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mercoledì 23 luglio 2025

Incubo finale (1998)

Siccome ho fatto trenta, prima della visione del reboot di So cosa hai fatto ho deciso di riguardare Incubo finale (I Still Know What You Did Last Summer), diretto nel 1998 dal regista Danny Cannon. Il reboot dovrei averlo visto ieri ma da domani sarò a Roma, quindi probabilmente ne parlerò martedì prossimo, tanto so che non tratterrete il fiato nell'attesa di conoscere la mia opinione! 


Trama: un anno dopo gli eventi del primo film, Julie è ancora traumatizzata dal ricordo di Ben Willis e il suo rapporto con Ray è diventato burrascoso. Per tirarle su il morale, l'amica Karla decide di portarla con sé dopo avere vinto un viaggio alle Bahamas, assieme al suo ragazzo Tyrell e all'amico Will, innamorato di Julie. Nel resort, però, cominciano ad accumularsi i cadaveri per mano di chi sembrerebbe proprio Ben Willis redivivo...


Di cos'è successo quando sono andata al cinema a vedere Incubo finale ho già parlato QUI, non starei a ri-raccontarvi l'aneddoto. Diciamo che se avessi guardato So cosa hai fatto prima del suo sequel magari mi sarei divertita di più all'epoca, cosa che ho fatto ora, ma forse non per i motivi che pensate. Anzi, probabilmente non sarebbe andata così, perché non avrei avuto il senso dell'umorismo adatto e "il senno di poi" che mi hanno portata a prendere Incubo finale per la cazzata mortale che è, un film pieno di momenti cringissimi e nato solo per amor di sequel. Se ci riflettete, So cosa hai fatto finiva con Julie nella doccia che veniva attaccata da un Ben Willis che, giustamente, le aveva detto come ultima cosa di "controllare sempre che i morti siano tali", o una cosa del genere. Per dare plausibilità a un seguito, quell'ultima sequenza viene considerata un incubo, e il nuovo film si apre dunque con un altro incubo, cosa che ha reso la vita molto facile ai titolisti italiani, benché malvagi come il loro solito. Quindi, Julie è ancora traumatizzata dagli eventi accorsi negli ultimi due anni (in realtà tutto è cominciato due estati prima, ma il killer se l'è legata al dito, perché lui sa ANCORA cos'ha fatto l'estate scorsa. Mollaci, per Dio.) e continua a non dormire per colpa dei brutti sogni. Per lo stesso motivo, rifiuta di tornare nella cittadina di pescatori dove, invece, è rimasto Ray; il rapporto va male perché lei non torna a casa e lui non ha il belino di andare a trovarla, e la nuova migliore amica di Julie non perde occasione per consigliarle, giustamente, di mandarlo al diavolo, ché lei è fidanzata con un coglione malato di figa, quindi massima esperta in fatto di fidanzati. In tutto questo, ciccia fuori il terzo incomodo, Will, tanto caruccio e con una crush enorme per Julie, e l'occasione per una svolta sentimentale arriva quando Julie e Karla vincono un viaggio alle Bahamas rispondendo telefonicamente a una domanda stupidissima. In realtà, il vero nemico di Julie e Karla è il sistema scolastico americano, quindi gli spettatori mangiano la foglia e loro no, col risultato di correre felici alle Bahamas a fine stagione, e di trovarsi in un resort deserto, flagellato dalle tempeste tropicali, con personale scazzato; in pratica, la riserva di caccia personale del "killer dell'uncino", che riserverà a Julie non solo tanto dolore e paura, ma anche un sacco di Carràmbate, ché Incubo finale è peggio di Beautiful.


Quello che a me non piace della saga (ma magari il nuovo film mi smentirà) è che, a differenza di quanto succedeva a Sidney in Scream, Julie non evolve e Ben lasciamo pure perdere, era inutile nel primo e qui è proprio l'apice della futilità. Però, c'è da dire che Julie sa scegliersi bene le migliori amiche perché, nonostante i gusti discutibili in fatto di uomini, Karla è tosta, simpatica, nonché l'unico personaggio principale che non avrei voluto vedere morto fin dall'inizio. Brandy avrebbe meritato sicuramente più credito come attrice,  perché qui, pur interpretando la tipica ragazza di colore sassy e sensuale, mostra carisma da vendere ed eclissa spesso e volentieri la protagonista. Ciò non accade, invece, per la marea di guest star sfruttate malissimo. Jeffrey Combs compare dieci minuti nei panni di addetto alla reception talmente scoglionato che potrebbe venire nominato ligure ad honorem, Bill Cobbs funge da momentaneo "sospetto" in un omaggio al voodoo che non viene sfruttato se non come nota di colore, e Jack Black... beh, cosa vuoi dire a Jack Black, oltre a "Cristo se sei imbarazzante"? Parrucchetta rasta di ordinanza, una canna o un bong perennemente in mano, umorismo dozzinale, l'attore sembra pronto per una comparsata in Scary Movie, più che in uno slasher "serio", e non sorprende che il suo nome non venga citato nei titoli; anche cercando sul web, troverete solo delle speculazioni sul motivo di questa scelta, ma le ipotesi puntano maggiormente su assennati consigli di manager vinti da vergogna, e non riesco a dare loro torto. L'unico motivo per cui mi sentirei di consigliare Incubo finale, al netto di un paio di momenti splatter ben riusciti, è per concludere in bellezza una serata ad alto tasso alcolico dove ridere fino a stare male della dabbenaggine dei protagonisti (la sequenza del lettino abbronzante è un capolavoro di nonsense) e delle arrampicate sugli specchi dello sceneggiatore Trey Callaway, ma la vita è oggettivamente troppo breve, meglio utilizzare tempo prezioso per qualcosa di più interessante!


Di Jennifer Love Hewitt (Julie James), Freddie Prinze Jr. (Ray Bronson), Bill Cobbs (Estes), Jeffrey Combs (Mr. Brooks), John Hawkes (Dave) e Jack Black (non accreditato, interpreta Titus Telesco) ho parlato ai rispettivi link.

Danny Cannon è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Dredd - La legge sono io ed episodi di serie quali CSI: Miami, CSI - Scena del crimine e Gotham. Anche sceneggiatore e produttore, ha 56 anni. 


Brandy
(vero nome Brandy Rayana Norwood) interpreta Karla Wilson. Americana, famosissima come cantante, ha partecipato a film come The Front Room e a serie quali Sabrina vita da strega e 90210. Anche produttrice e sceneggiatrice, ha 46 anni.


Mekhi Phifer
interpreta Tyrell. Americano, lo ricordo per essere stato il Dr. Pratt di E.R. Medici in prima linea. Ha partecipato a film come Clockers, Girl 6, Shaft, O come Otello, 8 Mile, Honey e L'alba dei morti viventi. Anche produttore e regista, ha 51 anni. 


Jennifer Esposito
, che interpreta Nancy, è l'ex moglie di Bradley Cooper. A Peter Jackson era stato chiesto di dirigere il film ma ha rifiutato, immagino perché dopo The Frighteners aveva qualcosa di più epico per la testa. Incubo finale è il seguito diretto di So cosa hai fatto, la saga è continuata poi con Leggenda mortale, col reboot uscito da qualche giorno in sala e con una serie che potete trovare su Prime Video, So cosa hai fatto. ENJOY!

venerdì 21 luglio 2023

Un gelido inverno (2010)

Ho deciso di togliere un po' di polvere alla mia collezione di DVD e uno dei film che non avevo ancora visto né recensito è risultato essere Un gelido inverno (Winter's Bone), diretto e co-sceneggiato nel 2010 dalla regista Debra Granik partendo dal romanzo omonimo di Daniel Woodrell.


Trama: la diciassettenne Ree vive con la madre catatonica e un fratellino e una sorellina molto più piccoli. La loro vita già complicata viene sconvolta dalla notizia che il padre spacciatore è scomparso dopo avere impegnato casa e terreni per pagare la cauzione, quindi Ree è costretta a mettersi a cercarlo affrontando la pericolosa omertà della gente del luogo...


Non ricordo assolutamente perché avessi acquistato Un gelido inverno, se non per qualche mega offerta credo del Libraccio, ma sono contenta di averlo fatto. Un gelido inverno, infatti, è uno di quei thriller poco eclatanti ma interessantissimi, che giocano interamente di atmosfera e traggono tutta la tensione dalla costruzione certosina dei personaggi e dei rapporti che intercorrono tra loro. Non guasta, inoltre, che il film sia ambientato nella regione dei monti Ozark, in un'America rurale che non viene rappresentata spesso nelle opere di finzione se non quando servono mostri o note di colore in aperto contrasto con la "bontà" di personaggi provenienti da zone più ricche; in Un gelido inverno sono tutti poveracci ignoranti scappati di casa, la protagonista in primis, e non c'è modo di distinguere i buoni dai cattivi in una società fatta solo di zone grigie, dove la gente si arrabatta come può per sopravvivere. Ree questo lo sa bene e lei stessa cerca di garantire la sopravvivenza (e una vita per quanto possibile sana e dignitosa) sua e dei fratellini a fronte di una madre malata e di un padre spacciatore, scomparso dopo che qualcuno ha pagato la cauzione per farlo uscire di prigione. In una realtà di vicini e mezzi parenti impegnati in ogni genere di attività illegale, che si prodigano per fornire viveri e a volte anche soldi a Ree e alla sua famiglia, la protagonista arriva a scontrarsi con un'inaspettata omertà proprio nel momento in cui si ritrova ad aver bisogno di rintracciare il padre, pena la perdita di casa e terreni. Il duro rifiuto di queste persone pericolose e schive non scoraggia però Ree che, come "il cane che scava cercando un osso d'inverno" (da qui il titolo originale) si arma di testardaggine e coinvolge lo spettatore in una difficile indagine scandita dalla disperazione di vedere i giorni passare e le opzioni assottigliarsi, così come le speranze di ritrovare Jessup, con l'aggravante di trovarsi davanti dei muri sempre più invalicabili e persino il rischio di perdere la vita a causa di una parola di troppo detta alla persona sbagliata.


La regia di Debra Granik ripropone in toto questo mondo gelido e duro, spesso squallido, attraverso inquadrature prive di fronzoli e degne di un western, perché di fatto Ree è un'eroina solitaria suo malgrado, costretta a duellare con gente infida e imbruttita dalla vita, spesso ai margini di una legge ambigua; anche la fotografia rispecchia alla perfezione il grigiore degli abitanti degli Ozark e il loro legame con la natura difficile dell'ambiente che li circonda, tra tocchi di marrone e verde cupo che richiamano i boschi, le paludi e le montagne in cui Jessup potrebbe nascondersi. Nonostante questa messa in scena non proprio accattivante, l'attenzione dello spettatore viene tenuta desta da dialoghi taglienti, personaggi ben scritti e, soprattutto dagli attori che sfruttano gli ampi silenzi per veicolare più di mille parole. Jennifer Lawrence, che come sapete non è una delle mie attrici preferite, qui offre un'interpretazione giustamente nominata agli Oscar (purtroppo per lei quell'anno c'era la Portman de Il Cigno Nero a regnare incontrastata, impossibile reggere il confronto) e fa di Ree un personaggio fragile ma determinato, riuscendo intelligentemente a non infonderle un'ingannevole aura di superiorità rispetto agli altri; Ree è consapevole di non essere speciale né destinata a un futuro diverso da quello che attende le sue coetanee, ma la vena di durezza che la contraddistingue le consente di mantenersi perlomeno ferma nel proposito di non prendere la via dell'illegalità come il padre e consapevole dell'esistenza di certe regole da rispettare anche all'interno del mondo della criminalità, se non altro per evitare che ci rimetta la sua famiglia. Anche il cast di supporto, tra l'altro composto per buona parte da originari del Missouri senza alcuna esperienza pregressa, offre delle interpretazioni ottime, in primis John Hawkes nei panni del complesso Teardrop ma anche una favolosa Dale Dickey, impegnata in una delle scene più "forti" e stomachevoli della pellicola. Nel complesso, dunque, un film da non perdere. Non aspettate tredici anni come ho fatto io per vederlo, mi raccomando!


Di Jennifer Lawrence (Ree), John Hawkes (Teardrop), Garret Dillahunt (Sceriffo Baskin), Dale Dickey (Merab), Sheryl Lee (April) e Tate Taylor (Mike Satterfield) ho già parlato ai rispettivi link.

Debra Granik è la regista e co-sceneggiatrice del film. Americana, ha diretto film come Down to the Bone e Senza lasciare traccia. Anche direttrice della fotografia, montatrice e produttrice, ha 60 anni. 


Nel 2011 il film è stato candidato a ben quattro premi Oscar, senza vincerne nemmeno uno: Miglior Film (vinse Il discorso del re), Jennifer Lawrence Miglior Attrice Protagonista (vinse Natalie Portman per Il cigno nero), John Hawkes Miglior Attore Non Protagonista (vinse Christian Bale per The Fighter) e Miglior Sceneggiatura Non Originale (vinse The Social Network). ENJOY!





martedì 19 giugno 2018

American Gangster (2007)

Dal mucchio della collezione di film, DVD, BluRay e quant'altro è cicciato fuori qualche tempo fa American Gangster, diretto nel 2007 dal regista Ridley Scott.



Trama: Frank Lucas, criminale di Harlem, riesce a diventare un pezzo grosso importando droga dal Vietnam. Il poliziotto Richie Roberts mette quindi in piedi una task force per cercare di smontare il novello impero di Lucas...



Nonostante American Gangster fosse, fin dal titolo, uno di quei film corali sul mondo della malavita che tanto adoro, all'inizio non mi aveva catturata. So che non si guardano i film "a pezzi" ma purtroppo ho pochissimo tempo libero e American Gangster dura quasi tre ore, quindi sono stata costretta a guardarlo in tre tornate e devo dire di aver sofferto parecchio l'ora "introduttiva". Forse per gli attori coinvolti, ché Washington e Crowe non sono mai stati tra i miei preferiti, forse per lo stile di Scott, sicuramente non accattivante quanto quello di Scorsese, sta di fatto che appassionarmi alla storia vera di Frank Lucas, criminale di colore impegnato a diventare il re della droga ai tempi della guerra in Vietnam, è stato difficile quanto entusiasmarmi davanti all'indagine di Richie Roberts, poliziotto "reietto" in quanto unico sbirro onesto all'interno di un dipartimento composto al 90% da agenti corrotti. Sia Frank che Richie, a differenza dei miei criminali e poliziotti preferiti, mi hanno conquistata in maniera lenta e graduale, imponendosi come personaggi a tutto tondo solo dopo essersi aperti un po' di più e, soprattutto, dopo che le loro storie hanno cominciato ad intrecciarsi tra indagini e depistaggi, fallimenti da entrambe le parti e sconfitte a livello umano, arrivando a palesare più punti in comune che differenze; entrambi i personaggi, inconsciamente o meno, desiderano essere "speciali" (un po' come l'agente speciale Trupo, tale solo di nome) ed eccellere nel loro lavoro, facendosi portavoce di valori quasi un po' antichi, che ognuno riconosce come fondamentali nell'ambiente in cui si ritrovano a gravitare. Fin dall'inizio, Frank viene descritto come un criminale vecchio stampo, intimamente legato al suo quartiere d'origine e agli insegnamenti del suo ex boss, al punto che chiunque sgarri sotto la sua giurisdizione viene punito con spietata violenza. La sua è la tipica storia di ascesa e caduta, una rovina causata da un unico momento di "frivolezza" che consente a Roberts di accorgersi di Frank per la prima volta, superando pregiudizi razziali presenti anche nel mondo del crimine: Frank Lucas, in quanto nero, viene considerato un pesce piccolo sia dagli altri boss, costretti poi a piegarsi al suo potere, sia dai poliziotti, convinti che gli unici criminali in grado di detenere il monopolio sulla droga "del momento" siano i mafiosi italiani. Se Frank è l'uomo d'affari della situazione, Richie Roberts viene invece ritratto come un "proletario" in carriera, dotato di pelo sullo stomaco e un sacco di umanissimi difetti in grado di rendere la sua vita familiare un inferno ma anche di rara intelligenza e perseveranza, due qualità che gli hanno consentito nel tempo di arrivare lontano... e stringere amicizia con la persona più impensabile.


Nonostante le mie diffidenze iniziali, bisogna dire che Washington e Crowe offrono delle interpretazioni intense e perfette, ognuno a modo suo. Il buon Denzel punta a tirare fuori la "normalità" di Frank Lucas, a mostrare una facciata di rispettabilità con un'interpretazione misurata che solo talvolta lascia il posto alla follia di una violenza che comunque non è mai caricata; questa scelta probabilmente impedisce al personaggio di fissarsi nella memoria dello spettatore come altri suoi "colleghi" famosi ma rende Frank una figura affascinante e borderline, una sorta di "legale malvagio" (anche troppo legale, a detta del vero Richie Roberts, presente come consulente durante la realizzazione del film assieme a Frank Lucas) che non sorprenderebbe trovare davvero per le strade di Harlem. Dall'altra parte, Russell Crowe conferisce al suo sbirro l'espressione pesta dello sconfitto e il fisico dell'uomo d'azione cresciuto a birra e junk food, dotato del carisma di chi non nasce "capo" ma lo diventa mostrando sempre di essere un passo avanti agli altri pur senza essere odioso nonostante la missione infame che si è preposto. Il confronto finale tra i due, che avrebbero meritato un po' più di screen time insieme, è quello tra l'uomo d'affari arrogante e l'uomo della strada che non si fa incantare né dalla ricchezza né dalle belle parole ed è una gioia vedere duettare questi grandi attori, anche quando il vecchio Scott si adagia nelle atmosfere da legal drama. Ben diversa la regia di tutto ciò che precede il finale, rigorosa ma implacabile, fredda e precisa nel mostrare la violenza di un mondo dove ogni cosa può rappresentare una minaccia, sia di giorno che di notte, sia all'aperto che nelle lussuose case dei criminali o nei tristi ufficetti dei poliziotti (a tal proposito, splendide le scenografie, giustamente nominate all'Oscar ma surclassate da quelle di Sweeney Todd, opera dei nostrani Dante Ferretti e Francesca LoSchiavo). Altro aspetto gradevole del film è la colonna sonora, un mix di blues e soul perfetto per ricreare l'atmosfera anni '70 del film e piacevolmente in contrasto con ciò che aspetta Frank negli anni '90, un deprimente esempio della musica gangsta/nigga che andava di moda all'epoca... nonché l'ulteriore rappresentazione del tempo che passa, recando seco cambiamenti non necessariamente migliori, giusto per chiudere il circolo di ciò che viene detto all'inizio a Frank dal suo boss ormai anziano. Detto ciò, probabilmente American Gangster non entrerà in un'ideale top 5 dei miei gangster movie preferiti ma è comunque un grandissimo film che sono contenta di avere visto e che vi consiglio spassionatamente se, come me, siete rimasti indietro coi recuperi!


Del regista Ridley Scott ho già parlato QUI. Denzel Washington (Frank Lucas), Russell Crowe (Richie Roberts), Chiwetel Ejiofor (Huey Lucas), Josh Brolin (Detective Trupo), Ted Levine (Lou Toback), John Hawkes (Freddie Spearman), RZA (Moses Jones), Ruben Santiago - Hudson (Doc), Carla Cugino (Laurie Roberts), Cuba Gooding Jr. (Nicky Barnes), Idris Elba (Tango), Jon Polito (Rossi) e Roger Bart (Avvocato dell'esercito) li trovate invece ai rispettivi link.

Roger Guenveur Smith interpreta Nate. Americano, lo ricordo per film come Fa' la cosa giusta, Malcom X, La baia di Eva e Final Destination. Anche sceneggiatore, ha 63 anni e sei film in uscita.


Armand Assante interpreta Dominic Cattano. Americano, lo ricordo per film come Bella, bionda... e dice sempre sì, 1942 - La conquista del paradiso, Dredd - La legge sono io e Striptease, inoltre ha partecipato a serie come Il tenente Kojak e E.R. - Medici in prima linea. Anche produttore e stuntman, ha 69 anni e quattro film in uscita.


Norman Reedus, star di The Walking Dead, compare qui nei panni del detective all'obitorio mentre il rapper Common interpreta Turner Lucas, uno dei fratelli di Frank. Il film avrebbe già dovuto venire realizzato nel 2004 con Antoine Fuqua alla regia e Denzel Washington come protagonista, assieme a Benicio Del Toro; alla fine la Universal, preoccupata per il budget (Fuqua avrebbe voluto anche Ray Liotta e John C. Reilly nel cast, il primo nel ruolo di Ritchie Roberts), ha fermato il progetto, per poi riprenderlo qualche anno dopo con Ridley Scott, nel frattempo diventato molto amico di Russell Crowe. Al grande James Gandolfini era stato offerto invece il ruolo del detective Trupo ma l'attore ha rinunciato alla parte mentre il rapper 50 Cent ha partecipato all'audizione per il ruolo di Huey Lucas. Detto questo, se American Gangster vi fosse piaciuto recuperate Quei bravi ragazzi, C'era una volta in America e The Departed - Il bene e il male. ENJOY!


venerdì 25 gennaio 2013

Lincoln (2012)

Nemmeno fossi fan sfegatata del regista o di Daniel Day Lewis, ieri appena uscito mi sono fiondata a vedere Lincoln, diretto nel 2012 da Steven Spielberg. E come avrebbe detto il Numero Uno di Alanfordiana memoria: "Abbuccio, gli dissi, io ormai sono troppo vecchio per questo lavoro ma..."...


Trama: il film racconta l'ultimo, sanguinoso anno della guerra di secessione americana e di come Abraham Lincoln sia riuscito a far approvare (e non abrogare come scritto prima, grazie Pio, il sonno fa questi scherzi!!) il tredicesimo emendamento, quello che avrebbe abolito legalmente la schiavitù.


Tratto non già dalle sterminate biografie dedicate al presidente USA ma dal libro di Doris Dearn intitolato Terms of Rivals: The Political Genius of Abraham Lincoln, l'ultimo film di Spielberg non ripercorre l'intera storia del buon Abramo ma decide di concentrarsi su due aspetti fondamentali del suo secondo mandato, la guerra di secessione e l'approvazione del tredicesimo emendamento. Questi due "poli" servono al regista per tratteggiare un ritratto estremamente umano di questo grande uomo politico e di consacrarlo ai posteri come un incredibile, cialtronissimo paraculo. In senso buono, ovviamente. Nonostante, infatti, l'estrema serietà degli argomenti trattati e il difficile, terribile dilemma morale che grava col suo enorme peso sulle spalle del Presidente, buona parte della pellicola viene affrontata con piglio ironico e quasi "avventuroso", con un Lincoln amante dello scherzo e degli aneddoti, impegnato nell'ideazione di mille barbatrucchi per far passare il tredicesimo emendamento cercando contemporaneamente di distogliere l'attenzione dell'intera America dalla guerra, affiancato da un trio di esilaranti "motivatori" che cercano di comprare voti presso gli irremovibili deputati. Ovvio, adesso non pensate che Lincoln sia tutto un grande scherzo. La tensione trasuda palpabile da ogni fotogramma e si riflette negli occhi infossati di Daniel Day Lewis e del suo personaggio, un uomo costretto a decidere cosa sia meglio per la Nazione, se la libertà e l'uguaglianza di tutti, bianchi e neri, pagata col prezzo sanguinoso di una guerra infinita, oppure un trattato di pace, pagato però con la schiavitù dei neri. Come ogni buon film basato sulla Storia, Lincoln mostra insomma le luci e le ombre degli eventi e degli uomini, creando contemporaneamente un'opera in grado di intrattenere ed interessare un'ampia fetta del pubblico.


Certamente, ci troviamo davanti ad un film MOLTO verboso, quasi completamente girato in interni, fortunatamente e necessariamente graziato da attori di una bravura incredibile. Daniel Day Lewis è praticamente lo spirito di Lincoln reincarnatosi in un attore, incredibilmente magnetico, carismatico e al contempo fragile ed umanissimo; nella versione italiana lo doppia un grande Pierfrancesco Favino, ma ovviamente recupererò al più presto il film in lingua originale perché un'interpretazione come quella di Daniel Day Lewis merita la completezza ed il purismo ai massimi livelli. Sally Field e Tommy Lee Jones, i principali comprimari, sono altrettanto grandiosi e non vengono minimamente eclissati dall'ingombrante presenza del protagonista; dico la verità, ho apprezzato soprattutto l'interpretazione di Tommy Lee, che è riuscito a dare vita ad un personaggio sorprendente, incredibilmente complesso e sfaccettato, un vecchio politico disilluso e costretto ad indossare più di una maschera in società. Menzione d'onore la merita infine James Spader, cialtrone capo del trio di procacciatori di voti, una spanna sopra tutte le altre "comparsate" d'eccezione e divertentissimo fulcro comico della pellicola, che tra le guest star conta anche altri attori di altissimo livello, tutti impegnati in ruoli abbastanza importanti.


Per quel che riguarda la regia, Spielberg da il suo meglio nelle poche scene girate in esterno ovviamente. Sconvolgente la sequenza iniziale, dove viene sbattuta in faccia al pubblico tutta la triste brutalità di una guerra civile, con dovizia di baionettate, corpi squassati e sangue, ma la maestria del regista si avverte anche in altri momenti magari meno "epici", ma sicuramente molto importanti. Personalmente, ho amato tantissimo il drammatico confronto tra Lincoln e la moglie Molly, dove tutta la tensione accumulata tra i due personaggi nel corso del film esplode in una reciproca e dolorosissima confessione; sono riuscita crogiolarmi nell'ansia durante l'estenuante attesa del voto alla Camera per poi ritrovarmi, stupidamente e come se non sapessi come sarebbe andata a finire, ad esultare per la vittoria dei sì, insultando a mezza voce tutti quelli che venivano inquadrati solo per sibilare il loro dissenso; infine, mi sono commossa al momento della morte del Presidente, preceduta da un emblematico e divinatorio "Devo andare, adesso. Ma mi piacerebbe restare" e mostrata non già attraverso gli occhi dell'assassino, ma attraverso il lancinante urlo di dolore del piccolo Tad, costretto a sapere dell'assassinio del padre mentre a sua volta assisteva ad uno spettacolo teatrale. A proposito di queste ultime, bellissime scene, arriviamo al grande difetto del film: la lunghezza. La prolissità. La scoglionante decisione di inserire delle sequenze praticamente morte tra la vittoria del sì e l'assassinio del presidente, per poi uccidere definitivamente lo spettatore, già provato da due ore e mezza di pellicola, con un pippone finale sottoforma di discorso di Lincoln alla nazione. Ora, arrivare ai livelli dello pseudo-Mereghètti che, alle mie spalle, si è alzato dicendo "Oh, a me i film di m*** mi fanno in***are di brutto. E poi a me i film di Spielberg hanno sempre fatto schifo"... beh, anche no (a proposito, ma allora cosa sei venuto a fare al cinema??), però effettivamente qualche sforbiciata l'avrei data anche io, senza offesa. Per il resto, chapeau! grandissimo film, grandissimi attori e... davvero, Abramo, grandissimo uomo. Ti voterei se non fossi già nella tomba da parecchi anni.


Del  regista Steven Spielberg ho già parlato qui. David Strathairn (William Seward), Joseph Gordon – Levitt (Robert Lincoln),Tommy Lee Jones (Thaddeus Stevens), John Hawkes (Robert Latham), Jackie Earle Haley (Alexander Stephens), Bruce McGill (Edwin Stanton), Jared Harris (Ulysses S. Grant), Lukas Haas (uno dei due soldati che parlano con Lincoln all'inizio) e Walton Goggins (Clay Hawkins) li trovate invece ai rispettivi link.

Daniel Day Lewis (vero nome Daniel Michael Blake Day – Lewis) interpreta Abraham Lincoln. Inglese, uno dei più grandi e meno prolifici attori viventi, lo ricordo per film come Gandhi, Il Bounty, Camera con vista, Il mio piede sinistro (che gli è valso il primo Oscar per migliore attore protagonista, il secondo è arrivato con Il petroliere che però non ho mai visto), L’ultimo dei mohicani, il meraviglioso L’età dell’innocenza, Nel nome del padre e Gangs of New York. Ha 55 anni.


Sally Field interpreta Mary Todd Lincoln. Americana, la ricordo per film come Le stagioni del cuore (che le è valso il secondo Oscar come miglior attrice protagonista, il primo lo aveva ricevuto per Norma Rae), Mrs. Doubtfire - Mammo per sempre e Forrest Gump, inoltre ha partecipato alla serie E.R. - Medici in prima linea. Anche produttrice, regista e sceneggiatrice, ha 66 anni e un film in uscita.


James Spader interpreta W.N. Bilbo. Americano, lo ricordo per film come Wall Street, Sesso bugie e videotape, Wolf – La belva è fuori, Stargate, Crash e Secretary.  Ha 52 anni e un film in uscita.


Hal Holbrook (vero nome Harold Rowe Holbrook Jr.) interpreta Preston Blair. Americano, ha partecipato a film come Una 44 magnum per l’ispettore Callaghan, Tutti gli uomini del presidente, Fog, Creepshow, Wall Street, Il socio e alle serie Oltre i limiti, I Soprano, E.R. – Medici in prima linea e Sons of Anarchy. Come doppiatore, inoltre, ha lavorato per l’Hercules della Disney. Anche regista e sceneggiatore, ha 87 anni e due film in uscita.


Tim Blake Nelson interpreta Richard Schell. Americano, ha partecipato a film come Donnie Brasco, La sottile linea rossa, Fratello dove sei?, Minority Report, Scooby-Doo 2: Mostri scatenati, Syriana, L'incredibile Hulk e alla serie CSI: Scena del crimine. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 48 anni e quattro film in uscita.


E ora qualche curiosità sugli autori: il summenzionato Hal Holbrook ha interpretato Lincoln in un’omonima miniserie andata in onda in America negli anni ’70 e in Nord e Sud, che ricordo vagamente per essere arrivata anche da noi negli anni ‘80; il piccolo Gulliver McGrath, che nel film interpreta Tad Lincoln, aveva già partecipato a Hugo Cabret e Dark Shadows; Gloria Reuben, che interpreta Elizabeth Keckley, è stata invece per tanti anni parte del cast di E.R. - Medici in prima linea nei panni dell'infermiera sieropositiva Jeanie Boulet. Passiamo ora a "chi non ce l'ha fatta": Liam Neeson, che avrebbe dovuto interpretare Lincoln fin da quando era stato messo in piedi il progetto, alla fine ha deciso di rinunciare perché convinto di essere troppo vecchio per il ruolo, mentre per parecchio tempo si è parlato anche di una partecipazione speciale di Harrison Ford, che alla fine è sfumata nel nulla. Il film ha ricevuto ben 12 nomination all’Oscar: fotografia, costumi, regia, montaggio, colonna sonora originale, sonoro, scenografia, miglior film (e qui voleranno insulti all’Academy perché so già che preferiranno il patriottico Lincoln a Django Unchained…), miglior attore protagonista (Daniel Day-Lewis), miglior attore non protagonista (Tommy Lee Jones ma spero sinceramente che il premio vada a Christoph Waltz), miglior attrice non protagonista (Sally Field) e miglior sceneggiatura non originale. Chi vivrà vedrà, come sempre. Nel frattempo, se Lincoln vi fosse piaciuto, consiglierei la visione di Schindler's List, per esempio. ENJOY!

mercoledì 14 settembre 2011

Contagion (2011)

Forse perché il 2012 si sta avvicinando, il mio Multisala sta facendo il miracolo e si sta impegnando per mettere in programmazione bei film che non avrei mai creduto di poter vedere al cinema nella mia zona. Ieri sera sono riuscita così ad andare a vedere Contagion, la nuova pellicola del regista Steven Soderbergh.



Trama: Un terribile e mortale virus si diffonde in pochissimi giorni in tutto il pianeta. Mentre autorità mondiali, luminari della medicina e giornalisti cercano di trovare una soluzione, i pochi sopravvissuti cominciano a fare i conti con la paura e il caos…



Pur essendo uno dei pochi film “originali” in uscita, Contagion riprende un trend già in voga negli anni ’70, ovvero quello delle pellicole catastrofiche che radunavano un gran numero di famosissime star dell’epoca. Originale, quindi, con riserva, anche se l’approccio ad una trama di per sé non innovativa viene portato avanti con piglio assai asettico e documentaristico, concedendo poco allo spettacolo. Soderbergh decide di puntare molto sui fatti e di girare un film sobrio, privo di fronzoli o immagini ad effetto (uniche eccezioni la terribile sequenza dell’autopsia su Gwyneth Paltrow e la commovente scena finale del prom casalingo, accompagnata dalla splendida musica degli U2), dal montaggio serrato ed implacabile come la diffusione del virus che vorrebbe rappresentare. Un drink all’aeroporto, un viso lucido di sudore, primi piani di mani che toccano oggetti che vengono passati ad altre mani, didascalie con nomi di città e relativo numero di abitanti, panoramiche di hotel, autobus, condomini, metropoli: Contagion come da titolo si concentra giustamente sulla dinamica del contagio e sulla conseguente ondata di panico collettivo e “fobia dell’altro” che influenzano ogni cosa, dalle alte decisioni governative ai più semplici rapporti umani.



Il risultato è un film sicuramente ben recitato (Kate Winslet e Jude Law sono strepitosi!), molto bello ed ottimamente confezionato, che stringe lo spettatore in una morsa di ansia dall’inizio alla fine, evitando di ammorbarlo con spiegazioni scientifiche troppo dettagliate o complesse, e che alla fine non si sofferma troppo su nessun personaggio, preferendo mostrare un campionario di varia umanità per coprire il maggior numero di punti di vista possibili. Certo, all’uscita dal cinema ho origliato i pareri “a caldo” di alcune persone, e secondo loro il difetto più grande di Contagion è proprio questo, la decisione di raccontare tante piccole storie senza approfondirle troppo. Personalmente non l’ho preso come un difetto ma come un ulteriore mezzo per accentuare il realismo della pellicola perché, diciamoci la verità, nel corso di una pandemia dubito che tutti i giorni accadano costantemente, ad ogni singola persona, eventi degni di essere narrati: molto meglio, quindi, mostrare spizzichi e bocconi di vicende più o meno interessanti e lasciare anche qualche dubbio, storie che potranno essere ulteriormente raccontate o continuate se qualcuno lo vorrà. A dire il vero la cosa che però mi ha colpita di più è l’assenza di personaggi totalmente positivi o negativi (a parte Jude Law che è un bel bastardo, ma in modo particolare) e di qualsivoglia riferimento alla religione; in Contagion nessun personaggio ricerca il conforto della fede, non ci sono santi né predicatori che inneggiano alla fine del mondo, solo una disperata fiducia nella scienza e nell’informazione alternativa, un’ancor più disperata diffidenza verso le autorità e il desiderio di proteggere il proprio mondo, per quanto sia piccolo. Chissà cosa farei io in un caso come questo. Mah. Per ora posso solo dire che Contagion mi è piaciuto e lo consiglio.



Di Matt Damon (Mitch), Gwyneth Paltrow (Beth), Jude Law (Alan), Laurence Fishburne (Dr. Cheever), Kate Winslet (Dr. Mears), Elliot Gould (Dr. Sussmann), ho già parlato nei vari post a loro dedicati, che potete leggere cliccando sui link.

Steven Soderbergh è il regista della pellicola. Americano, lo ricordo per film come Sesso, bugie e videotape, Out of Sight, Traffic (che gli è valso l’Oscar come miglior regista), Ocean’s Eleven – Fate il vostro gioco, Ocean’s Twelve e Ocean’s Thirteen. Anche produttore, sceneggiatore e attore, ha 48 anni e tre film in uscita.



Marion Cotillard interpreta la Dottoressa Orantes. Francese, ha partecipato a film come Taxxi, Taxxi 2, Taxxi 3, Big Fish – Le storie di una vita incredibile, Un’ottima annata, La vie en rose (che le è valso l’Oscar come miglior attrice protagonista) e Inception, oltre ad un episodio della serie Highlander. Ha 36 anni e un film in uscita, Il Cavaliere Oscuro – Il ritorno.



John Hawkes (vero nome John Perkins) interpreta Roger. Per la serie, “dove t’ho già visto?”: ma sei Pete!! Pete, il povero, sfigatissimo commesso seviziato dai fratelli Jeko in Dal tramonto all’alba!! E non solo, ovviamente. Potete trovare l’attore americano in film come Scary Movie, Freaked – Sgorbi, Congo, Incubo finale, Identità, Miami Vice o in serie come Millenium, Nash Bridges, E.R. – Medici in prima linea, Buffy l’ammazzavampiri, X- Files, Più forte ragazzi, 24, Taken, Senza traccia, CSI e Lost. Ha 52 anni e quattro film in uscita.



Rimaniamo in tema di attori. Tra chi ce l’ha fatta, segnalo Jennifer Ehle, che nel film interpreta la dottoressa Hextall mentre ne Il discorso del re era la moglie di Logue. Passando a  chi, invece, non ce l’ha fatta,  si era pensato di assegnare il ruolo (marginale ma a suo modo importante) di Beth a Jennifer Connelly che, in quanto premio Oscar, in questo cast all star non avrebbe sfigurato. Se vi fosse piaciuto Contagion suggerirei di guardare almeno L’inferno di cristallo, film catastrofico che da piccola mi terrorizzava e dal quale pare Soderbergh abbia tratto ispirazione per la sua ultima pellicola. Intanto che lo cercate, vi lascio col trailer di Contagion... ENJOY!

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