è un lavoro – se sei grande abbastanza
per leggere qui sai com’è lavorare,
anche se magari non lo fai.
Ma lasciamo perdere te. Questa roba
parla di gente che aspetta, passando
da una gamba all’altra. Di quando senti
una pioggia sottile che ti bagna i capelli
come fa la nebbia, e che ti confonde
la vista finché ti sembra di vedere
tuo fratello, forse dieci posti più avanti.
Ti pulisci gli occhiali con le dita,
e ovviamente è il fratello di qualcun’altro,
con le spalle più strette del tuo
ma con la stessa posa dinoccolata
e dimessa, lo stesso sorriso che
non maschera la cocciutaggine, lo stesso
rifiuto, triste, di darla vinta alla pioggia,
alle ore buttate via ad aspettare,
al pensiero che a un certo punto, più avanti,
c’è un uomo che sta aspettando per dirti “No,
oggi non assumiamo”, per qualsiasi
ragione voglia. Vuoi bene a tuo fratello;
all’improvviso, adesso, puoi appena
sopportare l’amore che ti sommerge
per tuo fratello, che non è vicino a te,
o dietro di te, o davanti a te,
perché è a casa a cercare di smaltire
col sonno il turno di notte alla Cadillac
così può alzarsi prima di mezzogiorno
a studiare tedesco. Lavora otto ore
per notte così può cantare Wagner,
l’opera che odi di più, la musica
peggiore che sia mai stata inventata.
Quand’è stata l’ultima volta che gli hai detto
che gli vuoi bene, che gli hai stretto le spalle
larghe, hai aperto bene gli occhi e gli hai
detto quelle parole, e magari gli hai dato
un bacio sulla guancia? Non hai mai fatto
una cosa così semplice, così ovvia,
non perché sei troppo giovane, o troppo
scemo, non perché sei geloso e nemmeno
avaro o incapace di piangere davanti
a un altro uomo – no, è solo che non sai
cosa vuol dire lavorare.

(da What Work Is, 1991, traduzione di Giuseppe Genna)

sabato 19 settembre 2015

sangue

Mio fratello si sveglia nella stanza sul retro poco prima dell’alba e sente i rami picchiettare contro la finestra del piano di sopra. Fine estate del ’45 ed tornato a casa da una guerra. Aspetta che la luce allaghi la stanza quando si alza un grido, la mia voce in sogno. Più tardi insieme scorrazzeremo per i campi al limitare della città mentre l’erba ci fischia intorno. Non mi chiederà se fosse mio il grido che ha sentito; invece mi seguirà nelle boscaglie ombrose dove vado sera dopo sera a conversare con radici ritorte e rampicanti. Altri vengono in coppia in inverno a respirare il cielo gelato, in primavera per gli aromi della terra, ragazzi e ragazze in cerca di se stessi. Mostro a mio fratello un fitto nido di uova infrante, la tana appena scavata dal topo di campagna. L’oscurità comincia a raccogliersi tra i rami, i venti si levano fino a che i boschi piangono la fine del giorno. Ci dirigiamo verso casa parlando di progetti per l’anno a venire. È ancora estate anche se le stagioni ci soffiano intorno – pioggia e nevischio in agguato nell’aria grigia che respiriamo – il futuro che viene verso di noi nell’ombra nera dell’olmo, due fratelli – quasi un unico uomo – tenuti insieme da ciò che non possono condividere. 

[Philip Levine, traduzione Giuseppe Strazzeri, Notizie del mondo, Mondadori 2015, pag. 67, 69]

venerdì 18 settembre 2015

yakov

Mio zio mi raccontava della baracca nella foresta, la sua casa per anni – trentacinque o più – ha perso il conto. Da miglia di distanza nel discendere la valle mentre la sera si raccoglieva nei rami di larice e di quercia sentiva l’odore del fumo di legna, il filo sottile che lo riportava sempre a casa. «Il silenzio, era tutto, era ogni cosa.» Persino i lupi, mi diceva, si muovevano tra gli alberi trattenendo il fiato. I merli sparivano ore prima del tramonto. La neve cadeva solo al buio così che all’alba il mondo era nuovo. Come viveva, cosa mangiava, come si vestiva, con chi parlava, cosa condivideva, non lo disse mai. Il primo fumo avvistato, il silenzio, i lupi invisibili, le loro orme stampate nella neve, le quotidiane sparizioni, il sole che sorgeva, il sole che moriva, l’assenza di un’altra voce, di una qualunque voce umana, questi i suoi compagni, la sua Siberia. La sua Detroit era ben altro: nel retro dell’Autoricambi una lampadina oscillava nuda su di lui mentre chino sul mestiere sbagliato nel posto sbagliato faceva il proprio ingresso nell’epica non scritta del tedio, una sigaretta in una mano, tre dita superstiti nell’altra. Yakov, il mio vecchio socio d’officina, un giorno appese il suo grembiale, posò guanti e polsiere, e si dileguò in fumo. Se comparisse ora alla mia porta nel suo viaggio diretto verso il nulla gli darei il bentornato con vino nero e pane nero, un bicchiere di tè, un pavimento di assi per dormire, e la speranza che il nuovo giorno gli porti la musica del silenzio. 

[Philip Levine, traduzione Giuseppe Strazzeri, Notizie del mondo, Mondadori 2015, pag. 35, 37]