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mercoledì 22 gennaio 2025

Here (2024)

Un altro film che aspettavo con trepidazione era Here, diretto e co-sceneggiato nel 2024 dal regista Robert Zemeckis a partire dalla graphic novel omonima di Richard McGuire.


Trama: dall'epoca dei dinosauri ai giorni nostri, assistiamo a tante piccole storie che si svolgono nel medesimo spazio fisico...


Un film che si sviluppa interamente nello spazio di un'inquadratura fissa, all'interno della quale il tempo scorre consegnando all'occhio dello spettatore tutti gli inevitabili mutamenti accorsi a luoghi e persone. Questa l'idea geniale dell'ultima pellicola di Robert Zemeckis, mutuata dall'opera di Richard McGuire, dalla quale Here prende in prestito anche il taglio fumettistico e l'idea di aprire delle "vignette" temporali dentro l'inquadratura, così che lo spettatore possa vedere dipanarsi in contemporanea eventi verificatisi in anni, o secoli, diversi. In Here è il tempo ad essere il vero protagonista, una presenza costante che, pur essendo invisibile, fa sentire il proprio peso, soprattutto addosso a chi pensa di averne ancora in abbondanza e si ritrova invece alla fine del percorso, con pochi granelli di sabbia all'interno di una clessidra svuotatasi troppo presto. C'è chi riesce a sfruttarlo cogliendo l'attimo, seguendo correnti fortunate, chi lo affronta in maniera frenetica perdendone pezzi qui e là, chi è perfettamente inserito nella Storia (o almeno pensa di esserlo), chi si adegua al ritmo naturale del suo scorrere, chi, come molti di noi, rimpiange di non averlo utilizzato meglio, dando per scontati gli affetti più cari e inaridendosi l'animo seguendo gli imperativi sociali, denaro e lavoro in primis. E così, in Here, il tempo non è lineare, è come se passato, presente e futuro convivessero per raccontarci una serie di storie legate più al concetto di "vita" che di "famiglia", anche se è proprio un nucleo familiare il protagonista principale del film, quello che ha vissuto più a lungo all'interno del salone che funge da unico setting. Sullo schermo scorrono dunque scorci di esistenze (stra) ordinarie; nascite e morti, malattie, gioie e dolori, problemi economici e piccole vittorie, importanti lezioni di vita e momenti triviali, con qualche incursione nella storia americana o nel costume di una nazione che, attraverso lo sguardo indulgente di Zemeckis, viene celebrata con tutte le sue contraddizioni. Purtroppo, uno dei difetti di Here è che il suo scopo grandioso, la volontà di essere un enorme affresco temporale, si scontra inevitabilmente contro un metraggio che lo porta ad essere spesso superficiale. Delle tante famiglie che passano sullo schermo, solo quella di Richard è oggetto di approfondimento, le altre sono piccoli tocchi di colore talvolta interessanti (come la deliziosa coppia che arriverà a brevettare la poltrona La-Z-boy), talvolta perplimenti (non ho capito l'importanza di Benjamin Franklin, limite mio), mentre indiani e afroamericani sembrano messi lì giusto per amore di inclusività.


Nonostante abbia trovato la sceneggiatura diversa da come mi sarei aspettata e, forse, un po' deludente, sono comunque rimasta estasiata davanti alla voglia di sperimentare dell'ormai ultrasettantenne Zemeckis, sempre pronto a sfruttare gli ultimi ricavati della tecnologia e ad usarli in maniera innovativa. E' vero che squadra che vince non si cambia (tra Tom Hanks,Robin Wright, Eric Roth e Alan Silvestri, mi aspettavo di sentire pronunciare uno "Stupido è chi lo stupido fa!" o che cicciasse fuori il tenente Dan la sera di capodanno) ma l'utilizzo "in diretta" dell'intelligenza artificiale onde consentire a Zemeckis di constatare i risultati del de-aging non in post produzione, bensì nel momento stesso in cui venivano riprese le varie scene, ha del fantascientifico. Ha anche dell'inquietante, e non solo per le mille implicazioni morali e il tremendo impatto che avrà sugli attori, nell'immediato futuro, l'utilizzo di una simile tecnologia, ma anche perché il risultato su Tom Hanks è perfetto, mentre Robin Wright, nelle scene in cui interpreta una diciannovenne, sembra una quarantenne con addosso dei vestiti vintage. Pertanto, c'è sicuramente da lavorarci un po' su, tuttavia ciò non toglie che Zemeckis abbia rischiato e portato a casa un risultato egregio. Per fortuna, l'AI non può ancora prescindere dalla bravura degli attori. Per quanto riguarda Here, a spiccare su tutti sono Paul Bettany e Kelly Reilly, entrambi quasi irriconoscibili ed impegnati nell'interpretazione di due personaggi imperfetti e sfaccettati, il simbolo spesso triste e malinconico di un'epoca di apparenze mantenute a scapito della salute fisica e mentale di padri abbruttiti dalla guerra e dal lavoro, e di madri rimbecillite dalla TV e condannate ad essere un simbolo nazionale al pari della torta di mele da sfornare quotidianamente per orde di figli. Zemeckis, col suo solito tocco delicato, ci indora un po' la pillola e risparmia le brutture come violenze verbali o fisiche, ciò non toglie però che Here assesti comunque un paio di colpi pesantini, soprattutto se, come me, siete in un periodo di pensieri foschi legati a malattie, vecchiaia e affetti. Nel caso, prendete il film con le pinze, perché potrebbe farvi maluccio.


Del regista e co-sceneggiatore Robert Zemeckis ho già parlato QUI. Tom Hanks (Richard), Robin Wright (Margaret), Paul Bettany (Al), Kelly Reilly (Rose) e Nikki Amuka-Bird (Helen Harris) li trovate invece ai rispettivi link. 

Michelle Dockery interpreta Pauline Harter. Inglese, ha partecipato a film come Anna Karenina, The Gentlemen e a serie quali Downton Abbey. Come doppiatrice ha lavorato in I Griffin e American Dad!. Ha 44 anni e due film in uscita. 


Se Here vi fosse piaciuto, recuperate The Tree of Life e Boyhood. ENJOY!


venerdì 22 settembre 2023

Assassinio a Venezia (2023)

Attirata da un trailer convincente e dalla prospettiva di andare al cinema con parecchi amici, mercoledì ho guardato Assassinio a Venezia (A Haunting in Venice), diretto dal solito Kenneth Branagh e ispirato a Poirot e la strage degli innocenti, di Agatha Christie.


Trama: in ritiro a Venezia, Poirot viene invitato dalla scrittrice Ariadne Oliver ad una seduta spiritica per smascherare una medium. Quando ci scappa il morto, Poirot decide di tornare a indagare...


Nonostante avessi voglia di vedere Assassinio a Venezia, non avevo aspettative granché alte, salvo per la speranza di avere ancora qualche dettaglio sugli imponenti baffi di Poirot (disattesa, ahimé. Shame on Kenneth). Invece, Assassinio a Venezia risolleva quella che, nel frattempo, è diventata la trilogia di Branagh, dopo il disastroso Assassinio sul Nilo, inserendo elementi gotici e perturbanti che ravvivano un po' le indagini di Poirot e, soprattutto, hanno il pregio di privare il protagonista di parte della sua tracotante sicumera. All'interno di un antico palazzo dalla storia dolorosamente inquietante, una madre disperata per la mancanza della figlia morta suicida convoca, proprio la sera di Halloween, una famosissima medium dal torbido passato; la scrittrice Ariadne Oliver convince Poirot a uscire dal suo esilio autoimposto così da smascherare la medium, ma le cose non vanno come previsto dai due. Scoperto un piccolo trucchetto, ciò che segue la sconvolgente seduta della medium è un crescendo di eventi inspiegabili che mettono a dura prova le salde convinzioni di Poirot, i cui ragionamenti vengono interrotti e deviati dalle visioni, dai suoni misteriosi e dalle ombre che sembrano popolare ogni stanza del fatiscente palazzo e, soprattutto, che parrebbero attirati proprio dal famoso investigatore. Stavolta, più che conoscere l'identità dell'assassino, è interessante capire se il palazzo della cantante Rowena Drake è realmente abitato da presenze, e farsi trascinare dall'atmosfera deliziosamente gotica del luogo, che sembra influenzare i personaggi più di quanto farebbe un'altra location meno suggestiva: abbiamo, infatti, oltre alla medium, la fervente e superstiziosa cattolica, un medico nevrotico con tendenze suicide, un bambino che sembra uscito da Il sesto senso e una cantante malinconica costretta a (non) vivere sospesa tra passato e presente, in un incubo infinito. Purtroppo, a livello di trama, ci sono sempre le solite lungaggini di dialoghi infiniti e di rara pesantezza messi in bocca a Poirot, ma questo aspetto della pellicola è stato fortunatamente mitigato da una regia assai ispirata.


Branagh, stavolta, ha scelto di lasciarsi ispirare dall'espressionismo tedesco, dai barocchi gialli all'italiana e da quel capolavoro ahimé poco conosciuto di A Venezia un Dicembre rosso... shocking, e il suo cambiamento di stile è evidente. Fin dalle prime sequenze, la macchina da presa inquadra Venezia e i suoi luoghi più famosi sfruttando una prospettiva sghemba che incornicia le luci all'interno di ombre dalle linee squadrate, e la regia si fa ancora più "estrema" quando l'azione si sposta all'interno del palazzo. Lì, le mura sembrano avere occhi che osservano i protagonisti da anfratti nascosti, viene fatto uso di fisheye, sfocature e primissimi piani e il regista tenta persino qualche blando jump scare, sfruttando buona parte dei cliché visivi dei thriller/horror moderni. Verso il finale, quando il caso è risolto e qualcosa in Poirot è cambiato, le inquadrature si fanno più ampie ed ariose, come se il protagonista si fosse tolto un peso dal petto, e questo mi è piaciuto davvero molto. Mi è piaciuto meno, per quanto suggestivo, che sia stata sfruttata una festa come Halloween (nel '47? A Venezia?? Tra le suore??? Con orfanelli di tutte le razze????) in una città che già ha il carnevale e tutta una serie di maschere in grado di infondere inquietudine, e onestamente non sono rimasta granché impressionata nemmeno dal cast. Il migliore, per quanto mi riguarda, è stato Jamie Dornan, abbastanza convincente nei panni del dottore traumatizzato, e Tina Fey è un comic relief gradevole, almeno finché la sceneggiatura non sbrocca male (cosa che ha perplesso la mia collega grande fan di Agatha Christie), mentre secondo me due brave attrici come Kelly Reilly Michelle Yeoh hanno scelto, in questo caso, di recitare col pilota automatico; la seconda, alla fine, fa giusto una rapida comparsata quindi ci sta, ma la Reilly mi ha lasciato paradossalmente poco. Non pervenuti e dimenticabilissimi tutti gli altri, Branagh e il suo mini-alter ego Jude Hill a parte, con menzione d'onore per il nostro Scamarcio che ormai è diventato il typecast dello sbirro/mafioso/agente segreto italiano di cui diffidare dal primo minuto di pellicola, peraltro col nome idiota di Vitale PORTFOGLIO. In un'eventuale Saw goes to Italy, il ruolo dell'agente Hoffman sarebbe senza dubbio il suo, peccato solo che si ostini a ridoppiarsi con risultati tristemente simili a quelli del Bracchetto Umbro. Al di là di queste mie divagazioni, comunque, Assassinio a Venezia vale un viaggio al cinema, in particolare se vi piace il genere!


Del regista Kenneth Branagh, che interpreta anche Hercule Poirot, ho già parlato QUI. Riccardo Scamarcio (Vitale Portfoglio), Tina Fey (Ariadne Oliver), Kelly Reilly (Rowena Drake), Jamie Dornan (Dr. Leslie Ferrier) e Michelle Yeoh (Mrs. Reynolds) li trovate invece ai rispettivi link. 


Camille Cottin, che interpreta Olga Seminoff, era Paola Franchi in House of Gucci, mentre il piccolo Jude Hill era il protagonista di Belfast, sempre di Kenneth Branagh. Se vi fosse piaciuto Assassinio a Venezia, recuperate i precedenti Assassinio sull'Orient Express e Assassinio sul Nilo. ENJOY!

mercoledì 23 ottobre 2019

Eli (2019)

In questi giorni ho guardato, quasi per scherzo, Eli, il nuovo film Netflix diretto dal regista Ciarán Foy, senza aspettarmi nulla di che. Mi sono dovuta ricredere, ma ora non so come scrivere un post privo di SPOILER.


Trama: il piccolo Eli, affetto da una malattia autoimmune, viene portato come ultima spiaggia in una casa isolata dove la dottoressa Horn afferma di poterlo curare. All'interno della casa, però, cominciano a succedere cose strane...



Facciamo così. In questo primo paragrafo bandirò gli spoiler e cercherò di spiegarvi brevemente perché Eli è un film che merita di venire visto a prescindere dalla sua apparente banalità. Nel secondo paragrafo mi sfogherò un po' di più e sconfinerò nel terrificante territorio dello spoiler, perché era già qualche tempo che un horror non mi soddisfaceva in questo modo. Eli parte da un assunto intrigante, che unisce l'horror "medico" a quello più paranormale e che prevede un protagonista reso ancora più fragile da un difetto fisico o malattia (in questo caso Eli è costretto a vivere in ambienti completamente sterili e ad uscire di casa con una tuta simile a quella degli astronauti), inserito in un luogo potenzialmente pericoloso e popolato da personaggi ambigui. In apparenza, la casa di cura gestita dalla dottoressa Horn è irreprensibile, anche se vi sono posti, all'interno, dove non è consentito andare e che non sono completamente sterili, tuttavia le cure che vengono inflitte ad Eli sono al limite della tortura medievale e, come se ancora non bastasse, il piccolo si ritrova presto a venire attaccato nottetempo da alcuni spettri malevoli, senza peraltro venire creduto. La trama, come vedete, è abbastanza infarcita di cliché e lo stile di regia e sceneggiatura è quello tipico di un prodotto Blumhouse a base di entità malvagie, un The Conjuring ambientato in un ospedale (o al limite un Sinister, visto che Foy ha diretto il secondo capitolo della saga), durante la cui visione lo spettatore deve stare attento a non morire d'infarto causa jump scare assortiti filtrati da specchi o vetri, particolarmente diffusi all'interno della casa di cura. Tuttavia, tra gli strilli e l'interpretazione convintissima del piccolo Charlie Shotwell e tanti piccoli indizi che mostrano una famiglia disperata e nemmeno troppo unita (bellissima l'inquadratura all'interno della quale le mani dei genitori si dividono non appena si è chiusa la porta alle spalle del figlio), la sceneggiatura ci porta nel vivo della storia senza perdersi in spiegoni e soprattutto non cala di tensione nemmeno per un istante, anche quando i jump scare scompaiono e il film abbraccia la sua seconda anima. Se vi fidate di me anche con queste poche, scarne informazioni, il consiglio è quello di recuperare Eli senza remore perché è uno degli originali Netflix migliori al momento in catalogo... altrimenti proseguite, a vostro rischio e pericolo, perché entriamo nel regno dello


SPOILER

A un certo punto la sceneggiatura di Eli cambia completamente direzione e ribalta il punto di vista dello spettatore, che arriva a sentirsi intelligentemente gabbato e comincia a ripensare a tanti piccoli dettagli che lì per lì non quadravano, in primis l'impossibilità di avere un'intera magione sterilizzata. Certo, passata l'onda dell'entusiasmo c'è anche da dire che l'intero impianto scricchiola quanto le assi dei pavimenti di una casa infestata (arrivare a convincere il figlio di essere malato per curarlo del suo vero male? Ma a che pro? Bastava un esorcista, santo cielo. In tutta l'America ci sono solo queste tre suore scappate di casa in grado di esorcizzare pargoli o eliminare la progenie del Demonio? Peraltro passando per "fasi" in cui è persino necessario praticargli dei fori nella scatola cranica? Aiuto.), però è talmente convincente il modo in cui la sceneggiatura riesce a farsi beffe dell'utente Netflix, medio o scafato che sia, sviandolo in almeno due/tre modi differenti, che non si può non arrivare alla fine di Eli con un bel sorriso sulle labbra. L'idea dei fantasmi in apparenza malvagi che in realtà aiutano il protagonista, per esempio, era "sgamabile" sin dall'inizio ma onestamente non avrei mai pensato che le entità fossero davvero maligne perché lo è anche il loro protetto. E così lo spettatore per la maggior parte della durata si ritrova a fare il tifo per Eli, a volere bene alla madre Rose (nomen omen) che pare manipolata da un marito orco, a detestare l'ambigua dottoressa Horn e a sperare che il povero pargolo guarisca e sopravviva o magari muoia in maniera eroica per salvare altri bimbi come lui... finché tutto crolla, in un finale concitato ed ironicamente crudele. Come ho scritto sopra, Eli non racconta nulla di nuovo e si appoggia a svariati cliché del genere, ma è il modo in cui vengono mescolati a convincere e a spingere lo spettatore a sorvolare su alcune incongruenze e forzature. E poi, insomma, è sempre bello vedere Kelly Reilly, soprattutto perché la sua interpretazione da mamma apprensiva ed esageratamente dolce, tutta sussurri e trucchetti per calmarsi, nasconde una voragine di angoscia e segreti taciuti. Come sempre, non c'è nulla di meglio di un piccolo protagonista malvagio per ravvivare un film, e decisamente Eli si è conquistato un posto nell'olimpo dei miei preferiti!

FINE SPOILER/POST



Del regista Ciarán Foy ho già parlato QUI. Kelly Reilly (Rose) e Lily Taylor (Dr. Horn) le trovate invece ai rispettivi link.

Charlie Shotwell interpreta Eli. Americano, ha partecipato a film come Captain Fantastic, Tutti i soldi del mondo e The Nightingale. Ha 10 anni e tre film in uscita.


Sadie Sink, che interpreta Haley, è la Max di Stranger Things. ENJOY!

giovedì 29 dicembre 2011

Sherlock Holmes - Gioco di ombre (2011)

Finalmente il momento è giunto, martedì sono riuscita ad andare a vedere Sherlock Holmes - Gioco di ombre (Sherlock Holmes: A Game of Shadows) dopo un'attesa anche troppo lunga, che è stata ricompensata proprio da quel che mi aspettavo: un bellissimo film con un Guy Ritchie ancora in formissima.


Trama: mentre Watson convola a nozze, l'Europa viene scossa da una serie di attentati e le nazioni sono sull'orlo di una guerra. Solo Sherlock Holmes riesce a capire che dietro ogni attentato c'è lo zampino del Dr. Moriarty... e questo significa che il buon investigatore non esiterà a mandare a monte il viaggio di nozze di Watson per cercare di sconfiggere la sua nemesi.


Come già era successo per la recensione del film precedente, non so quanto di quello che scriverò sarà imparziale, perché sono ancora un po' obnubilata dal fascino di Robert Downey Jr., che in questo film riesce ad essere figo anche travestito da donna, da muro e da poltrona (sì sì, non sto vaneggiando!!). Ancor più del primo capitolo, infatti, questo Gioco d'ombre si concentra sulle peculiarità del protagonista, sul suo egoismo, sulla sua "maledizione" di vedere le cose tanto da poter anticipare mentalmente le mosse degli avversari, sulla sua impressionante capacità di travestirsi (finalmente sono riuscita a leggere i racconti di Arthur Conan Doyle e almeno questo punto viene rispettato, confermo!!) e di vincere anche quando sembrerebbe che la sconfitta sia certa e bruciante. Finalmente veniamo a conoscenza di Moriarty, che nel film precedente era solo un nome, per quanto minaccioso, e il malvagio non delude: deliziosamente colto, in grado di predire le mosse dell'avversario tanto quanto Holmes, innamorato della musica e del teatro come un antesignano di Hannibal Lecter. E poi non può mancare Watson, povera vittima dell'investigatore, bello come il sole, ironico come non mai, indispensabile per la buona riuscita di un piano nonostante la sua goffaggine quasi infantile. Altri comprimari d'eccezione, al di là della solita Irene un po' inutile e di una sciapetta Noomi Rapace nei panni della zingara, sono il Mycroft Holmes di Stephen Fry (assolutamente geniale!!!) e la bellissima Kelly Reilly nei panni della moglie di Holmes, due personaggi che purtroppo compaiono meno spesso di quanto dovrebbero.


La storia messa in piedi dagli sceneggiatori non lascia spazio nemmeno ad un attimo di noia; come nel primo capitolo ogni dettaglio, anche il più insignificante, diventa un tassello fondamentale per completare il puzzle finale, con i fili della trama che vengono perfettamente tirati grazie a dei flashback piazzati ad hoc. Le scene d'azione sono girate ottimamente, facendo grande uso di un ralenty per nulla fastidioso che ci aiuta a "vedere" attraverso la percezione di Holmes (splendida la sequenza della fuga dalla fabbrica di armi e quella, al cardiopalma, in cui i nostri devono cercare di scovare la bomba nascosta a Parigi) e anche i combattimenti corpo a corpo sono coreografati in modo ineccepibile. I momenti "tranquilli" sono all'insegna dell'ironia e dei battibecchi tra Holmes e Watson, a riconfermare la perfetta alchimia tra i due attori, oppure sono sottilmente inquietanti quando mettono in scena il confronto tra il protagonista e Moriarty. In questo capitolo c'è anche grande abbondanza di gag assolutamente esilaranti, per la maggior parte imperniate sui già citati travestimenti di Robert Downey Jr. (o sulla sua decisione di cavalcare un pony...) e sulla figura del fratello di Holmes e della sua strana servitù.


La cosa che più mi è piaciuta di Sherlock Holmes - Gioco di Ombre, tuttavia, è l'utilizzo di una splendida colonna sonora. La sequenza ambientata a Parigi, infatti, è introdotta da un'azzeccatissima ouverture tratta dal Don Giovanni opportunamente modificata per "confonderla" con lo score più action della pellicola, che sfocia in una scenografica rappresentazione del momento in cui Don Giovanni viene portato all'inferno con Moriarty che, dal palco, assiste estasiato alla sconfitta del protagonista e dello stesso Holmes. Oltre a questa magistrale sequenza, aggiungo la bellissima musica gitana che si sente nel campo degli zingari e anche la dignitosissima voce di Jared Harris che canta sulle note di Die Forelle di Schubert (grazie Toto per l'informazione colta!!). Insomma, in due parole, sono soddisfattissima di questo film. Purtroppo pare uscirà un terzo episodio nel 2014. Peccato, perché è già andata bene due volte, alla terza si rischia davvero di rovinare la bellezza di questa serie. Anche se Robert è sempre un bel vedere.


Di tutti i coinvolti ho già parlato nei rispettivi link: il regista Guy Ritchie, Robert Downey Jr. (Sherlock Holmes), Jude Law (Watson), Jared Harris (Moriarty), Noomi Rapace (Madame Simza), Kelly Reilly (Mary Watson), Rachel McAdams (Irene Adler).

Stephen Fry (vero nome Stephen John Fry) interpreta Mycroft Holmes. Inglese, lo ricordo per film come Un pesce di nome Wanda, Wilde, Gosford Park, V per Vendetta e Alice in Wonderland. Anche sceneggiatore, produttore e regista, ha 54 anni e tre film in uscita, tra cui Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato.


Con tutto il rispetto per il bravo Jared Harris, gli altri nomi che erano stati fatti per il personaggio di Moriarty sarebbero stati comunque superiori: Brad Pitt, Sean Penn, Javier Bardem, Daniel Day - Lewis e Gary Oldman. Poi davvero non avrei più saputo da che parte dello schermo guardare! Tra le attrici in lizza per il ruolo di Madame Simza c'erano invece Sophie Marceau, Audrey Tatou, Pénelope Cruz, Juliette Binoche, Marion Cotillard e Cécile De France. Se vi è piaciuto il film, comunque, recuperate assolutamente il primo capitolo.

martedì 29 dicembre 2009

Sherlock Holmes (2009)

L'avevo atteso per più di una ragione. Quel fico di Robert Downey Jr. in primis. Un trailer della madonna. Il ritorno di Guy Ritchie dopo il divorzio con un'altra Madonna, indice sicuro della rinascita di uno dei migliori registi dei nostri tempi. Non sono rimasta delusa affatto, soprattutto perché, ammetto l'ignoranza, non ho mai letto nulla di Arthur Conan Doyle e della sua più famosa creatura, ovvero Sherlock Holmes, quindi non ho potuto storcere il naso per l'interpretazione assolutamente trendy e fanfarona del personaggio in questione. Avviso: questa non sarà una critica obiettiva, sto ancora sbavando. Sorry.


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Trama: mentre Watson è in procinto di sposarsi, lasciando Holmes nella disperazione più nera, Lord Blackwood apparentemente risorge dopo essere stato impiccato proprio per merito dei due detective, che si ritroveranno invischiati in una storia che mescola indagini razionali a misteri esoterici, il tutto nel tentativo di impedire le tre morti annunciate dal redivivo criminale.


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Che dire, come film è davvero particolare. Innanzitutto non aspettatevi uno Sherlock Holmes noiosetto e compassato ma uno scoppiato allucinante dotato di un intelletto fuori dal comune. Guy Ritchie non ci da nemmeno un secondo di respiro nelle due ore di pellicola: fin dall'inizio, dove persino i loghi delle case di produzione sono composti dai sanpietrini che formano le strade di Londra, ci catapulta nell'azione con un Sherlock Holmes che corre, analizza al ralenti e con la razionalità di un dottore ogni mossa che compirà in seguito per stendere i nemici (e questa secondo me è l'invenzione più geniale del film) e ci introduce in una trama senza nemmeno una falla, dove ogni cosa, anche la più illogica, viene dedotta, spiegata e sviscerata attraverso particolari che solo lo spettatore più attento potrebbe cogliere. Un esempio eclatante è quello della ladra infatuata del buon dottore. Un secondo prima la vediamo camminare per Londra senza nulla tra le mani, un secondo dopo... pam! eccola con un bel mazzo di rose: le aveva anche prima o se le è procurate nel tragitto? Aspettate e vedrete; ogni cosa, anche la più banale ha una storia nascosta che prima o poi verrà rivelata, o comunque tornerà utile in seguito.


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Tecnicamente il film è ineccepibile. Bello a vedersi, senza troppi effetti speciali, scene mutuate da videoclip o virtuosismi fini a se stessi e molto molto dinamico. Le scene delle scazzottate sono esaltantissime e molto ironiche, i momenti di serio pericolo vengono resi in modo ineccepibile come nei momenti (mozzafiato per chi soffre di vertigini come me) ripresi su un London Bridge ancora in costruzione, oppure durante le esplosioni al mattatoio. I costumi e le scenografie sono leggermente modernizzati a mio avviso ma non in modo eccessivo, stupende soprattutto le mise di Holmes che riesce ad essere sciatto, trendy e vittoriano nello stesso tempo.


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Ovviamente un simile film non sarebbe altrettanto bello se non ci fossero dei degni attori. Robert Downey Jr. ci regala un Holmes affascinante, innanzitutto, pieno di tic, imperturbabile e cialtrone (che pure suona il violino e fuma la pipa, come da tradizione...). L'alchimia con il compassato e giovanile Watson interpretato da Jude Law è perfetta; i due attori riescono a compensarsi l'un con l'altro, dando via ad una serie di battute e sguardi esilaranti, come raramente si vedono, di questi tempi. Anche il cast di supporto è ottimo, a partire dall'esilarante ispettore Lestrade; l'unica pecca è Lord Blackwood, interpretato da una sorta di pesce lesso che non riesce mai ad essere né inquietante né tantomeno minaccioso o demoniaco. Visto che gli assomiglia leggermente sarebbe stato meglio metterci un Peter Stormare, che avrebbe creato indubbiamente un villain migliore.


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Il finale "aperto" e soprattutto il singolare uso che viene fatto del Professor Moriarty, nemesi storica del buon Holmes lasciano ben sperare per un seguito. Se e come verrà realizzato è un mistero, ma se cambierà anche solo uno degli attori o, peggio, il regista, temo proprio che l'operazione non riuscirà bene come in questo caso. E' un film che consiglio spassionatamente, se non si fosse capito, il modo migliore per chiudere il 2009 cinematografico.


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Di Robert Downey Jr. ho già parlato qui. La fidanzatina di Watson, Mary, è la bella Kelly Reilly, già citata nel Bollalmanacco durante la recensione di Eden Lake.


Guy Ritchie è il regista della pellicola. Enfant prodige inglese, negli ultimi anni sembrava aver appeso la cinepresa al chiodo, rassegnato ad essere solo il marito di Madonna. Per fortuna, com'è già successo con Sean Penn, la cara cantante decide poi di lasciare i mariti, che praticamente rinascono, toccando nuovi, positivi traguardi. Tra i film del nostro ricordo gli splendidi Lock & Stock e The Snatch, e l'immonda ciofeca Travolti dal destino. Ultimamente è uscito anche Rocknrolla. Ha 41 anni e un film in uscita.


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Jude Law interpreta Watson. Altro ottimo attore inglese, tra i suoi film ricordo Wilde, Gattaca, lo splendido Mezzanotte nel giardino del bene e del male, il particolare eXistenZ, Il talento di mr. Ripley, A.I. Intelligenza artificiale, Era mio padre, Lemony Snicket - Una serie di sfortunati eventi, The Aviator e Parnassus. Ha 37 anni e un film in uscita.


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Siccome ieri sera mi sono ritrovata a desiderare Moriarty con tutta me stessa, e a ripensare al geniale Professore, doppiato con accento piemontese nella versione a cartoni animati giapponese intitolata Il fiuto di Sherlock Holmes, beccatevi uno spezzone proprio dell'anime in questione. ENJOY!!!!


lunedì 4 maggio 2009

Eden Lake (2008)

O sto diventando io troppo vecchia, o effettivamente gli horror di ultima generazione sono diventati delle deprimenti torture psicologiche, non delle divertenti buffonate per passarsi un’ora e mezza davanti allo schermo. In questo caso, Eden Lake, film del 2008 diretto dall’inglese James Watkins di divertente non ha proprio nulla.

 


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La trama: due fidanzati decidono di andare a passare un weekend ad Eden Lake. Purtroppo per loro finiscono nelle mire di un gruppo di assillanti e maleducati ragazzini che all’inizio si limitano a fare i bulletti. Quando però i mocciosi cominciano a tirare fuori i coltelli, e qualcuno si fa male, i due fidanzati devono cominciare a correre e cercare di sopravvivere a quella che diventa una vera e propria caccia all’uomo..


 


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Che dire, questo film è uno splendido horror/thriller, che prende i temi di libri eccelsi come Il signore delle mosche e film meno belli come L’innocenza del diavolo, li mescola alla purtroppo tristissima realtà odierna e li estremizza fino a renderli insopportabili. Splendido ed adulto thriller, che almeno per me è stato un pugno allo stomaco devastante soprattutto per il pessimismo e il senso di frustrazione che pervade tutto il film. I due protagonisti si trovano in una realtà che è ostile fin dalle primissime battute, da quando si illudono di potersi permettere una vacanza e, perché no, fare progetti su un futuro insieme. I ragazzini con le biciclette sfrecciano tagliando loro la strada come dei mostriciattoli dotati di ruote, quindi invadono il loro territorio nella tranquilla spiaggetta gettando loro in faccia le zanne di un cane decisamente incarognito, spiando le grazie della protagonista e assordando lei e il fidanzato con la musica. E qui finisce il gioco, gli elementi che creano tensione, ed esplode la “bugna” con la giusta ed educata ribellione del protagonista e la successiva ritorsione dei teppistelli in quella che diventa una vera e propria guerra che sarebbe anche grottesca se non fosse che ad un certo punto spuntano i coltelli e l’unico sprazzo di umanità, pietà e fanciullezza che mostra l’orrendo capetto degli strepponcelli innesca la parte horror del film e il crescente nervoso dello spettatore che non vedrebbe l’ora di assistere alla trucidazione dei dannati tredicenni, possibilmente nei modi più sanguinosi e violenti che mente umana possa partorire.


 


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La “bellezza” del film, se così si può chiamare, sta proprio in questa immedesimazione nei due protagonisti, che porta inevitabilmente lo spettatore a sentirsi vittima, a parteggiare per i due, a soffrire con loro e ad arrabbiarsi riflettendo sulla realtà malata che ci circonda; in tempi di baby gang, violenza minorile, bravate riprese col cellulare e quant’altro, chi ha più il coraggio di reagire con un sano ceffone se un ragazzino si comporta da maleducato? Un tempo i bambini non erano tutelati e ora gli adulti, prede dei sensi di colpa o comunque memori di infanzie non troppo felici, li proteggono anche troppo, li viziano, li rendono consapevoli della loro intoccabilità e non si rendono conto che spesso e volentieri creano non ragazzini felici, ma piccoli adulti insoddisfatti, vuoti, privi di valore, falsi, bugiardi, violenti e alienati dalle comodità e dal mito del successo legato anche alle stupide bravate come si vede nella pellicola. Quest’ultima, se da una parte potrebbe incoraggiare i ragazzini ad imitare i loro schifosissimi coetanei mostrati nel film, dall’altra è un chiaro monito ai genitori di non prendere per buono tutto quello che i bravi pargoletti dicono e di non difenderli a spada tratta, ma di lasciare che l’amore filiale lasci un po’ di spazio ad un salutare dubbio e a due o tre scappellotti ben dati di tanto in tanto. In realtà le famiglie dei ragazzini nel film sono formate da galeotti e strepponi della peggior specie, come a dire da un melo non può nascere un pero, però anche nelle famiglie “bene” ci sono troppe mele marce di questi tempi, ed un po’ di autocritica sui propri metodi educativi non guasterebbe.


 


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La realizzazione del film è perfetta, i protagonisti, a cominciare dai giovani attori che interpretano i membri della baby gang (talmente mostri che solo uno di loro, il fratello maggiore del capetto, è stato preso per fare la parte di un Serpeverde in Harry Potter), sono bravissimi, una menzione speciale la merita la protagonista, che da dolce maestrina si trasforma in spietato Rambo e killer di pargoli: il suo sguardo azzurro e freddo sul volto interamente ricoperto di sangue e fango è qualcosa che rimane impresso per parecchio. A questo proposito, il film non è privo di un’amara ironia. Come contrappasso la maestra si trova ad odiare e a uccidere o lasciar morire coloro che all’inizio del film protegge e giustifica, mentre il fidanzato prova per tutto il film a regalarle il tanto sospirato anello di fidanzamento ed ogni volta viene interrotto dai teppistelli, come a voler presagire l’ineluttabilità di un destino che non sarà affatto felice per i due. E infatti il finale, seppur leggermente prevedibile, è uno dei più cattivi ed irritanti della storia dell’horror, beffardo come tutte le scene clou del film. Il ritmo della regia è serrato, la musica azzeccatissima e alcune riprese dall’alto dei boschi inglesi sono mozzafiato, degno contrappunto della claustrofobica regia che rinchiude i protagonisti nel fitto sottobosco e nelle paludi.


 


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Un film triste e crudele solo per appassionati, che merita nonostante faccia innervosire parecchio e istighi una sindrome da Erode non indifferente. Da vedere rigorosamente in inglese per godere dell’accento rozzo e campagnolo che rende i ragazzini ancora più irritanti e burini. Come avrei voluto essere la regina Elisabetta per poter fracassare loro i dentini a colpi di scettro all’urlo di “By Jove! Where the deuce is your refined pronunciation, you little bastards?????”




James Watkins è il regista inglese di questo simpatico e leggerissimo film. E’ la sua prima prova come regista, ma lo ricordo come sceneggiatore dell’interessante ed inquietante My Little Eye. Ha 31 anni e un film in uscita.


 


James Watkins


Kelly Reilly interpreta la maestra Jenny. L’attrice inglese ha recitato in The Libertine e Orgoglio e pregiudizio. Ha 32 anni e tre film in uscita tra cui l’atteso (almeno da me!!) Sherlock Holmes di Guy Ritchie con Robert Downey Jr.!!


 


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Michael Fassbender interpreta lo sfortunato Steve, il fidanzato di Jenny. L’attore tedesco ha recitato in 300 (ha in effetti un po’ l’aria del fico spartano…) e per la tv in Band of Brothers. Ha 32 anni e ben sette film in uscita, tra cui il film più atteso dell’anno (e non solo da me!!), Inglorious Basterds dello zio Quentin!!


Michael Fassbender


E ora vi lascio con il Trailer originale del film. Se ne avete il coraggio.... ENJOY!!!


 


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