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domenica 23 febbraio 2025

sogno della cattedra

Nel sogno sto in cattedra, o forse è un banco di scuola, in una sorta di aula universitaria o piccolo teatro, e scrivo. La gente sta seduta intorno a me sulle tribune e mi guarda come se assistesse allo spettacolo di me che scrivo. Osservo i riccioli rossi di un ragazzo in seconda fila che ondeggiano vivacemente mentre fa dondolare il capo al ritmo della mia penna che traccia segni sulla carta. Non è musica, ma silenzio, quello che produco. Osservo i volti in seconda fila, e quelli ancora più in alto in gradinata, che mi guardano attenti e respirano piano, aspettano che riempia il foglio, che arrivi in fondo alla pagina e la giri, accumulando le pagine in un manoscritto che cresce alla mia destra. Trattengono l’applauso che vorrebbero farmi, in attesa che metta fine alla mia storia.

giovedì 30 gennaio 2025

l'architetto mancato

Ciascuno ha la sua storia particolare di scoperta del desiderio di scrivere, alcune meno facili della mia. Ma rifacendomi a una cosa che scriveva Cristina Simoncini sul fatto che le fa strano che si possa desiderare di scrivere senza aver desiderato prima di leggere, io sono convinto – da ciò che mi ricordo della mia stessa storia – di fare ciò che faccio perché mio padre, ferroviere, da bambino mi regalava dei libri. Ho ancora uno scaffale a casa con tutti quei volumi, ma fra gli altri, il primo ad avermi turbato al punto da farmi piangere su un libro, è stato ‘Il principe felice’ di Oscar Wilde, che forse era un po’ troppo intenso per un bambino, ma mi mise una spina nel cuore, come la rosa all’usignolo, che lì si è conficcata ed è rimasta. Era già un mood poetico, senza che lo sapessi, ma mi sono innamorato della poesia – ho proprio capito che fosse – alle medie, mentre sfogliavo l’antologia di italiano durante una spiegazione di matematica che mi annoiava. La prima poesia di cui ho sentito risuonarmi dentro i versi, uno per uno, è stata ‘I fiumi’ di Ungaretti, li ho imparati a memoria senza che nessuno me lo imponesse (“ho tirato su le mie quattr’ossa”, “stamattina mi sono disteso in una tomba d’acqua”, ecc.) e quei versi scabri e poi altri ancora che ho cercato sono cresciuti come funghi, attecchendo all’albero tutto intorno alle radici. Il primo poeta che ho amato non è stato Ungaretti, ma Federico Garcìa Lorca, che ho incontrato l’anno dopo, quando un giorno ci entrò in classe la nuova insegnante di italiano – una tipa a suo modo buffa, dall’aria disordinata, sempre di corsa, con gli occhiali spessi e l’alito pesante, l’entusiasmo di chi fa ciò che le piace – ed entrando ci chiese “vi va se adesso scriviamo delle poesie?”. Io giuro mi sono sentito battere così forte il cuore, di quel tipo di smania incontenibile che può prendere alla pancia solo i ragazzini, come avere le farfalle, come una gran fame che risale e ti si annoda in gola, io volevo esserci, volevo esserci dentro, in tutta quella roba. I miei compagni volevano essere nella squadra di calcio o pallacanestro, io volevo essere lì dove si scrivevano versi come “fu Marcel ma non era francese, e non sapeva sciogliere il canto del suo abbandono”. Infatti scrissi una poesia, poi un’altra, e un’altra ancora, e le portai alla prof che mi disse: “Belle, ma si può fare di meglio. Hai mai letto 'Il maleficio della farfalla’?” perché la mia prof aveva quella cosa lì (socratica) di rilanciare ogni volta il discorso con una domanda. E di nuovo ricominciava a battermi il cuore! È stato allora che ha cominciato a battermi e da allora non ha più smesso. Lo volevo leggere sì “Il maleficio della farfalla”! Così un poco me li passava lei, un poco me li comprava mio padre spedito in libreria a ordinare libri di autori di cui non conosceva neanche il nome – mi ricordo nei primi anni del liceo un 'Tre pezzi d'occasione' di Beckett, tradotto da Fruttero e Lucentini, che pure mi influenzò parecchio –, e mai una volta che mio padre mi dicesse questo è troppo. “Questo qui, diceva sempre a mia madre orgoglioso, ci diventa architetto!”. Le cose poi, come si sa, sono andate in un’altra direzione.

venerdì 22 novembre 2024

la sagra della porchetta di roma

Mentre leggo post di giovani autori indignati che consigliano di boicottare PLPL per le contraddizioni che ogni sala/salone/festival/sagra/rassegna si porta sempre dietro, perché sono eventi che servono a muovere soldi, non libri o idee, ma soldi (ragione per cui, a voler essere integri, bisognerebbe boicottarli tutti), mentre leggo questi post vedo la foto di un mio amico con cui, poco tempo fa, ebbi il coraggio di essere diretto e sincero come raramente sono capace di fare, e gli dissi: “no, le tue poesie sono brutte, secondo me non dovresti pubblicarle” spiegandogli che cosa non andava. Lui allora mi abbracciò, mi disse che avevo ragione, che ero un vero amico per la mia sincerità e che avrebbe seguito i miei consigli e continuato a studiare per migliorarsi, mi disse così poi oggi ho visto una foto in cui pubblicizzava il suo libro, quello stesso libro che aveva fatto leggere a me, pubblicato con un altro editore. Non è nemmeno una colpa la sua, fanno tutti così. Ma proprio per questo credo che ogni forma di boicottaggio, per quanto necessaria, non possa portare a nessun risultato, perché prima di boicottare gli altri bisogna imparare a fare i conti con se stessi e se dici alla maggior parte degli autori: “scegli se essere integro oppure se vuoi vedere il tuo libro alla sagra della porchetta di Roma”, la maggior parte degli autori ti risponderà che vuole essere famosa, anche accontentandosi della porchetta.

martedì 5 novembre 2024

certezza

Oggi un mio amico mi ha scritto un messaggio bellissimo in cui mi ha detto più o meno così: Antonio io lo sapevo che eri bravo, ma adesso che finalmente ti ho letto ne ho avuto la conferma. Mi ha fatto un sacco piacere. Ecco io penso che vada preso come esempio da tutti voi che mi volete bene: non abbiate paura di trasformare la vostra fiducia in certezza: prendeteli i miei libri e leggeteli anche.


mercoledì 16 ottobre 2024

respiro

Mi pare lo avesse scritto in un post Simone Burratti, ma è vero, lo dico per esperienza, quasi il 90% delle proposte che mi arrivano sono scritte da insegnanti, o comunque persone legate al mondo degli studi e si sente, bene o male si sente, non solo nel vocabolario, ma proprio nel respiro, nell’intonazione, al punto che nella maggior parte dei casi tu leggi le prime righe della raccolta e sai già che quello che scrive è uno che lavora nella scuola: ce ne sono così tanti che dopo un po’ non ci pensi più, l’orecchio si abitua al ronzio generale e abbassa la soglia di attenzione su ciò che è buono o no, perché tanto il suono generale è quello. Poi delle volte arriva qualcosa di inconsueto, tipo la proposta di un operaio o di un bracciante agricolo o di un cameriere o di uno che è stato in prigione, e allora te ne accorgi della differenza, perché c’è molta meno gente che scrive e respira a quel modo e anche se non è detto che sia per forza migliore o che si meriti la pubblicazione, perlomeno senti che è diverso, diventa una boccata d'aria e tu ti senti più completo soltanto nel leggerli. Quando capita mi chiedo che respiro ho io che faccio l’editore, se sono più vicino al professore o all’artigiano, oppure se proprio per quello che faccio c’è qualcosa che mi stacca dal resto, e cosa posso imparare da loro. Per questo penso che tutti dovrebbero scrivere poesie, anche chi fa tutt’altro nella vita, non solo perché ne hanno il diritto, ma proprio perché anche loro sono necessari alla poesia, le danno fiato, le movimentano il respiro.

domenica 29 settembre 2024

tulip

TULIP, di Dashiell Hammett, è il suo ultimo postumo romanzo, incompiuto, pubblicato nel 1966 a cinque anni dalla morte. Ha qualcosa di certe storie di Hemingway, impostato come un lungo dialogo fra lo stesso Hammett, ormai stanco della vita, e un vecchio “compagno” di guerra. Nella sua non finitezza, invece di essere monco, ha la particolarità di avere due possibili finali, lasciati aperti, fra i quali Hammett non ebbe il modo, il tempo o la forza di scegliere. Uno era meno conciliante e finiva molto male. L’altro, che mi piace di più, si chiudeva con questa battuta: “If you are tired you ought to rest, I think, and not try to fool yourself and your customers with colored bubbles”, ovvero “Se sei stanco dovresti riposare, credo, e non cercare di ingannare te stesso e i tuoi clienti con bolle colorate”. Certi giorni la sento molto mia.

domenica 22 settembre 2024

l'albero

Pare che nell’ultima parte della sua vita, o meglio ancora dopo la vittoria dello Strega nel 1992 con l’opera Nottetempo, casa per casa, unico libro di poesia ad esserci riuscito – praticamente un poema in prosa, ricercatissimo, ma scamuffato da romanzo perché privo di tutti quegli a capo che, un tempo, spaventavano i lettori più di uno scosceso dirupo o di un pozzo nero – pare che dopo la vittoria dello Strega, agli amici che chiamavano la casa di Vincenzo Consolo per avere sue notizie, sua moglie Caterina fosse solita rispondere: “Enzo è in viaggio” oppure “Consolo è partito” per comunicare che Enzo si era ormai allontanato verso lidi lontanissimi per loro. Leggerlo mi ha ricordato una battuta con cui Franco Franchi punzecchiava Ciccio Ingrassia quando quest’ultimo, dopo l’esperienza con Fellini in Amarcord, spingeva per partecipare a opere cinematografiche più ambiziose rispetto alle commedie facili con cui sbarcavano il lunario. “Ciccio, scendi dall’albero!” gli gridava Franco irritato, senza riuscire a scorgere i paesaggi che Ciccio vedeva dalla cima di quell’albero e che erano gli stessi verso cui era partito Consolo.

lunedì 22 luglio 2024

i miei dubbi amletici del lunedì

Certe volte, quando la gente mi dice bellissime per delle poesie scritte vent'anni fa, da una parte sono contento, dall'altra mi pigliano i brividi perché mi dico: E se avessi già scritto tutto il mio meglio prima dei trent'anni? E mo che faccio fino alla morte? Comincio già da ora a riciclarmi?

martedì 4 giugno 2024

sogno dei ballerini

Nel mio sogno di stanotte, perfettamente magrittiano, centinaia di persone ballavano sospese in alto sulle acque di un fiume che attraversava una città vuota emettendo una luce fioca come se fossero delle lucciole. Io camminavo loro accanto, osservandole dal lungofiume o da sotto un porticato, accompagnato da un piccolo istrice che se mi avvicinavo troppo sollevava gli aculei e le guardavo con una sorta di rifiuto perché sentivo che, per essere così leggere, negavano che ci fosse una pura verità: erano leggere non sapendola, a patto cioè di non saperla. Invece, pur lasciando la porta aperta, mi rifugiavo in una cella nuda per scriverla, ma non riuscivo a trovare le parole adatte, non riuscivo a esprimerla. Mi sfuggiva di continuo. Così, né da una parte partorivo questa verità necessaria che sentivo costiparmi, né dall’altra, per il solo fatto di sentirla, riuscivo a unirmi al ballo di chi stava sospeso per aria e sembrava così lieve e non vedeva nient’altro intorno a sé che la propria luce.

giovedì 28 marzo 2024

parola e libertà

Oggi parlavo con dei ragazzi del fatto che non è il lavoro a renderti libero, come spesso si dice, ma la parola. Il lavoro è un diritto, è una necessità che serve a soddisfare dei bisogni primari, si lavora per mangiare e avere una casa, quindi è importantissimo, ma nella maggior parte dei casi non ti rende libero e spesso nemmeno felice. L’unica libertà possibile riservata all’uomo è nella parola, nell’espressione incondizionata delle proprie idee, magari è una libertà fugace e senza conseguenze, ma nel momento stesso in cui ti esprimi ciò ti rende libero. Quindi è una cosa che va difesa per sé e per tutti, anche per chi ti dice che non capisci niente. Se poi la parola è scritta, e se è scritta bene, ho aggiunto, è meglio ancora. Ma lì mi sono fregato. Una ragazza infatti mi ha chiesto: scusa Lillo, ma se io scrivo non per dire il mio pensiero agli altri, ma per me stessa, perché se non lo faccio sto male, mi sento di scoppiare dentro se non lo faccio, anche quella è libertà? È stata una bella domanda. Infatti ci sto ancora pensando.

martedì 26 marzo 2024

quando sarai libro

"Quando sarai libro" mi scrive un amico per un lapsus. Intendeva "libero", ma essere libro, diventarlo, potrebbe significare anche una certa forma di libertà. Questo pensavo ieri, finché mio cugino non mi ha chiesto di scrivere un libro della sua vita, quello che sognano di fare tutti e che ormai non puoi più negare a nessuno perché gli unici libri di narrativa che vanno sono quelli di autofiction. Se non hai raccontato i fatti tuoi in un libro allora non sei nessuno come narratore, non ti vuole nessuno. Mi diverte perché questa è la cosa che più spesso si rimprovera alla poesia, di essere diventata eccessivamente autoreferenziale. Il romanzo vende qualcosa di più ma non si stacca dall'adagio comune che per "essere libro" bisogna prima di tutto essere libro aperto, e calarsi le mutande con stile. Solo lo stile fa la differenza. Poi qualcuno che sbircia dal buco della serratura lo trovi sempre.

martedì 27 febbraio 2024

sogno della scritta sul muro

Stanotte ho sognato che un tipo mi scriveva sul muro di casa INTELLETTUALI E LETTERATI / ANDATE A CACARE SOPRA I PRATI. La gente, passando davanti a casa mia ne era deliziata, al punto che mi sono detto perché no? Ho preso la frase e l’ho usata come titolo di un libro. Il qualche ha avuto un tale successo che è schizzato ai primi posti in classifica. La gente non si capacitava che riuscivo a dire così tanta verità intorno alle persone di cultura, un musicista addirittura ci metteva la musica e ne faceva una canzone sul cui testo percepivo i diritti. Insomma, con questa storia dei prati ero diventato ricco. Poi, come in ogni noir che si rispetti, il tipo che aveva scritto la frase ricompariva per chiedermi la sua parte. Io gli avevo rubato l’idea. A quel punto preso dal dubbio contattavo gli unici due avvocati che conosco, Giuseppe Quaranta e Fabio Macaluso. Giuseppe mi diceva con la sua voce calda “io capisco come ti senti, però eticamente, e anche artisticamente, non sarebbe giusto approfittarsi così della creazione di un altro, senza nemmeno riconoscergli qualcosa, io sarei per patteggiare una piccola percentuale in nome della verità e dell’arte”. Fabio invece in siciliano mi diceva “Antonio, quello è un cretino, qua ci penso io”. Finiva che Fabio denunciava il tipo per avermi scritto la frase sul muro, e poi facendo un giro assurdo nei suoi ragionamenti avvocatizi diceva che quel graffito era la prova che i versi li avevo scritti io mentre il tipo mi aveva copiato per diffamarmi, perché solo un cretino scrive una frase offensiva sopra il muro di casa e visto che io non ero un cretino e la frase l’avevo pensata io era ovvio che a scriverla era stato un altro che proprio perché scriveva certe frasi si rivelava molto pericoloso. E concludeva l’arringa con quest’altra rima: CONTRO IL POTERE DELLA SCRITTURA / QUI SERVE MAGGIORE CENSURA, al che tutti in tribunale si alzavano per applaudire. Finiva che il tipo che aveva inventato la frase andava in galera e io mi tenevo i soldi con qualche perplessità.

mercoledì 21 febbraio 2024

merdacce

Poco fa sono usciti i finalisti di un premio di poesia. Come quasi ogni anno da più o meno dieci anni che esiste quel premio ho partecipato con alcuni titoli della casa editrice e come ogni anno nessuno ha passato la prima selezione. Mi pare ovvio che se per dieci anni nemmeno uno dei vari titoli proposti da vari autori passa le finali non è colpa degli autori ma mia, come editore, perché quella che non piace è evidentemente la mia linea editoriale. Fosse solo questo andrebbe anche bene, magari devo solo ripensare qualcosa, ma se cominci a sommare tutti i premi dove non passi, i giornali o le rassegne che non ti cacano nemmeno di striscio, la gente che non ti paga, tutto ciò che non riesci a dare o perché non ci arrivi col fisico o perché non ce la fai con lo spirito, oltre al fatto che stando dall’altra parte della barricata ciò che altri immaginano soltanto del maleodorante mondo della letteratura io lo vedo coi miei occhi, tutto questo mi toglie ogni entusiasmo e ogni voglia di esserci e di fare. Certi giorni mi manca il passato, quando ero un semplice autore che non sapeva nulla di tutto questo e si faceva bastare di scrivere qualcosa di buono per essere contento di sé. Diventare editore in questo senso è stato il più grosso errore della mia vita, e non perché non mi piaccia fare libri, ma perché fare libri non basta a farmi passare il disgusto per tutto il resto che c'è dietro, tutti che si smerdano addosso e intanto spingono per entrare. Io li osservo e mi chiedo come fanno a non sentirsi stanchi. Prima ho mandato un messaggio ai miei autori per dire che col premio era andata male. Come i tre porcellini delle fiabe, mi hanno risposto uno dietro l’altro. Il primo ha detto: Mafia. Il secondo ha detto: Pace. Il terzo ha detto: Antonio mi raccomando non ti arrendere, tu sei speciale. Sarà. Ma io più che speciale mi sento uno molto normale in un mondo di merdacce.

martedì 9 gennaio 2024

farsi le seghe

 Dopo il post di ieri sul “pubblico della poesia” un amico mi scrive, sfottendomi: ma perché fai questi post in cui parti con un pensiero e poi giri a vuoto? A che servono? Non è un po’ come farsi le seghe? – Sì, assolutamente sì, gli rispondo. Il problema è che io sono meridionale, e i meridionali sono barocchi nel profondo e sono pregni di morte (Sciascia), e si fanno un sacco di seghe in barba alla morte, bellissime seghe barocche. Non è un caso che molti filosofi italiani abbiano origini meridionali. – Aggiungo però una cosa. Stanno tutti sempre a lamentarsi che manca la critica letteraria. Io non sono un critico così come non sono un filosofo, però un pensiero disinteressato sul mondo editoriale, con tutti i miei limiti, provo a costruirmelo. Invece mi pare, e non vale solo per me, che ciò che uno scrive, se è non indirizzato alla nota di lettura o recensione spicciola del singolo volume, venga spesso inteso come perdita di tempo, una sega mentale. Insomma, delle volte ho la sensazione che quando ci si lamenta della mancanza di critica letteraria, ciò che interessa non è tanto la critica letteraria in sé, ma la critica letteraria “a me”, non un pensiero su quanto ci sta accadendo intorno e ci coinvolge tutti, volenti o no, ma solo uno che si prende la briga di leggere il tuo libro ed emette un giudizio di valore su quello, meglio se col bollino blu, così possiamo condividerlo sui social e aggiungerlo in cartella stampa. Che è, mi permetto, un’altra forma di masturbazione, assai poco meridionale perché senza fantasia. Così, già se uno mette il tuo libro con altri libri generalizzandolo nel mucchio fa peccato, ma ancora peggio, se lo accantona proprio per fare un pensiero un pochino più alto che non entra nel merito specifico della recensione, ponendosi domande assai poco pratiche e senza risposta, sta già pisciando fuori dal vaso o, per alcuni, ha già ripreso a farsi le seghe.

lunedì 8 gennaio 2024

il nemico

Stamattina ho letto un post scritto da una famosa scrittrice italiana (Policastro) contro un famoso scrittore (Arminio) il quale è molto amato dal pubblico, ma non particolarmente apprezzato da una parte del mondo letterario per come ha abbassato il livello e le ambizioni della propria ricerca stilistica per avvicinare un pubblico più ampio. Fra gli altri, sotto il post della Policastro, c’era un commento (Bortoli) che mi ha particolarmente colpito perché diceva più o meno così: “io non ce l’ho con Arminio perché è famoso, ma perché aveva talento, ha fatto molte belle cose, poteva farne ancora, ma si è venduto”. Sulla prima parte sono anche d’accordo, ma è su quel “venduto” che mi si è accesa una lampadina che non riesco a spegnere. Mi sono chiesto: Ci si vende a chi? Ma al nemico, al diavolo, alla parte avversa! E io continuo ad arrovellarmi su chi sia il nemico. È il successo? È il pubblico? È il mercato? (Ma il mercato non fa che assecondare i gusti del pubblico). È un pubblico più ampio, quindi è la massa? Sono quelli che pagano, i consumatori? Ma quindi i consumatori non sono pubblico? E quindi chi compra i dischi dei Beatles, che muovono milioni di copie, non sono pubblico? Chi è il nemico? È dove sta rispetto a me? Mi sta di fronte o di fianco? E da che parte sto io rispetto a un Arminio, ma anche rispetto a una altrettanto paradigmatica Policastro? Perché non avendo lo stesso loro pubblico che nobilita il mio curriculum, non sono sicuro che lei possa considerarmi un suo pari almeno quanto non sono sicuro che lo possa fare lui. Il talento non mente, diceva Benjamin, ma un talento senza pubblico non fa nessuna differenza sul piatto della bilancia. E quindi rispetto al pubblico, da che parte sto io? L’ho mai guardato in faccia? E se capitasse, lo riconoscerei? Gli ho mai chiesto cosa vuole da me, se qualcosa vuole? E mio dovere qual è? Vendermi ad esso, oppure tradirlo? E se lo incontro, cosa gli dirò? Continuo a chiedermelo, un po’ come mi chiedevo chi sono i barbari di Kavafis, in attesa di incontrarne uno.

domenica 7 gennaio 2024

scrivi

Lo dico con affetto, ma io non ho ancora capito quelli che affermano di voler diventare scrittori o poeti e poi si vogliono promuovere esclusivamente su quei social dove si scrive poco o nulla (anche per limiti imposti di battute, motivo per cui non mollo il blog), dove cioè ci si promuove solo attraverso la propria immagine con al massimo una frasetta simpatica o pochi versi estrapolati e messi in calce, o con una storia o un video in cui si parla di quanto è bello scrivere senza sporcarsi più di tanto le mani. Anche a me piace la fotografia (così come mi piacciono i selfie), e anzi è bello che uno riesca a esprimersi su più fronti, ma uno che nella vita vuole scrivere dovrebbe presentarsi al mondo prima di tutto scrivendo, o meglio ancora il suo primo impulso, il suo bisogno primario, dovrebbe essere quello di scrivere, perché io che mi sento uno scrittore comunico col mondo attraverso le parole. E non farsi le pose per dire quanto le parole mi piacciono, o per suggerire che quando non mi vedi qui io sto scrivendo il capolavoro del secolo che prima o poi vedrai stampato da chissà chi e come, sulla fiducia. Sarò antico io forse, ma non la capisco proprio come cosa. Diverso è il caso di chi sceglie di non comparire. Ma se uno vuole mostrarsi al mondo soltanto con le foto o i video, non dico che sia sbagliato, ma forse dovrebbe interrogarsi se non sia meglio per lui fare altro, il fotografo, o il modello, o l’influencer. Ma lo scrittore no. Come diceva quello: Nulla è sicuro, ma scrivi.

sabato 23 dicembre 2023

regalo

Gentile editore, le scrivo per farle i miei auguri di Buon Natale e Buon Anno e visto che ci sono ne approfitto per inviarle il mio ultimo lavoro che spero sia per lei un regalo gradito. Buone feste!

domenica 17 dicembre 2023

lavoro duro

Ogni tanto qualcuno, parlando del suo libro o manoscritto, mi dice “eh, ci ho lavorato tanto” come se fosse un titolo di merito o una giustificazione ai suoi possibili difetti. Ma questo, sinceramente, non significa granché. Se si potesse quantificare la qualità di un’opera in tempo dedicato alla scrittura, basterebbe timbrare il cartellino per 8 ore al giorno per un certo numero di anni e ciascuno di noi porterebbe a casa due o tre divine commedie prima di andare soddisfatti in pensione. Purtroppo non funziona così, la cura che ci metti può essere ammirevole da un punto di vista umano e professionale, ma la qualità di un’opera si regge su altri presupposti: sul labor limae in alcuni casi, certo; ma sull’istintiva illuminazione in molti altri; sulla capacità di visione che ci permette di osservare, come da un satellite, il nostro tempo o addirittura intuire quello futuro (ma sempre col senno di poi); ma anche su una genuina e brutale ineleganza, scaturita dall’emergenza di dire tutto e subito, che spesso sbaglia completamente il tiro ma vince in espressione; e anche sul coraggio, se occorre, di buttare nel cesso ore e ore di lavoro, di scrittura a cui ci siamo affezionati, in cui ci siamo esposti in prima persona, per assecondare l’opera che cresce e ci domanda di farci un po’ da parte per mettersi in luce e respirare da sola.

lunedì 25 settembre 2023

choderlos de laclos

 
Uno degli autori che in assoluto preferisco, Choderlos de Laclos viene principalmente ricordato per il suo capolavoro “anticonvenzionale, immorale e distruttivo”, Le relazioni pericolose (1782), riuscendo nella non facile impresa di scrivere un solo romanzo talmente riuscito da diventare un classico e una delle opere simbolo della propria epoca. Al di là di quello, però, tutta la vita dell’autore è un grumo irrisolvibile di contraddizioni e avvicendamenti affascinanti: nato alle soglie della rivoluzione francese, nel 1741, da famiglia altoborghese, sceglie di dedicarsi alla carriera militare che prosegue per il resto della vita con pigrizia encomiabile e nessuna ambizione a far carriera. Da lì entra prima a servizio del duca d’Orleans, poi si avvicina a Danton, attraverso i quali si adopera attivamente per spodestare la famiglia reale. Dopo la rivoluzione rientra nei ranghi del potere sotto Napoleone che lo incarica come comandante di riserva di andare prima sul Reno e poi a Taranto, dove muore di malaria nel 1803 rifiutando in punto di morte i sacramenti, ragion per cui i tarantini ne distruggono la tomba e gettano i suoi resti in mare. Come autore ha scritto pochissimo, il suddetto romanzo epistolare che lo ha reso celebre (anche attraverso le sue diverse trasposizioni cinematografiche), qualche studio e un’operetta teatrale, e un trattato del 1783, L’educazione delle donne, che quando uscì creò un vero e proprio scandalo – paragonabile soltanto a quello suscitato dal personaggio dell’indipendentissima e spietata Marchesa de Merteuil, vera e propria antesignana di tutte le dark lady a venire –, perché vi asseriva che le donne sono uguali agli uomini in tutto e per tutto, e meritavano quindi di avere l’identico diritto all’istruzione e alla carriera. Ciò detto da un uomo che non aveva alcuna inclinazione né al lavoro né alla carriera e forse avrebbe preferito essere una donna.

giovedì 17 agosto 2023

quando leggo, quando scrivo

Quando soffro scrivo e quando non soffro leggo. Leggere mi piace più che scrivere, ma mi sveglio ogni mattina col bisogno di scrivere qualcosa.