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14 apr 2017

Elina Duni Quartet - Sytë

17 gen 2015

Tom Waits - Warm beer cold women



Warm beer and cold women, no I just don't fit in
Every joint I stumbled into tonight that's just how it's been
All these double knit strangers with gin and vermouth
And recycled stories in the Naugahyde booths

With the platinum blonds, tobacco brunettes
I'll be drinkin' to forget you, I'll lite another cigarette
And the band's playin' something by Tammy Wynette
And the drinks are on me tonight

All my conversations now I'll just be talkin' about you baby
Borin' some sailor as I try to get through
I just want him to listen now, I said that's all you have to do
He said, "I'm better off without you" until I showed him my tattoo

And now the moon's rising ain't got no time to lose
Time to get down to drinking tell the band to play the blues
Drinks are on me, I'll buy another round
At the last ditch attempt saloon

Warm beer, cold women, I just don't fit in
Every joint I stumbled into tonight that's just how it's been
All these double knit strangers with gin and Vermouth
Receeding hairlines in the Naugahyde booths

With the platinum blonds, tobacco brunettes
I'll just be drinking to forget you baby, I'll lite menthol cigarette
And the band's playing somethin' by Johnnie Barnett
And the last ditch too soon

19 feb 2012

I'm Old Fashioned - Chet Baker


8 dic 2011

Rimando - Musica Nuda


27 lug 2011

Chet Baker and his wife Halema


Il bianco e nero è jazz.

24 lug 2011

Amy Winehouse - Wake Up Alone


Come sono fragili la bellezza, il talento, l'arte. Addio.

30 apr 2011

Guarda che Luna - Petra Magoni e Ferruccio Spinetti


Visti ieri sera al Teatro Nuovo. Come sono? Non si può dire se non dopo averli visti e ascoltati dal vivo. I loro dischi, seppur stupendi, non rendono minimamente giustizia al talento, alla bravura, alla tecnica, alla musicalità, alla piacevolezza.
SCONCERTANTI PER BELLEZZA.

8 mar 2011

Maple Leaf Rag - Stefano Bollani


Lunedì prossimo dopo una giornata di lavoro di merda, uscirò dall'ufficio e andrò verso due ore di luce e libertà.
Al Teatro Nuovo di Verona, mi andrò ad ascoltare, vedere, gustare il grande Stefano Bollani.
Come in un sogno, in un trip lisergico mi dimenticherò la mediocrità di tutti i giorni, i colleghi.
Indosserò un famous blue raincoat, o un cappottone nero lascito di Leonard Cohen, gli anfibi consunti, la tesa dello stetson tirata sugli occhi, il bavero alzato. In una nuvola di fumo azzurro lo guarderò nel buio del teatro da dietro la tenda di un palchetto deserto.
Più che Bogie... Woody in "Play it again, Sam".

13 feb 2011

Il Rock and Jazz Emporio di Verona

Venerdì sera rientravo dal lavoro stavo ascoltando un pezzo degli Oregon in onda su Fahrenheit (Radio Tre), e all'altezza della Chiesa di San Fermo inconsciamente ho guardato a sinistra in via Frangini dove una volta vi era il Rock and Jazz del mitico Giuseppe Sattin, conosciuto dai più come il baffo.
Quanti sabato mattina e sabati pomeriggio ci ho passato dentro a sfogliare nei primi anni di esistenza del negozio migliaia di lp e poi a sfogliare le file dei cd.
Poi lì vicino ha aperto la Fnac e il Rock and Jazz Emporio ha dovuto chiudere.
Certo erano passati ormai gli anni d'oro, ma è stato comunque un peccato.
Quante chiacchiere, quanti dischi ascoltati e comprati.
Che bell'ambiente era anche se il baffo era pur sempre un ruvido.
Lo ricordo con il suo giacchetto che lo faceva molto country e con il baffo sempre a posto.
Quanta nuova musica ho conosciuto e scoperto in quel negozio.
Un vero tempio per amanti del rock, del jazz.
Sembrava di far parte di un gruppo di iniziati, di una famiglia, chi capiva di musica si trovava lì.
Quanto mi mancano le osservazioni che il baffo non lesinava a moglie e figlie e ...mai uno sconto. Cazzo migliaia di euro spesi in quel negozio e mai uno sconto. Ma era così, era il Rock and Jazz Emporio.
Qualcosa che non c'è più e che non tornerà più. Il passato.

16 gen 2011

The Sidewinder - Lee Morgan


La canzone che poi diede anche il titolo all'LP di Morgan è uno di quegli instant-hits che negli anni d'oro del jazz capitavano come poi nella musica rock. The Sidewinder al pari del serpente da cui prende il nome si muove e si svolge con sinuosità, trasversalmente, punzecchiando la testa, annidandosi per sempre nel cervello e non uscendone più, attaccandosi lì come un qualche tormentone estivo. Un pezzo con un ritmo che diventò negli anni successivi un pattern per decine e decine di Lps che cominciavano con un gran bel pezzo funkeggiante che serviva poi però solo a nascondere la pochezza di cui era poi composto il resto dell'album.
Jazz hits, oggi qualcosa di sconosciuto e persino inconcepibile, ma al tempo, tra la fine degli anni 50 ed i primi 60 non era rarità anche se delle dimensioni di The Sidewinder, così su due piedi mi vengono in mente solo So What del divino Miles e Watermelon Man di Herbie Hancock.
The Sidewinder fu anche il miglior album di Lee Morgan, non essendo più riuscito dopo a raggiungere quelle vette, avendo però mantenuto comunque una produzione più che buona.
All'album, registrato il 21 dicembre 1963 da Rudy Van Gelder negli omonimi studi di Engelwood Cliffs, parteciparono Joe Henderson al sax tenore, Barry Harris piano, Bob Crenshaw basso e Billy Higgins batteria. Henderson è protagonista di alcuni assoli veramente rimarchevoli all'altezza di quelli di Morgan con un interplay da manuale tra tromba e sassofono. Il piano di Harrs scandisce il ritmo come un metronomo, ascoltate il lavoro che fa in The Sidewinder, perfettamente accompagnato dal duo basso batteria.
La bellezza ed il successo del pezzo d'apertura oscurarono le altre canzoni, in realtà tutte meritevoli e di grande bellezza, in particolare Totem Pole (che avrebbe potuto benissimo essere un altro hit) e la finale Hocus Pocus.
Se posso insistere vi consiglierei di procurarvi un qualche modo l'album (ora i Blue Note i trovano nei negozi e pochi euro) che questo è un disco che piace anche a chi non è appassionato di jazz.



2 nov 2010

Pier Paolo Pasolini (Bologna, 5 marzo 1922 – Ostia, 2 novembre 1975)


Le immagini e la voce di Nanni Moretti, The Köln Concert di Keith Jarrett.

3 set 2010

Rotterdam Blues - Humbol Van Pel


Il quadro di Humbol Van Pel, mi ha fatto ricordare il mio primo ascolto o uno dei miei primi ascolti di musica jazz effettuato a casa di un caro amico.
Si trattava di un disco di Brubeck e Mulligan registrato dal vivo "We're all together again for the first time". Tra i pezzi una incredibile ed infinita "Take Five" e "Rotterdam Blues". Quel primo disco ha sempre mantenuto qualcosa di magico e per non rompere la magia del ricordo non l'ho mai comprato nè più volutamente riascoltato.
Il quadro me l'ha fatto ricordare dopo tanti anni: quella Rotterdam quasi notturna, quel canale sorpreso al calar della sera, già buio mentre il cielo ancora riflette le ultime luci concilia ricordi e riflessioni.



25 lug 2010

Jasmine - Keith Jarrett / Charlie Haden


1) For All We Know
2) Where Can I Go Without You
3) No Moon At All
4) One Day I’ll Fly Away
5) Intro – I’m Gonna Laugh You Right Out Of My Life
6) Body And Soul
7) Goodbye
8) Don’t Ever Leave Me

Due amici che non suonano insieme da 30 anni.
Un reincontrarsi e provar a far musica, per nostalgia, per amore, perchè le parole non sono sufficienti e non vengono, non possono raccontare.
Immagino sia avvenuto così l'incontro tra Charlie Haden e Keith Jarrett. In occasione dell'intervista per un film su Charlie i due suonano un paio di pezzi insieme nello studio casalingo di Jarrett.
Nell'occasione dalle note sprizza una scintilla d'arte pura.
Allora Jarrett invita Haden e moglie a casa sua per alcuni giorni.
I due vanno in studio e cominciano a suonare, suonano da mattina a sera per quattro giorni, con nessuna idea di produrre un album ma solo per il piacere di suonare insieme in una ricerca della bellezza musicale pura del groove dell'interplay della grande musica.
Alla 4 giorni di musica sono poi seguiti infiniti ascolti per cogliere i pezzi migliori, quelli che catturavano l'aria, l'essenza del loro incontro.
Il risultato finale è questo splendido Jasmine, 8 canzoni tra standard classici e meno, nessuna velleità di produrre qualcosa di nuovo, uniti da una musicalità ed un intimismo che richiamano prepotentemente l'album “The Melody at Night with You” di un Jarrett in solo particolarmente ispirato del 1999.

Due maestri per una musica senza tempo che bypassa ogni steccato di genere, un trionfo di colori per ogni pubblico.

"Call your wife or husband or lover in late at night and sit down and listen. These are great love songs played by players who are trying, mostly, to keep the message intact. I hope you can hear it the way we did."

Keith Jarrett

2 lug 2010

Chick Corea e Stefano Bollani - Verona Jazz Festival 01/07/2010


Il concerto mi ha sorpreso. Non mi aspettavo una performance di questo livello.
Corea ha avuto modo di dire di Bollani “amazing genius” ma lui non è stato da meno.
Sono state due ore di improvvisazione, nessuno standard.

Sul palco due pianoforti affiancati, quasi fusi uno nell'altro e un jazzista mostruoso, con 4 mani due teste ed un unico corpo, una vera unità duale di una bravura sconcertante molto più grande della somma delle due individualità che le hanno dato vita.

Due ore di colori, di fantasia, due linguaggi pianistici che si fondevano e divenivano uno per poi lasciarsi e riacquisire la propria identità.
Due geni del piano jazz: Bollani che procede a strappi, per accelerazioni, mostrando un'energia e una fantasia inesauribili, che trova accenti melodici e lirici dai toni decisi ma sempre infine ironici; Corea che procede con delle costruzioni melodiche estremamente complesse senza apparire mai difficile.

Impossibile raccontare tutto, come di quando hanno entrambi smesso di suonare la tastiera del pianoforte ed hanno cominciato a percuoterlo, rivelandosi entrambi bravi percussionisti e poi di quando Bollani ha cominciato a canticchiare sulle note, alla Keith Jarrett, di quando all'interno di improvvisazioni ispirate e lanciate a velocità virtuosistiche inebrianti trovavano il tempo di farsi il verso, come in uno scambio di ping-pong senza mai perdere il filo della matassa né il pathos che la loro musica offriva.
E poi, i per me impagabili, momenti dei pianissimo o delle pause tra una nota e l'altra, quando nel silenzio del Teatro Romano, si sente lo scroscio dell'acqua dell'Adige che passa sotto il Ponte Pietra.

Bello il concerto e bravi loro, maledettemante bravi e coraggiosi a proporre solo improvvisazione senza annoiare mai nemmeno per un minuto il pubblico. Interplay perfetto tra pianoforti come ad oggi non mi era mai capitato di sentire: due grandi musicisti e non riesco quello che mi è piaciuto di più, forse come detto prima il migliore è stato il mostro a 4 mani.

21 giu 2010

The Last Waltz - Bill Evans


Alcuni giorni fa' parlando con un amico via chat, si chiacchierava del più e del meno, e lui tra le altre, mi ha chiesto che cosa avessi comprato di musica ultimamente e cosa stessi ascoltando più spesso. La risposta fu " The last waltz" di Bill Evans. Per chi di voi non lo conoscesse Bill è stato (sin da quando era in vita) il più grande pianista della storia del jazz, ed ancora lo è; anche per chi non condivide questa mia opinione rientra comunque nel ristrettissimo gruppo che si può numerare con le dita di una mano.
Ebbene "The last waltz" è un cofanetto di 8 cd che raccoglie la sua ultima serie di esibizioni dal vivo dal 31 agosto 1980 all' 8 settembre 1980 al Keystone Corner di San Francisco.
Evans sarebbe morto appena una settimana dopo queste esibizioni, il 15 settembre 1980.
Lui sapeva mentre suonava che aveva pochi giorni di vita, che la malattia gli lasciava letteralmente qualche centinaio di ore di luce e musica.
Questa consapelovezza traspare nell'intensità della musica che ci ha lasciato in queste ultime sessions. Ogni singola nota è insieme un addio, un prendere congedo, l'ultima volta che viene suonata ed è paradossalmente un inno alla vita, un inno alla gioia, la poesia di un fiore e dell'erba e di un' altra alba ancora, un altro giorno, il tramonto.
Impossbile rendere l'umanità, la vita, la morte, con le parole...

Pubblicato su "ivisionari" il 25/06/2008

13 mag 2010

Summertime - The Bill Evans Trio

Visto che l'estate si ostina a non manifestarsi, chissà che evocandola...

27 apr 2010

Verona Jazz 2010

MICHAEL BUBLÈ - Crazy Love Tour + special guest Naturally 7
ARENA DI VERONA
22 maggio ore 21.00


SWALLOW-TALMOR-NUSSBAUM TRIO / CHARLES LLOYD QUARTET
TEATRO ROMANO
30 giugno ore 21.00


CHICK COREA - STEFANO BOLLANI DUO
TEATRO ROMANO
1 luglio ore 21.00


CRISTINA ZAVALLONI IDEA “Per caso Aznavour” BILL FRISELL TRIO
TEATRO ROMANO
2 luglio ore 21.00

11 apr 2010

Dylan Different - Ben Sidran


Capita, ogni tanto, di entrare in un negozio di dischi con nessuna idea. L'abitudine di frequentare questi luoghi in via d'estinzione è dura a morire in me e se ne andrà solo quando i luoghi stessi spariranno. Ieri mattina sono entrato alla locale Fnac, fatti i consueti giri tra gli scaffali ecco la scossa. Un album, un paio di copie solamente, di Ben Sidran nel reparto jazz ed un titolo invitante: Dylan Different.
Mi piace il jazz, mi piace Dylan, ecco il disco.
Dodici canzoni del rocker/poeta/scrittore/tutto di Duluth. L'idea di immaginare Dylan trattato alla pari dei grandi della musica americana degli anni trenta mi sembra cosa naturale. Un classico moderno ancora in attività. Un album jazz di standard, con un rocker al posto di musicisti quali Porter, Kern, Rodgers and Hammerstein, Gershwin, ecc.
Sidran legge le canzoni in chiave jazz senza però stravolgerle, offrendone una lettura rispettosa ed insieme originale.
Non teme di confrontarsi con alcune delle canzoni maggiori dello sterminato repertorio dylaniano: le interpreta e le fa sue, ne fa il suo canzoniere, il suo Dylan.
Così tra i solchi ci si può gustare una Highway 61 Revisited che scivola in un elegante e sommesso blues che non perde mai swing, una Tangled Up in Blue sciorinata come uno scioglilingua scoppiettante e divertito. Anche la super inflazionata Knockin' on Heaven's Door ne esce rigenerata e perfettamente attuale. C'è pure una sorprendente e funkeggiante Subterranean Homesick Blues a testimoniare la bravura e sensibilità di Sidran.
L'album si chiude con una grande Blowin' in The Wind, suonata come un valzer di locale notturno quando ormai tutti se ne sono andati e sulla pista solo una coppia avvinghiata ma senza più speranze nel futuro. Blowin in The Wind quasi 50 anni dopo ha perso ogni forza di denuncia, ed è diventata la cronaca della sconfitta e di tutte le disillusioni.
Non più la chitarra a sostenere quella vecchia protest song, ma un pianoforte ricco d'amore e nostalgia.

Non si fosse capito, album caldamente consigliato. In una parola: bello.

Elenco dei brani:
1. Everything Is Broken, 2. Highway 61 Revisited, 3. Tangled Up in Blue, 4. Gonna Serve Somebody, 5. Rainy Day Woman #12 & 35, 6. Ballad of a Thin Man, 7. Maggie's Farm, 8. Knockin' on Heaven's Door, 9. Subterranean Homesick Blues, 10. On the Road Again, 11. All I Really Want to Do, 12. Blowin’ in the Wind.
Musicisti:
Ben Sidran (voce, piano Wurlitzer, Hammond B3, Fender Rhodes), Alberto Mallo (batteria e percussioni), Marcello Giuliani (basso acustico ed elettrico), Rodolhpe Burger (chitarra e voce), Bob Malach (sax tenore, flauto, clarinetto), Michael Leonhart (tromba, flugelhorn), Amy Helm (voce), Georgie Fame (voci e organo), Jorge Drexler (voce), Lenor Waiting & Luca (voci), Leo Sidran (chitarre, Hammond B3, piano koto).


22 gen 2010

John Zorn - Painkiller - Verona 1997


Nota originariamente pubblicato sul blog I Visiionari il 2 giugno 2008.
Nei prossimi giorni andrò a vedere ed ascoltare al Teatro Romano, all'interno della rassegna Verona Jazz 2008, John Zorn.
Lo vidi già nel 1997 in occasione di una sua precedente partecipazione alla rassegna jazzistica veronese. Fu un'esperienza indimenticabile e per molti versi divertente.
Andai al teatro con un carissimo amico e, per la prima in vita nostra, avevamo preso i biglietti “buoni” per la platea numerata. Prima per anni eravamo andati sempre sui gradoni di pietra super caldi dell'anfiteatro. Finalmente seduti comodi, i nostri posti prenotati, vicini al palco. Cambiava il pubblico. Sui gradoni gli appassionati, in platea oltre ad una quota di appassionati anche un numero esagerato di modaioli (nella loro mentalità il jazz fa fine, è figo e impegnato: non so se conosciate il tipo umano). Mentre attendevamo il set di Zorn, ricordo mi ero divertito ad ascoltare i discorsi delle signore bene, vestite con gran abiti da sera come per la prima areniana di Aida. Queste tra abiti firmati, gioielli milionari, si riempivano la bocca del loro ultimo viaggio newyorchese e dell'atmosfera che là si respirava. E allora via con discorsi sull'avanguardia jazz, la musica minimalista, la sperimentazione, i fermenti culturali, il crossover musicale, il village, Soho, gli intellettuali e chi più ne ha più ne metta. Ascoltavo questi discorsi divertendomi e pensando a cosa avrebbero fatto una volta iniziato il concerto dato che palesemente non avevano nemmeno una lontana idea di cosa le aspettasse.
Finalmente si spengono le luci. Entrano i musicisti. Bill Laswell comincia a ravanare manco fosse una straotcaster il suo bassso elettrico, dà le spalle al pubblico e guarda esclusivamente il muro di amplificatori Marshall, che restituiscono un volume di suono da far sanguinare i timpani. Il batterista, si mette a battere sui tamburi seguendo un altro ritmo, un'altra linea melodica (?!) ad una velocità folle, degna e superiore al più acclamato batterista speed/trash/metal. Zorn, se ne sta in un angolo tranquillo. Mi guardo attorno e vedo sorpresa e terrore degli occhi delle signore e non solo di quelle a dir la verità. Poi entra anche Zorn con il suo sax alto, ma non suona; cerca, su questa base metal fatta da basso e batteria suoni; improvvisa tralasciando la sia pur minima ricerca di una nota, ma dedicandosi alla ricerca delle possibilità soniche del suo sax alto e dei microfoni. Straordinario, il caos primordiale, la materia indifferenziata prima del big bang, ancora non esistono gli elementi, gli atomi sono scomposti nei loro componenti primigeni e frullati nel frullatore dell'universo. Alla fine del primo pezzo è cominciata la fuga delle signore e dei loro accompagnatori. Eh la scena underground e dell'avanguardia newyorchese sa essere spietata con i polli! E' andata avanti così con continue defezioni per una buona parte del concerto sino a che c'è stata la fuga generale e siamo rimasti in pochissimi. Che cos'era successo? UNA COSA INDIMENTICABILE! Ad un certo punto Zorn, alla ricerca di sempre nuovi suoni, ha smesso di suonare il sax ed ha cominciato a cercare con la voce di fare sperimentazione. Forzando all'inverosimile corde vocali, gola e diaframma, sino a che per gli sforzi ha vomitato sul microfono ed ha fatto sentire il suono del vomito al pubblico, dei succhi gastrici che risalgono l'esofago. A quel punto come dicevo se ne sono andati quasi tutti. Un piccolo gruppo di sopravvissuti si è goduto sino alla fine il concerto, senza più rompipalle intorno. Io c'ero.
Nel filmato, reperito su you tube, un pezzo di quel concerto ed il momento della sperimentazione vocale e del vomito (purtroppo quando vomita non viene inquadrato).

28 dic 2009

Stefano Bollani e Martial Solal - Vr Jazz Festival 25/06/2009