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martedì 25 novembre 2025

The Running Man (2025)

Temevo me lo sarei perso per via dell'influenza, ma martedì scorso sono riuscita a vedere The Running Man, diretto e co-sceneggiato dal regista Edgar Wright a partire dal romanzo L'uomo in fuga di Richard Bachman.


Trama: in una società distopica dove le televisioni detengono il potere effettivo, Ben Richards si ritrova a dover partecipare al mortale gioco a premi The Running Man, per poter curare la figlioletta malata...


L'uomo in fuga
è un romanzo del 1982, scritto da Stephen King sotto lo pseudonimo di Richard Bachman. Senza scendere troppo nei dettagli, Bachman era la "scommessa" di uno scrittore già famoso che voleva capire se sarebbe riuscito a scalare le classifiche anche privo di un nome importante, e che voleva essere libero di sperimentare, sfogarsi con opere un po' più grezze, rimaste magari nel cassetto per anni. Mi ritengo una kinghiana di ferro ma ammetto che tendo a dimenticarmi de L'uomo in fuga, perché è un romanzo scoperto in età più tarda e non è tra i miei preferiti dell'autore; non voglio essere antipatica ma è l'equivalente di uno di quei romanzetti di fantascienza mordi e fuggi, da Autogrill se vogliamo, ed è zeppo di situazioni surreali e personaggi tagliati con l'accetta, con qualche intuizione interessante che si perde in una trama abbastanza ordinaria, almeno per il mio gusto. Ritengo giusto che Edgar Wright abbia aggiornato il materiale di partenza, pur rimanendogli comunque molto fedele, calcando il pedale sul lato più grottesco ed umoristico della vicenda, perché così The Running Man diventa uno specchio della superficialità di cui siamo costantemente circondati. Il pugno di ferro pessimista, il nichilismo che governa il romanzo, qui viene diluito (ma, attenzione, non completamente cancellato!) accentuando la natura ridicola e baracconesca degli spettacoli vomitati addosso alle masse per addomesticarle attraverso la promessa di soldi facili, dando loro uno sfogo perverso verso chi "sta peggio" e muore in TV. Lo stesso Ben Richards, incazzato col mondo e duro come l'acciaio, accentua nel film quelle caratteristiche latenti di showman ed eroe suo malgrado che gli erano proprie anche nel romanzo, diventando più plausibile rispetto ad un superuomo malnutrito che riesce a fare fessa un'intera nazione. Il film punta il dito in maniera non banale sia sulla sovraesposizione mediatica che sulla facilità con cui le masse possono venire manipolate, ma anche sul pericolo dell'AI e dei deepfake, e lo fa con la leggerezza di un ottimo film d'azione, che non offre il fianco neppure a un minuto di noia e, pur seguendo la struttura di base del romanzo, reinventa ed arricchisce le "tappe" della corsa mortale di Ben Richards. 


La riuscita di The Running Man poggia, per buona parte, sulle larghe spalle di Glenn Powell, che aveva già dimostrato con Hitman - Killer per caso di saper reggere quasi da solo un intero film, grazie a un mix tra l'effettivo phisique du role, un'ottima versatilità e, soprattutto, quell'umorismo che me lo ha fatto adorare fin da subito in Scream Queens (mi spiace ma, per me, Powell sarà sempre il "Chad"). Qui l'attore riceve lo scomodo scettro di Arnold Schwarzenegger e poi se ne va per la sua strada, eclissando tutti gli altri pur bravi attori che lo affiancano, ad eccezione di Michael Cera, che mi da l'occasione per parlare di un altro aspetto del film, ovvero la regia di Wright. Ecco, il vero difetto di The Running Man è che è un po' anonimo. Questo non nel senso di "brutto" o "piatto",  quanto piuttosto che risulta quasi impossibile percepire la mano di Edgar Wright, se non per la cura dedicata alla colonna sonora, al montaggio e ad alcune sequenze in particolare come, appunto, quella ambientata nella casa di Perrakis. Nonostante la maggior parte delle scene siano notevoli, anche a livello di effetti speciali e ambientazioni (in particolare, spiccano la sede dell'emittente televisiva e, ovviamente, il palcoscenico dello show, ma anche l'aereo non scherza), tutto il segmento che coinvolge Parrakis e la madre è un mix perfetto di umorismo e azione, con booby traps dai risultati esplosivi e una fantastica sinergia tra la colonna sonora e quello che passa sullo schermo secondo dopo secondo. Insomma, The Running Man è un buon action distopico, ma privo di quella zampata autoriale perfettamente riconoscibile che riusciva a rendere indimenticabili le opere più famose del regista. A mio avviso, è un ottimo adattamento, perfetto per i tempi attuali, e smussa un paio di caratteristiche del romanzo che, ad oggi, sarebbero non solo anacronistiche, ma anche irricevibili. Di sicuro, anche se so di essere una brutta persona ad ammetterlo, l'ho apprezzato molto più de L'implacabile, di cui spero di parlare nei prossimi giorni. 


Del regista e co-sceneggiatore Edgar Wright ho già parlato QUI. Glen Powell (Ben Richards), Karl Glusman (Frank), Lee Pace (Evan McCone), Sean Hayes (Gary Greenbacks), Josh Brolin (Dan Killian), Colman Domingo (Bobby T), William H. Macy (Molie) e Michael Cera (Elton Perrakis) li trovate invece ai rispettivi link. 


Jayme Lawson
, che interpreta Sheila, ha partecipato a I peccatori nei panni di Pearline. Prima che Glen Powell venisse scelto come protagonista, la rosa di candidati per il ruolo di Ben Richards comprendeva Ryan Gosling, Chris Evans e Chris Hemsworth. ENJOY!

martedì 26 luglio 2022

Watcher (2022)

Attirata dalla locandina vista su Letterboxd, ho deciso di recuperare Watcher, diretto e co-sceneggiato dalla regista Chloe Okuno.


Trama: appena trasferitasi in Romania col marito, l'ex attrice Julia vede qualcuno che la spia dalla finestra dell'appartamento di fronte, proprio mentre il quartiere è scosso dagli omicidi di alcune giovani donne...


Watcher
è un film di un'eleganza spaventosa. Sto scrivendo questo post dopo parecchi giorni dalla fine della visione, ed è la bellezza della messa in scena la cosa che più mi è rimasta impressa, forse ancor più dell'aspetto thriller di quello che può tranquillamente venire definito uno slow burn con tutti i crismi, dove "non succede nulla" fino a pochi minuti dalla fine. Eppure, come tutti gli slow burn ben fatti, Watcher entra sottopelle, con una storia la cui atmosfera paranoica mira a grandi nomi come Hitchcock e Polanski, aggiornata tuttavia a situazioni anche troppo attuali, nelle quali molte spettatrici rischiano di riconoscersi, in questi tempi in cui è difficile sentirsi sicure anche in pieno giorno, in mezzo alla gente. Julia, la protagonista, si ritrova ad essere straniera in terra straniera nel momento in cui il marito la porta con sé in Romania per lavoro; lui ha origini romene, quindi conosce la lingua e deve impegnarsi ogni giorno per mostrarsi degno della promozione ricevuta, lei parla solo inglese e si è presa una pausa dalla recitazione per motivi che non vengono chiariti ma che, probabilmente, hanno radici in qualche disagio psicologico. Le giornate di Julia passano, inutile girarci attorno, nella solitudine e nella noia, amplificate dalla barriera linguistica che si frappone tra lei e chi la circonda, e la sensazione di straniamento iniziale si amplifica nel momento in cui la ragazza si accorge che, dall'appartamento di fronte, qualcuno la sta spiando. A nulla vale ricorrere alla soluzione più intelligente che vedrete in un horror recente, ovvero mettere delle tende spesse per bloccare la visuale del vicino inopportuno, perché nel frattempo nel quartiere vengono uccise delle donne e Julia si convince di essere nel mirino dell'assassino, di essere perseguitata dal suo sguardo onnipresente, mentre il marito, oltre ovviamente a non crederle, la lascia sempre più sola.


Come vedete, la trama di Watcher è una delle più classiche che esistano, eppure il film di Chloe Okuno è comunque estremamente efficace e costruisce la suspense in maniera impeccabile, avvalendosi di una protagonista che non si limita a subire lo sguardo del maniaco ma che, in qualche modo, cerca di reagire creando nuove dinamiche e sovvertendo gli equilibri. Julia, forse in modo goffo, ci prova a prendere in mano la situazione, non lascia mai correre. Monta delle tende efficaci, impone al marito di chiamare la polizia e di andare nell'appartamento del vicino assieme allo scettico poliziotto, pretende di vedere le immagini di sorveglianza del supermercato, si improvvisa a sua volta stalker, ribaltando completamente il punto di vista di un film che, fino a quel momento, non aveva mai messo in dubbio la natura negativa (fosse anche perché "soltanto" guardona) del vicino di casa; sotto lo sguardo implacabile di Julia, messo dall'altra parte del "microscopio", l'uomo diventa una figura triste e sola quanto la protagonista, ammantata da un'aura di dimesso squallore, là dove Julia potrebbe vivere invece un'esistenza da sogno. Il suo appartamento enorme, gli abiti raffinati (che acquistano toni di colore sempre più neutri, come se Julia volesse mescolarsi con l'ambiente urbano cercando di non saltare all'occhio del potenziale stalker), l'innegabile bellezza, sono croce e delizia del personaggio interpretato dalla bravissima Maika Monroe, schiacciata dal peso dell'essere "la moglie annoiata e matta", "l'eccentrica straniera", l'"ingrata che sfrutta i soldi del marito senza fare nulla" e che addita un poveraccio come fonte di tutti i suoi problemi, attirandosi l'incredulo biasimo di chi dovrebbe invece proteggerla. 


Tutti gli aspetti apparentemente positivi della vita di Julia diventano dunque mezzi per aumentare il senso di claustrofobia crescente, riproposto anche in inquadrature che vedono la protagonista sempre un po' in disparte o inscritta all'interno di una "cornice" dalla quale non può né scappare né evitare di essere vista, nonostante la presenza di ambienti spaziosi (il pluricitato appartamento, ma anche il cinema e il museo) o addirittura esterni come le strade di Budapest, città dai colori e dalle atmosfere perfette per raccontare questo tipo di storia, importante tanto quanto gli attori che in essa si aggirano. Della Monroe ho già detto ed è perfetta, regge letteralmente il film sulle sue spalle, ma per fortuna è affiancata da ottimi attori sui quali spicca Burn Gorman, con la sua faccia da omino sconfitto dalla vita, e la semi-esordiente Chloe Okuno riesce a tirare fuori il meglio da quello sguardo il grado di comunicare profonda tristezza, dolore ma anche una durezza insospettabile... che è poi uno specchio della natura stessa del film, che sul finale regala un inaspettata esplosione di dura e sanguinosa violenza. Dategli una chance se vi piacciono i thriller horror che non hanno fretta di scoprire tutte le carte fin da subito, non ve ne pentirete!


Maika Monroe (Julia), Karl Glusman (Francis) e Burn Gorman (Weber) li trovate ai rispettivi link.

Chloe Okuno è la regista e co-sceneggiatrice del film. Americana, ha diretto un episodio di V/H/S/ 94. Ha 35 anni. 


Se Watcher vi fosse piaciuto recuperate La finestra sul cortile, Rosemary's Baby e Lost in Translation, tra i film che hanno influenzato Chloe Okuno durante la realizzazione. ENJOY!

domenica 27 ottobre 2019

Wounds (2019)

Torna a far parlare di sé Babak Anvari, regista di uno degli horror più coraggiosi e strani che potete trovare sul catalogo Netflix, ovvero Wounds, tratto dal racconto Il nero visibile di Nathan Ballingrud.


Trama: Will è un barista che si barcamena tra lavoro e sbronze, senza chiedere molto dalla vita. Una sera, nel bar dove lavora, scoppia una rissa e una ragazza dimentica il cellulare nel corso di una fuga precipitosa. Will si mette in tasca lo smartphone e da quel momento cominciano a succedere cose inquietanti ed inspiegabili...


Wounds è stato accolto con sputi e pernacchie da più parti, ma siccome di Lucia mi fido ho deciso di guardarlo lo stesso dopo aver letto il suo post. Ho fatto benissimo, naturalmente. Wounds è uno di quei film allucinati (e allucinanti) che entra sottopelle e suscita un misto innaturale di inquietudine e disgusto, puntando più sulle atmosfere e su pochi dettagli eclatanti piuttosto che indulgere in una serie ininterrotta di twist e jump scare. Di base, la storia è molto semplice ed è interamente imperniata su uno dei personaggi più inutili ed odiosi che possiate trovare sullo schermo. Will è un uomo che si lascia vivere, senza ambizioni né speranze né desideri, salvo quello di farsi Alicia, cliente abituale del bar dove lavora, nonostante lei sia fidanzata con un amico comune. Will ha già la ragazza, per inciso, ma non è facile per un fancazzista senza uno scopo nella vita portare avanti una relazione sana con una studentessa universitaria nel fiore della carriera e i risultati si vedono; Will e Carrie si incontrano giusto per colazione, lei non ha alcun desiderio sessuale nei suoi confronti e giustamente non si fida di un uomo così sfuggevole ed ambiguo, che passa le giornate e le serate a fare chissà cosa. Insomma, c'è molto terreno fertile affinché l'orrore attecchisca, rendendo così visibile lo "sporco" che incrosta l'anima di Will, sempre che quest'ultimo un'anima ce l'abbia e non sia un uomo finto, un corpo vuoto, come lo accusa Carrie nella sequenza più intensa e rivelatrice del film. Una sera, infatti, Will si ritrova per caso un telefonino tra le mani e, senza pensarci, lo porta a casa. E' in quell'istante che comincia il calvario di Will, il cui "vuoto" interiore diventa la culla perfetta per un orrore cosmico di cui non abbiamo notizie certe, che possiamo solo intuire da dettagli sparsi qui e là nel corso del film e che andrà a riempire Will nel modo peggiore, alimentando tutto lo schifo che il protagonista cova da tempo dentro di sé.


Lo "sporco visibile" del titolo originale del racconto di Nathan Ballingrud pervade ogni singolo fotogramma del film. Gli ambienti dove vive Will sono malsani, zeppi di blatte infestanti, e le persone sono costrette a camminare in una calura schiacciante, che appiccica i vestiti al corpo; Will stesso è spesso sudato, puzza, lavora dietro un bancone dove le norme igieniche non paiono esistere e anche quando cerca di ripulirsi ecco che sul corpo si aprono ferite misteriose dalle quali sgorgano sangue e pus. Armie Hammer, solitamente bello come il sole, in questo film si carica addosso tutto il disagio di un personaggio squallido, il cui squallore pare diffondersi come un male su tutti quelli che gli stanno vicino, corrompendoli nel corpo (come l'amico Eric, alla faccia dell'amico, lasciato letteralmente a marcire in solitudine all'interno del suo triste appartamento) o nell'animo (a mio avviso sono molto indicative le tre colazioni che Eric e Carrie fanno assieme, via via sempre più povere, con la prima che termina con uova e pancetta gettate nella pattumiera), un personaggio per cui non è facile provare pietà, men che meno empatia. Lo spettatore non può quindi fare altro che guardare impotente il degrado della "maledizione" che arriva a colpire Will, cominciata come nel più banale dei teen horror e via via sempre più sfuggevole, lasciata intuire da un regista e sceneggiatore che già col più riuscito Under the Shadow aveva dimostrato di sapere gestire alla perfezione la commistione tra sovrannaturale e il vero orrore, quello che dimora dentro le persone, che siano donne impaurite e testarde, terrorizzate all'idea di perdere anche quel minimo di libertà che avevano, oppure uomini che non si meriterebbero uno sputo in faccia nemmeno se stessero andando a fuoco. Vedere per credere, anche se sconsiglio Wounds a chi ha la fobia delle blatte e ancora ricorda l'ultimo episodio di Creepshow come la cosa più terrificante mai vista in vita sua.


Del regista e sceneggiatore Babak Anvari ho già parlato QUI. Armie Hammer (Will), Karl Glusman (Jeffrey), Brad William Henke (Eric) e  Dakota Johnson (Carrie) li trovate invece ai rispettivi link.

Zazie Beetz interpreta Alicia. Tedesca, la ricordo per film come Deadpool 2 e Joker. Ha 28 anni e due film in uscita. 


domenica 20 novembre 2016

Animali notturni (2016)

Approfittando di un'"offerta che non potevo rifiutare", venerdì sono andata a vedere Animali notturni (Nocturnal Animals), diretto e co-sceneggiato dal regista Tom Ford a partire dal romanzo Tony & Susan di Austin Wright e vincitore del Leone d'argento all'ultima Mostra del cinema di Venezia.


Trama: la ricca gallerista Susan riceve dall'ex marito, dalla quale è divorziata da diciannove anni, il manoscritto del romanzo Animali Notturni, a lei dedicato. Immersa nella lettura del manoscritto, Susan sarà costretta a ripensare agli errori del passato...


Un vecchio adagio recita "Ne uccide più la penna che la spada". Il secondo film di Tom Ford (e mi si perdoni l'ignoranza ma non ho mai guardato A Single Man) è la perfetta rappresentazione per immagini di questa antica massima e di una tristissima crisi di mezza età. Susan è una donna ricchissima, sposata con un marito bello ma inespressivo che la tradisce con una donna ben più giovane, ed è giunta ad un punto della sua esistenza in cui l'importantissimo lavoro di gallerista non la soddisfa né la entusiasma più, al punto che l'insofferenza per tutto ciò che la circonda non la fa dormire la notte. Inaspettatamente, dopo diciannove anni di silenzio, Susan riceve il manoscritto del primo romanzo del suo ex marito, Edward. Non sappiamo perché i due hanno divorziato né perché non si parlano più dopo tutti questi anni ma sta di fatto che il primo romanzo completato dallo scrittore è interamente dedicato a Susan e lei, approfittando dell'ennesima assenza del marito, comincia a leggerlo. Animali Notturni (identico al soprannnome dato da Edward a Susan) è l'agghiacciante storia di una famiglia che, in viaggio per le strade desolate del Texas, viene attaccata da un quartetto di balordi e costretta a vivere un'esperienza terribile che poco ha da invidiare ad un horror e Susan, come vediamo, ne è profondamente colpita, al punto da arrivare a vivere sulla propria pelle le sensazioni dei protagonisti. Immergersi in questi due livelli narrativi paralleli e capire cosa abbiano a che fare l'uno con l'altro è l'aspetto più bello di Animali Notturni e rovinarsi il gusto dell'esperienza con degli spoiler sarebbe nocivo; aggiungo solo che il film di Tom Ford è la storia crudele di una vendetta sottile, l'urlo disperato di chi si è visto strappare dalle mani ogni cosa buona e la triste sconfitta di chi non ha mai neppure provato ad affrontare la vita con coraggio, fuggendo per cordardia da un'esistenza magari priva di agi ma quasi sicuramente ricca di "sentimento", di emozioni capaci di travalicare una vuota apparenza.


E l'apparenza è ciò che colpisce maggiormente guardando Animali notturni, a partire dal sublime trash della sequenza iniziale, a base di ciccione twerkanti e lustrini, per arrivare allo skyline di una New York patinatissima e al trucco pesante di una Amy Adams splendida. L'estetica vuota del mondo reale (o meglio, del mondo di Susan), fatto di arte moderna, superfici riflettenti, accecanti luci al neon, candele soffuse e look curatissimi, fa a pugni con i flashback di una vita semplice e priva di orpelli e, soprattutto, con i colori saturi di un Texas da incubo, caratterizzato da tramonti infuocati, impietose distese desertiche e un'umanità che raschia il fondo della depravazione. Amy Adams sfoglia le pagine del manoscritto mentre la macchina da presa di Ford ne coglie ogni espressione, ogni moto di dolore, paura e stupore, affiancandole grazie ad un montaggio superbo alle emozioni di chi, all'interno del romanzo, soffre e muore in un'incontrollabile spirale di violenza. Al vuoto di una vita "reale" ma malvissuta (Susan chiede alla giovane assistente "Pensi mai che alla fine la tua vita non si sia rivelata come volevi che fosse?"), all'interno della quale persino i quadri diventano meri oggetti di arredamento invece che espressioni della personalità dell'artista e dove la quotidianità coi figli viene affidata alle app degli onnipresenti smartphone, si contrappongono dunque le potenti emozioni di un'opera di finzione che, di fatto, risulta molto più "vera" del mondo surreale abitato da Susan e compagnia; l'animo dell'artista, vomitato su carta e concretizzatosi in fiumi d'inchiostro, si rivela così un'arma potentissima capace di scuotere le coscienze "ciniche" e mandare in frantumi un'esistenza dalla quale è stato brutalmente buttato fuori. Alla fine della fiera, Animali notturni lascia un pesante senso di sconfitta che si estende a tutti i protagonisti, "reali" o di finzione che siano, a prescindere che si tratti di persone colpevoli di qualunque peccato si possa loro imputare o innocenti, e l'unico ad uscirne vincitore è lo spettatore che si è goduto quasi due ore di ottimo Cinema (dove, per una volta, la bellezza formale è assolutamente indispensabile e funzionale alla trama) e una di quelle rare opere capaci di far riflettere e discutere.


Di Amy Adams (Susan Morrow), Jake Gyllenhaal (Tony Hastings/Edward Sheffield), Michael Shannon (Bobby Andes), Aaron Taylor-Johnson (Ray Marcus), Isla Fisher (Laura Hastings), Armie Hammer (Hutton Morrow), Laura Linney (Anne Sutton), Andrea Riseborough (Alessia), Michael Sheen (Carlos) e Jena Malone (Sage Ross) ho già parlato ai rispettivi link.

Tom Ford è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come A Single Man. Anche attore, produttore e stilista, ha 55 anni.


Karl Glusman interpreta Lou. Americano, ha partecipato a film come e serie come Ratter: Ossessione in rete e The Neon Demon. Ha 28 anni e un film in uscita.


Ellie Bamber, che interpreta India Hastings, ha partecipato ad PPZ: Pride and Prejudice and Zombies nei panni di Lydia Bennet. Sinceramente, se Animali notturni vi fosse piaciuto non saprei quale altro film consigliarvi di vedere... probabilmente, io recupererò A Single Man! ENJOY!

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