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venerdì 25 settembre 2020

Jack in the Box (2019)

In questo 2020 film al cinema non ne sono praticamente usciti, quindi ritenevo non fosse possibile eleggere qualcosa a "peggior pellicola dell'anno", ma fortunatamente è arrivato Jack in the Box (The Jack in the Box), diretto e sceneggiato nel 2019 dal regista Lawrence Foler, a dire la sua!

Trama: esposto in un piccolo museo inglese, un enorme carillon contenente un clown comincia a mietere vittime...

Se un po' mi conoscete, leggendo il Bollalmanacco, saprete ormai da tempo che clown e burattini/bambole sono per me il non plus ultra del terrore. Quando ho visto la locandina di Jack in the Box me la sono preventivamente fatta sotto e sono andata al cinema consapevole che sarei morta di paura e con la gioia di riuscire finalmente a rivedere un horror in sala ma mai, e dico MAI, mi sarei aspettata le visite di Morfeo in persona durante la visione. Allo stesso modo, MAI mi sarei aspettata che la distribuzione italiana, per quanto demoniaca e malvagia ben più di un jack-in-the-box qualsiasi, avrebbe osato portare in sala, con tutti gli horror meravigliosi usciti nel corso dell'anno, l'ultimo dei fondi di magazzino, talmente brutto e malfatto da costringermi DURANTE LA VISIONE a controllare su Imdb se non si trattasse di uno straight-to-video (spoiler: non lo è. Vergogna doppia, dunque). Togliamoci subito il dente: l'unica cosa vagamente apprezzabile di Jack in the Box è il make-up del Jack in oggetto, effettivamente inquietantissimo sia nella versione demoniaca che in quella giocattolo, quest'ultimo ovviamente reso come un pupazzo talmente maligno già di suo che nessun bambino sano di mente avrebbe il coraggio di giocarci, quindi perché diamine esporlo in un museo? Purtroppo, su un'ora e mezza di durata lo Sbirulino infernale comparirà sì e no venti minuti scarsi, peraltro giocandosi fin da subito anche il minimo briciolo di mistero o suspance sulla natura della scatola in cui è contenuto, e il regista/sceneggiatore è talmente cane da non riuscire neppure ad azzeccare le uniche cose che avrebbero potuto salvare la baracca e annichilire dal terrore lo spettatore, ovvero i jump scare (esempio banale: i film di Annabelle sono cazzatelle scorrette, ma assolvono al loro compito di privare lo spettatore del sonno).

Il resto, banalmente, è fuffa. L'impianto generale di regia, scenografia, montaggio e colonna sonora è televisivo, in un'accezione tutta anni '90 (brutti) del termine, quindi piatto che più non si può, la sceneggiatura è invece semplicemente imbarazzante e piena di tristissimi momenti morti riempiti da dialoghi di rara tristezza. Vi basti solo pensare, tanto un film simile potete anche spoilerarvelo, che il protagonista è un americano emigrato in Inghilterra a seguito di un trauma insormontabile e che tale trauma si riassume nell'aver "causato" la morte della fidanzata ignorando la telefonata notturna in cui lei, invece di chiamare il 911, ha preferito comunicare a lui la presenza di un tizio nel parco pronto ad accoltellarla. Proprio una volpe, non c'è che dire! Indecisa se ridere o piangere davanti a tanta sfiga, la coprotagonista accoglie ovviamente le confessioni indirette dell'American in England come farebbe chiunque: cambiando argomento e parlando di aria fritta per minuti interminabili, ammorbando il film con queste inquadrature da soap opera popolate da attori che sfigurerebbero persino ne Gli occhi del cuore. Non c'è un solo membro del cast che non sia la quintessenza della mancanza di personalità, sembra di avere davanti un raduno del PD ambientato in Inghilterra (per dire, ci sono personaggi "topici" come "il demonologo", "il matto traumatizzato" e "il poliziotto" che dovrebbero spiccare, invece nulla, nemmeno il casting hanno azzeccato), e il film è realizzato talmente coi piedi che, a un certo punto, scompare una donna... e il manifesto che ne comunica la scomparsa mostra palesemente un'altra persona. Concludo citando ciò che ho scritto su Facebook a fine visione: "Jack in the Box è un film talmente brutto che invece di aver paura di trovarmi davanti il pagliaccio/demone titolare ho sperato succedesse per potergli tirare un calcio nei marroni".

Lawrence Foler è il regista e sceneggiatore della pellicola. Nato in Galles, ha diretto film come Curse of the Witch's Doll. Anche produttore, ha 30 anni.

Purtroppo è già in progetto un seguito del film, che dovrebbe uscire l'anno prossimo. Personalmente, non andrò a vederlo nemmeno per sbaglio, voi fate un po' come volete e, se vi piace il genere, recuperate la serie Annabelle e aggiungete il pregevole Terrifier e Dead Silence. ENJOY!

mercoledì 28 febbraio 2018

Autobahn - Fuori controllo (2016)

L'anno scorso è arrivato in Italia Autobahn - Fuori controllo (Collide), diretto e co-sceneggiato nel 2016 dal regista Eran Creevy. Un po' per gli attori, un po' per il titolo, un po' per volontà di guardare un film poco impegnativo l'ho recuperato e questo è il risultato...


Trama: quando alla fidanzata viene diagnosticata una grave malattia, il giovane Casey Stein si ritrova a necessitare dei soldi per un trapianto e si rimette quindi al servizio di un signorotto della droga tedesco che vorrebbe derubare il proprio capo...



Autobahn - Fuori controllo è talmente inutile e, paradossalmente, noioso che non merita neppure i due paragrafi standard che normalmente dedico persino ai film più scrausi. Non che di solito mi esalti all'idea di vedere interminabili inseguimenti in autostrada e macchine che vengono devastate neanche fossero delle Micromachines tarocche chinesi ma, probabilmente, se fosse stato interamente ambientato nella Autobahn del titolo italiano mi sarei divertita di più. Invece, forse per giustificare il cachet preteso da due ex mostri sacri quali Anthony Hopkins (la cui idea di criminale tedesco si concretizza in un alternarsi di sguardi allucinati, sussurri minacciosi ed improvvise grida) e Ben Kingsley (la cui idea di criminale turco si concretizza in un tamarro drogato e circondato da tsoccole che vive dentro un camper glitterato) sono stata persino costretta ad assistere agli imbarazzanti monologhi di due boss della mala, soporiferi come non mai. Morfeo mi ha avvinta anche grazie alla storia d'amore che da il via a tutto, sarà perché tra Nicholas Hoult e Felicity Jones c'è la stessa alchimia che passerebbe tra il figlio buliccio di Immortan Joe e una femmina di wookie o perché la parrucca messa in testa all'attrice credevo l'avessero resa illegale dopo Pretty Woman, chissà, sta di fatto che mi sono ritrovata spesso e volentieri a ripensare all'amatissimo True Romance, a Cuore selvaggio, persino a Natural Born Killers, con coppie realmente portate alla follia da un colpo di fulmine bellissimo e coinvolgente, altro che 'sti due molluschi. Insomma, ho pensato talmente tanto ad altri film che alla fine me ne sono fatta uno nella mia testa e mi sono mezza addormentata, con buona pace di questo emulo fighètto di Fast and Furious dal quale vi consiglio di stare allegramente alla larga, soprattutto se siete fan di Hopkins e Kingsley (finiranno mai loro e De Niro di girare film a scopi alimentari? Speriamo!).


Di Nicholas Hoult (Casey Stein), Felicity Jones (Juliette Marne), Anthony Hopkins (Hagen Kahl) e Ben Kingsley (Geran) ho già parlato ai rispettivi link.

Eran Creevy è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Inglese, ha diretto film come Shifty e Welcome to the Punch - Nemici di sangue. Ha 41 anni.


Zac Efron, nonostante sia un povero pirla, ha comunque subodorato la stronzata e ha rifiutato il ruolo di Casey Stein, che è di fatto passato a Hoult (ma perché?) e lo stesso vale per Amber Heard, che ha lasciato cavallerescamente il posto alla Jones. Detto questo, se Autobahn - Fuori controllo vi fosse piaciuto recuperate True Romance che è molto ma molto meglio. ENJOY!

domenica 19 novembre 2017

Emelie (2015)

Spulciando il catalogo Netflix mi è capitato sotto gli occhi Emelie, diretto e co-sceneggiato nel 2015 dal regista Michael Thelin; nonostante fosse segnato come thriller/horror Mirco si è detto disponibile a farmi compagnia durante la visione quindi ho deciso di dargli un'occhiata, ahimé.


Trama: tre bambini vengono lasciati soli con la sostituta della babysitter, la quale si rivela una pazza di prim'ordine.



Avete notato con quale scazzo ho liquidato la trama? Bene, il motivo è che Emelie non è nulla più di quello che traspare da una sinossi così stringata, inutile ricamarci sopra come hanno fatto i ben due sceneggiatori (regista compreso) della pellicola per raggiungere un metraggio standard, aggiungendo cose insensate e vagamente perturbanti. Il quadro iniziale di Emelie è americano che più non si può: coppia sposata da N anni ha messo al mondo tre figli rinunciando a qualsiasi parvenza di relazione coniugale tranne il festeggiamento dell'anniversario di matrimonio. Ca**o, per i due quello è IMPORTANTISSIMO e non va dimenticato, nemmeno se il festeggiamento si limita ad una cena moscia durante la quale si parla di figli, babysitter e ci si scambiano regali graditissimi ma con l'incoolata subito dietro l'angolo (Sì, tranquillo, vai pure a vedere la partita per la quale avresti venduto un rene. Ma solo se ti porti dietro il figlio undicenne in piena crisi puberale, a-ha!). Il problema nasce dal momento in cui anche la babysitter di fiducia, conscia di doversi a sua volta portare avanti cercando presto un compagno col quale metter su famiglia, decide di uscire con un ragazzo e tirare il pacco ai coniugi disperati ma non prima di aver trovato loro una sostituta, Anna. Solo che Anna è in realtà questa Emelie che si spaccia per lei e non vi sto a dire i tripli salti carpiati fatti dagli sceneggiatori per far sì che in un quartiere grosso come il tabellone del Monopoli i due cretini non sappiano come sia fatta Anna e abbocchino all'inganno come due tonni. Comunque. Emelianna è diventata quasi pazza a causa di un'enorme perdita subita in passato e di una conseguente sterilità quindi esige un figlio e quale famiglia è meglio dei Thompson che ne hanno ben tre, uno più rompicoglioni, odioso e potenzialmente psicopatico dell'altro? Basterebbe che la tizia entrasse in casa, ne addormentasse due, si prendesse il meno peggio e tanti saluti, film finito. Invece, sempre per la questione del metraggio di cui sopra, Emelianna decide di traumatizzare a vita uno dei due "scartati" e di sviluppare le pulsioni sessuali dell'altro prima di rivelarsi a tutti (tranne al prescelto che, in quanto tale, non capirà un belino fino all'ultimo) come la pazza che è, in un crescendo di situazioni thriller talmente abusate che persino Mirco, pur non avezzo al genere, è stato in grado di prevederle.


A parte questa trama moscia, Emelie è proprio brutto o, meglio, non sa di nulla. Regia non pervenuta, addirittura da metà pellicola in poi è tutto girato in ambienti bui affossati da una fotografia televisiva (a un certo punto non si capisce una cippa di quello che succede perché, di fatto, non si vede nulla) e hanno tentato di mettere una pezza al tutto con un montaggio "spezzato", così da ravvivare un po' la faccenda e aumentare il senso d'inquietudine dello spettatore mostrandogli alternativamente la seratina dei genitori e la serataccia dei figli, ma il risultato è stato solo quello di spezzare anche la tensione. L'unica cosa vagamente intrigante è il diario di Emelie, zeppo di disegni inquietanti, ma si vede per qualche secondo o poco più quindi è un elemento trascurabile e di sicuro non rischia di influenzare positivamente un giudizio negativo. Quel che è peggio, la versione italiana di Emelie è fatta talmente male che stavolta mi rendo conto di non poter neppure dare un giudizio obiettivo sugli attori, i quali mi sono sembrati tutti mediamente cani, a partire da Sarah Bolger, carina ma insipida. Mettiamo da parte per un attimo i doppiatori scelti, monocordi a livello imbarazzante; quello che mi ha scioccata davvero è stato l'adattamento, completamente differente dai sottotitoli (messi perché fuori dalla stanza c'era un casino devastante e il volume del tablet non riusciva a sovrastarlo) evidentemente realizzati da utenti appassionati che poveracci non lo fanno di lavoro ma superano di diverse lunghezze i cosiddetti professionisti (sì, per la miseria, questo per me è un tasto dolentissimo). Un adattamento castigato, trattenuto, nemmeno ci si trovasse davanti a un film per famiglie, reso ancora più fastidioso da quel "cabbie" ripetuto mille volte e mai tradotto: porca zozza, una frase come  "il suo CABBIE" non si può sentire, Cabbie non è un nome proprio, piuttosto metti "cucciolo" come hanno fatto quelli che hanno realizzato i sottotitoli!!! Insomma, un enorme BAH, da tutti i punti di vista. Fossi in voi eviterei Emelie come la peste e se siete sposati e avete dei figli, per favore, non limitatevi a stare assieme solo una volta all'anno, dai!


Di Sarah Bolger, che interpreta Emelie, ho già parlato QUI.

Michael Thelin è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Probabilmente americano, al momento è al suo primo lungometraggio.


Se Emelie vi fosse piaciuto recuperate La mano sulla culla. ENJOY!


martedì 29 agosto 2017

Death Note (2017)

Oggi avrei voluto parlare di Amityville - Il risveglio ma siccome venerdì è uscito su Netflix il lungometraggio live action su Death Note, diretto dal regista Adam Wingard e tratto dal manga omonimo di Takeshi Obata e Tsugumi Oba, ho pensato fosse meglio scrivere due righe su questo scempio...


Trama: lo studente liceale Light Turner entra in possesso del cosiddetto "quaderno della morte" appartenente al Dio della morte Ryuk. Grazie al quaderno il ragazzo può uccidere le persone soltanto scrivendone il nome sulle pagine, così decide di utilizzare questo potere per eliminare i peggiori criminali della società... almeno all'inizio.


Allora, siccome Death Note è stato "liberamente tratto" dal manga omonimo, dal quale prende giusto lo spunto iniziale, non parlerò del film paragonandolo all'opera cartacea (Benché l'abbia letta. Più di una volta. E mi sia piaciuta molto. Tra l'altro ne ho parlato già QUI) ma come creatura a sé stante. Una creatura sciocca, che mescola ogni possibile cliché dell'horror adolescenziale per offrire in pasto allo spettatore una storia poco appassionante, dei personaggi da mettere al rogo dopo quindici minuti dall'inizio del film e persino una regia poco entusiasmante, cosa che francamente da Wingard non mi sarei mai aspettata. Le premesse sono le stesse del manga (ho detto che non avrei fatto paragoni ma alcuni fatti vanno comunque spiegati): un adolescente più intelligente della norma trova un quaderno zeppo di regole che permette di uccidere chiunque, a patto che vengano scritti sulle sue pagine nome e cognome della vittima tenendo ben a mente il suo volto. Padrone del quaderno, un Dio della morte dall'aspetto mostruoso e ghiotto di mele il quale, per motivi tutti suoi, sceglie di affidarlo a un umano e divertirsi a sue spese, rimanendo fondamentalmente a fare da spettatore mentre il nuovo proprietario del Death Note utilizza l'oggetto con tutte le conseguenze del caso. Detta così, è una premessa MOLTO intrigante. Un quaderno simile, se esistesse, potrebbe raddrizzare molti torti e togliere di mezzo persone deprecabili, che è poi lo scopo principale per cui viene utilizzato, almeno inizialmente, da Light, sia nel film che nel manga; da qui, è proprio interessante la riflessione che si viene a creare relativamente al CHI debba ergersi a giudice e boia dei propri simili e soprattutto per quale motivo, in virtù di quale superiorità morale, oltre ovviamente a domandarsi come reagirebbero le masse davanti all'esistenza di un Dio "Kira". Questo Dio che porta morte ai criminali verrebbe adorato oppure osteggiato? E ancora, quali crimini meritano o meno la morte? Ci sarebbe di che ragionarci per settimane, altro che un'ora e mezza, quindi per non sbagliare gli sceneggiatori della versione americana di Death Note hanno tagliato la testa al toro offrendo due minuti di sbrigativa riflessione e trasformando Light da anti-eroe tormentato sempre più folle... ad adolescente infoiato affamato di pilu, che giusto sul finale mostra un minimo della machiavellica e terrificante intelligenza della sua controparte cartacea.


Il Death Note di Netflix non si sviluppa come un thriller tesissimo dalle forti connotazioni poliziesche, bensì come un banalissimo horror dove il protagonista non è nemmeno tale, ma si limita a fare da marionetta alla vera psicopatica della situazione, la cheerleader Mia Sutton. Una tizia talmente cretina, signori miei, che sentendosi inutile in quanto cheerleader decide di consacrare la sua esistenza ad uccidere gente, arrivando ovviamente a scopazzarsi Light onde approfittare del quaderno. "Ti amo ma sono stronza quindi devi morire" rappresenta un ottimo riassunto della personalità di Mia, l'unica cheerleader col cervello di una tenia ma capace di mettere ko un agente dell'FBI nel picco più WTF dell'intera sceneggiatura, una sorta di "vorrei mettere in piedi una roba arzigogolata come farebbero i giapponesi ma non posso". Eccomi di nuovo a nominare il manga, lo so, sono una persona male, ma è una cosa che davvero non capisco. Agli sceneggiatori, giustamente o meno, non va di riproporre pedissequamente una cosa già portata al cinema dai nipponici ma sono attratti dal concept della vicenda in se? Va benissimo ma, perdiana, NON andatevi a impelagare con uscite cretine girando un film incomprensibile! Senza fare troppi spoiler, all'inizio il Dio Ryuk dice a Light che il quaderno non può garantire morti improbabili, per esempio far morire un tizio sul cesso masticato da uno squalo... ma il finale di Death Note E' improbabile a questi livelli, perché se non puoi controllare uno squalo fino a farlo finire negli scarichi, allora non puoi neppure controllare le pagine di un quaderno affinché vadano da sole ad incenerirsi nell'unica fiamma presente nei dintorni (oltre a mille altre "alterazioni di probabilità" da fare invidia alla Scarlet dei Vendicatori). E su. Se non siete capaci di creare qualcosa di nuovo e logico, chinate il capo e lasciate fare ai giapponesi, che ne sanno a pacchi.


La cosa imbarazzante è che gli americani hanno scelto di distaccarsi dal manga per quel che riguarda la trama ma hanno voluto dare comunque dei contentini ai fan (probabilmente rendendosi conto del fatto che gli stessi, soprattutto gli "estremisti", sono facilmente gabbabili), introducendo per esempio il personaggio del superinvestigatore L, che peraltro ha fatto infuriare gli estremisti di cui sopra già ai tempi del casting in quanto nero, classico esempio di chi si indigna per la pagliuzza senza vedere la trave. L è bellino, per carità, con l'attore più bravo del mucchio dotato di una fisicità perfetta, ma onestamente perché mai l'investigatore più abile del mondo dovrebbe impegnarsi tanto per un ragazzetto che manco sa allacciarsi le scarpe, soprattutto dopo averlo sgamato a metà pellicola? La rivalità tra Light e L, che nel manga è uno scontro di intelletti talmente raffinato da risultare scioccante, qui è fondamentalmente inutile e l'astio di L viene scatenato semplicemente dall'ennesimo, grossolano errore di Light e dalla stronzaggine congenita di Mia, sempre per l'assunto fondamentale che le cheerleader sono talmente autoconsapevoli della loro inutilità da scegliere di mettersi con lo sfigato della scuola (!!) dopo che quest'ultimo racconta loro di parlare con un essere mostruoso che vede solo lui e di poter ammazzare la gente con l'ausilio di un quaderno. Vabbè. E poi la scema era Misa Amane, poverella. Dell'intera baracca, in definitiva, salvo solo il sembiante e la voce di Ryuk. Va bene, il Dio della morte si vede poco, va bene che è fondamentalmente inutile pure lui (ma nel manga è anche più ignavo, quindi...) ma vederlo prendere a coppini verbali quel cretino di Light e soprattutto farlo con la splendida voce di Willem Dafoe è da applauso compulsivo. Per il resto, avrete capito che Death Note è davvero pochissima roba. Anzi, visto il risultato finale forse sarebbe meglio farsi una bella maratona di Final Destination, perlomeno lì ci sono morti fantasiose, gore e una stupidità accettabile e, soprattutto, all american. Non come in questo triste ibrido nippoamericano.


Del regista Adam Wingard ho già parlato QUI. Lakeith Stanfield (L), Willem Dafoe (voce originale di Ryuk) e Shea Whigham (James Turner) li trovate invece ai rispettivi link.

Nat Wolff interpreta Light Turner. Americano, ha partecipato a film come Colpa delle stelle. Anche compositore e produttore, ha 23 anni e quattro film in uscita.


Margaret Qualley, che interpreta Mia Sutton, aveva già partecipato al film The Nice Guys mentre Masi Oka, ovvero l'Hiro di Heroes, compare nel film nei panni del detective Sasaki ma è anche e purtroppo uno dei produttori dell'intera baracca; a proposito di produttori, la Warner Bros. ci aveva visto lungo e aveva abbandonato il progetto, che Wingard ha poi dirottato verso Netflix. Gli altri due che hanno capito quale schifezza sarebbe uscita sono i registi Shane Black e Gus Van Sant, che hanno abbandonato l'impresa. Detto questo, se vi interessasse approfondire il discorso Death Note sappiate che, oltre al manga edito in Italia da Planet Manga, esistono una serie animata giapponese del 2006 (che ha generato film TV quali Death Note Relight - Visions of a God e Death Note Relight 2 - L's Successors) e una serie di live action che comprendono il film Death Note (2006), Death Note: The Last Name (2006), L: Change the World (2008) e Death Note: Light Up the New World (2016) seguiti da una miniserie televisiva del 2016 intitolata Death Note: New Generation. Potete quindi guardare tutta questa roba, oppure l'intera saga di Final Destination. ENJOY!

venerdì 11 agosto 2017

Sharknado 5: Global Swarming (2017)

Come ogni anno è arrivato lo scotto da pagare: Sharknado 5: Global Swarming, diretto dal regista Anthony C. Ferrante, è uscito negli USA il 6 agosto con un battage pubblicitario da fare invidia a Dunkirk... e potevo quindi forse non guardarlo?? Leggete tranquilli, NON CI SONO SPOILER!


Trama: dopo aver trafugato un antico manufatto da Stonehenge, Fin e Nova scatenano sharknado in tutto il mondo...


Quando dico che non mi fido molto delle iperboli e dei giudizi definitivi, lo dico con cognizione di causa: a 15 minuti dall'inizio e fino a tre dalla fine, il quinto capitolo della saga creata dalla Asylum per me era "già il peggior Sharknado di sempre". Il che è vero, per carità, perché se dovessi fare un elenco di tutte le cose sbagliate di Global Swarming (dove per sbagliate intendo ANCORA PIU' rispetto agli altri episodi, salvo forse quell'orrore del secondo) scriverei un post fiume... il problema è che davanti ad un finale sborone, trash, sfacciato, terrificante, epico e commovente come quello concertato dagli sceneggiatori sono stata costretta a timbrare già il cartellino per l'appuntamento dell'anno prossimo e vergognarmi pubblicamente di aver anche solo PENSATO che la saga di Sharknado fosse finita. Ma non pensiamo al futuro, guardiamo al presente. Avevamo lasciato Fin e famiglia (il cui numero di membri varia a seconda dei mesi, credo) felici, contenti e lontani dagli squali ma ovviamente con la famiglia Shepard la tranquillità non può durare: pargolo alla mano, il nostro eroe e la iron woman April volano in Inghilterra per, credo, aiutare gli 007 inglesi a creare una task force anti Sharknado e lì Fin viene contattato da Nova per rinvenire un manufatto strettamente collegato con i tornado squaluti. Da lì, il delirio, tra Shark God, booby traps, teletrasporto e soprattutto il Global Swarming del titolo, che arriva a toccare una decina di diverse capitali mondiali, con tutti gli stereotipi del caso e con la solita, infinita ridda di citazioni, che quest'anno passano sfacciatamente da Indiana Jones (con intere scene e dialoghi presi di peso da I predatori dell'arca perduta) a 007 fino ad arrivare a... no, non ve lo dico, l'omaggio finale è talmente commovente che posso solo lasciarvi il gusto di scoprirlo. Oddio, sto però mettendo troppo affetto in questo post e giustamente voi vorrete leggere il solito elenco di insulti perché, mi preme sottolinearlo ancora una volta, nonostante la sboronaggine Sharknado 5 non è disgustosamente bello come il capitolo che lo ha preceduto, bensì brutto forte come il secondo, nonché zeppo di guest star a me totalmente sconosciute: ad interpretare la regina, per esempio, c'è un puchiaccone rifatto di nome Charo, che a rigor di logica dovrebbe essere la Raffaella Carrà americana. Agghiacciante su più livelli, ma di alcune delle altre mille guest star parlerò nel solito trafiletto a fine post.


La regia, solo per iniziare con qualcosa di semplice, è tornata a livelli imbarazzanti (non che li abbia mai abbandonati ma...) e non avete idea di quanti primi piani vengano sprecati sulle facce inespressive di Ian Ziering e Tara Reid. Soffermiamoci un attimo su quest'ultima, prima di cominciare a parlare di effetti speciali (LOL), sebbene persino Ian Ziering, protagonista di una delle scene "strappalacrime" più esilaranti di sempre, meriterebbe altro che un Razzie Award. Tralasciando la mise inguardabile sintetizzata in ciocche di capelli fucsia, lilla e bionde combinata ad un corpetto striminzito e uno di quei pellicciotti fucsia in pelo di Uan che vendevano da H&M, sono proprio i primi piani e, mai come quest'anno, le urla della Reid (a un certo punto persino in versione Super Sayan) ad offendere occhi e orecchie dello spettatore, anche il più ben disposto: definirla cagna maledetta è un'offesa alle povere cagne maledette, aggiungo solo che nei momenti topici la fanciulla è indecisa tra una resting bitch face, l'espressione di chi sta per vomitare e quella di chi ha dimenticato gli occhiali da sole quando l'astro celeste picchia secco contro il parabrezza dell'auto. Gli effetti speciali sono ai livelli degli anni precedenti, con gli squali che cambiano dimensione a seconda che debbano colpire o venire colpiti dal personaggio (alcuni spiaccicano le vittime al suolo, altri arrivano ad un metro dal protagonista prima di rimpicciolirsi così da venire colpiti e uccisi con un pugno, persino dal figlio di Fin) ma quest'anno hanno deciso di superarsi creando il cosiddetto Blob of Sharks, praticamente la versione radioattiva del banco di pescetti che aiutavano Dory e Marlin a cercare Nemo combinandosi in varie forme e, dovendo ambientare delle scene a Tokyo, non poteva mancare lo Sharkzilla (o Pokémon Go, se per questo) e neppure lo SHARKSAFARINADO. Don't Ask. Avrei ben due pagine di appunti con le quali corredare questo post ma avevo promesso niente spoiler quindi le terrò per me, nonostante siano esilaranti. L'unica cosa che mi sento di aggiungere è un plauso a chi ha creato i titoli di testa a cartoni animati, con Lilli e il Vagabondo versione squalo e alcune sequenze realizzate in stile anime, un coppino a chi ha deciso di ricreare il video di Lord of the Board con gli Offspring in sottofondo manco fossimo negli anni '90 e uno sputo ai "dialoghisti": roba come "London Bridge is Falling Down", "Same Shark Different Day", "We'll Make The World Great Again", "Che cavolo! Mamma mia!" messo in bocca a degli italiani e soprattutto "Forgive Me Father For I Am Fin (detto al PAPA. Al Papa, santo Cielo!!! E non vi dico chi è il Papa...)" non si può sentire. E poi, soprattuttamente, MANCA DAVID HASSELHOFF, cosa molto MALE, nonostante la guest star finale che... no, di questo non posso proprio parlare! All'anno prossimo, squaletti!


Del regista Anthony C. Ferrante ho già parlato QUI. Ian Ziering (Fin Shepard), Tara Reid (April Shepard) e Dan Fogler (Se stesso) li trovate invece ai rispettivi link.

David Naughton interpreta l'ambasciatore Kesler. Americano, lo ricordo per film come Un lupo mannaro americano a Londra e I gusti del terrore, inoltre ha partecipato a serie come Love Boat, La signora in giallo, Ai confini della realtà, MacGyver, Melrose Place, E.R Medici in prima linea, Grey's Anatomy e American Horror Story. Ha 67 anni e quattro film in uscita.


Ora, parliamo un po' di guest star e qui OCCHIO AGLI SPOILER. Oltre a gente a me ben poco conosciuta come il cantante dei Poison Bret Michaels e lo skater Tony Hawk nei panni di loro stessi, c'è l'ex comico del Saturday Night Live Chris Kattan nel ruolo di primo ministro inglese, la trekkie Nichelle Nichols in quello del Segretario Generale Starr, l'attore di Z Nation Russell Hodgkinson in quello di Steven Beck (che è poi lo stesso personaggio del telefilm), il presentatore Geraldo Rivera in quello del Dr. Angels, la campionessa olimpica di pattinaggio artistico Sasha Cohen, Olivia Newton-John assieme alla figlia Chloe Lattanzi, entrambe nei panni delle due dottoresse che rimontano April, il wrestler un tempo conosciuto come Johnny Nitro nel ruolo di Rodolfo, il modello Fabio in quello del Papa (Gesù...) e soprattutto lui... Dolph Lundgren nel ruolo più inaspettato di sempre, che ovviamente non spoilero in caso non abbiate tenuto conto dell'avvertenza di cui sopra. Aggiungo solo che il film è dedicato alla memoria di John Heard, comparso come guest star nel primo Sharknado e, nell'attesa che esca il sesto capitolo l'anno prossimo, vi comando di rinfrescarvi la memoria guardando i primi cinque episodi della saga più trash di sempre. ENJOY!

domenica 2 luglio 2017

Bedevil - Non installarla (2016)

L'estate è tornata, canta un garrulo Titty Ferro in radio, e con essa anche gli horrorucoli distribuiti nei cinema italiani, chissà perché. Uno di essi, uscito proprio questa settimana, è Bedevil - Non installarla (Bedeviled), diretto e sceneggiato dai fratelli Abel e Burlee Vang.


Trama: dopo la morte di una loro amica, un gruppo di studenti liceali si trova sul cellulare l'invito ad accedere ad una misteriosa app, inviato proprio dalla ragazza defunta. Bedeviled, questo il nome della app, comincia così ad insinuarsi nelle loro vite...



Dopo i cellulari, Facebook e la rete in generale, dovevano venire demonizzate in chiave horror anche le app, era solo questione di tempo. Bedevil - Non installarla, è un film che, come tutti i suoi cugini, prende di mira le brutte abitudini dei giovinastri d'oggi, ritratti come un branco di imbelli (chi più chi meno) che passano il tempo a smanettare con gli smartphone invece di socializzare normalmente come facevano gli esponenti della generazione precedente. Si limitasse solo a fare quello, Bedevil sarebbe anche un film simpatico, per quanto pesante come un preside che ti riprende perché stai correndo in corridoio: la veglia funebre dove tutti hanno il viso sepolto nello smartphone, la ragazzina che fulmina con lo sguardo la madre perché le chiede di "mettere via il telefono" in uno dei pochi momenti di dialogo (n.d.B., i genitori dei protagonisti non si vedono praticamente MAI. 'sti sgallettati vivono in ville hollywoodiane completamente vuote, dal mattino presto a notte fonda. Che cavolo di lavoro fanno mamma e papà??), il tizio di colore che vuole fare soldi grazie alle app, serate passate a riprendersi vicendevolmente con la videocamera del telefonino e battute come "I'll teach you the difference between a duckface and an asshole!!" sono tristi testimonianze di una civiltà che sta letteralmente scomparendo in un mare di minchiate tecnologiche e del progressivo suicidarsi dei neuroni mano a mano che l'età anagrafica diminuisce. E' anche normale quindi che i protagonisti siano cinque oloturie della peggior specie, gente che non comprende che se il pericolo viene dallo smartphone dovrebbero ragionevolmente stare tutti assieme e non isolarsi contattandosi tramite videochiamata o whatsapp, fa parte della presa in giro generazionale e lo accetto. Il problema è che Bedevil è un horror, non un grosso esperimento sociale riportato su video e un film simile, porca miseria, deve avere come obiettivo primario quello di far paura, POI quello di far riflettere, magari senza ricorrere a così tanto moralismo d'accatto.


Abbiamo così l'aspetto horror della vicenda, ovvero quello in cui la app Bedeviled rende reali le paure degli utenti e li uccide di crepacuore come faceva la buona Samara in The Ring. Ora, premesso che le paure dei cinque protagonisti sono una più scema dell'altra, vorrei soffermarmi sull'utilità di una app come Bedeviled: in pratica, al netto degli aspetti sovrannaturali che sono quanto di più raffazzonato sia mai stato trasposto sullo schermo (il demone a cui serve l'interfaccia di uno smartphone per palesarsi nella nostra realtà e quindi può attaccare UNA sola persona per volta, scoperto e diffuso da un nerd praticamente per sbaglio...) quando uno accende lo smartphone Bedeviled lo saluta, gli chiede come sta, a seconda dell'umore gli mostra video/foto carine e fa anche da navigatore, l'unica funzione utile della app a mio avviso. Ma che bisogno c'è di una app simile, spiegatelo a me che ho 36 anni e sono ignorante come una bestia! Che mi frega di venire salutata dallo smartphone appena mi sveglio, ma che tristezza! In più le cinque "eccellenze" ci parlano con questa app, le raccontano i fatti loro (ma non ti viene il dubbio che non sia un'applicazione normale?) e non ce n'è UNO che, una volta capito che Bedeviled fa come gli pare e potrebbe essere anche un virus, smetta di usare lo smartphone onde proteggere i propri dati sensibili. Niente, torno sempre a parlare della sceneggiatura cretina quando volevo parlare dell'aspetto horror. Il fatto è che, tra gente che muore fuori schermo, esseri con lo stesso sguardo stralunato del giudice Doom in Chi ha incastrato Roger Rabbit?, clown talmente male imbelinati che non fanno paura neppure a me (e ce ne vuole), versioni ciccione di Samara, nonne contorsioniste e demoni col papillon rosso c'è davvero poco di cui aver paura, se non vogliamo pensare al rischio che i Vang tornino a fare horror o Saxon Sharbino a recitare. Ormai sono più di dieci anni che guardo film in lingua originale e MAI mi era capitato di avere davanti un'attrice protagonista talmente cagna da non farmi capire una parola di quello che dice, complimenti! Siccome mi sto annoiando persino a scrivere il post, probabilmente una delle mie peggiori stroncature, concludo consigliandovi di NON assecondare i distributori italiani e non spendere neppure un euro per questa vile porcata: ho capito che è estate e al cinema ci va poca gente ma c'è un'infinità di horror migliori di questo che ancora aspettano di raggiungere i lidi italici. Vi basta solo spulciare i blog dove se ne parla!

Abel Vang e Burlee Vang sono i registi e sceneggiatori del film, entrambi americani di origine Hmong. Il regista di solito è Abel, che ha 33 anni, mentre Burlee, 35 anni, è alla sua prima esperienza dietro la macchina da presa. Entrambi sono anche produttori e stuntman.


Saxon Sharbino, che interpreta Alice, aveva già partecipato ai remake di Poltergeist e I Spit on Your Grave, mentre Brandon Soo Hoo, ovvero Dan, interpretava Scott Fuller nella serie Dal tramonto all'alba. Se questo genere di horror vi piace, recuperate Unfriended e Ratter: Ossessione in rete, al momento i migliori esponenti della categoria. ENJOY!

mercoledì 26 ottobre 2016

The Rocky Horror Picture Show: Let's Do the Time Warp Again (2016)

"I hope it's not meatloaf again!"
Cit. dell'unica battuta valida in TUTTO il film

Come sapete, amo farmi del male, perlomeno cinematograficamente parlando. E' solo questo il motivo per cui mi sono ritrovata a guardare The Rocky Horror Picture Show: Let's Do the Time Warp Again, film TV trasmesso qualche giorno fa su Fox e diretto dal regista Kenny Ortega.


Trama: i neo-fidanzati Brad e Janet rimangono in panne durante una notte di tempesta e trovano rifugio presso il castello del Dottor Frank-N-Furter, scienziato pazzo che proprio quel giorno sceglie di dare vita alla sua creatura... il muscoloso Rocky!


A mia discolpa devo dire che non avrei affrontato l'omaggio al Rocky Horror di Kenny Ortega neppure sotto tortura poi qualcuno, non ricordo chi, mi ha detto "Ma il Rocky Horror è fatto apposta per essere rivissuto, d'altronde nasce come spettacolo teatrale, quindi le reinterpretazioni sono sacrosante!". E io scema, memore di un paio di rappresentazioni teatrali durante le quali mi sono divertita come una matta (nonché immemore di una roba brutta e squallida come Descendants), ho concesso quindi una possibilità a Let's Do the Time Warp Again (l'appellativo di Rocky Horror Show non lo merita neppure per sbaglio), passando una serata all'insegna delle testate sul muro. Mi tolgo il dente parlando dell'unica cosa carina del film di Ortega, ovvero l'intenzione di portare in TV un omaggio al tipico spettacolo di mezzanotte che da anni rende la pellicola del 1975 un cult senza tempo: la canzone introduttiva Science Fiction/ Double Feature viene infatti cantata dalla sensuale "maschera" di un cinema situato all'interno di un castello e l'intera vicenda di Brad e Janet viene di fatto proiettata su uno schermo a beneficio di un pubblico di "adepti" i quali, di tanto in tanto, vengono inquadrati mentre seguono il manuale di comportamento conosciuto da ogni fan del Rocky Horror che si rispetti (mettendosi per esempio sulla testa il giornale durante l'esecuzione di Over at the Frankenstein Place). Salvo, al limite, anche l'interpretazione di Annaleigh Ashfort, la quale da vita ad una Columbia estremamente anni '80 e cafona fino al midollo, una rivisitazione che mi ha fatto schifo ma che, perlomeno, mostra un minimo di personalità. Se proprio devo essere generosa, faccio persino un plauso a costumisti e truccatori, ché tolta l'orrenda parrucca rosa shocking coi rasta di Magenta e i boxer di Rocky, in tutto quel trionfo di pailettes e kitsch c'è dal bello e del buono, fermo restando che i costumi originali erano ben più stilosi. Il resto merita di sprofondare nell'ignominia perpetua, nascosto per sempre agli occhi dei veri credenti da rotoli di carta igienica e sputi, sperando che bastino "a jump to the left and a step to the right" per spedirlo nell'iperspazio.


Cominciamo da ciò in cui sono meno ferrata, ovvero la musica. Mi perdonino gli esperti se parlo senza l'ausilio di tecnicismo alcuno ma il riarrangiamento dei brani di Richard O' Brien è mollo come la panissa, senza nerbo o ritmo, più virato in chiave pop/funk che rock. In poche parole? Laddove nel 1975 Wild and Untamed Thing mi faceva venire una voglia pazzesca di ballare, nel 2016 mi ha fatto sbadigliare senza ritegno e lo stesso vale per Hot Patootie e, ovviamente, il Time Warp. Non voglio nemmeno parlare di I'm Going Home e Superhero, due canzoni che nell'originale mi mettevano un magone infinito mentre qui sembrano giusto due pezzi buttati lì perché "si deve". Certo che ho pianto anche guardando Let's Do the Time Warp Again, ma grazie al pazzo: avete una vaga idea di cosa sia per me vedere Tim Curry che ancora non si è ripreso (anzi, non si riprenderà mai purtroppo) dall'ictus che lo ha colpito nel 2012? Vedere il mio adorato, dolce travestito che stenta a pronunciare le battute del Criminologo ma cerca lo stesso di portare a termine il lavoro con la sua solita professionalità e bravura? Cristo, a solo ripensarci piango come una fontana. A questo dolore dovete anche aggiungere la terrificante consapevolezza di tutti i coinvolti che MAI avrebbero potuto competere con gli interpreti originali, una presa di coscienza che si respira dalla prima all'ultima scena. L'unica a fregarsene leggermente è Laverne Cox ma, andiamo, siamo seri: vuoi per colpa del già citato riarrangiamento mollo, vuoi perché come donna il suo sembiante non mi attrae, ma come agente di caos sessuale 'sta donna è improbabile quanto potrei esserlo io, alla faccia di tutto il trucco e le mise stravaganti che potrei indossare (vi prego, se riuscite, confrontate il suo ingresso sulle note di Sweet Transvestite con quello di Tim Curry. Io non ce la faccio). Tuttavia, a parte il fatto che quando parla è incomprensibile, lei posso ancora accettarla, perlomeno ci prova, anche se pare più una reduce di Priscilla, la regina del deserto che Frank-N-Furter. Il resto del cast invece è imbarazzante, tutti impegnati in una recita scolastica improntata sull'imitazione dei modelli originali (per esempio il Riff Raff di Reeve Carney cambia voce quando passa dalla prosa al canto perché non riesce a mantenere l'intonazione strascicata di O' Brien) oppure sulla distruzione totale degli stessi (a me va bene tutto ma il Dottor VON Scott NERO?? Col nipote bianco per di più! E a proposito di Eddie, caro, perché ti hanno trasformato da motociclista "zombie" a membro dei Tokyo Hotel? Mah...). Se io penso che al mondo ci sono miriadi di compagnie teatrali serie capaci di portare in scena il Rocky Horror Show con competenza, passione e persino la capacità di raccontare qualcosina in più rispetto al film originale mentre alla Fox si sono accontentati di 'sta schifezzuola mi sale il raggio della morte, davvero. Ortega, perché non ti impegni in qualcos'altro di più consono alla tua abilità di regista, produttore e coreografo, come per esempio raccogliere patate nei campi?

Tim, ti voglio bene lo stesso.
Del regista Kenny Ortega ho già parlato QUI mentre Tim Curry, che interpreta il Criminologo, lo trovate QUA.

Laverne Cox (vero nome Roderick Leverne Cox) interpreta Frank'n'Furter. Americana, ha partecipato a serie come Orange is the New Black. Anche produttrice e sceneggiatrice, ha 44 anni e un film in uscita.


Reeve Carney, che interpreta Riff Raff, ha partecipato alla serie Penny Dreadful nei panni di Dorian Gray mentre Christina Milian, che interpreta Magenta, è la tizia che cantava la sigla di Kim Possible. Detto questo, cancellate dalla memoria il mio post e soprattutto quest'aberrazione e recuperate il prima possibile il vero, unico The Rocky Horror Picture Show. ENJOY!

Aggiungo una parentesi: il Rocky Horror Picture Show l'avevano omaggiato meglio persino gli EELST all'epoca di Mai dire gol. Sigla!!!




venerdì 14 ottobre 2016

Creep (2014)

Non so neppure io come sia finita, qualche sera fa, a guardare Creep, diretto e co-sceneggiato nel 2014 da Patrick Brice, eppure me ne pento ancora adesso, tanto che alla pellicola non dedicherò più di un paragrafo.


Trama: un cineamatore risponde all'annuncio di un uomo che sta morendo di cancro e vorrebbe che venisse filmato un giorno della sua vita a beneficio del figlio non ancora nato. Ovviamente, la cosa non è così semplice ed innocente come appare..


Ho deciso di non mettere nemmeno una foto della faccia di Duplass
Ormai è definitivo, già DETESTAVO Mark Duplass e la sua faccetta da caSSo, ora lo schifo anche come sceneggiatore. Creep è uno dei thriller che mi ha ammorbata di più in vita mia, talmente noioso e prevedibile che dopo cinque minuti avevo già capito come sarebbe andata a finire la vicenda, un'ora e mezza di vuoto cosmico in versione (mannaggialapupazza) found footage, quindi ancora più camurrioso di una pellicola normale. In pratica, per più di metà film si vede Mark Duplass nei panni di un personaggio palesemente rincoglionito che cerca di convincere chi sta al di là della telecamera, ovvero Patrick Brice nei panni del cineamatore Aaron, di essere semplicemente un po' strano, purtroppo malato terminale, con tanto bisogno di mostrare al figlio non ancora nato pezzi della sua triste ed inutile vita; il risultato è l'imbarazzante visione di Duplass che finge di fare il bagno ad un bebé all'interno di una vasca da bagno (giuro), che corre su per sentieri di montagna cercando laghetti a forma di cuore (davvero), che indossa maschere da lupo e che confessa cose fuori dal mondo al povero cineamatore il quale, bontà sua, alla fine della giornata comincia a sentire puzza di bruciato. Il resto della pellicola rientra nel novero dei thriller a base di stalker con qualche, e sottolineo solo qualche, momento spaventevole provocato al 90% dalla stupidità di personaggi incapaci di convincere efficacemente le forze di polizia ad aiutarli oppure da Mark Duplass che si nasconde nel buio prima di balzare davanti alla telecamera facendo "BUH!!!" per poi aggiungere "scusa ma ho uno strano senso dell'umorismo". No, non è strano, sei semplicemente un imbecille e se fossi stata in Aaron ti avrei gettato nel laghetto a forma di cuore dopo cinque minuti o annegato nella vasca da bagno dopo averti fatto inghiottire le paperelle invece di passare le notti a riprendermi con la telecamera raccontando di incubi infestati dalla faccia da peerla di Mark Duplass. Per pietà, che non mi capiti mai più un film simile davanti e voi, poveri lettori innocenti, state alla larga da Creep.

Mecojoni!
Del co-sceneggiatore Mark Duplass, che interpreta anche Josef, ho già parlato QUI.

Patrick Brice è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, inoltre interpreta Aaron. Americano, ha diretto film come The Overnight. Anche produttore, ha 33 anni e due film in uscita tra cui Creep 2, che ha appena cominciato a girare, mortacci sua.


A quanto pare, siccome Creep è stato in gran parte improvvisato e rivisto a seconda delle reazioni della povera gente a cui veniva mostrato mano a mano che le riprese proseguivano, del film esistono una marea di finali alternativi e non solo, purtroppo la pellicola dovrebbe essere la prima di una trilogia. Gesùmmaria. Intanto che aspettiamo tutti col fiato sospeso, se Creep vi fosse piaciuto recuperate Regali da uno sconosciuto - The Gift. ENJOY!




venerdì 1 luglio 2016

Jem e le Holograms (2015)

Nonostante la pioggia di guano lanciatagli addosso praticamente da qualsiasi blog e sito specializzato americano, in questi giorni ho deciso di farmi del male e guardare Jem e le Holograms (Jem and the Holograms), diretto nel 2015 dal regista Jon M. Chu.


Trama: Jerrica Benton, orfana ed ospite della zia Bailey insieme alla sorellina Kimber, viene scoperta come cantante grazie ad un video caricato su You Tube e presa sotto l'ala protettrice della discografica Erica Raymond. Assieme a Kimber e alle sorellastre Aja e Shana, la giovane Jerrica scala le classifiche col nome d'arte di Jem ma non è tutto oro quello che luccica...


Ho tanto male al cuore, dico davvero. Sì, questo sarà uno di quei post nostalgici e noiosi da trentenni che ormai si sono visti massacrare i miti d'infanzia in ogni modo possibile immaginabile, sopportate. Stavolta è toccato alla "Truly Outrageous" Jem e alle sue compagne Holograms, simpatico branco di strappone anni '80 con la passione per il rock alle quali bastava accedere al computer Synergy e toccare un paio di iconici orecchini per trasformarsi nella band del momento, venire completamente stravolte a beneficio di un pubblico di bimbiminkia che 99 su 100 non sentivano neppure la mancanza di un simile revival. Nella serie animata Jerrica Benton era un'orfana che cercava di riscattare la casa discografica del padre e contemporaneamente mantenere l'orfanotrofio da lui finanziato grazie appunto al successo come cantante ottenuto nei panni di Jem, identità segreta persino al suo fidanzato (che, guarda caso, ad un certo punto si innamorava di entrambe), e in ogni episodio c'erano scontri all'ultima nota col gruppo rivale, le Misfits, appoggiate dalla casa discografica del viscido Eric Raymond, intenzionato a rubare a Jerrica l'eredità del padre ed ex socio. Se gli sceneggiatori avessero mantenuto lo scheletro di questa semplicissima trama, magari buttando il tutto sul trash caciarone, sicuramente sarebbe venuta fuori una ciofeca perlomeno simpatica, invece hanno scelto di gettare tutto alle ortiche e creare un'apologia dei cantantucoli (qualcuno ha detto Justin Bieber?) che diventano fenomeni istantanei grazie a YouTube. Ora, io non dico che il mondo degli Youtubers sia una delle piaghe che affligge l'umanità moderna, sebbene lo pensi, però non è che adesso ogni strepponetta che si infila in testa una parrucca rosa, miagola al microfono accompagnandosi con una chitarra acustica e gioca con due luci in croce possa diventare automaticamente una star. Non è plausibile e non è un messaggio che deve passare alle ragazzine assetate di fama!! La vecchia Jem è stata sostituita da una mocciosa di provincia che un giorno si ritrova famosa in virtù di questo orrido video caricato su internet e, non si sa per quale motivo, riesce a diventare l'idolo pop di ogni singolo adolescente. La cosa potrebbe anche andarmi bene se non fosse che la mocciosa, di fatto, è capace solo di cantare tre canzonette gnegne in croce (lo stile è quello di una Taylor Swift d'accatto), per il resto fa tutto la cattiva della situazione, tale EricA Raymond, che le da soldi, trucco, parrucco, maestri di canto, coreografi, scenografi, stilisti e persino un figlio da limonare: alla faccia del talento di Jem e della cattiveria di Erica! Quindi se cercavate PERLOMENO un inno alla self-made woman cascate davvero male.


Ad aggiungersi a questo concentrato di Male puro, fatto di ragazzine orfane che cantano insieme in armonia come modo per sedare i litigi, cacce al tesoro strappalacrime effettuate infangando il buon nome di Synergy, carognate perdonate dopo due secondi, battute talmente vecchie da risalire nemmeno agli anni '80 ma direttamente ai '50, musiche di melma che si dimenticano dopo due minuti (per fortuna), umorismo d'accatto e attricette di rara bruttezza, c'è pure la beffa di NON vedere le Misfits asfaltare le Holograms a colpi di schitarrate punkabbestia o metallozze. No, dico, mi fai un film su Jem e releghi le Misfits ad inutile contentino finale e, peggio ancora, non usi neppure UNA delle canzoni dell'epoca, hit indimenticabili come Gimme!Gimme!Gimme! oppure Shrangri-La? Voi direte, ma almeno la regia? No, nulla. Essendo Jem e le Holograms un inno al vuoto cosmico e alla mancanza di neuroni, il regista John M. Chu ha pensato bene non solo di inserire riferimenti ai social praticamente ovunque, mescolando l'azione a testimonianze video riprese in soggettiva, al 90% realizzate sfruttando dei veri fan della serie Jem e le Holograms (quegli stessi fan che probabilmente dopo aver visto il film gli avranno bruciato la macchina), ma persino di sfruttare la musica creata dagli Youtubers per sottolineare alcuni passaggi del film, come per esempio gente che batte le mani a tempo per indicare momenti concitati e così via. Le parole non riescono a spiegare la bruttezza di questo espediente ma, fidatevi, è davvero una cosa orribile a vedersi. E capisco che il regista si sia fatto le ossa con roba tipo Step Up o i documentari sul già citato Justin Bieber ma affidare il progetto a gente più capace e meno votata allo stile bimbominkia pareva così brutto? Sulle attrici stendo un velo pietoso, vabbé. Il miscasting era evidente già nella scelta di mettere delle ragazzine al posto di un gruppo di ventenni magari più grintoso e meno imberbe ma arrivare a convincere il pubblico che quelle quattro sciacquettine dai capelli colorati possano avere anche solo che un briciolo di carisma è davvero una ilusion en vuestro pensamiento, scusate la citazione colta. Se la cava, ed è una frase azzardata, soltanto la povera Juliette Lewis la quale, giustamente, sceglie di caricare il personaggio di Erica Raymond fino all'inverosimile, rendendola grottesca quanto il risultato finale del film ma ben più gradevole e dignitosa, per quanto possa esserlo un'attrice ormai rovinata dalle droghe e dal chirurgo plastico. Per citare l'immortale bardo, quindi: "amo finito? Finito finito? .... Mavvaaaffff*** te, John M.Chu, la Hasbro e soprattutto Jem e le Holograms!".

Sì, selfati sto katso.
Di Juliette Lewis, che interpreta Erica Raymond, ho già parlato QUI.

Jon M. Chu è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Step Up 2 - La strada per il successo, Step Up 3D, G.I.Joe - La vendetta e Now You See Me 2. Anche produttore, sceneggiatore e attore, ha 37 anni e dovrebbe dirigere il prossimo capitolo della saga Now You See Me.


Molly Ringwald interpreta zia Bailey. Americana, ha partecipato a film come Sixteen Candles - Un compleanno da ricordare, Breakfast Club, Killing Mrs. Tingle e a serie come Il mio amico Arnold, L'ombra dello scorpione e Medium. Ha 48 anni.


Aubrey Peeples, che interpreta Jerrica, era stata la figlia di Fin nel primo Sharknado (a proposito, a fine luglio esce il quarto capitolo!!), prima di venire sostituita da Ryan Newman mentre Ryan Guzman, ovvero Rio, era nel cast della sfortunata Heroes Reborn nei panni di Carlos Gutierrez; nella scena post credit compare anche quella raffinatona di Kesha, fan della serie, nei panni di una Pizazz particolarmente tramp. Jem e le Holograms è talmente un film disgraziato che la creatrice della serie originale, Christy Marx, non è stata neppure interpellata prima della sua realizzazione ma in compenso sia lei che le doppiatrici del personaggio principale compaiono in dei piccoli camei. Detto questo, se il film vi fosse piaciuto vergogna! e recuperate immantinente la serie del 1985. ENJOY!

In conclusione....

venerdì 18 dicembre 2015

Alone in the Dark (2005)

Tutto comincia da una cartella denominata "Serata Trash!", donatami dall'amico Dario parecchi anni fa. Complice tutta una serie di fattori non ho mai avuto il coraggio di aprirla finché, qualche mese fa, non ho cominciato con Pomodori assassini e, tra gli altri titoli, ho notato un nome ripetuto parecchie volte: Uwe Boll. Consapevole di stare per inoltrarmi nella peggio monnezza ho deciso di guardare Alone in the Dark, diretto appunto da Boll nel 2005 e tratto dall'omonimo videogame anni '90. Mamma mia.


Trama: Edward Carnby è un detective dell'occulto dall'oscuro passato che, un giorno, si ritrova a dover affrontare terribili mostri desiderosi di invadere il nostro mondo...


Che è il massimo sforzo che otterrete da me per quel che riguarda la stesura di una trama, poiché dopo due giorni di Alone in the Dark non ricordo altro che il sonno. Anzi, anche per darvi un'idea del poco tempo a mia disposizione per scrivere i post vi comunico che dalla stesura della riga precedente è passata addirittura una settimana e non so davvero cosa diavolo scrivere sul film di Uwe Boll tranne che fa davvero schifo. Già a mio parere non è una mossa saggia partire da un videogioco per girare un film horror però poi penso che, effettivamente, Silent Hill non era venuto male, anzi. Il problema è che Alone in the Dark come film (al videogame non ho mai giocato quindi non posso giudicare) è la quintessenza della banalità, della noia, del già visto, del "e ti pare una scena d'azione quella??": tutto ruota attorno ad un'organizzazione segreta che gestisce le minacce paranormali, soprattutto quelle aberrazioni scheletriche di cui non ricordo il nome che tentano di invadere la Terra e che uno scienziato ha cercato di incrociare, aiutato da una suora (!!!) con dei bambini. Il risultato saranno adulti zombizzati e un Christian Slater che è mezzo incrociato mezzo no quindi rimarrà bello fresco per tutto il film, ad aiutare l'organizzazione a distruggere gli orridi mostri. In quasi tutte le scene del film ci saranno dunque dei personaggi che "Soli Nel Buio" si ritroveranno, fucile alla mano, a sparare contro i mostrilli che un po' si vedono un po' non si vedono in quanto capaci di mimetizzarsi nelle tenebre fino a scomparire: avete idea di quanto sia bello vedere attori incapaci a recitare che corrono fingendo che ci sia qualcosa di cattivissimo e sanguinario alle loro spalle? Se non lo sapete, guardate Alone in the Dark e ve ne farete un'idea! Ma non è questo l'unico difetto del film, eh no.


Accanto ad una trama noiosissima ed inutilmente complicata (tanto che i realizzatori hanno dovuto aggiungere lo spiegone scritto in sovrimpressione all'inizio perché dopo le prime proiezioni il pubblico aveva difficoltà a capire) e ad attori cagnacci (credo che Stephen Dorff e Christian Slater abbiano semplicemente staccato il cervello, Tara Reid non ne ha mai avuto uno, nemmeno ai tempi di American Pie, ma almeno in Alone in the Dark non è ancora rifatta o in botta come in Sharknado) c'è la regia di Uwe Boll e mi spiace solo che il suo cognome sia così simile al mio. Potevo "quasi" sorvolare sulla trashissima scena di sesso tra la Reid e Slater, preceduta da un attacco di 7 Seconds così smaccato che mancava solo il filtro sfumato in fase di montaggio, ma le oscene battaglie contro i mostri, zeppe di immagini statiche illuminate dal flash dei fucili mentre gli attori stanno fermi ad urlare come dei dementi, o il vilipendio all'Aldilà Fulciano durante il pre-finale (è stato vilipeso persino Alien 2 sulla terra, vi pare possibile????) sono stati troppo anche per me. Ho giusto apprezzato la presenza di Wish I Had an Angel dei Nightwish, anche troppo bella per i titoli di coda di una rumenta simile: vi dico solo che ho continuato a fissare inebetita lo schermo scuotendo la testa finché non è finita, cercando di purgarmi la mente dall'orrore "cinematografico" appena conclusosi. Alone in the Dark ha avuto un seguito e la filmografia di Boll è praticamente sterminata ma seguirò il consiglio dell'amica Lucia e cancellerò dalle mie proprietà qualsiasi cosa sia legata anche solo lontanamente a questo regista. Per me l'esperienza Boll finisce qui!


Di Christian Slater (Edward Carnby), Tara Reid (Aline Cedrac) e Stephen Dorff (Richard Burke) ho già parlato ai rispettivi link.

Uwe Boll è il regista della pellicola. Tedesco, ha diretto film come House of the Dead, Bloodrayne, In the Name of the King e Rampage. Anche produttore, sceneggiatore e attore, ha 50 anni e due film in uscita.


La recensione più bella del film l'ha scritta tale Blair Erickson, autore non accreditato della prima bozza di sceneggiatura, dopo che Uwe Boll ha deciso di cambiare lo script per farlo assomigliare più ad un action che a un thriller. Ecco la traduzione di quello che ha scritto Erickson sul sito Somethingawful.com, una roba da facepalm definitivo: "La sceneggiatura originale di Alone In the Dark era stata scritta come la storia vera di un investigatore privato che scopriva un inquietante segreto paranormale nascosto dietro alcuni casi di persone scomparse. La storia veniva raccontata attraverso gli occhi di uno scrittore che era arrivato a collaborare con Edward Carnby durante la stesura di un romanzo e i due erano descritti come normalissime persone che non si sarebbero mai aspettate di incontrare nel buio degli esseri orribili. Abbiamo provato a rimanere fedeli allo stile di H.P. Lovecraft e al videogioco originale, decisamente meno hi-tech, cercando di tenere l'orrore nell'ombra, così che lo spettatore non vedesse mai di preciso ciò che aspettava nel buio i protagonisti. Per fortuna, il Dott. Boll è riuscito ad ingaggiare la sua fedele cricca di mestieranti per realizzare in tempo zero qualcosa di molto meglio della nostra storiella del cavolo e aggiungere un sacco di elementi terrificanti nonché indispensabili per un film horror, come portali che si aprono su dimensioni alternative, stupide archeologhe bionde, scene di sesso, scienziati pazzi, cani-mostro grondanti slime, forze speciali create per combattere cani-mostro grondanti slime realizzati in CG, Tara Reid, sparatorie in slow-motion stile "Matrix" e inseguimenti in auto. Ah già, e anche un prologo di dieci minuti il cui testo scorre sullo schermo ma viene anche letto a voce alta a beneficio degli spettatori analfabeti, ovvero gli unici che sono riusciti a bypassare tutte le critiche negative. Cioè cazzo, Boll sì che sa cosa fa davvero paura". Date un Nobel a quest'uomo!!! E se, inaspettatamente, Alone in the Dark vi fosse piaciuto, sappiate che c'è anche un Alone in the Dark 2: nonostante (o forse proprio a causa della) presenza di Lance Henriksen, Danny Trejo e Bill Moseley non garantisco la pregevolezza dell'opera ed evito di guardarla. ENJOY!





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