Sarebbe dovuto uscire ieri, già in vergognoso ritardo, e ora chissà quando uscirà, Bombshell - La voce dello scandalo (Bombshell), diretto nel 2019 dal regista Jay Roach.
Trama: dopo essere stata licenziata da Fox News la giornalista Gretchen Carlson decide di far causa al direttore Roger Ailes per molestie sessuali, portando diverse altre colleghe a fare altrettanto.
L'eco del movimento #metoo è arrivato fino a qui, "grazie" a quel vecchio suino di Harvey Weinstein e al coinvolgimento di molte attrici famose, ma già nel 2016 qualcosa si era smosso ai piani alti di uno dei posti più impensabili del mondo, ovvero la sede di Fox News, sentina di repubblicani duri e puri, conservatori e Trumpiani della peggior specie. Che lì in mezzo, e perdonatemi se ragiono per stereotipi, non si nascondano i peggio maschilisti e maiali sulla faccia della terra mi parrebbe un po' improbabile e infatti, alla faccia dei mille volti femminili che quotidianamente bucano lo schermo, qualcosa di marcio è venuto fuori. Bombshell è la storia di quel marciume che risponde al nome di Roger Ailes, vero e proprio numero uno, secondo giusto a Rupert Murdoch all'interno della piramide di potere della Fox, e delle donne che hanno scelto di farsi sentire e rivelare la mondo la sua natura di predatore seriale. Una scelta non facile, ovviamente, e non solo per questioni di carriera, reputazione o soldi, ma proprio per quella perversa malattia intrinseca delle persone, che tendono sempre a porre la stessa domanda idiota: "E come mai lo accusa proprio ora? Non poteva dirlo prima?". No, non si può, o almeno non sempre. Lo spiega alla perfezione il personaggio di Kaya Pospisil, uno dei pochi inventati per l'occasione, in un dialogo telefonico che spezza il cuore e conferma Margot Robbie, se ancora ce ne fosse bisogno, come una delle attrici più brave in circolazione. Il motore che spinge le donne a mantenere il silenzio è, semplicemente, la vergogna. Quel dubbio che comincia a rodere e che ti porta non solo a rivivere mille volte momenti disgustosi e dolorosi ma anche tutto quello che c'è stato prima (comportamenti, frasi, abiti, sguardi: e se fossi stata io ad incoraggiarlo, in effetti?), alimentando un senso di colpa inesistente e annullando ogni speranza di indulgenza o di riuscire a reagire e a cercare una qualche forma di giustizia. La colpa, certo, è di una società e di posti di lavoro dove il maschilismo ancora impera, ma spesso le nemiche più agguerrite delle donne sono altre donne, senza contare che non sempre questi enormi atti di coraggio pagano (in senso letterale e figurato), non nell'immediato almeno, e servono spalle enormi per sopportare critiche, insulti o minacce.
La vicenda di Bombshell viene quindi narrata da tre punti di vista prettamente femminili, a partire da quello di Megyn Kelly, probabilmente la donna più potente del network, invidiabile e sicura di sé al punto da poter addirittura osare dare addosso a Trump (pagandone le conseguenze, ovviamente; è interessante vedere come la vicenda di Ailes venga preceduta dallo scontro tra la Kelly e il futuro presidente USA, che contestualizza l'intera situazione e mostra come le giuste critiche mosse da una donna famosa, potente ed intelligente possano diventare in tempo zero il punto di partenza per slut shaming e altre orribili pratiche); Megyn è il vertice apparentemente "neutro" di un triangolo che vede presenti anche Gretchen Carlson, la "scarpa vecchia" da sostituire e trattare come una matta visionaria, e la già citata Kayla, giovane ed inesperta, potenzialmente la più malleabile del trio. Un trio di donne che scatenerà, ognuna a modo suo e ognuna coi suoi tempi, uno tsunami che andrà ad influenzare non sono i personaggi principali di questa scandalosa vicenda ma anche quelli secondari, che si ritrovano ad incrociare il cammino delle tre anche solo per poco tempo. La quantità di vite "toccate" dallo scandalo si rispecchia in una scrittura e in una regia veloci ed accattivanti ma comunque pregne, dove è un attimo perdersi la battuta o il dialogo fondamentali (soprattutto in lingua originale) e dove star dietro alla frenetica attività di Fox News non è facilissimo, tra momenti di dramma e altri in cui Bombshell diventa quasi una commedia, con tanto di quarta parete infranta e narratori esterni. Uno stile che forse riesce a gestire meglio Adam McKay, laddove Jay Roach a tratti pare un po' perdersi e lasciare che sia la grandezza delle tre attrici protagoniste a governare il ritmo della pellicola, ma comunque un modo di fare cinema che a me piace parecchio, soprattutto quando racconta storie importanti come questa sottolineando, con amara ironia, quanto ancora sia lunga la strada per un mondo più equo e giusto per tutti.
Del regista Jay Roach ho già parlato QUI. Charlize Theron (Megyn Kelly), Nicole Kidman (Gretchen Carlson), Margot Robbie (Kayla Pospisil), John Lithgow (Roger Ailes), Allison Janney (Susan Estrich), Malcom McDowell (Rupert Murdoch), Kate McKinnon (Jess Carr), Mark Duplass (Doug Brunt), Jennifer Morrison (Juliet Huddy), Ashley Greene (Abby Huntsman) e P.J. Byrne (Neil Cavuto) li trovate invece ai rispettivi link.
Connie Britton interpreta Beth Ailes. Americana, ha partecipato a film come Nightmare e a serie quali Ellen, 24, American Crime Story e American Horror Story; come doppiatrice ha lavorato ne I Griffin e American Dad!. Anche produttrice, ha 53 anni e due film in uscita.
Liv Hewson, che interpreta Lily Balin, era Abby Hammond in Santa Clarita Diet mentre Madeline Zima, che interpreta la truccatrice Eddy, era la piccola Gracie Sheffield de La tata. Alcuni degli eventi raccontati nel film sono stati riportati anche nella miniserie TV The Loudest Voice, che recupererò il prima possibile. ENJOY!
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venerdì 27 marzo 2020
venerdì 14 ottobre 2016
Creep (2014)
Non so neppure io come sia finita, qualche sera fa, a guardare Creep, diretto e co-sceneggiato nel 2014 da Patrick Brice, eppure me ne pento ancora adesso, tanto che alla pellicola non dedicherò più di un paragrafo.
Trama: un cineamatore risponde all'annuncio di un uomo che sta morendo di cancro e vorrebbe che venisse filmato un giorno della sua vita a beneficio del figlio non ancora nato. Ovviamente, la cosa non è così semplice ed innocente come appare..
Ormai è definitivo, già DETESTAVO Mark Duplass e la sua faccetta da caSSo, ora lo schifo anche come sceneggiatore. Creep è uno dei thriller che mi ha ammorbata di più in vita mia, talmente noioso e prevedibile che dopo cinque minuti avevo già capito come sarebbe andata a finire la vicenda, un'ora e mezza di vuoto cosmico in versione (mannaggialapupazza) found footage, quindi ancora più camurrioso di una pellicola normale. In pratica, per più di metà film si vede Mark Duplass nei panni di un personaggio palesemente rincoglionito che cerca di convincere chi sta al di là della telecamera, ovvero Patrick Brice nei panni del cineamatore Aaron, di essere semplicemente un po' strano, purtroppo malato terminale, con tanto bisogno di mostrare al figlio non ancora nato pezzi della sua triste ed inutile vita; il risultato è l'imbarazzante visione di Duplass che finge di fare il bagno ad un bebé all'interno di una vasca da bagno (giuro), che corre su per sentieri di montagna cercando laghetti a forma di cuore (davvero), che indossa maschere da lupo e che confessa cose fuori dal mondo al povero cineamatore il quale, bontà sua, alla fine della giornata comincia a sentire puzza di bruciato. Il resto della pellicola rientra nel novero dei thriller a base di stalker con qualche, e sottolineo solo qualche, momento spaventevole provocato al 90% dalla stupidità di personaggi incapaci di convincere efficacemente le forze di polizia ad aiutarli oppure da Mark Duplass che si nasconde nel buio prima di balzare davanti alla telecamera facendo "BUH!!!" per poi aggiungere "scusa ma ho uno strano senso dell'umorismo". No, non è strano, sei semplicemente un imbecille e se fossi stata in Aaron ti avrei gettato nel laghetto a forma di cuore dopo cinque minuti o annegato nella vasca da bagno dopo averti fatto inghiottire le paperelle invece di passare le notti a riprendermi con la telecamera raccontando di incubi infestati dalla faccia da peerla di Mark Duplass. Per pietà, che non mi capiti mai più un film simile davanti e voi, poveri lettori innocenti, state alla larga da Creep.
Del co-sceneggiatore Mark Duplass, che interpreta anche Josef, ho già parlato QUI.
Patrick Brice è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, inoltre interpreta Aaron. Americano, ha diretto film come The Overnight. Anche produttore, ha 33 anni e due film in uscita tra cui Creep 2, che ha appena cominciato a girare, mortacci sua.
A quanto pare, siccome Creep è stato in gran parte improvvisato e rivisto a seconda delle reazioni della povera gente a cui veniva mostrato mano a mano che le riprese proseguivano, del film esistono una marea di finali alternativi e non solo, purtroppo la pellicola dovrebbe essere la prima di una trilogia. Gesùmmaria. Intanto che aspettiamo tutti col fiato sospeso, se Creep vi fosse piaciuto recuperate Regali da uno sconosciuto - The Gift. ENJOY!
Trama: un cineamatore risponde all'annuncio di un uomo che sta morendo di cancro e vorrebbe che venisse filmato un giorno della sua vita a beneficio del figlio non ancora nato. Ovviamente, la cosa non è così semplice ed innocente come appare..
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| Ho deciso di non mettere nemmeno una foto della faccia di Duplass |
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| Mecojoni! |
Patrick Brice è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, inoltre interpreta Aaron. Americano, ha diretto film come The Overnight. Anche produttore, ha 33 anni e due film in uscita tra cui Creep 2, che ha appena cominciato a girare, mortacci sua.
A quanto pare, siccome Creep è stato in gran parte improvvisato e rivisto a seconda delle reazioni della povera gente a cui veniva mostrato mano a mano che le riprese proseguivano, del film esistono una marea di finali alternativi e non solo, purtroppo la pellicola dovrebbe essere la prima di una trilogia. Gesùmmaria. Intanto che aspettiamo tutti col fiato sospeso, se Creep vi fosse piaciuto recuperate Regali da uno sconosciuto - The Gift. ENJOY!
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domenica 7 giugno 2015
The Lazarus Effect (2015)
Nonostante a Savona l'abbiano tenuto tipo tre giorni sono comunque riuscita a vedere The Lazarus Effect, diretto dal regista David Gelb.
Trama: un gruppo di scienziati sperimenta un siero che, nelle loro intenzioni, dovrebbe tenere vive più a lungo le funzioni cerebrali dei pazienti durante le operazioni particolarmente difficili. Il siero si rivela invece capace di resuscitare i morti ma quando toccherà ad una di loro tornare dall'aldilà scopriranno che questo "dono" ha un prezzo terribile...
Dopo tutte le critiche negative lette su The Lazarus Effect mi sono stupita quando, arrivata più o meno a metà film, mi sono resa conto di quanto la storia (tolte le inevitabili banalità) scorresse abbastanza e di quanto gli attori fossero, in effetti, più che dignitosi. Tolto Duplass e la sua faccia da caSSo (perdonatemi il francese) e dimenticata la limitante mini-comparsata di Ray Wise c'è davvero di che leccarsi le dita: Olivia Wilde (non a caso Presidentessa ad honorem dell'Antro) accetta di imbruttirsi, per quanto possibile, e offre un'interpretazione inquietante e sensuale al tempo stesso e tutti i giovinetti che le sono stati affiancati, in primis Sarah Bolger e il sempre gradito Evan Peters, riescono a rendere i loro personaggi abbastanza tridimensionali, senza limitarsi alle solite interpretazioni da "carne da macello" tipiche del genere. La trama ricorda poi un paio di "capisaldi" (almeno per me) anni '80/'90, a partire dal quasi dimenticato Link, che passava spesso in TV quando ero ragazzina, per arrivare al più conosciuto Linea mortale; l'idea di un gruppo di scienziati che gioca a sovvertire le regole della natura, ovviamente sempre cominciando con le migliori intenzioni, si porta appresso un fascino risalente già ai tempi dell'800 e anche il mistero che circonda le esperienze post-mortem ha sempre il suo perché. Se The Lazarus Effect si fosse limitato a bullarsi tronfio dei suoi attori e, soprattutto, a mescolare queste due componenti, cercando di concentrare la storia e, conseguentemente, l'orrore, sugli strani effetti del siero protagonista sul cervello dei resuscitati, non dico che ci saremmo trovati davanti un capolavoro ma perlomeno un film dignitoso sì. E invece gli sceneggiatori Luke Dawson (responsabile di quella mezza schifezza di Shutter - Ombre dal passato) e Jeremy Slater (al suo esordio quindi perdonabile ma se mi rovina Death Note lo aGGido) hanno pensato bene di sbragare.
Volevate mica che The Lazarus Effect si limitasse a propinare ai mocciosetti aMMeregani un noiosissimo e banale complesso della divinità oppure qualcosa che affondasse le basi esclusivamente su dei concetti scientifici? E il mostrone finale? E le possessioni demoniache che ci piacciono tanto? E il finale aperto che altrimenti l'anno prossimo non possiamo andare al cinema a vedere The Lazarus Effect 2 - Lazaruses Unleashed (titolo puramente inventato ma fattibilissimo)? Tranquilli piccoli consumatori americani, ché la Blumhouse pensa sempre a voi! Dopo lo sdegno dei cattolici benpensanti e un incidente che a definirlo idiota gli si fa un complimento, comincia a sentirsi puzza di zolfo e quello che cominciava come un horror "scientifico" diventa un horror sovrannaturale con tanto di esseri che rimangono immobili a fissare le vittime per ore (vi ricorda qualcosa Paranormal Activity?), effettacci al computer, sensi di colpa che diventano il veicolo per qualche demone sconosciuto e, ovviamente, un assurdo quanto sbrigativo finale che lascia lo spettatore perplesso a chiedersi "perché". La cosa divertente, infatti, è che mentre di solito questo genere di film propina spiegoni lunghi e complessi, The Lazarus Effect preferisce fare propria la lezione orientale del "taciuto" senza ovviamente esserne in grado e il risultato è che il cambio di registro fa soltanto l'effetto "Casa delle Libertà", ovvero "facciamo un po' quel caSSo che ci pare". Peccato perché, come ho detto all'inizio, The Lazarus Effect poteva essere molto gradevole e invece è stata solo l'ennesima occasione sprecata all'interno di un genere che ne è già zeppo. Guardatelo solo se non avete nulla di meglio da fare o se siete fan di Oliviona perché l'occhiolino rivolto al buon Evan Peters vi farà impazzire.
Di Mark Duplass (Frank), Olivia Wilde (Zoe), Evan Peters (Clay) e Ray Wise (Mr. Wallace) ho già parlato ai rispettivi link.
David Gelb è il regista della pellicola. Americano, al suo primo lungometraggio, è anche produttore, attore, sceneggiatore e animatore. Ha 32 anni e un film in uscita.
Sarah Bolger interpreta Eva. Irlandese, la ricordo innanzitutto per essere stata la Principessa Aurora nella serie C'era una volta, inoltre ha partecipato a film come Locke & Key e ad altre serie come I Tudors; come doppiatrice, ha lavorato nella versione inglese de La collina dei papaveri. Ha 24 anni e tre film in uscita.
Se The Lazarus Effect vi fosse piaciuto recuperate senza indugio i ben migliori Linea mortale, L'uomo senza ombra e magari anche Link o Monkey Shines - Esperimento nel terrore. ENJOY!
Trama: un gruppo di scienziati sperimenta un siero che, nelle loro intenzioni, dovrebbe tenere vive più a lungo le funzioni cerebrali dei pazienti durante le operazioni particolarmente difficili. Il siero si rivela invece capace di resuscitare i morti ma quando toccherà ad una di loro tornare dall'aldilà scopriranno che questo "dono" ha un prezzo terribile...
Dopo tutte le critiche negative lette su The Lazarus Effect mi sono stupita quando, arrivata più o meno a metà film, mi sono resa conto di quanto la storia (tolte le inevitabili banalità) scorresse abbastanza e di quanto gli attori fossero, in effetti, più che dignitosi. Tolto Duplass e la sua faccia da caSSo (perdonatemi il francese) e dimenticata la limitante mini-comparsata di Ray Wise c'è davvero di che leccarsi le dita: Olivia Wilde (non a caso Presidentessa ad honorem dell'Antro) accetta di imbruttirsi, per quanto possibile, e offre un'interpretazione inquietante e sensuale al tempo stesso e tutti i giovinetti che le sono stati affiancati, in primis Sarah Bolger e il sempre gradito Evan Peters, riescono a rendere i loro personaggi abbastanza tridimensionali, senza limitarsi alle solite interpretazioni da "carne da macello" tipiche del genere. La trama ricorda poi un paio di "capisaldi" (almeno per me) anni '80/'90, a partire dal quasi dimenticato Link, che passava spesso in TV quando ero ragazzina, per arrivare al più conosciuto Linea mortale; l'idea di un gruppo di scienziati che gioca a sovvertire le regole della natura, ovviamente sempre cominciando con le migliori intenzioni, si porta appresso un fascino risalente già ai tempi dell'800 e anche il mistero che circonda le esperienze post-mortem ha sempre il suo perché. Se The Lazarus Effect si fosse limitato a bullarsi tronfio dei suoi attori e, soprattutto, a mescolare queste due componenti, cercando di concentrare la storia e, conseguentemente, l'orrore, sugli strani effetti del siero protagonista sul cervello dei resuscitati, non dico che ci saremmo trovati davanti un capolavoro ma perlomeno un film dignitoso sì. E invece gli sceneggiatori Luke Dawson (responsabile di quella mezza schifezza di Shutter - Ombre dal passato) e Jeremy Slater (al suo esordio quindi perdonabile ma se mi rovina Death Note lo aGGido) hanno pensato bene di sbragare.
Volevate mica che The Lazarus Effect si limitasse a propinare ai mocciosetti aMMeregani un noiosissimo e banale complesso della divinità oppure qualcosa che affondasse le basi esclusivamente su dei concetti scientifici? E il mostrone finale? E le possessioni demoniache che ci piacciono tanto? E il finale aperto che altrimenti l'anno prossimo non possiamo andare al cinema a vedere The Lazarus Effect 2 - Lazaruses Unleashed (titolo puramente inventato ma fattibilissimo)? Tranquilli piccoli consumatori americani, ché la Blumhouse pensa sempre a voi! Dopo lo sdegno dei cattolici benpensanti e un incidente che a definirlo idiota gli si fa un complimento, comincia a sentirsi puzza di zolfo e quello che cominciava come un horror "scientifico" diventa un horror sovrannaturale con tanto di esseri che rimangono immobili a fissare le vittime per ore (vi ricorda qualcosa Paranormal Activity?), effettacci al computer, sensi di colpa che diventano il veicolo per qualche demone sconosciuto e, ovviamente, un assurdo quanto sbrigativo finale che lascia lo spettatore perplesso a chiedersi "perché". La cosa divertente, infatti, è che mentre di solito questo genere di film propina spiegoni lunghi e complessi, The Lazarus Effect preferisce fare propria la lezione orientale del "taciuto" senza ovviamente esserne in grado e il risultato è che il cambio di registro fa soltanto l'effetto "Casa delle Libertà", ovvero "facciamo un po' quel caSSo che ci pare". Peccato perché, come ho detto all'inizio, The Lazarus Effect poteva essere molto gradevole e invece è stata solo l'ennesima occasione sprecata all'interno di un genere che ne è già zeppo. Guardatelo solo se non avete nulla di meglio da fare o se siete fan di Oliviona perché l'occhiolino rivolto al buon Evan Peters vi farà impazzire.
Di Mark Duplass (Frank), Olivia Wilde (Zoe), Evan Peters (Clay) e Ray Wise (Mr. Wallace) ho già parlato ai rispettivi link.
David Gelb è il regista della pellicola. Americano, al suo primo lungometraggio, è anche produttore, attore, sceneggiatore e animatore. Ha 32 anni e un film in uscita.
Sarah Bolger interpreta Eva. Irlandese, la ricordo innanzitutto per essere stata la Principessa Aurora nella serie C'era una volta, inoltre ha partecipato a film come Locke & Key e ad altre serie come I Tudors; come doppiatrice, ha lavorato nella versione inglese de La collina dei papaveri. Ha 24 anni e tre film in uscita.
Se The Lazarus Effect vi fosse piaciuto recuperate senza indugio i ben migliori Linea mortale, L'uomo senza ombra e magari anche Link o Monkey Shines - Esperimento nel terrore. ENJOY!
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venerdì 20 marzo 2015
Mercy (2014)
In questi giorni ho scoperto dell'esistenza di Mercy, film diretto nel 2014 dal regista Peter Cornwell e tratto dal terrificante racconto La nonna, contenuto nella raccolta Scheletri di Stephen King. Potevo lasciarmelo sfuggire? Ahimé no...
Trama: Il piccolo George è assai legato alla nonna materna e quando l'anziana donna viene colpita da un ictus lui e la sua famiglia vanno ad abitare a casa della vegliarda. La nonnina, tuttavia, comincia a comportarsi in maniera inquietante...
Quando ero bambina mi era capitato di leggere un aneddoto realmente accaduto, riadattato su un giornale di Barbie (sì. Da bambina mi piaceva l'Algida Stronza, ok?). Per farla breve, un'attrice stava per andare ad un gran galà e un famoso stilista le aveva lasciato delle buste con dei consigli da seguire per essere la più elegante della festa ed ogni consiglio, con sommo stupore dell'attrice, le suggeriva di togliere un accessorio. Alla fine la signora si era presentata al party con un look minimal ma elegante, suscitando l'ammirazione di tutti. E' un esempio un po' tirato per i capelli ma lo stesso vale per i racconti horror: spesso non importano gli orpelli usati per abbellirli, quanto la capacità dello scrittore di cogliere il nocciolo della questione e ricamarci sopra quel tanto che basta da regalare al lettore notti insonni, lasciandolo a pensare a ciò che "non è stato detto" ma è stato solo suggerito. Il racconto La nonna è un favoloso esempio di quello che sto cercando di spiegare. Stephen King parte da una sensazione che probabilmente provano molti bimbi piccoli (la paura verso un familiare che magari si è visto poco e che ha un modo di fare particolarmente invadente e autoritario o una stazza impressionante) e da una situazione nella quale tutti ci siamo sicuramente trovati durante l'infanzia (essere costretti a passare un paio d'ore da soli, in un ambiente sicuro e conosciuto che comunque in assenza dei genitori diventa un luogo terribile, che nasconde insidie alimentate dalla nostra fantasia) e da lì, in poche pagine, da vita ad un orrore difficile da dimenticare e ad un'angoscia che ci serra lo stomaco riga dopo riga. La forza del racconto La nonna sta nel non detto, nelle suggestioni riassunte in una riga, nella sua terribile e spietata negatività, persino nei personaggi appena abbozzati. Come hanno potuto anche solo pensare che un film di un'ora e mezza avrebbe potuto evocare lo stesso terrore??
E infatti Mercy fa pena, pietà e compassione. Il nocciolo del racconto kinghiano viene liquidato in cinque minuti poco prima del finale, gli unici cinque minuti in grado di creare un po' di tensione, per il resto lo sceneggiatore Matt Greenberg (che già era riuscito a banalizzare altri due racconti del Re, Grano rosso sangue e 1408) ha dovuto lavorare sul poco materiale presente in La nonna e ricamarci sopra fino a farla diventare un'ammorbante storia di maledizioni, legami familiari, bambini prodigio, angeli custodi, DEMONI custodi e patti stretti per amore, aggiungendo una moraletta stinfia completamente (e giustamente) assente nell'opera originale oltre ad un branco di personaggi aggiunti solo per amor di spiegone. La nonna è stato così trasformato in un ordinario horror sulle possessioni demoniache, ulteriormente affossato da una messa in scena piatta e da attori che non avevano probabilmente nessuna idea del perché si trovassero sul set. Peter Cornwell aveva già dimostrato con Il messaggero la sua incapacità di gestire i tempi e il ritmo di una pellicola horror, infatti la prima parte di Mercy è una noia mortale in cui attori e sceneggiatore arrancano per cercare di portare lo spettatore ad interessarsi alla storia e ad inquietarsi (forse avrebbero potuto riuscirci giusto con un bambino di otto anni: chi ha letto La nonna sa già dove vuole andare a parare Mercy, lo spettatore che ha già visto più di due horror idem), mentre la mezz'ora che precede il deprimente finale è la saga del cliché, dove terribili effetti "speciali" (leggi: cagnolini in CG dagli occhi brillanti), spaventi telefonati e simbologie d'accatto dovrebbero farsi perdonare tutta la camurrìa precedente per mezzo di disegnetti macabri e svomitazzate gratuite. Sinceramente, dopo aver visto questa robetta ridicola mi verrebbe voglia di fare causa a King per il modo indegno con cui permette vengano trattati i suoi racconti ma diventerei ripetitiva (credo di aver concluso così un buon 70% di post dedicati agli adattamenti cinematografici Kinghiani) quindi mi limito solo ad urlare "Mercy!!!!" come ha fatto il buon Riff Raff mentre veniva frustato da Frank'n'Furter, ché forse il senso del titolo originale di 'sta schifezza è proprio chiedere pietà.
Del regista Peter Cornwell ho già parlato QUI. Mark Duplass (zio Lanning) lo trovate invece QUA.
Dylan McDermott (vero nome Mark Anthony McDermott) interpreta Jim Swann. Americano, lo ricordo per film come Twister, Fiori d'acciaio, Nel centro del mirino, Miracolo nella 34sima strada, Mister Destiny, The Messengers e per serie come Ally McBeal, Will & Grace e American Horror Story. Anche regista e sceneggiatore, ha 54 anni e due film in uscita.
Frances O'Connor interpreta Rebecca. Inglese, ha partecipato a film come A.I. Intelligenza artificiale, The Hunter e a serie come Once Upon A Time. Ha 47 anni e due film in uscita.
Shirley Knight interpreta Mercy. Americana, ha partecipato a film come Il colore della notte, Diabolique, Qualcosa è cambiato e a serie come La signora in giallo, NYPD, Ally McBeal, E.R. - Medici in prima linea, Cold Case, Dr. House e Desperate Housewives. Anche produttrice, ha 78 anni e due film in uscita.
Il giovane Chandler Riggs, che interpreta George e che nella vita reale è fidanzato con Hana Hayes (la ragazzina bionda che interpreta la "vicina di casa invisibile"), altri non è che il CaaaaVVVllll della serie The Walking Dead e tornerà presto sul grande schermo con un altro thriller horror dal "fantasioso" titolo Home Invasion mentre il fratello Buddy è interpretato da Joel Courtney, già protagonista di Super 8. Detto questo, se Mercy vi fosse piaciuto (ma perché?) vi consiglierei di prendere la raccolta Scheletri e leggere il racconto La nonna o di andare QUI e guardare l'episodio di Ai confini della realtà tratto dal racconto in questione. ENJOY!
Trama: Il piccolo George è assai legato alla nonna materna e quando l'anziana donna viene colpita da un ictus lui e la sua famiglia vanno ad abitare a casa della vegliarda. La nonnina, tuttavia, comincia a comportarsi in maniera inquietante...
Quando ero bambina mi era capitato di leggere un aneddoto realmente accaduto, riadattato su un giornale di Barbie (sì. Da bambina mi piaceva l'Algida Stronza, ok?). Per farla breve, un'attrice stava per andare ad un gran galà e un famoso stilista le aveva lasciato delle buste con dei consigli da seguire per essere la più elegante della festa ed ogni consiglio, con sommo stupore dell'attrice, le suggeriva di togliere un accessorio. Alla fine la signora si era presentata al party con un look minimal ma elegante, suscitando l'ammirazione di tutti. E' un esempio un po' tirato per i capelli ma lo stesso vale per i racconti horror: spesso non importano gli orpelli usati per abbellirli, quanto la capacità dello scrittore di cogliere il nocciolo della questione e ricamarci sopra quel tanto che basta da regalare al lettore notti insonni, lasciandolo a pensare a ciò che "non è stato detto" ma è stato solo suggerito. Il racconto La nonna è un favoloso esempio di quello che sto cercando di spiegare. Stephen King parte da una sensazione che probabilmente provano molti bimbi piccoli (la paura verso un familiare che magari si è visto poco e che ha un modo di fare particolarmente invadente e autoritario o una stazza impressionante) e da una situazione nella quale tutti ci siamo sicuramente trovati durante l'infanzia (essere costretti a passare un paio d'ore da soli, in un ambiente sicuro e conosciuto che comunque in assenza dei genitori diventa un luogo terribile, che nasconde insidie alimentate dalla nostra fantasia) e da lì, in poche pagine, da vita ad un orrore difficile da dimenticare e ad un'angoscia che ci serra lo stomaco riga dopo riga. La forza del racconto La nonna sta nel non detto, nelle suggestioni riassunte in una riga, nella sua terribile e spietata negatività, persino nei personaggi appena abbozzati. Come hanno potuto anche solo pensare che un film di un'ora e mezza avrebbe potuto evocare lo stesso terrore??
E infatti Mercy fa pena, pietà e compassione. Il nocciolo del racconto kinghiano viene liquidato in cinque minuti poco prima del finale, gli unici cinque minuti in grado di creare un po' di tensione, per il resto lo sceneggiatore Matt Greenberg (che già era riuscito a banalizzare altri due racconti del Re, Grano rosso sangue e 1408) ha dovuto lavorare sul poco materiale presente in La nonna e ricamarci sopra fino a farla diventare un'ammorbante storia di maledizioni, legami familiari, bambini prodigio, angeli custodi, DEMONI custodi e patti stretti per amore, aggiungendo una moraletta stinfia completamente (e giustamente) assente nell'opera originale oltre ad un branco di personaggi aggiunti solo per amor di spiegone. La nonna è stato così trasformato in un ordinario horror sulle possessioni demoniache, ulteriormente affossato da una messa in scena piatta e da attori che non avevano probabilmente nessuna idea del perché si trovassero sul set. Peter Cornwell aveva già dimostrato con Il messaggero la sua incapacità di gestire i tempi e il ritmo di una pellicola horror, infatti la prima parte di Mercy è una noia mortale in cui attori e sceneggiatore arrancano per cercare di portare lo spettatore ad interessarsi alla storia e ad inquietarsi (forse avrebbero potuto riuscirci giusto con un bambino di otto anni: chi ha letto La nonna sa già dove vuole andare a parare Mercy, lo spettatore che ha già visto più di due horror idem), mentre la mezz'ora che precede il deprimente finale è la saga del cliché, dove terribili effetti "speciali" (leggi: cagnolini in CG dagli occhi brillanti), spaventi telefonati e simbologie d'accatto dovrebbero farsi perdonare tutta la camurrìa precedente per mezzo di disegnetti macabri e svomitazzate gratuite. Sinceramente, dopo aver visto questa robetta ridicola mi verrebbe voglia di fare causa a King per il modo indegno con cui permette vengano trattati i suoi racconti ma diventerei ripetitiva (credo di aver concluso così un buon 70% di post dedicati agli adattamenti cinematografici Kinghiani) quindi mi limito solo ad urlare "Mercy!!!!" come ha fatto il buon Riff Raff mentre veniva frustato da Frank'n'Furter, ché forse il senso del titolo originale di 'sta schifezza è proprio chiedere pietà.
Del regista Peter Cornwell ho già parlato QUI. Mark Duplass (zio Lanning) lo trovate invece QUA.
Dylan McDermott (vero nome Mark Anthony McDermott) interpreta Jim Swann. Americano, lo ricordo per film come Twister, Fiori d'acciaio, Nel centro del mirino, Miracolo nella 34sima strada, Mister Destiny, The Messengers e per serie come Ally McBeal, Will & Grace e American Horror Story. Anche regista e sceneggiatore, ha 54 anni e due film in uscita.
Frances O'Connor interpreta Rebecca. Inglese, ha partecipato a film come A.I. Intelligenza artificiale, The Hunter e a serie come Once Upon A Time. Ha 47 anni e due film in uscita.
Shirley Knight interpreta Mercy. Americana, ha partecipato a film come Il colore della notte, Diabolique, Qualcosa è cambiato e a serie come La signora in giallo, NYPD, Ally McBeal, E.R. - Medici in prima linea, Cold Case, Dr. House e Desperate Housewives. Anche produttrice, ha 78 anni e due film in uscita.
Il giovane Chandler Riggs, che interpreta George e che nella vita reale è fidanzato con Hana Hayes (la ragazzina bionda che interpreta la "vicina di casa invisibile"), altri non è che il CaaaaVVVllll della serie The Walking Dead e tornerà presto sul grande schermo con un altro thriller horror dal "fantasioso" titolo Home Invasion mentre il fratello Buddy è interpretato da Joel Courtney, già protagonista di Super 8. Detto questo, se Mercy vi fosse piaciuto (ma perché?) vi consiglierei di prendere la raccolta Scheletri e leggere il racconto La nonna o di andare QUI e guardare l'episodio di Ai confini della realtà tratto dal racconto in questione. ENJOY!
mercoledì 21 gennaio 2015
Tammy (2014)
Seguendo i miei svariati ed assurdi metodi di scelta per i film, sono incappata nello sconosciuto Tammy, diretto nel 2014 dal regista Ben Falcone.
Trama: dopo essere stata licenziata e aver scoperto che il marito la tradisce con la vicina di casa, la cicciona e volgarotta Tammy decide di imbarcarsi in un viaggio in macchina assieme alla nonna alcolista...
Il post dedicato a Tammy probabilmente non raggiungerà la solita lunghezza standard e non perché il film non mi sia piaciuto ma perché, effettivamente, c'è poco da dire. Ne ho letto le peggio cose, Melissa McCarthy e Susan Sarandon sono state nominate per i Razzie Award 2015 proprio grazie a questo film ma la verità è che Tammy è un innocuo, banalissimo road movie al femminile che sicuramente non merita tutto l'astio che gli è stato scagliato contro (per dire, se l'avessi guardato l'anno scorso non sarebbe entrato in un'eventuale Top 10 dei film più brutti del 2014 perché, onestamente, ho visto di moolto peggio!). La McCarthy, qui anche sceneggiatrice e produttrice oltre che moglie del regista (tutto in famiglia!), si limita giustamente a costruirsi un personaggio adatto al suo aspetto e alla sua mole, quello di un'ignorantissima e volgarotta fallita dotata di una spiccata ironia che le serve solo per incappare in devastanti figure di tolla mentre Susan Sarandon, per carità, bisogna ricordarla per film molto migliori ma alla sua età può anche permettersi un divertissement che la vede nei panni di una nonna ubriacona ma ancora molto attaccata alla vita (De Niro è sceso molto più in basso nella sua carriera, eh). Questi due personaggi intraprendono un viaggio che si rivelerà pieno di ostacoli, di momenti sciocchi, surreali e divertenti e anche, ovviamente, di occasioni per conoscersi meglio e cercare di dare un senso alle loro vite sbandate, arrivando al finale liberatorio ed ironico tipico di questo genere di film. La particolarità di Tammy, che poi è anche l'unica cosa che mi ha fatto storcere il naso, è invece l'abbondanza di guest star mal utilizzate che compaiono nei ruoli più disparati per pochissimo tempo come Kathy Bates, Toni Collette, Dan Aykroyd e Sandra Oh, buttati lì giusto per attirare i fan; Aykroyd ormai è bollito da anni e la presenza della Oh può giusto fare piacere agli aficionados di Grey's Anatomy ma sinceramente vedere la Bates e soprattutto la Collette messe lì giusto per fare numero mi spezza un po' il cuore. In conclusione, Tammy è una commedia scacciapensieri da guardare quando si ha voglia di un po' di relax, più adatta ad un pubblico femminile (possibilmente dotato di un minimo di autoironia) che maschile... ma non statevi a disperare se, come credo, non verrà mai distribuita in Italia, neppure sul mercato dell'home video. Tanto esistono mille altri validi sostituti!
Di Melissa McCarthy (Tammy), Susan Sarandon (Pearl), Kathy Bates (Lenore), Allison Janney (Deb), Dan Aykroyd (Don) e Toni Collette (Missi) ho già parlato ai rispettivi link.
Ben Falcone (vero nome Benjamin Scott Falcone) è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, inoltre interpreta Keith Morgan. Americano, marito di Melissa McCarthy, è al suo primo film come regista. Anche produttore e musicista, ha 41 anni e un film in uscita.
Mark Duplass interpreta Bobby. Americano, ha partecipato a film come Safety Not Guaranteed, Darling Companion, Zero Dark Thirty e Parkland. Anche sceneggiatore, produttore e regista, ha 38 anni e un film in uscita.
Gary Cole interpreta Earl. Americano, ha partecipato a film come Soldi sporchi, The Gift - Il dono, One Hour Photo, Palle al balzo - Dodgeball, The Ring 2, Talladega Nights - The Ballad of Ricky Bobby, The Town that Dreaded Sunlight e a serie come Ai confini della realtà, Miami Vice, Moonlighting, Oltre i limiti, Monk, Supernatural, Desperate Housewives, Numb3rs e 30 Rock; come doppiatore, ha lavorato invece per le serie Kim Possible, I pinguini di Madagascar e I Griffin. Ha 58 anni e quattro film in uscita.
Sandra Oh (vero nome Sandra Miju Oh) interpreta Susanne. Canadese, diventata famosa grazie alla serie Grey's Anatomy, ha partecipato a film come Mr. Bean - L'ultima catastrofe, Hard Candy e ad altre serie come Six Feet Under; come doppiatrice, ha lavorato invece per le serie Phineas and Ferb, Robot Chicken e American Dad!. Ha 43 anni e un film in uscita.
Per il ruolo di nonna Pearl erano state prese in considerazione, prima ancora di Susan Sarandon, sia Shirley MacLaine (che era già impegnata con le riprese di Downton Abbey) che Debbie Reynolds, già Tammy nel film Tammy fiore selvaggio. Detto questo, occhio alle due scene durante i titoli di coda e, se Tammy vi fosse piaciuto, recuperate Io sono tu e Corpi da reato, entrambi con Melissa McCarthy. ENJOY!
Trama: dopo essere stata licenziata e aver scoperto che il marito la tradisce con la vicina di casa, la cicciona e volgarotta Tammy decide di imbarcarsi in un viaggio in macchina assieme alla nonna alcolista...
Il post dedicato a Tammy probabilmente non raggiungerà la solita lunghezza standard e non perché il film non mi sia piaciuto ma perché, effettivamente, c'è poco da dire. Ne ho letto le peggio cose, Melissa McCarthy e Susan Sarandon sono state nominate per i Razzie Award 2015 proprio grazie a questo film ma la verità è che Tammy è un innocuo, banalissimo road movie al femminile che sicuramente non merita tutto l'astio che gli è stato scagliato contro (per dire, se l'avessi guardato l'anno scorso non sarebbe entrato in un'eventuale Top 10 dei film più brutti del 2014 perché, onestamente, ho visto di moolto peggio!). La McCarthy, qui anche sceneggiatrice e produttrice oltre che moglie del regista (tutto in famiglia!), si limita giustamente a costruirsi un personaggio adatto al suo aspetto e alla sua mole, quello di un'ignorantissima e volgarotta fallita dotata di una spiccata ironia che le serve solo per incappare in devastanti figure di tolla mentre Susan Sarandon, per carità, bisogna ricordarla per film molto migliori ma alla sua età può anche permettersi un divertissement che la vede nei panni di una nonna ubriacona ma ancora molto attaccata alla vita (De Niro è sceso molto più in basso nella sua carriera, eh). Questi due personaggi intraprendono un viaggio che si rivelerà pieno di ostacoli, di momenti sciocchi, surreali e divertenti e anche, ovviamente, di occasioni per conoscersi meglio e cercare di dare un senso alle loro vite sbandate, arrivando al finale liberatorio ed ironico tipico di questo genere di film. La particolarità di Tammy, che poi è anche l'unica cosa che mi ha fatto storcere il naso, è invece l'abbondanza di guest star mal utilizzate che compaiono nei ruoli più disparati per pochissimo tempo come Kathy Bates, Toni Collette, Dan Aykroyd e Sandra Oh, buttati lì giusto per attirare i fan; Aykroyd ormai è bollito da anni e la presenza della Oh può giusto fare piacere agli aficionados di Grey's Anatomy ma sinceramente vedere la Bates e soprattutto la Collette messe lì giusto per fare numero mi spezza un po' il cuore. In conclusione, Tammy è una commedia scacciapensieri da guardare quando si ha voglia di un po' di relax, più adatta ad un pubblico femminile (possibilmente dotato di un minimo di autoironia) che maschile... ma non statevi a disperare se, come credo, non verrà mai distribuita in Italia, neppure sul mercato dell'home video. Tanto esistono mille altri validi sostituti!
Di Melissa McCarthy (Tammy), Susan Sarandon (Pearl), Kathy Bates (Lenore), Allison Janney (Deb), Dan Aykroyd (Don) e Toni Collette (Missi) ho già parlato ai rispettivi link.
Ben Falcone (vero nome Benjamin Scott Falcone) è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, inoltre interpreta Keith Morgan. Americano, marito di Melissa McCarthy, è al suo primo film come regista. Anche produttore e musicista, ha 41 anni e un film in uscita.
Mark Duplass interpreta Bobby. Americano, ha partecipato a film come Safety Not Guaranteed, Darling Companion, Zero Dark Thirty e Parkland. Anche sceneggiatore, produttore e regista, ha 38 anni e un film in uscita.
Gary Cole interpreta Earl. Americano, ha partecipato a film come Soldi sporchi, The Gift - Il dono, One Hour Photo, Palle al balzo - Dodgeball, The Ring 2, Talladega Nights - The Ballad of Ricky Bobby, The Town that Dreaded Sunlight e a serie come Ai confini della realtà, Miami Vice, Moonlighting, Oltre i limiti, Monk, Supernatural, Desperate Housewives, Numb3rs e 30 Rock; come doppiatore, ha lavorato invece per le serie Kim Possible, I pinguini di Madagascar e I Griffin. Ha 58 anni e quattro film in uscita.
Sandra Oh (vero nome Sandra Miju Oh) interpreta Susanne. Canadese, diventata famosa grazie alla serie Grey's Anatomy, ha partecipato a film come Mr. Bean - L'ultima catastrofe, Hard Candy e ad altre serie come Six Feet Under; come doppiatrice, ha lavorato invece per le serie Phineas and Ferb, Robot Chicken e American Dad!. Ha 43 anni e un film in uscita.
Per il ruolo di nonna Pearl erano state prese in considerazione, prima ancora di Susan Sarandon, sia Shirley MacLaine (che era già impegnata con le riprese di Downton Abbey) che Debbie Reynolds, già Tammy nel film Tammy fiore selvaggio. Detto questo, occhio alle due scene durante i titoli di coda e, se Tammy vi fosse piaciuto, recuperate Io sono tu e Corpi da reato, entrambi con Melissa McCarthy. ENJOY!
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