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07 aprile 2016

Out of time

Una volta ero giovane sai? Avevo la forza di sognare perchĆ© avevo più giorni davanti che alle spalle, mi guardavo le mani ed erano ferme, adesso le guardo e sono sfocate, e tremano. Le volte che mi tremavano da giovane era per la rabbia, o per l’amore; tutte e due le cose portano passione, tutte e due le cose portano a tremare. Cerchi di fermarle, nella tua testa le vuoi fermare ma loro no, loro continuano a tremare. Come adesso, anche adesso nella mia testa le vorrei fermare ma loro no, loro fanno un po’ come gli pare. Non che la testa funzioni bene, a volte scordo le cose, scordo le date, scordo i nomi; l’unica cosa che non scordo ĆØ il tempo che ĆØ passato, la strada alle spalle; quella no, quella me la ricordo tutta, metro per metro, caduta per caduta. No, la testa non mi funziona affatto bene. C’ĆØ chi ti potrebbe dire che nemmeno da giovane funzionasse alla perfezione, che era “fallata” giĆ  allora; troppo attento a tutto, spesso intransigente, a volte rabbioso. Te l’ho detto che tremavo per la rabbia? Per la rabbia e l’amore…vedi? Mi scordo le cose; come tutti gli anziani annoio, soprattutto me stesso, perchĆ© mi inchiodo ogni giorno, alle scelte che non ho fatto, più che a quelle che ho fatto. Non credere a quelli che ti dicono “sono sereno, ho fatto una bella vita”, cazzate! Per quanto meravigliosa possa essere stata ci sarĆ  sempre qualcosa che non ĆØ stato; il bacio che hai avuto paura di dare, il “NO!” che hai avuto paura di dire, la strada che hai avuto paura di prendere. E non credere alla storia del “senno del poi”, non conforta un cazzo quando ti ritrovi ad avere più debolezza che forza, più nebbia che memoria. Non conforta dire “ho vissuto”, e non tirarmi in ballo quelli che non hanno potuto averla una vita lunga perchĆ© giĆ  mi sento una merda di mio a lamentarmi, a non sentirmi fortunato. La veritĆ  ĆØ che la vita, per come ĆØ fatta, la capisci quando ormai ĆØ alle spalle. Una volta ero giovane, sai? Ora non lo sono  più.



Un esercizio che mi ĆØ sempre piaciuto molto ĆØ far andare una canzone e vedere che immagini mi faceva nascere in testa...

17 aprile 2015

Intermezzo



Lo so che me ne sto in disparte, a parte, in parte. Sono semplicemente seduto da qualche parte, ad attendere che almeno un parte, se non tutto, si rimetta in moto e si combaci.

26 gennaio 2015

08 gennaio 2015

It's so easy...

E' così facile, adesso, convincersi di una fantomatica "supremazia" culturale del mondo occidentale, dimenticandosi tutte le guerre che ha scatenato e che scatena ancora adesso questa supremazia. E' così facile, adesso, dirsi tutti Charlie quando da noi la satira l'abbiamo calpestata fino a farla sparire. E' così facile, adesso, dirsi tutti civili quando fino a ieri abbiamo chiamato "merda" quello che aggiungeva fin anche una virgola al nostro pensiero. E' così facile, adesso, parlare dimenticandosi della regola che dice che il silenzio è d'oro ed invece unire le proprie voci (compresa la mia) al coro di parole che da ieri non fanno che riempire l'etere. E' così facile, adesso, ergersi a paladini di non si sa quale causa, giustificando tutto quello che facciamo noi, a prescindere. E' così facile, adesso, gridare ad una vendetta e non accorgersi che la cosa più spaventosa di questo atto è che fa uscire l'animale che è in tutti noi (in alcuni più, in altri meno). E' così facile ed invece l'unica cosa che dovrebbe essere così facile è innamorarsi.

23 novembre 2014

Intermezzo


Il Talmud dice che chi uccide un uomo uccide il mondo intero; siamo noi a rendere il mondo il posto che ĆØ. Vale per tutto, vale per tutti e non serve sbattersi per l'universo tutto se poi chiniamo la testa per noi stessi.

Punto.

30 ottobre 2014

A volte si fa teatro



"A volte si fa teatro" pensò Paolo una volta chiusa la telefonata, "si modula la voce per non tradire l'emozione; è un gioco di diaframma" e come se stesse esponendo la sua tesi ad un'aula universitaria, si mise la mano giusto al centro del tronco, appena sotto il petto. "Curioso come sia così vicino al cuore, il diaframma", sorrise percependo quella lieve accelerazione attraverso i polpastrelli. "A volte si fa teatro, sì, per rendere tutto meno complicato, per far durare di più la rappresentazione"; si passava il telefono tra le mani senza pensarci, non che scottasse, no, ma come fosse qualcosa di poco conosciuto, quasi fosse diventato comunicazione e non strumento. "Si recita per se stessi, soprattutto se si ha a che fare con chi ti conosce così bene da andare oltre l'attore, oltre l'interpretazione"; questo pensiero gli calmò i muscoli rimasti con quella percepibile tensione e si accorse che, meccanicamente, si apprestava ad uscire all'aria a godersi quella lieve accelerazione.

16 ottobre 2014

Il saldo dei debiti



Adesso tu paghi e paghi tutto e paghi per tutti. Paghi anche quello che non sai. Piove su di te e su di me ma a te sembra diverso, anche la pioggia ti sembra un diritto. Il concetto ĆØ che non te lo aspetti perchĆ© non arrivi nemmeno a crederci che avresti pagato a me; non te lo aspetti e ti colpisco che ancora mi ridi in faccia. Ti colpisco un’altra volta che nemmeno hai smesso di ridere, non hai smesso ma sei a terra, nel fango, nemesi e contrappasso. Ti rialzi o almeno cerchi, mentre dici qualcosa di cui non mi frega un cazzo, mentre ti fermo le parole con la suola delle scarpe; il fango ti ĆØ arrivato nei capelli, il sangue negli occhi ma te l’ho detto che paghi tutto e se pensi di saltarmi addosso lo hai pensato più lentamente del calcio che ti arriva nello stomaco. Piove, su di te e su di me, piove cosƬ tanto che le pozzanghere sono laghi; piove cosƬ forte che a malapena ti vedo ma ĆØ il malapena sufficiente per colpirti le braccia mentre sei carponi. Non ti dico mica nulla, no, tanto chi sono, alla fine, non ĆØ cosƬ importante e poi con la testa nella pozzanghera non sentiresti comunque. Ti tengo la testa sotto con il piede, sbatti le mani e le gambe, cerchi di tirarti su ma non ce la fai; l’acqua fa bolle dense, poi smette. E anche tu.

06 ottobre 2014

Bird gerhl


"Non so nemmeno più da dove arriva il dolore", si disse, guardandosi allo specchio, la ragazza dalle ossa cave mentre si toccava le cicatrici sulle ali. Il volto raccontava una storia sottovoce fatta di labbra piegate all'ingiù, di occhi spenti, di rughe d'espressione. "Non so nemmeno più da dove arriva il dolore, ne sono immersa dentro, forse ĆØ l'unico posto in cui so stare; quello che mi ĆØ stato assegnato". Seduta sul letto sfatto, con i piedi nudi sul pavimento freddo, la ragazza con le ossa cave si ripeteva, come ogni giorno, la storia del destino. "Ɖ l'unica ragione, deve essere cosƬ" concluse la ragazza dalle ossa cave, si asciugò una lacrima senza farsi vedere dallo specchio e mosse un passo verso la nuova giornata.

27 agosto 2014

Intermezzo


Perché ci tenevo a farvi sapere che sono vivo, perché così magari me ne convinco anche io; ché le vacanze non sono servite a molto se mi sveglio la mattina che già mi son rotto i coglioni e che prima di alzarmi ho già pensato troppo, fino a sudare la rabbia, a volte, la tristezza, in altre, la voglia di fare, spesso. Perché tutte le parole si sono incastrate tra di loro e si spingono e non vanno da nessuna parte, saranno in controesodo anche loro, bloccate sull'autostrada del cervello. E poi il pezzo è magnifico, che non guasta.

24 luglio 2014

Intermezzo


Il coccodrillo ĆØ in cerca
sempre di una preda
La preda fa di tutto
perchĆØ lui la veda

20 luglio 2014

Come tutti gli anni

Come ogni anno, da quando questo blog esiste; come ogni anno, senza commenti perché la memoria è un esercizio collettivo che si fa in solitaria. Bisogna guardare dentro la propria testa e dentro il proprio cuore e togliere la polvere che abbiamo accumulato sui ricordi.

07 luglio 2014

Intermezzo



Momento "Revival", per tutti quelli che, come me, seguivano la serie tv. Secondo me questo pezzo, a ritmo, vale quanto "Happy" di Pharrell!

03 luglio 2014

Sympathy for the devil


Please allow me to introduce myself...
Ciao, sono quello che ti guarda tutte le mattine, dallo specchio, sono l'abisso in cui ti rifiuti di guardare. Sono il demone che ti striscia dentro e che rinchiudi nelle pieghe più nascoste della tua testa, sono il male, il tuo. Lo sai bene che il male è necessario, che senza buio la luce non avrebbe nessun senso di esistere ed io sono il tuo buio; sono quello che ti guida la mano quando scrivi i tuoi racconti neri, scuri come la pece; sono la tua cattiveria che affiora, come lo zucchero sui frutti lasciati essicare, come il sale nei salumi stagionati male. Il male, appunto. Sono quello che la tua coscienza tiene a bada, quello che, a volte, si porta a bere la tua coscienza. Sono il te stesso che nascondi nel labirinto delle tue paratie stagne, sono il puntello che non ti fa crollare. Ogni giorno ti guardo dallo specchio, ti vedo fare i tuoi soliti bilanci quotidiani, ingoiare alcuni rospi, partorire altri sorrisi ed intanto me la rido, mi gingillo con le parole, sai? Sì, con quelle parole che ti tieni dentro, quelle che ti offro sempre su un piatto d'argento ma che tu, stoicamente, rifiuti, non dici, ricacci da me. E rido. Sì, rido di te e me insieme, tu così pubblico, io così ben nascosto, il diavolo sta nei dettagli, no? Nel guizzo degli occhi, nella lama di sorriso, nel gesto trattenuto delle mani; io sto lì, lo sai bene, lo senti anche tu che ci sono perchè tu sei me ed io te, tu che sei bugiardo e infido così come sei fidato e chiaro. Sono quello che ti mette in testa le immagini peggiori, i pensieri che ti fanno ritorcere lo stomaco, che te lo stringono in una morsa, i pensieri che non ti fanno dormire. Sono io quello che ti porta alla bocca le parole cattive, quelle che riesci sempre a tenerti dentro, quelle che sai bene che sono la verità. Sei troppo buono, lo sai? Sei così buono che io è necessario che ci sia, sempre, ma tu mi trattieni, mi blandisci, mi concedi parole imbandite su una pagina bianca ed io mi accontento, non preoccuparti, il tuo diavolo si tiene le parole ma mi senti, vero? Sono il ruggito che ti vibra dentro, la rabbia che ti stringe la mascella, sono quelle cazzo di verità che non sbatti in faccia mai, cazzo, mai. Sono l'ultimo baluardo della tua sanità mentale, il male è quello, non è mica follia, il tuo demone ti vuole bene, il tuo demone ti regge in piedi. Tu sei quello che sorride, io quello che ghigna; tu sei quello che capisce, io quello che deride; tu sei l'empatico, io l'antipatico; io sono il tuo nocciolo duro, il nucleo centrale e sono lì che attendo, perchè prima o poi mi farai uscire, prima o poi non sorriderai più, scoppierai a ridere e tenendoti la pancia dirai tutti i "non avete capito un cazzo", riderai e gli occhi non saranno i tuoi, saranno i miei, non saranno i tuoi denti, saranno le mie zanne e non saranno le tue parole, saranno, finalmente, le mie e sarà un piacere presentarsi al mondo...
Pleased to meet you
Hope you guess my name
Non abbiate paura, ĆØ solo il mio post numero 666

15 giugno 2014

I awake



La prima cosa che gli venne in mente fu il desiderio di non essere lƬ, di cacciarsi in gola quella fottuta birra, alzarsi e, con il passo più svelto che potesse, raggiungere la prima fermata della metro disponibile, vedere quale treno partisse prima e saltarci su, direzione “vaffanculo”. Bevve solo un sorso, sperando buttasse giù quel nodo enorme e, magari, si portasse appresso un po' d'aria perchĆ© gli sembrava non ne entrasse più da un pezzo. Ascoltava capendo tutto e sentendo niente o sentendo tutto e capendo niente; dentro gli si sommavano “ma” come se fosse un'addizione infinita, emetteva dei rantoli che, a quanto pareva, in realtĆ  erano parole perchĆ© ottenevano risposte di senso compiuto mentre dentro gli si affollavano pensieri di senso incompiuto. Anche il secondo pensiero fu quello di buttare giù la birra e alzarsi di scatto, come se la sedia fosse arroventata, ma temeva che gli sarebbero tremate le gambe; era sicuro gli sarebbero tremate le gambe e si era immaginato alzarsi con l'intenzione di sembrare risoluto ed invece ricadere con un tremito delle ginocchia e fermarsi con le mani sul tavolo, magari rovesciando il suo bicchiere vuoto e quello di lei, ancora pieno, ed invece di sembrare risoluto, sarebbe sembrato impacciato, imbecille ed infantile; tutte cose che, era consapevole, lo caratterizzavano più di “risoluto”. L'immagine dei bicchieri rovesciati lo bloccò, lo tenne seduto in quell'attimo di silenzio che si era formato; quel silenzio imbarazzato ma non del tipo che cerchi di baciare qualcuno e sei sicuro che quel bacio ci sarĆ  e l'altra persona si ritrae, no, più che altro un silenzio imbarazzato di veritĆ , di quelli fatti principalmente di non detti, di percepiti. Guardò il piatto con gli scampoli di cibo ma fu come se il suo stomaco avesse scattato l'ultima foto e si fosse chiuso del tutto il diaframma; gli venne in mente l'immagine di quei palloncini usati per formare figure, quei lunghi salsicciotti che vengono girati fino a stringersi, ecco, il suo stomaco era cosƬ in quel momento: un lungo salsicciotto con una strozzatura al centro. Ebbe quasi la nausea ed il “quasi” fu solo un'illusione, non riuscƬ nemmeno a capire bene cosa ci fosse nel piatto, cosa sul tavolo, cosa intorno; tutto sfocatamente indistinto, come qualcosa che sappiamo che c'ĆØ ma non ce ne frega praticamente un cazzo. Bevve un altro sorso come se fosse una medicina amara, sperando davvero fosse una medicina miracolosa che lo curasse dal male. Lei gli parlava e lui, incredibilmente, rispondeva ma le parole che tirava fuori non erano esattamente le stesse che gli venivano alla mente o, meglio, non erano le sole, come si affrettassero all'uscita a suon di spintoni e “Passo io!”, “No, io!” ed avessero la meglio, come in molte occasioni della vita, gli “Ho capito”, i “Certo”, giusto un paio di “SƬ, ma” e nulla di più. Ancora una volta ebbe l'impulso di trangugiare la birra rimasta, quella che continuava incessantemente a cedere la sua freschezza all'aria intorno o a prendere il calore da essa; ancora una volta si trattenne perchĆ© quella tra la voglia di rimanere e la voglia di andare non era un'uguaglianza ma era ancora una disuguaglianza con il segno di “maggiore di” in mezzo; consapevole che con lei sarebbe sempre stato cosƬ. Le parole si fermarono un attimo, come se si fosse accorta del suo trambusto; giustificò la pausa con un sorso della sua bevanda verde. Lui si chiese il perchĆ© dell'accondiscendenza delle parole che aveva detto, del perchĆ©, nell'affannarsi all'uscita, l'avessero sempre vinta loro, con lei, e si rispose che la colpa di cui si era macchiato quasi tre anni prima aveva tolto per sempre autorevolezza al suo punto di vista, questo sarebbe sempre stato ricoperto di una luce sbagliata, di una puzza di errore. Gli ripassò in testa tutto il rosario di appunti, considerazioni, puntualizzazioni, che portava dentro e che aumentava con il tempo ma spense l'affollamento dentro la sua gola con l'ultimo sorso di birra calda; conclusero uno dei mille discorsi senza conclusioni e si salutarono con un sorriso. Strinse i denti e resistette fino alla scala della metro, sparito alla sua vista si accasciò contro il muro, come se la tensione di ogni resistenza autoimposta fosse terminata di colpo; si appoggiò alla parete respirando come in debito d'ossigeno, come dopo una corsa; avvisò chi lo attendeva che avrebbe tardato e partƬ per un pellegrinaggio dei loro luoghi.

31 maggio 2014

Intermezzo



Un giorno la vedrò con i miei occhi, lo so, ergersi dentro un alba rossa dai riflessi d'oro; la vedrò con i miei occhi e sarà come averla già vista dai racconti di altri occhi.
Un giorno ascolterò la voce del muezzin dal minareto richiamare i fedeli alla preghiera, lo so, la ascolterò con le mie orecchie e sarà come averla già sentita dai ricordi di altre orecchie.
Un giorno annuserò odore di spezie a mille, dai banchi dei mercati, lo so, li annuserò con il mio naso e sarà come averle già annusate, nel bruciore di altre narici.
Un giorno assaggerò il çay, seduto al tavolo di un bar, guardando la vita scorrermi intorno, lo so, lo assaggerò con la mia bocca e sarà come averlo già bevuto nel palato di un'altra bocca.
Un giorno accarezzerò uno dei tanti gatti che, amati, sostano per le sue strade, lo so, e lo farò con la mia mano e sarà come averlo accarezzato nel brivido di un'altra mano.
Un giorno, lo so.

25 maggio 2014

22 maggio 2014

Intermezzo


Some of them want to use you
Some of them want to get used by you
Some of them want to abuse you
Some of them want to be abused.

17 aprile 2014

Intermezzo



Visto che con il post di ieri qualcuno lo avrò fatto un po' arrabbiare, oggi vi regalo questa canzone.