Sarebbe dovuto uscire ieri, già in vergognoso ritardo, e ora chissà quando uscirà, Bombshell - La voce dello scandalo (Bombshell), diretto nel 2019 dal regista Jay Roach.
Trama: dopo essere stata licenziata da Fox News la giornalista Gretchen Carlson decide di far causa al direttore Roger Ailes per molestie sessuali, portando diverse altre colleghe a fare altrettanto.
L'eco del movimento #metoo è arrivato fino a qui, "grazie" a quel vecchio suino di Harvey Weinstein e al coinvolgimento di molte attrici famose, ma già nel 2016 qualcosa si era smosso ai piani alti di uno dei posti più impensabili del mondo, ovvero la sede di Fox News, sentina di repubblicani duri e puri, conservatori e Trumpiani della peggior specie. Che lì in mezzo, e perdonatemi se ragiono per stereotipi, non si nascondano i peggio maschilisti e maiali sulla faccia della terra mi parrebbe un po' improbabile e infatti, alla faccia dei mille volti femminili che quotidianamente bucano lo schermo, qualcosa di marcio è venuto fuori. Bombshell è la storia di quel marciume che risponde al nome di Roger Ailes, vero e proprio numero uno, secondo giusto a Rupert Murdoch all'interno della piramide di potere della Fox, e delle donne che hanno scelto di farsi sentire e rivelare la mondo la sua natura di predatore seriale. Una scelta non facile, ovviamente, e non solo per questioni di carriera, reputazione o soldi, ma proprio per quella perversa malattia intrinseca delle persone, che tendono sempre a porre la stessa domanda idiota: "E come mai lo accusa proprio ora? Non poteva dirlo prima?". No, non si può, o almeno non sempre. Lo spiega alla perfezione il personaggio di Kaya Pospisil, uno dei pochi inventati per l'occasione, in un dialogo telefonico che spezza il cuore e conferma Margot Robbie, se ancora ce ne fosse bisogno, come una delle attrici più brave in circolazione. Il motore che spinge le donne a mantenere il silenzio è, semplicemente, la vergogna. Quel dubbio che comincia a rodere e che ti porta non solo a rivivere mille volte momenti disgustosi e dolorosi ma anche tutto quello che c'è stato prima (comportamenti, frasi, abiti, sguardi: e se fossi stata io ad incoraggiarlo, in effetti?), alimentando un senso di colpa inesistente e annullando ogni speranza di indulgenza o di riuscire a reagire e a cercare una qualche forma di giustizia. La colpa, certo, è di una società e di posti di lavoro dove il maschilismo ancora impera, ma spesso le nemiche più agguerrite delle donne sono altre donne, senza contare che non sempre questi enormi atti di coraggio pagano (in senso letterale e figurato), non nell'immediato almeno, e servono spalle enormi per sopportare critiche, insulti o minacce.
La vicenda di Bombshell viene quindi narrata da tre punti di vista prettamente femminili, a partire da quello di Megyn Kelly, probabilmente la donna più potente del network, invidiabile e sicura di sé al punto da poter addirittura osare dare addosso a Trump (pagandone le conseguenze, ovviamente; è interessante vedere come la vicenda di Ailes venga preceduta dallo scontro tra la Kelly e il futuro presidente USA, che contestualizza l'intera situazione e mostra come le giuste critiche mosse da una donna famosa, potente ed intelligente possano diventare in tempo zero il punto di partenza per slut shaming e altre orribili pratiche); Megyn è il vertice apparentemente "neutro" di un triangolo che vede presenti anche Gretchen Carlson, la "scarpa vecchia" da sostituire e trattare come una matta visionaria, e la già citata Kayla, giovane ed inesperta, potenzialmente la più malleabile del trio. Un trio di donne che scatenerà, ognuna a modo suo e ognuna coi suoi tempi, uno tsunami che andrà ad influenzare non sono i personaggi principali di questa scandalosa vicenda ma anche quelli secondari, che si ritrovano ad incrociare il cammino delle tre anche solo per poco tempo. La quantità di vite "toccate" dallo scandalo si rispecchia in una scrittura e in una regia veloci ed accattivanti ma comunque pregne, dove è un attimo perdersi la battuta o il dialogo fondamentali (soprattutto in lingua originale) e dove star dietro alla frenetica attività di Fox News non è facilissimo, tra momenti di dramma e altri in cui Bombshell diventa quasi una commedia, con tanto di quarta parete infranta e narratori esterni. Uno stile che forse riesce a gestire meglio Adam McKay, laddove Jay Roach a tratti pare un po' perdersi e lasciare che sia la grandezza delle tre attrici protagoniste a governare il ritmo della pellicola, ma comunque un modo di fare cinema che a me piace parecchio, soprattutto quando racconta storie importanti come questa sottolineando, con amara ironia, quanto ancora sia lunga la strada per un mondo più equo e giusto per tutti.
Del regista Jay Roach ho già parlato QUI. Charlize Theron (Megyn Kelly), Nicole Kidman (Gretchen Carlson), Margot Robbie (Kayla Pospisil), John Lithgow (Roger Ailes), Allison Janney (Susan Estrich), Malcom McDowell (Rupert Murdoch), Kate McKinnon (Jess Carr), Mark Duplass (Doug Brunt), Jennifer Morrison (Juliet Huddy), Ashley Greene (Abby Huntsman) e P.J. Byrne (Neil Cavuto) li trovate invece ai rispettivi link.
Connie Britton interpreta Beth Ailes. Americana, ha partecipato a film come Nightmare e a serie quali Ellen, 24, American Crime Story e American Horror Story; come doppiatrice ha lavorato ne I Griffin e American Dad!. Anche produttrice, ha 53 anni e due film in uscita.
Liv Hewson, che interpreta Lily Balin, era Abby Hammond in Santa Clarita Diet mentre Madeline Zima, che interpreta la truccatrice Eddy, era la piccola Gracie Sheffield de La tata. Alcuni degli eventi raccontati nel film sono stati riportati anche nella miniserie TV The Loudest Voice, che recupererò il prima possibile. ENJOY!
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venerdì 27 marzo 2020
martedì 26 marzo 2019
Assassination Nation (2018)
Altro film di cui ho letto benissimo in questo periodo è Assassination Nation, diretto e sceneggiato nel 2018 dal regista Sam Levinson.
Trama: a seguito di un attacco haker che ha svelato i segreti della maggior parte dei cittadini di Salem, Lily e le sue amiche diventano il bersaglio dell'odio dell'intera città.
La caccia alle streghe ai tempi dei social ha come teatro la cittadina di Salem e come veicolo di diffusione tablet, pc e cellulari, strumenti "grazie" ai quali la privacy ha perso di fatto ogni significato. Basta una sola persona che si mette in testa di hackerare i gioielli tecnologici degli irreprensibili abitanti, la "good people" della cittadina, ed ecco che i più turpi segreti vengono a galla così come l'ipocrisia dilagante di persone che vedono la pagliuzza nell'occhio altrui ma non la trave nel proprio. E se una volta la caccia era rivolta a quelle donne un po' "strane", che magari indulgevano in pratiche utili ma misteriose come la medicina alternativa oppure ree, chissà, di non avere mariti o figli, al giorno d'oggi le vittime sono quelle ragazze particolarmente disnibite, che sfruttano i social per veicolare la propria immagine causando invidie, desideri inconfessabili, odio. Dei perfetti capri espiatori per sfogare la parte animale di chi arriva a non sentirsi più tutelato e non capisce come difendersi né come sviare l'attenzione dalle proprie colpe se non scaricandole su altri; è così che Lily e le sue amiche, in questo folle mix tra Schegge di follia, Mean Girls e The Purge, diventano le vittime sacrificali di un'intera cittadina di persone "normali" uscite di testa. Oddio, forse sto dando troppa importanza al "messaggio" nemmeno troppo celato all'interno di Assassination Nation, il divertissement di un giovane ma capacissimo figlio d'arte che fa della vacuità, almeno all'inizio, il suo punto di forza e che poi arriva a mostrare allo spettatore il rapido disgregamento del tessuto sociale di Salem, tenuto assieme da regole (morali e non) non scritte ma diligentemente applicate, soprattutto nelle aule del liceo. Tra una scopata e un colpo di pistola, un festino a base di alcool e twerking e un tentativo di linciaggio, la razionalità di Assassination Nation, uno spunto di riflessione o un motivo di vergognarsi, se vogliamo, è affidato alle parole che di tanto in tanto vengono pronunciate da Lily, additata come "causa di ogni male" ma in realtà specchio della generazione Millenial costretta ad offrire l'illusione di perfezione in un mondo social che non perdona e dal quale se si sta fuori si è considerati sfigati, rea di aver già "rovinato il mondo" nonostante il poco tempo passato su questa Terra.
Anche Assassination Nation, come già Mom and Dad, fa parte dunque di quelle pellicole che, pur passando giustamente per supercazzole, mettono a nudo i sentimenti di odio inconfessabile provati dal 90% degli spettatori, facendo sfogare loro queste vergognose sensazioni senza mancare di criticarli e pungolarli, portandoli a vergognarsi un po'. Il tutto, tra l'altro, con uno stile impeccabile. Sam Levinson, figlio dell'eclettico Barry Levinson, gioca con le immagini come se non fosse un trentenne al suo secondo film e fa abbondante uso di colori sgargianti, primi piani di bellezze giovanissime, ralenti "di gruppo" e split screen, riuscendo a rendere questo stile "cool" funzionale a ciò che viene raccontato e non un mero esercizio di stile; il piano sequenza che vede Lily e le sue amiche inconsapevolmente asserragliate in casa è il punto più angosciante del film oltre a quello più commovente a livello "tecnico" e sfido chiunque, impermeabili rossi e citazioni da Carrie e Delinquent Girl Boss: Unworthy of Penance a parte, a non sentirsi chiudere lo stomaco davanti alle urla disperate delle povere fanciulle. Fanciulle che, per inciso, sono tutte dannatamente in parte, soprattutto la protagonista Odessa Young, degna erede delle bitch tipiche di questo genere di film adolescenziale MA con un anima e un cervello da tenere ben nascosti nelle instagram stories; meritevolissimo anche il resto del cast, tra facce conosciute e gradite come Colman Domingo e Bill Skarsgard e nuove scoperte come la modella transgender Hari Nef, dotata di un fascino e di una presenza scenica tutta particolare. Sam Levinson è dunque un regista da tenere molto d'occhio, così come è da tenere d'occhio un'eventuale uscita italiana del film, al cinema o su Netflix, perché, supercazzola o no, merita davvero una visione.
Di Colman Domingo (preside Turrell), Joel McHale (Nick Mathers), Bill Skarsgård (Mark), Bella Thorne (Reagan), J. D. Evermore (Capo Patterson) e Jennifer Morrison (Margie) ho parlato ai rispettivi link.
Sam Levinson è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, figlio di Barry Levinson, ha diretto anche un altro film, Another Happy Day. Anche attore e produttore, ha 34 anni.
Suki Waterhouse interpreta Sarah. Inglese, ha partecipato a film come Pusher, PPZ: Pride and Prejudice and Zombies e The Bad Batch. Anche produttrice, ha 27 anni e sei film in uscita tra i quali Pokémon Detective Pikachu.
Maude Apatow, che interpreta Grace, è la figlia di Judd Apatow e Leslie Mann mentre Joe Chrest, che interpreta il papà di Lily, lo avrete notato sicuramente in Stranger Things come taciturno padre di Mike. Se Assassination Nation vi fosse piaciuto recuperate la saga di The Purge, Carrie - Lo sguardo di Satana, Giovani streghe, Schegge di follia, persino Amiche cattive, Mean Girls e All Cheerleaders Die. ENJOY!
Trama: a seguito di un attacco haker che ha svelato i segreti della maggior parte dei cittadini di Salem, Lily e le sue amiche diventano il bersaglio dell'odio dell'intera città.
La caccia alle streghe ai tempi dei social ha come teatro la cittadina di Salem e come veicolo di diffusione tablet, pc e cellulari, strumenti "grazie" ai quali la privacy ha perso di fatto ogni significato. Basta una sola persona che si mette in testa di hackerare i gioielli tecnologici degli irreprensibili abitanti, la "good people" della cittadina, ed ecco che i più turpi segreti vengono a galla così come l'ipocrisia dilagante di persone che vedono la pagliuzza nell'occhio altrui ma non la trave nel proprio. E se una volta la caccia era rivolta a quelle donne un po' "strane", che magari indulgevano in pratiche utili ma misteriose come la medicina alternativa oppure ree, chissà, di non avere mariti o figli, al giorno d'oggi le vittime sono quelle ragazze particolarmente disnibite, che sfruttano i social per veicolare la propria immagine causando invidie, desideri inconfessabili, odio. Dei perfetti capri espiatori per sfogare la parte animale di chi arriva a non sentirsi più tutelato e non capisce come difendersi né come sviare l'attenzione dalle proprie colpe se non scaricandole su altri; è così che Lily e le sue amiche, in questo folle mix tra Schegge di follia, Mean Girls e The Purge, diventano le vittime sacrificali di un'intera cittadina di persone "normali" uscite di testa. Oddio, forse sto dando troppa importanza al "messaggio" nemmeno troppo celato all'interno di Assassination Nation, il divertissement di un giovane ma capacissimo figlio d'arte che fa della vacuità, almeno all'inizio, il suo punto di forza e che poi arriva a mostrare allo spettatore il rapido disgregamento del tessuto sociale di Salem, tenuto assieme da regole (morali e non) non scritte ma diligentemente applicate, soprattutto nelle aule del liceo. Tra una scopata e un colpo di pistola, un festino a base di alcool e twerking e un tentativo di linciaggio, la razionalità di Assassination Nation, uno spunto di riflessione o un motivo di vergognarsi, se vogliamo, è affidato alle parole che di tanto in tanto vengono pronunciate da Lily, additata come "causa di ogni male" ma in realtà specchio della generazione Millenial costretta ad offrire l'illusione di perfezione in un mondo social che non perdona e dal quale se si sta fuori si è considerati sfigati, rea di aver già "rovinato il mondo" nonostante il poco tempo passato su questa Terra.
Anche Assassination Nation, come già Mom and Dad, fa parte dunque di quelle pellicole che, pur passando giustamente per supercazzole, mettono a nudo i sentimenti di odio inconfessabile provati dal 90% degli spettatori, facendo sfogare loro queste vergognose sensazioni senza mancare di criticarli e pungolarli, portandoli a vergognarsi un po'. Il tutto, tra l'altro, con uno stile impeccabile. Sam Levinson, figlio dell'eclettico Barry Levinson, gioca con le immagini come se non fosse un trentenne al suo secondo film e fa abbondante uso di colori sgargianti, primi piani di bellezze giovanissime, ralenti "di gruppo" e split screen, riuscendo a rendere questo stile "cool" funzionale a ciò che viene raccontato e non un mero esercizio di stile; il piano sequenza che vede Lily e le sue amiche inconsapevolmente asserragliate in casa è il punto più angosciante del film oltre a quello più commovente a livello "tecnico" e sfido chiunque, impermeabili rossi e citazioni da Carrie e Delinquent Girl Boss: Unworthy of Penance a parte, a non sentirsi chiudere lo stomaco davanti alle urla disperate delle povere fanciulle. Fanciulle che, per inciso, sono tutte dannatamente in parte, soprattutto la protagonista Odessa Young, degna erede delle bitch tipiche di questo genere di film adolescenziale MA con un anima e un cervello da tenere ben nascosti nelle instagram stories; meritevolissimo anche il resto del cast, tra facce conosciute e gradite come Colman Domingo e Bill Skarsgard e nuove scoperte come la modella transgender Hari Nef, dotata di un fascino e di una presenza scenica tutta particolare. Sam Levinson è dunque un regista da tenere molto d'occhio, così come è da tenere d'occhio un'eventuale uscita italiana del film, al cinema o su Netflix, perché, supercazzola o no, merita davvero una visione.
Di Colman Domingo (preside Turrell), Joel McHale (Nick Mathers), Bill Skarsgård (Mark), Bella Thorne (Reagan), J. D. Evermore (Capo Patterson) e Jennifer Morrison (Margie) ho parlato ai rispettivi link.
Sam Levinson è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, figlio di Barry Levinson, ha diretto anche un altro film, Another Happy Day. Anche attore e produttore, ha 34 anni.
Suki Waterhouse interpreta Sarah. Inglese, ha partecipato a film come Pusher, PPZ: Pride and Prejudice and Zombies e The Bad Batch. Anche produttrice, ha 27 anni e sei film in uscita tra i quali Pokémon Detective Pikachu.
Maude Apatow, che interpreta Grace, è la figlia di Judd Apatow e Leslie Mann mentre Joe Chrest, che interpreta il papà di Lily, lo avrete notato sicuramente in Stranger Things come taciturno padre di Mike. Se Assassination Nation vi fosse piaciuto recuperate la saga di The Purge, Carrie - Lo sguardo di Satana, Giovani streghe, Schegge di follia, persino Amiche cattive, Mean Girls e All Cheerleaders Die. ENJOY!
mercoledì 30 agosto 2017
Amityville - Il risveglio (2017)
Spinta dall'entusiasmo post-riapertura multisala e dal fatto che il film in questione è stato distribuito praticamente solo in Europa quindi chissà quando cavolo avrei potuto trovarlo in rete, giovedì sono andata a vedere Amityville - Il risveglio (Amityville: Awakening), diretto e sceneggiato dal regista Franck Khalfoun.
Trama: una famiglia composta da madre, figlia piccola e figlia adolescente con un gemello ridotto a uno stato vegetativo a causa di un incidente, si trasferisce nella vecchia casa dove, negli anni '70, Ronald De Feo aveva trucidato tutta la sua famiglia spinto dall'influenza di "voci". Non passa molto tempo prima che fenomeni inspiegabili comincino a sconvolgere i nuovi inquilini...
E' passata già quasi una settimana dalla visione di Amityville - Il risveglio e nel frattempo ho avuto modo di venire disgustata dal Death Note di Netflix e vagamente delusa da Cattivissimo me 3 (di cui scriverò nei prossimi giorni), col risultato che della pellicola di Franck Khalfoun ricordo ormai poco o nulla, banale com'è. Cercherò di ricostruire brevemente la serata passata al cinema, presa da sconforto crescente, ma non garantisco di arrivare al secondo paragrafo né di offrire un'opinione illuminata o fondamentale sull'argomento. Anche perché, effettivamente, c'è ben poco di cui parlare. Amityville - Il risveglio, film vessato da vicissitudini produttive di proporzioni bibliche nonché devastato in fase di montaggio per farlo passare dal rating R ad un più innocuo e spendibile PG-13, è l'ennesimo, stanco rimasticamento della storia dell'"orrore di Amityville", dove la solita famigliola americana si trasferisce nella casa maledetta appartenuta prima ai De Feo poi ai Lutz e viene sconvolta da inquietanti fenomeni paranormali. L'inizio di Amityville - Il risveglio, in verità, faceva anche ben sperare. A differenza di ciò che accade negli altri film "basati sulla storia vera" dell'omonimo luogo i protagonisti vivono nella nostra "dimensione", ovvero nella realtà in cui è stato già girato Amityville Horror (persino il suo remake) e dove Jay Anson ha scritto il libro da cui è stato tratto, quindi sono consapevoli della terrificante leggenda che circonda la loro dimora e vengono presi alcuni da scetticismo, altri da fascinazione, altri ancora da una segreta quanto imbecille speranza. E questo, signori miei, è l'unico aspetto che diversifica Il risveglio dagli altri capitoli della serie Amityville, perché i riferimenti metacinematografici non bastano a rinnovare una storia vecchia, stravista e raccontata mille volte meglio altrove, anche in tempi recenti. Al di là dell'assenza di jump scare quello che infastidisce di Amityville - Il risveglio è infatti la presenza di personaggi mal caratterizzati anche per gli standard di un horror e di un montaggio fatto coi piedi, senza alcun senso apparente, che trascina per i capelli il film verso un finale sbrigativo ed insoddisfacente.
Probabilmente, da quel che si può evincere anche dalla fotografia "sfumata", l'intento di Khalfoun e soci era quello di girare un horror dalle connotazioni oniriche, dove la realtà e l'incubo si sarebbero mescolati senza soluzione di continuità; tuttavia, i sogni della protagonista sono ben distinti dalla realtà, tagliati con l'accetta al punto che alcuni risultano incomprensibili o addirittura inutili (a che pro sognare la sorellina infilata in un armadio quando poi della sorellina non si ha più traccia per i venti minuti seguenti e la protagonista nel frattempo è tornata alla sua vita di tutti i giorni?) e non c'è mai modo di provare incertezza o dubbio relativamente a ciò che passa sullo schermo. Anche l'escamotage narrativo del gemello in coma cerebrale è abbastanza prevedibile, anche per chi non avesse visto lo spoileroso trailer, tra l'altro il paragone tra l'inespressività richiesta da copione all'attore che lo interpreta e quella congenita della protagonista è quantomeno impietoso. Non solo il personaggio di Belle è la quintessenza della banalità (bella e maledetta, vestita da darkettona di giorno e da lucciola quando deve andare a dormire, così che il pubblico maschile possa apprezzarne le chiappe costantemente al vento, afflitta da un passato dolorosissimo, adorabile con la sorellina minore ma zeppa di odio verso la madre) ma l'interpretazione di Bella Thorne rasenta l'imbarazzante, pare di avere davanti una Kristen Stewart ANCORA meno espressiva e un pelo più scazzata. L'unica nota positiva per quel che riguarda gli attori è la presenza di una Jennifer Jason Leigh assai più inquietante rispetto alle presenze che dovrebbero aleggiare nella casa, purtroppo penalizzata sia da un minutaggio inconsistente che dall'incredibile stupidità del personaggio che interpreta, sul quale non ricamo troppo per non fare spoiler. Tutto ciò, unito al finale tirato via e "raccontato", così da lasciare lo spettatore ancora più disinteressato all'intera questione, fa di Amityville - Il risveglio un film né brutto né bello, semplicemente inutile e sfigato. Se persino gli americani stentano a farlo uscire nei cinema un motivo c'è.
Del regista e sceneggiatore Franck Khalfoun ho già parlato QUI. Jennifer Jason Leigh (Joan), Jennifer Morrison (Candice) e Kurtwood Smith (Dr. Milton) li trovate invece ai rispettivi link.
Bella Thorne (vero nome Annabella Avery Thorne) interpreta Belle. Cantante e attrice americana diventata famosa con la serie Disney A tutto ritmo, ha partecipato a film come L'A.S.S.O. nella manica, Alvin Superstar - Nessuno ci può fermare e ad altre serie quali The O.C., I maghi di Waverly, CSI - Scena del crimine e Scream, inoltre ha lavorato come doppiatrice nella serie Phineas e Ferb. Anche produttrice, ha 20 anni e sei film in uscita.
La piccola Mckenna Grace, che interpreta Juliet, era stata la versione bambina di Jennifer Morrison nella serie C'era una volta, dove la Morrison interpreta la protagonista Emma Swan. Tornando a questioni un po' più "serie", la natura poco interessante del film era già nell'aria a seguito di una serie di complesse vicissitudini produttive, che hanno fatto slittare Amityville - Il risveglio dal 2012 ad oggi (tra l'altro la Dimension Film continua a rimandare la data di uscita americana). Allora l'idea era di realizzare un film chiamato Amityville: The Lost Tapes, un found footage avente per protagonista una giornalista incaricata di ricostruire il caso di Amityville ma i vari ritardi hanno portato i produttori ad abbandonare il progetto; peraltro Daniel Farrands, uno degli sceneggiatori del progetto scartato, sta realizzando in questo periodo proprio un film intitolato The Haunting on Long Island: The Amityville Murders, incentrato non sui Lutz bensì su ciò che è accaduto ai De Feo prima degli omicidi. Nell'attesa che esca, se Amityville - Il risveglio vi fosse piaciuto o vi interessasse il genere potete sempre recuperare l'Amityville Horror citato nel film (assieme al remake del 2005) e aggiungere Amityville Possession, Amityville 3-D e gli straight-to-video Amityville Horror - La fuga del diavolo, Amityville: Il ritorno, Amityville 1992 (o Amityville: It's About Time), Amityville: A New Generation, Amityville Dollhouse e The Amityville Haunting. ENJOY!
Trama: una famiglia composta da madre, figlia piccola e figlia adolescente con un gemello ridotto a uno stato vegetativo a causa di un incidente, si trasferisce nella vecchia casa dove, negli anni '70, Ronald De Feo aveva trucidato tutta la sua famiglia spinto dall'influenza di "voci". Non passa molto tempo prima che fenomeni inspiegabili comincino a sconvolgere i nuovi inquilini...
E' passata già quasi una settimana dalla visione di Amityville - Il risveglio e nel frattempo ho avuto modo di venire disgustata dal Death Note di Netflix e vagamente delusa da Cattivissimo me 3 (di cui scriverò nei prossimi giorni), col risultato che della pellicola di Franck Khalfoun ricordo ormai poco o nulla, banale com'è. Cercherò di ricostruire brevemente la serata passata al cinema, presa da sconforto crescente, ma non garantisco di arrivare al secondo paragrafo né di offrire un'opinione illuminata o fondamentale sull'argomento. Anche perché, effettivamente, c'è ben poco di cui parlare. Amityville - Il risveglio, film vessato da vicissitudini produttive di proporzioni bibliche nonché devastato in fase di montaggio per farlo passare dal rating R ad un più innocuo e spendibile PG-13, è l'ennesimo, stanco rimasticamento della storia dell'"orrore di Amityville", dove la solita famigliola americana si trasferisce nella casa maledetta appartenuta prima ai De Feo poi ai Lutz e viene sconvolta da inquietanti fenomeni paranormali. L'inizio di Amityville - Il risveglio, in verità, faceva anche ben sperare. A differenza di ciò che accade negli altri film "basati sulla storia vera" dell'omonimo luogo i protagonisti vivono nella nostra "dimensione", ovvero nella realtà in cui è stato già girato Amityville Horror (persino il suo remake) e dove Jay Anson ha scritto il libro da cui è stato tratto, quindi sono consapevoli della terrificante leggenda che circonda la loro dimora e vengono presi alcuni da scetticismo, altri da fascinazione, altri ancora da una segreta quanto imbecille speranza. E questo, signori miei, è l'unico aspetto che diversifica Il risveglio dagli altri capitoli della serie Amityville, perché i riferimenti metacinematografici non bastano a rinnovare una storia vecchia, stravista e raccontata mille volte meglio altrove, anche in tempi recenti. Al di là dell'assenza di jump scare quello che infastidisce di Amityville - Il risveglio è infatti la presenza di personaggi mal caratterizzati anche per gli standard di un horror e di un montaggio fatto coi piedi, senza alcun senso apparente, che trascina per i capelli il film verso un finale sbrigativo ed insoddisfacente.
Probabilmente, da quel che si può evincere anche dalla fotografia "sfumata", l'intento di Khalfoun e soci era quello di girare un horror dalle connotazioni oniriche, dove la realtà e l'incubo si sarebbero mescolati senza soluzione di continuità; tuttavia, i sogni della protagonista sono ben distinti dalla realtà, tagliati con l'accetta al punto che alcuni risultano incomprensibili o addirittura inutili (a che pro sognare la sorellina infilata in un armadio quando poi della sorellina non si ha più traccia per i venti minuti seguenti e la protagonista nel frattempo è tornata alla sua vita di tutti i giorni?) e non c'è mai modo di provare incertezza o dubbio relativamente a ciò che passa sullo schermo. Anche l'escamotage narrativo del gemello in coma cerebrale è abbastanza prevedibile, anche per chi non avesse visto lo spoileroso trailer, tra l'altro il paragone tra l'inespressività richiesta da copione all'attore che lo interpreta e quella congenita della protagonista è quantomeno impietoso. Non solo il personaggio di Belle è la quintessenza della banalità (bella e maledetta, vestita da darkettona di giorno e da lucciola quando deve andare a dormire, così che il pubblico maschile possa apprezzarne le chiappe costantemente al vento, afflitta da un passato dolorosissimo, adorabile con la sorellina minore ma zeppa di odio verso la madre) ma l'interpretazione di Bella Thorne rasenta l'imbarazzante, pare di avere davanti una Kristen Stewart ANCORA meno espressiva e un pelo più scazzata. L'unica nota positiva per quel che riguarda gli attori è la presenza di una Jennifer Jason Leigh assai più inquietante rispetto alle presenze che dovrebbero aleggiare nella casa, purtroppo penalizzata sia da un minutaggio inconsistente che dall'incredibile stupidità del personaggio che interpreta, sul quale non ricamo troppo per non fare spoiler. Tutto ciò, unito al finale tirato via e "raccontato", così da lasciare lo spettatore ancora più disinteressato all'intera questione, fa di Amityville - Il risveglio un film né brutto né bello, semplicemente inutile e sfigato. Se persino gli americani stentano a farlo uscire nei cinema un motivo c'è.
Del regista e sceneggiatore Franck Khalfoun ho già parlato QUI. Jennifer Jason Leigh (Joan), Jennifer Morrison (Candice) e Kurtwood Smith (Dr. Milton) li trovate invece ai rispettivi link.
Bella Thorne (vero nome Annabella Avery Thorne) interpreta Belle. Cantante e attrice americana diventata famosa con la serie Disney A tutto ritmo, ha partecipato a film come L'A.S.S.O. nella manica, Alvin Superstar - Nessuno ci può fermare e ad altre serie quali The O.C., I maghi di Waverly, CSI - Scena del crimine e Scream, inoltre ha lavorato come doppiatrice nella serie Phineas e Ferb. Anche produttrice, ha 20 anni e sei film in uscita.
La piccola Mckenna Grace, che interpreta Juliet, era stata la versione bambina di Jennifer Morrison nella serie C'era una volta, dove la Morrison interpreta la protagonista Emma Swan. Tornando a questioni un po' più "serie", la natura poco interessante del film era già nell'aria a seguito di una serie di complesse vicissitudini produttive, che hanno fatto slittare Amityville - Il risveglio dal 2012 ad oggi (tra l'altro la Dimension Film continua a rimandare la data di uscita americana). Allora l'idea era di realizzare un film chiamato Amityville: The Lost Tapes, un found footage avente per protagonista una giornalista incaricata di ricostruire il caso di Amityville ma i vari ritardi hanno portato i produttori ad abbandonare il progetto; peraltro Daniel Farrands, uno degli sceneggiatori del progetto scartato, sta realizzando in questo periodo proprio un film intitolato The Haunting on Long Island: The Amityville Murders, incentrato non sui Lutz bensì su ciò che è accaduto ai De Feo prima degli omicidi. Nell'attesa che esca, se Amityville - Il risveglio vi fosse piaciuto o vi interessasse il genere potete sempre recuperare l'Amityville Horror citato nel film (assieme al remake del 2005) e aggiungere Amityville Possession, Amityville 3-D e gli straight-to-video Amityville Horror - La fuga del diavolo, Amityville: Il ritorno, Amityville 1992 (o Amityville: It's About Time), Amityville: A New Generation, Amityville Dollhouse e The Amityville Haunting. ENJOY!
martedì 1 novembre 2016
The Darkness (2016)
Nonostante il disgusto palesato dall'ottima Lucia ho deciso di dare comunque una chance a The Darkness, diretto e co-sceneggiato dal regista Greg McLean. Ennesima dimostrazione che Lucia ha SEMPRE ragione.
Trama: di ritorno da una vacanza i membri della famiglia Taylor cominciano a testimoniare inquietanti fenomeni paranormali che paiono avere origine dal piccolo Michael, affetto da autismo...
Si dice che ogni tanto cambiare aria faccia bene e solitamente sono d'accordo. Questa saggia massima non si è applicata tuttavia a Greg McLean che, in trasferta dall'amata Australia all'America e affidato alle cure della Blumhouse, è riuscito a "partorire" uno degli horror più flosci di quest'anno, sia in veste di regista che di co-sceneggiatore. Dimenticate le atmosfere malate di Wolf Creek, l'umorismo trucido di Mick Taylor, l'ambiente esterno come parte integrante dell'orrore di un mondo altro, lo splatter a secchiate: The Darkness è una banalissima ghost story all'interno della quale ci sono tre jump scare contati e un paio di figure nere che passano appena fuori dalla messa a fuoco della cinepresa. Stop. Il resto cos'è, direte voi? Il resto è il pallosissimo racconto della solita famiglia americana composta da padre assente/menefreghista/fedifrago (qui per non sbagliare l'uomo di casa presenta tutte e tre le caratteristiche), madre soverchiata dal peso delle faccende domestiche ed oppressa da familiari che la odiano o la ignorano (anche qui abbiamo entrambe le situazioni, crepi l'avarizia!), figlio/a adolescente talmente stronzo che persino il demone Pazuzu perderebbe la voglia di possederlo (è anche bulimica ma la cosa finisce nel dimenticatoio nel giro di 2 minuti), figlio/a minorenne che grazie o alla sua innocenza o ad una condizione che lo rende diverso dagli altri (autismo) riesce a vedere "cose che le persone normali non vedono" e ad entrare in contatto con esseri palesemente malvagi i quali tuttavia, in virtù di questa capacità extrasensoriale, al pargolo sembrano le creature più simpatiche e pucce del mondo. Genitori, quando i vostri bambini cominciano a parlare con amichetti invisibili nello stesso istante in cui le porte di casa vostra prendono ad aprirsi e chiudersi da sole, sopprimete la creatura, risparmierete tempo e denaro. In alternativa, se la vostra famiglia è in crisi non c'è nulla di meglio di un'esperienza quasi mortale per ritrovare armonia e serenità, come insegna anche The Darkness (l'unica menata è che alla fine dovrete aprire un mutuo per pagare i danni causati dalle entità maligne ma se vi capitasse di incontrare gli spiriti degli Anasazi descritti nel film sappiate che vi faranno anche i lavori di muratura gratis, va che sciccheria!).
The Darkness è talmente banale che non sembra nemmeno diretto da Greg McLean. A parte le belle inquadrature iniziali, che restituiscono la naturale e gloriosa bellezza del canyon da cui ha inizio la vicenda, il resto delle sequenze entrano tranquillamente nel novero delle produzioni minori della Blumhouse e non riescono a rendere l'abitazione in cui è ambientata la vicenda né inquietante né claustrofobica. Gli effetti speciali ridotti all'osso si limitano a sbuffi di fumo nero finto quanto quello di Lost e a manine dello stesso colore che compaiono inopportunamente sulle lenzuola, sui muri e sui corpi delle vittime prima di concretizzarsi in figure antropomorfe, il resto viene affidato a simpatici animaletti decisamente poco paurosi. Il clima di scazzo amorfo dato dalla confezione moscia di The Darkness arriva ad affliggere anche gli attori, ovviamente. Kevin Bacon pare suo nonno, al confronto Bruce Willis che urla "anche io Vodafone!!" meriterebbe l'Oscar: distratto, sfatto, monoespressivo, il povero Kevin vaga per il film chiedendosi palesemente chi caspita gliel'abbia fatto fare di impelagarsi in una pellicola che chiunque dimenticherebbe dopo dieci minuti e non si sforza di creare un minimo di alchimia né con un'invecchiatissima ed inchiattitissima Radha Mitchell (la quale per sottolineare il decadimento morale del personaggio, o forse per offrire una via di fuga allo spettatore, a un certo punto si da alla vodka) né con gli attori che interpretano i suoi figli. A tal proposito, il finale telefonatissimo e debitore non solo di Poltergeist ma di almeno altri 50 film a tema, ha lo stesso pathos della partita a carte ne Il fantasma di Sodoma, al punto che probabilmente neppure Nicolas Cage in Pay the Ghost è riuscito a fare di peggio. Insomma, la pianto qui che è meglio altrimenti mi viene voglia di correre in Australia, cercare Mick Taylor e dirgli di andare a prendere McLean per la pelle del chiulo onde riportarlo in territori a lui più consoni, ché di schiavetti privi di stile e personalità la Blumhouse ne ha già in abbondanza.
Del regista e co-sceneggiatore Greg McLean ho già parlato QUI. Kevin Bacon (Peter Taylor) e Radha Mitchell (Bronny Taylor) li trovate invece ai rispettivi link.
Lucy Fry interpreta Stephanie Taylor. Australiana, ha partecipato a serie come 22.11.63 e Wolf Creek. Ha 24 anni e due film in uscita.
Jennifer Morrison interpreta Joy Carter. Americana, tornata alla ribalta per il ruolo di Emma Swan nella serie Once Upon a Time, ha partecipato a film come Miracolo nella 34sima strada, Echi mortali, Urban Legend: Final Cut e ad altre serie quali Dawson's Creek, Dr. House e How I Met Your Mother. Anche produttrice e regista, ha 37 anni e cinque film in uscita, tra cui Amityville: The Awakening.
Ming-Na Wen interpreta Wendy. Originaria di Macao, la ricordo per film come Street fighter - Sfida finale e soprattutto per serie come E.R. Medici in prima linea e Agents of S.H.I.E.L.D.; inoltre, ha lavorato come doppiatrice in Mulan, Mulan II e per serie come Phineas e Ferb e Robot Chicken. Ha 53 anni.
Se The Darkness vi fosse piaciuto recuperate Sinister, Sinister 2, Somnia, Oculus - Il riflesso del male e l'immancabile Poltergeist - Demoniache presenze. ENJOY!
Trama: di ritorno da una vacanza i membri della famiglia Taylor cominciano a testimoniare inquietanti fenomeni paranormali che paiono avere origine dal piccolo Michael, affetto da autismo...
Si dice che ogni tanto cambiare aria faccia bene e solitamente sono d'accordo. Questa saggia massima non si è applicata tuttavia a Greg McLean che, in trasferta dall'amata Australia all'America e affidato alle cure della Blumhouse, è riuscito a "partorire" uno degli horror più flosci di quest'anno, sia in veste di regista che di co-sceneggiatore. Dimenticate le atmosfere malate di Wolf Creek, l'umorismo trucido di Mick Taylor, l'ambiente esterno come parte integrante dell'orrore di un mondo altro, lo splatter a secchiate: The Darkness è una banalissima ghost story all'interno della quale ci sono tre jump scare contati e un paio di figure nere che passano appena fuori dalla messa a fuoco della cinepresa. Stop. Il resto cos'è, direte voi? Il resto è il pallosissimo racconto della solita famiglia americana composta da padre assente/menefreghista/fedifrago (qui per non sbagliare l'uomo di casa presenta tutte e tre le caratteristiche), madre soverchiata dal peso delle faccende domestiche ed oppressa da familiari che la odiano o la ignorano (anche qui abbiamo entrambe le situazioni, crepi l'avarizia!), figlio/a adolescente talmente stronzo che persino il demone Pazuzu perderebbe la voglia di possederlo (è anche bulimica ma la cosa finisce nel dimenticatoio nel giro di 2 minuti), figlio/a minorenne che grazie o alla sua innocenza o ad una condizione che lo rende diverso dagli altri (autismo) riesce a vedere "cose che le persone normali non vedono" e ad entrare in contatto con esseri palesemente malvagi i quali tuttavia, in virtù di questa capacità extrasensoriale, al pargolo sembrano le creature più simpatiche e pucce del mondo. Genitori, quando i vostri bambini cominciano a parlare con amichetti invisibili nello stesso istante in cui le porte di casa vostra prendono ad aprirsi e chiudersi da sole, sopprimete la creatura, risparmierete tempo e denaro. In alternativa, se la vostra famiglia è in crisi non c'è nulla di meglio di un'esperienza quasi mortale per ritrovare armonia e serenità, come insegna anche The Darkness (l'unica menata è che alla fine dovrete aprire un mutuo per pagare i danni causati dalle entità maligne ma se vi capitasse di incontrare gli spiriti degli Anasazi descritti nel film sappiate che vi faranno anche i lavori di muratura gratis, va che sciccheria!).
The Darkness è talmente banale che non sembra nemmeno diretto da Greg McLean. A parte le belle inquadrature iniziali, che restituiscono la naturale e gloriosa bellezza del canyon da cui ha inizio la vicenda, il resto delle sequenze entrano tranquillamente nel novero delle produzioni minori della Blumhouse e non riescono a rendere l'abitazione in cui è ambientata la vicenda né inquietante né claustrofobica. Gli effetti speciali ridotti all'osso si limitano a sbuffi di fumo nero finto quanto quello di Lost e a manine dello stesso colore che compaiono inopportunamente sulle lenzuola, sui muri e sui corpi delle vittime prima di concretizzarsi in figure antropomorfe, il resto viene affidato a simpatici animaletti decisamente poco paurosi. Il clima di scazzo amorfo dato dalla confezione moscia di The Darkness arriva ad affliggere anche gli attori, ovviamente. Kevin Bacon pare suo nonno, al confronto Bruce Willis che urla "anche io Vodafone!!" meriterebbe l'Oscar: distratto, sfatto, monoespressivo, il povero Kevin vaga per il film chiedendosi palesemente chi caspita gliel'abbia fatto fare di impelagarsi in una pellicola che chiunque dimenticherebbe dopo dieci minuti e non si sforza di creare un minimo di alchimia né con un'invecchiatissima ed inchiattitissima Radha Mitchell (la quale per sottolineare il decadimento morale del personaggio, o forse per offrire una via di fuga allo spettatore, a un certo punto si da alla vodka) né con gli attori che interpretano i suoi figli. A tal proposito, il finale telefonatissimo e debitore non solo di Poltergeist ma di almeno altri 50 film a tema, ha lo stesso pathos della partita a carte ne Il fantasma di Sodoma, al punto che probabilmente neppure Nicolas Cage in Pay the Ghost è riuscito a fare di peggio. Insomma, la pianto qui che è meglio altrimenti mi viene voglia di correre in Australia, cercare Mick Taylor e dirgli di andare a prendere McLean per la pelle del chiulo onde riportarlo in territori a lui più consoni, ché di schiavetti privi di stile e personalità la Blumhouse ne ha già in abbondanza.
Del regista e co-sceneggiatore Greg McLean ho già parlato QUI. Kevin Bacon (Peter Taylor) e Radha Mitchell (Bronny Taylor) li trovate invece ai rispettivi link.
Lucy Fry interpreta Stephanie Taylor. Australiana, ha partecipato a serie come 22.11.63 e Wolf Creek. Ha 24 anni e due film in uscita.
Jennifer Morrison interpreta Joy Carter. Americana, tornata alla ribalta per il ruolo di Emma Swan nella serie Once Upon a Time, ha partecipato a film come Miracolo nella 34sima strada, Echi mortali, Urban Legend: Final Cut e ad altre serie quali Dawson's Creek, Dr. House e How I Met Your Mother. Anche produttrice e regista, ha 37 anni e cinque film in uscita, tra cui Amityville: The Awakening.
Ming-Na Wen interpreta Wendy. Originaria di Macao, la ricordo per film come Street fighter - Sfida finale e soprattutto per serie come E.R. Medici in prima linea e Agents of S.H.I.E.L.D.; inoltre, ha lavorato come doppiatrice in Mulan, Mulan II e per serie come Phineas e Ferb e Robot Chicken. Ha 53 anni.
Se The Darkness vi fosse piaciuto recuperate Sinister, Sinister 2, Somnia, Oculus - Il riflesso del male e l'immancabile Poltergeist - Demoniache presenze. ENJOY!
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