Archive for category Fatto in casa (autoproduzione)

Tovagliette americane in papiro

Chissà cosa mi è passato per la mente quando ho acquistato quella rocca di fettuccia di papiro e cotone su e-bay. Forse che richiamasse il lino e potessi usarla per una fresca canotta estiva. Invece mi arriva questo filato piatto di un grigio argento meraviglioso, liscio al tatto ma troppo rigido per essere usato per l’abbigliamento.

E’ rimasta lì un poco finché non ho riesumato delle vecchie schede del giornale Pratica che penso di avere da almeno 20 anni e lì c’era uno schema per tovagliette all’americana semplici ma con una giusta alternanza di diritto e rovescio a creare un bell’effetto grafico e variazioni di luminosità sul filato che mi sono piaciute molto.

E’ diventato il mio progetto che riempiva i buchi tra un lavoro e l’altro, specialmente d’estate quando lavorare la lana era meno piacevole. Intanto che pensavo al progetto successivo ci infilavo una tovaglietta, pochi giorni era finita e si passava ad altro, e quando abbiamo aperto il nostro ufficio avevo 5 tovagliette perfette per l’angolo relax e il caffé di metà mattina.

Per questo mi ricordano il mare, quel grigio è variegato come granito sardo e sono felice di aver scoperto un nuovo filato naturale, anche se poco adatto all’abbigliamento.

Ne sono orgogliosa perché sono stranamente molto adatte all’arredamento dell’ufficio e perché c’è qualcosa di speciale avere sul posto di lavoro dei piccoli tocchi fatti a mano, da me medesima, perché secondo me le giornate a sviluppare software hanno tante sfaccettature e per non farle diventare fredde e asettiche bisogna circondarsi comunque di persone e oggetti cari, caldi e con una storia.

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Owlet, un gufetto per il cadetto

Aprile 2013 027Ieri ero a Napoli, sole, pizza e estate e tutte le banalità che ci vorrete aggiungere, mentre oggi a Bologna c’è una tempesta di quelle tutto buio in mezzo minuto, poi lampi impazziti a rischiarare e pioggia pioggia pioggia. E la Pollyanna che è in me ha pensato: ecco la mia ultima occasione per pubblicare le foto dell’Owlet, il maglioncino che ho regalato al mio bimbo per il suo compleanno a Marzo (il ritardo è talmente grande che lo ignorerò del tutto in questo post, siete quindi pregati di non farmelo notare).

Da tempo il cadetto mi chiedeva un maglioncino per sè, fatto da mamma. Ero perplessa perché i miei regali passati su fronte magliereccio non erano stati molto graditi, ma stavolta mi sono impegnata.

I miei figli hanno il diritto di scegliere cosa mettersi la mattina da quando hanno avuto la possibilità di comunicarlo. Il primogenito detesta di cuore i bottoni e ha avuto un anno che si è vestito prevalentemente di arancione e di verde e l’elegante gilet celeste che gli avevo fatto con un avanzo di lana della nonna non è mai uscito dal cassetto. No, vi assicuro che era carino, anche se presentato così non sembra.

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Il cadetto poi ha gusti difficili e se per caso mi azzardo io a preparargli degli abiti adatti alla stagione, la mattina, una volta su due li prende, li risbatte nel cassetto e ne seleziona altri adatti al suo umore mattutino. Quindi la prova non era facile, capite. Ma a richiesta cuore di mamma risponde, e la richiesta “Ma quando mi fai un mallione anche a me?” c’era stata.

Ci voleva un animale, visto che il Cadetto si sente un po’ Manimal dentro, o almeno lo suppongo visto che dichiara di essere un cucciolo diverso ogni mattina, un filato robusto ma naturale e un modello veloce da fare perché la data si avvicinava.

Avevo adocchiato varie versioni l’Owlet qua e là su internet, e lo trovavo adorabile, però c’era il rischio che diventasse un po’ lezioso: fortunatamente avevo un filato  grigio melange da lavorare con i ferri del 4, resistente e veloce da lavorare.

Per evitare il sovraccarico decorativo ho aggiunto gli occhi, semplici bottoni neri, solo ad uno dei gufetti dello sprone, mentre gli altri si intuiscono dal disegno a trecce.

Ho molto apprezzato il modello: dopo aver adattato il campione non ho dovuto fare altre modifiche, è venuto bene al primo colpo e ho ringraziato mentalmente l’autrice perché i tempi erano stretti. E ho avuto la mia soddisfazione perché ho dovuto metterlo via prima del cambio di stagione perché continuava ad essere scelto anche se era un po’ pesante per la temperatura attuale.

Successo completo, insomma. Mi è solo rimasta una gran voglia di farne uno anche per me, con quel gufetto solitario un po’ sghembo, ma ora arriva l’estate quindi se ne parlerà a Settembre, e magari mi sarà passato il desiderio poco raccomandabile di andare in giro con animali di maglia sui vestiti, che ho passato l’età. O forse no. In fondo un blog come si deve dovrebbe creare un po’ di attesa degli eventi, oltre a quella per i post terribilmente saltuari, vero?

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Jole

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Ci sono modelli che appena li fai avresti voglia di rifarli, magari cambiando lana e qualche particolare, per il gusto che ti hanno dato. Jole è uno di questi modelli versatili, con quel quid geniale dato dalla scollatura asimmetrica che si inserisce perfettamente nella lavorazione top-down. Lo si può trovare nel libro di unitecontroilcancro, che riconsiglio di avere perché si fa del bene e si fa del bello a comprarlo.

In realtà la sua lavorazione risale all’anno scorso. Che qui, quando si parla di gratificazione istantanea da maglia, per me il concetto si traduce nell’avviare le maglie per un maglioncino striminzito ©, cioè quei top aderenti fatti di pochi gomitoli, quanti quelli di uno scialle e poco più di quelli di un collo, che poi però ti metti addosso e non puoi definire solo “accessori”. Perché dire “ho fatto un maglione” anche se piccolo e stretto, alza comunque la tua autostima lanosa, pure se è il centesimo che fai.

Ho provato a fotografarlo a suo tempo da sola con spirito acrobatico ma le foto erano uscite terribili e poi non l’avevo messo spesso perché la manichina corta poco si addiceva ai freddi climi bolognesi. La lana non mi ricordo da dove viene e ora non ho più la fascetta ma era un misto mohair con 15% di acrilico, tollerabile visto che il mohair ha comunque bisogno di un po’ di sostegno, con questo colore e consistenza che sembra venire direttamente dagli anni ’80. Fortunatamente me ne avanzava un pochino, di filato, e sono riuscita ad allungare le maniche a 3/4, lasciando in fondo uno spacchettino simile a quello che avevo lasciato sui fianchi per facilitare la vestibilità.

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Il maglione rivela un mio difetto atavico nel lavoro, il bordo delle coste che non mi viene mai dritto dritto come vorrei, e con i ferri circolari il problema sembra si sia acuito, devo capire perché, ma lo amo lo stesso, così, asimmetrico e un po’ imperfetto.

from instagramLo indosso così, fermato dalla spillina con le perline di corallo del battesimo e abbinato al marrore per evitare l’effetto troppo eigthties e chi segue il mio profilo di instagram lo trova battezzato come pezzo del mio #guardarobasentimentale, perché addosso con lui porto la storia di Jole e di un bel libro con un pattern che porta il suo nome, un modello che va oltre il suo design perché racconta un pezzo di storia e di amore della figlia di Jole, che l’ha inventato e ha voluto donarlo per aiutare altre donne nella lotta contro il cancro.

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La copertina

Copertina

Mi sono beccata questa influenza molto pesante che gira quest’anno. Me l’ha attaccata il piccolo, che si è appeso a me come una cozza con la febbre a 39,7 e vuoi forse metterlo giù e prendere le normali precauzioni igieniche, tipo non farsi sbavare in faccia? Insieme a me si è ammalato anche il grande, e siamo finiti tutti e 3 nel lettone mentre il papà dormiva sul divano per 3 giorni per non essere contagiato, che se la prendeva anche lui eravamo fritti. E’ un po’ uno smacco, visto che io mi ammalo difficilmente e questi giorni avevo tipo 2 appuntamenti importanti e altre 40 cose da finire. Ma dopo aver provato a lavorare con la febbre per 10 mn ho ceduto. Di prendere qualcosa per i sintomi non se ne parlava, credo che sia una delle ragioni per cui mi ammalo con difficoltà: se sta per cascare il mondo posso anche farlo, per il resto se non riesco a lavorare con la febbre è volontà del mio corpo che mi riposi, e siccome spero che lui mi serva ancora per un bel po’ mi tocca ogni tanto dargli ascolto. Tanto comunque anche badare a due bimbi malati mi tiene attiva a sufficienza.

Fortunatamente i nonni, tenuti alla larga tramite segnali con teschi e grandi croci rosse per paura che si ammalassero, lasciavano davanti alla porta pacchetti pieni di cibo ipernutriente, succhi di frutta e biscotti, librini per i bambini e maipiùsenza come l’orologio dei bakugan che proietta una sorta di animale mostruoso sulle pareti. Con quello puoi giocare anche dal letto rantolante con la febbre, yeah.

E ritiravano sacchi di fazzoletti da naso a fiorellini, quadrettoni, eleganti di batista, di topolino e winnie the pooh da sterilizzare, che noi sia quelli che non usano e gettano ma che stavolta rischiavano di dare fondo alle scorte.

Alla fine ci siamo curati a polpettone, pasticcio di patate e merendine, che tanto alla pediatra non lo diciamo, e siamo passati dal letto al divano con copertina. E proprio dell’elogio della copertina fatta in casa vi volevo parlare.

Mai fatto copertine in vita mia fino a questo autunno. Manco per i miei figli.

 

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Le ha fatte la nonna, due minuscole copertine che adoro, di
pura lana merinos, che però a me magliaia casalinga faceva un male cane vedere coperte di rigurgitini o amabilmente ciucciate agli angoli. Per il resto, una mia amica d’infanzia me ne ha regalata una di pile cucita da lei, con un grazioso bordino in sbieco a contrasto e un orsetto impunturato, e da quel momento ho giurato fedeltà alle copertine di pile che se si sporcano vanno in lavatrice alla temperatura che vuoi e poi escono praticamente asciutte. E poi non so, la copertina in lana mi è sempre sembrato un lavoro lungo e noioso, mangiatrice di tanta lana e di poca soddisfazione.

Però l’anno scorso c’è stato il terremoto qui in Emilia, hanno fatto i controlli, hanno fatto dei lavori, e al piano di sopra della scuola dell’infanzia del piccolo non si può più dormire. Da quest’anno il pisolino del pomeriggio lo fanno tutti nella palestrina morbida su materassini di spugna coperti da asciugamani da mare. Con l’avvicinarsi dell’inverno hanno chiesto le copertine “ma non di pile, che c’è già abbastanza elettricità”. Ecco, e io e la mia pila di copertine di pile eravamo sistemate. E quelle di lana di quando erano piccoli erano… piccole.

Però io avevo ancora un terzo della rocca di merinos sottilissima con cui ho fatto l’adrift usandone più fili. E se sovrapponevo il filo un numero di volte sufficiente il lavoro proseguiva rapido. Anche il pattern è stato semplice, stavo facendo a tempo perso degli americani presi da una vecchissima rivista con un punto a triangoli che secondo me era adattissimo anche ad una copertina.

La lavorazione è stata veloce, giusto in tempo per l’arrivo del freddo. E mi è piaciuto. In fondo, la copertina è come portarsi dietro un po’ di mamma ed ero felice di farla con le mie mani per il mio piccolo Linus. La copertina è un abbraccio, è facile da fare, se viene un po’ più corta o più lunga non è grave e mentre la fai ti cade sulle gambe, ti avvolge, ti ringrazia, e tu già ne saggi le potenzialità attorno a te. Non parliamo poi del fatto che, se ti viene l’influenza, la copertina e il divano sono il miglior farmaco che puoi procurarti.

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Cookies

Sempre perché le cose troppo sane i miei figli me le snobbano, ci vuole la giusta via di mezzo, altrimenti vanno a mendicare al padre e alle nonne i biscotti confezionati. Questi biscotti sono facili, veloci perché non bisogna neanche ritagliarli e la farina integrale e lo zucchero muscovado sono un po’ più clementi per l’indice glicemico mattutino. Gli ingredienti sono tutti biologici e la ricetta originale credo di averla trovata tempo fa su un pacchetto di gocce di cioccolato ma gli ingredienti non erano integrali e ho modificato le dosi di burro e zucchero.

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Una nota sulle farine di grani antichi. Non entro nella discussione se il tipo di grano su cui si basa attualmente la nostra cucina faccia bene o faccia male, mi piace sperimentare con consistenze e sapori nuovi e credo abbastanza nel principio che la varietà sia il modo migliore di evitare di nutrirsi male. Oggettivamente ho trovato queste farine piuttosto difficili da impiegare negli impasti a lunga lievitazione, invece amo molto la friabilità e il sapore che danno a frolle e biscotti. Ho fatto questi biscotti con farine più o meno raffinate e devo dire che qui il semi integrale sta molto bene e batte la farina 00 per sapore e consistenza ma naturalmente si può optare per altri generi di cereali a seconda del gusto e della disponibilità.

Cookies con pezzi di cioccolato

Ingredienti:

120 gr di burro morbido morbido, 110 gr di zucchero muscovado, 1 uovo, 200 gr di farina semiintegrale di grani antichi, 1 cucchiaino di lievito, 80 gr di cioccolato in pezzi o di gocce di cioccolato.

Preparazione:

Montare il burro con lo zucchero fino a che non risulta ben amalgamato, aggiungere l’uovo continuando a frullare, la farina mescolata al lievito a pioggia. Preriscaldare il forno a 180 gradi. Infarinare le mani e formare delle palline mollicce di circa 3 cm di diametro, disporle distanziate sulla placca del forno ricoperta di carta forno o di un foglio di silicone e schiacciarle leggermente. Con queste dosi ne vengono fuori circa una teglia e mezzo. Cuocere per circa 15 mn. I biscotti devono essere tolti dal forno ancora morbidi, si rassoderanno raffreddandosi. Et voilà, in un batter d’occhio, l’unico inconveniente è che bisogna ricordarsi di togliere il burro dal frigo per tempo. Si conservano bene per vari giorni quindi conviene farne scorta.

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Mou – Il pattern

Gonna lunga, marca sconosciuta o dimenticata, top Mou, sandali di cuoio artigianali comprati in un negozietto di Alghero

Ci sono bravissime designer che partono da un’ispirazione e la seguono per creare bellezza. Sono vere artiste, e il risultato finale è dato dal dare una forma al proprio pensiero.

Quando io invento una maglia invece parto quasi sempre dalla necessità: ho bisogno di un certo capo nel mio guardaroba, ho dei vincoli da rispettare, ad esempio un filato e una quantità definita, deve essere un capo che mi doni e che abbia una manutenzione agevole, e si deve integrare bene con altri capi di abbigliamento. Io sto alle vere designer di maglia con la sartina agli stilisti di alta moda.

Mou ha una storia ricorrente nei miei modelli. Questa storia inizia anni fa: avevo una gonna, una meravigliosa gonna leggera lunga fino ai piedi, dalle fantasie sul blu, azzurro e marrone, e non avevo niente da metterci. Doveva essere un capo aderente e non troppo pesante per completare un insieme estivo. Avevo 4 gomitolini contati di un filato in cotone sabbia, un po’ lucidino. E vari anni fa ne uscì un top a trecce con la scollatura a V, corto, che scopriva l’ombelico. Ero giovane, lo portavo al mare, e la mia pancia abbronzata poteva permettersi di essere lasciata scoperta il giusto. Poi gli anni sono passati, ci sono state due gravidanze e un minimo di aplomb portato dall’età, e l’insieme toppetino e gonna gipsy non riuscivo proprio più a vedermelo. Ma quando si lavora a maglia si impara una grande lezione di vita: quello che non ti piace disfalo e rifallo come lo vuoi tu. Così fu. Ho disfatto il top, l’ho legato in matasse, lavato e con il filato ho creato un altro capo più adatto, con il doppio vantaggio di liberare il guardaroba di un pezzo che non metto più e di confezionarne un altro a costo zero.

Dovevo però inventarmi un modello che coprisse la pancia pur utilizzando lo stesso filato. Intanto, le trecce mangiafilo dovevano lasciare posto alla maglia rasata, e poi, se coprivo sotto, dovevo ritagliare un po’ sopra. Da qui l’idea dello scollo all’americana, realizzato in maniera semplicissima con il metodo top-down.

Il nome è dovuto allo scollo arrotolato, che mentre lo provavo si accomodava tutto intorno al collo ricordandomi le caramelle tonde di caramello e vagamente anche al colore. Una ragazza simpaticissima conosciuta nel gruppo sulla lavorazione top-down ne ha testato la taglia M, sto provando a calcolare le altre taglie ma se nel frattempo volete provare a farlo eccovelo qui.

Mou

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Mou – nuovo modello – Coming soon…

E stavolta vi scrivo il pattern, promesso.

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Lo scollo a barchetta a modo mio

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Uno dei grandi vantaggi di lavorare a maglia è che, quando nei negozi di abiti non trovi quello che cerchi, hai sempre un modo per fartelo da sola. Un altro vantaggio è che puoi applicare la tua fantasia o, nel mio caso, arte di arrangiarsi e ottenere dei capi particolari che, appunto, nei negozi non ci sono. Originali per caso ma pure sempre unici.

Questa semplice maglietta in cotone blu risale alla fine degli anni ’90 ed è costruita con una tecnica che ho escogitato  per riuscire ad aggiustare un capo dallo scollo “sbagliato” e che poi è diventata una specie di marchio di fabbrica, l’ho applicata a moltissimi modelli, questo però prima di cominciare a lavorare con i ferri circolari e top down. Dato che l’ho messa i primi di Giugno per una gita con amici, ho convinto un Partenopeo riluttante a farle due foto (e naturalmente non avevo nessuna intenzione di far passare un mese per pubblicare il relativo post), ve la mostro nella sua dimensione un po’ vintage.

Perché a quel tempo c’era la caccia alla maglietta “perfetta” per la propria figura, non troppolargacheticoprailsedereafilo ma che, proprio perché così dipendente dal fisico di ognuna, non era tanto facile trovare. Specie blu scuro, da abbinare ai pantaloni a righe e fantasia che si usavano quell’estate. Naturalmente ci andava uno scollo a barchetta, gli scolli sono la mia ossessione e quelli a barchetta “squadrata” i miei preferiti, e avevo già fatto alcuni capi con questa tecnica e il solo tocco di estro rispetto alla mia produzione quasi seriale è stato inserire le fasce a grana di riso doppia sul bordo inferiore e sulle maniche.

La maglia è semplicissima da realizzare, si tratta di due rettangoli per il fronte e il retro, uniti lungo i fianchi e appuntati sulla spalla superiore. Le maniche sono due corti trapezi da modulare a seconda della larghezza e dello scalfo desiderato. La particolarità del collo è ottenuta inserendo due triangoli a grana di riso cuciti sui lati lunghi sotto il corto bordo superiore a coste tubolari della maglia. Le figure geometriche più semplici, un capo senza pensieri a cui sono ancora affezionata e che ogni tanto mi risolve il “cosa mi metto sopra il jeans elasticizzato”? E poi volete mettere la soddisfazione di un capo su misura che è rimasto tale dopo una quindicina d’anni e due gravidanze?

   
 
 
L’abbinamento è banalissimo, ma che volete, è pur sempre una maglietta che viene dagli anni ’90 ed ero in gita con i bambini. 
   Maglia di cotone – home made, jeans – Muji, sneakers scamosciate – Walsh, orologio – Seiko (e secondo me pure quello ha più o meno gli stessi anni), occhiali da sole (e da vista) –  Moschino (indovinate? tardi anni ’90 pure quelli…).

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Sabato: forno

Se non abbiamo qualche impegno e se non fa ancora caldo il sabato mattina a casa nostra si ascolta musica barocca o jazz (dipende da chi vince tra me e il Partenopeo) tra le grida di gioco di due bimbi e si accende il forno. Ci finiscono dentro in sequenza cibi vari che verranno consumati il giorno stesso o durante la settimana, si spegne automaticamente il riscaldamento che tanto basta a tenere calda la zona giorno e cucinare tutto in un colpo solo aiuta a contenere i consumi perché da una teglia all’altra non c’è bisogno di preriscaldare. Nel frattempo sui fornelli fischia la pentola a pressione con i cereali e poppia un’altra pentola con sugo di pomodoro o, più raramente, ragù, ma dato che non vanno nel forno in questo post le ignoreremo, lasciandole a fare da puro accompagnamento olfattivo e sonoro.

Ormai la routine è consolidata e porta via relativamente poco tempo, si comincia ancora in pigiama e ci si prepara con molta calma, e nelle pause ci può stare anche un partita a qualcosa con i bimbi o due chiacchiere e una mail, altrimenti il Partenopeo fa la formazione per il Fantacalcio e io mi godo gli odori della cucina sfogliando qualcosa di poco impegnativo.

In teoria la preparazione comincia nel tardo pomeriggio precedente, per un totale di 4 minuti, nei quali si mettono 500 gr di farina 0 biologica in una ciotola, 350 gr di acqua, 3 briciole di lievito di birra e un cucchiaino di sale e si da una mescolata generica per l’impasto del famoso pane senza impasto. Si copre con un coperchio la ciotola (risparmiamo la pellicola, è pur sempre usa e getta) e si lascia lì per circa 16 ore. Poi si infilano nella macchina del pane, programma solo impasto, gli ingredienti della pasta matta per torte salate e la si schiaffa in frigo sempre in contenitore chiuso per tutta la notte. Se proprio non basta, si mettono a bagno ceci o fagioli da dare in pasto alla pentola a pressione. E basta.

Il giorno dopo, finita la colazione, mentre si sparecchia, metto a stufare o a scottare una qualche verdura per la torta salata. Nel frattempo, appena il tavolo è libero, si copre di farina per spiattellarci sopra la pastella molle e bollosa del pane senza impasto. Cospargo di farina integrale, faccio quattro belle piegone, e ci rimetto sopra la ciotola della lievitazione rovesciata per una mezz’ora.

Nel frattempo probabilmente la verdura si è cotta, è tempo di scolarla per bene o di dare una rimescolata a quella che si sta stufando sul fuoco. Finalmente si accende il forno, d’inverno è proprio il momento giusto. Tiro fuori la pasta matta, e la stendo bella sottile, e ne fodero una teglia. La verdura scolata finisce nel robot insieme ad un uovo, tutti gli avanzi di formaggio presenti in casa e, di rado, qualche resto di carne o di salume. Quella stufata, asciugata per bene, invece si dispone così come è, e l’uovo misto a formaggio si versa sopra. Si dispone sulla pasta e la si mette dentro al forno non troppo caldo, tanto queste preparazioni non richiedono un lungo preriscaldamento.

Torno al mio no-knead bread e lo rovescio su uno strofinaccio pulito coperto di farina integrale, piego sopra i bordi dello strofinaccio che tanto deve stare lì due ore.

Qui ci sono una ventina di minuti liberi, in cui posso decidere se inseguire i bimbi perché si lavino e si vestano, se andarmi a vestire io, o se rimanere in pigiama con un gran grembiule bianco e nero con su scritto “Montréal Jazz Festival” ad ascoltare Bach o Brad Meldhau. In genere opto per la terza opzione.  Ci sta anche una lavata al robot che adesso deve impastare gli ingredienti per una torta per la merenda o la colazione del giorno dopo. In genere è una classica ciambella allo yogurt, o una crostata morbida, oppure dei muffin semivegani di cui vi parlerò presto. Tutti impasti semplici, nessun albume da montare, l’alta pasticceria è riservata ai pomeriggi piovosi o alla Domenica.

L’impasto dolce finisce in uno stampo al silicone sempre all’insegna della pigrizia, il forno si apre per far uscire la torta di verdure da riscaldare per cena, si regola un attimo la temperatura e la torta va nel forno già caldo per la cottura precedente. Insieme alla torta va in forno anche la pentola per il pane: altrimenti detta cuocipollo, è una delle pentole da forno con coperchio, fondamentale per dare al pane senza impasto quella crosta e quella consistenza così fragrante. Anche se la ricetta originale dice che andrebbe riscaldata ad una temperatura più alta per mezz’ora, basteranno pochi minuti al termine della cottura della torta per farla arrivare al giusto grado, senza dover far andare a vuoto il forno a temperature altissime.

Si mette il timer e ci sono almeno 40 mn per farsi belli e cominciare a sentire il profumo degli zuccheri che si stanno caramellando sull’orlo della teglia. Quindi è ora di estrarre i dolci, alzare il forno alla massima temperatura per qualche minuto, e quindi compiere la complicata manovra di rovesciare il pane dallo strofinaccio nella pentola caldissima. Chiudere con il coperchio (non riscaldato), abbassare leggermente la temperatura e attendere per circa 3/4 d’ora di sfornare il pane più buono che io abbia mai fatto, croccante e fragrante, un vero piacere del sabato mattina.

E se vogliamo esagerare si può terminare il tutto infornando una brioche rustica, un arrosto, un pasticcio di pasta o un paio di patate per pranzo, ma solo nelle mattine più attive, altrimenti saranno sufficienti una pasta e fagioli o una zuppa accompagnate dal pane appena sfornato, e intanto programmare un pomeriggio un po’ meno pigro e casalingo, che tanto per cena e merenda siamo già a posto.

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Continuiamo a chiamarla Provvidenza

Come dice il poeta, life happens mentre nel frattempo sei occupato a fare altro, e a volte passa più di un mese e avresti qualche post pellegrino tra le bozze e nulla di pubblicato sul blog. Che per fortuna è un diversivo e questo consente di trascurarlo senza sensi di colpa e senza interventi di quell’antipatico di super io, che, come tutti i super, un personaggio del tutto a modo non può essere.

Il lavoro, ringraziamo i cieli, procede e quel côté avventuroso che mi ha portato nella vita mi rende allegra quasi come il chiacchiericcio continuo del piccolo guascone e gli amori improbabili del primogenito. E poi ho sfoggiato il mio Adrift sulla stampa nazionale, mi pare il caso di citarlo. Il giorno della foto nevicava a secchiate e davanti all’armadio non mi sono mascherata e ho messo abiti che sento più miei, i jeans con i fiorellini ad uncinetto, il mio cardigan compagno di vacanze e, tra l’altro, una maglietta B.e.

Infine Sabato si parte per Genova, grazie un buono regalato da una cara amica, perché anche se hai bisogno di staccare o di una piccola vacanza, sempre bisogno è, e la Provvidenza, da denominazione, provvede. I bimbi sono estasiati all’idea di tornare all’acquario e di entrare finalmente nel sottomarino, e ai genitori cambiare il paesaggio aiuta a cambiare prospettiva, e la prospettiva, come direbbe Anton Ego, è un bene prezioso di questi tempi.

Concludo mandando a far conoscenza con l’es il super io che mi vuole convincere che non è il caso di pubblicare post così inutili, una piccola vacanza ci vuole per tutti. La vita accade, dice il poeta, e io me la faccio accadere un po’ più in là questo fine settimana.

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