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martedì 3 settembre 2019

Come quando c'è bisogno di tranquillità: Palermo.

Tra qualche giorno vado a Palermo.
Poco meno di una settimana fa, avevo detto che per quest'anno niente Palermo, niente vacanze, niente di niente. E, in effetti, questa è stata la mia idea costante per tutta l'estate: un'estate passata al lavoro, persino quel venerdì 16 Agosto in cui in tutta l'azienda eravamo in sei e mangiavamo melone per festeggiare -se così si può dire- l'imminente fine dell'estate.
A dire il vero, complice l'aria condizionata a palla, io quel venerdì avevo addosso persino un maglioncino di cotone, quindi per me l'estate era praticamente una cosa archiviata, sarà che non l'ho mai amata particolarmente (qui per saperne di più).

Erano tanti i motivi per cui non volevo andare a Palermo, così come erano tanti i motivi per cui non ho preso ferie: ne avevo utilizzate tante quando è morto il mio papà, mi dovrebbero servire altri giorni prossimamente per sbrigare alcune scocciature burocratiche e via dicendo.
Poi, ho ricevuto una notizia che mi ha un attimo lasciata perplessa e ho scritto un messaggio a mia madre: "Potresti dare un'occhiata ai biglietti aerei che lunedì provo a chiedere ferie?".
Ho chiesto le ferie e, un ora dopo, avevo già il mio bel biglietto aereo.


Ho scritto a due persone che non vedo l'ora di abbracciare, ho fatto la lista di quello che voglio mangiare (praticamente tutto), ho cominciato a pensare a cosa voglio fare (parrucchiere di fiducia compreso) e adesso conto i giorni.
Tutte le volte che sono arrivata a casa dei miei genitori, a Palermo, qualsiasi ora fosse, mio padre si metteva seduto con me in cucina finché non dicevo "io vado a sistemare la valigia, ci vediamo dopo".
Ho citofonato persino alle cinque di mattina e mio padre era lì in cucina a bere latte per scambiare due chiacchiere con la sua bimba prima di tornare -giustamente- a dormire.
Stavolta non lo troverò ad aspettarmi e sarà dura.
Stavolta non verrà a sedersi sul mio letto con la grazia di un elefante per controllare che io stia effettivamente dormendo.
Stavolta non avrò gelati ogni santa sera perché il gelato era un mio sacrosanto diritto.

Ci sarà dell'altro, però.
Mi aspetta la mia mamma.
Mi aspetta il mio mare, tempo permettendo.
Mi aspettano gli amici.
Mi aspetta tanto cibo.
Mi aspettano le strade della mia città che si, è vero, ho sempre detto che la mia città ormai è Roma, ma ogni volta che scendo dalle scalette dell'aereo o arrivo in Viale Regione Siciliana in macchina, mi sento davvero a casa.
Mi aspettano giorni tranquilli, notti sul mio mio letto -lo stesso di quando ero ragazzina- in una stanza bianca e gialla (poi uno si chiede perché il giallo è il mio colore preferito) per cercare di capire delle cose. Per riflettere, per prendere decisioni, per rilassarmi, per sorridere.
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domenica 2 settembre 2018

Palermo: allergici in viaggio

Palermo, interno notte, rosticceria.
"Scusi, con che olio friggete?"
"Ma quale olio signora, friggiamo con lo strutto"
"Benissimo, grazie, allora mi dia tutto".
"Amore ma lo strutto non è un po' pesante?"
"Sempre meglio dell'olio di arachidi, non pensi?"
"In effetti..."

Mi piace mangiare e tanto anche.
Se devo scegliere una cucina che amo più di ogni altra cosa, scelgo quella della mia città natale a costo di sembrare di parte.

Quando ho scoperto di essere allergica, Palermo -dove all'epoca vivevo- non era pronta così come probabilmente non era pronto nessun altro posto: erano tempi in cui di allergie si parlava pochissimo, qualcuno conosceva la celiachia (che non è un'allergia, eh, tenetelo a mente), ma per il resto zero proprio.

Era l'estate del 2007 quando, tornando dal mare con mia madre, ci eravamo fermate a prendere un gelato, la barista aveva mentito sugli ingredienti pur di vendere un cono e io ero finita in ospedale con il labbro che mi arrivava alle ginocchia. Ai tempi non esisteva neanche la normativa sull'etichettatura dei cibi che obbligava ad evidenziare gli allergeni.
Era l'estate del 2017, appena un anno fa, quando un barista faceva casino con una paletta per il gelato e mi mandava per direttissima nel vicino ospedale (lo avevo raccontato qui).
È tutta la vita da allergica che sento minimizzare il problema, che quando chiedo qualcuno ride, che la gente dice che gli allergici devono stare a casa loro (qui trovate il mio sfogo), che dico di essere allergica e mi chiedono a cosa sono intollerante. Succede ovunque, succede sempre e comunque, ma io -testarda come un mulo- non mi sono mai arresa nel pretendere una vita (quasi) normale: non ho mai smesso di uscire, di viaggiare, di mangiare (no, non le cose a cui sono allergica ovviamente).
Sono peggiorata, gli alimenti da associare alla parola morte sono aumentati, ma io ho continuato imperterrita a pretendere questa normalità.
L'ho fatto con gentilezza, spiegando a tutti qual 'è il problema, prendendo un milione di accorgimenti e chiedendo in bar, ristoranti, gelaterie tutto quello che mi serviva sapere per capire se potevo o meno mangiare qualcosa.
Ho sviluppato un sistema di indagine di una precisione pazzesca, con domande mirate che altro che gli interrogatori ai criminali.
Una delle domande preferite è "con che olio friggete?" e ho stabilito che non dico subito qual 'è l'olio che non ci deve essere perché, sai mai, potrei influenzare la risposta, ma di domande ce ne sono tantissime. Poi osservo e tanto anche, a volte dico di si, altre volte scuoto la testa perché non mi fido e ce ne andiamo.

Dicevo: vent'anni fa Palermo non era pronta e non era la sola.
Questo non essere pronta è durato una vita o almeno a me quello è sembrato.
Poi quest'anno la svolta.

Sono entrata nella gelateria dove l'anno scorso mi avevano quasi uccisa, nessun altro forse lo avrebbe fatto e ho notato subito che hanno migliorato le cose per evitare episodi come quello che è accaduto a me. Sono più attenti, più precisi e di me, per inciso, si ricordavano.
"State attenti alla signorina, qualcuno si dedichi solo a lei".

Ho mangiato fuori spesso e volentieri e quando ho fatto qualche domanda senza inizialmente dire perché (ve l'ho detto, non voglio influenzare le risposte in un primo momento) tutti -e quando dico tutti intendo tutti- mi hanno anticipato: "Signora, è allergica, vero?"
Non mi hanno chiesto se fossi intollerante, mi hanno chiesto se fossi allergica che a voi sembrerà una piccolezza, ma non lo è.
Mi hanno, ancora prima che lo chiedessi, mostrato, spiegato, fatto vedere.
Sono stati tutti onesti, hanno controllato, ricontrollato, controllato ancora una volta.
Qualcuno che mi ha sentito chiedere ha aggiunto che le allergie sono pericolose, che le conosceva perché aveva letto qualcosa al riguardo o che conosceva un allergico. 
Quando ho chiesto qualche accorgimento particolare, in realtà lo avevano già previsto loro.
È successo ovunque, sempre e comunque.
Non avevo mai avuto la sensazione di sentirmi così sicura, così capita, così uguale a tutti gli altri clienti di un ristorante. 
Che poi, diciamo la verità: se io avessi un ristorante e arrivasse una cliente come me sarei disperata. Lo dico davvero, eh. Una che non mangia un tubo, che fa tutte quelle domande, che però ama il cibo e mangia come un bue non sarebbe il mio cliente ideale.
Sarò impopolare, ma avere a che fare con una -come me- che è un dito al c**o simile quando deve mangiare è una cosa che mi risparmierei volentieri. Cioè, quando devo fare la spesa o cucinare o andare a cena da qualcuno mi sto sulle palle da sola, figuriamoci agli altri.

Sono andata al mercato con mia mamma e abbiamo trovato gente attenta e disponibile.
Ho passato quasi un'ora a parlare di allergie dal fruttivendolo: io caso umano, lui allergico alle nocciole, siamo tornati a casa pieni di frutta e verdura.

Ho trovato commovente che, in un mondo in cui ancora si chiama frutta secca la frutta a guscio e si pensa che le arachidi facciano parte della categoria, ci fosse chi da il nome giusto alle cose.
Ho anche trovato commovente nella patria di mandorle e pistacchi ci fossero comunque milioni di dolci che aspettavano solo di essere mangiati da me (senza mandorle e pistacchi ovviamente).


Ho visto mia zia dire fiera, in occasione di una cena a casa sua, che non c'erano determinate cose in casa perché sua nipote è allergica. 
E ho visto, per la prima volta in tanti anni, i miei genitori e il marito guardarmi mangiare sereni. E, in effetti, quest'anno non ci sono stati intoppi.

Qualsiasi cosa sia successa, sapere che tanti sanno e capiscono per me è un traguardo enorme.
Che questo traguardo lo abbia raggiunto la mia città mi riempie il cuore d'orgoglio.


Se vi interessa avere qualche dritta per viaggiare con le allergie alimentare cliccate qui.
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giovedì 14 giugno 2018

Ode ai tenerumi

I tenerumi sono le foglie della zucchina lunga che, in realtà, zucchina lunga é una gentile concessione per gli italiani. Si chiama cucuzza in realtà.
La zucchina lunga -cucuzza appunto- è lunga (giustamente) e pelosa, la peluria come quella di un bambino.
I tenerumi sono foglie, dicevo.
Le foglie più buone e più belle che mai furono create.
Con i tenerumi -gioia per il cuore, gli occhi e il palato- si prepara la pasta coi tenerumi, ricetta  estiva perché loro -amati tenerumi- si mangiano (e si trovano) solo in piena estate.
E la pasta con i tenerumi, giustamente, è una minestra. Che va mangiata bollente, sui 90° tipo.
Che è sempre piacevole in una città come Palermo mangiare una minestra bollente ad Agosto, quando fuori ci sono 45°. È una sensazione bellissima, provare per credere.
Poi grondi sudore come manco dopo quattro ore di cardio in palestra, ma vale la pena. Oh, se vale la pena.


Io i tenerumi li aspetto tutto l'anno e quando arrivano mia madre organizza spedizioni sacre delle amate foglie, rigorosamente pulite, lavate e custodite in pratici sacchetti.
Ricordo ancora con tristezza estrema quando il pacco contenente le preziose foglie è arrivato a destinazione svelando l'amara sorpresa: il caldo le aveva fatte marcire.
Penso di non avere mai provato un dolore simile, sentendomi per altro incompresa visto che il marito- quel mostro insensibile senza cuore- dopo anni passati insieme, non riesce a capire cosa ci sia di così bello in quella roba verde.
Persino un cavallo di mio padre aveva colto l'essenza del tenerume: avevano piantato le zucchine lunghe in scuderia, eravamo pieni di tenerumi e zucchine e lui, si chiamava Pinball (si con la n prima della b), aveva aperto -ancora non si sa come- il suo box di notte e, nell'attesa che qualcuno arrivasse, aveva morsicato ogni singola zucchina e ogni singola foglia. Non si era salvato niente. Tutto mangiato. A metà. Stronzo di un cavallo.

La pasta con i tenerumi, dicevo, é una ricetta tipicamente estiva, semplice e gustosa: servono pomodori (quelli a grappolo), tenerumi e pasta, possibilmente spaghetti tagliati.
Se non sono spaghetti tagliati non ci proverei neanche.
Come si fa, a dire il vero, non ne ho la più pallida idea (la mamma mi guida passo passo ogni volta), ma so che mia madre inorridisce guardando me e mio padre che mettiamo il parmigiano sopra la pasta coi tenerumi.
Siamo due contro uno, chi avrà ragione?


Insomma, il tenerume va amato, va atteso tutto l'inverno, va mangiato nonostante il caldo, va osannato, va fotografato, va idolatrato.
Il tenerume é la foglia più bella e buona che ci sia.
E cresce solo a Palermo. In altre città della Sicilia non sanno neanche cosa sia.
Si può provare a comprare i semi della cucuzza -sempre a Palermo-  e pregare affinché crescano rigogliose piantagioni (non se avete cavalli a portata di foglie magari), ma conosco più storie di insuccessi al riguardo che di successi.

Tutto sto pippone per dire che è iniziata l'estate e io ho iniziato a pensare ai tenerumi, ad aspettarli, a fare il conto alla rovescia.
E domani arrivano, qui da me. In quantità tali da sfamarmi per almeno un paio di giorni.

Per maggiori informazioni sul pacco terrone spedito dai genitori terroni leggete questo post.
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giovedì 26 aprile 2018

Palermo è amore (e anche un sacco di altre cose)

Palermo, per me, è amore.
È anche bellezza, cultura, mare, sole, cibo e un sacco di altre cose, ma soprattutto amore.
Palermo è la parte più forte di me e, come ogni parte forte che si rispetti, è quella a cui tengo di più e che solo chi ha occhi per vedere -e non solo per guardare- nota.

A Palermo ci sono nata, ci ho vissuto ventuno lunghissimi anni e ci torno quando posso, non solo perché a Palermo ci vivono i miei genitori, la mia famiglia e gli amici, ma perché mi da energie positive (e, di solito, mi regala qualche chilo in più da accumulare rigorosamente sui fianchi).
A volte la amo e a volte la odio.
È piena di contraddizioni Palermo, una contraddizione dietro l'altra.
E a volte queste contraddizioni mi fanno arrabbiare da morire.
Tante, troppe volte ho desiderato che (la mia) Palermo fosse diversa, che avesse quel qualcosa in più,  non so neanche cosa in realtà. Eppure, come ogni storia d'amore che si rispetti, non riesco ad essere arrabbiata con lei troppo a lungo.

La prima volta che ci ho portato il Marito è stata tanti anni fa e lui non era mai stato in Sicilia.
Stavamo insieme da poco più di un mese e gli avevo detto che io sarei andata e, se voleva, poteva unirsi a me. Tralascerei i problemi di stomaco che si è preso, ma preciso che la colpa è solo la sua perché se mangi quattro chili di pesce e dopo mezzora hai in una mano un cannolo e nell'altra un'arancina e la sera a cena mangi panelle, crocchè, milza, quarume, caldume, sfincione e per concludere il pasto leggere, due fette di cassata, sei l'unico responsabile dei tuoi malanni.
"Ma a te non è successo niente" mi aveva detto quella volta.
"A parte che io non ho mangiato quello che hai mangiato tu, io ho lo stomaco abituato, io mangio arancine da quando avevo cinque mesi".
Ecco, forse proprio cinque mesi no, ma insomma, ci siamo capiti.
Per avere una vaga idea di cosa si mangia a Palermo, leggete qui.
Comunque, il Marito ha amato Palermo da subito, un amore viscerale, profondo tanto che adesso -che dalla sua prima volta sono passati sette anni- non riesce ad immaginare un posto diverso per le vacanze.

Se doveste decidere di visitare Palermo, cosa che andrebbe fatta almeno una volta nella vita, vi do un paio di dritte, considerate però una cosa: due giorni non vi bastano. E non ve ne bastano quattro per vedere tutta la Sicilia, a me manca ancora un pezzo. Un piccolo pezzo, eh, ma comunque mi manca.
E, al di là che ci sono nata, ogni estate dedico almeno un mese all'esplorazione di posti vecchi e nuovi con il marito che ormai si bulla di essere un conoscitore dell'isola livello super sayan.

Se doveste decidere di  visitare Palermo, fatelo in primavera o a all'inizio dell'autunno.
A Palermo fa caldo e girare con 45° o con lo scirocco non è una buona idea.
Se invece doveste decidere di andare per il mare avete sbagliato posto.
No, non che il mare non sia bello, ma per fare una vacanza in una località di mare forse il posto migliore della Sicilia non è una città da quasi un milione di abitanti, soprattutto se nonvi piacciono gli scogli.
Si, abbiamo anche la spiaggia di sabbia a Mondello, tra una cabina e l'altra forse troverete un cm di battigia in cui sdraiarvi. Forse, eh.
Al massimo, se volete stare in una zona vicina al mare, andate a Sferracavallo e godetevi la riserva di Capo Gallo (sempre se vi piacciono gli scogli), se mai dovesse servirvi un posto in cui dormire leggetevi questo post e, se andate, dite che conoscete me. A quel punto vi attaccheranno il telefono in faccia e si fingeranno morti (no, non è vero, giuro).


Affittate una macchina. Lo dico per voi, eh.
Affittate una macchina e muovetevi con quella, Palermo ha viabilità abbastanza semplice, è fatta di parallele e perpendicolari.
Ci sono anche delle micro stradine nel centro storico, ma quelle potete tranquillarmente girarle a piedi. Gustatevela Palermo, respiratele, godetevela. Perché è tanto bella quanto stronza, lei che ha fatto andare via la maggior parte dei suoi figli.
Quei figli che quando tornano si commuovono sempre perché Palermo è un incanto.
È troppo bella per essere vera Palermo. 
Andate a guardarla dall'alto, da Monte Pellegrino.
Perdetevi a guardare il mare. Davvero, eh.

E mangiate, mangiate tanto.

Mangiate come se non esistesse un domani (ma non fate come il marito, una cosa per volta e fate passate un paio d'ore tra un cannolo e un'arancina, mi raccomando).

Palermo vi resterà nel cuore.

Tornerete a casa pensando che è un posto bellissimo e che ne è valsa la pena, quindi andateci almeno una volta nella vita. Fidatevi di me e non ve ne pentirete.

Qualche dritta su cosa vedere la trovate qui, per farvi un'idea dei mercati invece dovete cliccare qua, per farvi un'idea del nostro mare leggete questo.
Se vi interessano le nostre tradizioni leggetevi questi post:
-Santa Lucia.
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sabato 23 dicembre 2017

Natale, a Palermo (quando tutti tornano)

Ogni volta che passo il Natale a Palermo mi viene da chiedermi perché sono andata via.
Il 27 Dicembre saranno dieci anni esatti che non vivo più qui.
Quando sono andata via pensavo che sarei tornata, cosa che non è successa, però piano piano ho visto andare via anche quelli che in prima battuta a Palermo ci erano rimasti.
Gente che credevo sarebbe rimasta per sempre a vivere qui, che forse a vent'anni ho anche criticato perché si ostinavano a restare, ma che poi alla fine ha ceduto ed è andata via.
A Natale, a Palermo, ci sono tutti -o quasi- quelli che qui non vivono più. 
Tutti tornano a Palermo a Natale, chi con il fidanzato o la fidanzata, chi con mogli e mariti, chi con figli. Figli che a Palermo non ci sono nati, ma che hanno un po' di Palermo nel sangue.
È il periodo dell'anno in cui la città è più piena, più ricca, a differenza dell'estate perché ecco d'estate non è detto che si torni a casa -si, per me questa in fondo è casa- e comunque non si torna tutti nello stesso periodo.

Quando sono a Palermo a Natale oltre a chiedermi perché sono andata via, mi sembra quasi di essere sempre stata qui, come se questi dieci anni non fossero mai esistiti.
C'è il panificio dove da tutta la vita la mia famiglia compra il pane che è sempre uguale: il proprietario mi saluta con un "ciao Gilda" che sembra quasi che io sia entrata anche il giorno prima e quello prima ancora. E poi c'è la ragazza -che ormai non è più una ragazza- al banco che mi da il pane senza che le dica cosa voglio. E meno male perché io non ricordo mai cosa comprano i miei genitori.
C'è la mia scuola elementare e quella media, sempre uguali anche loro.
Ci sarebbe anche il liceo che è a 500 metri da casa, ma è in una strada senza uscita e bisogna andarci apposta per vederlo, cosa di cui faccio volentieri a meno.
Ci sono i negozi, molti sono cambiati, ma altri sono punti di riferimento da sempre.
I locali invece no, quelli che frequentavo io hanno chiuso praticamente tutti oppure hanno cambiato nome e quando mi dicono di vederci da qualche parte, io non so mai di che posto si tratti e devo cercarmelo su Google oppure chiedere a mia madre che ha settantanni, ma è informatissima di tutto manco di andasse tutte le sere in quei locali.
Ci sono un sacco di posti che mi ricordano qualcosa: cose che ho fatto, cosa che mi hanno raccontato, cose che sono successe ad altri, ma mi ci ero talmente tanto immedesimata che sembra quasi che le abbia fatte io.

A Natale a Palermo, però, mi sembra di tornare ai tempi in cui tutte le persone della mia età vivevano qui. Cammino per strada e incontro sempre qualcuno perché ecco Palermo non è piccola, ma non è neanche grande e si incontra sempre un sacco di gente (tranne quelli che vuoi incontrare, quelli non li incontri manco se li vai a cercare) che è qui per le feste e allora si, mi sembra di avere diciotto anni.
Mi sembra che questi dieci anni non ci siano mai stati, ma questo l'ho già detto.

E io sono felice quando sono a Palermo per Natale, mi godo i miei genitori che forse molti non si rendono conto della fortuna che hanno a potere vedere mamma e papà quando vogliono.
Io non posso farlo e questa cosa mi fa soffrire molto. e più passa il tempo, più io divento grande e loro invecchiano, più mi dispiace per questa cosa a cui un giorno -lo giuro- troverò una soluzione.
Mi godo il cibo perché se esiste una cosa che mi manca tremendamente durante l'anno  e il cibo palermitano che no, non si trova ovunque. E a me manca perché noi in fondo siamo quello che mangiamo (lo diceva Feurbach, non io) e io sono arancine, panelle, crocchè (qui per saperne di più) e cassata al forno. Sopratutto arancine credo, visto il peso forma.
Mi godo gli amici, quelli di sempre, quelli che anche se non li vedi per mesi sembra sempre che vi siete lasciati il giorno prima. Si, quelli con cui hai fatto un sacco di cazzate che mai racconterò ai miei figli, se mai ne avrò.
Mi godo la mia città addobbata a festa perché Palermo è scintillante a Natale, è quanto di più bello ci sia, anche se forse io dovrei essere un po' arrabbiata con Palermo perché se fosse stata solo un po' diversa adesso non sarebbe orfana di tanti suoi figli. Solo un po', appena un po', quel po' che sarebbe bastato per farci restare tutti -o quasi- qui.








Mi godo il Natale, quel Natale che se non sono a Palermo non è mai davvero Natale perché io un Natale come si deve lontano da qui non so immaginarlo. E questo forse è un limite. O forse no.
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martedì 31 ottobre 2017

La Festa dei Morti a Palermo tra cibo, giocattoli e piedi grattugiati

Quando io ero bambina, a Palermo, si festeggiavano i Morti.
Halloween non esisteva vent'anni fa. O forse è meglio dire che esisteva, ma non in Italia.
Io festeggiavo, appunto, i Morti che detta così magari suona un po' macabra come cosa, ma questo è.
Il tutto ovviamente dopo essermi ripresa dal ricevere gli auguri da parte di chiunque il giorno di Ognissanti perché io, con il mio nome atipico, non avevo un onomastico.
Non che adesso i Morti non si festeggino eh, ma Halloween sta un po' sostituendo le nostre tradizioni.
Posso però assicurarvi che la tradizioni dei Morti a Palermo esistono ancora, magari c'è qualche zucca in mezzo piedi, ma ecco, si continua a festeggiare il 2 Novembre.
Ma come si festeggiano i Morti a Palermo? Che domande: mangiando e ricevendo regali ovviamente.


Mia nonna era vedova, suo marito -nonché mio nonno- era molto giovane quando è morto, io non l'ho mai conosciuto.
Sapevo tante cose di lui, avevo visto foto, filmini, mi avevano raccontato tantissime cose e soprattutto, mio nonno per i Morti mi portava sempre qualcosa.
La tradizione voleva che la notte tra l'1 e il 2 Novembre, i defunti lasciavano un regalo ai bimbi che si erano comportati bene.
A quelli che si erano comportatati male, grattugiavano i piedi. Si, con la grattugia del formaggio, proprio quella.
A me nessuno ha mai grattugiato i piedi, ma ricevevo un sacco di regali.
Il più bello mai ricevuto me lo aveva portato mio nonno ed era una cucina Fisher Price gialla.
Credo che il fatto che fosse gialla -che è il mio colore preferito- fosse un caso.


Con quella cucina ci ho giocato per decenni e quando mia madre l'ha fatta sparire -io avevo vent'anni- ho pianto disperata per l'affronto subito, ma pare che la madre crudele non  si sia pentita di questo gesto sconsiderato neanche per un attimo.
La cucina era super accessoriata: pentole, padelle, piatti, cibo di qualsiasi tipo (compreso l'uovo ad occhio di bue che tanto amavo), tovaglie, presine e via dicendo. A guardare le foto oggi mi pare un po' bruttina, me la ricordavo un po' meno vintage a dire il vero, però l'amavo quella cucina. Oh, se l'amavo, è stata il mio primo grande amore.
Oggi ho il sospetto che i regali che portava il nonno in realtà li comprasse mia nonna, ma non ci sono prove concrete e non posso neanche chiederlo alla diretta interessata, quindi resterò con il dubbio.

Insieme ai giocattoli portati dai defunti, il giorno dei Morti, c'era tanto cibo.  Strano, vero? In fondo lo sanno tutti che in Sicilia non succede mai di mangiare come dei maiali all'ingrasso.
Il cibo del giorno dei Morti non è cibo e basta.
Prima di tutto, ci sono i pupi di zucchero, ovvero dei pupi fatti interamente di zucchero (non l'avrei mai detto, eh?).
Si dice in giro che il giorno dei Morti i dentisti palermitani stappino champagne come se non esistesse un domani in vista dei guadagni dei giorni successivi.
La forma originale è quella del pupo siciliano, ma ne esistono davvero di tutti i tipi. 


Quando ero bambina, il mio preferito era il pupo di zucchero a forma di Topo Gigio, ma credo che oggi non lo facciano più. Immagino esistano pupi di zucchero a forma di Peppa Pig e Masha (si, quella di Masha e Orso che vive in un capanno in mezzo al nulla con un orso saggio).
Fino a due anni fa, mia madre mi mandava un pupo di zucchero per i Morti, poi ha deciso che sono troppo grande per averlo.

Oltre ai pupi di zucchero, si mangia la frutta martorana, ovvero pasta di mandorle a forma di frutta che io non posso mangiare (si, sono allergica) e che in ogni caso non mi è mai piaciuta, però è molto bella da vedere.


Sempre perché a Palermo mangiamo poco, ci sono anche dei biscotti che si mangiano solo ed esclusivamente per i Morti: i tetù e gli ossi dei morti.
Nessuno vi vieta di farli anche in altri periodi dell'anno, ma personalmente non li ho mai visti in giro se non in questo periodo.
I tetù sono biscotti morbidi, ci sono bianchi e neri e sono buoni. In alcune ricette c'è la farina di mandorle, in quelli che mangio io ovviamente non c'è.


Gli ossi dei morti sono biscotti duri, ma talmente tanto duri che io non sono mai riuscita a finirne uno. I dentisti palermitani, come sempre, ringraziano.


E visto che non si può mangiare solo dolce, abbiamo anche il salato: per i Morti si mangia la muffoletta consata: la muffoletta è un tipo di pane, abbastanza morbido, con il sesamo (che io chiamo cimino) sopra che va riempita con sarde salate, caciocavallo, olio e sale. Ed è buona, tanto buona, posso sentire il sapore in bocca in questo momento.


Oltre a ricevere giocattoli e a mangiare (come sempre leggero, i siciliani sono famosi per il cibo leggero d'altronde), il giorno dei Morti si va anche al cimitero.
Mia madre mi ha raccontato che un tempo i bambini andavano a suonare le trombette per i viali dei cimiteri, ma io non ho ricordi al riguardo.
Ricordo però che, quando andavo con nonna e mamma al cimitero, per riuscire ad arrivare fino alla tomba di famiglia ci volevano ore perché ci si fermava a salutare un sacco di persone, a ridere, a scherzare. Si, come se fosse una festa.
E noi palermitani, ebbene si, riusciamo a rendere una festa persino il giorno dei Morti.
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mercoledì 15 marzo 2017

Quelli del sud (che fanno più fatica degli altri ad emigrare)

Qualche tempo fa ho sentito una frase che mi ha colpito parecchio: quelli del sud fanno più fatica degli altri ad emigrare, quindi alla fine preferiscono rimanere a casa loro.
Mi ha colpito questa frase, ma l'ho messa di lato. Ci ho ripensato dopo un po', come mi capita spesso con le cose che mi colpiscono.
Sono nata a Palermo. I miei genitori non sono palermitani: mia madre è di una località turistica a circa 60 km da Palermo, mio padre è veneto. Io sono l'unica palermitana doc della famiglia.
Avevo diciotto anni quando ho iniziato a vedere i miei amici andare via.
Era il 2004, l'anno del diploma, quell'anno l'università aprì i battenti in ritardo rispetto al solito, prolungandoci di fatto le vacanze e dando più tempo, a chi non sapeva cosa fare, di scegliere. Molti scelsero di andare via.
Diversi amici decisero di studiare a Milano, qualcuno a Bologna. Io feci la cosa più semplice del mondo: andai in Viale delle Scienze, a Palermo, e mi iscrissi ai test per due differenti corsi di laurea.
Qualcuno decise di andare a fare il cameriere a Londra. Erano i tempi in cui non esistevano i gruppi su Facebook che ti davano qualche dritta.  Non c'erano neppure gli Smartphone, se per questo.
Qualcuno in casa non aveva il computer, figuriamoci la connessione ad internet. Rari casi, ma c'erano.
Londra, dove ero stata in vacanza, sembrava lontanissima, soprattutto per un diciottenne. Lontana e grigia, così diversa da Palermo.
Tornavano a Pasqua, l'estate e a Natale. In alcuni casi, anche l'1 Maggio.

Sapete, Palermo è una città bellissima. Non è enorme, ma neppure piccola
Quando avevo diciotto anni io c'era ancora il Baretto, erano da poco passati di moda la Sirio (o era il Sirio?) e il Royal -che credo non esista più- e il Paramatta aveva già cambiato nome.
Resisteva il Goa e forse anche il Maneggio.
Ricordo comunque che passavo i sabato pomeriggio al Viale -che aveva un buffet strepitoso per l'aperitivo- e che iniziava a prendere piede la moda dei Candelai.
Si sta bene a Palermo, il sole non manca mai, anche se quando piove ci sono zone che si allagano.
Si mangia bene e si spende poco.
C'è il mare. Ovunque. A vent'anni la condizione di isolana cominciò a starmi stretta, non ricordo neppure perché. Vedevo mare ovunque, ma mi sarebbe bastato girarmi dall'altra parte per vedere la montagna.
C'era poco lavoro anche quando non c'era la crisi, anche se io ricordo che praticamente tutti i genitori dei miei amici -mamme e papà indistintamente- lavoravano. Tutti lavori di un certo tipo per altro.
Oh no, non voglio sminuire nessuna professione. Non lo farei mai. Però, davvero, erano tutti medici, avvocati, insegnanti, biologi, avvocati, architetti. 
Non so cosa sia successo ad un certo punto. Non so quando si è iniziato a non trovare lavoro, non so neppure se sono nata nella parte fortunata della città, quella in cui tutti avevano un lavoro e stavano bene, quella in cui i genitori si potevano permettere di mandare i figli a studiare fuori pagando d'affitto per una stanza quanto a Palermo paghi per un appartamento di 150 mq.
Quello che so è che da Palermo sono andati via (quasi) tutti. 
La mia generazione, quella nata negli anni '80, a Palermo manca.
Quelli che erano andati a studiare a Milano, ci sono rimasti.
Quelli che erano andati a fare i camerieri a Londra, adesso sono top manager di ristoranti chic.
Quelli che erano rimasti a studiare a Palermo, gli studi li hanno finiti da un'altra parte.
Quelli che gli studi li avevano finiti a Palermo, il lavoro lo hanno trovato altrove.
Quelli che il lavoro lo avevano trovato a Palermo, ad un certo punto hanno deciso di seguire il fidanzato o la fidanzata di sempre altrove. Magari a Palermo ci sono tornati a sposarsi.
Quando torno a casa, se non è Natale o il mese di Agosto, non ho praticamente nessuno con cui andare a bere un caffè, fatta eccezione per quei quattro o cinque irriducibili che a Palermo ci sono rimasti, attaccandosi con le unghie e con i denti a quella città così speciale.
Conosco anche qualcuno che a Palermo ci è tornato: mi viene in mente Caterina che ha abitato a lungo a Milano e poi, con cane al seguito, se n'è tornata lì, prima dai suoi genitori e infine si è trovata un appartamento tutto suo.
Tutte le volte che vado a Palermo, mi metto seduta per terra in balcone e guardo il mondo attraverso la ringhiera. Se giro la testa a destra vedo Monte Pellegrino, se la giro a sinistra vedo Mondello.


A volte ci penso. Ci penso sul serio.
Penso a tutte quelle persone che sono passate dalla mia vita: compagni di scuola, di università, amici di amici, cugini di amici.
Penso a quanta gente ho conosciuto, al fatto che uscire il sabato sera equivaleva a fermarsi a salutare decine e decine di persone.
Adesso non conosco praticamente più nessuno, quando esco spesso incontro persone che frequentavo un decennio fa e non mi salutano perché non mi riconoscono neppure. Poi magari si fermano a parlare con qualcuno che è lì con me e mi dicono: "Ah ma sei tu? Non ti avevo riconosciuto! Ma sei a Palermo?"
Tante volte mi sono trattenuta dal rispondere: "Se mi vedi qui, probabilmente si, sono a Palermo".
Penso spesso che c'è gente che non incontrerò, che in quel momento è chissà in quale parte del mondo. Persone che probabilmente non vedrò più e che magari, per anni, ho visto tutti i giorni.
Gente che se n'è andata per realizzarsi, per cercare qualcosa di meglio o semplicemente perché non si è girata a guardare la montagna quando il mare gli stava stretto.

E io non lo so mica se è vero quello che mi hanno detto ovvero che noi del sud facciamo fatica ad emigrare e preferiamo restarcene a casa nostra. Forse soffriamo più di altri, ma se c'è da andare via, ce ne andiamo in cerca di un futuro migliore, ma la verità è che ci sarebbe voluto più coraggio a restare e in tanti non lo abbiamo avuto.
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martedì 13 dicembre 2016

A Palermo, Santa Lucia porta le arancine

La leggenda narra che qualche secolo fa, in Sicilia, ci fu un grande carestia.
Praticamente  morivano tutti di fame.
Un giorno, la popolazione ebbe un'idea brillante: chiedere a Santa Lucia di fare il miracolo.
"Senti Santa Lucia, tu che sei tanto buona e cara, potresti gentilmente farci avere qualcosa da mangiare?".
Santa Lucia, che appunto è buona e cara, mandò una nave carica carica di frumento. Il grano, per intenderci. Quello con cui si fa la pasta e il pane.
Non è ben chiaro dove sia arrivata questa nave, c'è chi dice a Palermo, c'è chi dice a Siracusa.
Io, siccome sono palermitana e comunque la strada via mare per Siracusa mi sembra un pò più arzigogolata, preferisco pensare che la nave sia arrivata da noi.
Da dove veniva questa nave, chi era il comandante e altri dettagli logistici, non è dato sapere.
Comunque, resta il fatto che la popolazione si moriva di fame e arrivò il grano.
Quando non mangi da tanto tempo, non è che ti metti a impastare, far lievitare, cuocere e perdere tempo, quindi gli affamati decisero di bollire il grano, condirlo con un pò d'olio e mangiarlo così.
Questo grano bollito prese il nome di cuccìa.


Con il tempo, è diventato un dolce. Altro che grano bollito e condito con l'olio.
Il grano si fa ancora bollire, ma si "condisce" con crema di ricotta (di pecora e il primo che dice che la ricotta di mucca è magra e buona lo insulto personalmente) o crema di cioccolata.
Io ho passato buona parte della mia adolescenza a mangiare la cuccìa scartando il grano, finchè la mia saggia nonna non propose di evitare questo scempio dandomi da mangiare solo la crema di ricotta. Senza il grano.
Al giorno d'oggi, per tradizione, non si mangiano farinacei il giorno di Santa Lucia, banditi pane e pasta. Si mangia il riso o al massimo legumi e verdure.
Siamo tutti d'accordo che il riso bollito si mangia solo in ospedale o in caso di intossicazione alimentare e vomito frequente, vero?
Quindi i palermitani si sono attrezzati e hanno stabilito che il giorno di Santa Lucia si mangiano le arancine. Solo quelle. Accarne o abburro.
Un tempo i panifici erano tutti chiusi il 13 Dicembre, se si voleva mangiare si andava in friggitoria, al bar, in rosticceria e si compravano giusto quelle otto/dieci arancine a persona.
Adesso i panifici sono aperti e comunque vendono solo arancine.
No davvero, non scherzo. Ovunque si entri, arancine ovunque che sono leggere, tonde, armoniose, belle e profumate.
C'è anche chi le fa a casa le arancine, io sono tra questi ultimi, almeno da quando non abito più a Palermo.
La ricetta non ve la so dire perchè le arancine si fanno a occhio. Riso non bollito, ma risottato (esiste la parola risottato?), bello compatto, che si riempie di besciamella, mozzarella o formaggio, prosciutto (ma qualcuno ci mette anche la pancetta) oppure di ragù che per i palermitani è rigorosamente con i piselli. Dopodichè si fa una bella palla, si passa nella farina (ma non erano banditi i farinacei?), poi nell' uovo sbattuto e infine nella mollica (che i continentali chiamano pangrattato). Poi si frigge.
A me comunque le arancine con il ragù, che poi sarebbero quelle accarne non sono mai piaciute.
L'olio deve essere bollente, in assenza di friggitrice, si può usare anche una bella pentola riempita d'olio. Alla faccia della carestia, si usano tanti di quei litri d'olio che basterebbero per condire quel mezzo miliardo di insalate nel mondo.




Tecnicamente, per controllare che l'olio sia ben caldo bisognerebbe sputarci dentro. Io non lo faccio, ma tanto a quelle temperature che volete che sia?
Molti mettono in tavola anche il gattò di patate -che non è gatto a forno con le patate- oppure panelle e crocchè.
Palermo profuma di fritto il 13 Dicembre. Ovunque vai, senti aleggiare nell'aria quel meraviglioso profumo di frittura croccante.
Vi starete chiedendo perchè non mangiamo arancine anche il resto dell'anno visto che le abbiamo sempre, giusto?
Le mangiamo, le mangiamo. Poi adesso esistono un mezzo milione di gusti: al salmone, con la caponata, salsiccia e funghi e qualsiasi altro ripieno vi venga in mente.
Però, il 13 Dicembre si possono mangiare solo quelle. Otto/dieci a persona, come dicevo prima.
Noi palermitani abbiamo lo stomaco forte -tutti tranne me probabilmente- e possiamo mangiare tutte quelle arancine una in fila all'altra senza morire.
Per tutti gli altri non abituati, io non lo consiglio.
Molti chiamano il giorno di Santa Lucia, Arancina Day. A me questo nome sa di tascio (non provate a tradurlo con coatto perchè non rende a pieno l'idea, un tascio è un tascio).

E quindi, insomma: al nord Santa Lucia porta i regali con l'asinello.
A noi palermitani che vogliamo morire grassi e con il colesterolo alto, porta le arancine. In grandi quantità che poi pare brutto mangiare poco.


Le foto del post sono di Ina Ingrassia.

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mercoledì 7 settembre 2016

Palermo odi et amo

Trentottesimo giorno di vacanza a Palermo.

L'ultima volta che sono stata a Palermo per trentotto giorni consecutivi probabilmente era sette anni fa, forse di più. 
Fatemelo dire, ci sono cose che sto amando e cose che sto odiando che quasi quasi mi sembra di essere bipolare.

Amo la bellezza di questa città, che ho trovato molto più curata rispetto al passato.
È luminosa, pulita, mi fa scendere la lacrimuccia.
Palermitani che qui ci vivete, non insultatemi tirando fuori il tram, ora ci arrivo.

Odio i cantieri del tram, anzi odio i depositi di materiale del cantiere del tram che ora, ditemi voi come si fa a creare un deposito di un cantiere a Piazza Politeama.
Io lo capisco che anche i nostri vecchietti devono stare al passo con quelli nordici e seguire per bene i lavori sin dall'alba, ma anche no.

Amo il cibo e l'attenzione che i ristoratori riservano a chi ha problemi di allergie: tutti disponibili e gentili, mai avuto un problema. E si che sono ingrassata di 5 kg in trentotto giorni, quindi ho mangiato. Tanto.

Odio la guida a pene di segugio.
No a Roma non è meglio, i romani di nascita e di adozione sono incazzati neri alla guida, ma qui è peggio. 
Ogni volta che devo attraversare la strada dico due Padre Nostro e tre Ave Maria e mi butto.

Amo il modo in cui stanno valorizzando Mondello e l'Addaura con lidi e strutture che fino a dieci anni fa erano impensabili.
Amo le iniziative culturali che ci sono, una più interessante dell'altra.


Odio molti miei coetanei che pensano di avere ancora sedici anni ed escono per andare a vedere chi c'è nel locale che va di moda e che ancora vanno dietro all'organizzatore di turno piuttosto che cercare un posto tranquillo dove scambiare quattro chiacchiere.
Un posto vale l'altro, è la compagnia che conta.
Anche se capisco che la mia compagnia magari non è delle migliori.


Amo l'entusiasmo delle persone che è contagioso. 
Amo entrare in un negozio e trovare gente che ti sorride, che ti saluta chiamandoti per nome, che si ricorda di te.

Odio il troppo cemento, sono state tolte centinaia e centinaia di alberi e, Parco della Favorita a parte, noi siamo stati costretti a fare lo slalom tra le macchine parcheggiate sul marciapiede alla ricerca disperata di un pezzetto d'erba dove fare la cacca. Pezzetto d'erba che, almeno nella nostra zona, non abbiamo trovato.
La cacca sul pezzetto d'erba, per onore di cronaca, non sono io a farla, ma il cane. E si, dopo la raccogliamo con le nostre bustine super fighe viola o fuxia.

Amo l'attenzione alle tradizioni: la Santuzza è sempre nella top five delle cose importanti a Palermo e viene celebrata come merita.
La preparazione all' Acchianata mi ha commossa, è sempre meraviglioso.
Anche l' Acchianata in se probabilmente mi commuoverebbe, ma non ho il coraggio di farla.


Odio i vicini di casa dei miei genitori che m vedono tre volte l'anno e puntualmente mi chiedono a chi appartengo.
Da quando ho cominciato a rispondere:" E lei a chi appartiene?"  visto che manco io conosco loro, mi guardano storto.
Credo che riuscirò a farmene una ragione.

Amo il trovare cibo a qualsiasi ora, di qualsiasi tipo, in qualsiasi parte della città.
Amo il fatto che, comunque, da qualsiasi parte della città, ci si arriva in pochissimo.
Amo quando soffia dal mare.


Odio che questa città, a Settembre si svuota perchè tutti i palermitani se ne tornano a casa perchè casa non è più questa città. Spesso non può esserlo e questo non è giusto.
Odio il fatto che non riusciamo a trovare il modo per evitare che tutti se ne vadano.
Lo odio proprio.



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martedì 16 agosto 2016

"Ti hanno inventato il mare"

Qualche tempo fa, una persona mi ha detto che non gli piace il mare.
Io devo aver fatto una faccia strana -faccio davvero fatica a mascherare le cose- e questa persona mi ha detto che, essendo isolana, probabilmente non avrei mai davvero compreso chi dice di non amare il mare.
Quando ero bambina, pensavo che tutte le città avessero il mare, denotando sin da piccolissima non solo una scarsa attitudine per la geografia che mi accompagna ancora adesso.
Ho imparato a nuotare prima che a camminare.
Ho imparato a rispettare il mare che è tanto bello, ma sa essere anche tanto cattivo.
Ho imparato a guardare il mare e a perdermi nel suo blu.








Tutte le foto sono scattate a Palermo.

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sabato 6 agosto 2016

Essere terroni d'estate

Agosto. Caldo. Molto caldo.
Appartengo alla generazione di quelli che al sud il lavoro non l'hanno praticamente manco cercato -tanto non lo avremmo trovato- e, in gran parte, manco ci hanno studiato.
Lavoro e studio dalla capitale in su, al sud solo per le vacanze. 
Sono arrivata a Palermo il primo Agosto, a bordo di un volo RyanAir un po' troppo affollato, un bambino che prendeva a calci il mio sedile e sua sorella che prendeva a calci il sedile del mio vicino.
L'aeroporto di Punta Raisi completamente ristrutturato e uno scirocco spaventoso.
La strada che dall'aeroporto porta fino in città è un'autostrada a due corsie. Non si paga, niente caselli e Telepass. A sinistra il mare, a destra la montagna.
Con l'occhio critico di una trentenne anche qualche casa abusiva che, grazie al condono, adesso è perfettamente in regola e che sta lì da quando ho memoria.

Fame. Mi si apre lo stomaco quando arrivo a Palermo, una fame selettiva dico io perché sono interessati solo una serie di cibi che, negli anni, ho imparato a non dare troppo per scontati..
Tenerumi come se piovesse, cotti, crudi. Foto di rito al pentolone pieno di pasta coi tenerumi freschi freschi che io capisco che fare le foto al cibo è da poveri, ma i tenerumi una foto se la meritano sempre. Esistono per essere prima fotografati e poi mangiati, te lo dice proprio il venditore di tenerumi che non so come si chiama, ma sicuramente ha un nome.


Brioche col gelato. Un'enorme brioche col gelato. Mangio il gelato solo per mangiare la brioche, io di solito durante l'anno al gelato non ci penso mai.

Foto alla brioche col gelato. Commenti del padre polentone che ancora, dopo più di cinquant'anni a Palermo, si chiede come si fa a mangiare il pane col gelato.
Non è pane, è brioche. Il pane è solo di rimacino
Mia madre, prima di venirmi a prendere in aeroporto, è passata al panificio. Non un panificio qualunque, ma quello di Francesco che io, se il pane non è di Francesco, non lo mangio.
Io mi ricordo suo padre e lui si ricorda di me bambina.
Comunque, dicevo: mia madre prima di venirmi a prendere è andata da Francesco.
"Quattro bocconcini, due di rimacino"
"È arrivata Gilda?" ha chiesto Francesco.
"Si, è arrivata"
Il giorno dopo sono andata a salutare Francesco e ho appiccicato le mie manine al bancone.
"Stai guardando il gelo? Quello non lo puoi mangiare, ci sono i pistacchi, però puoi prendere la crostatina se vuoi il gelo"
"Crostatina al gelo, aggiudicato"
Io il gelo di mellone lo saprei anche fare, ma lo mangio solo a Palermo e non di certo fatto da me visto che togliere i semi dall'anguria é un lavoro sfiancante.

E poi alle 9 del mattino -tutti i giorni, tranne il sabato e la domenica- si va al mare. Che io lo so che voi sapete che faccio una fatica boia a svegliarmi presto la mattina, ma al mare ci si va la mattina che è l'unico momento in cui il sole non mi schiva.
Lavare faccia, denti, mettere costume, trasferirsi a dormire al mare. Svegliarsi, fare il bagno, rimettersi a dormire. Svegliarsi, salire a casa a pranzo che a me appollaiata sugli scogli, sotto al sole cocente,  mi si chiude lo stomaco e poi, nel caso, tornare il pomeriggio dopo aver cambiato il costume che non sia mai sedersi a tavola con il costume bagnato addosso.
Il sabato e la domenica non si va al mare perché c'è confusione, si va al villino o in barca. 
Tutti hanno un villino o una barca.
Tranne la sottoscritta, ma questo è secondario visto che, nonostante la mia nota antipatia, ho tanti amici.
Che poi diciamo le cose come stanno: io a Palermo dormo talmente bene che non ho bisogno di dormire almeno dodici ore a notte.
Tre ore di sonno e sono completamente ricaricata che, davvero, manco a quattro anni dormivo così poco.
E vuoi mettere che ci sono gli zii e i cugini? Bisogna capire che tutta la mia famiglia abita nel raggio di due km e io da mia cugina ci potrei andare pure a piedi. Potrei, ma non lo faccio che qua se non si parcheggia  la macchina a 3 metri dalla meta, tanto valeva lasciarla a casa.

E sempre lei la fame atavica: prima di dormire non si può non mangiare un pezzo di rosticceria. O un cornetto con la ricotta di pecora che si può ancora sentire il beeee della pecorella.

E la mamma che ti rifà il letto che "figlia, tu non sei capace di fare il letto come si deve". 
E -sempre secondo mia madre- non so nemmeno lavare i piatti, fare il bucato, piegare le mutande. 
E, quindi come tutti i terroni, d' estate torno a fare la figlia.
Figlia di sette anni da compiere, ovviamente.


Nb. A Roma, se mi ricordo di comprarlo, mangio anche il pane del discount.
Vado al mare e non mi porto dietro il costume di ricambio.
Faccio il letto ogni mattina.
Lavo i panni, li stendo e -talvolta- li stiro anche.
Non lavo i piatti, quello mai.

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lunedì 21 dicembre 2015

Il cenone della Vigilia e il pranzo di Natale a Palermo

Il primo Natale da fidanzati -ormai qualche Natale fa- eravamo a Roma.
Io ero disperata -"voglio il brociolone di mamma, è un mio diritto averlo"- ma non si poteva fare altrimenti.
E quindi, finì che il cenone della Vigilia consisteva  in una portata -durata della cena: venti minuti- e il pranzo di Natale consisteva in due portate, 80 grammi di primo a testa e poco secondo che i grassi saturi, si sa, fanno male.
C***o sono i grassi saturi?
Io da brava invitata ho mangiato, ringraziato, sono tornata a casa e ho detto mai più.

L' anno dopo portai Fidanzato a Palermo e fu così che venne sancito che, nei secoli dei secoli, finchè morte -o una bionda alta 1,90 com una quinta di seno- non ci separerà, il Natale si passerà a Palermo. Anche Santa Lucia, Santo Stefano, Capodanno e l' Epifania, se possibile.
Fidanzato non era preparato psicologicamente al Natale siculo, non era nemmeno abituato a festeggiare sia la vigilia che il giorno di Natale, ma noi l'abbiamo tranquillizzato, gli abbiamo spiegato che qui Babbo Natale porta in ogni casa una fornitura annuale di Malox e Biochetasi e che doveva stare sereno. Pensiamo a tutto noi.


Io ho il padre veneto e, di conseguenza, anche due zie venete, quindi il cenone della vigilia è rigorosamente veneto. Veneto sicilianizzato perché se è vero che altrove ci sono due micro portate e poi tutti a casa, da noi no. Si mangia. Per ore. Giorni. 
Si comincia con una ventina di antipasti vari che cambiano ogni anno. Ed è stata dura spiegare al Fidanzato che no, non è l'intero cenone, ma solo gli antipasti. 
Poi ci sono i tortellini in brodo, di solito tre piatti a testa più pesca direttamente dalla pentola nel dopo cena con mia zia che insegue i piccoli di casa chiedendo per riscaldare sti benedetti tortellini. Alle due di notte.
Comunque. Poi c'è la faraona, il cappone, l'arrosto di vitello e il maialino al vino, accompagnati dalla peverada che è una specie di contorno a base di fegatini di pollo. FEGATINI DI POLLO PER CONTORNO, avete capito benissimo. E le patate. E l'insalata. E il baccalà. E i cardi in pastella. 
E poi il panettone. E il pandoro. Riempito con la crema di mascarpone. E il tiramisù, che voi non lo sapete ma il tiramisù è un dolce veneto e qui si passano le tre settimane precedenti al Natale a cercare il mascarpone fresco che a Palermo -per onor di cronaca- non esiste.
E la cassata, sia classica che a forno.
E i cannoli. Che Natale è senza cannoli?
E le noci, i bagigi, le mandorle. Io sono allergica a tutte queste cose, quindi devono scegliere -Fidanzato compreso- se mangiare la frutta secca o stare vicino a me. Scelgono sempre la frutta secca.
E il torrone.
E poi ancora tortellini.  Torrone inzuppato nel brodo dei tortellini.
Caffè, ammazzacaffè, vodka alla menta.
Niente domande sulla vodka alla menta, grazie.
Il cenone finisce di solito intorno alle 3 di notte. Tanti cari saluti e ci vediamo domani. Intorno alle 14, non prima che almeno ci viene fame.
 Fidanzato, la prima volta, ha pensato che, a quel punto, il giorno dopo brodino o, al massimo, latte e biscotti.
E difatti il menù del giorno di Natale prevede antipasti a mai finire: tartine, salmone, cocktail di gamberi, salsiccia secca, formaggi, salumi, una renna intera.
Anelletti al forno e lasagne che -sempre per onor di cronaca- fa la sottoscritta.
Salsiccia e carne al sugo.
Brociolone ripieno. Molto ripieno. C'è più ripieno che carne.
Cotolette. Che magari a qualcuno non piace l'altra carne.
Calamari affogati.
Funghi a cotoletta, che tanto a che si frigge la carne tanto vale friggere qualche altra cosa.
Patate.
Broccoli. Che sarebbe quello che voi  chiamate cavolfiore, visto che quelli che voi chiamate broccoli, noi li chiamiamo sparacelli.
Insalata.
Chi c***o la mangia l'insalata a Natale non si sa.
Pandoro. Panettone. Tiramisù. Cassata. Cassata al forno. Crostata.
Noci. Bagigi. Mandorle. Torrone.
Torrone bianco, nero, al pistacchio, al limone, all'arancia, in salsa di renna.
Caffè, ammazzacaffè, vodka alla menta.
Ore 19: fine del pranzo.
Ore 20: mio cugino grande chiede uno spuntino. "Zia, ho fame". Gli altri venti commensali si accodano allo spuntino. Si ricomincia a mangiare.
Biochetasi.
Quest'anno c'è una novità: sono stati invertiti i giorni. Vigilia a casa dei miei, Natale a casa degli zii.
Mia madre ha commentato il cambio affermando:"Così abbiamo più tempo e possiamo cucinare qualcosa in più".
Mia zia ha detto che quest'anno avrebbe cucinato un po' meno. Aveva stilato un menù con due portate in meno rispetto al solito. Poi, ogni giorno, ha chiamato per dire che aggiungeva roba e, alla fine, ci sono dieci portate in più rispetto al normale.
Io ho deciso che, ai dolci, quest'anno si sarebbe aggiunta la zuppa inglese. Ho girato tutta Palermo per trovare l'Alchermes e finalmente una sera sono tornata a casa esibendo il mio trofeo, ovvero la bottiglia di Alchermes che tutti conoscevano, ma nessuno aveva e che mia madre voleva sostituire con il Marsala.
Io avevo anche proposto l'after: mangiamo dalle 20,00 del 24 alle 20,00 del 25 e vediamo che succede: mi hanno risposto proprio "E per la colazione come facciamo?"

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