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domenica 12 aprile 2026

Quasi Sapiens


Devo ammettere che questo libro è stato una boccata d'aria fresca. Ho sempre ricordato la storia studiata a scuola come una lunga e a tratti noiosa sfilata di date e nomi polverosi: Guido Damini dimostra che si può insegnarla anche in altro modo. Forse se lo stile di questo libro fosse adottato dai libri di testo ufficiali, qualche studente in più ci si appassionerebbe.

​Damini non racconta la storia con la S maiuscola, quella delle statue di marmo, delle date e dei discorsi epici, racconta invece i pasticci, le ambizioni meschine e i colpi di fortuna (o sfortuna) che hanno guidato l'umanità dalla scimmia fino a Trump.

​Tra i punti di forza la prosa modernissima - a tratti sembra quasi una chiacchierata tra amici ma con la competenza di un professore di storia moderna, ovviamente. Damini usa termini come "crush", "shitstorm" e "cringe" per spiegare le dinamiche di potere del passato, rendendo personaggi di secoli fa non così lontani da noi. Smonta miti intoccabili come ad esempio la presa della Bastiglia (dove si scopre che non fu poi così eroica), rivelando che spesso i grandi eventi sono stati semplici regolamenti di conti tra élite.

​È un libro che insegna molto, specialmente aiuta a rendersi conto di quanto sia complessa la storia umana. Soprattutto fa capire come in fondo l'essere umano non è poi così "Sapiens" come ama definirsi, ma questo era più o meno già noto.

sabato 11 aprile 2026

La Rivoluzione francese vista da Guido Damini :-)

Se sei uno di quei docenti precari di storia e filosofia che si esalta ogni volta che spiega la Rivoluzione francese, sognando di tagliare la testa al ministro dell’Istruzione con il righello (cosa assai probabile, se hai comprato questo libro), temo sia giunto il momento di ridimensionare il tuo entusiasmo rivoluzionario. Nessuno te l’ha mai detto finora, ma ormai sei abbastanza grande per conoscere la verità: la Rivoluzione francese fu un "inside job" dei nobili.

Sì, hai capito bene: a ideare e pianificare la Rivoluzione più amata di tutte furono proprio gli annoiati e spocchiosi aristocratici di Francia. D’altronde, riflettici un attimo: le piccole partite IVA, i precari, i pescivendoli, i bottegai e i contadini… avrebbero mai potuto mettersi insieme, fondare un partito, scrivere la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, creare una repubblica e tutte quelle altre belle cose? Siamo seri, caro mio: no.

La Rivoluzione la fecero i nobili, non i piccoli borghesi, come la tua crush. Nobile era Mirabeau, il mentore di tutti i rivoluzionari. Nobilissimo era Luigi Filippo d’Orléans, cugino del re (che, tra l’altro, votò la morte del re), così intrippato dalla Rivoluzione da farsi soprannominare Filippo Égalité – un nickname cringe pure per gli standard giacobini. Nobile era anche Robespierre, il turbo-rivoluzionario per antonomasia, noto per i suoi completi a righe stile tenda da sole Tempo-test e per i suoi occhiali da sole "steampunk" ("ante litteram"), oltre che per essere stato il fan più sfegatato della ghigliottina.

Nobile era il filosofo Condorcet, che si vantava nei suoi scritti di voler "impiccare l’ultimo dei re con le budella dell’ultimo dei preti" – frase scopiazzata dal prete rinnegato Jean Meslier, ma all’epoca non c’era il copyright. Condorcet era anche un matematico: immagina la gioia di essere uno dei suoi alunni. E ancora: nobile era Paul Barras, presidente del Direttorio. Nobile Le Pelletier, primo "martire" della Rivoluzione… Vado avanti? Se vuoi, vado avanti.

Nobile era persino Napoleone Bonaparte – seppure di nobiltà provinciale e sostanzialmente straniero – al punto che, dopo gli anni della contestazione, divenne imperatore e ripristinò i titoli nobiliari. Coincidenze?

A questo punto ti starai chiedendo: perché tutti questi aristocratici cospirarono per fare una rivoluzione contro se stessi? Si erano totalmente rincoglioniti? Non proprio. Da un secolo accoglievano nei loro salotti gli illuministi – gli opinionisti del Settecento che hai conosciuto nel cenno (§68) – e stravedevano per Voltaire, una sorta di Cacciari con la parrucca, vero idolo di tutti i salotti bene.

Il Galimberti incipriato e i suoi seguaci volevano vendicarsi del re e della prigionia dorata di Versailles, volevano la fine delle disuguaglianze, l’uguaglianza eretta a principio di governo. E la Rivoluzione francese fu proprio questo: egalitaria. Talmente egalitaria che tutti coloro che non furono abbastanza uguali finirono sul patibolo, con la testa ugualmente tagliata. Ovviamente non era questo il piano originale, ma sai come vanno queste cose, una testa tira l’altra… D’altra parte, Voltaire, nel frattempo, era morto (con la testa attaccata al corpo, tranquilli), e i nobili pensavano di sfruttare gli Stati Generali del 1789 per fare una rivoluzione controllata, a loro uso e consumo, infiltrandosi nel Terzo Stato per far passare le tesi più dirompenti. Tesi che poi sfuggirono di mano.

Ebbene sì: la Rivoluzione francese fu un gigantesco Frankenstein, un esperimento da radical chic malriuscito che riempì i cimiteri di mezza Europa. L’idea iniziale era fare le scarpe a Luigi XVI, il loro paria: un re con il carisma di Biden, con una passione per il bricolage, e senza la minima idea di ciò che stesse accadendo intorno a lui.

Tant’è che, nel giorno della presa della Bastiglia, che diede inizio alla Rivoluzione, annotò nel suo diario una sola parola: «Nulla». Per lui, quel 14 luglio era un martedì qualunque. E in effetti, sotto certi aspetti, lo era davvero. Certo, gli insorti presero d’assalto la prigione-fortezza, decapitarono le guardie e il governatore, portandone a spasso le teste sulle picche per la città come decorazioni natalizie fuori stagione. Ma chi liberarono, esattamente, questi eroici rivoluzionari? Ebbene, dentro la leggendaria Bastiglia c’erano esattamente sette prigionieri. Sì, sette. Non settanta, né settemila.

Quattro erano falsari di documenti, che appena liberi sparirono nel nulla. Grazie e arrivederci. Due erano malati di mente, portati in trionfo per un giorno, e rinchiusi di nuovo all’ospizio di Charenton il giorno dopo. Il settimo era un libertino, termine aulico con cui nel Settecento si descrivevano festaioli come P. Diddy o Jeffrey Epstein.

Fino a pochi giorni prima c’era stato pure il marchese de Sade (sì, quel De Sade, l’inventore del sadismo, §68), che aveva passato settimane ad aizzare la folla urlando dalle finestre che nella Bastiglia si torturava la gente. Spoiler: non era vero, ma funzionò.

E poiché nessuno dei prigionieri era stato rinchiuso per motivi politici, la propaganda dell’epoca fece quel che ogni spin doctor farebbe: si inventò un personaggio. Usando la barba imponente di un tizio di nome Jacques-François-Xavier de Whyte, si spacciò il pover’uomo per il conte di Lorges, presunto martire della tirannide monarchica, realmente esistito un secolo prima e incarcerato per aver assassinato un prete.

Un caso di fake news ante litteram, da manuale di CNN. Insomma, quella che ti hanno venduto come l’eroica liberazione dei martiri della libertà, fu più simile a un blitz in una RSA gestita male.

A proposito di fake news, non si può certo ignorare Maria Antonietta, odiata solo perché austriaca, che subì una storica shitstorm a cui probabilmente pure la tua crush crede ancora. Prima fra tutte la famosa storia delle brioche. Che non disse mai, né pensò. Ma tutto faceva brodo, per quell’élite che voleva cambiare il mondo e rifarlo a propria immagine e somiglianza.

Come dici? Ti ricorda qualcosa? Possibile che nel 1789 un’élite di nobili ricchi sfondati volesse costringere tutta la Francia a un Great Reset come il principe di Galles (futuro Carlo III) al World Economic Forum del 2020? La risposta è: sì. Ma già lo so: non vuoi fare la figura del complottista davanti al corpo docenti. Fai bene, anche perché i tuoi colleghi sono tutti rettiliani.

La verità ufficiale è che quattro sanculotti analfabeti produssero la Dichiarazione dei diritti dell’uomo, caposaldo del diritto moderno. Che una masnada di derelitti affamati costituì la prima Repubblica francese. Che il popolo sconfisse l’aristocrazia, mandandola in massa sulla ghigliottina (per altro, il 96 per cento delle vittime della ghigliottina in realtà erano proprio popolani). Ti sembra una verità plausibile? Non è più plausibile che fosse un regime change, da élite a élite? O da Ancien Régime a rettiliani, come dici di fronte alla macchinetta del caffè, al riparo da occhi parietali indiscreti?

In ogni caso, ormai, la Rivoluzione era fatta. E se non ci fosse stato un altro nobile a metterci il freno a mano, si sarebbe autodistrutta da sé, come ogni rivoluzione che si rispetti. Fortunatamente per lei, arrivò un certo caporaletto corso a mettere le cose a posto.


Guido Damini - Quasi Sapiens. Dalla scimmia a Trump

martedì 17 marzo 2026

Da dove viene il velo

Leggo nel libro Dizionario della stupidità, di Piergiorgio Odifreddi, una cosa che non sapevo: il velo ha origini cristiane, non islamiche. A supporto della sua tesi Odifreddi cita san Paolo, il quale, nella prima lettera ai Corinzi, scrive: "Una donna che prega senza velo manca di riguardo al proprio capo". A san Paolo segue poi Tertulliano, filosofo e apologeta cristiano vissuto a cavallo tra il secondo e terzo secolo dopo Cristo, che estende la prescrizione in generale. Nella sua opera chiamata Ornamenti delle donne, (De cultu feminarum) scrive infatti: "Dovete piacere soltanto ai vostri mariti. Dio vi comanda di velarvi per non mostrare la testa". Siamo attorno al 197 d.C., l'Islam arriverà circa cinque secoli dopo.

Perché allora esiste lo stereotipo secondo cui l'obbligo del velo per le donne deriverebbe dall'Islam? A causa di una interpretazione molto allargata della Sura 24 del Corano, la quale recita: "E di' alle credenti di abbassare i loro sguardi [...] e di lasciar scendere il loro khimur sul petto...". Si parla di petto, non di capo. All'epoca di Maometto le donne arabe indossavano già una sorta di scialle o bandana (khimar), ma lo annodavano dietro la nuca lasciando scoperto il collo e l'inizio del petto. A partire da qui arrivarono le interpretazioni di alcuni teologi, secondo cui se si deve coprire il petto con il khimar, allora anche la testa (su cui poggia il velo) deve essere coperta.

Un secondo appiglio per giustificare il velo si trova in un altro passo del Corano, la Sura dei Gruppi Alleati, che recita: "O Profeta, di' alle tue spose, alle tue figlie e alle donne dei credenti di coprirsi con i loro jilbab; questo sarà il modo migliore affinché siano riconosciute e non siano molestate". Il problema è che il termine "jilbab" indica un mantello, oppure una veste ampia, non un velo in senso stretto, e lo scopo originario era distinguere le donne musulmane libere dalle schiave (che non portavano il velo) per proteggerle dalle molestie per strada. Per i giuristi successivi, questo è diventato un obbligo generale di "modestia" nel vestire fuori casa.

Insomma, mentre nell'Islam non esiste alcun testo che letteralmente indichi l'obbligo di indossare il velo, ma vi si arrivi solo per interpretazioni teologiche successive, nei testi giudaico-cristiani l'indicazione è scritta nero su bianco. In sintesi, nel Corano non c'è un comando diretto del tipo "coprite i capelli", ma un invito alla decenza che la tradizione religiosa ha poi codificato nell'obbligo del velo che conosciamo oggi.

L'aspetto per certi versi paradossale di tutta la faccenda è che le donne occidentali, che non portano più il velo ma continuano a coprirsi il seno, seguono dunque i precetti islamici ma non quelli cristiani.

sabato 31 gennaio 2026

Razzismo e Noismo


Questo saggio si può definire come una epica cavalcata tra i significati della parola "noi" e i modi in cui si definiscono le appartenenze identitarie che stanno alla base delle gerarchie, dei sistemi politici, religiosi e ideologici. Non dice cose "nuove" in senso stretto, ma costringe a spostare il punto di osservazione: dal razzismo come ideologia esplicita al noismo come meccanismo profondo, quasi strutturale, con cui gli esseri umani costruiscono un “noi” e, insieme, un “altro”.

Uno degli aspetti più interessanti è l’idea che il noismo non riguardi solo l’etnia o la biologia. Religioni e ideologie sono state e sono potentissimi dispositivi di appartenenza ed esclusione. Ogni volta che un "noi" diventa oggetto di difesa, espansione o conquista, il confine tende a irrigidirsi e l’altro smette di essere semplicemente diverso: diventa una minaccia o un’entità inferiore. Luca Cavalli-Sforza, uno dei maggiori genetisti e antropologi italiani, morto alcuni anni fa, è particolarmente efficace quando inserisce questi meccanismi in una prospettiva evolutiva. Per gran parte della sua storia, Homo Sapiens, finché è rimasto cacciatore-raccoglitore, ha cercato di espandersi riducendo i conflitti. È con l’agricoltura, la proprietà e l’accumulazione che il “noi” diventa qualcosa da proteggere o imporre; da qui la caduta del noismo legato a cause biologiche in favore di una risposta a condizioni materiali.

Questo è anche il punto di partenza della decostruzione di un altro mito molto radicato: quello della presunta superiorità europea. I due autori mostrano - niente che non fosse già noto, in realtà - come la conquista di interi continenti e lo sterminio di popolazioni millenarie non abbiano nulla a che fare con l’intelligenza, ma con vantaggi geografici, ecologici ed epidemiologici. Anche in questo caso, il noismo funziona come narrazione giustificativa a posteriori.

Colpisce molto anche l’analisi dei processi di disumanizzazione. Dai conquistadores spagnoli convinti che gli indigeni non avessero un’anima, fino ai resoconti di Colombo che definiscono gli indios per ciò che "non hanno", emerge un meccanismo ricorrente: l’altro viene descritto per privazione. È difficile non riconoscere, in questo schema, lo stesso gesto con cui la tradizione occidentale ha separato l’uomo dall’animale. Ed è altrettanto difficile non vedere come questi meccanismi, adattati all'epoca contemporanea, tendano a ripetersi. Nella Shoah gli ebrei erano definiti bacilli, ratti, parassiti, quindi non umani, quindi eliminabili; nel genocidio armeno gli armeni venivano definiti traditori interni, corpo estraneo allo Stato, elemento corruttivo: la deumanizzazione passava attraverso la loro criminalizzazione; nel genocidio del Rwanda i tutsi venivano equiparati agli scarafaggi, quindi la loro eliminazione era inquadrata come atto di igiene sociale, e si potrebbe continuare con la Cambogia dei Khmer Rossi, la pulizia etnica nei Balcani degli anni '90: stesse dinamiche basate sulla deumanizzazione del nemico.

Un altro merito del libro è quello di rifiutare ogni comoda proiezione del male altrove. La violenza sulle donne, ad esempio, non viene letta solo come problema dei fondamentalismi contemporanei, ma come una costante storica che attraversa anche la cultura occidentale. A questo proposito scrivono gli autori: "Per secoli l’Europa antica e medioevale ha praticato la lapidazione degli assassini, delle adultere e delle prostitute. La violenza sulla donna - capro espiatorio, contenitore dell’impuro la cui messa a morte purifica la società - non interroga solo i regimi fondamentalisti odierni, ma tutta la nostra cultura, fin dall’inizio. D’altra parte, quello che viene chiamato «femminicidio» continua in molti luoghi del mondo, incluso il civile Occidente, dove la morte violenta di una donna per mano di un uomo è paradossalmente accolta ogni volta come inaudita. Le donne vengono uccise prevalentemente in casa, quello che dovrebbe essere il luogo piú sicuro, da figli, mariti, ex amanti e padri."

Razzismo e Noismo non offre soluzioni né consolazioni, si limita a mostrare semmai come l’esclusione non sia un incidente della civiltà, ma uno dei suoi dispositivi ricorrenti. E la domanda che resta, alla fine, non è se siamo razzisti, anche se in definitiva è un testo che toglie ogni alibi al razzismo, ma quando, perché e a quale prezzo abbiamo bisogno di un “noi”.

venerdì 30 gennaio 2026

Alle origini del barbaro

Abbiamo visto che lo schiavo, nell’antichità, è colui che viene da fuori, lo straniero, il barbaro: chi ha linguaggio e costumi diversi, ed è perciò inferiore, posto in condizione di servaggio. I greci giudicavano chiunque non facesse parte del mondo ellenico, e di conseguenza non parlasse il greco, come impossibilitato a esprimersi, se non emettendo balbettii o suoni aspri, inintelligibili. La ripetizione sillabica bar-bar , da cui deriva la parola barbaro, è infatti l’imitazione fonetica della balbuzie, se non addirittura di un latrare animalesco. È l’onomatopea che designa chi, avendo usi, costumi, pratiche religiose e legami sociali diversi, è straniero. Tutto ciò che era diverso, in sostanza, era barbaro agli occhi dei greci che, se anche non avevano raggiunto l’unità politica delle città-stato, si consideravano una comunità proprio in virtú della lingua: erano ellenofoni.

Ecco, l'origine della parola barbaro non la conoscevo, l'ho scoperta oggi leggendo questo splendido saggio.

venerdì 23 gennaio 2026

Il paradosso di Easterling

Tramite il bellissimo saggio Quando meno diventa più, di Paolo Legrenzi, ho scoperto il paradosso di Easterling. Non essendo io ricco e vivendo più o meno da sempre all'insegna del tanti presi, tanti spesi, ho trovato nel summenzionato paradosso un certo conforto. Ecco come lo spiega l'autore.





Ovviamente, per avere certezza della validità del suddetto paradosso dovrei empiricamente verificarlo, accumulando ricchezze fino al punto in cui le preoccupazioni relative a esse diventassero maggiori della contentezza generata dall'avere poco. Ma per il momento lo prendo per buono sulla fiducia :-)

Scherzi a parte, il saggio è estremamente interessante. Cito dall'introduzione:

Anche io, con il tempo, mi sono accorto del ruolo importante delle sottrazioni benché, da giovane, mi fossi, per così dire, concentrato sulle addizioni. Nasciamo, cresciamo e cerchiamo di aggiungere, accumulando investimenti materiali e simbolici nel corso delle attività connesse al lavoro e alla carriera, e anche investimenti affettivi legandoci a persone per parte o per tutta la vita. Nella psicologia ingenua, nei modi spontanei e diffusi di relazionarci con gli altri e nel mondo dei pensieri e dei sentimenti, l’addizione è considerata un’acquisizione positiva, quasi sempre qualcosa che viene dato per scontato. La sottrazione, al contrario, tende a essere vista come perdita al punto che, nel linguaggio amministrativo, parliamo di sottrazione per indicare un atto criminoso. In effetti, fin dai primordi, l’uomo ha elaborato e praticato apparati culturali collettivi finalizzati a trasformare le sottrazioni biologiche dovute ai decessi di parenti o amici in perdite e le perdite, a loro volta, in ricordi e memorie sia personali sia collettive, soprattutto da quando esiste la rete. Recentemente, sui media si assiste a un’enfasi sulla necessità da parte delle nuove generazioni di ridurre le tracce del loro passaggio sulla Terra per lasciare a figli e nipoti un mondo ospitale almeno quanto quello che ognuno ha trovato alla nascita. I tempi stanno diventando stretti e tuttavia le attenzioni, e soprattutto le azioni, dei politici e degli economisti sono sempre volte alla crescita calcolata in termini di beni e servizi prodotti. Si parla di crescita sostenibile ma questa appare come un traguardo ostico, difficile da raggiungere, talvolta un ossimoro. Forse parte di questa difficoltà risiede non solo nella lentezza e nel disinteresse delle collettività, dei governi e delle organizzazioni sovranazionali, ma anche nella radicata mentalità degli individui. Forse il nostro cervello ha incamerato, in milioni di anni, l’importanza dell’addizione di risorse, cruciali per la sopravvivenza, lasciando sullo sfondo il valore della sottrazione. Invecchiando, ho riflettuto meglio sull’importanza della sottrazione nelle vicende filosofiche, culturali e artistiche dell’ultimo secolo. Inoltre, le tecniche sottrattive sono state cruciali nel progresso del mio campo di studi, quello della psicologia e delle scienze cognitive – intendendo per scienze cognitive lo studio dei processi attraverso cui le menti, quelle naturali e quelle artificiali come i computer, raccolgono, elaborano e ricordano le informazioni che provengono dal mondo esterno. In questo libro ho provato dunque a rintracciare anche una storia culturale della sottrazione. Inoltre, alla luce delle ricerche più recenti, ho cercato di mostrare gli ostacoli cognitivi e affettivi alle sottrazioni “ben fatte”, ponendo così le basi per un’analisi delle buone pratiche della sottrazione. Non si tratta tuttavia di un elogio acritico della sottrazione, perché questa è un’operazione benefica solo a certe condizioni, non sempre facili da ottemperare. In alcuni casi assistiamo a fuorvianti semplicismi, a chiusure, a pregiudizi; per questo sarà necessario tracciare e delimitare il perimetro degli ostacoli alle sottrazioni benefiche. Dato che il termine “sottrazione” diventa chiaro solo dopo che è stato esemplificato in più casi, per il titolo di questo libro è stato scelto il motto “Quando meno diventa più” (Less is more, in inglese), in ricordo e in onore dei fondatori della scuola tedesca Bauhaus pionieri di questo nuovo modo di operare e di pensare. Sono convinto che, quando si comincia a vedere il mondo e la vita non solo in termini di addizioni ma anche di sottrazioni, molti stati di cose diventano più chiari, puri, appassionanti, alcuni problemi meno difficili da risolvere, alcune emozioni negative più facili da allontanare. Distinguere il confine tra addizione e sottrazione implica conoscerne entrambi i lati così da poterli padroneggiare.

Oltre al paradosso di Easterling, un altro concetto estremamente interessante, a cui non avevo mai pensato, è descritto nel capitolo in cui si spiega come funziona e come è strutturata la nostra memoria. Scrive Legrenzi:

Per decine di migliaia di anni l’unico luogo in cui si poteva depositare tutto ciò che ci era capitato nel corso del tempo era il nostro cervello e quello delle persone appartenenti alla comunità in cui eravamo stati allevati e avevamo vissuto. Durante queste epoche della nostra storia naturale e culturale, cercare di memorizzare di “più” del nostro passato era qualcosa che ci rendeva “meno” vulnerabili agli avvenimenti imprevisti e imprevedibili. Quando siamo riusciti a inventare prima la scrittura e poi la stampa abbiamo iniziato a integrare le attività dei nostri cervelli grazie all’aiuto di memorie esterne. Un ulteriore e notevole incremento delle registrazioni artificiali di dati e del loro recupero è avvenuto con il computer e, in particolare, con quei computer – di solito chiamati in gergo “smartphone” – che possiamo portare sempre con noi e consultare in ogni momento. Oggi le nostre memorie esterne sono diventate così grandi, potenti e disponibili che il problema consiste quasi sempre soltanto nel rintracciare le informazioni e selezionare quelle che ci servono o che desideriamo. Nel caso della vastità delle memorie esterne, dalle dimensioni ormai gigantesche grazie al loro continuo miglioramento, l’aggiunta progressiva di “più” ci ha portato a un contrappasso tale per cui il più finale si è tradotto in meno, cioè meno capacità di reperire le informazioni “giuste”, quelle che cerchiamo in un dato momento. Il cervello potrà adattarsi facilmente e rapidamente all’uso di queste nuove memorie esterne? Assai improbabile, perché i tempi dell’evoluzione naturale di questo organo sono molto lunghi. Il nostro cervello è erede di quel lontano passato in cui non esistevano questi strumenti “integrativi”, ragion per cui i nostri antenati traevano grande vantaggio dal riuscire a registrare più informazioni possibili e a conservarle in memoria per quando ne avevano bisogno. Di questi tempi, invece, un’informazione di quel che è avvenuto in passato può diventare, se rievocata nel presente, un intralcio e persino un ostacolo. Succede così che spesso meno memoria è “più” perché è memoria dell’essenziale, di ciò che veramente ci serve, memoria di ciò che rende la nostra vita degna di essere vissuta: i momenti caratterizzati dall’inspiegabile felicità in cui siamo stati veramente noi stessi e abbiamo voluto bene ad altri.

Ecco, penso a questo punto che siano abbastanza chiari gli argomenti trattati nel libro. Non è un saggio difficile (l'ho letto e capito agevolmente pure io) e neppure eccessivamente corposo (poco più di 200 pagine), quindi è alla portata di chiunque. Io l'ho trovato interessantissimo.

martedì 13 gennaio 2026

Iran

Una delle domande che tornano più spesso quando si parla dell’Iran è questa: se le proteste sono diffuse, se il malcontento è evidente e se la popolazione è così giovane (l'età media degli iraniani è 34 anni, da noi è 44,5, giusto per dare un'idea) perché il regime degli ayatollah non cade?

Ricordo che scriveva di questi argomenti Dario Fabbri in Geopolitica umana, un saggio molto bello che affronta le questioni geopolitiche del nostro tempo partendo da un approccio psicologico collettivo delle comunità umane, non leaderistico come siamo abituati a fare noi. La domanda che tutti ci facciamo è comprensibile e legittima, ma parte da un presupposto sbagliato: che il consenso sociale, da solo, basti a rovesciare un regime autoritario. La storia dice che non è così. I regimi non cadono quando diventano impopolari, cadono quando perdono il controllo del potere.

In Iran il dissenso è ampio, ma non è organizzato. Non esiste una leadership riconosciuta, non esiste un’opposizione in grado di trasformare la rabbia in un progetto politico, non esistono strumenti istituzionali per farlo. Il regime, al contrario, concentra nelle proprie mani ciò che conta davvero: le armi, i tribunali, le risorse economiche, la repressione. L’apparato coercitivo è solido e soprattutto leale. I Pasdaran, i Basij, i servizi di sicurezza non si sono mai spaccati né hanno mostrato tentennamenti. Questo è un punto chiave: quando le forze armate restano compatte, le proteste possono essere anche enormi, ma difficilmente diventano rivoluzione. C’è poi la frammentazione. Le proteste iraniane nascono in luoghi diversi e per motivi diversi: economici, culturali, politici. Questa pluralità è un segno di vitalità, ma è anche una debolezza. Senza coordinamento nazionale, il regime può isolare, reprimere, spegnere un focolaio alla volta. La gestione selettiva della violenza, pochi arresti mirati, pene esemplari, qualche esecuzione, è studiata proprio per questo: far capire che il prezzo è altissimo e il risultato incerto.

A tutto questo si aggiunge la paura del "dopo". Molti iraniani non credono più al regime, ma temono il vuoto che potrebbe seguirne la caduta. Siria, Iraq, Libia sono esempi che pesano molto più delle nostre analisi. In assenza di un’alternativa credibile, il cambiamento appare rischioso quanto lo status quo. Infine, un paradosso: le sanzioni, pensate per indebolire il regime, spesso finiscono per rafforzarlo. Colpiscono la società civile, impoveriscono la popolazione, ma consolidano i circuiti economici controllati dai Pasdaran e alimentano la narrativa dell’assedio esterno.

La popolazione iraniana è giovane, è vero. Ma la giovinezza non è automaticamente rivoluzionaria. Senza partiti, sindacati, media liberi, reti organizzative, l’energia si disperde. Resta frustrazione, non potere. Forse, allora, la domanda giusta non è perché il regime, un regime mediamente schifoso, non cade, ma che cosa dovrebbe rompersi al suo interno perché inizi davvero a crollare. Finché quell’equilibrio di forza, paura e controllo regge, il consenso, anche quando è ampio, non basta.

Oltre a questo, c'è un errore concettuale che tendiamo a fare noi: pensare che le proteste anti-regime abbiano un afflato filo-occidentale, cioè che gli iraniani si ribellino al regime perché vogliono diventare come noi. Niente di più sbagliato (su questo punto Dario Fabbri è categorico). La storia dell'Iran, ex impero persiano, è lunga 27 secoli ed è complessissima. I giovani iraniani che scendono in piazza non lo fanno perché vogliono diventare come noi (McDonald, serie tv, jeans, democrazia liberale "chiavi in mano" ecc., una cultura che mediamente schifano), ma perché si fanno portatori di istanze superiori che sono di ogni comunità umana: dignità, autonomia, possibilità di scegliere. Se non smettiamo di leggere le cose del mondo con le nostre categorie filo-occidentali, come se noi fossimo l'ombelico del mondo, faremo sempre molta fatica a capirci qualcosa.

lunedì 29 dicembre 2025

Sull'inverno demografico

Sul tema del cosiddetto inverno demografico si discute e si parla, spesso a vanvera o in chiave acchiappa-consenso politico, da decenni. Quelli di Nova Lectio, uno dei canali divulgativi più interessanti in circolazione sul tubo, hanno realizzato il video qui sotto in cui si spiegano in maniera chiara e documentata i motivi per cui qua da noi non si fanno più figli (spoiler: nonostante ciò che comunemente si pensa non c'entrano i motivi economici, o almeno non sono i principali).

Il video in questione l'ho trovato estremamente interessante in primo luogo perché è la tematica in sé a esserlo, in secondo luogo perché in una qualche misura mi riguarda, dal momento che ho saputo che tra qualche mese diventerò nonno :-)

Se avete una mezz'oretta e l'argomento vi interessa, dateci un'occhiata: merita.


martedì 9 dicembre 2025

Islam e questione femminile

Qualche tempo fa avevo riproposto su queste pagine la lezione di Franco Cardini sulle tante invenzioni e intuizioni nel campo della letteratura, della medicina, della matematica, dell'astronomia che l'occidente deve alla cultura islamica antica. Intuizioni e scoperte che oggi vengono sottaciute per evitare di menzionare il fatto che in epoca medievale la cultura mediorientale era infinitamente più avanzata della nostra. In un passaggio di quella lezione il simpatico storico toscano fa alcune considerazioni sul rapporto, sia antico che attuale, tra islam e questione femminile. Il modo in cui la cultura islamica considera le donne è uno dei maggiori appigli utilizzato dagli islamofobi per sostenere appunto l'islamofobia, facendo finta di ignorare che, storicamente, qua in Occidente non è che le donne fossero considerate in maniera molto migliore.

Cardini, a questo proposito, fa alcune considerazioni molto interessanti, nel passaggio qui sotto, che prendono in esame come storicamente si è evoluto questo rapporto. Mi rendo conto che la questione è delicata e che al solo nominarla il "demonietto isamofobo" insito in ognuno di noi fa immediatamente capolino. Ma confido nella capacità dei miei 32 lettori di discernere tra stereotipi e razionalità (storica).


domenica 7 dicembre 2025

Nascita dell'inglese

Uno dei capitoli più belli del libro Il destino dei popoli, Popoli e lingua, è quello in cui si spiegano i processi, complessissimi ed eternamente in divenire (chi ancora pensa che le lingue siano entità statiche e ormai rigidamente definite è totalmente fuori strada), che hanno portato alla definizione dei maggiori linguaggi utilizzati oggi sul pianeta. In queste pagine, tra le altre cose, Fabbri ridimensiona molto il ruolo dei letterati nella nascita degli idiomi e ne enfatizza maggiormente quello dei popoli. Scrive l'autore: "Ogni idioma è frutto di movimenti, mutamenti, sentimenti, adozioni e rinnegamenti delle collettività, soltanto successivamente codificati o arrangiati dai singoli. La traiettoria delle parole segue quella delle popolazioni, da cui è perfettamente informata".

Tra le lingue analizzate dall'autore ci sono latino, iberico, arabo, cinese, inglese, francese, giapponese, ebraico e ovviamente l'italiano. Una menzione a parte merita l'inglese e qui, in particolare, Fabbri si sofferma sui motivi per cui gran parte dei lemmi di questa lingua sono pronunciati diversamente da come sono scritti (ad esempio meet che si pronuncia miit e tantissimi altri). Riporto integralmente la spiegazione perché è interessantissima.

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"Altri movimenti popolari incisero sullo sviluppo delle lingue. Ovunque. Occupata l’Inghilterra, nell’XI secolo i Normanni francofoni resero lingua di corte il proprio dialetto d’oïl, sopra l’idioma germanico introdotto secoli prima dai Sassoni; il motto della monarchia inglese è tuttora in francese: "Dieu et mon droit". Più importante, deviarono la grammatica dell’inglese antico. Occupate dagli invasori, da quel momento le cariche apicali furono scritte con aggettivo dopo il sostantivo, contro ogni regola germanica (attorney general; secretary general ecc.).

Il lessico acquisì due specifiche dimensioni: una bassa d’origine sassone relativa alla pratica, al lavoro manuale; una alta di matrice franco-latina, con senso figurato e ricercato. Per cui "pig" divenne il maiale allevato (di etimo germanico), mentre "pork" la bestia cucinata e portata in tavola (di provenienza continentale). La vittoria dei francofoni produsse anche l’esistente ambiguità nei pronomi "tu" e "voi", in precedenza distinti in inglese con "thou" e "you", poi resi identici nel solo you per imitazione del vous.

Tre secoli dopo nacque a Londra l’inglese moderno con il cosiddetto grande spostamento vocalico. Dopo la peste nera (1346-1353), l’arrivo in città di migliaia di immigrati provenienti dall’Inghilterra orientale e dalle East Midlands spinse i londinesi a modificare il proprio accento per distinguersi dai nuovi arrivati. Si formò in quel periodo l’attuale suono dell’inglese. Bite (morso), pronunciato bit nel medio inglese, divenne bait in fonetica semplificata; meet (incontrare), in precedenza meet, si trasformò in miit; house (casa) da hus in haus; name (nome) da name in neim ecc. Più avanti i londinesi smisero di pronunciare la lettera "r", tranne nei casi in cui è seguita da una vocale o posta all’inizio della parola. E resero silenti alcune sillabe, come nei vocaboli secretary, necessary, military. Alterazioni che molti secoli dopo avrebbero consentito a John Keats di rendere in rima thoughts con sorts e thorns con fawns. Senza mai cambiare la dizione ufficiale, generando l’odierna distanza tra l’inglese scritto e parlato.

Il tentativo per i londinesi d’allontanarsi dai nuovi concittadini mosse la storia linguistica d’Inghilterra e del pianeta. Pensata come codice per escludere, in un paio di secoli la nuova pronuncia fu acquisita dal resto della nazione. In barba ai letterati."

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In sostanza, uno stratagemma linguistico nato per escludere e dividere, finì per provocare una uniformità linguistica che poi non rimase circoscritta alle terre britanniche ma si diffuse in (quasi) tutto il mondo. Forse è quella che si può chiamare una nemesi della storia.

sabato 6 dicembre 2025

Yankee Doodle


Fino ad oggi il nome Yankee Doodle mi rievocava il piccione viaggiatore protagonista di un vecchio cartone animato di Hanna-Barbera che guardavo quand'ero bambino: Dastardly e Muttley e le macchine volanti. Nient'altro. Il cartone animato era ambientato durante la Prima guerra mondiale e narrava le vicende tragicomiche di un gruppo di squinternati aviatori che cercavano di catturare il piccione in questione per evitare che consegnasse messaggi al nemico. 

Leggendo il libro Il destino dei popoli, di Dario Fabbri, mi sono imbattuto nella pagina che vedete qui sopra, in cui compare il nome che io avevo sempre collegato unicamente al cartone animato menzionato. Ho quindi scoperto che storicamente Yankee Doodle era il titolo di una filastrocca. Fabbri nel libro la racconta frettolosamente, ma la sua storia è molto più articolata e interessante. 

La canzoncina in questione nacque in Europa nel XVII-XVIII secolo come aria popolare. Era usata in canzoni contadine, ballate e perfino filastrocche infantili nei Paesi Bassi e in Inghilterra. Durante la guerra franco-indiana (1754–1763), precursore della Rivoluzione americana, gli ufficiali e i soldati britannici usavano la melodia per creare versi satirici contro i coloni americani. La parola yankee stessa era un soprannome dispregiativo usato dagli inglesi per i coloni e voleva indicare un "tipo di campagnolo rozzo e ingenuo del New England".

Col tempo i coloni americani si appropriarono sia della filastrocca Yankee Doodle che del termine yankee e cambiarono il senso e il significato di entrambi in loro favore. Durante la Guerra d’Indipendenza americana (1775–1783) successe il ribaltamento: gli americani cominciarono a modificarla e a utilizzarla per prendersi gioco degli inglesi e per rafforzare il morale delle truppe. Diventò una sorta di: "Va bene, chiamateci pure yankee… e vinceremo lo stesso". È uno dei primi esempi storici di riappropriazione ironica di un insulto. Oggi è l’inno ufficiale dello stato del Connecticut e anche se non fa parte degli inni ufficiali federali è comunque parte del patrimomio culturale di molti stati del New England oltre che simbolo della rivoluzione americana.

Insomma, oltre al piccione c'era ben altro.


domenica 23 novembre 2025

Fischiava il vento


Devo ammettere che questo libro mi ha sorpreso. L'ho iniziato con qualche titubanza e l'ho trovato splendido, di una intensità sorprendente. Non è solo un viaggio nella storia del Novecento italiano, ma soprattutto un racconto umano fatto di vite spezzate, ideali assoluti, errori, tragedie e scelte impossibili.

La cosa che più colpisce è il modo in cui Claudio Caprara intreccia grande storia e piccole storie. Nella narrazione dell'autore figure come Gramsci, Bombacci o Togliatti non sono solo nomi ascrivibili ai manuali di storia, ma persone con contraddizioni, passioni, speranze e cadute. Una menzione a parte merita il racconto della storia d'amore tra Palmiro Togliatti e Nilde Iotti, una relazione che inizialmente - si era alla fine degli anni '40 del secolo scorso - creò diffidenza e imbarazzo (Togliatti era già sposato) all'interno di un partito che predicava moralità, disciplina e "esemplarità del dirigente". Una relazione che restituì a Togliatti il desiderio di "tenere qualcosa per sé" e di salvarlo dalla totale e assoluta dedizione al partito.

Il libro descrive la complessità e la velocità dei cambiamenti sociali di quegli anni senza mai diventare pesante, anzi mantenendo un ritmo narrativo coinvolgente. È un libro che lascia qualcosa, che invita a capire e a riflettere, più che a giudicare. Uno spaccato della storia d'Italia dal dopoguerra a oggi attraverso le vicende di uno dei grandi partiti di massa della storia d'Italia e dei personaggi che l'hanno reso grande.

giovedì 30 ottobre 2025

Occhiali nuovi

Questa lunga e interessantissima chiacchierata tra Gianluca Gazzoli e Dario Fabbri serve a smettere i soliti occhiali e a indossarne di nuovi, serve a vedere il mondo e le sue vicende cambiando angolazione e prospettiva. Poi non è detto che i nuovi occhiali consentano di vedere il mondo com'è realmente, così come non era detto indossando i vecchi. Ma i vari Fabbri, Barbero, Canfora, Cardini o chi volete voi, questo fanno: danno occhiali nuovi.

domenica 19 ottobre 2025

Schiavismo



Questa pagina mi ha fatto venire in mente Umberto Galimberti quando scriveva che la lotta di classe è finita alcuni decenni fa quando padrone e servo (simbolicamente negli anni Settanta Agnelli da una parte e gli operai dall'altra) sono oggi dalla stessa parte e hanno come controparte il mercato e la tecnica. E come fai a prendertela con qualcuno? Chi è il mercato? Da cosa è rappresentato fisicamente?

Interessantissima anche la definizione di schiavismo moderno, non più basata sull'assunto che lo schiavo è colui che è gravato dalla fatica e dall'obbligo di lavorare per sopravvivere, ma è colui che da persona viene declassato a cosa, a strumento, indipendentemente dal grado di consapevolezza di ciò. 

Sembra quasi incredibile che questo saggio sia stato scritto a metà degli anni Sessanta del secolo scorso. Si tratta di un libro molto difficile e impegnativo, almeno per me, ma estremamente interessante.


Herbert Marcuse 

L'uomo a una dimensione, l'ideologia della società industriale avanzata 

venerdì 17 ottobre 2025

Ucraina, la guerra e la storia


Ci sono due modi per approcciarsi alle vicende complesse della nostra epoca: leggere gli articoli dei quotidiani o (meglio) leggere i libri che trattano delle suddette vicende. A questo proposito ho appena terminato questo interessantissimo saggio scritto dallo storico Franco Cardini e dal generale Fabio Mini, che negli anni 2000 ha ricoperto l'incarico di capo di Stato maggiore del comando Nato per il sud Europa. 

La parte più interessante del libro è la prima, quella scritta da Cardini, che indaga le cause storiche che hanno condotto al tragico epilogo dell'invasione dell'Ucraina da parte della Russia. Come ormai tutti dovrebbero sapere, la guerra russo-ucraina (in realta guerra russo-americana) non inizia il 24 febbraio del 2022, bisogna tornare indietro almeno fino al colpo di mano ucraino in funzione antirussa del 2014, come data di inizio. Ma i prodromi di quello che sarebbe successo cominciarono a prendere forma già negli anni Novanta del secolo scorso, quando - e qui Bill Clinton ci mise molto del suo - furono progressivamente disattese le rassicurazioni sul non allargamento a est della Nato fornite da tutti i paesi europei alla Russia dopo il crollo dell'Unione Sovietica, rassicurazioni riassunte dalla dichiarazione del 17 maggio 1990 dell'allora segretario Nato Manfred Wörner: "Il fatto che noi siamo pronti a non schierare un esercito della Nato fuori dal territorio tedesco offre all'Unione Sovietica una stabile garanzia di sicurezza".

Poi, come si sa, o come almeno sa chi ha voglia di approfondire un po' andando oltre l'infantile invaso-invasore, le cose andarono diversamente. Questo ovviamente non significa giustificare ciò che ha fatto la Russia, sia ben chiaro, significa solo provare a sviscerare una vicenda complessa vecchia di secoli per cercare di capire come si è arrivati alla guerra che da tre anni insanguina l'Europa orientale. Una guerra in cui la Nato, quella Nato che secondo Papa Francesco abbaiava alle porte della Russia, ha responsabilità evidentissime. Se si vuole, e chiunque lo può fare, si può andare oltre l'ormai stucchevole ritornello dell'aggressore e dell'aggredito (se vogliamo restare su questo piano: quanti Paesi sovrani ha aggredito la Nato negli ultimi 70 anni?), basta avere voglia di farlo.

lunedì 29 settembre 2025

Franco Cardini

Me lo ricordo bene, Franco Cardini. Una volta scriveva sul Resto del Carlino, forse il maggior megafono del berlusconismo che l'Emilia-Romagna abbia mai avuto. Il Resto del Carlino è Il Giorno a Milano e La Nazione a Firenze. La famiglia è quella del Quotidiano Nazionale. Negli anni Novanta e Duemila ogni tanto lo leggevo, 'sto Carlino. Non perché mi piacesse - come sarebbe potuto piacermi un quotidiano che era (lo è ancora) la brutta copia di Libero con gli editoriali di apertura di Vespa? Lo leggevo perché era l'unico giornale presente nel bar dove ogni tanto facevo colazione, e anche perché, diamo a Cesare quel che è di Cesare, l'inserto con la cronaca regionale era fatto piuttosto bene. Insomma, se si voleva sapere con dovizia di particolari cosa accadeva a Rimini e provincia, col Carlino non si sbagliava.

Bene, su questo pregevolissimo quotidiano ogni tanto comparivano degli scritti di Franco Cardini, che non ho mai capito cosa c'entrasse con la brutta copia di Libero ma che tuttavia scriveva cose molto interessanti, che mi piacevano, pur non sapendo all'epoca neppure chi fosse (per anni l'ho pronunciato Càrdini, ho scoperto successivamente che la pronuncia corretta è Cardìni). 

Franco Cardini è uno dei maggiori storici che abbiamo in Italia e tutti questi cenni su di lui e sul Resto del Carlino mi sono tornati alla mente dopo essermi imbattuto in una bellissima lezione di storia che il professore ha tenuto pochi giorni fa alla festa del Fatto. La lezione è legata al tema trattato nel suo ultimo libro, in uscita in questi giorni, che si intitola (si tengano forte eventuali leghisti che dovessero passare di qui); Grazie Islam! Si tranquillizzino eventuali lettori del Foglio: non è un libro apologetico, è un libro storico che racconta i contributi che la cultura islamica ha trasmesso nei secoli addietro a quella occidentale, contributi molto ma molto maggiori di ciò che si potrebbe pensare alla luce della narrazione stereotipata che fanno dell'Islam i media nostrani. Ovviamente ho già prenotato il libro in questione in biblioteca.

Ma la lezione è interessante anche per motivi che esulano dalla maggiore o minore passione per la storia che può avere ognuno, e uno di questi è la simpatia dell'85enne professore, simpatia dovuta al suo particolare eloquio di matrice toscana, con le sue inflessioni, le sue c mangiate e quant'altro. A simpatia potrebbe pure dare dei punti a Barbero, che è tutto dire. Insomma, se i professori simpatici vi attirano e se siete interessati ad approfondire argomenti storici che la pedagogia nazionale tende a propinare sotto forma di stereotipi insulsi e fuori dal tempo, questa lezione è imprescindibile.

martedì 23 settembre 2025

Alle radici del Sionismo estremista

La storia in generale è complessa, si sa. La storia del Sionismo e di come dai primi ebrei arrivati in Palestina alla fine dell'Ottocento si sia arrivati allo sterminio dei palestinesi in corso oggi, è forse ancora più complessa. I ragazzi di Nova Lectio, uno dei canali Youtube a mio avviso più interessanti in circolazione, hanno provato a condensare la storia del Sionismo in una ventina di minuti, e secondo me hanno fatto un ottimo lavoro.

giovedì 21 agosto 2025

Nexus


Credo che questo saggio sia una lettura imprescindibile per chiunque voglia capire qualcosa di più del mondo in cui viviamo. È un libro che a tratti spiazza, fa riflettere, pensare e costringe a guardare molte cose da altre prospettive. In definitiva è questo che devono fare i libri, no?

Con questo lavoro Yual Noah Harari analizza la storia delle reti di informazione partendo dalle prime forme di comunicazione orale fino ad arrivare all'intelligenza artificiale. La tesi che l'autore intende sostenere è che, mentre le reti di informazione che l'umanità ha conosciuto fino a oggi (il telegrafo, la stampa, i rotoli di pergamena, la scrittura, la religione, il nazismo, lo stalinismo ecc.) erano mezzi con cui mettere in contatto le persone ed erano sempre le persone i soggetti imprescindibili della "catena", perché le storie e le narrazioni erano frutto dell'intelligenza e della creatività umane, l'intelligenza artificiale è la prima tecnologia in grado di prendere decisioni e generare idee in maniera autonoma. Con tutte le incognite e i potenziali rischi che ciò comporta e di cui ad ora non abbiamo ancora alcuna contezza.

Uno dei tanti esempi che Harari porta a supporto della sua tesi riguarda la contrapposizione tra la stesura del canone biblico e l'intelligenza artificiale. La discussione secolare su quali testi inserire nel canone biblico e quali escludere ha plasmato il mondo per millenni. Miliardi di cristiani fino al XXI secolo hanno formato la loro visione del mondo sulle idee misogine di alcuni testi del libro. Se al posto di quei testi di stampo misogino ne fossero stati inseriti altri meno discriminatori e più inclusivi, magari una certa parte della storia del mondo sarebbe stata diversa. Oggi l'uomo sta definendo i canoni su cui impostare questa nuova tecnologia e gli ingegneri che scrivono il codice iniziale per l'IA e che scelgono i set di dati su cui viene addestrata nel suo stadio infantile sono secondo Harari gli equivalenti dei padri della Chiesa che qualche millennio fa selezionarono cosa inserire nel canone biblico e cosa lasciare fuori. È impossibile, oggi, riuscire a immaginare l'evoluzione di questa tecnologia e le conseguenze che ne deriveranno. Harari tenta di fare alcune ipotesi in merito guardando al passato e analizzando attraverso le lenti della storia il flusso di informazioni che ha plasmato il mondo e le conseguenze prodotte. 

Fino ad oggi non avevo una idea chiara di cosa fossero l'intelligenza artificiale e gli algoritmi, ora ce l'ho, e non sono più argomenti da cui si può prescindere, di cui si può dire che non interessano, perché fanno già parte della vita di tutti noi. Agli algoritmi si sta già cominciando a demandare l'analisi dei candidati che aspirano a un posto di lavoro, la decisione se concedere un mutuo, una polizza assicurativa. In alcuni stati americani i giudici valutano l'entità della pena da comminare a chi commette certi tipi di reati in base al responso di un algoritmo. Siamo già immersi in un mondo in cui molti aspetti della vita vengono delineati dagli algoritmi, spesso senza rendercene conto.

Questo libro è imprescindibile per riuscire ad avere una maggiore consapevolezza del mondo in cui, volenti o nolenti, viviamo oggi. È uno dei saggi più belli letti finora quest'anno.

lunedì 11 agosto 2025

Cher Ami

Mentre leggo Nexus. Breve storia delle reti di informazione dall'età della pietra all'IA, di Yual Noah Harari, mi imbatto nella storia di Cher Ami, eroe di guerra americano. Uno potrebbe dire: Vabbe', cosa c'è di strano? Le guerre sono piene di eroi. Verissimo, ma la cosa curiosa è che Cher Ami non è un soldato, è un piccione. Per la precisione un piccione femmina, il quale nell'ottobre del 1918, durante la Prima guerra mondiale, salvò da morte sicura 194 soldati americani appartenenti al "Battaglione Perduto", a sua volta inserito nella 77° divisione Signal Corps.

Cher Ami salvò i 194 soldati volando, con un messaggio attaccato alla zampa, dalla trincea americana in cui erano intrappolati, trincea che per errore si trovava sotto il fuoco di copertura degli stessi americani, fino al quartier generale. Nel bigliettino attaccato a una sua zampa, il comandante del "Battaglione Perduto" scrisse brevemente al quartier generale di cambiare coordinate e gli fornì quelle esatte. Cher Ami spiccò il volo ma venne colpita dal fuoco tedesco, riportando ferite al petto, a un occhio e a una zampa. Nonostante le sue condizioni riuscì ad arrivare a destinazione percorrendo 25 miglia in 65 minuti e consegnando così il prezioso messaggio.

Una volta arrivata a destinazione i medici dell'esercito la curarono e riuscirono a salvarle la vita, anche se purtroppo dovettero amputarle la zampa ferita. Cher Ami si riprese e al posto della zampa amputata le venne messa una protesi fatta di piccoli bastoncini di legno, e alla fine tornò pure a volare.

Mentre leggevo pensavo che si trattasse di una storia di fantasia e sono andato a verificare. Mi sono dovuto ricredere. La storia è vera e all'epoca ne parlò molto la stampa. Ci fecero anche un film. Qui la pagina wikipedia che la racconta.

venerdì 18 luglio 2025

Due bufale medievali

Nel libro Dietro le quinte della storia, che sto leggendo in questi giorni tra una camminata e l'altra sulle Dolomiti, Alessandro Barbero smonta due bufale medievali piuttosto in voga ancora oggi. Una riguarda il famoso ius primae noctis, ossia la legge secondo cui il signore aveva il diritto di prendere il posto del marito la prima notte di nozze. Si tratta di una delle leggende più diffuse sul Medioevo, smentita però dalla enorme mole di documentazione arrivata fino a noi riguardo a quel periodo, in cui mai si menziona questa legge. Secondo Barbero questa leggenda nacque verso la fine del XV secolo, quando i contadini cominciarono a emanciparsi dai soprusi e dalle pretese dei signori e, per celebrare la libertà e dare l'idea di come erano brutti i tempi andati e cattivi i signori che li soggiogavano, inventarono appunto la storia dello ius primae noctis, che poi ovviamente si diffuse fino ad arrivare a oggi.

L'altra bufala medievale smontata da Barbero riguarda la cintura di castità, che i mariti che partivano per la guerra mettevano alle loro mogli per preservarne la fedeltà. Anche qui, come nel caso dello ius primae noctis, non esiste un solo documento o fonte arrivati fino a noi che la citi. La leggenda della cintura di castità nacque in epoca rinascimentale, quando cominciarono a comparire disegni e manoscritti, inventati di sana pianta, relativi a questa fantomatica cintura di castità, i quali fecero nascere la leggenda poi arrivata fino a noi.

Che lo ius primae noctis fosse una bufala lo sapevo, la cintura di castità invece pensavo fosse esistita per davvero, anche perché mi è capitato di visitare musei in cui è esposta. Comunque sia, le due leggende smontate da Barbero dimostrano come le bufale sono sempre esistite e probabilmente sono vecchie quanto l'uomo. Internet quindi non le ha create, come magari molti pensano, ne ha solo aumentato la velocità di diffusione.

Senza bussola

Ho letto frettolosamente qualcosa sulla manifestazione sovranista di ieri a Milano, dove sembra ci fossero più organizzatori che manifestan...