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lunedì 9 marzo 2015

Le stanze buie di Francesca Diotallevi

Titolo: Le stanze buie
Autore: Francesca Diotallevi
Editore: Mursia
Pagine: 400
Prezzo: €22,00
Valutazione:

Trama
Torino 1864. Un impeccabile maggiordomo di città viene catapultato nelle Langhe: per volere testamentario di un lontano zio, suo protettore, dovrà occuparsi della servitù nella villa dei conti Flores. Il protagonista si scontra così con il mondo provinciale, completamente diverso da quello dorato e sfavillante dell'alta società torinese, e con le abitudini dei nuovi padroni e dei loro dipendenti. Nella casa ci sono un conte burbero, una donna eccentrica e anti-conformista, ma anche sola e infelice, un cameriere dalla doppia faccia e una vecchia che sa molte cose, ma soprattutto c'è una stanza chiusa da anni nella quale non si può assolutamente entrare. A partire da questo e da altri misteri il maggiordomo si troverà, suo malgrado, a scavare nel passato della famiglia per scoprire segreti inconfessati celati da molto tempo e destinati a cambiare per sempre la sua vita.




Qualche mese fa Andrea, blogger de Le mele del silenzio, ha chiesto ad alcune blogger di partecipare al compleanno del meleto parlando di quei libri che più abbiamo amato. La scelta non era per niente facile: se si ama leggere, i libri amati sfiorano l'infinito o quasi. Dopo mille tentennamenti ho deciso di scegliere un libro recentissimo verso il quale mi sono ritrovata a provare stima, affetto, rispetto, amore, nostalgia e sì, un po' anche di adorazione. Un libro che mi ha fatto venire voglia di parlarne a chiunque, di consigliarlo continuamente, di pubblicizzarlo quasi l'avessi scritto io.
E visto che si tratta di un libro a me caro, ho pensato di riportare quella recensione anche qui su Cuore d'inchiostro, che ci tengo a mostrare le cose belle!

Da quando ho letto Le stanze buie, ho questa costante voglia di riprenderlo in mano e rileggerlo.
Ho voglia di ascoltare quella scrittura che non si può che definire elegante e di classe, ho voglia di alzare lo sguardo dalle pagine e ritrovarmi immersa in un'atmosfera passata pregna di segreti, di ambiguità, di forti tensioni. Voglio entrare nelle stanze in cui non è concesso di entrare. E arrivare alla fine del libro per poi magari ricominciare a riviverlo, ancora una volta. E ancora, e ancora.
Accomodiamoci insieme ne Le stanze buie di Francesca Diotallevi.
L'autrice è un'esordiente, ma per lei non servirà nessuna frase di circostanza sul - che so - perdonarle certe imperfezioni perché è alle prime armi o aspettarci sicuramente di meglio la prossima volta, ecc. ecc. Qui non ci sono prime armi: Francesca sfodera fin dal primo momento l'artiglieria pesante e lo fa con maestria. Non c'è immaturità né incertezza: l'autrice è sicura, la sua scrittura è musica, l'ambientazione del romanzo è impeccabile, i personaggi sono vivi. E sono tentata, sì, di parlarvi anche della trama, ma al contempo vorrei sedere qui e lasciare che i tasti parlassero solo per complimenti, che mostrassero la mia soddisfazione nel voltare pagina dopo pagina, che urlassero la bravura di una scrittrice giovane (giovane!) che non decide di seguire le facili e banali mode del momento. La sua è una storia immersa in un tempo fuori dal nostro tempo che non fa che renderla eternamente valida, eternamente impeccabile.
Forse ormai i tasti hanno fatto il loro dovere e il messaggio è giunto: Le stanze buie è un romanzo che ha valore.
Vittorio Fubini, il maggiordomo protagonista della storia, è un personaggio degno di un Neri Pozza. Chi mi conosce sa quanto io stimi la casa editrice in questione e ponga le sue pubblicazioni sempre un gradino al di sopra di tutte le altre: ecco, Vittorio Fubini in casa Neri Pozza ci starebbe alla grande. Un maggiordomo che ci ricorda Carson (per gli amanti di Downton Abbey) per il suo rigore e per la sua abnegazione al lavoro e ci ricorda Mr Stevens (per i lettori di Ishiguro) per la sua freddezza e apparente estraneità ai sentimenti e alle cose del mondo. Un protagonista anziano, un io narrante che vive nella seconda metà dell'800 e che sicuramente poco ha a che spartire con una giovane ragazza come la Diotallevi, che invece è capace di farlo parlare e agire in maniera più che credibile. Lo seguiremo nelle sue mansioni presso la nuova casa dove ha preso servizio, ben presto immerso nelle tensioni e ambiguità dei suoi nuovi datori di lavoro. E in un amore che mai avrebbe previsto nella sua vita.
La storia si prende tutto il tempo che le serve: non è dato modo di confondersi o di ignorare qualche dettaglio. Francesca è scrupolosa e puntuale: mostra di saper gestire la narrazione senza lasciare nessun interrogativo sospeso. E mentre scrive, infarcisce, forse inconsapevolmente, la narrazione di echi. Echi che noi lettori avvertiamo da lontano, sentiamo risuonare quando ormai stanno per scomparire. E da quegli echi capiamo, sentiamo, che la scrittrice è prima di tutto una lettrice, e come lettrice ha amato le sorelle Bronte, ha adorato Ishiguro, ha divorato Henry James... e di tutte le sue letture ne ha fatto tesoro. Un tesoro che poi ha regalato a noi. Un regalo del genere non si può che accettarlo e apprezzarlo. Un romanzo del genere va comprato, prestato, rubato. Leggete Le stanze buie e poi non fermatevi lì. Prestatelo ai familiari. Parlatene agli amici. Se siete editori contattate la Diotallevi e assicuratevi i suoi romanzi per la vita. Se avete una casa cinematografica fatene un film. Se avete una casa discografica, trasformatelo in musica (io lo metterei nelle mani e nella voce di Florence & the Machine). Se avete un castello o una casa nelle Langhe, organizzate un tour in stile Le stanze buie. Insomma, vivetela questa meravigliosa storia, che ne vale la pena!

domenica 8 giugno 2014

Ho rubato la pioggia di Elisa Ruotolo

Titolo: Ho rubato la pioggia
Autore: Elisa Ruotolo
Editore: Nottetempo
Pagine: 164
Prezzo: €14,00
Valutazione:

Trama
Ho rubato la pioggia è l’affresco di una provincia campana superstiziosa, una terra di mestieri inverosimili da tempi immemorabili. Il ragazzino di “Guardami” abita con il padre e con Silvia, una ragazza che vive pulendo le case degli altri. Cesare, l’amico di famiglia che non sa parlare, si innamora di lei ma non riesce a dirlo. In “Io sono Molto Leggenda” il figlio dell’allenatore di una squadra sempre perdente entra al posto del centravanti e la squadra vince. Un grande club lo seleziona, ma tra i campi di serie A il ragazzo si perde. “Il bambino è tornato a casa” racconta di due sorelle, che preparano conserve e sognano con le telenovelas, e di Matteo, un bambino che scompare e forse un giorno ritorna. Le storie della Ruotolo costruiscono un mondo con tranquilla ineluttabilità, e poi lo sospendono a quei piccoli scarti della vita che somigliano al destino.

Cominciava a salirmi dentro l'arroganza che sarà pure giusto abbiano in petto le leggende, e prima di dormire giurai baciando mille crocifissi che avrei tenuto duro e che, oh, mica c'era da scherzarci tanto con me. Perché potevo pure non sapere che erano 'sti alamari ma non mi levava un punto, pensai tirando le coperte da sotto il materasso senza curarmi del freddo. Perché io ero Molto Leggenda.

Attendo con ansia la comunicazione della cinquina al Premio Strega.
Dei dodici candidati in realtà ne ho letti solo due e mezzo, perciò diciamo che il mio tifo non deriva da una valutazione attenta di tutti i romanzi in gara. No. Due ne ho letti, uno ce l'ho in lettura. E anche se non sono neanche alla metà di quest'ultimo, ecco, io vorrei fosse lui a poter indossare la fascetta di Vincitore Premio Strega 2014. Ovvio che quindi vorrei che tra qualche giorno passasse tra i cinque. (ma poi, dico io, devo andarmi a innamorare proprio di un romanzo di una piccola casa editrice, una di quelle che raramente vincono al premio strega? ma uff).
Che c'entra tutto ciò con la recensione a questo romanzo?
C'entra che ho letto Ho rubato la pioggia e mi sono follemente innamorata del modo di scrivere di Elisa Ruotolo, candidata allo Strega non con questo ma con Ovunque Proteggici (piccola interruzione: ma quanto son belli sti due titoli? Pura poesia). 
Comunque.
Ho rubato la pioggia è una raccolta di soli tre racconti, il cui tratto distintivo è la scrittura divina dell'autrice. Mentalmente, a fine lettura, ho fatto un inchino alla Ruotolo, al libro e ai suoi personaggi: se lo meritavano tutti. A quel punto ho deciso che Elisa Ruotolo è un fenomeno (la tentazione era scrivere il mio fenomeno, perché quando mi innamoro divento un po' possessiva...) e ho creduto in Ovunque proteggici prima ancora di iniziare a leggerlo (cosa che sto facendo in questi giorni e wow. Grandiosa 'sta donna).
Chiacchiere su chiacchiere su chiacchiere e ancora non ho iniziato a spiegarvi perché siete obbligati ad amare Ho rubato la pioggia.
Perché questo libro è poesia. Sentite la poesia che attraversa le sue pagine fin dal titolo e dalla meravigliosa copertina. Ho smesso di innamorarmi delle copertine da tempo ormai: mi basta uno sfondo bianco e un titolo nero e già sono felice. Ma qui l'immagine è poesia che si sposa col titolo e pure col contenuto: un piccolo capolavoro. 
Nei tre racconti incontrerete personaggi particolari, personaggi che vogliono sfidare il mondo, provando a essere o a fare qualcosa cui non sembra siano destinati. Personaggi che riescono a vivere e a sopravvivere finché restano nel guscio della loro casa, del loro paese: una volta fuori, il mondo se li mangia. 
Conoscerete Molto leggenda, un ragazzino cui l'attributo di leggenda non basta quando è sul campo di calcio, ma che resterà tale solo nei confini del suo campetto; conoscerete Irene e Bianca, due sorelle zitelle, alle prese con le loro conserve zeppe di peperoncino e con le loro attenzioni a una cognata che ha perso figlio, scomparso misteriosamente, e marito, che l'ha abbandonata, e che sta provando comunque a vivere la sua vita; e infine vi imbatterete in Silvia, una ragazza che fa per lavoro le pulizie di casa e a un certo punto si installa a casa di un padre e un figlio, e Cesare, vecchio amico di famiglia balbuziente che si innamorerà di lei.
Storie di quotidianità rese eccezionali dalla penna della Ruotolo, che fa in modo che i personaggi sfilino davanti ai nostri occhi in carne e ossa, facendoceli conoscere e riconoscere. I suoi personaggi diventano vivi, reali: sono veri. Vorrei stare qui ore a parlare di ognuno di loro, della loro profondità, che vien fuori anche se le pagine a disposizione sono poche, della loro credibilità. 
E vorrei stare qui non ore ma giorni a dirvi quanto l'autrice si prenda cura di noi, di tutti i suoi lettori. Dietro le sue pagine si sente che c'è un grande lavoro, sembra quasi di star leggendo un libro scritto tanti anni fa. Un libro che non si fa influenzare dalle mode o dalle necessità del momento, né nella forma né nei contenuti. Quando questo accade, io - da lettrice - non posso che essere riconoscente a chi non si è limitato a buttare giù le frasi come le vengono ma le ha prese, le ha misurate, le ha pesate, le ha cesellate, le ha strofinate e poi lucidate fino a farne uscire qualcosa di spettacolare.
Ho letto che rubare la pioggia vuol dire agire senza ricavarne nulla di concreto, senza averne guadagno. 
Ecco, smettiamola di rubare la pioggia: leggiamo questo libro, leggiamo Elisa Ruotolo. 


sabato 7 giugno 2014

Le giocatrici di Marilena Lucente

Titolo: Le giocatrici
Autore: Marilena Lucente
Editore: Spartaco
Pagine: 160
Prezzo: €10,00
Isbn: 9788896350393

Valutazione:

Trama
Teresa è una scommessa persa: per pagare un debito di gioco, suo padre l’ha fatta sposare con Perzechella, uomo freddo e calcolatore che vince a carte, stravince al Lotto e nasconde i soldi nella fodera del suo paltò. È la fine degli anni Settanta: una quaterna secca sognata, non giocata ma estratta, scatena la febbre di una intera comunità messa a confronto con le leggi del destino. Niente a che vedere con la compulsività delle slot machine, lo straniamento fisico e mentale che vivono oggi i giocatori, la vicinanza all'universo della malavita, il vortice di negatività in cui si precipita dopo aver perso tutto: brucia, brucia il bar Las Vegas, rifugio infernale di Anna, che ora ha solo gli occhi, la bocca e il cuore pieni di cenere. Intanto si accendono le luci della sala Bingo dove donne sole vivono nell'attesa di riscattarsi dal passato, girare pagina, rincorrere un amore che vola sulle ali di una farfalla. Solo che ancora una volta bisognerà misurarsi con il caso, la buona e la cattiva sorte. Frenesia, speranze, illusioni e sconfitte: un racconto declinato al femminile, quello di Marilena Lucente, che esplora il fenomeno del gioco, un mondo popolato di figure inquietanti e dolci al tempo stesso. Si vince e si perde, ci si incontra, ci si detesta, si piange e si ride, si scopre che farcela da sole è impossibile perché «il desiderio, l’amore, la morte: sono questi i tre fottutissimi giochi della vita».



Le giocatrici di Marilena Lucente è molto più di quel che pensavo.
Probabilmente molto più di quel che pensate voi che state leggendo questo mio post.
Prendete questo libro (insomma, almeno virtualmente), gettate uno sguardo alla trama e ...dai, che vi viene in mente? Potrebbe piacervi? Vi lascia indifferenti? Vi siete fermati alla cover e non avete letto manco un rigo della trama? Ok, qualunque siano le vostre impressioni, so per certo che la lettura di questo libro le smentirà, per portarle a un livello più alto e inaspettato.
Ho letto Le giocatrici e ho scoperto:
- una scrittrice in gamba;
- delle storie suggestive e così reali da sembrare quasi appartenere alla mia vita, al mio passato. O forse al passato della mia famiglia;
- che, annotazione personale, posso leggere - e pure apprezzare e magari anche amare - i racconti.
Protagonista assoluto è il gioco d'azzardo.
Un gioco che viene confuso con il destino e le sue promesse. Un gioco che prende la vita e la appende ai numeri. Un gioco che diventa una mano che inserisce un gettone e uno sguardo che spera e dispera.
C'è la necessità del brivido, della scommessa, forse anche della perdita.
Camminiamo tra le storie di Teresa, Ninetta e Nicolino (in realtà quest'ultimo è un personaggio secondario e non andrebbe citato, ma fa da trait d'union per l'ultimo racconto perciò lasciatemelo passare) - mamma e figli - e quel che percepiamo è la loro non vita, il loro annullamento. Sono persone che non fanno parte del mondo perché non riescono più a vederlo. Non hanno i bisogni dei comuni esseri umani: il loro bisogno è uno e uno solo. Il gioco. Tutto il resto diventa uno sfondo difficile da mettere a fuoco, uno sfondo che acquista significato solo se dà la possibilità di continuare a scommettere e a rischiare, altrimenti perde i contorni e diventa un'immagine sfocata.
Il primo racconto è quello per me più suggestivo, un racconto che sembra appartenere al passato di chi ha vissuto nel napoletano, di chi ha avuto nonni che credevano nell'efficacia della smorfia e della sua corretta interpretazione, un passato in cui "Non ti pago" di De Filippo aveva la sua evidentissima ragione d'essere. I numeri erano una fede, non una scommessa. I numeri non tradivano, ma potevano far impazzire, quello sì.
E leggere di Teresa e di Perzechella mi ha fatto fare un salto nel tempo. Racconto pittoresco e realistico, supportato da una forza narrativa davvero impressionante. Una storia che ha il sapore dell'Italia di un tempo, di quella che forse non abbiamo mai conosciuto ma che ci è stata raccontata tante volte.
Questo primo racconto lancia il suo incantesimo: una volta che si è finiti nella storia, difficilmente se ne uscirà. Anche se i protagonisti non sono più gli stessi, i tempi sono ben più recenti e i numeri sono stati rimpiazzati da qualcosa di ancora più infernale.
Ed ecco che dopo Teresa entra in scena Anna. (E se anche voi avevate una nonna che si chiamava Anna, ma che tutti chiamavano Nina, Ninù o, come preferiva fare mio nonno, uè Nì, capirete che Anna non è una totale estranea ma non è altro che Ninetta, la figlia di Teresa e Perzechella).
Il tono cambia, così come l'ambientazione e l'atmosfera. La febbre - primo racconto - mi è sembrato intriso di realismo magico: personaggi silenziosi, forti, ai quali i numeri sembrano quasi conferire poteri divini. Nel secondo, Game over, trionfa un realismo più crudo e disperato: si ricorre alle slot machine quando i giochi sono finiti, quando non si hanno più speranze. Un gioco che sembra metafora di suicidio: non si ha più nulla, non si è più nulla, non resta altro che gettare via l'ultimo barlume di se stessi in quelle macchinette sperando, chissà, che le immagini allineate possano restituirci ciò che siamo.
E poi c'è l'ultimo racconto, Le giocatrici, che nella sua disperazione sembra lasciare aperta la porta alla speranza. Il gioco è l'alternativa alla solitudine, alla vecchiaia, a una vita ormai troppo tranquilla.
Ho trovato bellissima la successione delle tre storie: ieri, oggi e domani. Si comincia col racconto (che personalmente considero il più bello e il più poetico) che sembra una leggenda, un passato che può appartenere a chiunque; si continua con una storia più attuale e disperata, che ha il sapore del dramma del nostro presente; e si finisce con un futuro - quello della vecchiaia - abbastanza triste e solitario ma non privo di speranze.
Protagoniste di queste storie sono tutte donne, disposte a perdere il senno, il lavoro, la sicurezza, la stima di sé pur di poter giocare ancora una volta. Donne disposte a credere solo in quel destino che la sfida con la dea bendata potrà portare loro. 
L'autrice è stata bravissima nel suo lavoro. Come dicevo all'inizio: qualunque cosa mi aspettassi, ho ricevuto di più. E se ho avuto l'occasione di imbattermi in questo titolo, devo ringraziare il passaparola (tradotto: devo ringraziare ciò che ha scritto La lettrice rampante nel suo blog). Perciò spero che anche questo post possa essere un passaparola per qualcun altro. Spero che, entrando in libreria, qualcuno si trovi questo libro davanti agli occhi, lo riconosca, lo sfogli e si faccia già convincere dalle prime righe. A quel punto lo leggerà e poi ne parlerà a qualcun altro, che entrerà in libreria, lo riconoscerà, lo leggerà e se ne innamorerà e ne parlerà a qualcun altro...
Insomma buona lettura!


venerdì 6 giugno 2014

Di nuovo insieme alla Signora Harris

Titolo: La signora Harris va a New York
Titolo originale: Mrs Harris goes to New York
Autore: Paul Gallico
Traduttore: F. Pe'
Editore: Frassinelli
Pagine: 192
Prezzo: €17,50
Isbn: 9788820054816
Data di pubblicazione: 2013

Valutazione:



Trama
Dopo l'incursione da Dior a Parigi, la signora Harris è tornata felicemente alle sue quotidiane abitudini: la tazza di tè in compagnia dell'inseparabile signora Butterfield, qualche fuggevole visita al pub, il cinema settimanale. E soprattutto il lavoro di colf nelle case della Londra upper class, dove non mancano mai succulenti quanto scandalosi intrighi sui quali fantasticare con l'amica. Ma un giorno qualcosa interrompe di nuovo la routine: Ada Harris si accorge che Henry, il tenerissimo ragazzino della casa accanto, viene regolarmente maltrattato dai genitori adottivi che se ne occupano dopo l'abbandono della - snaturata! - giovane madre. Ada decide allora di rintracciare il vero padre di Henry, impresa non facile dal momento che vive negli States e il suo cognome è Brown... come cercare un signor Rossi in Italia. Ma niente può fermare la nostra entusiasta signora inglese. Perché quel che è giusto è giusto! D'altro canto la fortuna (che qualche volta ci vede benissimo) fa la sua parte: una delle facoltose famiglie per le quali Ada lavora deve trasferirsi proprio a New York, e non può assolutamente fare a meno dei suoi impagabili servigi. Accompagnata dall'imprescindibile, e straordinariamente recalcitrante, signora Butterfield, Ada solca l'oceano con una nuova missione: restituire un bambino all'affetto del padre. La signora Harris è irresistibile: eccentrica e generosa, ironica e risoluta, energica e gentile, affronta ogni avventura con spirito pragmatico...


La signora Harris, io, l'avevo già incontrata un paio di anni fa. (Giusto per, magari anche voi l'avete incontrata qui).
Avevamo avuto la possibilità di trascorrere qualche ora insieme al termine delle quali eravamo già in preda alla malinconia. Ci saremmo incontrate ancora? Le prospettive non erano per niente rosee. Intuivamo che la possibilità di rivederci non dipendeva da noi, purtroppo. Fattori esterni influenzavano l'andamento del nostro rapporto di amicizia, e a noi non restava che sperare che quegli elementi prima o poi capissero l'importanza di darci un'altra occasione.
E dopo due anni, è accaduto. Siamo tornate insieme, ancora una volta per poche ore. Ma intense. Ancora una volta, purtroppo, abbiamo dovuto dirci Addio, perché non ci è dato sapere se ce ne sarà una prossima.. Ma ora possiamo vivere di ricordi e crogiolarci un po' nella malinconia. Perché è questo l'effetto di Ada Harris: quando mi racconta le sue novità mi travolge, mi fa sentire parte di quel pezzo di vita che sta condividendo con me e mi rende nostalgica quando quel racconto ha termine.
Quando inizia a parlare, ha un effetto rilassante. Sento che quella storia è ciò di cui ho bisogno in quel momento, so che mi farà star bene, perché la Harris non è una che si lagna o che perde tempo a raccontare storie infelici. Sono sicura che se ha qualcosa da dire, è perché avrà un lieto fine. Perciò posso mettermi comoda e tranquilla: le sue parole mi faranno vedere il mondo - almeno per quell'intervallo di tempo che trascorro con lei - sotto un'altra luce. Dove il male ha breve durata e l'infelicità viene spazzata via come un granello di polvere. Il suo modo di parlare non sarà ricercato. Né nelle intenzioni dell'autore c'è l'obiettivo di creare un romanzo memorabile. No. Paul Gallico è un intrattenitore e la donna che esce dalle sue pagine fa divertire, rilassare e distrarre il lettore dai pensieri di ogni giorno. Ma non lo fa in maniera clamorosa o sensazionalistica: non c'è bisogno di effetti speciali. Ovunque Mrs Harris vada, riesce a stravolgere la quotidianità nella maniera più naturale e ovvia possibile. Creando una nuova quotidianità, più brillante, più vera. Migliore.
I romanzi di Paul Gallico sono romanzi senza troppe pretese, di quelli da leggere a mò di intervallo, per sollevare lo spirito. Che sia questo romanzo o quello precedente, non ha importanza: importante è che ogni lettore abbia la possibilità di incontrare Mrs Harris. Credetemi: avete bisogno di conoscerla. E signor Frassinelli, dico a te: dai, non c'è due senza tre, traducine un altro, che ti costa? O magari traducili entrambi, i due che mancano, così non ti scoccio più.


mercoledì 23 aprile 2014

Curiamoci con i libri! (Curarsi con i libri di Ella Berthoud e Susan Elederkin)

Titolo: Curarsi con i libri
Titolo originale: The Novel Cure
Autore: Ella Berthoud e Susan Elderkin
Curatore: Fabio Stassi
Traduttore: Roberto Serrai
Editore: Sellerio
Pagine: 644
Prezzo: €18,00
Isbn: 9788838931130
Data di pubblicazione: 2013

Valutazione:



Si può curare il cuore spezzato con Emily Brontë e il mal d’amore con Fenoglio, l’arroganza con Jane Austen e il mal di testa con Hemingway, l’impotenza con Il bell’Antonio di Vitaliano Brancati, i reumatismi con il Marcovaldo di Italo Calvino, o invece ci si può concedere un massaggio con Murakami e scoprire il romanzo perfetto per alleviare la solitudine o un forte tonico letterario per rinvigorire lo spirito. Questo suggeriscono le ricette di un libro di medicina molto speciale, un vero e proprio breviario di terapie romanzesche, antibiotici narrativi, medicamenti di carta e inchiostro, ideato e scritto da due argute e coltissime autrici inglesi e adattato per l’Italia da Fabio Stassi, autore de L’ultimo ballo di Charlot. Se letto nel momento giusto un romanzo può davvero cambiarci la vita, e questo prontuario è una celebrazione del potere curativo della letteratura di ogni tempo e paese, dai classici ai contemporanei, dai romanzi famosissimi ai libri più rari e di culto, di ogni genere e ambizione. Queste ricette per l’anima e il corpo, scritte con passione, autorevolezza ed elegante umorismo, propongono un libro e un autore a rimedio di ogni nostro malanno, che si tratti di raffreddore o influenza, di un dito del piede annerito da un calcio maldestro o di un severo caso di malinconia. Le prescrizioni raccontano le vicende e i personaggi di innumerevoli opere, svelano aneddoti, tratteggiano biografie di scrittori illustri e misconosciuti, in un invito ad amare la letteratura che ha la convinzione di poter curare con efficacia ogni nostro acciacco. Non mancano consigli per guarire le idiosincrasie tipiche della lettura, come il sentirsi sopraffatti dal numero infinito di volumi che ci opprimono da ogni scaffale e libreria, o il vizio apparentemente insanabile di lasciare un romanzo a metà.


I DIECI MIGLIORI ROMANZI PER TRENTENNI
London Fields, Martin Amis
La scimmia sulla schiena, William Burroughs
La giornata di uno scrutatore, Italo Calvino
Middlesex, Jeffrey Eugenides
Fiesta, Ernest Hemingway
Il meglio della vita, Rona Jaffe
Schiavo d'amore, William Somerset Maugham
Billy Budd, Herman Melville
La vita breve, Juan Carlos Onetti
Orfero in paradiso, Luigi Santucci

(Prima di cominciare a parlarvi di questo libro: ecco il consiglio che mi ha mandato in crisi. Ancora pochissimi anni e concludo la mia passeggiata nei trenta. Che tragedia scoprire che per un trentenne questi sono i dieci migliori e io ne ho letto, per puro caso, solo uno... ho ventiquattro mesi per correre ai ripari, che poi dovrò mettermi in pari con quelli consigliati per i quarantenni, e anche lì...)


Nella mia libreria ho riservato uno scaffale per quei libri che parlano di libri.
Consiglio...
Non parlo di romanzi che ruotano intorno ad altri romanzi (anche se in passato ho avuto un debole anche per questi. E nel novantanove percento dei casi si sono sempre rivelati una fregatura),  stavolta mi riferisco a saggi, a volumi creati non per raccontare una storia ma esclusivamente per parlare di libri.
Ho volumi sul piacere di leggere, sui perché del leggere, sul come leggere, sulla necessità di leggere ogni giorno, sul pericolo di leggere. E ancora volumi che si dedicano a giocare coi libri tramite quiz interessanti e carini. Volumi elaborati dai lettori per i lettori, o solo per le lettrici. Volumi che mostrano le connessioni tra romanzi e quadri. Per la maggior parte non si tratta di opere memorabili ma di piccole perle di cui una persona normale potrebbe tranquillamente fare a meno mentre il lettore compulsivo sente il bisogno di avere.
Come poter resistere pertanto al richiamo dell'ultima pubblicazione appartenente a questa categoria?
Curarsi con i libri dell'accoppiata Elderkin-Berthoud è una chicca, di quelle da tenere a portata di mano.
Nasce come prontuario per dare una soluzione ai mali della vita attraverso i libri.
Ora un tentativo del genere potrebbe suonare un po' troppo ambizioso, e un tantino pretenzioso.
Chi saranno mai queste due per ritenere di essere in grado di dare una risposta ai problemi attraverso le letture? Avranno letto abbastanza nella loro vita per arrogarsi un diritto del genere?
Bè, diciamo che della biblioterapia hanno fatto una professione e la svolgono ormai da anni.
Ma ci sanno fare o si spacciano per profonde conoscitrici della letteratura mondiale (nonché dell'animo umano)?
Ritengo che la risposta ognuno possa trovarla da sé, leggendo il volume pubblicato da Sellerio.
Sì, perché io potrò ad esempio ritenere azzeccatissimo il loro consiglio inerente al disturbo della lettura quale può essere Faccende di casa, essere distratti dalle. Soluzione? Creare un angolo per la lettura. Cito questo caso giusto a titolo esemplificativo e giusto perché, dopo averlo letto, mi sono detta che quella era la soluzione più ovvia, più semplice, più banale di tutte al mio problema e nonostante ciò non avevo mai preso in considerazione di creare quell'angolino. Detto fatto, l'angolino è nato: è bello accogliente e perfetto, leggere lì è un sogno per me. Senza quel volume forse non avrei mai dato il via all'idea. Vero che in questo caso il consiglio non è stato direttamente letterario, ma le biblioterapeute si prendono cura del lettore a 360 gradi ;)
...applicazione del consiglio!
Andando ai disturbi e ai rimedi che propongono, devo ammettere che a volte mi sono risultati fin troppo superficiali, della serie: ma a quello ci sarei arrivata benissimo da sola! In effetti questo volume l'ho vissuto e lo vivo come uno spunto: uno spunto per abbinare certe letture a certi "malanni" che non avrei mai preso in considerazione. Uno spunto da cui partire per proporre il mio rimedio personale e non accontentarmi del loro. Uno spunto per immaginare una malattia non presente e riflettere sulla possibile cura. Ovviamente la  mia cultura non è pari alla loro, perciò le mie armi a disposizione saranno in numero minore... ma così la sfida che mi autopropongo è ancora più avvincente!
Concludo dicendo che questo è un volume perfetto per i curiosi. Se lo siete, non potete evitare di dargli un'occhiata in libreria, di sfogliarlo e di interrogarlo. Ci saranno disturbi di cui non vi fregherà un accidenti, ma vi troverete a leggere i rimedi come se fossero tutto ciò di cui avete bisogno in quel momento. Sì, perché a un certo punto non ci interessa del binomio malattia-cura ma solo dei titoli che vengono proposti e di come ci vengono presentati: ci troviamo a cercarli avidamente, sperando di non averli mai incrociati nel nostro percorso di lettori, per avere nuove magari meravigliose letture da trovare e a cui dedicarci. (La mia wish list si è allungata paurosamente dopo aver chiuso questo libro e questo mi fa venire in mente un'altra cosa, che dirò appena chiudo la parentesi). Eccola. Ho preso questo libro con l'intenzione di metterlo sul comodino e di usarlo all'occasione. Di leggerlo un malanno alla volta, o magari un paio di malanni alla volta. Ecco, non funziona così. Ne leggi uno, li vuoi leggere tutti. Pensi che quello dopo potrebbe essere il tuo malanno, quello che manco sapevi di avere ma che le due bibliowomen sapranno risolverti proponendoti la lettura che cercavi da una vita. Insomma, lo inizi e non lo metti più giù. Potrà pure restare sul comodino, ma solo dopo essere stato portato a termine.
Curarsi con i libri è una missione.

lunedì 7 aprile 2014

E si ritorna a Borgo Propizio! (E le stelle non stanno a guardare di Loredana Limone)

Titolo: E le stelle non stanno a guardare
Autore: Loredana Limone
Editore: Salani
Pagine: 384
Prezzo: €14,90
Isbn: 9788867155163
Data di pubblicazione: 6 Marzo 2014

Valutazione:

Trama
Tanti sono gli avvenimenti che scombussolano le giornate di Borgo Propizio e dei suoi numerosi abitanti, come la sempreverde zia Letizia, indaffarata a gestire la latteria insieme a Belinda, nipote acidina; le due sorelle Mariolina e Marietta, con il loro teatrino di litigi e riappacificazioni; l’amabile Ruggero, rozzo-che-piace; Dora, più pettegola che giornalaia; il maresciallo capo Bartolomeo Saltalamacchia... Con a capo il sindaco Rondinella, il paese sfoggia una nuova zelante giunta, il cui assessore alla Cultura, il nevrotico professor Tranquillo Conforti, incarica Ornella di organizzare un evento per l’inaugurazione della biblioteca. Sì, perché il paese ora vuole la sua biblioteca civica. E dovrà essere un evento speciale, o meglio spaziale, addirittura un festival letterario, sotto le luccicanti e propizie stelle del borgo. Be’, non sempre propizie. Le chiacchiere ricominciano il giorno in cui giunge Antonia, una forestiera dai boccoli ramati, che porta un misterioso bagaglio interiore. Scappando da se stessa, è alla ricerca di un luogo dove curare l’anima,tanto da decidere che lì organizzerà la propria vendetta d’amore. Una vendetta contro chi? E perché? Quale che sia il motivo, è un piatto che andrà servito freddo. Ma Antonia non sa che Borgo Propizio ha il dono di cambiare la vita di coloro che varcano la sue mura merlate…



Non vedevo l'ora di mettere di nuovo piede a Borgo Propizio.
Un po' come quando andiamo in vacanza in un luogo che sentiamo perfetto per noi e facciamo i salti mortali per tornarci sempre più spesso. In fondo ogni nuova città è un po come un libro: ha la sua immagine, la sua storia, i suoi personaggi, la sua vita e pure la sua conclusione, ahimé, quando siamo costretti a lasciarla. E come ogni libro, ha la possibilità di essere rivissuta ogni volta che vogliamo (o, almeno, possiamo).
Ecco, io a Borgo Propizio ci ero stata già due volte (se non vi ricordate... qui). La Limone mi aveva dato l'occasione per recarmici la prima volta, ma a distanza di mesi avevo già sentito l'esigenza di farvi ritorno: ho ripercorso le stesse strade, incontrato gli stessi personaggi, assistito agli stessi dialoghi. Tutto brillava e sorrideva come sempre.
Chissà, se qualche settimana fa  non fosse uscito questo secondo romanzo, magari ci sarebbe stata una mia terza volta nel Borgo Propizio di sempre, fino ad imparare a memoria: il paese e il libro. Ma ecco che giunge in libreria E le stelle non stanno a guardare e io non ho più bisogno di accontentarmi di rivivere il passato, sono pronta a fare un passo avanti.
L'impatto con questo secondo romanzo è stato, da un certo punto di vista, più rassicurante. Mi sono dedicata alla lettura come se già sapessi ciò che vi avrei trovato, e quella consapevolezza mi confortava. Avevo bisogno di rivedere il paese e la sua latteria, di sapere che tra Mariolina e Ruggero tutto procedeva alla grande, di sentire che Cesare e Claudia, di nuovo insieme, confermavano di essere fatti l'uno per l'altra.
E volevo essere sicura che Letizia non avesse perso la sua passione per il G.M e che Belinda... beh, per Belinda mi aspettavo una svolta, mi aspettavo che Borgo tutto si muovesse per portare nella sua vita qualcosa di grande. Ecco, ero lì, col libro tra le mani, in attesa di sapere che tutti i miei pensieri - o forse desideri - diventassero realtà. E, soprattutto, volevo il sorriso. Volevo quel sorriso che per ben due volte il primo volume mi aveva regalato per tutte le sue pagine, volevo che mi spuntasse in volto e non se ne andasse più.
...nessuna aspettativa particolare, in pratica, no??
Il romanzo è stato davvero un toccasana. Uno di quei romanzi che arrivano nel momento giusto, che confortano con le loro certezze, che ti fanno sentire in pace col mondo e ti fanno percepire ancora di più la primavera. Sì, E le stelle non stanno a guardare è un romanzo primaverile. Una storia che fa sbocciare altre storie, che porta novità: i suoi personaggi sono pronti a darsi una scossa, a cambiare, ad agire. Il lettore si fa facilmente trasportare da vecchie e nuove amicizie (e si fa conquistare tantissimo dalla possibilità Belinda-Francesco, sghignazzando come una matta - sì, "il lettore" sono diventata improvvisamente ed esclusivamente "io" - ad ogni loro incontro e dialogo) e si rilassa, tira un sospiro di sollievo e si rilassa. Arriva alla fine pensando: è andato tutto bene, grazie Loredana.
Allora perché tre stelline invece di quattro? Cosa è successo?
È successo che mentre mi trovavo ad amare il romanzo, venivo distratta da alcuni aspetti che non mi andavano giù. Ero come un'innamorata al primo stadio: all'inizio vede tutto perfetto e roseo, ma basta far passare un po' di tempo per cominciare a notare che non è tutto una meraviglia. Che c'è qualcosa che non va. Il bello dell'amore è che continuiamo ad amare nonostante quelli che per noi sono difetti, nonostante ci sia qualcosa che non ci piace. Così è accaduto col Borgo. Amore amore, sorriso stampato ma. C'è qualche piccolo ma.
A tratti mi è sembrato troppo lungo, o meglio: troppo concentrato su troppe storie.
La storia di Belinda e l'amore, quella di Ornella e del festival, di Antonia e del suo passato amoroso, di Mariolina e il suo destreggiarsi tra matrimonio e lavoro, di Marietta e la sua ricerca di una compagnia nella vita, di Saltalamacchia e la sua famiglia, di Cesare e Claudia e l'adozione... Troppe, ecco.
Tutte storie interessanti e piacevoli e pure spassose, ma non tutte hanno avuto l'approfondimento che si meritavano. Alla fine la sensazione è quella di un'occasione mancata.
In alcuni casi ci sono aspetti che mi sono rimasti oscuri, non spiegati e ho pensato che forse è il modo dell'autrice per dirmi: non ti preoccupare, le risposte te le darò nel prossimo volume. Il che sarebbe ovviamente accettabile, ma Borgo Propizio ci aveva abituato in maniera diversa: tutto comincia e finisce in quel volume. Non c'è attesa, è tutto compiuto.
Perché non raccontare meglio il rapporto tra Cesare e Claudia? Perché non spiegare meglio quel che ha fatto Antonia e svelare una volta per tutte i segreti dello scrittore? Perché non dare un seppur momentaneo happy ending (o magari unhappy) alla relazione tra Marietta e il sindaco?
Non so, mi sembra che alla chiarezza del primo Borgo Propizio si sia sostituito un modo di raccontare meno diretto, più ambiguo. 
Il bello è che la storia me la sono totalmente goduta, ma solo dopo averla finita mi sono resa conto che qualcosa non mi tornava. Come se per riuscire a raccontare tutte quelle storie, fosse stato detto tanto ma non abbastanza. Questo romanzo è di quelli gustosi da leccarsi i baffi ma non ci sazia, anzi, ci fa venire ancora più fame. Terminiamo l'ultima pagina pensando: Loredana, non è finita qui.
Questo è il motivo delle 3 stelline: per mettere la quarta, voglio qualcosa di più, che al momento non c'è.
In conclusione E le stelle non stanno a guardare non ha tradito le mie aspettative: nonostante manchi qualcosa, il romanzo è divertente, è rilassante, è ironico... è di una carineria unica. Però per essere soddisfatta voglio un seguito dove tutto possa compiersi. Al più presto.

lunedì 31 marzo 2014

Il mio primo ballo con Charlot

Titolo: L'ultimo ballo di Charlot
Autore: Fabio Stassi
Editore: Sellerio
Pagine: 212
Prezzo: €16,00
Isbn: 9788838927645
Data di pubblicazione: 2012

Valutazione:

Trama
In una sera di Natale la Morte va a trovare Charlie Chaplin nella sua casa in Svizzera. Il grande attore e regista ha passato gli ottant’anni ma ha un figlio ancora piccolo e vorrebbe vederlo crescere accanto a sé. In un lampo di coraggio Chaplin propone un patto alla Vecchia Signora: se riuscirà a farla ridere si sarà guadagnato un anno di vita. Inizia così un singolare balletto con la Morte, e quella notte a salvarlo non sarà la tecnica consumata dell’attore ma la comicità involontaria che deriva dagli impacci dell’età. La questione però è solo rinviata: anno dopo anno, a Natale, la Vecchia tornerà a reclamarlo e bisognerà trovare il modo di suscitarle almeno una risata. Nell’attesa dell’incontro fatale Chaplin scrive una lunga e appassionata lettera al figlio. Vuole raccontargli la storia vera del suo passato, quella che nessuno ha mai ascoltato, ed ecco che dalle sue parole scaturisce l’avventura rocambolesca di una vita e il ritratto di un’epoca rivoluzionaria. L’infanzia umile in Gran Bretagna, il padre alcolizzato e la madre che perde il senno, l’esordio sul palcoscenico assieme al fratello, il circo e il vaudeville, i primi successi e lo sbarco negli Stati Uniti, dove il giovane Chaplin passa da un mestiere all’altro – tipografo, boxeur, imbalsamatore – e da una costa all’altra. È un orfano a spasso per il Nuovo Mondo, incontra uomini straordinari e gente comune, e dalla loro anima generosa sembrano nascere sempre nuove possibilità. In quegli anni tutto sta cambiando, un fascio di luce su uno schermo bianco ha acceso la fantasia di un’intera nazione. L’America che accoglie Chaplin si guarda allo specchio in quelle prime pellicole, è romantica e vibrante, utopica e capace di qualsiasi gesto, dal più altruista al più vile. È leggiadra come Ester, la cavallerizza che ha incantato l’Europa, e cupa e violenta quanto il Ku Klux Klan. Le avventure di Charlie si susseguono a ritmo frenetico, fra tonfi e trionfi, illusioni e disillusioni, fino al giorno in cui ogni istante di quella vita, ogni emozione e ricordo, si trasformano miracolosamente in qualcosa di assolutamente nuovo. Accade davanti agli occhi stupefatti di una troupe impegnata in un film: un paio di baffetti, una camminata obliqua e incerta, un bastone e una bombetta polverosa, i modi di un Lord nei vestiti di un pezzente. Charlie Chaplin, venticinque anni e l’esperienza di un vecchio marinaio, ha smesso di esistere. È nato Charlot, il Vagabondo, e il mondo non sarà più lo stesso.


«Un giorno senza sorriso è un giorno perso»


Dovrei vergognarmi: io e Charlie Chaplin non abbiamo mai legato.
Magari non ho mai avuto la sensibilità giusta, la conoscenza cinematografica adatta, magari sono semplicemente ignorante al riguardo e non riesco a comprenderne il genio. O meglio, che sia un genio nel suo campo lo so, ma non sono mai riuscita a fare mia questa certezza. E so anche che potrei stare qui un'altra ora a tentare di spiegare i perché e i perché no di questo mio mancato legame con Charlot, ma eviterò, che forse non è che questo sia così importante ora. 
Fatto sta che quando è uscito il libro di Stassi, L'ultimo ballo di Charlot, io non l'ho considerato manco di striscio: non avendo mai letto Stassi, non ne sentivo la mancanza o la necessità, del mio rapporto con l'attore ho appena detto, capirete allora che quel libro non richiamava certo la mia attenzione. Ho lasciato che occupasse gli scaffali delle librerie senza fare clamore, senza andare a sbirciare recensioni, opinioni e pareri, senza fare stalking al libraccio per provare a beccarlo a metà prezzo. 
Passano i giorni e mi si piazzano davanti recensioni di chi ne dice gran bene. Lettori di cui mi fido. Ed ecco che le cose si capovolgono: un lettore fidato mi dice che quel libro merita davvero e io già mi vedo passare dal "non m'interessa" al "devo averlo immediatamente". (Fortunatamente in tutto questo lo stalking al libraccio mi viene sempre in aiuto: non solo ho trovato il libro a metà prezzo, ma al momento - se il sito sarà magnanimo con me - ne sto prendendo altri due dello stesso autore).
Insomma si è capito: Stassi ha fatto il miracolo e ha stabilito una (mia) connessione con Charlie Chaplin.
Grazie Fabio!
Eppure confesso che l'inizio non mi aveva per niente convinta. Nelle prime pagine assisto al primo siparietto tra Chaplin e la Morte e lo trovo irritante e per nulla divertente. L'attore ormai vecchio fa un patto con la signora Morte: se riuscirà a farla ridere, lei se ne andrà e tornerà a prenderlo l'anno successivo. Il patto sarà valido anno dopo anno: la Morte non lo porterà con sé fino a quando Charlot sarà in grado di farla ridere.
L'impatto è stato totalmente negativo per me: essendo solo alle prime pagine ero ancora una persona immune al fascino di Chaplin. A dirla tutta, io al posto della morte non avrei riso, anzi. Mi sarei inutilmente irritata per quella pagliacciata. Non capivo cosa ci fosse di così divertente in quel che il povero vecchietto tentava di fare. Mi sembrava tutto fin troppo patetico e insopportabile. Al punto quasi da chiudere il libro e dirgli addio.
Sbirciando le pagine successive avevo notato che però qualcosa sarebbe cambiato: più romanzo e meno teatro. Dovevo provare.
Proseguire la lettura in maniera scettica però non mi ha aiutata: l'espediente della lettera che il protagonista usa per raccontare la sua storia al figlio neanche mi convince. In realtà è proprio l'uso in generale della lettera che - ovunque lo incontri - ormai mi fa storcere il naso. Lo trovo sempliciotto, furbo e banalissimo.
Insomma Stassi con me aveva cominciato col piede sbagliato: un siparietto che non fa ridere e una lettera di un padre a un figlio come pretesto per dare il via al romanzo di una vita. Cosa sarebbe accaduto poi?
Avrei letto fin quando la noia non mi avrebbe costretta a mollare? Probabilmente sarebbe andata così.
Ma la noia non si è mai fatta viva. Neanche quando gli incontri con la Morte si sono ripetuti nel corso della storia. O quando Chaplin si è più volte rivolto al figlio, durante il racconto, ricordandomi che quelle pagine di vita non erano altro che una lunga lettera. Anche quei casi che in primo momento non avevano fatto altro che innervosirmi ora non riuscivano più a tormentarmi come prima: ormai avevo gli occhi così pieni di Chaplin, così illuminati dalla storia di un uomo che non si è mai arreso e che ha saputo fare tesoro di ogni esperienza, che ne ero irrimediabilmente affascinata. Ipnotizzata. Al punto che ad ogni incontro con la signora della falce, ero lì a ridere io per lei, anche se quel che accadeva non faceva ridere per nulla, ma era mio dovere appoggiare e incoraggiare quell'uomo, e da parte mia dovevo fargli sentire che ce l'aveva fatta: mi aveva conquistata. Fossi stata io la Morte, gli avrei concesso sempre un anno in più da vivere. L'avrei probabilmente reso immortale... ma non ha avuto bisogno di aiuto in questa impresa, ha saputo rendersi eterno da solo, grazie alla sua arte.
Prima di leggere questo romanzo non conoscevo la vita dell'attore, non conoscevo assolutamente nulla.
Ora che ho letto queste pagine non so dire quanto ci sia di romanzato e quanto di realmente accaduto, ma mi verrebbe quasi da ammettere che non m'interessa. Stassi è riuscito a costringermi ad appassionarmi alla storia di un uomo che non avevo mai preso in considerazione. È riuscito a farmene comprendere la forza, la novità, il genio. Ha il merito di aver rispolverato la vita di un grande e averla portata ai lettori in maniera semplice, quasi fiabesca. Quel che il lettore ne ricava non è la conoscenza di tot episodi veri o fittizi, ma quello che è stato il rapporto del grande attore col mondo, col lavoro, con l'amore, con la fama. Quel che emerge da queste pagine è l'esperienza di Charlot alle prese con la vita.
Non so, non riesco a dire altro e da una parte non vorrei neanche dire altro: è tutto così bello che bisogna farsene travolgere direttamente. È una poesia, la vita di quell'uomo, e Stassi ha saputo coglierne il ritmo e metterlo in prosa.
Buona lettura!

giovedì 27 marzo 2014

E se...

E se un pomeriggio di una primavera anticipata mi trovassi di fronte a un foglio bianco, con ore vuote da riempire, un silenzio da annientare e la voglia di parlare con qualcuno di libri?
E se avessi l'urgenza di raccontare quali sono i romanzi che ho amato, quali quelli che ho bevuto, vissuto, odiato, divorato? Quali letture mi hanno cambiata, annientata, colpita e affondata?
C'è un posto adatto per farlo,un posto speciale che non avevo più. O meglio, ad averlo ce l'avevo, ma giaceva in stato di abbandono. Quando passavo di qui, non potevo che notare un accumulo di ragnatele e polvere. Ho iniziato a guardarlo con nostalgia, affetto e un pizzico di rimpianto. Come qualcosa che forse era andato per sempre ma non avevo ancora il coraggio di ammetterlo. O qualcosa che avrebbe potuto essere salvato, ma non avevo la forza di.
Volevo solo capire cosa era andato storto, dove, quando e perché s'è rotto il filo di seta che ci univa, come direbbe Elisa. Pensavo che se non fossi riuscita a comprenderne il perché, non avrei mai potuto ritrovarlo.
Ma qual era la chiave per risolvere quel mistero? Aspettavo che la risposta mi cadesse addosso a mò di rivelazione divina.
Bé no, non accade così. Non ho avuto rivelazioni, non ho trovato risposte.
So solo che se ora sto scrivendo è colpa di un pomeriggio vuoto, di un sole grande così e delle canzoni di Elisa che oggi particolarmente sembra siano tutte rivolte a me, e tutte mi dicono di riempire la pagina bianca.
Cuore d'inchiostro uscirà dal suo letargo? Ho paura a dire di sì. E se poi ci ricasco? Se poi mi ritrovo ancora debole? Chiedo perdono a chi ha ancora il coraggio e la voglia di seguirmi, chiedo perdono per l'abbandono passato e per qualsiasi altro abbandono futuro. Non so cosa accadrà. So solo che i libri ci saranno sempre con me, e avrò sempre voglia di parlarne. Ma non so se riprenderà ad accadere qui con la stessa costanza di prima. Facciamo che inizio e vediamo quando o se mi fermerò.

Da dove cominciare? Da quel lontano 21 novembre, data del mio ultimo post: ne sono passati eccome di romanzi. E racconti. Più qualche saggio e alcune graphic novel. Una quantità di inchiostro che non riuscirò mai a riassumere ora. Perciò devo fare una scelta e sto meditando sul criterio.
Un'idea ce l'ho. Potrei parlare di un italiano, un americano, un giallo, un libro per bambini, uno per ragazzi, un fantasy, uno ya, una graphic novel, un classico... Ma forse un inizio del genere non fa per me: se provo a partire in grande e poi non ci riesco, so già che mollo tutto prima ancora di premere il tasto "pubblica". Per ora mi limiterò a parlare di due romanzi, uno di un autore italiano e l'altro di un autore americano. Il resto verrà poi.



Francesco Piccolo. Il mio primo contatto con l'autore è stato attraverso Momenti di trascurabile felicità, di cui se non sbaglio non ho ancora avuto modo di parlarvi ma già che l'ho tirato in ballo lo consiglio. Come una lettura per sentirsi momentaneamente meglio, per ricordare quel che non dovremmo dimenticare mai, per renderci conto che a volte basta un'idea semplicissima e il risultato è poesia. Il motivo per cui parlo di Piccolo è ben lontano da quei momenti di felicità. Mi riferisco qui a La separazione del maschio. Un romanzo che può far sorridere grazie allo stile dell'autore ma che fa anche incazzare, tanto. Un romanzo scritto da un uomo e incentrato sulla vita di un uomo. Una storia che potrebbe risultare maschilista ma che in realtà è soprattutto tanto egoistica. La separazione del maschio mette in luce i tratti più meschini dell'essere umano, mostrandoli nella loro naturalezza e umanità. Quasi ci si trova a dover accettare la poligamia perché il maschio "è fatto così". Rappresentazione di una realtà tanto assurda quanto probabilmente vera. Ci si interroga pagina dopo pagina, pur sempre con un sorriso e con un senso di sollievo sapendo che quel maschio non è l'uomo che noi abbiamo accanto, perché se solo lui fosse così noi ce ne saremmo subito accorte e l'avremmo messo alla porta già da un bel po'. Ma sarà davvero così?
Formidabile Piccolo nella caratterizzazione del protagonista, nel coinvolgimento del lettore e ancora di più della lettrice, che vuole dissociarsi, dichiararsi contraria a ciò che accade ma non può fare a meno di sentire che forse, a volte, in qualche maniera distorta, la vita va proprio così.
Ora sono già alla ricerca di Allegro Occidentale: Francesco Piccolo va letto e coltivato.
Ah sì, 4 stelline all'autore, al maschio, e al libro tutto.
Francesco Piccolo, La separazione del maschio, ed. Einaudi, €11,00.



È il turno di Paul Auster, autore di cui vorrei poter dire: non ho mai letto nulla. Ma mentirei.
In passato ho incontrato Auster e, ahimé, non l'ho apprezzato a dovere, anzi. Forse non era il momento giusto per lui, o forse semplicemente a me quel libro non è piaciuto punto e basta: fatto sta che Trilogia di New York mi ha fatto scappare a gambe levate. Ora mi guardo intorno e tutti lo osannano come un capolavoro: cos'è che non ho visto? Gli darò un'altra occasione? Magari. Sono sempre restia alle seconde occasioni da concedere ai libri mentre sono più propensa a concederle agli autori, buttandomi su altri loro romanzi.
Il fortunato in questo caso è Mr Vertigo: una rivelazione di romanzo. Se avevo odiato Auster in passato, Mr Vertigo è riuscito a farmi dimenticare, perdonare, e a trasformare l'odio nella possibilità di una seconda chance. Auster ci racconta una storia di un ragazzo e del maestro che gli insegnò a volare, diventando per lui qualcosa di molto simile a un padre. La storia ha del surreale ma non si trasforma in un racconto prettamente fantastico: è perfettamente inserita in un'epoca e in un paese (l'America degli anni '30) da risultare realistica in ogni suo aspetto, fatta salva quella fantomatica capacità di volare. 
Attraverso la metafora del volo, Auster riesce a descrivere la vita di ogni uomo: sogni, limiti, paure e cambiamenti. A leggerne la trama potrebbe risultare una storia già sentita, fin troppo banale. Ma ha una marcia in più, ed è data dalla scrittura. Un po' romanzo di formazione, un po' favola moderna, Mr Vertigo regala pagine di grande scrittura, personaggi carismatici e trasmette una profonda passione. Passione dell'autore per lo scrivere, per il raccontare, per il creare.
Probabilmente il romanzo è lontano dai romanzi tipicamente austeriani, ma ha il pregio di avermi riavvicinata e riconciliata all'autore. Anche se il vero merito - a dirla tutta - spetta a "Curarsi con i libri", dove Mr vertigo era citato come soluzione alla balbuzie, se non erro. Non sono balbuziente ma ero curiosa di incontrare quel Balbetta Grogan di cui si parlava in quelle pagine.  (E che stupore quando poi l'ho ritrovato anche ne L'ultimo ballo di Charlot! - ma di questo libro vi parlerò, spero - in futuro).
5 stelline
Paul Auster, Mr Vertigo, ed. Einaudi, €11,00.

Ce l'ho fatta a dare il via al risveglio del blog?
Mi sa che lo scopriremo insieme nei prossimi giorni ;)

giovedì 21 novembre 2013

Bambina mia: romanzo (indimenticabile) di Tupelo Hassman

Titolo: Bambina mia
Titolo originale: Girlchild
Autore: Tupelo Hassman
Traduttore: Federica Aceto
Editore: 66thand2nd
Pagine: 304
Prezzo: €18,00
Data di pubblicazione: ottobre 2013

Valutazione:

Trama
Nevada, anni Ottanta. Nel campo caravan Calle de las Flores − «poco più a nord di Reno e poco più a sud del nulla» − la vita è scandita dall’ebbrezza del gioco d’azzardo e si regge sul principio dell’interdipendenza del gruppo. La piccola Rory Dawn Hendrix abita nella roulotte Nobility con la madre Jo, donna bella e dal passato sofferto con l’abitudine di fidarsi degli uomini sbagliati, e passa le giornate quasi sempre da sola. È nel Manuale delle girl scout che Rory cerca quella guida che sembra mancarle nella vita. Pur sapendo di avere il destino segnato − «figlia debole di mente di una figlia debole di mente, lei stessa il prodotto di una schiatta debole di mente» −, è determinata a rompere il ciclo del sangue, trovando conforto nella pienezza delle parole. Composto da pagine di diario, relazioni di assistenti sociali, esercizi di grammatica, verbali di arresti e lettere di famiglia, Bambina mia di Tupelo Hassman è un collage devastante che mette in scena il fallimento del sogno americano.


American Dream
Questo classico cocktail ha subito alcuni cambiamenti dalla sua prima comparsa. Inizialmente era composto da ambizione e sudore in parti uguali, con una buccia di mela tagliata a spirale come guarnizione, mentre il sogno americano moderno propone come creativo sostituto fortuna incontaminata allo stato puro al posto della storica buccia di mela. 
Sudore e irresponsabilità in parti uguali
Una spruzzatina di amarezze
Colpo di fortuna

Mescolare. Filtrare. Guarnire.

Variazione: Per un American Dream ultra dry, sostituire una fortuna economica alla fortuna generica.

Bambina mia è un romanzo bellissimo, raccontato da una voce bellissima in maniera bellissima.
Ecco, ora sì che posso iniziare a parlarne a cuor leggero, perché sono sicura che mi mancheranno le parole giuste per descrivere quella che è la vera bellezza di queste pagine, quindi ho pensato che fosse meglio avvisarvi fin da subito.
Quindi, se deciderete di dare una chance a questo romanzo, sappiate che avrete a che fare con un racconto bellissimo. E giuro che non userò più questo superlativo fino alla fine di queste mie righe.
Avete presente quelle storie americane intrise di speranza, di impegno e volontà miranti a raggiungere il proprio personale, favoloso e possibilissimo american dream?
Ecco, Bambina mia è l'esempio di come il sogno americano sia possibile nonostante tutto. Il romanzo sembra non aver niente di quel fantastico sogno, eppure in sottofondo è un inno ad esso. Come se il sogno permeasse tutta la storia in maniera soffusa, come se la scandisse a un ritmo tutto suo, poco umano e molto musicale, a mò di colonna sonora.
Rory, voce narrante, è una bambina. Vive in una roulotte con una madre poco presente, ha una nonna che la ama ma non è vicina abbastanza, dei fratellastri che hanno preso ormai la loro strada e altre persone strambe a fare da contorno alla sua vita. Per ogni dubbio ha poi un manuale, quello delle Girl Scout - di cui non fa parte ma che ha trovato e non ha più mollato - che sembra essere la guida giusta per lei e per ogni sua azione e decisione.
Questa è Rory: una bambina che ci racconta la sua quotidianità, coi suoi colori, le sue voci, le sue luci. Il suo sguardo è disarmante: ingenuo, fresco, felice. Quando rischia di diventare triste e doloroso, Rory lo spegne e non permette a nessuno di guardare. Le pagine diventano nere, inchiostro cancellato che nessuno potrà leggere. Tutto ciò che la bambina non dice urla più di tutto il resto del romanzo. Tutte le cancellature sono un colpo allo stomaco di ogni lettore. Tutte le parole non dette sono quelle che l'autrice vuole sottolineare, vuole lanciarci contro come fossero schiaffi in faccia. Questo ondeggiare tra luce e buio, tra la dolcezza della vita e le sue brutture, dà al romanzo un ritmo straordinario, fino ad avere, nelle mie mani, lo stesso effetto di un page-turner: capitoli brevi, a volte brevissimi, incisivi, immediati che alternano ombre e raggi di sole e che non lasciano scampo al lettore. Bisogna continuare a leggerlo senza interruzione, perché noi che leggiamo ci stiamo muovendo a quel ritmo, l'abbiamo fatto nostro e non possiamo permettere a lui e a noi delle pause.
Ci lasciamo trasportare da parole di speranza e realismo, di illusione e concretezza.
E anche quando quel sogno americano diventa incubo e sembra trasformarsi in impossibilità, non tutto è finito. Questo non è un romanzo in cui ci si arrende. È una storia dove si perde tutto ciò che si può perdere, dove la distruzione è di casa, eppure lo sguardo di Rory - e anche il nostro - resta fresco, spontaneo e pieno di speranza. I sogni distrutti si trasformano in nuove possibilità.
Ad ogni pagina che giriamo sappiamo che l'autrice ci sta conducendo verso un finale che non potrà mai essere roseo. Sembra farci correre verso un qualcosa di inevitabilmente duro, o magari solo disperatamente realistico. Sappiamo che Rory ci sta raccontando una favola, la favola della sua vita, ma avvertiamo che non c'è scampo, che non si sfugge al destino che le si sta preparando. Eppure.
Eppure non è questo l'intento di Tupelo Hassman.
Il suo è un meraviglioso romanzo di formazione e di crescita. Un romanzo intriso di voglia di reagire a ciò cui si è condannati, di cambiare un destino già tracciato, di resettare tutto e ripartire da un nuovo inizio.
Se e come Rory riuscirà a prendere la sua vita e farla diventare la realizzazione del suo sogno americano, spetta a noi scoprirlo. Forse non sarà come l'avremmo voluto noi, ma sarà il suo.
Terminiamo la lettura con in testa una musica che ci ha accompagnati a passo di danza.
Abbiamo scivolato sulla determinazione, inciampato nella commozione, ci siamo fermati nei silenzi e abbiamo preso fiato ad ogni sorriso.
Rory è diventata la mia bambina e anche la tua: Rory è la figlia di ogni lettore. Ce ne prendiamo cura, ci sentiamo impotenti di fronte a quei problemi che incontra ma di cui non sembra rendersi davvero conto, e allo stesso tempo ci sentiamo orgogliosi della sua forza. Del suo rialzarsi come se fosse naturale e non un atto eroico. La portiamo nei nostri pensieri e la facciamo accomodare nel nostro cuore.
E ne parliamo agli altri come se fosse davvero nostra.



giovedì 7 novembre 2013

Pensieri sparsi e un po' confusi: libri italiani parte 1

Leggo tanto e parlo poco. Eppure i libri mi chiedono di essere raccontati, dopo essere stati letti. Mi fanno promettere che non li dimenticherò, che parlerò di loro in giro. Mi suggeriscono frasi ad effetto per poter conquistare nuovi lettori, o mi urlano stroncature quando, ahiloro, si rendono conto di non essere il meglio che si possa desiderare.
E io cosa faccio? Promesse da marinaio. Dico loro che sì, non lascerò che restino mie letture silenziose. Giuro che domani, c'è sempre un domani, apro una pagina del blog e parlo degli ultimi 55 libri letti. Sì, tutti insieme, perché se dovessi scegliere non ne sarei capace. Rimando a domani quel che potrei fare oggi. E nel frattempo leggo. E i libri aumentano. E anche le parole non dette.
E ora? Ora ci voglio provare, voglio vedere che effetto fa tornare a parlarne. Magari si crea un bell'effetto valanga, e a questo post ne seguiranno tanti altri e il blog tornerà a cercare di essere costante, o almeno semplicemente vivo. O magari nulla cambierà e questo sarà un post isolato. Io e il blog siamo in un momento difficile del nostro rapporto e stiamo cercando di capire cosa vogliamo. Perciò, perdonateci se non siamo all'altezza di quel che vorremmo essere.
Ma basta parlare di noi.
Parliamo di loro. Dei libri letti. Dei bei libri letti. Dei bei libri italiani letti.
Sono loro i protagonisti: i romanzi di autori italiani. Uomini, donne, giovani, vecchi, esordienti e scrittori affermati. Li ho amati tutti, o quasi. Li ho amati tanto. E riuscire a presentarli qui, tutti insieme, magari è davvero troppo. Però comincio, perché... bè, se lo meritano.
Vado in ordine di lettura, partendo dall'ultimo letto e poi indietro a ritroso finché voi vi sarete annoiati, o io penserò di avervi annoiati abbastanza.




Il casale di Francesco Formaggi
L'autore è un giovane esordiente. Un giovane italiano esordiente. Ed esordisce con la Neri Pozza.
In un ipotetico dialogo con me stessa, queste tre affermazioni - ma soprattutto l'ultima - basterebbero a convincermi non solo a leggere il romanzo, ma anche a essere positivissimamente predisposta nei suoi confronti. Trovare poi il libro, nuovo nuovissimo, su una bancarella a soli 3€ è stato una sorta di segno del destino. Molto probabilmente prima o poi l'avrei comprato a prezzo pieno ma la sorte ha voluto diversamente e non ho potuto dirle di no. Le prime pagine del romanzo sono magistrali. Due fidanzati, un viaggio in auto verso una meta voluta da lei e subita da lui, e poi all'improvviso un patatrac. Un piccolissimo minuscolo patatrac che cambierà l'atteggiamento di lui, Francesco, nei confronti della sua lei, Giulia. Un patatrac (ma quanto inorridirebbe l'autore nel sapere che ho usato questa espressione per descrivere la scoperta da parte del protagonista che gli alluci della sua ragazza sono orribili e disgustosi?) che si insinuerà tra le pagine, influenzando in maniera subdola l'intero andamento della storia. Che non è tutta qui, sia ben chiaro. Ambientata nel casale di una zia un po' particolare, il lettore farà la conoscenza di personaggi strani, quasi grotteschi e assisterà a eventi inquietanti. Il tutto narrato senza troppi fronzoli, con una bella prosa diretta, asciutta che dà piacere al lettore. Durante la lettura ho avuto l'impressione di un grande lavoro di cesellatura delle frasi, delle parole. Formaggi è uno scrittore attento, minuzioso. La sua non appare una prosa spontanea (sia ringraziato il cielo!) ma ben studiata, ponderata in ogni elemento. Quasi perfetta. Si comprende che dietro quelle pagine c'è stato un lavoro continuo il cui risultato è davvero encomiabile.
Il casale non dà scampo: l'autore ci ha saputo fare sia coi contenuti che con la forma.  E mi rendo conto di aver detto troppo poco, maledizione, ma come si fa? Non posso star qui a parlare tutta la sera del Casale. Meglio leggerlo direttamente ;)
Edizione Neri Pozza. 240 pagine. €16,50  3,5 stelline



Argento vivo di Marco Malvaldi
Ma mille grazie alla Sellerio perché pubblica Malvaldi. Mille grazie a Malvaldi perché scrive queste storie. Mille grazie alla moglie di Malvaldi perché le storie che lui scrive lei le ha pensate prima di lui e gliele ha proposte. Mille grazie al caso che ci mette lo zampino e crea le occasioni giuste per permettere a storie del genere di venir fuori.
Finiti i ringraziamenti, dovrei passare a parlarvi del libro.
A spiegarvi perché questo romanzo è una genialata travestita da simpatica storiella. A URLARVI che Argento vivo dovete leggerlo perché l'autore, mentre racconta, gioca con i lettori e mica possiamo lasciarlo da solo a giocare?
Malvaldi ha pensato - o sua moglie ha pensato, ma fingiamo siano un'unica persona :) - una semplice storia, quella di un furto, trasformandola in una commedia degli equivoci, regalandole un andamento da pièce teatrale. Ha immaginato diversi gruppi di personaggi, ogni gruppo relegato nella propria scena ma collegato agli altri attraverso un sistema di intreccio che ha del magistrale.
C'è uno scrittore un po' in crisi e la sua editor dedita solo a pubblicizzarlo.
C'è un lit-blogger che rischia di perdere un lavoro che non l'appassiona.
C'è un gruppetto mal assortito di ladri che organizza furti in casa.
E c'è una poliziotta che tenta di fare il suo lavoro, mai apprezzato quanto si dovrebbe.
Prendiamo i personaggi, mischiamoli, facciamoli interagire o magari separiamoli e facciamoli sfiorare tra una scena e l'altra. Diamogli dialoghi brillanti e idee inimmaginabili. Il risultato ha l'argento vivo ;)
La lettura ogni tanto può creare confusione, può obbligare il lettore a consultare lo schemino dei personaggi posto all'inizio del romanzo - come nei migliori gialli di Agatha Christie - ma ciononostante non lo si può mollare. Si ha continuamente voglia di ridere e sorridere grazie alle parole dei suoi strampalati personaggi, si ha voglia di capire fino a dove l'autore riuscirà a spingersi senza ingarbugliare tutto e come farà poi a riannodare tutti i fili e a far tornare tutti i conti.
Non saranno i simpatici vecchietti del BarLume di cui si ha continuamente nostalgia, è vero, ma ci si diverte alla grande. E per troppo poco tempo. Di Malvaldi non se ne ha mai abbastanza. Magari ce ne fossero di più, di scrittori come lui!
Edizioni Sellerio. 288 pagine. €14,00. 4 stelline



Il bordo vertiginoso delle cose di Gianrico Carofiglio
Se avessi dovuto parlare di questo romanzo nel momento in cui ho finito di leggerlo, mi sarei sentita spaesata. Mi sarei guardata in giro sperando che qualcuno mi potesse suggerire le parole, la risposta giusta a semplici domande come "Ti è piaciuto?" oppure "Com'è?".
Com'è questo bordo vertiginoso delle cose?
È un romanzo che ti lascia stordita. Dopo, però. Mentre lo leggi, sei tutta concentrata ad assorbire ogni parola che Carofiglio mette giù, parole che rotolano veloci una dopo l'altra, formando capitoli che alternano la narrazione in prima persona  all'ostica narrazione in seconda. Quel Tu narrante proprio non riesco a digerirlo, non riesco a comprenderlo eppure lo sento così adatto, così azzeccato per quel momento presente. L'ho vissuto come un modo perfetto per prendere le distanze da ciò che si è, laddove l'io è un modo per avvicinarsi a ciò che si è stati. Forse non erano queste le intenzioni dell'autore, ma io ho vissuto quest'alternanza così. Un uomo, uno scrittore che non riesce più a scrivere per sé e che è diventato ghost writer per altra gente, torna sui luoghi della sua adolescenza, lì dove tutto è iniziato: la voglia di scrivere, di cambiare, di amare. C'è una trama, c'è una storia ben delineata e dei personaggi e delle azioni... eppure si arriva velocemente alla fine e sembra di non aver nulla tra le mani. La sensazione è quella che manchi qualche pagina, che manchi qualche centinaio di pagine perché si è letto troppo poco e quel poco proprio non basta. La convinzione è quella di essersi persi qualche pezzo. Forse l'autore ha voluto lasciare noi lettori su un bordo vertiginoso.
Si esce dalla lettura frastornati e nostalgici. Con tante, troppe, domande e quasi nessuna risposta. Con la decisione di scovare l'autore e chiedergli perché ha scritto questo libro, cosa vuole che io capisca. Perché me l'ha fatto leggere?
Chissà. Ma nonostante la sensazione di smarrimento e confusione, possibile che ci si ritrovi ad amare comunque questo libro? A sentirlo proprio? Ad amare le sue mancanze?
È così, e spero un giorno di sapermi spiegare il perché.
(Sarà l'amore mai sopito per l'avvocato Guerrieri a farmi parlare? sarà che l'ho intravisto anche tra queste pagine? chissà...)
Edizioni Rizzoli. 320 pagine. €18,50. 3,5 stelline




Il 49esimo stato di Stefano Amato
Devo ammettere che questo romanzo non mi ha entusiasmata come pensavo avrebbe fatto. Eppure aveva dalla sua tre elementi positivi:
- l'autore è un simpaticissimo libraio che ha fatto della sua professione occasione per esilaranti post del suo blog L'apprendista libraio. L'ho sempre seguito e mi ha sempre divertita, ma tanto;
- la trama è davvero originale e non passa inosservata: "Con l’appoggio della mafia, la Sicilia viene annessa nel secondo dopoguerra agli Stati Uniti, diventando un avamposto strategico con cui gli americani controllano la minaccia comunista nel resto della penisola e in Europa. Il romanzo narra le vicende tragicomiche di un gruppo di giovani di questi stralunati anni Settanta, Jeff, Harry, George e Lucky, che sognano di sfondare nella scena musicale punk internazionale grazie alla collocazione geopolitica dell'isola.";
- il libro fa parte del progetto Indies. Un  progetto interessante e intelligente. 
Insomma, i presupposti c'erano tutti. E non dimentichiamo la cover: anche lei ha fatto il suo sporco lavoro nel convincermi. 
Detto ciò, il romanzo non mi ha convinta. Mi ha stancata. L'ho trovato troppo lungo e ripetitivo. Fin troppo incentrato sulle vicissitudini dei quattro amici e troppo poco concentrato sull'ambientazione, pezzo forte della storia. Non che questa sia assente, sia chiaro, ma l'ho sentita debole. Così come ho trovato poco interessante la storia dei ragazzi e della loro band.
Devo però ammettere che le mie remore sono personalissime e non obiettive. Non riesco a trovare particolari pecche nel romanzo, difetti che renderebbero il romanzo discutibile.
No, credo sia un romanzo di buon livello ma non nelle mie corde. Probabilmente a causa delle alte aspettative che avevo. Fosse solo per l'ironia che ho riscontrato nell'idea generale della storia ma non tra le pagine. Un peccato avere un dono del genere e non sfruttarlo in questo ambito.
In breve: un romanzo da provare e da ammirare per l'originalità. Tutto qui. 
Edizioni Feltrinelli - Transeuropa. 230 pagine. €14,00. 2,5 stelline




Una carrozza per Winchester di Giovanna Zucca
Oddio quanto ho odiato questo libro. E quanto mi ha annoiata. Ma proprio troppo. Oltre il livello consentito a un libro. E quanto ho trovato stonati i dialoghi, e l'atmosfera. E i personaggi. Insomma, se la Zucca voleva ricreare atmosfere ottocentesche, ricalcando i romanzi austeniani, non penso che ci sia riuscita minimamente. Perché se tali romanzi avessero i suoi ritmi e il suo stile, me ne sarei tenuta lontana per tutta la vita.
Eppure il romanzo si presentava così bene. E invece no, no e no. Quando un romanzo mi annoia alla follia non posso manco perdermi in troppi perché e per come. Bocciato, con dispiacere, ma bocciato. 
Fazi Editore. 200 pagine. €16,50. 1 stellina



Marina Bellezza di Silvia Avallone
Proprio non sapevo cosa aspettarmi da questo romanzo. Acciaio mi era piaciuto, l'avevo trovato vero, vivo e forte nonostante la negatività che portava con sé. Però mi aveva anche dato qualche pugno nello stomaco, che non è mai bello ricevere. Mi chiedevo perciò se per Marina Bellezza avrei dovuto aspettarmi la stessa dose di sofferenza oltre al piacere. A fine lettura posso dire che sì, schiaffi e carezze il lettore li prende anche qui, ma li accetta perché capisce che fanno parte del gioco, fanno parte della vita. Marina Bellezza, così come era stato Acciaio all'epoca, ha dentro di sé la vita. La vita di due ragazzi, Marina e Andrea, che cercano di trovare la loro risposta alle imposizioni del mondo, adattandosi e approfittandone o sfuggendogli e fregandolo. Marina e Andrea: forza e debolezza, determinazione e confusione, amore e odio, voglia di vincere e resa. Due facce della stessa medaglia, due modi di affrontare un mondo, un'Italia che non sembra avere posto per loro. Il romanzo parla di una grande storia d'amore, un amore che attraversa tutte le pagine ma non è mai il protagonista assoluto. Un amore che non riesce ad avere la vita che merita, perché in Italia è difficile anche quello, per due giovani che hanno voglia e bisogno di lavorare. Si assiste impotenti alla storia dei due protagonisti, ci si arrabbia e quasi si arriva a odiare il loro egoismo e la loro testardaggine che li porta verso scelte assurde, ci si identifica nell'uno o nell'altro e ci si rende conto che l'autrice ci ha coinvolti e gettati nella storia senza che ce ne accorgessimo.
E poi, al di là della storia, si è attirati dall'attenzione per i luoghi in cui questa si svolge. O, più che attenzione, l'affetto che l'autrice ha per quei luoghi. Si sente l'attaccamento a quella terra, nonostante la poca accoglienza che essa riserva a chi vuole continuare a vivere e restarci.
E ancora, quel che mi stupisce della Avallone è che, seppure la sua prosa non sarà magistrale, seppure il suo stile non è di quelli che mi lasciano a bocca aperta e mi mettono i brividi, riesce ad andare a segno e a farmi apprezzare il tutto, senza storcere il naso come mi accade sempre più spesso con le giovani autrici italiane contemporanee.
In poche confuse parole: ho apprezzato tanto Marina Bellezza per ciò che è e per ciò che non è. E l'ho apprezzato nonostante difetti e mancanze. E lo consiglio, lo presto, invito i lettori ad andare agli incontri che l'autrice sta tenendo in giro per l'Italia: le sue parole vi sapranno colpire prima e meglio delle mie.
Edizioni Rizzoli. 528 pagine. 18,50. 3,5 stelline



Atletico Minaccia Football Club di Marco Marsullo
«La seconda regola del calcio secondo Cascione è: non esistono partite amichevoli, solo partite da vincere. Il fair play è un'invenzione dei Testimoni di Geova
Sarà che me l'ha suggerito mio fratello e, nonostante io sia sempre restia ad accogliere i suoi suggerimenti, poi non me ne pento mai, anzi. Sarà che l'autore è di una simpatia unica e proprio non me l'aspettavo (non che pensassi che fosse antipatico, eh, solo non così simpatico e divertente). Sarà che un romanzo del genere, con un titolo del genere, con una copertina del genere non l'avrei mai degnato di mezzo sguardo in libreria. Sarà che la storia è esilarante, è napoletana, è il giusto antidoto per un momento no. E sarà che Marsullo è giovane, è un esordiente e non se la tira.
Sarà sarà sarà: io, Atletico Minaccia Football Club, l'ho adorato. Quasi idolatrato. Mi ha fatto scoppiare a ridere, ma ridere di cuore, all'improvviso. Non me le aspettavo le risate e invece sono arrivate senza annunciarsi prima. Un secondo leggi un rigo, un secondo dopo non hai più il fiato per il troppo ridere. E poi le trovate geniali, quelle trovate che, perdonate il momento campanilistico, ma solo a un napoletano possono venire in mente. Trovate geniali su di uno pseudocampo di calcio, per organizzare uno pseudocampionato con pseudogiocatori. Non pensavo mi sarei appassionata a un romanzo che parla di calcio con annessi e connessi. Mio padre si era detto sicuro che non mi sarebbe piaciuto, conoscendo la mia avversione ai campionati, alle partite in casa, ai derby e ai fuorigioco (ma sì, il calcio per me sono parole a caso senza senso né connessione logica). E invece.
E invece Marsullo mi ha fatta appassionare a qualcosa che non mi appassiona. Mi ha attaccata alle pagine tanto da desiderare di volerne ancora, magari di ricominciare daccapo per rivivere quelle gag, quelle battute, quelle trovate. Mi ha fatto sperare che Vanni Cascione possa essere protagonista non solo di questo ma di una serie di romanzi. E magari non solo lui. Caro Marco, mi sembra quasi di conoscerti, grazie per avermi intrattenuta in questo simpaticissimo modo. Sei uno spasso, scrivi ancora!
Edizioni Einaudi. 224 pagine. €17,00. 4 stelline



Inutile Tentare Imprigionare Sogni Cristiano Cavina
Questo romanzo di Cavina, per me il primo letto di quest'autore, mi ha convinta che mi manchi un pezzo. Un pezzo della sua storia, della sua bibliografia, un pezzo importante di lui. Perché il romanzo si è fatto leggere, si è fatto apprezzare, ha sicuramente dalla sua gli aspetti positivi tipici di un romanzo ben scritto, originale, ben strutturato e pure abbastanza coinvolgente. Eppure non mi ha presa come pensavo. La lettura è stata piacevole ma con riserva. Come se quei personaggi e quelle scene dovessero dirmi di più, ma io non sono riuscita a capire cosa. E allora ho pensato che per apprezzarli a dovere avrei dovuto leggere i suoi libri precedenti. Cominciare a entrare nel mondo Cavina, dargli la possibilità di farsi conoscere per bene e quindi apprezzare maggiormente. Credo che l'autore sia uno di quelli con cui non si ingrana immediatamente. Ha bisogno di tempo e di pagine. Cosa che per uno scrittore non è sicuramente positiva, visto che spesso se il lettore non viene colpito nello spazio di un solo romanzo, allora abbandona e passa al prossimo. Ma nel suo Baldo Creonti e la sua esperienza scolastica, nel mitico personaggio della madre, nella figura di quei terribili professori: in ogni momento si intuisce che c'è qualcosa di vero e profondo. Qualcosa di più di quel che si sta leggendo.
Perciò se siete già dei fan di Cavina (e volete pure suggerirmi qualche titolo...) allora sicuramente apprezzerete questa lettura più di me che sono al mio primo appuntamento con l'autore. Se come me non l'avete ancora incontrato, io forse consiglierei di andare indietro nel tempo e iniziare dai suoi primi romanzi, o magari dai suoi romanzi migliori. O forse di non leggerne solo uno, ma di provarne due o tre insieme, per capirlo meglio. 
Edizioni Marcos y Marcos. 224 pagine. €16,00. 3 stelline