Qualche tempo fa ho sentito una frase che mi ha colpito parecchio: quelli del sud fanno più fatica degli altri ad emigrare, quindi alla fine preferiscono rimanere a casa loro.
Mi ha colpito questa frase, ma l'ho messa di lato. Ci ho ripensato dopo un po', come mi capita spesso con le cose che mi colpiscono.
Sono nata a Palermo. I miei genitori non sono palermitani: mia madre è di una località turistica a circa 60 km da Palermo, mio padre è veneto. Io sono l'unica palermitana doc della famiglia.
Avevo diciotto anni quando ho iniziato a vedere i miei amici andare via.
Era il 2004, l'anno del diploma, quell'anno l'università aprì i battenti in ritardo rispetto al solito, prolungandoci di fatto le vacanze e dando più tempo, a chi non sapeva cosa fare, di scegliere. Molti scelsero di andare via.
Diversi amici decisero di studiare a Milano, qualcuno a Bologna. Io feci la cosa più semplice del mondo: andai in Viale delle Scienze, a Palermo, e mi iscrissi ai test per due differenti corsi di laurea.
Qualcuno decise di andare a fare il cameriere a Londra. Erano i tempi in cui non esistevano i gruppi su Facebook che ti davano qualche dritta. Non c'erano neppure gli Smartphone, se per questo.
Qualcuno in casa non aveva il computer, figuriamoci la connessione ad internet. Rari casi, ma c'erano.
Londra, dove ero stata in vacanza, sembrava lontanissima, soprattutto per un diciottenne. Lontana e grigia, così diversa da Palermo.
Tornavano a Pasqua, l'estate e a Natale. In alcuni casi, anche l'1 Maggio.
Sapete, Palermo è una città bellissima. Non è enorme, ma neppure piccola.
Quando avevo diciotto anni io c'era ancora il Baretto, erano da poco passati di moda la Sirio (o era il Sirio?) e il Royal -che credo non esista più- e il Paramatta aveva già cambiato nome.
Resisteva il Goa e forse anche il Maneggio.
Ricordo comunque che passavo i sabato pomeriggio al Viale -che aveva un buffet strepitoso per l'aperitivo- e che iniziava a prendere piede la moda dei Candelai.
Si sta bene a Palermo, il sole non manca mai, anche se quando piove ci sono zone che si allagano.
Si mangia bene e si spende poco.
C'è il mare. Ovunque. A vent'anni la condizione di isolana cominciò a starmi stretta, non ricordo neppure perché. Vedevo mare ovunque, ma mi sarebbe bastato girarmi dall'altra parte per vedere la montagna.
C'era poco lavoro anche quando non c'era la crisi, anche se io ricordo che praticamente tutti i genitori dei miei amici -mamme e papà indistintamente- lavoravano. Tutti lavori di un certo tipo per altro.
Oh no, non voglio sminuire nessuna professione. Non lo farei mai. Però, davvero, erano tutti medici, avvocati, insegnanti, biologi, avvocati, architetti.
Non so cosa sia successo ad un certo punto. Non so quando si è iniziato a non trovare lavoro, non so neppure se sono nata nella parte fortunata della città , quella in cui tutti avevano un lavoro e stavano bene, quella in cui i genitori si potevano permettere di mandare i figli a studiare fuori pagando d'affitto per una stanza quanto a Palermo paghi per un appartamento di 150 mq.
Quello che so è che da Palermo sono andati via (quasi) tutti.
La mia generazione, quella nata negli anni '80, a Palermo manca.
Quelli che erano andati a studiare a Milano, ci sono rimasti.
Quelli che erano andati a fare i camerieri a Londra, adesso sono top manager di ristoranti chic.
Quelli che erano rimasti a studiare a Palermo, gli studi li hanno finiti da un'altra parte.
Quelli che gli studi li avevano finiti a Palermo, il lavoro lo hanno trovato altrove.
Quelli che il lavoro lo avevano trovato a Palermo, ad un certo punto hanno deciso di seguire il fidanzato o la fidanzata di sempre altrove. Magari a Palermo ci sono tornati a sposarsi.
Quando torno a casa, se non è Natale o il mese di Agosto, non ho praticamente nessuno con cui andare a bere un caffè, fatta eccezione per quei quattro o cinque irriducibili che a Palermo ci sono rimasti, attaccandosi con le unghie e con i denti a quella città così speciale.
Conosco anche qualcuno che a Palermo ci è tornato: mi viene in mente Caterina che ha abitato a lungo a Milano e poi, con cane al seguito, se n'è tornata lì, prima dai suoi genitori e infine si è trovata un appartamento tutto suo.
Tutte le volte che vado a Palermo, mi metto seduta per terra in balcone e guardo il mondo attraverso la ringhiera. Se giro la testa a destra vedo Monte Pellegrino, se la giro a sinistra vedo Mondello.
A volte ci penso. Ci penso sul serio.
Penso a tutte quelle persone che sono passate dalla mia vita: compagni di scuola, di università , amici di amici, cugini di amici.
Penso a quanta gente ho conosciuto, al fatto che uscire il sabato sera equivaleva a fermarsi a salutare decine e decine di persone.
Adesso non conosco praticamente più nessuno, quando esco spesso incontro persone che frequentavo un decennio fa e non mi salutano perché non mi riconoscono neppure. Poi magari si fermano a parlare con qualcuno che è lì con me e mi dicono: "Ah ma sei tu? Non ti avevo riconosciuto! Ma sei a Palermo?"
Tante volte mi sono trattenuta dal rispondere: "Se mi vedi qui, probabilmente si, sono a Palermo".
Penso spesso che c'è gente che non incontrerò, che in quel momento è chissà in quale parte del mondo. Persone che probabilmente non vedrò più e che magari, per anni, ho visto tutti i giorni.
Gente che se n'è andata per realizzarsi, per cercare qualcosa di meglio o semplicemente perché non si è girata a guardare la montagna quando il mare gli stava stretto.
E io non lo so mica se è vero quello che mi hanno detto ovvero che noi del sud facciamo fatica ad emigrare e preferiamo restarcene a casa nostra. Forse soffriamo più di altri, ma se c'è da andare via, ce ne andiamo in cerca di un futuro migliore, ma la verità è che ci sarebbe voluto più coraggio a restare e in tanti non lo abbiamo avuto.