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giovedì 13 settembre 2018

Starbucks, Frappuccini e nomi storpiati

A me Starbucks sta profondamente antipatico. 
Il motivo è semplice: sbagliano sempre a scrivere il mio nome sui loro bicchierini e bicchieroni di cartone e io, al mio nome, ci tengo particolarmente.
Il fatto che sia una geniale operazione di marketing che fa si che tutti (me compresa) scattino una foto al bicchiere -ino o one che sia- con il nome storpiato e la pubblichino sui social all'urlo di "guardate cosa hanno scritto al posto del mio bellisssssssimo nome" facendo di fatto pubblicità al signor Starbucks non mi consola affatto.


E poi, diciamoci la verità: io sono italiana, sono nata e cresciuta nella patria del caffè espresso -che bevo rigorosamente amaro- e non potrò mai e dico mai amare un Frappuccino qualsiasi.

Devo anche aggiungere che non ho particolare simpatia neanche per Milano e non riesco a tollerare che qualsiasi cosa apra in Italia apra lì e non a Roma che non solo è la capitale d'Italia, ma è anche la città dove vivo, ma questa è decisamente un'altra storia.

Fatte queste doverose considerazioni, aggiungo anche che io viaggio parecchio, sicuramente meno di altri, ma ecco: esco dall'amato Stivale diverse volte l'anno e, ebbene si lo ammetto,  Starbucks è sempre stata una certezza. So cosa è, so cosa fanno, so cosa troverò.
Ovunque andrò so che ci sarà uno Starbucks ad attendermi con Frappuccino, nome scritto a pene di segugio, wi-fi gratuita e possibilità di pagare sempre con il bancomat fossero anche pochi centesimi.
E, volendo, potrò anche comprare una tazza a marchio Starbucks per la mia amica Arianna che le colleziona: gliene compro sempre una e poi le tengo a casa in attesa di vederla visto che viviamo a 600 km di distanza, ma anche questa è un'altra storia.
Starbucks ha aperto a Milano e non va bene perché oh, noi abbiamo il caffè più buono del mondo, così come abbiamo la pizza più buona del mondo, la pasta più buona del mondo, i dolci più buoni del mondo, qualsiasi altra cosa edibile più buona del mondo.
Eppure eh, in Italia esiste il libero mercato: io apro quello che mi pare e tu consumatore scegli dove portare il tuo culo e i tuoi soldi. Se scegli di non portarmi i tuoi soldi perché il Frappuccino mina al tuo onore e alla tua onestà intellettuale me ne farò una ragione e, se altri mille milioni faranno come te, chiuderò alzando bandiera bianca e lasciando spazio, su territorio italico, al sushiaro numero 2.567.787 (che non ve lo vorrei dire, ma manco il sushi è italiano, ma tant'è).

Al di là del Frappuccino e del nome scritto male, fatevi un giro per bar e caffetterie in Italia: a Milano, a Roma, ovunque vogliate voi.
Adesso provate a cercare una presa di corrente dove ricaricare lo smartphone, il pc, il tablet. 
Oh si, lo so: lo smartphone andrebbe ricaricato a casa, ma provate anche a stare fuori sedici ore con uso intensivo del telefono e poi ditemi se anche voi non avete bisogno di una fottutissima presa.
Da Starbucks puoi ricaricare quello che vuoi, pure il vibratore da taschino. E no, non ti fanno pagare la corrente.
A dire il vero, da Starbuck puoi anche stare seduto quanto vuoi a leggere, a studiare, a guardare il soffitto aspettando l'idea geniale che vi rivoluzionerà la vita senza obbligo di consumare.
Potete anche solo sedervi dentro perché fuori fa freddo e scroccare il wi-fi. A Berlino, per dire, io l'ho fatto. E il wi-fi gratuito non è che ve lo diano proprio in tanti, eh. Meglio oggi che dieci anni fa sicuramente, ma ripeto: non ve lo danno in tanti. 
Si, so anche che dovremmo guardarci negli occhi e chiacchierare, ma io viaggio anche da sola e per lavoro, eh. E a Stoccolma ho scroccato il wi-fi a Starbucks sorseggiando non ricordo manco cosa mentre scrivevo mail e non avevo nessuno con cui parlare.
Nessuno vi caccerà anche se prenderete solo un caffè espresso (si, lo fanno sul serio e non fa manco poi così schifo, quello di Amsterdam non era male ad esempio).
Infine, provate a pagare un caffè con il bancomat in una qualsiasi caffetteria.
Vi guarderanno con disprezzo e probabilmente non accetteranno il pagamento, ammesso che abbiano il pos, eh. Perché ci sono le commissioni pare. E io ci credo che ci sono le commissioni e so che sarebbe meglio se non ci fossero, sia per l'esercente che per il consumatore, ma ci sono  e io vorrei poter pagare con il bancomat ovunque senza sentirmi una pezzente solo perché non giro con i contanti (ripeto: non giro con i contanti, non ne ho mai, tutti i miei amici e parenti possono confermare).
Oppure provate a pagare in un bar qualsiasi con una banconota da 50€ (o addirittura da 20€): vi faranno presente che non sono un ufficio di cambio e ci sta, è vero, hanno ragione, ma io che ci posso fare se non ho monete? Non prendo il caffè? Non faccio colazione? Cammino in ginocchio sui ceci per sei km?
Ora, provate a fare la stessa cosa da Starbucks: prendono bancomat, banconote da 500€, assegni circolari e cambiali del 1970 con su scritto "pagherò".

E non ultimo: Starbucks a Milano ha dato posti di lavoro che va bene che si lavora anche la domenica e, si sa, in Italia la domenica è della famiglia e guai a proporre di lavorare la domenica a qualcuno senza essere linciati dalla folla, però non è malaccio come cosa.
No, non sto difendendo Starbucks a tutti i costi, onestamente non me ne frega un tubo, però ecco: ma che fastidio vi da? Non vi piace? Non andateci. Vi piace? Andateci e ingozzatevi di Frappuccini e cookies.

Che poi eh: io me lo ricordo quando ha aperto Mc Donald's a Palermo, in Piazza Castelnuovo (che sarebbe Piazza Politema per intenderci) nel lontano 1997. Tutti a urlare allo scandalo per il pagliaccio americano, eppure ci sono state file chilometriche per mesi e, a dire il vero, ci sono tuttora.
E mi riferiscono che sono passati vent'anni e i venditori di arancine e quelli di sfincione non sono ancora falliti. 
Sarà mica che due cose diverse possono convivere senza problemi e senza polemiche?

E comunque io a Milano da Starbucks ci andrò, prenderò un Frappuccino e vi mostrerò pure la foto del bicchiere con il mio nome storpiato scritto sopra. Per dire, eh.
E sono pure contenta che il primo Starbucks italiano che avrei certamente preferito a Roma, sia diverso dagli altri e che sia il più grande d'Europa e il terzo più grande del mondo.
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giovedì 5 aprile 2018

Sono rientrata a Roma per restarci (e ho ricominciato a dormire)

Sono rientrata a Roma. Per restarci.
Avrei dovuto continuare con le trasferte fino a metà Aprile, forse addirittura fino a fine Aprile, ma alla fine un martedì a pranzo mi hanno detto che dovevo rientrare subito.
Gli ultimi giorni prima della partenza sono stati tremendi -c'è stato un problema dietro l'altro- e non ho fatto altro che piangere. Sono seria, eh.
Venerdì scorso, alle nove del mattino, non sapevo ancora se sarei riuscita a partire o no. Genitori e Marito erano in trepidante attesa.
Ad un certo punto, saranno state le dieci, ho mandato un messaggio per dire: "Cerco di capire come si arriva in autostrada e vi chiamo".
Da lì, è iniziato il lunghissimo viaggio verso casa.
Lunghissimo perché, vuoi che era venerdì santo, vuoi che ero stanca e non dormivo da tre giorni, ci ho messo tantissimo.
Che poi, a pranzo, ho anche trovato il simpaticone che mi ha chiesto di lasciargli il posto dove, dopo mezzora a cercare, avevo messo la mia fedele macchina. "Abbiamo fame e dobbiamo andare in bagno" mi ha detto. Io invece mi ero fermata per contare le mattonelle del pavimento dell'autogrill.
Ad un certo punto, ho anche fatto un'altra sosta per chiudere gli occhi mezzora.
Ho la patente da quasi quattordici anni, è più di un decennio che faccio viaggi in macchina da sola guidando per ore e ore, ma stavolta ho sentito la necessità di fermarmi e riposarmi perché, mi sono detta, che a casa non ci sarei arrivata.
Che poi, non so voi, ma quando faccio tanti km in autostrada, ogni volta che leggo il nome di uno svincolo mi vengono in mente tutte le cose che si mangiano in quel determinato posto e mi viene fame. Praticamente ho viaggiato morendo di fame pensando a tutte le cose buonissime che avrei potuto mangiare in Emilia-Romagna e in Toscana.

Quando ho iniziato a vedere i cartelli per Roma mi sono sentita sollevata, quando ho visto il casello di Roma nord ho pensato "è fatta", anche se non era fatta manco per niente visto che da quel casello a casa mia ci sono più di 50 km, con tanto di G.R.A. nel mezzo. 
Stavolta non ho pianto come tre anni fa perché in fondo era tutto completamente diverso. Lì ero molto provata per una serie di motivi, non ultimo il mio primo switch e il famoso licenziamento collettivo per chiusura ramo d'azienda (qui per saperne di più, ma occhio che questo post ha un carico emotivo non indifferente). Sta botta il rientro a casa ha segnato solo la fine delle trasferte.
Quello che so, ora come allora, è che Milano non fa per me.
Non so se è un caso, ma a me Milano ha sempre creato problemi, magari il problema sono io, chi lo sa, ma ecco: sto meglio a casa mia.

Insomma, sono arrivata a casa, il Marito non c'era e ho scaricato le valigie (due trolley di cui uno praticamente vuoto) e ho pensato che ero finalmente felice.
Il Marito -ve l'ho detto- non era a casa, ma al lavoro e l'unica cosa che gli avevo detto era stata: "Amore, io non credo riuscirò a preparare la cena".
Mi ha risposto: "Sti c***i della cena, io voglio te". E lì, come mi succede spesso, ho pensato che ho sposato l'uomo giusto, quanto meno per me.
Ho aperto la porta di casa e il cane è impazzito, giustamente erano tre settimane che non mi vedeva.
Da quel momento in poi, non sono più riuscita a scollarmelo di dosso, ad un certo punto me lo sono ritrovata che mi fissava mentre facevo la pipì.
"Nano, io ti amo, ma potrei almeno fare la pipì in pace? Io mica ti guardo mentre inondi di liquido giallognolo gli alberi del quartiere, eh".

Una delle cose più belle di quella giornata, casello di Roma nord a parte, è stato sicuramente riabbracciare il marito.
Lo stesso marito che per giorni ha esaudito ogni mio desiderio, non che normalmente non lo faccia eh, ma davvero mi sono sentita una principessa.
E quella sera, finalmente, ho dormito come un sasso. E lo stesso ho fatto la sera dopo, svegliandomi solo perché cane e marito mi hanno portato la colazione a letto (si lo so, il cane non ha il pollice opponibile quindi di fatto non può avermi preparato il caffellatte, ma insieme alla colazione è arrivato anche lui a svegliarmi, quindi merita di essere nominato).
Casa mia, le mie abitudini, il Marito, il cane, Roma. 
Ho fatto lunghe passeggiate per Roma insieme al Marito, mi sono guardata intorno e ho pensato che è bellissima e che profuma di casa come nessun altro posto al mondo.


Ieri sono tornata anche in piscina, la mia piscina, con il fondo chiaro come piace a me (qui per saperne di più) e mi sono sentita davvero felice. Che poi, in realtà, non sarei dovuta andare in piscina, ma avrei dovuto seguire un corso in palestra, poi ho visto l'acqua, ho sentito il profumo del cloro, ho pensato a quanto mi piace quella piscina e non ho resistito a farmi una lunga nuotata rigenerante.

E insomma, è ricominciata la routine romana che, al momento, prevede la sveglia alle 6 e l'uscita da casa entro e non oltre le 6.50: a me che ho sempre odiato il turno di mattina pare un crimine contro l'umanità uscire di casa a notte fonda, ma l'importante è che io sia a casa. Tutto il resto è rumore bianco.

Che poi, sembra quasi che io sia andata in guerra, ma sarà che è stato un periodo difficile, sarà che ultimamente non sono stata benissimo, ero davvero stremata e tornare a casa per restarci mi ha davvero resa felice.
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sabato 24 marzo 2018

Impariamo ad essere gentili

Oggi è stata una giornata triste.
Niente di che, eh: che sono di cattivo umore ultimamente è cosa nota a tutti, tanto che scrivo poco perché di tediare la gente coi miei melodrammi non ho poi così voglia.

Oggi è stata una giornata triste, sono stanca (da dieci giorni non dico altro), mi manca il marito, mi manca casa, mi manca soprattutto il cane, non avevo voglia di andare al lavoro (ma ci sono andata lo stesso ovviamente) , volevo dormire e alle 8 avevo gli occhi sbarrati.
Però, ecco, c'è una cosa che ho imparato: ci sono tante piccole cose belle fuori e bisogna cercare di vederle. Parlo di piccole cose, niente di enorme.
Tipo quando arriva qualcuno e vi offre un biscotto o un pezzo di cioccolata. 
Io non posso praticamente mai accettare nessuna delle due cose per ovvi motivi, ma avete capito che intendo, no?


Stamattina sono andata a ritirare la macchina dal meccanico ed ero disturbata dal fatto che stavo per lasciargli un sacco di soldi, però -ecco- non potevo farne a meno perché forse non farla sistemare e rischiare di morire in autostrada non è una brillante idea. Forse però.
Il proprietario dell'officina, che non avevo mai visto prima di due giorno fa, è stato molto gentile.
Poteva essere mio padre e mi parlava con fare paterno.
Poi si è avvicinato un signore, anche lui poteva essere mio padre, e mi ha detto: "Ho visto che avevi il paraurti anteriore uscito fuori".
"Si, l'ho trovato così una mattina davanti casa, ero arrabbiatissima"
"Te l'ho sistemato" mi ha detto.
"Ma grazie, quanto vi devo?"
"Ma scherzi? Non ci devi nulla, è davvero una cosa di un attimo".
Quello che questo signore non sapeva è che a me, notoriamente fissata con i dettagli, questo paraurti sporgente (di poco eh, ma io lo vedevo) dava molto fastidio, lo guardavo ogni volta, maledicendo lo stronzo (o stronza che sia) che non si era degnato neanche di lasciarmi un biglietto di scuse.
Uscita di là ho telefonato a mia mamma per darla la lieta novella, dopo che per due mesi ogni santo giorno le avevo sfrantato le palle con sta storia del paraurti. Sorridendo.
Che io lo so che al signore meccanico rimettere a posto un paraurti non è costato nulla, ma mi ha fatto piacere. Molto.

Ho parcheggiato la macchina, ho preso la metro, sono andata al lavoro, ma era troppo presto, quindi ho fatto un giro.
Sono andata al mio negozio del cuore di sigarette elettroniche che è una delle poche cose di Milano che mi mancherà.
Lo gestisce un signore di cinquant'anni, si chiama Cristian e sa che sono qui in trasferta e che al massimo il venerdì dopo pranzo vado via.
Oggi è sabato, il negozio era stranamente vuoto e mi ha chiesto perché non fossi a Roma.
Abbiamo chiacchierato un po', è stato mezzora dietro a me e alle mie richieste strane, gli ho detto che a breve non tornerò più. Ha degli ottimi prezzi, sa fare il suo lavoro e ha un assortimento incredibile.
É il miglior negozio di sigarette elettroniche in cui io sia mai stata e mi piace comprare da lui.
Lui era lì a cercare di rincuorarmi perché mi ha vista triste e lo dico davvero, eh.
Poi è squillato il telefono e mi ha detto che doveva rispondere perché la sua mamma era in ospedale, stava molto male ed era la sorella con le notizie.
E io pensato che quest'uomo, con un problema molto più grande di quelli che ho io, stava lì a cercare di consolarmi mentre aveva cose più importanti a cui pensare. 

E infine sulla metro, di ritorno dal lavoro, ho rischiato di restarci secca perché le porte erano difettose e si sono chiuse subito dopo essersi aperte.
É una metro automatica, non ha neanche il conducente, quindi non c'è verso di farle riaprire se resti incastrata. 
Devo dire che io sono anche stata fortunata -ad una signora è finita peggio- visto che al massimo probabilmente mi sarei rotta una mano o un polso , lei ha rischiato di fare una brutta fine.
Però sono intervenute delle persone per evitare che restassimo incastrate e oh, io non lo so mica quanti rischierebbero qualcosa per evitare che altre due persone, sconosciute, si facciano male.
"Come stai? Tutto bene?" mi hanno chiesto dei perfetti sconosciuti.
"Si, grazie".
Che a questa gente di me in fondo non sarebbe dovuto fregare niente, però il fatto che in fondo c'è ancora qualcuno che si preoccupa degli altri è bello.

E lo so, sono tutte cavolate probabilmente, ma forse -e sottolineo il forse- se imparassimo ad essere gentili con gli altri, a fare e dire delle piccole cose che non ci costano nulla, a chiedere "come stai?" a qualcuno senza pensare sempre a "io, io, io" sarebbe tutto più bello. 
Perché credetemi io oggi sono triste, ma lo sono un po' meno di stamattina.

Questo post è particolarmente melenso, ma queste piccole cose fanno stare bene, giuro.
Sullo stesso argomento, più o meno, potete leggere anche questo.
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giovedì 22 marzo 2018

Ho l'ascendente in leone, quindi sono incline al melodramma

Ieri sera ho trovato una gomma della macchina completamente squarciata.
L'unica volta in vita mia che ho cambiato una gomma ero insieme al Marito, alle quattro di mattina, a San Giovanni (non so se avete presente, è dove fanno il mega concerto del 1° Maggio) e ci avevamo messo delle ore solo per capire come si aprisse il cric.
Ho mollato la macchina lì e ho deciso che ci avrei pensato stamattina.
Quello che non sapete è che una delle mie amiche più amiche è figlia d'arte nel mondo delle gomme, visto che la sua famiglia ha da secoli un'azienda che si occupa di questo, quindi -siccome sono notoriamente intelligente- l'ho chiamata per chiederle cosa dovevo fare, scoprendo -a distanza di dieci anni dalla prima volta che l'ho vista- che non sa cambiare una gomma. 
La notizia è stata destabilizzante, eh. Lei non credo abbia ancora capito il dolore che mi ha arrecato dicendomi questa cosa.
Tutti nella sua famiglia si occupano di gomme: nonno, padre, zii, trisavoli (sono seria, eh) e lei non sa cambiare una gomma. 

Stamattina mi sono svegliata alle 5.30 per prepararmi e risolvere il problema gomma, scoprendo che in realtà non è l'unico che ha la mia amata macchina, comprata con sudore e sacrificio quasi dieci anni fa e che difendo sempre a spada tratta quando genitori e marito mi fanno presente che questa macchina va cambiata e anche di corsa, solo perché ha un milione di chilometri e forse -sottolineo il forse- non l'ho trattata benissimo.
Ieri sera ci hanno provato di nuovo: "Devi comprare la macchina nuova".
"Ma cosa ha la mia che non va?"
"Ti serve una macchina nuova"
"Ma per una gomma?"
"Non è solo la gomma, lo sai"
Alla fine ho ceduto, dopo aver tirato fuori la storia strappalacrime di quando la mia macchinetta rossa ha sorretto l'intera famiglia quando ci hanno rubato la macchina del marito (qui per saperne di più).
Compreremo una macchina nuova.
Ho sottolineato però che il primo che osa dire qualcosa sul colore che sceglierò verrà insultato perché io ho necessità di avere una macchina di un colore che esprima al meglio il mio io interiore. Tipo giallo limone. O azzurro puffo.

Il punto comunque è che ieri, quando ho trovato la gomma squarciata, ero disperata.
Non per la gomma, eh.
La gomma si cambia o, alle brutte, si paga qualcuno per cambiarla.
A mia madre, al telefono, ho detto: "Ma possibile che quando si sta avvicinando qualcosa di bello devo sempre trovare un milione di ostacoli nel mio percorso?"
Ho l'ascendente in leone, quindi sono incline -molto- al melodramma.

Questo è un periodo di attesa, l'avevo già detto qui, un attesa stancante più psicologicamente che fisicamente perché io, quando aspetto divento impaziente. E anche un po' nervosa se proprio vogliamo dirla tutta.


Le mie trasferte a Milano sono finite, non c'è un altro modo per dirlo.
Cioè a dire il vero, sono quasi finite, non finite.
Ho una data che è quella in cui rientrerò dall'ultima trasferta e non ne farò più. Perché? Semplicemente perché si sono resi conto che avevo la lingua di fuori, ero (e sono) stanca, stanchissima, che stare sempre su un treno è devastante e che stare lontana da casa si può fare, ma non per sempre.
Quando me lo hanno detto, ho chiamato il Marito piangendo. Non mi ha creduta, o meglio non è che non ha creduto a me, non ha creduto alla notizia. "Non può essere vero" ha detto, l'ho educato bene.
Il prezzo da pagare è un periodo lungo ventidue giorni di fila a Milano che solo chi sa quanto io poco sopporti Milano (nessuno me ne voglia), può capire.
Ventidue giorni nell'arco di una vita sono decisamente niente, ma io accuso la lontananza da marito, cane e casa. L'accuso tantissimo.
Ma ecco, questa attesa che è tremenda (no, non per la ruota squarciata), in realtà porterà ad una cosa bella che mi porterà. di fatto, ad essere più felice e meno stanca, mica pizza e fichi, però il melodramma fa parte di me e non posso assolutamente rinunciarci.
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lunedì 5 febbraio 2018

Ho perso le chiavi di casa

Ho perso le chiavi di casa.
Si, le ho perse sul serio, non è uno scherzo, però non ho esattamente perso le chiavi di casa mia.
Io ho un appartamentino a Milano che è mio da una settimana esatta.
Cioè in realtà non è mio, ma è stato preso per me.
Non immaginate l'attico in centro, ma è carino e pulito. E ha le mattonelle della cucina verde acido che mi sembra  un dettaglio molto importante.
La scelta di prendere un appartamentino invece di stare in hotel quando vengo qui è stata una mia idea perché dormire in albergo equivale a mangiare sempre fuori e, a parte che stavo per diventare una botte, mangiare fuori una volta è una cosa che posso fare senza problemi, quando diventa un'abitudine fissa diventa uno stress infinito (qui, tra le altre cose, ho spiegato perché).
E comunque, risparmiano pagando un appartamento e non un hotel, eh. O almeno credo, secondo me si.
In realtà di mio, in questo appartamento, non c'è praticamente nulla se non del cibo che mi ha procurato mia madre, ma non è questo il punto.

Il punto è che questo appartamento va aperto con delle chiavi. Ovviamente, eh.
E io ho una copia di queste chiavi che ho usato mezza volta fino ad adesso, ma che comunque ho.
Stamattina mi sono svegliata all'alba -tanto per cambiare- e il Marito mi ha accompagnata in stazione a prendere il treno per Milano.
Sono arrivata, sono andata in ufficio, mi sono arrabbiata perché se non mi fanno arrabbiare almeno una volta ogni due ore non sono contenti, finché non mi sono resa conto che stavo per stramazzare al suolo per la stanchezza.
L'idea era di andare in palestra a fare una nuotata, ma poi ho desistito, considerata la stanchezza e il fatto che mi dovevo trascinare dietro il mio inseparabile trolley che a breve andrà sostituito perché, poverino, non ce la fa più.
L'idea successiva è stata di andare a fare la spesa o meglio di andare al supermercato a comprare l'ananas già tagliato a fette e confezionato in quelle vaschette che a me mettono anche un po' di tristezza. Ognuno ha la sue voglie e io avevo voglia di ananas, quindi sono arrivata all'appartamento milanese perché si dai, in fondo prima potevo posare il trolley e poi andare che, in fondo, il supermercato è aperto tutta la notte. 
Ho aperto la borsa e ho infilato le mani per prendere le chiavi. E non c'erano.
E stava anche piovendo. E mi stavo bagnando.
Praticamente il cliché più cliché del mondo: fuori di casa sotto la pioggia.

Facciamo un passo indietro: una settimana fa ho insultato il Marito che si era perso la fede (qui per saperne di più) all'urlo di "a me queste cose non succedono" e oggi ho perso le chiavi. Il karma, insomma.
Che poi eh, io sono una che queste cose le prende con estrema filosofia.
Ho svuotato la borsa sul pavimento e, lì per lì, pensavo di averle trovate: erano le chiavi di casa mia, a Roma mimetizzati da chiavi dell'appartamento milanese. 
Ho poi trovato cose che credevo perse da almeno due anni. E si che cambio borsa abbastanza spesso, ma delle chiavi nessuna traccia.

A quel punto ho immaginato una me che dorme sotto un ponte al freddo e al gelo rischiando l'ipotermia, finché non mi è venuto in mente che non sono l'unica persona al mondo ad avere le chiavi di questo appartamento. E, in un modo o nell'altro, sono riuscita ad entrare dopo centoventi telefonate, messaggi e imprecazioni. 


Toccherà trovare però le chiavi che potrebbero essere a casa a Roma. 
Se non si trovano toccherà cambiare giusto quel mezzo milione di serrature considerato che le chiavi nel mazzo erano cinque. Non una, cinque.
E sono anche abbastanza sicura di averle viste di recente. A Roma, appunto.
Solo che le chiavi servirebbero a Milano, per aprire la porta di casa, però ecco: possiamo dire che di perdere le chiavi capita a tutti, non è una cosa che non può essere vera. Mi resta, almeno, questa magra consolazione.
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venerdì 2 febbraio 2018

Andare in palestra a Milano: miti da sfatare

Ho un abbonamento alla Virgin
Si, la palestra dei fighetti (o almeno così dicono).
È un abbonamento annuale, che comprende tutto, ma proprio tutto: posso andare in palestra quando voglio, fare qualsiasi corso, frequentare la piscina, andare alla spa e via dicendo.
Il mio abbonamento può essere utilizzato in qualsiasi palestra Virgin e questa è una gran cosa.

Partiamo però dall'inizio: la Virgin, come dicevo, è considerata -non so perché- la palestra per fighetti per antonomasia.
Quando io e il Marito siamo andati alla ricerca di una piscina per me (qui per saperne di più), la Virgin -che è sotto casa nostra- l'abbiamo scartata subito perché pensavamo fosse carissima.
Dopo aver visto tutte le piscine della zona ed esserci quasi arresi al fatto che avremmo dovuto ipotecare la casa per pagare l'abbonamento, a me è venuta la brillante idea di andare comunque a vedere sta benedetta Virgin che, in fondo, non si sa mai.
Abbiamo fatto il tour guidato, finché la ragazza che ci accompagnava non ha detto: "Questa è la Bulgari delle palestra".
Io e il Marito ci siamo guardati in faccia e abbiamo pensato che, ecco, forse non era il caso di indebitarci per pagare la palestra fighetta.
Eravamo pronti a scartare anche questa opzione, quando abbiamo poi scoperto che la palestra-gioielleria costava molto meno di qualsiasi altra piscina in zona, quindi abbonamento fu.
Io però non ho smesso di chiamare Bulgari la mia amata palestra alla quale, dopo un periodo iniziale di sgomento dovuto alle frequentatrici dello spogliatoio, mi sono affezionata.

Io sono abitudinaria: frequento sempre gli stessi corsi, ho i miei corsi del cuore -sia in piscina che in sala- e anche le mie istruttrici del cuore.
Parcheggio sempre la macchina nello stesso posto, scelgo sempre lo stesso armadietto -il 303- e vado sempre più o meno agli stessi orari.
Solo che ad un certo punto della mia vita ho pensato che, essendo sempre in trasferta (qui per saperne di più) forse avrei potuto portarmi dietro badge della palestra, cuffia e costume, infradito zebrate e andare in piscina a Milano. Poteva essere un'idea, insomma.
A quel punto ho iniziato a subire del vero e proprio terrorismo psicologico: "Tu non sai com'è la Virgin a Milano" era la frase base a cui poi si aggiungevano commenti su quanto fosse un ambiente poco salubre, pieno di ricconi, fighetti e roba simile, con tanto di "nessuno parlerà con te e tutti ti guarderanno dall'alto in basso".
Io però non mi lascio impressionare da queste cose e ho iniziato la ricerca della mia Virgin milanese.
Che poi eh, non che me ne sarebbe importato granché se non mi avessero salutato o parlato.
Comunque, a circa mezzo minuto a piedi dal mio ufficio di Milano c'è la Virgin, tanto che se aprissi la finestra (che in realtà non c'è, ma questo è un dettaglio) potrei persino sentire il profumo del cloro della piscina.
Solo che, ecco, la Virgin accanto al mio ufficio è quella di Corso Como.
La Virgin funziona che se hai un abbonamento come il mio puoi andare persino nella palestra che hanno aperto su Saturno, ma non in quella in Corso Como.
La Virgin di Corso Como è un club classic, termine che ancora non ho capito che cavolo significhi, quindi non ci si può andare.
Ovviamente, ho bestemmiato in tutte le lingue del mondo, cinese mandarino e swahili comprese.
A quel punto ho dovuto ampliare i miei orizzonti e cercare un'altra Virgin, facilmente raggiungibile e che mi facesse simpatia. L'ho trovata e sono andata a vederla, così per curiosità.
Ve l'ho detto che sono abitudinaria, no? Ecco, ovviamente mi ha fatto enorme antipatia sin da subito, ma non mi sono arresa visto che la voglia di andare in piscina era più forte di tutto il resto.

Sono arrivata in palestra, ho usato il mio badge e per non sentirmi una disadattata ho finto di sapere esattamente cosa fare e dove andare. Di fatto ho seguito una tizia che secondo me stava andando verso gli spogliatoio (e fortunatamente ci stava andando davvero).
Ho scelto l'armadietto sbagliato, ma non potevo prevedere fosse scomodo perché lo spogliatoio è completamente diverso da quello della mia palestra.
Ho messo il costume e ho cercato la piscina. Ho avuto un mancamento nel vedere che il fondo è di colore scuro, mentre quello della mia amata piscina è chiaro (ve l'ho detto che sono abitudinaria) e ho aspettato l'inizio del corso, seduta sul bordo, guardandomi intorno.


Nel giro di trenta secondi mi avevano già salutata in dieci. Sorridendo, eh.
Una ragazza aveva anche deciso di diventare mia amica. Ma non dicevate che mi avrebbero guardata dall'alto in basso?
L'istruttore, a quanto pare, ha notato subito la faccia nuova.
"Come ti chiami?"
Mi sono girata per guardarmi alle spalle, sai mai che stesse chiedendo a qualcuno dietro di me.
"Ma io?"
"Si"
"Gilda"
"Benvenuta Gilda, hai mai fatto corsi in piscina?"
Io, in generale, sono molto orgogliosa. E gli addominali che so fare in acqua senza annegare sono motivo di orgoglio, però ho evitare di dire cose tipo: "tu non sai chi sono io e quanto sono atletica" (anche perché non mi avrebbe creduto) e mi sono limitata a chinare la testa, fingendomi timida e riservata.
Alla fine della lezione, mi ero fatta amica tutti i presenti.
L'istruttore mi ha persino fermata per chiedermi come fosse andata e se mi fossi trovata bene.
Ho ovviamente risposto che era stata una lezione bellissima.
Certo, ero ancora traumatizzata dal fondo scuro e ho sentito la mancanza di Antonella, la mia  amata istruttrice, ma bisogna sapersi adattare, no? E in fondo omettere non è mentire, no?
I super fighetti che se la tirano io non li ho visti, ho visto un sacco di gente normale e -ebbene si- nessuno nello spogliatoio parlava di dare una gonfiatina alle labbra.
Non ho visto nessuna sfilata di moda.
Va a finire che quella che guarda gli altri dall'alto in basso ero io che, effettivamente, mi guardavo intorno per capire dove fossi finita. Vagli a spiegare che mi sentivo giusto un pochino fuori dal mio habitat, sarà che non ho trovato l'armadietto 303.

E quindi insomma: quando dicevate che la Virgin di Milano è un posto per fighetti che ti guardano dall'alto in basso mentivate. E io, come una cretina, ci sono cascata.

Nb. La Virgin non mi ha pagata per scrivere questo post, sono io semmai che ogni mese pago loro per faticare. Per dire, eh.


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martedì 9 gennaio 2018

Storia delle mie trasferte di lavoro a Milano

Scrivo in diretta dalla mia stanza d'hotel a Milano, ho un letto gigante a mia disposizione, la mia roba è sparsa ovunque come sempre in questi casi e ho appena scritto un messaggio al Marito per chiedergli di mandarmi una foto del cane. 
Mi ha mandato una delle foto più divertenti di sempre, appena scattata, precisando che il cane è offeso perché non gli ha dato il permesso di andare in camera da letto, ma fuori pioveva e le zampe, nonostante le abbia pulite, non erano ancora abbastanza asciutte.
Conosco il mio cane fin troppo bene e me lo sono immaginata davanti la porta della camera da letto, salvo poi andare vicino al divano per esprimere il suo disappunto per il torto subito.
Sono rientrata in hotel alle 21, dopo una giornata di lavoro massacrante in cui non mi sono mai fermata.
Ho cenato a letto, parlando al telefono con il Marito.
Mi piace cenare a letto, mi è sempre piaciuto tantissimo, più che mangiare seduta a tavola.
Anche se tra ieri e oggi ho avuto difficoltà a reperire una cena adatta a me (qui per saperne di più), con in testa le parole di quel santo dell'uomo che ho sposato che mi ha detto, prima che partissi, di stare attenta. "Mi raccomando a quello che mangi, le hai preparate le medicine, vero?".
A volte è dura, mi piacerebbe andare fuori e scegliere di mangiare quello che mi piace, che mi va, senza fare mille domande, senza dover sempre adattarmi -se non addirittura digiunare- e le trasferte mi mettono a dura prova.
Io ho fame, ho sempre fame, ho proprio una fissa con la fame e il Marito sostiene che sono così perché, di fatto, il cibo è la causa di tutti i miei problemi. E non poter mangiare serenamente è un sacrificio.
Questo sacrificio sarebbe indubbiamente più sopportabile se avessi almeno due taglie in meno, ma niente, non c'è verso, sarà il cortisone, che vi devo dire?

Mi mancano i miei due amori, sono tre anni (qui la mia prima volta a Milano per lavoro) che sono spesso via per lavoro, ma mi mancano sempre come se fosse la prima volta e sto sempre lì a pensare che non vedo l'ora di rivederli, riabbracciarli, averli vicino.
Piccola sentimentale che non sono altro.
E poi a me Milano non piace, ho sempre avuto sentimenti ambivalenti nei confronti di questa città, non è mai scattata la scintilla e non scorderò mai il giorno in cui, dopo sette lunghi mesi passati qui, sono scoppiata a piangere quando ho visto il Grande Raccordo Anulare, rischiando per altro di andarmi ad ammazzare (qui per saperne di più).

La verità è che questa vita, tutto sommato, l'abbiamo scelta, ma non senza fatica, non senza difficoltà, non senza il magone. 
Certi giorni è più difficile che altri.
Certi giorni mi viene voglia di mollare tutto, altri sono talmente soddisfatta che mi chiedo come potrei vivere in modo diverso.
Ma la verità, quella più profonda, è che ho sposato qualcuno che mi appoggia sempre e comunque, che ha sempre saputo che io al lavoro ci tengo -non quanto tengo a lui- e che voglio essere realizzata da questo punto di vista. E lui fa di tutto per vedermi felice, per vedermi sorridere.
Lui condivide con me ogni successo, ogni traguardo raggiunto e -ebbene si- anche le sconfitte perché ci sono anche quelle e, a volte, sono difficili da mandare giù (qui trovate il rospo più grande che io abbia dovuto ingoiare).
E condivide con me i miei disastri, tipo quella volta che è dovuto correre a Milano per recuperare un'allora fidanzata con un ginocchio rotto (qui per saperne di più) e un gesso che partiva dall'inguine e arrivava alla caviglia.
E mi ricorda le cose: ieri sera, senza lui a ricordarmelo prima di andare a letto, ho dimenticato di mettere l'apparecchio. E se non metto l'apparecchio la notte, il giorno dopo mi fanno male i denti.
Sono sentimenti ambivalenti quelli che mi vengono quando sono lontana da casa, da sola.
Ad esempio, a volte ho paura di morire che vi chiederete se non forse scema, ma io la sensazione che si prova quando stai soffocando dopo aver mangiato qualcosa la conosco troppo bene. E stare lontana da casa, a volte mi fa pensare a quello.
Ho paura di perdermi dei momenti belli.
Ho paura di perdermi anche quelli brutti.
Ho paura di fare soffrire qualcuno, so che i miei genitori sono più contenti di sapermi vicina al Marito perché, ecco, quando hai una figlia con una salute cagionevole, diciamo così, non stai mai tranquillo. E io non voglio che si preoccupino.
Ho paura di perdermi pezzi per strada.

Poi però mi passa. 
Mi passa quando vedo che tutti i sacrifici vengono ripagati, in un modo o nell'altro perché la vita in fondo è un dare e avere. E in realtà credo di avere più di quanto dia.
Mi passa quando mi incanto a guardare qualcosa che attira la mia attenzione.

Davanti al mio hotel, a Milano, c'è una rimessa di tram.
I tram di Milano mi piacciono da morire, quasi quanto il palazzo Unicredit di Piazza Gae Aulenti.
Mi sono bloccata a guardare i tram per qualche minuto, da fuori, e ne ero incantata.


Se qualcuno mi ha visto, avrà pensato "guarda questa quanto è scema". Alla fine, come sempre, ho cercato di trovare qualcosa di bello.

E poi stasera, mi sono anche procurata una lattina di Sprite, alla faccia del tipo dell'hotel che ieri, quando l'ho chiesta al bar, mi ha detto che non la tengono perché non piace a nessuno.
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lunedì 13 marzo 2017

Peso meno con il gesso che senza

Io sono un sacco di cose: sono allegria, sono stupidera, sono frivolezza, sono follia, sono (ogni tanto, a piccole dosi, quando mi ricordo) genio, sono permalosità, sono dolcezza, sono gentilezza, sono rabbia. Sono tante, tantissime cose.
Sono anche febbre a 39° e uno stomaco che, tanto per cambiare, se n'è andato per i fatti suoi. 
Sono sopravvissuta anche a questo.
Non mi veniva granché da ridere stavolta, eh.
Credo comunque di aver dormito quasi tutto il tempo, tra una lamentela e l'altra.
Ho la casa piena di fiori.
Ho ricevuto un sacco di coccole.
Ho dovuto dire a qualcuno: "Ehm, forse non è il caso che mi vieni a trovare" perché proprio non mi reggevo in piedi. A quest'ora avrei ancora più fiori. Forse una borsa gialla in più. Magari anche una teglia di ravioli al salmone fatta in casa.
Non mi piace il gesso. Lo tollero, mi fa ridere la situazione, ma non mi piace.
A Milano mi avevano detto che non potevano togliermi loro il gesso in quanto fuori regione.
In ogni caso, a Milano, non potevano neppure farmi le impegnative per le medicine. 
Fidanzato si é sparato 600 km e ha organizzato in trasferimento in grande stile per riportarmi a Roma. Mancava solo il tappeto rosso lungo tutto il G.R.A. So che l'unico motivo per cui non c'era è che avrebbero dovuto vietare l'accesso alle auto per metterlo e forse non era esattamente il caso.
Ho prenotato la visita per la rimozione del gesso, il giorno che mi hanno detto loro.
"Signorina, lei lo sa che non è detto che il gesso glielo tolgono quel giorno, vero?"
"Ehm, in che senso?"
"Valuteranno sul momento se è pronta o se è il caso di tenerlo ancora"
"Ah si certo, ci mancherebbe"
La risposta corretta era qualcosa tipo: "Dopo venticinque giorni di gesso, se non me lo togliete, me lo smuro con martello e scalpello", ma sono stata educata. L'educazione mi contraddistingue (quasi) sempre.
"Deve portare le lastre che le hanno fatto a Milano"
Che non ho.
"Certo, le ho già richieste all'ospedale, mi hanno detto che me le avrebbero spedite"
"Eh, ma con la posta non si sa mai"
"Confido nell'ottimo servizio delle nostre poste"
Anche l'ipocrisia mi contraddistingue a volte. 
É stato a questo punto che, prima della febbre, ho iniziato a tampinare l'ospedale milanese, implorando di mandarmele con il piccione viaggiatore piuttosto che con una raccomandata.
"Se non dovessero arrivarle le lastre, la procedura è diversa, deve fare la fila al pronto soccorso per farsi togliere il gesso"
"Certo, ma vedrà che arriveranno"
Nel frattempo pensavo a qualcosa tipo: "Ok, smuro il gesso con martello e scalpello, faccio una lastra nuova, lo rimonto con la colla".
Si può rimontare il gesso con la colla nel caso, vero? 
"Lei sa che dovrà mettere un tutore, valuteremo un'operazione, la fisioterapia, un ginocchio nuovo?"
"Certo, ci mancherebbe".
Respira Gilda, respira. Conta fino a 1000.
Tra qualche tempo -né troppo, né troppo poco- c'è una gara di ginnastica artistica a cui tengo tantissimo. Ho già saltato la prima gara dell'anno ed è stato motivo di disperazione.
Abbiamo prenotato l'hotel sei mesi fa, era tutto organizzato nei minimi dettagli.
Il mio ginocchio rotto ha fatto saltare i piani non solo miei, ma anche di qualcun altro. 
L'hanno presa sportivamente gli altri, un po' meno io.
Mi hanno detto che mi ci portano anche con il gesso a questa gara. Mi hanno detto che in campo gara mi ci fanno arrivare in qualche modo, che ci pensano loro a me. Che si trova il modo di farmi stare comoda. Io ero disperata. 
E sapete la cosa bella? Che mentre io mi disperavo, è intervenuto un mio amico -che è in sedia a rotelle- e mi ha detto che era fattibilissimo andare a questa gara. "E se lo dico io" mi ha detto.
"Io mi attacco a te, nel caso" gli ho risposto.
La verità è che davvero non si sa se potrò esserci, ma è stato bello, mi ha fatto venire voglia di lamentarmi di meno, di essere meno fifona.
É che il gesso pesa.
Dopo la febbre, mi hanno rimessa in piedi, nel vero senso della parola.
La mamma mi ha lavato i capelli e Lui me li ha asciugati. Non è roba da poco, per asciugare i miei capelli ci vogliono ore. Io li ho pettinati, però.
Ho messo lo smalto che il ginocchio sarà anche rotto, ma le unghie -almeno quelle- sono sane.


"Fai una cosa, pesati così vediamo se davvero il gesso è pesante come dici"
Sono salita sulla bilancia e guardavo il display. Poi mi sono guardata intorno, spaesata.
"Che succede?"
"É che quando mi sono pesata l'ultima volta pesavo 3 kg in più. Senza gesso"
"Quindi non sapremo mai quanto pesa il gesso"
"Secondo me, pesa almeno dieci kg"
"Sei sempre esagerata, sarà un kg, al massimo due"
"Facciamo cinque"
In ogni caso, peso meno con il gesso che senza.  Certo che la vita è proprio strana.
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lunedì 27 febbraio 2017

Quando una sola famiglia si divide in due case

È più frequente di quanto si creda che una stessa famiglia abbia due case.
Non siamo i primi e non saremo neppure gli ultimi, ma siamo più fortunati di altri perché è per un periodo molto limitato di tempo. Estremamente limitato, pensavo sarebbe stato più lungo e invece la scadenza è lì dietro l'angolo pronta ad arrivare.
Insomma, abbiamo un'altra casetta.
Mi serviva un piccolo monolocale a Milano, principalmente da utilizzare come appoggio, considerato che ci sto davvero poco, molto molto poco. Non potevo però andare in hotel, anche in considerazione del fatto che sono più rompicoglioni io col cibo che non un bambino di tre anni. Non per scelta però.
Facciamo un passo indietro: avere una casa a Milano è roba da ricconi, che ancora mi chiedo come facciano tutti questi studenti fuori sede a mantenersi e no, non sto parlando di case gigantesche piene di lussuosi vezzi. Parlo dei micro monolocali da poveri come quello che volevo io.
In più, non potete neppure immaginare quante porte in faccia io mi sia presa dichiarando -pensando che fosse corretto essere onesti- che questo monolocale mi sarebbe servito per davvero pochissimo. O rimani otto anni o vai sotto il ponte della stazione.
E io non vorrei sembrare una brutta persona che non si adatta alle situazioni, ma sotto i ponti della stazione faccio anche a meno di andarci. Davvero eh, ne faccio volentieri a meno.
Alla fine, è sbucato fuori il monolocale, molto micro, ma carino dai.
Parliamo di circa 30 mq: cucina abitabile, camera da letto, doppio bagno.
La questione del doppio bagno mi turba quasi più del letto singolo perché non riesco a comprenderne l'utilità, ma magari sono io che sono limitata.
Il letto singolo è comunque un problema, rischio di cadere continuamente e non mentre dormo che sembro morta visto che praticamente manco respiro, ma nella fase prima l'addormentamento e dopo il risveglio mattutino. Compatitemi pure, ma io sono abituata al letto matrimoniale da anni ormai. E dal letto matrimoniale di solito cade il cane, non io.
Comunque, sono tante le famiglie che hanno due case, una provvisoria e una un attimino più stabile perché costretti dagli eventi a stare per un periodo lontani
Io non mi lamento ci vediamo praticamente ogni tre giorni, ma ammetto che se non sapessi che c'è una data di scadenza -ed è molto vicina- non la prenderei così sportivamente.
Sono molto sportiva nell'accettare di questa cosa soprattutto quando dico al cane che mi manca tramite Skype e lui guarda dall'altra parte perché sente la voce, ma non capisce che dietro lo schermo del pc c'è la sua amata mamma umana e io mi dispero perché non solo mi manca il quadrupede, ma lui mi ignora invece di leccare la webcam. Ok, la smetto: sono patetica, ne sono consapevole.
A livello economico pesa il giusto, ma rode sapere che vengono spesi soldi per mantenere due case. Piuttosto li spendo per comprare chili di croccantini al quadrupede ingrato che non lecca la webcam. O biscotti a forma di osso.
E nelle spese, metteteci pure centinaia e centinaia di euro di biglietti del treno che secondo me, hanno anche aumentato i prezzi rispetto a due anni fa.

A me rode soprattutto il fatto che casa mia è piena zeppa di comodità, oltre che di cose inutili ma che mettono allegria, mentre nel micro monolocale non c'era praticamente nulla e mi mancava il tempo per comprare, che ne so, anche un tappetino per il bagno.
Una cosa che mi ha destabilizzato è stata anche il non avere neppure un pacco di sale e uno di zucchero. A casa nostra è pieno di pacchi di sale e pacchi di zucchero perché io ho la tendenza ad accumulare e fare scorte di qualsiasi cosa. Non c'era neppure un barattolo di pepe e si che a casa ho pepe rosa, verde, bianco, nero, a pois, macinato, in grani, di tutti i tipi.
E difatti, in mio soccorso, è arrivato un pacco terrone (qui per saperne di più) un po' diverso dal solito. Sempre pieno di cibo eh, ma stra colmo anche di tutto l'indispensabile per il micro monolocale.
Il pezzo forte è lo scolapasta fucsia. E pensare che a casa nostra c'è da anni uno scolapasta bianco e triste che mi riprometto sempre di sostituire e poi puntualmente me ne dimentico.
Sai scolapasta bianco, a breve io e lo scolapasta fucsia torneremo definitivamente a casa e tu te ne andrei in pensione.
E il set di cucchiai di legno è molto figo.


Anche la lampada da comodino verde mela non è male.
E la mollica. Io senza mollica sarei persa. Si lo so, in Italia non la chiamate mollica, ma pangrattato, ma ecco: bisogna ancora valutare chi dice nel modo corretto e chi no. Vi farò sapere.
Oh lo so cosa state  pensando: "Ma non potevi andartele a comprare da sola queste cose?"
Certo, avrei potuto e l'avrei anche  fatto, ma avevo posticipato la questione al primo giorno in cui non sarei dovuta essere all'alba in ufficio. E il pacco è arrivato prima di quel giorno.
Quando si hanno due cose, significa che qualcuno della coppia è lontano, in questo caso sono io quella che si è temporaneamente allontanata da casa.
Senza Fidanzato, non sarebbe stato possibile. Abbiamo deciso insieme, abbiamo valutato pro e contro, siamo arrivati alla conclusione che potevamo farlo. Adesso spendiamo tutti i nostri soldi in biglietti del treno (oltre che per il micro monolocale), ma siamo comunque sicuri di aver preso la decisione giusta. 
Lui si prende cura di tutto quello che ho lasciato a casa, quadrupede compreso.
Io, dal canto mio, nel momento stesso in cui metto piede a casa nostra, recupero tutto quello che ho messo da parte per forza di cose durante la mia assenza.
Non sarebbe stato possibile neppure senza i miei genitori che, oltre a mandare pacchi terroni, si occupano di tutte quelle cose di cui io non riesco ad occuparmi. E mi sostengono sempre. Mi tirano su, mi ascoltano, ci sono sempre.
Altre pedine importanti sono mia suocera, che per alleggerire tutti tutto si occupa della nostra biancheria, e mia cognata che si occupa di tutte quelle piccole cose che noi non riusciamo a fare a casa nostra.
E gli amici che sostengono me, sostengono Fidanzato, non ci lasciano soli neppure un attimo perché in due è tutto più semplice, ma quando si è da soli serve sempre una mano. Sempre. E noi non ci possiamo lamentare.
C'è sempre bisogno degli altri, sempre.
E credetemi che l'appoggio di chi ci vuole bene serve più dei soldi che servono per comprare tutto doppio.

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mercoledì 25 gennaio 2017

Il primo mese a Milano

È passato più di un mese da quando ho ricevuto la notizia e meno di un mese da quando questa notizia si è concretizzata e sono arrivata a Milano.
Facciamo conto pari e diciamo un mese e buonanotte al secchio. (Carina l' espressione buonanotte al secchio, non trovate?).
Senza troppi giri di parole, è stato un mese duro, in cui se mi fossi dovuta descrivere con una parola sola non avrei avuto dubbi e avrei detto BIPOLARE.
Ho alternato momenti di euforia, a momenti di sconforto totale.
Euforia perché mi piace il lavoro, mi piace l' idea di avere una scrivania (dove non esiste più spazio per me visto che da ieri tutta la superficie è occupata da monitor), mi piacciono i colleghi e mi piace il mio capo che trasmette entusiasmo e non è roba da poco. Poi eh, è bolognese e si sa, a Bologna ho lasciato un pezzetto del mio cuore tanto che quando incontro bolognesi lungo il mio cammino mi vengono gli occhietti a cuoricino.
L' azienda mi ha preso un cellulare nuovo.
"Vuoi un I-phone?"
"Sia mai, io sono pro Android".
Essendo notoriamente tirchia pure coi soldi degli altri, ho speso la metà del budget a disposizione. 
Mi hanno preso un pc nuovo che è uno spettacolo e una serie di monitor che adesso non so più dove guardare.
Si avvicina la data di partenza per Stoccolma, che è stata posticipata rispetto alle previsioni iniziali. Ci abbiamo infilato anche un breve scalo a Copenaghen, non per scelta, ma perchè trovare un volo diretto per Stoccolma è angosciante, nonostante non sia manco così lontano. 
E si che io alla Scandinavia fino a ieri non avevo dato tutta questa importanza, fatta eccezione per un luogo non ben definitivo conosciuto come "Casa di Babbo Natale", dove il barbuto conserva i miei regali prima di portarmeli (anche i vostri, non preoccupatevi).

Passiamo ai momenti di sconforto.
A volte ho pensato di non essere all' altezza. 
E quando pensi t di non essere all' altezza, sei oggettivamente bipolare. E anche  paranoica (secondo aggettivo da usare nel caso in cui mi chiedessero di descrivermi con due e non con uno solo).
Il lavoro è molto più complesso di quanto previsto e se ci mettiamo che è svolto quasi interamente in inglese abbiamo fatto bingo.
Due giorni fa ho avuto il piacere di conversare amabilmente con un francese in inglese e ho pensato di morire tanto che avrei voluto dirgli "parliamo in francese, ti prego", ma c' erano uno svedese e altri due italiani (che mio padre al mercato comprò) e niente: inglese. Con accento francese.
Che poi eh, fa sicuramente più schifo il mio inglese con accento italiano, però non è che abbia capito granché.
Sento la mancanza del cane. E anche di Fidanzato. Soprattutto di Fidanzato, tanto che mi è salito un romanticismo che lui ad un certo punto ha pensato che Cupido si fosse impossessato del mio corpo. Bipolare, appunto.
Il top l' ho raggiunto quando ho detto: "Oh amore, non possiamo festeggiare  i nostri 5 anni e dieci mesi insieme". 
CINQUE ANNI E DIECI MESI. Disse quella che un anniversario di un paio di anni fa diede appuntamento al camion dei traslochi per smontare casa propria e rimontarla da un' altra parte. Che poi la casa fu montata il giorno dopo, quindi la sera dell' anniversario passò stando seduti su pezzi di parete attrezzata e scatoloni mangiando una pizza. Senza posate chiaramente, a mozzichi.
Mai festeggiato un meseversario -trovo anche abbastanza ridicola la cosa, non me ne vogliate- e probabilmente neppure gli anniversari. O forse si, non ricordo.
E poi c' è la questione casa da risolvere definitivamente. Mi serve una casa da appoggio per un periodo non troppo lungo, ma sembra un' impresa impossibile. Ma risolveremo anche questa.

Ho anche seriamente patito il freddo, sarà che non sono abituata, ma le temperature di un bel po' sotto lo zero mi avevano intristita. Oggi però splende il sole, le temperature si sono alzate e ho smesso di portare i collant sotto i pantaloni che, diciamo le cose come stanno, sono di una scomodità indicibile.


Quindi insomma, sono bipolare. E devo dire che questa me un giorno euforica e quello dopo sotto ad un treno mi è pure simpatica.

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domenica 8 gennaio 2017

La prima sfiga dell'anno

Che vado a Milano l'avete capito tutti.
Quello che sfugge ai più è che vado a Milano, ma poi parto per Stoccolma dove resterò un pochino. 
Contenete i gridolini di gioia che a Stoccolma in questo periodo fa buio alle 14, ci sono sei ore di luce se va bene e fa un freddo che altro che la neve in Sicilia.
Io comunque si, sono entusiasta: andare a Stoccolma per lavoro è tanta roba, vedere come lavorano lì, imparare da chi ne sa sicuramente più di me è una cosa che mi rende orgogliosa. Di cosa ancora non lo so, ma ve lo saprò dire.
Comunque, io non compro vestiti, nel senso che il 90% dei miei vestiti li compra mia madre, altrimenti potrei serenamente andare in giro con i jeans strappati e le Converse per tutto l'anno. Ogni tanto, se mi serve qualcosa, vado, pago e serenamente mi provo il tutto a casa. Ma mi deve servire eh, che proprio non ne posso fare a meno. E possibilmente deve essere qualcosa  a pois che se scelgo io, i pois non possono mancare.
L'unica mania sono le borse, quello è un disturbo ossessivo compulsivo che non riguarda solo me, ma tutta la famiglia visto che abbiamo investito -ormai un paio d'anni fa, se non di più- in una meravigliosa parete attrezzata da salotto atta a contenere le mie borse che sfiorano il centinaio. E chiaramente uso sempre le stesse, ma sai mai. 
Vi starete giustamente chiedendo cosa c' entrano i vestiti con Stoccolma.
Non avevo vestiti adatti per il freddo svedese, quindi una volta avuta la lieta novella del nuovo lavoro con trasferta annessa, mi sono precipitata a comprare maglioni pesanti e altra roba che pare fosse necessaria per sopravvivere alle temperature sotto lo zero.
Precipitata è una parola grossa, visto che da una parte c'era mia madre al telefono che mi intimava di andare in Via del Corso a comprare vestiti, dall'altra Fidanzato che mi ha dovuta letteralmente trascinare. Entrambi all'urlo di "pago io". 
Ad un certo punto, ho trovato un maglione caldo e bellissimo, adatto allo scopo. L'ho persino provato, amandolo da subito. E visto che loro sostenevano che un maglione non era sufficiente, mi sono rivolta al simpatico signore e con nonchalanche  ho domandato: "Ma questo lo avete in altri colori?".
Io so che lui ha pensato che volessi magari vagliare altre possibilità di colore, visto che quello provato era color carta da zucchero (che poi mi dovete spiegare come si può chiamare un colore carta da zucchero). Ha tirato fuori altri colore e io ho affermato: "Li prendo tutti!!"
Fidanzato mi guardava esterrefatto: "Ma tutti uguali?"
"Non sono mica uguali, sono di colori diversi".
Mia madre al telefono mi chiedeva: "Ma li hai presi tutti uguali sul serio?"
"No madre, non sono uguali, sono di colore diverso".
Comunque, alla fine sono tornata con un bottino di roba calda e per me la questione era risolta.
Ho pure comprato tante belle magliette da mettere sotto ai maglioni -tutte uguali, ma di colore diverso anche quelle- ed ero felice e soddisfatta.
Dopo cinque giorni si è aggiunto il tormentone: "Compra anche dei pantaloni".
"Perchè? i miei jeans strappati non vanno bene?"
A quanto pare no. Io ci ho provato, ma non li ho trovati dei pantaloni. Forse non li ho neppure cercati bene, ma ho comunque informato l'intera famiglia che sono munita di jeans non strappati e pantaloni pesanti.
Che poi, detta così sembra che ho l'armadio vuoto, ma in realtà è pieno di vestiti. Sta scoppiando. 
Vestiti che però non erano abbastanza pesanti.
L'unica certezza che avevo era quella di non aver bisogno di un giubbotto pesante perchè quello ce l'ho e me lo sono comprata spontaneamente lo scorso inverno. Nero, caldo, lungo fino alle ginocchia, bellissimo. 
Solo che ecco, venerdì sera si è rotta la cerniera. La prima sfiga dell'anno. Mi è preso un pò lo sconforto in effetti, il mio giubbotto tanto caldo adatto a Stoccolma.
Fidanzato mi ha cazziato, mia madre si è fatta prendere dalla sindrome della figlia che morirà assiderata.
"La faccio aggiustare". Col piffero che ho trovato qualcuno che sabato 7 Gennaio mi cambiasse la cerniera del piumino nero, caldo, lungo fino alle ginocchia, eccetera eccetera.
Ho anche riesumato un giubbotto pesante e caldo -ma nemmeno poi tanto bello- comprato nel lontano 2003 e usato solo quell'inverno al freddo e al gelo di Montegiorgio che, se non sapete dov'è, tranquilli, non fa niente. Solo che era rovinato completamente, inutilizzabile.
L'intera famiglia si è quindi riunita in un summit per valutare tutti i miei giubbotti invernali stabilendo che non avevo nulla di abbastanza caldo per andare a Stoccolma.
"Va beh, ma che sarà mai, ho quello corto nero col pelo che è caldissimo"
"E' troppo corto e prendi freddo"
"Ho il cappotto beige, quello tanto bello" (comprato anche lui dalla genitrice)
"E' leggero"
Mia madre mi ha intimato di andare a comprare un giubbotto caldo, lungo, pesante. "Pago io" ha detto.
Poi ha chiamato mio padre: "Sei la nostra unica figlia, ci pensiamo noi, ma compralo".
Si è unito il Fidanzato: "Vai a cercare un giubbotto, pago io".
Il cane ha abbaiato qualcosa, probabilmente mi ha offerto i suoi croccantini da barattare con un giubbotto. Non ho avuto cuore di spiegargli che nei negozi vogliono soldi, non croccantini.
Ora, chiariamo una cosa: io al centro commerciale il primo sabato di saldi non ci metto piede.
Mia madre si è giocata la carta di Via del Corso, ma ho ribadito che io non ci andavo manco dopo morta con i mezzi, una valigia (che poi, non è mica solo una) da fare e ancora una serie di cose da sistemare.
"Vado in Viale Europa". Da sola. Non ho trovato niente che fosse di mio gradimento, sono tornata a casa e ho comunicato che su, ci avrei pensato a Milano tanto mica non ho niente da mettere.
"Non morirò congelata, state tranquilli".
Credo siano passate due ore. Forse meno.
Sono arrivate due foto di un piumino esattamente identico a come avevo descritto il mio piumino ideale a mia madre. Gliel'avevo descritto su richiesta, eh. Non è che mi metto a descrivere piumini a caso io.
"Bello mamma, mi piace un sacco, però non lo volevo nero, magari un colore chiaro".
In effetti, mi aveva chiesto di misurarmi le spalle e la circonferenza del seno, però che ne so, ultimamente sono dimagrita, magari voleva solo sapere di quanto in centimetri invece che in chili.
Nel frattempo, sono giunte le foto dello stesso piumino col pelo di mammut scongelato dall'Era Glaciale (Manny si, proprio lui). In effetti, avevo anche detto che volevo una roba pelosa.


"Basta che non sia un animale vero" avevo sottolineato. 
Io però lo avevo detto così. A domanda rispondo, sono educata.
Saranno passati altri dieci minuti: "Dammi un indirizzo a Milano a cui spedire il giubbotto"
Che loro lo sanno che io non sarei mai andata a comprarlo sto benedetto giubbotto.
Mia suocera nel frattempo si è offerta di sistemare la cerniera di quello nero. "Ci dai un indirizzo e te lo spediamo sistemato".
Quindi adesso ho un super mega giubbotto peloso caldo, caldissimo, fighissimo. 
E questi sono i miei genitori che sanno di avere una figlia disastrosa. E li amo anche per questo.
Prima sfiga dell'anno risolta in due ore. 
E vissero tutti felici e contenti.
E io vado a Stoccolma. 

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venerdì 6 gennaio 2017

Milano reloading

In un anno e tre mesi abbondanti, non ho mai sentito la mancanza di Milano. Mai, neppure per un attimo. Sono stata coerente con quello che avevo detto qui. Molto coerente.
Mai una volta che mi sia venuto in mente di tornarci a Milano, nonostante ci siano dei negozi che mi piacevano tanto, nonostante ci siano delle amiche che sono praticamente sorelle.
L'unica volta che in questo anno e tre mesi ho messo piede in Lombardia è stato per andare a Brescia, ma Brescia è un'altra storia.
A Milano, per tutto questo tempo, ho portato rancore. Rancore e disprezzo. 
A Milano, il 29 Dicembre ci sono tornata con un trolley pieno di speranze. Tanto sono meno di quarantotto ore. QUARANTOTTO. Ce la potevo fare.
"Ancora tu? Ma non dovevamo vederci più?" ho scritto quando ti ho vista di nuovo.
Manco fossi un ex ragazzo, ma in fondo io un ex nel senso stretto del termine manco ce l'ho, quindi che ne posso sapere.
Stavano per scadere le quarantotto ore, quando un angelo -perché solo così posso definirlo- mi ha detto: "Sai, quando ho saputo da dove venivi, ho avuto paura". 
Non si riferiva a Roma. Neppure a Palermo. Non stava proprio parlando di provenienza geografica, ma lavorativa. Diciamo così.
Ed è stato lì che ho capito. Mi sono illuminata.
Un anno e tre mesi di incubi ripensando a quel posto che quasi mi aveva portato via l'amore per la televisione. Un anno e tre mesi in cui Lui mi ha ripetuto di cambiare strada.
Un anno e tre mesi in cui non ne parlavo volentieri. Mai. 
Non parlavo volentieri della parentesi milanese. E poi ho capito perché. 
É bastata una frase. La nostra fama ci precede, nel mio caso mi ha spesso preceduta quella di un reparto che faceva acqua da tutte le parti. Adesso ho capito perché nessuno parlava bene di noi.
Eppure nemmeno io l'ho mai amato quel posto, non c'era nessun noi, ma questo gli altri non lo sapevano. E io pensavo che a farmi soffrire era Milano senza se e senza ma, ma Milano non è solo quello. Adesso lo so.
E allora scusami Milano, davvero. Ti chiedo scusa.
Non eri tu il problema. 
Non ho mai amato le minestre riscaldate, se chiudo è per sempre. Sono fatta così.
Ma a te Milano ho deciso di dare una seconda possibilità, dalla anche tu a me se puoi.
Provaci, anche se sono stata una gran stronza con te. Ho parlato male di te e non era colpa tua, ma non lo sapevo.
Ci abbiamo pensato a lungo se era il caso. Ho deciso di si, Lui non era d'accordo fino in fondo, ma non mi dice mai di no.
Siamo pronte a ricominciare, giusto Milano? Senza rancore, giusto?
Io non ce l'ho con te e tu non ce l'hai con me.
Poi eh, sei un pò fredda e nebbiosa, ma di questo posso farmene una ragione.
Non accogliermi a braccia conserte come canta Ligabue, accoglimi a braccia aperte che qua abbiamo messo a soqquadro una famiglia intera per te, un pochino in fondo ce lo meritiamo.


Certo, però la mela non l'ho capita.
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domenica 29 novembre 2015

Cosa mi manca di Milano

Avete letto le mie lamentele per mesi.
Avete assistito al conto alla rovescia per tornare a casa.
Avete visto la mia gioia quando sono tornata a Roma, finalmente, per restarci per sempre.
Però c'è sempre un però.
Ci sono cose che mi mancano, d'altronde sette mesi non sono un giorno. Ecco quali sono:
-Valentina, che non è una cosa. La Vale che abita a metà strada tra la casa dove abitavo e il posto dove lavoravo e che c'era sempre quando le scrivevo in preda al raptus del sushi. Vale che è un punto fermo e che adesso non posso più vedere quando voglio.
-Cristina e Manuel. E la pedana di legno alla quale mi ero affezionata. Non so come avrei fatto senza di loro, che hanno sempre aggiunto un posto a tavola per me, che, anche loro, erano un punto fermo.
La fortuna in questo caso è che, tra Palermo e Roma, riesco comunque a vederli, anche se non spesso come prima.
-Il sushi. Milano è piena di sushiari, uno più buono dell'altro. Non ho mai mangiato un sushi così buono come a Milano. E a Roma faccio fatica a trovare posti altrettanto buoni.
-Il tram. Per essere precisi la linea 2 che Piazza Bausan porta a Porta Genova. Si è vero, il tram ci mette una vita, ma questa linea passa da zone che a me piacciono tanto e i viaggi in tram, guardandomi attorno, mi mancano. L'unica nota dolente è che una fermata di questo tram era davanti ad un'agenzia immobiliare specializzata in nude proprietà e la cosa mi ha sempre messo una tristezza incredibile, visto che nei vari annunci in vetrina erano indicate le cagionevoli condizioni di salute dei proprietari. (Qui trovate una chicca sulle mie avventure in tram).
-Le Terrazze della Rinascente. Uno dei posti più belli che io abbia mai visto, con un'incantevole vista sul Duomo. Poi va beh, un caffè costa otto euro, ma tanto non è che ci andavo ogni giorno.
-Abercrombie. Che a me non piace, ma a Fidanzato si. E a Roma non c'è. E compragli un regalo lì significava renderlo felice. Sono comunque certa che il giorno che apriranno Abercrombie a Roma -se mai accadrà- gli passerà questa mania.
-La cinesina che mi faceva la manicure sotto casa. E ebbene si, prima che vi venga il dubbio, mi faceva anche la ricevuta fiscale. Ho avuto unghie glitterate, unghie dorate con il brillantino incastonato, unghie viola e un sacco di altra roba. Un po' tascie in alcuni casi, ma chi se ne frega.
-Il mercato del Mercoledì (qui per saperne di più) sotto casa, questione parcheggio a parte.
-Pizza&Food, ovvero un posto dove ordinavamo spesso e volentieri la cena a lavoro. Un posto mistico, grasso, unto e bisunto, ma buono, buonissimo. Le pagnottelle di Pizza&Food me le sogno ancora adesso. Sono certa che sentono la nostra mancanza perchè ordinavamo quantitativi di roba degni di un banchetto per venti persone anche in due. Mi scuso se spesso vi ho dato l'interno sbagliato, ma credetemi che io non sono mai riuscita a capire il numero del nostro interno.


-Il tipo di HR che chiamava in emissione e, quando rispondevo io era tutto contento perché riusciva a riconoscere a chi apparteneva la voce. Di dieci persone che potevano rispondere al telefono, ero l'unica donna. Gli piace vincere facile.
-Poter andare a Brescia in qualsiasi momento (qui per saperne di più).

Cosa non mi manca affatto, invece, lo sanno tutti.
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mercoledì 28 ottobre 2015

Fare l'amore sulla finestra

Ad un certo punto della mia esperienza milanese, mi sono trovata a condividere l'appartamento con una coinquilina.
Sono anni che non condivido casa con qualcuno che non sia Fidanzato e i nostri cani, ma cosa volete che sia? Ho vissuto con diverse persone, qualcuno un po' migliore di qualcun altro, ma non essendo mai in casa e facendo dei turni un po' particolari, alla fine, andava bene così, visto comunque che non avevo scelta.
La tizia non si è presentata nel migliore dei modi, visto che dopo un paio di giorni che era in casa, mi ha svegliata nel cuore della notte perché non sapeva aprire la porta, ma che ve lo dico a fare? Allora, spiegale come si inserisce una chiave nella toppa, come si gira una chiave, tutte cose che, insomma, i miei genitori mi hanno insegnato a otto anni, ma non è mai tardi per imparare.
La tizia non era neanche troppo pulita: piatti sporchi sempre e comunque, immondizia abbandonata nel corridoio, ma anche li: portare pazienza  che tanto prima o poi, questa pessima avventura milanese finirà.
Ad un certo punto, è comparso anche un fidanzato che, come nel peggiore degli incubi, è venuto praticamente a vivere lì. Poco educati i due, visto che avevano fatto della cucina il loro quartiere generale ed era diventato impossibile anche prepararsi un panino, ma bisogna porgere l'altra guancia, no?
E sorvoliamo anche su questo fidanzato che era sempre lì, che faceva la pipì in giro per il bagno (io lo giuro, mai vista fare una cosa del genere a Fidanzato, se no non sarebbe Fidanzato), che abbandonava la sua biancheria sporca anch'essa in giro per il bagno, come la pipì.
Insomma, mia madre aveva anche conosciuto la tizia e me l'aveva detto:"Da una che spegne le cicche di sigarette sul bidet e poi non lo toglie, cosa vuoi aspettarti?" ma io comunque avevo poca scelta, per tutta una serie di motivi pensare di trovare casa a Milano per un paio di mesi era abbastanza impossibile. E si che ci ho anche provato.

Ma il top è stato raggiunto una sera.
Ero a casa, dopo un'infernale giornata di lavoro, un turno pessimo (in termini di orario, cosa avete capito?), ma la gioia -immensa gioia- di una trasferta il giorno dopo per una gara di ginnastica che sarebbe durata ben due giorni.
Due giorni di ginnastica, si sa, aprono il cuore, quindi ero felice.
Stavo amabilmente chiacchierando con due amiche su whatsapp e mi è venuta sete. Molta sete.
Io, sia chiaro, ho sempre una bottiglia d'acqua sul comodino, visto che bevo quanto un cammello (che però, alla fine, l'acqua la conserva, io invece bevo quanto un cammello ogni cinque minuti), ma volevo l'acqua fredda. Mi avvio, quindi, verso la cucina e noto la luce accesa e la porta a soffietto aperta a metà. Non sento rumori, ma anche se fosse, chi se ne frega.
Una doverosa premesse è che in cucina c'era una finestra e questa finestra dava su una strada molto trafficata, sia in termini di auto che di pedoni. A tutte le ore del giorno e della notte. Vuoi i negozi, vuoi i bar, vuoi la fermata del tram, un sacco di gente. Sempre.
E mi è capitato diverse volte che qualcuno guardasse in direzione finestra. Probabilmente non volevano guardare me, ma essendo alla mercé dei passanti, ci sta che cada l'occhio. Normale e comprensibile. Quindi, come mi ha insegnato la mia santa madre, non si sta nudi davanti la finestra perché chiunque potrebbe vederti e pare brutto. Molto brutto. Poi magari ti fanno anche una foto e finisce su internet e allora ciao reputazione. Magari è un'idea un po' fantasiosa, ma non si sa mai. Meglio prevenire che curare.
Dicevo quindi: avevo sete e ho deciso di andare a prendere l'acqua fredda in frigo.
Entro in cucina e, come nel peggiore degli incubi, i due si stavano accoppiando sulla finestra, culo al vento verso la strada. Lei comodamente seduta sulla finestra e lui che spingeva. Bum bum bum. Ma come state?


Io però avevo sete, quindi ho detto "scusate" e l'acqua l'ho presa comunque. Volete che la mia sete sia meno importante del vostro amplesso?
Non che i due abbiamo detto nulla, lui si è giusto un attimo girato e ha continuato. Che io davvero capisco che sia difficile smettere di fare una cosa che ti piace, ma magari a me sarebbe caduta la faccia per terra. E avrei stentato a raccoglierla.
Ho immaginato cori pakistani di voyeur sotto casa. Cori cinesi. Cori delle sciure milanesi.
"Dateci dentro alè oooooo".
E cosa potevo fare io? Ho preso il telefono e ho chiamato di corsa mia madre per raccontarle dell'accoppiamento finestrato. Fidanzato, mannaggia a lui, dormiva già, quindi ho dovuto attendere la mattina dopo per fargli presente che, non per colpa mia, mi sono trovata davanti un pisello vagante.
Io capisco, davvero, che quando si sta insieme da poco si diventa scemi. Ma a settant'anni in due, forse accoppiarsi in una stanza dove sai che potrebbe entrare in qualsiasi momento un'altra persona lo eviterei. A meno che non ti piace farti guardare, chi lo sa.
Io mi sono anche un pò vergognata eh. Giusto il tempo di cominciare a ridere come una disperata.

E poi uno si chiede perchè non ne potevo più di tutto quello che mi circondava a Milano.
Ve l'avevo detto che con calma, avrei raccontato tutto, una volta sana e salva a casa mia, no?
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