Di tanti pulpiti.

Dal 2006, episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Madama Butterfly al Teatro Verdi di Trieste tra molte luci e qualche leggera velatura primaverile.

È tornata al Teatro Verdi di Trieste, per la terza volta dal 2019, la produzione di Madama Butterfly con la regia di Alberto Triola.
Questo allestimento è sembrato sin dalla prima volta molto fortunato perché coglie con precisione quasi chirurgica i due cardini dell’opera pucciniana: la distanza culturale e civile tra il Giappone e gli Stati Uniti all’epoca della vicenda e il sogno in cui si rifugia Cio-Cio-San per sopravvivere.
Triola sottolinea nell’arco dello spettacolo che c’è sempre una dicotomia rigida, spietata, tra le illusorie aspettative di Butterfly e la realtà.
A questo proposito scrivevo, nel 2021:

Nella concezione di Alberto Triola, regista di questa nuova produzione di Madama Butterfly, la triste e breve parabola di Cio-Cio-San si compie in un Giappone riconoscibile ma appena tratteggiato da pochi elementi scenici che quasi galleggiano in uno spazio onirico, un non luogo in cui – forse – Butterfly fantastica con la sua mente di donna appena adolescente.
Ed è proprio l’incontro/scontro tra un mondo infantile e delicato e quello adulto e cinico a essere la chiave di volta della regia che riporta in modo deciso Butterfly alla sua dimensione più fragile: quella di una bambina in balia di eventi più grandi di lei che le distruggono i sogni e il futuro, tanto da rendere quasi inevitabile l’estremo sacrificio finale che si compie, in linea con l’impostazione registica, fuori scena e senza clamori.
La delicatezza e la sobrietà caratterizzano anche la recitazione dei protagonisti, che con pochi e ben studiati movimenti – talvolta uno sguardo o solo un cenno – interagiscono virtuosamente impreziosendo il canto di conversazione sommesso che caratterizza il lavoro di Puccini.
Allo stesso modo, filtrati attraverso un velario, ben si alternano tenui e malinconici colori pastello con un raffinato gioco di ombre e figurazioni coreografate in controluce. Lo spettacolo si presenta perciò omogeneo nell’ispirazione e ben realizzato grazie alle scene minimaliste di Emanuele Genuizzi e Stefano Zullo, ai cortesi costumi di Sara Marcucci e alle nobili luci di Stefano Capra che danno tridimensionalità e al contempo cromie premurose all’allestimento.


E oggi, a qualche anno di distanza, mi sento di confermare in pieno le righe precedenti alle quali aggiungerei solo un’ulteriore approvazione per lo splendido impianto luci.
Passando alla componente musicale, se nella prima versione del 2019 sul podio c’era il compianto Nikša Bareza e nel 2021 Francesco Ivan Ciampa, in questa occasione il direttore era Giulio Prandi, al debutto nell’opera.
Prandi si è reso protagonista di una direzione di pregio, estremamente analitica e scevra da eccessi di melassa, che ha esaltato il canto di conversazione che è uno dei paradigmi della musica pucciniana.
Al contempo però –  ed è la mia unica perplessità –   le dinamiche adottate sono sembrate leggermente spente, mancanti di quel calore che suggerisce il violentissimo contrasto di sentimenti e situazioni di cui è permeata la vicenda.
Brillante l’accompagnamento ai cantanti, sostenuti sia con i tempi sia con il gesto amorevole degli attacchi, ed eccellente il rendimento del Coro femminile nella celeberrima pagina a bocca chiusa sul pizzicato degli archi.
Per quanto riguarda i cantanti, Olga Maslova era al debutto e la sua prestazione è stata complessivamente positiva soprattutto perché il soprano ha saputo sottolineare la crescita psicologica del personaggio.
Dal punto di vista vocale, pur senza incidenti, la voce non sembra ideale per parti così drammatiche anche se – lo si evince dal curriculum – costituiscano la base del suo repertorio. Soprattutto nel registro medio grave la voce a tratti sembra velata, mentre gli acuti sono poderosi e penetranti.
Dal lato scenico, invece, l’artista russa è stata eccellente.
Antonio Poli (Pinkerton) canta bene, ha una voce gradevole ma non riesce a infondere al canto quell’inclinazione spavalda, quando non cialtronesca, che caratterizza il suo personaggio. Insomma, è un Pinkerton gentile e educato, che ha tutte le note della parte, ma non convince in pieno.
Ben cantata l’aria “Addio fiorito asil” che – ricordo – nella prima versione (Milano 1904) non era prevista.
Bravissimo Ambrogio Maestri – gran signore del palcoscenico – che connota di una dolente umanità l’ambiguo personaggio del Console Sharpless, di cui mette in luce l’autorità ma anche una certa ignavia. Artista di classe ed esperienza, Maestri è stato impeccabile anche dal lato scenico.
Suzuki era Michela Guarrera, bella voce, educata, ottima presenza scenica, ma forse sottodimensionata per la parte o almeno così è parso dalla mia posizione. Buona l’intesa con Olga Maslova nel “Duetto dei fiori”, che ieri mi è sembrato ancora più commovente del solito.

Al solito perfettamente in parte Andrea Schifaudo, che ha messo in evidenza con la voce e la recitazione tutta l’enigmatica doppiezza del sensale (nakodo nel testo) di matrimoni Goro.
Buone le prestazioni di tutti i coprotagonisti che trovate in locandina,
Teatro affollatissimo da arcigni autoctoni e più morbidi ospiti stranieri, che hanno decretato un successo meritato per uno spettacolo solido, che continua a convincere nel tempo di là dell’avvicendarsi degli interpreti.

Locandina

Madama Butterfly

Olga Maslova

F.B. Pinkerton

Antonio Poli

Sharpless

Ambrogio Maestri

Suzuki

Michela Guarrera

Lo zio bonzo

Yongheng Dong

Goro

Anrea Schifaudo

Il Principe Yamadori

Dario Giorgelé

La madre di Cio-Cio-San

Teresa Ranieri

Kate Pinkerton

Irina Popova

La cugina

Elisa Serafini

Il commissario imperiale

Daniele Cusari

L’ufficiale del registro

Riccardo Corona


Direttore

Giulio Prandi

Direttore del Coro

Paolo Longo


Regia

Alberto Triola

Scene

Emanuele Genuizzi e Stefano Zullo

Costumi

Sara Marcucci

Luci

Stefano Capra


Orchestra e Coro del Teatro Verdi di Trieste

Madama Butterfly torna al Teatro Verdi di Trieste: qualche notizia a latere sull’opera.

Giovedì prossimo al Teatro Verdi di Trieste torna Madama Butterfly di Giacomo Puccini, in un allestimento firmato da Alberto Triola già visto nel 2021, se ben ricordo..
Potevo io non scrivere nulla in questa occasione? Beh, sì, ma sento che tutti voi piccini state aspettando che io vi spezzi il pane della lirica e perciò eccomi qua con qualche curiosità sull’opera (strasmile). Ovviamente semiseria, perché i mappazzoni paludati si trovano ovunque.
Preparate i fazzoletti, ovviamente, e tenete conto anche che dal punto di vista statistico Madama Butterfly è da decenni una delle opere più rappresentate al mondo.
E pensare che l’esordio, il 17 febbraio 1904 alla Scala di Milano, l’esito fu…questo:

L’accoglienza che il pubblico della Scala ha fatto della nuova opera Madama Butterfly ha chiaramente provato ch’esso non ha trovato degno di qualsiasi approvazione il nostro lavoro. Noi quindi ritiriamo lo spartito, di pieno accordo coll’editore e protestiamo perché sia sospesa ogni ulteriore rappresentazione.

Parole scritte da Puccini alla Direzione del teatro scaligero. Inoltre, in un anonimo redazionale su di un giornale milanese così era descritta la reazione del pubblico:

…grugniti, boati, muggiti, risa, barriti, sghignazzate…

Ma cerchiamo di essere seri.
Puccini sceglie, come sempre faceva, un soggetto teatrale forte e lo sottopone alla cura della sua musica, che ne potenzia la drammaticità evidenziandone i tratti più emozionanti.
In questo caso il libretto, firmato da Lugi Illica e Giuseppe Giacosa, è tratto dal dramma Madame Butterfly di David Belasco, che il compositore vide a Londra mi pare nel 1900.
L’ambientazione è quella che andava di gran moda a quei tempi e cioè l’Oriente, nella fattispecie il Giappone.
Insomma, ai tempi di Rossini erano di moda le turcherie mentre già nella seconda metà dell’Ottocento era molto trendy l’Estremo Oriente, pensate per esempio a Les pêcheurs de perles di Georges Bizet, solo per fare un esempio.
Oddio, in questo caso c’è un po’ di cura in più che nell’Iris di Mascagni, che chiamò i protagonisti col nome di un fiore e di due città (Iris, appunto, Kyoto e Osaka, librettista anche qui Illica).
Puccini, addirittura, si rivolse a una famosa attrice giapponese, Sada Yacco, per consigli sulla recitazione e sull’ambientazione e rendere più credibile la sua Cio-Cio-San (che vuol dire, non so se lo sapete, Madama Farfalla in giapponese).
La quale Madama Farfalla, come molte altre eroine di Puccini, si fa sentire la prima volta fuori scena (come Tosca e il suo Mario Mario Mario, Mimì o Turandot che addirittura tace per un atto e mezzo).
In quest’opera si ritrovano tutte le caratteristiche della scrittura musicale pucciniana, dal canto di conversazione alle improvvise aperture melodiche, che sono state spesso assai mal digerite dalla critica con la puzza sotto al naso.
Ora, io non ho la puzza sotto al naso ma l’opera mi risulta indigesta in primis perché la trovo psicologicamente opprimente. Certo, non mi passa neanche per la testa di contestarne la grandezza. È che proprio non posso fare a meno di pensare che Pinkerton, il tenore, non è altro che uno squallidissimo turista sessuale ante litteram che sfrutta il benefit di poter “sposare” una quindicenne perché le logiche mercantili dei rapporti commerciali tra Giappone e Stati Uniti lo consentivano.
E quindi, se da un lato Cio-Cio-San puntualizza al console Sharpless che lei “è la Madama Pinkerton” dall’altro il marinaio brinda al giorno in cui potrà sposarsi con vere nozze a una vera sposa americana.

Troppo lunga e mal sagomata. Andrete al macello– vaticinò nientemeno che Arturo Toscanini- ed ebbe ragione, ma solo per il debutto, nel quale il soprano fu Rosina Storchio.

Le 10 cose da sapere su Madama Butterfly

1) Nell’opera è citato più volte The Star Spangled Banner, universalmente conosciuto come l’Inno Nazionale degli Stati Uniti d’America.  In realtà, sino al 1931, The Star-Spangled Banner era “solo” l’Inno della Marina Militare.
2) Un bel dì vedremo è forse l’aria più famosa dell’opera. Il fil di fumo che desidera vedere la povera Cio-Cio-San è quello della nave che dovrebbe riportare il tenente Pinkerton in Giappone. Il nome della nave è Abramo Lincoln.

3) Cio-Cio-San ha 15 anni (sono vecchia di già – dice –)

4) All’inizio dell’opera Pinkerton chiede a Goro i nomi dei servitori della futura sposa. Essi sono Miss Nuvola leggera (cameriera), Raggio di sol nascente (il servitore) e Esala aromi (cuoco). Nella prima versione dell’opera, quella dell’esordio milanese del 17 febbraio 1904, a questo punto il bravo Pinkerton se ne usciva con “Muso primo, secondo e muso terzo”. Questo passo rimase anche nella ripresa bresciana, per poi scomparire nella versione definitiva. Temo che oggi la prima versione sarebbe molto supportata da certa politica.

5) Nella prima versione di Milano non compariva l’aria del tenore “Addio fiorito asil”.

6) La prima milanese dell’opera, secondo le cronache dell’epoca, fu salutata da “grugniti, boati, muggiti, risa, barriti, sghignazzate”. Non male (smile).

7) Nell’immaginario collettivo Butterfly fa harakiri. In realtà l’harakiri (o seppuku) è il suicidio rituale riservato ai maschi. Per le donne è previsto lo Jigai.

8) Nella Madama Butterfly la nota più alta che raggiunge il soprano è il Do5, il Re Bemolle sovracuto all’inizio dell’opera è facoltativo, allo stesso modo del Do del tenore alla fine del duetto del primo atto. Quindi, se i due cantanti previsti nelle parti di Cio-Cio-San e Pinkerton non dovessero emettere gli acuti di cui sopra, per favore che non si gridi allo scandalo e alla profanazione (strasmile).

9) Il Teatro alla Fenice di Venezia ospitò per la prima volta Madama Butterfly nel 1909. La seconda replica di quella produzione incassò 80 Lire. Pare però che nevicasse e facesse un freddo assurdo.

10) Madama Butterfly è la quarta opera più rappresentata al mondo. Le prime tre sono, nell’ordine: La Traviata, Tosca e Carmen.

Ok, a presto con la consueta recensione.

Trieste – Politeama Rossetti: Rudolph Buchbinder in concerto con i Wiener Symphoniker

Copyright Julia Wesley

Con una straordinaria serata dedicata a Mozart si è conclusa trionfalmente la residenza di tre giorni dei Wiener Symphoniker a Trieste, ospitati come l’anno scorso dal Politeama Rossetti. Il programma – strepitoso – per l’anno prossimo è già definito.

Al di là del successo di pubblico, che anche ieri gremiva lo Stabile triestino, la manifestazione ha assunto anche una forte valenza simbolica: si è respirata un’aria autenticamente mitteleuropea. Non solo nei valzer di Lehár, ma anche nella capacità di Trieste di proporsi come meta per un turismo colto, capace almeno in parte di stemperare il fenomeno dell’overtourism “da sbaracco” che affligge la città da qualche anno.

Rudolph Buchbinder si è cimentato nell’esecuzione di tre concerti per pianoforte di Mozart: un’impresa ardua per chiunque, ma non per lui che, alla tenera età di ottant’anni, si è assunto anche l’onere della direzione d’orchestra, come peraltro gli accade spesso nel repertorio mozartiano.

I Wiener Symphoniker, anche in versione cameristica, restano una garanzia: precisi, puliti, luminosi, capaci di una leggerezza screziata di malinconia, ideale per le pagine proposte.

I tre concerti mozartiani presentano caratteri profondamente diversi, ma sono uniti da un tratto comune: il continuo dialogo tra orchestra e solista, una sorta di garbata conversazione musicale nel salotto buono dell’Arte.

Buchbinder è stato protagonista di una prova in crescendo e, lungo tutto l’arco della serata, ha dato prova di grande civiltà artistica, del tutto scevra da certi atteggiamenti da rockstar oggi tanto diffusi. È custode di una tradizione preziosa: quella della sobrietà e di un virtuosismo sempre finalizzato all’espressività.

Così, anche grazie a un’orchestra in cui i legni si sono distinti in modo particolare, la musica di Mozart è stata restituita nel clima intimo per cui era stata pensata, senza perdere quella tipica leggerezza attraversata da malinconie fugaci che ne costituisce uno dei tratti più riconoscibili.

Pubblico entusiasta e insistente nella richiesta di un bis, che però non è arrivato: quasi a voler lasciare intatta, sospesa, l’eleganza di una serata tutta mozartiana.

Locandina

Direttore e pianoforte

Rudolph Buchbinder


Wiener Symphoniker


Programma


Wolfgang Amadeus Mozart

Concerto per pianoforte e orchestra n27 in si bemolle maggiore

Wolfgang Amadeus Mozart

Concerto per pianoforte e orchestra n21 in la maggiore

Wolfgang Amadeus Mozart

Concerto per pianoforte e orchestra n25 in la maggiore

La musica della strana coppia Giacomo Puccini e Franz Lehár trionfa al Politeama Rossetti. Buone le prove di Krassimira Stoyanova e Francesco Meli, eccellente il rendimento dei Wiener Symphoniker

Wiener Symphoniker 2023, Leopold Museum, Copyright http://www.peterrigaud.com

Il secondo concerto dei Wiener Symphoniker al Rossetti di Trieste proponeva un classico recital di arie d’opera e pagine orchestrali, affidato a due solisti d’eccezione: il soprano Krassimira Stoyanova e il tenore Francesco Meli. Ci si sarebbe potuti aspettare il consueto evento celebrativo, ma la serata ha saputo offrire molto di più.

Innanzitutto la scelta di affiancare Puccini ai compositori di operetta – nello specifico Franz Lehár – di area mitteleuropea ha ragioni precise e inoppugnabili. Il contesto storico è comune, quello a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento: periodo di trasformazioni e metamorfosi ambientate in un humus culturale in cui il gusto per il melodramma, per le storie d’amore sofferte e una certa tendenza all’esotismo erano comuni.
Le melodie orecchiabili, apparentemente facili, sono un altro elemento di intersezione e le vicende spesso si svolgono in ambienti eleganti quando non proprio aristocratici ed elitari. La stessa musica è innervata da elementi coloristici e popolari, più esotici in Puccini, più legati al territorio per esempio in Lehár o Strauss.
C’è poi La Rondine, che è quanto più vicino a un’operetta abbia scritto Puccini o il celeberrimo Valzer di Musetta nella Bohème (non a caso inserito nel bis dell’orchestra).
Sul podio, Petr Popelka guida i Wiener Symphoniker con sicurezza e sensibilità, adattando la propria cifra interpretativa alle diverse atmosfere della serata e accompagnando con attenzione i solisti. L’orchestra si distingue per compattezza e morbidezza del suono, qualità difficili da coniugare con una tale precisione nei dettagli. Tutte le sezioni brillano, ma particolarmente notevoli risultano i legni e le percussioni, per finezza timbrica e varietà espressiva.

Per quanto riguarda i cantanti Krassimira Stoyanova, che ha alle spalle una carriera gloriosa e lunghissima, ha semplicemente dato una lezione di canto.
Le messe di voce, gli acuti che girano perfettamente coperti, la tecnica di respirazione, il bel colore brunito, sono tutti elementi che – uniti a una classe innata e alla compostezza esemplare sul palco – le hanno consentito di interpretare personaggi completamente diversi per carattere, età ed estrazione sociale. Commovente come poche la sua Mimì – luminosissimo il suo “quando vien lo sgelo”– e altrettanto convincente l’interpretazione della grande aria di Tosca.
Il soprano ha anche palesato una buona intesa con Francesco Meli nei duetti, tra i quai segnalo per efficacia “O soave fanciulla”.
Bravo anche Meli, che ha affrontato senza timori le difficili arie pucciniane – “Recondita armonia e Ch’ella mi creda” – e la forse ancora più insidiosa “Dein ist mein ganzes Herz” (in italiano, “Tu che m’hai preso il cuor”) di Lehár.
Per quanto riguarda ancora l’orchestra il momento più alto è stata l’esecuzione del “trittico” di Lehár nella seconda parte del concerto, che ha esaltato il foltissimo pubblico.
Alla fine due bis, entrambi ben cantanti e suonati: il già citato Valzer di Musetta e il duetto “Tace il labbro” dalla Vedova Allegra.
Una serata di grande qualità, capace di coniugare raffinatezza e coinvolgimento, e destinata a rimanere tra le più riuscite degli ultimi anni.

Locandina
Programma

Giacomo Puccini

Preludio sinfonico in La maggiore

Franz Lehár

Valzer per orchestra An der grauen Donau

Giacomo Puccini

Recondita armonia

Franz Lehár

Romanza della Vilja da La Vedova Allegra

Giacomo Puccini

Intermezzo da Manon Lescaut

Giacomo Puccini

O soave fanciulla da La Bohème

Franz Lehár

Ballsirenen Valzer da La Vedova Allegra

Franz Lehár

Dein ist mein ganzes Herz

Franz Lehár

Meie Jugend Fantasia sinfonica per grande orchestra

Giacomo Puccini

Vissi d’Arte da Tosca

Franz Lehár

Intermezzo da Giuditta, Fata Morgana, Oro e Argento

Giacomo Puccini

Mi chiamano Mimì da La Bohème

Giacomo Puccini

Ch’ella mi creda da La fanciulla del West

Soprano Krassimira Stoyanova
Tenore Francesco Meli

Direttore Petr Popelka

Wiener Symphoniker


Tornano a Trieste i Wiener Symphoniker, ed è subito festa della musica!

Wiener Symphoniker / Julia Wesely

Dopo il clamoroso successo di pubblico e di critica dell’anno scorso, sono tornati “in residenza” a Trieste i Wiener Symphoniker e già nel primo dei tre concerti previsti il livello artistico è stato altissimo.
L’importanza dell’iniziativa, come ho motivato nella precedente occasione, travalica di molto il mero evento musicale: il Festival “Primavera da Vienna” è un appuntamento di civiltà mitteleuropea nel senso più ampio perché coinvolge attraverso la musica persone che hanno lo stesso DNA culturale.
Inoltre è anche esempio di programmazione teatrale seria, in cui l’improvvisazione cialtronesca non trova spazio.
Ieri, infatti, alla presenza della assessora alla cultura di Vienna Veronica Kaup-Hasle e della Vicesindaca di Trieste Serena Tonel, è stato presentato in una conferenza stampa il programma per l’anno prossimo con evidente soddisfazione del Presidente dello Stabile triestino Franco Granbassi.
Teatro esauritissimo, grazie anche a una specie di migrazione di spettatori austriaci, che – come detto efficacemente in conferenza stampa – seguono l’orchestra viennese in trasferta come fosse una squadra di calcio.
Programma denso, che si è dipanato in due parti.
L’inizio è stato affidato alla Sinfonia n. 4 in la maggiore op. 90 “Italiana” di Felix Mendelssohn, che è la tipica pagina musicale di transizione in bilico tra classicismo e romanticismo.
Petr Popelka, direttore principale dei Wiener Symphoniker, ne ha dato una lettura eccellente, forse un po’ troppo austera, che ha però mantenuto la caratteristica principale della partitura: una luminosità controllata ottenuta attraverso una gestione ponderata di dinamiche e agogiche che ha mantenuto tersa e brillante l’esecuzione.
Nonostante la presenza di un’imponente camera acustica la sensazione è che in qualche passo sia mancata una certa profondità di suono. Impagabile, peraltro, l’avvolgente morbidezza degli archi e la soffice precisione dei legni che, in qualche modo hanno caratterizzato un’interpretazione più nordica che mediterranea del brano musicale.
A seguire Il Concerto per violino n. 1 in sol minore op. 26 di Max Bruch, che nel suo percorso lirico lineare, screziato qua e là dalle acrobazie del violino, è sembrato quasi un’ideale appendice della sinfonia precedente.
Un’inquieta cantabilità è infatti la caratteristica principale del concerto, che ha trovato nel solista Renaud Capuҫon un interprete sobrio e al contempo appassionato.
Strutturato in tre movimenti il concerto è stato eseguito come sempre senza soluzione di continuità, privilegiando così un discorso narrativo fluido e nobilissimo, quasi aristocratico nella sua raffinatezza.
L’orchestra è in questo caso meno in evidenza, ma il tappeto sonoro vellutato e raccolto ha fatto da sostanzioso humus per le fioriture virtuosistiche del solista che hanno colorato l’intimo romanticismo della pagina di cromie delicate.
Solo nell’Allegro finale si è percepita qualche inquietudine, probabilmente innervata da un’ispirazione popolare e folclorica più marcata.
Pubblico in delirio, che ha chiesto e ottenuto un delicatissimo encore.
Dopo l’intervallo è stata eseguita una delle massime espressioni dell’Arte tout court e cioè la Sinfonia n. 7 in la maggiore op. 92 di Ludwig van Beethoven.
Ogni volta che riascolto questo capolavoro resto basito dall’energia dirompente che esce da questa partitura.
Una vitalità che nonostante la consueta severa struttura architettonica, tipica di Beethoven, riesce a tracimare dalla musica per disperdersi in infinite sfaccettature allo stesso modo in cui il colore dei quadri di Van Gogh apre porte su dimensioni diverse. La Settima è un fiume carsico, che sparisce, ritorna, travolge, accompagna.
La Settima ha – per me – un immenso valore metaforico: mi riconcilia con la vita, mi fa scordare le debolezze mie e quelle degli altri, illuminando con lampi di luce gli angoli più bui della mia (nostra?) vita.
Perciò non mi soffermo neanche sulla qualità tecnica dei Wiener nell’esecuzione o sull’interpretazione solare di Popelka.
Mi limito solo a ripensare, rasserenato, ai devastanti pianissimi degli archi gravi del Secondo movimento.
Trionfo epocale, alla fine, per i Wiener Symphoniker e per il direttore Petr Popelka.

Locandina

Direttore

Petr Popelka

Violino

Renaud Capuҫon

Programma

Felix Mendelssohn

Sinfonia n. 4 in la maggiore op. 90 “Italiana”

Max Bruch

Concerto per violino n. 1 in sol minore op. 26

Ludwig van Beethoven

Sinfonia n. 7 in la maggiore op. 92

Wiener Symphoniker

Al Teatro Verdi di Trieste rinasce Zlatorog, l’opera “perduta” di Viktor Parma

Al Teatro Verdi di Trieste, grazie all’impegno del locale Circolo della stampa, si è svolta un’interessante e meritoria operazione di rivalutazione culturale: la messa in scena in forma di concerto dell’opera Zlatorog di Viktor Parma.
Per capire meglio il senso di questo recupero è indispensabile dare una collocazione temporale e socio-politica alla vicenda del compositore.
Nato nel 1858 a Trieste, allora città cardine dell’Impero austro-ungarico, Parma apparteneva culturalmente al mondo sloveno, ma si formò all’interno di un orizzonte musicale che guardava a Vienna e all’opera italiana. Questa pluralità, che oggi apparirebbe una ricchezza, divenne invece il motivo principale della sua se non rimozione almeno ostracismo: diciamo che la sua “colpa” è stata un eccesso di complessità ereditaria.
Nel sistema musicale ottocentesco e primo-novecentesco, infatti, la legittimazione passava attraverso centri forti (Vienna, Milano, Parigi) o attraverso narrazioni nazionali compatte.
Parma non rientrava pienamente in nessuna delle due categorie: sloveno per lingua e tematiche, ma non “popolare” o folclorico; europeo per linguaggio musicale, ma privo di un baricentro sociale che lo promuovesse stabilmente. Una figura di confine – come tante altre di queste terre – sulla quale nessuno si sentì di puntare con decisione.
Zlatarog in realtà ha in sé una varietà di rimandi e suggestioni sia nel testo (il libretto è di Richard Brauer) sia nella partitura in cui sono evidenti echi wagneriani, weberiani e non solo.
Nella vicenda appaiono le ricorrenti figure di un folclore popolare e colto al contempo: Le Fate, gli animali mitici delle montagne inviolate – Zlatarog è una specie di camoscio dalle corna d’oro che vive sul Triglav, simbolo delle montagne slovene – , i cacciatori, la sacralità degli ambienti incontaminati.
La partitura prevede, oltre agli archi che cesellano la narrazione musicale, una presenza pressoché continua dei corni e dei legni che sono la “voce” della Natura.
L’esecuzione è stata affidata all’Orchestra dell’ Accademia di musica dell’Università di Lubiana e a due cori: il Coro Gallus di Trieste e Coro giovanile misto Emil Komel di Gorizia.
Il direttore Iztok Kocen ha diretto con mano sicura la giovane compagine slovena che – al netto di qualche imprecisione sempre presente nelle recite dal vivo – si è disimpegnata felicemente nella non facile partitura.
Tra le varie sezioni orchestrali, mi è sembrata particolarmente centrata la prestazione dei legni, in grande evidenza.
Kocen ha calibrato le dinamiche e le agogiche anche tenendo conto delle comunque interessanti qualità vocali degli interpreti, probabilmente non avezzi a impegni in sale così grandi.
La compagnia di canto, da elogiare in toto, era composta da Andrej Rustia (Janez), Leonarda Kavedžič (Jerica), Eva Koprivšek Petkovšek (Špela), Aljaž Kolenko (Marko), Ireneja Nejka Čuk (Katra), Blaž Stajnko (Jaka) e Črt Vodopivez (Tondo).
Il pubblico davvero numerosissimo – l’entrata era gratuita – ha decretato un legittimo successo alla serata.

Viktor Parma non fu un compositore minore, ma un artista senza patria musicale. Zlatorog non è un’opera provinciale, bensì il tentativo – rimasto incompiuto – di far dialogare il mito sloveno con il linguaggio europeo. Il suo ostracismo non fu il fallimento di un artista, ma di una civiltà incapace di accogliere le sfumate identità di confine.

Locandina

lunedì 9 febbraio 2026

  • Janez Andrej Rustia
  • Jerica Leonarda Kavedžič
  • Špela Eva Koprivšek Petkovšek
  • Marko Aljaž Kolenko
  • Katra Ireneja Nejka Čuk
  • Jaka Blaž Stajnko
  • Todo Črt Vodopivez
  • Direttore Iztok Kocen
  • Orchestra dell’ Accademia di musica dell’Università di Lubiana
  • Coro Gallus di Trieste e Coro giovanile misto Emil Komel di Gorizia.




Recensione serissima de Il Trovatore al Teatro Verdi di Trieste

Quando Il Trovatore va in scena nel 1853 al Teatro Apollo di Roma, Giuseppe Verdi è già un compositore di successo, ma ancora profondamente immerso nella tradizione del melodramma romantico italiano.
Le suggestioni dell’eredità donizettiana sono evidenti nella struttura a numeri chiusi, nella centralità della linea vocale, nel gusto per i contrasti violenti e le passioni portate all’estremo: elementi che nel Trovatore non scompaiono, ma vengono spinti verso una tensione emotiva ancora più serrata e teatrale.

È proprio questo equilibrio tra continuità e trasformazione a rendere l’opera così fascinosa e amata dal pubblico da sempre. Le forme tradizionali restano riconoscibili, ma sono attraversate da un’urgenza drammatica che le rende più compatte, più incandescenti. La melodia conserva la sua forza cantabile, ma diventa veicolo di conflitto, di ossessione, di destino. In questo spazio, sospeso tra il lascito del belcanto e una nuova idea di teatro musicale, si colloca il cuore del Trovatore.
Partendo da queste riflessioni di base, nella produzione – proveniente da Marsiglia – che ha debuttato ieri a Trieste ho percepito alcune criticità sia nella regia sia nella direzione d’orchestra, accomunate da una generica correttezza formale che ha più volte sfiorato il baratro se non della noia almeno dell’omologazione, della mancanza di identità.
La regia di Louis Désiré coglie sicuramente la tinta scura dell’opera grazie alle scenografie tetre e i costumi – invero piuttosto anonimi – di Diego Méndez Casariego, ma la scelta di far comparire durante il racconto di Ferrando tre mimi che rappresentano i figli del “padre beato” e un’improbabile Azucena maschio muoveva al riso e mi ha ricordato qualche scena surreale di Aldo, Giovanni e Giacomo.
Scontata e anche abbastanza pacchiana la scelta di illuminare di rosso sangue la figura di Azucena, mentre per il resto l’impianto luci (Patrick Méeüs) funziona piuttosto bene, con le luci radenti e direzionali che danno tridimensionalità agli spazi.
Jordi Bernàcer opta per agogiche molto rilassate e qualche volta slentate che – a mio parere – tolgono continuità e drammaticità alla narrazione. Le dinamiche mi sono sembrate troppo uniformi ma, conoscendo bene l’acustica del Verdi, può anche dipendere da come arriva il suono dell’orchestra dalla posizione in cui mi trovavo. Certo, in questo modo i calamitosi clangori barricaderi sono evitati, ma resta il fatto che in un’opera in cui i sentimenti dei protagonisti sono così contrastati e violenti avrei preferito qualche sprazzo più sanguigno.
L’Orchestra del Verdi ormai ha raggiunto quel livello in cui suona bene sempre, a prescindere dal compositore o repertorio affrontato, anche se una particolare predilezione per il suono verdiano si è percepita anche ieri soprattutto nelle sezioni degli archi.
Il Coro – giova ricordare che è perennemente sotto organico – mi è sembrato in ottima forma, specialmente nella parte femminile.
La compagnia di canto era lussuosissima per gli standard della fondazione triestina e, tutto sommato, è stata protagonista di una buona prestazione nel suo complesso.
Daniela Barcellona era al debutto nei panni di Azucena e, dal mio punto di vista, ha convinto pienamente perché ha affrontato l’impervio ruolo di Azucena con la sua voce, senza forzature che ne avrebbero snaturato il colore e la morbidezza. Inoltre, è stata sostanzialmente l’unica del cast a dare compiutezza alla parola scenica verdiana nel senso di energia che deve sprigionare dal testo attraverso l’accento e il fraseggio.
In questo senso il carattere del personaggio, ambiguo e torbido ma al contempo illuminato da sprazzi di follia allucinata, è uscito benissimo.
In crescendo la prestazione di Anna Pirozzi, una Leonora di indubbie qualità vocali ma anche poco coinvolta emotivamente soprattutto nella prima parte, quando nella grande aria Tacea la notte placida è sembrata un po’ trattenuta. Meglio nel proseguo, sia nei duetti sia nell’interpretazione di D’amor sull’ali rosee, che per me ha rappresentato uno dei momenti artistici migliori della serata.
Yusif Eyvazov è un tenore che suscita sempre reazioni contrastanti per l’emissione poco ortodossa e per il timbro davvero ingrato. Resta il fatto che – soprattutto in una sala di dimensioni contenute come quella triestina – la voce riempie il teatro e lo si è percepito già dal primo intervento fuori scena.
Inoltre è sempre bravo dal punto di vista scenico e ha dizione chiara e una buona pronuncia. Manrico gli appartiene molto per carattere intrinseco, per l’empatia e la generosità che lo contraddistinguono. Davo per scontato che nella famosa “pira” venisse giù il teatro e così è stato, anche se personalmente ho apprezzato di più i momenti meno estroversi, i ripiegamenti riflessivi dello sfortunato Manrico.
Youngjun Park ha volume da vendere, ma Il Conte di Luna è un personaggio tenebroso e tormentato e non può essere risolto solo con una voce importante.
In ogni caso il baritono coreano se l’è cavata bene in una parte che, tra l’altro, è molto alta per il suo registro vocale.
Bravo, peraltro come sempre, Carlo Lepore, autorevole ed efficace nei panni di Ferrando.
Bene anche il resto dei coprotagonisti che trovate in locandina, tra i quali segnalo la felicissima prova di Erika Zulikha Benato.
Il pubblico, numerosissimo, ha tributato un grande successo alla serata, manifestando il suo apprezzamento con applausi e acclamazioni a tutta la compagnia artistica.

Qualche notizia su Il Trovatore di Giuseppe Verdi, da stasera al Teatro Verdi di Trieste

Torna dopo otto anni al Teatro Verdi di Trieste e, al solito, ho scritto qualche notizia per i mie happy few.

L’opera necessita di cinque cantanti di primo livello artistico e perciò è impegnativa da allestire.
Il Trovatore è un’opera che rispecchia (a mio parere, non sono cose che si trovano nei sacri testi) il momento psicologico che passava Verdi, che non era brillantissimo.
Io ci sento molto furore, molta rabbia.
Al centro della vicenda ci sono da una parte due donne, Leonora, una donna d’alto lignaggio, e Azucena, una zingara. Dall’altra un nobile gentiluomo, il Conte di Luna, e il solito tenore casinista e rivoluzionario, Manrico.

Anche a un osservatore distratto balza all’occhio come le due donne non vengano mai in contatto, come se Verdi volesse sottolineare la distanza dei due mondi ai quali appartengono, mentre i due monelli s’azzuffano appena ne hanno l’occasione perpetuando la consueta scenetta del chi ce l’ha più lungo.
Il libretto, meno incasinato di ciò che si vuol far credere di solito, è di Salvatore Cammarano, ed è tratto dal dramma El Trovador di Antonio Garcia Gutierrez.
Con Cammarano (ma con tutti i suoi librettisti, a dirla tutta, si pensi solo alle sfuriate a Piave) Verdi aveva un rapporto contrastato, tanto che ad un certo punto sbottò così:

“Sono fieramente in collera con Cammarano. Egli non considera niente il tempo che per me è una cosa estremamente preziosa. Egli non m’ha scritto una parola su questo Trovatore: gli piace o non gli piace?”

Verdi, dicevo prima, stava attraversando un momentaccio ed era furioso, ansioso.
Tutta la genesi di quest’opera è segnata da litigi e incomprensioni: con Cammarano, con il mezzosoprano Rita Gabussi De Bassini che avrebbe dovuto interpretare Azucena, con gli impresari, con l’editore Ricordi e ovviamente con la censura.
Il fatto è che Verdi era preso da vicende personali, in pessimi rapporti con il padre e soprattutto doveva affrontare l’aperta ostilità dei concittadini bussetani, che non vedevano di buon occhio il suo convivere more uxorio con Giuseppina Strepponi.
Piccola digressione su Giuseppina Strepponi, che era davvero un personaggio notevole e viperino.
Di Marianna Barbieri-Nini, non esattamente una Venere ma soprano formidabile, disse questa gentilezza:

S’ella ha trovato marito non può disperar più nessuna di trovarlo (strasmile).

Come se non bastasse, il povero Cammarano morì nel 1852, qualche mese prima del debutto al Teatro Apollo di Roma, il 19 gennaio 1853.
Tutto questo clima conflittuale si sente nella musica che ogni tanto (certo, in modo sublime) procede a strappi violenti.

Si nota una grande distonia tra la straordinaria apertura melodica delle arie, quella del baritono per esempio, Il balen del suo sorriso, di difficoltà enorme e le cabalette, segnatamente l’incendiaria Di quella pira croce e delizia dei tenori e soprattutto, degli spettatori (smile).

L’opera ebbe subito un successo immenso, nonostante che nel cast del debutto ci fossero solo due autentici fuoriclasse e cioè il soprano Rosina Penco e il tenore Carlo Baucardé.
Per gli appassionati, a conferma della popolarità di questo lavoro verdiano, una recita del Trovatore è sempre un evento.

I cantanti sono sotto pressione e intimoriti per la difficoltà delle proprie parti e anche perché i precedenti storici ci raccontano come tutti i grandi del passato si siano cimentati nell’opera. I confronti sono spesso ingenerosi, quindi, e il discorso vale anche per i direttori d’orchestra.
Il Trovatore di Giuseppe Verdi si presta a molte osservazioni e letture personali.

All’inizio ho sottolineato come io ci trovi molta rabbia, molta ansia, che Verdi esprime con la musica.
La rabbia è senz’altro di Azucena, che vuole vendetta.

Altro furore si trova nel Conte di Luna, amante respinto che deve subire pure l’umiliazione di essere scambiato per il suo rivale, Manrico (ah dalle tenebre tratta in errore io fui – dice Leonora -).
Quest’ultimo è sempre pronto a combattere e sguainare la spada. All’inizio Ferrando ci narra una vecchia storia di streghe e spaventa i suoi compagni d’armi.
L’atmosfera è sempre tesa, insomma, densa di quella drammaturgia stringente che Verdi amava e perseguiva con meticolosa energia.
Solo Leonora, all’apparenza, sembra un personaggio meno ansiogeno ma poi nella realtà (o meglio nella finzione del melodramma) si suicida.
Buona parte della vicenda si svolge di notte, al buio. Un buio che è talvolta rischiarato, si fa per dire, dal ricordo del rogo, di quella pira l’orrendo foco. La tinta dell’opera è buia, tetra, quasi gotica.
Il rogo è l’ossessione (oddio, motivata!) di Azucena che canta Stride la vampa.
Eppure, in tutto questo dolore, Verdi riesce a trovare l’ispirazione per alcuni passi che sembrano comunicare qualcosa di diverso dalla sofferenza.

Tacea la notte placida – per me la più affascinante aria per soprano di Verdi – ne è un esempio, ma ci sono altri momenti così intensamente amorosi ed estatici.

In attesa della ormai imminente prima di venerdì, vi propongo uno di questi squarci di sereno.

Manrico e Leonora si parlano intimamente, sono preoccupati per il futuro, inutile negare le difficoltà (alla novella aurora assaliti saremo – chiosa Manrico -).

Leonora è agitata e per calmarla Manrico le si avvicina e le dichiara ancora il suo amore:

Amore…sublime amore,

In tale istante ti favelli al core.

 Sono i versi che introducono Ah! Sì, ben mio, una di quelle pagine dalle quali se non si sa cantare non si esce vivi, anche perché subito dopo c’è la famosa pira.
Insomma, buon divertimento e buon ascolto.

Tristan und Isolde al Teatro dell’Opera di Lubiana con l’ultima regia di Robert Wilson. Clamoroso successo ed eccellente operazione culturale

TRISTAN AND ISOLDE

Il Teatro dell’Opera di Lubiana è stato protagonista di un evento di straordinaria portata culturale realizzando, in collaborazione con il Teatro La Monnaie, il Teatro Real e il Teatro di Wroclaw, la produzione del Tristan und Isolde di Wagner per la regia di Robert Wilson, prematuramente scomparso nel 2025.

Wilson, che amava Tristan alla follia, si era già avvicinato al capolavoro wagneriano due volte nel secolo scorso: nei primi anni Settanta per il Teatro La Fenice e a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta a Parigi. Soprattutto quest’ultima, sulla carta, avrebbe potuto essere una produzione da sogno, con Pierre Boulez sul podio e Jessye Norman nei panni di Isolde. Purtroppo, entrambe le occasioni non trovarono realizzazione per motivi diversi, economici e organizzativi.

Il teatro sloveno, invece, grazie a un team eccellente di collaboratori, ha trovato le risorse – economiche e intellettuali – per portare a termine l’impresa.

Quando Baudelaire vide Tristan, parlò di un sogno tra tempo, luce e spazio quale non aveva mai visto prima. A giudicare dallo spettacolo di ieri, pare proprio che Wilson si sia rifatto all’intuizione del poeta francese, amplificandone ulteriormente il significato attraverso i propri stilemi, da sempre immediatamente riconoscibili.

Ho seguito la prima – in un teatro completamente esaurito – con una duplice prospettiva: quella del critico musicale e quella del fotografo amatoriale evoluto. L’allestimento è stato infatti anche una vera e propria masterclass sull’uso della luce: una luce che crea lo spazio, lo modella, lo rende dinamico e costruisce la composizione pittorica delle scene attraverso un minimalismo radicale ma altamente espressivo, ricchissimo di suggestioni.

Le simmetrie, i movimenti lentissimi e quasi rituali, le pause prolungate e l’immobilità, in costante contrasto con il flusso musicale, collocano la narrazione in luoghi astratti e sospesi nel tempo. I cantanti non recitano nel senso più consueto del termine: appaiono piuttosto quando la luce li rivela, come ectoplasmi grafici che ruotano in uno spazio mentale e rarefatto.

Pochissimi gli elementi di scena riconducibili alla vicenda; i costumi, stilizzati e quasi asettici, emergono dagli ambienti grazie al netto contrasto tra bianco, nero e colori primari. La regia di Wilson si configura come una sintesi di tradizioni teatrali che spaziano dalle avanguardie europee al teatro giapponese, fino alla performance art.

La scena iniziale è paradigmatica: una pulsante luce azzurra emerge dal nero circostante, mentre sul fondo si staglia un bianco accecante. È Tristan und Isolde, dove il buio è abbagliante e la luce diventa oscura.

Il terzo atto è parso la parte meno “wilsoniana” dell’allestimento, probabilmente perché ricostruito sulla base di abbozzi e appunti, anche se l’ipotesi resta personale. Si avverte qualche cedimento verso una recitazione più naturalistica – peraltro efficace – che stride lievemente con la coerenza formale dei primi due atti. Di grande impatto, tuttavia, la scena finale, con Isolde che intona il Liebestod davanti a uno sfondo rischiarato da centinaia di candele votive.

Sul podio della spettacolare Orchestra del Teatro dell’Opera di Lubiana, Jacek Kaspszyk opta per agogiche talvolta sin troppo distese – la prima parte del Preludio è apparsa leggermente slentata – e per dinamiche giustamente tumultuose, che in alcuni momenti risultano se non fragorose almeno sovrabbondanti. Nel complesso, però, la narrazione musicale procede di pari passo con la regia e la completa, soprattutto nella gestione delle pause e nell’accompagnamento dei cantanti, contribuendo a creare quell’atmosfera di tensione emotiva, spesso desolata, che costituisce la cifra profonda dell’opera.

Accanto alla prova degli archi, di grande rilievo è apparsa la sezione degli ottoni e dei legni, con una menzione speciale per il corno inglese.

Sorprendente l’altissima qualità del cast vocale, composto in gran parte da artisti pressoché sconosciuti nel circuito mainstream dei grandi teatri. Il tenore svedese Daniel Frank ha interpretato Tristan con ammirevole sicurezza, da autentico Heldentenor. È noto come Tristan sia una delle parti tenorili più impervie, soprattutto nel terzo atto, dove fioccano acuti scomodissimi che devono emergere – nella scena del delirio – sopra un’orchestra in pieno tumulto. L’artista è parso pienamente a proprio agio tanto nei frammenti declamati quanto nel canto più intimo e raccolto di questa archetipica vittima della militia amoris.

Magdalena Anna Hofmann, nei panni di Isolde, ha convinto altrettanto pienamente. La sua interpretazione coniuga autorevolezza e fragilità; la voce, lievemente metallica nel timbro ma ampia, si distingue per un registro centrale luminoso, acuti sicuri e un fraseggio attentissimo e consapevole.

Brangania era affidata a Monika Bohinec, una delle più amate artiste residenti del teatro, che – nonostante qualche accenno di vibrato largo – ha risolto splendidamente il suo fondamentale intervento. Eccellente anche la prova di un altro artista residente, il basso Peter Martinčić, che ha restituito la regale nobiltà del personaggio con una voce morbida, ricca di armonici, da autentico basso profondo.

Jože Vidic è stato un Kurwenal accorato e sanguigno, mentre Ivan Andres Arnšek ha delineato un Melot ambiguo e inquietante. Ottimo il rendimento di Aljaž Farasin nei panni del Marinaio; decorosamente funzionali alla riuscita della serata Matej Vovk (Pastore) e Robert Brezovar (Timoniere). Eccellente il coro, sempre fuori scena ma di grande efficacia.

Serata inevitabilmente lunga, per intrinseca necessità musicale, ma anche a causa di due ampi intervalli che hanno portato lo spettacolo a sfiorare le sei ore complessive. Il successo è stato epico: il pubblico, che gremiva il piccolo teatro della capitale slovena, ha tributato applausi entusiasti per oltre un quarto d’ora. Trionfi meritatissimi per Daniel Frank, Magdalena Anna Hofmann e Peter Martinčić, e calorosissime approvazioni per l’intera compagnia artistica, a suggello di un’operazione che unisce valore estetico, rigore intellettuale e autentico respiro storico.

Locandina

ristanDaniel Frank
IsoldeMagdalena Anna Hofmann
BranganiaMonika Bohinec
Re MarkePeter Martinčić
KurwenalJože Vidic
MelotIvan Andres Arnšek
Un pastoreMatej Vovk
TimoniereRobert Brezovar
Marinaio Aljaž Farasin
  
Direttore Jacek Kaspszyk
Maestro del CoroZeljka Ulcnik Remic
  
Regia Robert Wilson ripresa da Nicola Panzer
ScenografiaStephanie Engeln
LuciMarcello Lumaca
CostumiJacques Reynaud
ProiezioniTomasz Jeziorski
DrammaturgiaKonrad Kuhn
  
Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Lubiana

Trieste – Sala del Trono del Castello di Miramare: Liederabend “Da Mozart a Mozart” con Laura Antonaz e Edoardo Torbianelli

Il fenomeno dell’overtourism sta progressivamente seppellendo Trieste, nobile città mitteleuropea per eccellenza, sotto una proliferazione di attività e manifestazioni spesso effimere e sostanzialmente estranee al DNA del capoluogo regionale. Al di là delle principali istituzioni teatrali cittadine, che continuano comunque a esercitare un ruolo fondamentale nella diffusione del sapere musicale e teatrale, sopravvive una tenace forma di resistenza civile portata avanti da piccole associazioni culturali, quasi sempre con mezzi limitati.

Un’attività meritoria, che gode di scarsissima visibilità mediatica ma che risulta essenziale perché consente l’emersione di generi musicali meno frequentati dal grande pubblico, eppure di inestimabile valore storico e artistico. È questo il caso dell’Associazione Culturale Friedrich Schiller – Schiller Kulturverein, che si avvale della competenza del direttore artistico Elia Macrì e che ha recentemente beneficiato del restauro della storica Sala Beethoven, inserita in un palazzo del 1903.

Il concerto del soprano Laura Antonaz, accompagnata – definizione in realtà riduttiva – da Edoardo Torbianelli al fortepiano, costituiva il secondo appuntamento della rassegna Ich Lieder Dich, dedicata al Lied. Per l’occasione la serata si è svolta nella Sala del Trono del Castello di Miramare: una cornice sospesa nel tempo, in cui sembra ancora aleggiare l’aria rarefatta della storia triestina.

Il programma proponeva un raffinato itinerario musicale che spaziava da compositori celeberrimi ad altri meno frequentati, da Wolfgang Amadeus Mozart al figlio Franz Xaver Wolfgang Mozart, passando per Haydn, Beethoven, Pollini e altri. Le liriche, non meno prestigiose, recavano le firme di Metastasio, Goethe, Shakespeare, Rousseau.

Edoardo Torbianelli ha inoltre offerto un prezioso contributo solistico, esaltando le timbriche delicate e luminose – con qualche ripiegamento più ombroso – del fortepiano in tre pagine di Beethoven, Mozart figlio e Hummel. Nel corso della serata, arricchita anche dagli interventi esplicativi del musicologo Ivano Cavallini, Laura Antonaz ha confermato ancora una volta le sue qualità tecniche e sceniche.

La voce si fonda su una tecnica solidissima, che le consente di cesellare con precisione ogni parola e ogni sfumatura espressiva, qualità imprescindibile nel Lied. I moderati acuti sono risolti con naturalezza, mentre il registro centrale si distingue per pienezza e ricchezza armonica. La mimica, empatica e misurata nei gesti e nello sguardo, favorisce la comprensione di testi quasi interamente in lingua straniera, che l’artista padroneggia con ottimi risultati.

Il Lied, come è stato opportunamente ricordato, è un territorio di confine – non diversamente da Trieste – in cui la musica porta alla luce ciò che le parole non riescono a esprimere, e viceversa. Il pubblico che gremiva la sala ha tributato un successo caloroso all’artista triestina, apparsa sinceramente felice e visibilmente commossa.

Locandina

SopranoLaura Antonaz
FortepianoEdoardo Torbianelli
  
Programma
  
Wolfgang Amadeus Mozart Abendempfindung K 523
Der Zauberer K 472
Dans un bois solitaire K 308


Ludwig van Beethoven L’amante impaziente op.82 n.3
Bagatella op.119 n.1
Mitt einem gemalten Band op.83 n.3
Aus Goethes Faust Flohlied op.75 n.3
Francesco Pollini da Dodeci Monferrine per Piano-Forte op.12 n.ri 7 8 9 10
Sai qual è l’amena sponda?
Franz Joseph Haydn O Tuneful Voice
She Never Told Her Love
Fidelity
Johann Nepomuk Hummel Caprice op.49  Franz Xaver Wolfgang Mozart Polonaise Mélanconlique op.22 n.3
An Emma op.24 
Wie der Tag mir schleichet op.21 n.1
Erinnerung 
Das Finden op.27 n.2
Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora