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venerdì 25 ottobre 2024

sogno del galletto

Cos’è quel galletto grasso che mi fissa ghignando attraverso la finestra della stanza in fondo immerso in un paesaggio di neve calda? Sta appollaiato su un tetto circondato da molte persone in una luce calda. Lo fisso anch'io da qui in penombra mentre faccio il mio augurio di speranza ad una coppia straniera riparatasi dal freddo che loro soli sentono e si abbracciano. Stanno sulla porta di casa ma non entrano. Viva l’amore dico loro nel mio italiano scarso e ne ridacchiano, imbarazzandomi un poco. Mi troveranno buffo non so, ma so mentre rientro che non è poco in quel paesaggio in quella neve calda avere un altro da tenere stretto, e per sbrigarmi carico la legna che mi serve per attizzare un fuoco che non serve in quella stanza vuota dove mangio coi miei soli fantasmi dal mio solo piatto un brodo di pollo caldo e senza sale.

martedì 17 settembre 2024

sogno della casa

Erano tutti in casa i miei amici, senza vergogna di invadermi le stanze, occupare le mie sedie, scavare fra i vestiti nel mio armadio, razziare le dispense, bere alla mia salute dalle mie bottiglie. Giocavano a carte su due o tre tavoli diversi ricoperti di bianco, e c’erano con loro i miei nonni con l’aria stanca di chi non capisce ma sta fermo e compunto sulla sedia. Nessuno parlava apertamente, neppure quelli di cui ormai non ricordavo più il viso e comunicavano fra loro attraverso gli sguardi e pochi gesti della mano. Né la ragazza che si aggirava fra le sedie e i tavoli con la camicia aperta e il seno bianco in mostra. Erano qui tutti, mi ero convinto, per il mio funerale; se non fosse che io stesso mi aggiravo per la casa insieme a loro, cercandomi. Mi ero nascosto, ma io solo lo intuivo, dietro l’ultima porta della casa, quella in fondo al buio dell’ultima stanza, dal cui spiraglio vedevo fuoriuscire una lieve luce, né fredda né calda; ma guardando in basso, giù per la scala a chiocciola, ne vedevo provenire un’altra assai più lontana e mi metteva il dubbio sulla mia reale ubicazione nella casa. Ero forse lì in basso da solo? Io non sapevo più dire se ero vivo o morto e se fossi presente alla mia casa. Ero anch’io un ospite come tutti gli altri, che pure, anche se con loro, non sembravano vedermi o rifiutavano di farlo.

lunedì 1 luglio 2024

casa

Stamattina leggevo con invidia che Jon Fosse vive in una casa nel centro di Oslo concessagli dal re di Norvegia per meriti letterari. La Norvegia ha 5 milioni di abitanti e una manciata di poeti. Leggono quasi tutti. In Italia, invece, abbiamo 60 milioni di abitanti: di questi circa 10 milioni sono quelli che leggono e almeno 20 milioni sono gli scrittori, più o meno pubblicati. Nessuno ha abbastanza meriti letterari da meritarsi una casa dallo stato, anche se, da ciò che sto leggendo in questi giorni dopo il caso Salis, molte case sono sfitte e fatiscenti o in mano alle mafie. Ma se anche a un ipotetico scrittore venisse concessa una casa sarebbe probabilmente occupata, perché quello degli scrittori italiani è notoriamente considerato mondo di mafie e parassiti.

giovedì 13 luglio 2023

oltre lo specismo

Quando scopri che un ragnetto ha fatto il nido dentro la presa elettrica e tu cominci a parlargli attraverso il foro: Esci, che mi serve la luce!

sabato 4 marzo 2023

amuleto

Da un po’ di tempo a mio padre ha preso questa strana fissazione di chiedermi di fotografare casa, tutta la casa, presa intera dall’esterno, alberi compresi. Porta in avanti le dita e mentre mi sorride scuote l’indice per mimare lo scatto. Poi vuole che la stampi per portarsela dietro e mostrarla fiero in giro. Specie coi dottori, quando andiamo all’ospedale dove nessuno lo conosce ed è un anonimo come qualsiasi altro che deve confrontarsi col dolore e la fragilità del corpo, per lui quello scatto è come uno scudo, un tesoro, un amuleto, una testimonianza che anche se un giorno morirà ha costruito questa casa solida che ha tirato su con le sue sole mani, il suo lavoro, ed è qualcosa che ha la forma del suo pensiero e delle sue braccia, che lo supererà nel tempo, qualcosa che resiste al tempo da lasciare ai figli, che è molto più di quanto mio nonno ha lasciato a lui.

martedì 14 febbraio 2023

la casa

Ho sognato d’essere una casa, d’essere piantato nelle colonne nei muri, coi topi svelti, e respirare dalle mie prese d’aria trasudando nelle giornate più fredde, stavo nei divani del boudoir nei cuscini leziosi, guardavo di fuori la vista sul paesaggio mozzafiato stando ben proteso nei balconi, ne assorbivo gli odori che risalivano dagli aranceti e dal mare, ed ero nella lingua dell’uomo che guizzava rossa e svelta sul mio letto alto antico ricamato e nella brutta statuina che nuda veniva trasportata nel post coito di stanza in stanza fino ad essere nascosta dallo sguardo, ero nella lingua rossa che spiavo con invidia da un mio buco speciale nel muro, in basso oltre il divano, nel cuscino rosso e spesso su cui poggiava il capo freddo la donna in pietra bianca, ero nel rosso che drappeggiava le pareti, nella carta da parati, ero nel pugno di rabbia o di sconforto che arrivava a colpirmi quando il tipo che viveva dentro me era lasciato solo, ero la casa e il tipo, ero nel cugino prelato che arrivava a benedire il moribondo e si prendeva una sberla destinata a un altro.

giovedì 1 dicembre 2022

freddo

Mi ha preso un tale freddo in questi giorni che in casa porto due tute di pile una sopra l'altra più una coperta di lana e il gatto sullo stomaco a mo' di borsa dell'acqua calda e certe volte manco mi basta un gatto solo.

domenica 24 luglio 2022

rientro

Poco fa, mentre rientravo, mi sono distratto per guardare un gatto che attraversava la strada e sono quasi stato investito. È stata roba di un attimo e per fortuna mi sono scansato in tempo, ma la cosa straordinaria è stata focalizzare, dopo, cosa ho pensato in quell’attimo in cui ho creduto di finire sotto. La prima cosa riguarda la ragazza cinese del primo piano che per combattere il caldo si mette sul balcone coi piedi in una tinozza d’acqua e io mi sono chiesto se l’acqua era fresca. La seconda cosa chissà che mi dirà Antonello adesso, che poco fa mi aveva detto vieni che ti do un passaggio e io no tranquillo vado a piedi e poi vede che mi mettono sotto. Queste due cose ho pensato subito, e dopo che a Damasco c’è il gelo e chissà dove è sparito il gatto.

lunedì 15 novembre 2021

bessy

La foto è del 2011. La tomba di Bessy era in un angolo del giardino di un palazzo nobiliare del paese. Non c'è rimasto più nulla ormai, né la tomba, né la famiglia, e anche la casa è stata venduta (dopo essere stata depredata più volte dai ladri nel disinteresse generale) e completamente ristrutturata. Io ho visto la tomba di Bessy poco prima dei lavori e questa credo è l'ultima traccia rimasta di lei e di un pezzetto della vita intima di quella casa.


 

martedì 3 novembre 2020

incertezza

Nell’incertezza dei tempi e della sanità il Corsi mi riferisce le parole di sua nonna: Meglio morire in casa. Ha ragione. Infatti ho già detto a mio padre se muoio seppelliscimi nell'orto sotto la lattuga. Io farò lo stesso. Mio padre ha fatto le corna.

sabato 3 ottobre 2020

nei sogni cominciano le responsabilità

Stanotte ho sognato di trovare, appunto, la casa dei miei sogni: in campagna, ma ben collegata, con un grande frutteto intorno, il pavimento a chianche e una cucina con a lato una fontana a pompa con la leva in ghisa, come quella che avevano i miei nonni. Insomma una casa bellissima. Il venditore mi allunga il foglio sul tavolo col prezzo: 360.000 euro. Cazzo, dico io. E lui ridendo: Sei fortunato, non è tanto, poteva costarti di più. E io giuro ho pensato: Ma come cacchio faccio che persino nei sogni mi metto i prezzi più alti di quelli che posso permettermi?

martedì 26 maggio 2020

tre scrittori a cui ho pensato ieri

Ieri sera mi sono iscritto al canale di Rai 5 per vedere lo speciale su Malaparte tanto pubblicizzato. L’ho trovato carino anche se un po’ troppo spostato su La pelle e pochissimo invece su Viva Caporetto che è invece un libro centrale, o meglio ancora il libro centrale di Malaparte perché è quello che ci dice dove nasce non solo il suo fascismo ma anche il suo antifascismo. Perché va bene l’opportunismo – e Malaparte fu un vero opportunista – ma è anche vero che l’adesione al fascismo fu per lui, come per molti, il risultato della delusione maturata al fronte, nel primo conflitto mondiale, verso gli ambienti del potere italiani e il modo in cui sfruttavano i soldati considerati niente più che carne da macello: delusione che lo porterà prima ad aderire al fascismo, credendo potesse essere una cura per il malgoverno dei Savoia e poi ad allontanarsene quando invece di correggerlo il fascismo a quel potere aderì in pieno. In quella delusione subì anche un processo di disincanto e ammaliziamento per cui cominciò a pensare che se non puoi vincere il nemico (e lui non poteva vincere contro Mussolini) è sempre meglio sfruttare ogni situazione a proprio vantaggio ed è lì che nacque l’opportunista che sappiamo. Tutto questo passaggio è saltato ed è venuto fuori un ritratto istrionico ma senza dramma e se a uno scrittore togli il dramma allora togli l’anima. 
Sempre sullo stesso canale Rai 5 però ho scoperto un’altra puntata di quel bel programma che è L’altro ‘900 dedicata a Parise, bella perché parte dalla casa di Parise a Salgaredo, una casa che lo scrittore amò molto e in cui nacquero i suoi Sillabari, senza la quale anzi i Sillabari avrebbero un diverso sapore perché lievitati in un altro forno, secondo una intuizione assai cara a Sergio Garufi. Ieri c’è stato il “compleanno” di Carver e tutti hanno tirato fuori i suoi libri e io mi chiedo sempre come mai i racconti dell’americano Carver sì e i tanti bei racconti di tanti italiani no, come se ci fosse un rifiuto inconscio. Quindi sarebbe un esercizio carino secondo me se ogni racconto di Carver che leggi, né leggi di contro uno di Parise o di qualsiasi altro italiano che preferisci, solo per ricordarti che ci sono altri paesaggi narrativi oltre a quegli alberghi pieni di cuochi divorziati che hanno problemi con l’alcol. Altri suoni, altre emozioni. Diciamo che Carver è come una pietra scagliata in un lago, c’è il tonfo del sasso che tocca l’acqua e poi affonda, il movimento delle onde concentriche. Parise invece è come una piuma che si posa sull’acqua leggera dopo un colpo di vento. Sono due modi diversi di toccare l’acqua ma hanno entrambi a che fare col liquido. 
Ancora Parise diceva questa cosa bellissima (la riporto a memoria): «Non si può essere completamente felici per scrivere, ma nemmeno completamente infelici». Questa cosa forse fa la differenza fra la grandezza drammatica di Carver e la leggerezza di Parise. Eppure, dovendo scegliere, non mi sento di invidiare Carver rispetto a Parise. Il primo era un uomo solo e fu salvato dall’amore di sua moglie Tess. Il secondo ebbe anche lui una moglie, ma ancora di più: «Menomale che ti ho conosciuto» gli dice un vecchio Raffaele La Capria (che di Parise fu amico) alla fine del documentario. E ho pensato, guardandolo, che bella una storia che comincia con la ricerca di una casa – Parise era orfano di padre e per questo passò buona parte della propria vita alla ricerca di una casa che fosse proprio sua, Salgaredo appunto – e finisce con un amico che ti ricorda con affetto. Mi sembra una vita riuscita, non completamente felice e nemmeno completamente infelice, e in mezzo scrittura e ancora scrittura e il colore verde dell’erba.

mercoledì 25 marzo 2020

meccanismi

Chissà per quali particolari meccanismi di un autore ti innamori e di un altro resti solo amico, qualcuno te lo porti a letto e qualcun altro in bagno... Me lo chiedevo proprio stamattina, con un libro in mano.

sabato 21 marzo 2020

qualcuno ha suonato?

A tutti gli amici come me in isolamento dedico questa poesia del poeta bosniaco Izet Sarajlić, non perché oggi è il 21 marzo, ma perché la poesia, sempre, ci faccia sentire un po' meno soli. Soprattutto di sera.

Eravamo rassegnati ormai a non veder venire più nessuno
né con la slitta
né con la carrozza del vento,
quand’ecco che ha suonato qualcuno.

Zelja con il suo Klaudije?
ÄŒedo?
I Radonic?

Zeliko non poteva venire.
Sono già tre mesi
che lo punzecchiano con le iniezioni
laggiù in ospedale.

Ivan Ivanovic non viene da tempo
benché dica sempre
vengo domani.

Eppure qualcuno ha suonato.
Si è visto bene che anche Puskin nello scaffale
si è rianimato tra i libri.

Forse è qualcuno che ama i giambi?
Forse qualcuno che la sa lunga sulle donne?

Va bene,
ma davanti alla porta non c’è nessuno.

Comunque io scriverò
“Qualcuno ha suonato”.
Perché anche i versi sono contenti
quando la gente si incontra.

martedì 10 marzo 2020

cattività

Io sto a casa senza problemi, ma ad esempio i miei genitori chiusi in casa senza uscire 24 ore su 24, al terzo giorno che stanno isolati già si lanciano le cose addosso perché non si sopportano più. Secondo me, fino al 3 aprile, se non li ammazza il virus ci riuscirà la cattività forzata...

domenica 20 gennaio 2019

sogno della casa

Prima mi faccio la casa nuova. Ha un prezzo concorrenziale, nel senso che è talmente basso che posso permettermela persino io. Ovviamente la casa è infestata. Lotto per metà del sogno per disinfestarla da creature orribili che si sono barricate in bagno. Una tragedia! Poi scopro che il mio postino è Fabio Pusterla. Come prima consegna mi porta un cd con una registrazione inedita di Domenico Modugno che canta Azzurro fondendola con O surdato innamorato. Bellissima! La ascolto due volte nel sogno. Poi decido di ricambiare il dono e scrivo all'indirizzo sulla busta mandando un mio libro. Mi rispondono poco dopo (via Pusterla) con questo messaggio: arriverà il giorno che voi editori darete le castagne agli scoiattoli e i diritti a chi li merita! Nemmeno fossi stato la Siae.

domenica 9 settembre 2018

rettifica al post precedente

Contrariamente a quanto affermato nel post precedente, durante il pranzo di famiglia, si parla diffusamente di quando da bambino non facevo che scappare di casa. Sono scappato tre o quattro volte, più due da scuola, un'altra volta mi sono dato fuoco alle mani, un'altra ancora mi sono perforato un piede con un chiodo da cantiere di cui mi rimane la cicatrice, un'altra ancora mi sono spaccato la testa con la bici e mi hanno portato di corsa all'ospedale, un'altra mi sono gettato sotto una macchina in corsa e quasi ci restavo secco. A sette-otto anni mi infilavo già sotto le gonne di una ragazza che veniva a bottega da mia madre. Che cosa sia successo a quel monello non si capisce, ma se vuole tornare alla casa della sua infanzia, dice mio padre, sarà di sicuro per darle fuoco come da bambino non gli è riuscito.

la casa

“C’è sempre un legame fra un artista e la sua casa. Il difficile è individuare quale casa, fra tutte quelle in cui ha vissuto, lo rappresenta fedelmente” scrive Sergio Garufi in uno dei testi che compongono un suo viaggio a tappe fra le case degli autori e che prima o poi prenderà forma (sono convinto) nel suo libro più bello. Questa frase, stamattina, mi ha fatto pensare tanto alla mia prima casa, la più importante, che stava a pochi metri di distanza da quella in cui sto ora, letteralmente dall’altra parte della strada, e che è la casa dove ho vissuto la mia infanzia. Era una casa piccola ma con un bel giardino dietro, e aveva i muri scarabocchiati dai disegni che tracciavo sui muri coi pastelli, nonostante la disperazione di mia madre. Accanto a noi viveva Franco, un omosessuale assai dolce e isolato di cui ho scritto qualcosa in un racconto dell'ultimo libro con Stilo. Ora quella casa non esiste più, abbattuta per far posto a una palazzina, mentre la casa di Franco è abbandonata in mezzo a un complesso di trulli, abbandonati anch’essi, che pian piano cedono il passo all’incuria. Se potessi li comprerei domani stesso, per riattraversare la strada e tornare ancora più vicino a quel luogo dove sono stato bambino. Vai a capire quali sono i motivi inconsci di tanto attaccamento a quel periodo e a quel luogo. Fatto sta che secondo me ci sono due tipi di scrittori (o di persone), quelli che sognano di uscire fuori a vedere il mondo, e quelli che invece non fanno altro che cercare un modo per rinchiudersi ostinatamente nel proprio guscio. Io, è evidente, appartengo a questo secondo gruppo, ma per quanto mi sforzi non ho ancora trovato il modo per sparire per sempre nel mio.

martedì 7 agosto 2018

presentare a casa

Ho da poco presentato il mio nuovo libro a Locorotondo. Per vari motivi, la presentazione di oggi è stata per me quella emotivamente più difficile, per cui sono contento che sia andata bene e che ci siamo divertiti. A tal proposito mi sento in dovere di ringraziare tutti, sia quelli che c’erano che quelli che non c’erano. Perché uno scrittore vive sempre in questo pazzo equilibrio, per cui gli è necessario chiunque, sia quelli che c’erano per ricordargli che ha degli amici che gli vogliono bene, sia quelli che non c’erano per ricordargli che la scrittura nasce sempre da una mancanza o da una perdita.

venerdì 6 luglio 2018

la sedia

L’ultimo libro terminato in vita da Malaparte fu La pelle, pubblicato nel 1949. (Il successivo Maledetti Toscani fu in realtà scritto prima di Kaputt, 1944). Dopodiché Malaparte trascorse l’ultima parte della sua vita districandosi fra difficoltà economiche, ostracismo e vari progetti letterari – dal Ballo al Kremlino a Mamma marcia – senza tuttavia riuscire mai più a ritrovare la concentrazione necessaria a terminarli. Gli ultimi dieci anni di vita di Malaparte sono disseminati di progetti mancati, cartonacci di nuovi grandi affreschi europei e manoscritti pieni di idee ma tutti invariabilmente monchi. Stamattina, mentre concludevo di leggere la sua biografia, ho scoperto che nella sua casa a Capri, incentrata a una essenzialità quasi monastica o metafisica, non c’erano sedie. Ci si poteva sedere su due divani assai essenziali nella sala centrale oppure si utilizzavano i ruvidi letti nelle camere, o al massimo ci si sedeva per terra. L’unica sedia presente in tutta la casa era quella nel suo studio. Tre pareti piene di libri consunti e una libera, su cui si apriva una finestra che dava sul mare. Una scrivania al centro della stanza, rivolta verso la parete coi libri per non lasciarsi distrarre dal paesaggio, la macchina da scrivere e una sola sedia. Bukowski diceva che per scrivere erano necessarie solamente due cose: una macchina da scrivere e una sedia. Io mi sono immaginato gli ultimi terribili, tormentati anni di vita di Malaparte, seduto nel silenzio della sua casa in compagnia del suo cane, immobile su quella sedia o ascoltando il mare alle sue spalle, come sommerso in una bara d’acqua, continuando a elaborare storie o visioni senza pace, senza più la capacità o la fiducia di riuscire a raccontarne la fine.