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giovedì 30 gennaio 2025

l'architetto mancato

Ciascuno ha la sua storia particolare di scoperta del desiderio di scrivere, alcune meno facili della mia. Ma rifacendomi a una cosa che scriveva Cristina Simoncini sul fatto che le fa strano che si possa desiderare di scrivere senza aver desiderato prima di leggere, io sono convinto – da ciò che mi ricordo della mia stessa storia – di fare ciò che faccio perché mio padre, ferroviere, da bambino mi regalava dei libri. Ho ancora uno scaffale a casa con tutti quei volumi, ma fra gli altri, il primo ad avermi turbato al punto da farmi piangere su un libro, è stato ‘Il principe felice’ di Oscar Wilde, che forse era un po’ troppo intenso per un bambino, ma mi mise una spina nel cuore, come la rosa all’usignolo, che lì si è conficcata ed è rimasta. Era già un mood poetico, senza che lo sapessi, ma mi sono innamorato della poesia – ho proprio capito che fosse – alle medie, mentre sfogliavo l’antologia di italiano durante una spiegazione di matematica che mi annoiava. La prima poesia di cui ho sentito risuonarmi dentro i versi, uno per uno, è stata ‘I fiumi’ di Ungaretti, li ho imparati a memoria senza che nessuno me lo imponesse (“ho tirato su le mie quattr’ossa”, “stamattina mi sono disteso in una tomba d’acqua”, ecc.) e quei versi scabri e poi altri ancora che ho cercato sono cresciuti come funghi, attecchendo all’albero tutto intorno alle radici. Il primo poeta che ho amato non è stato Ungaretti, ma Federico Garcìa Lorca, che ho incontrato l’anno dopo, quando un giorno ci entrò in classe la nuova insegnante di italiano – una tipa a suo modo buffa, dall’aria disordinata, sempre di corsa, con gli occhiali spessi e l’alito pesante, l’entusiasmo di chi fa ciò che le piace – ed entrando ci chiese “vi va se adesso scriviamo delle poesie?”. Io giuro mi sono sentito battere così forte il cuore, di quel tipo di smania incontenibile che può prendere alla pancia solo i ragazzini, come avere le farfalle, come una gran fame che risale e ti si annoda in gola, io volevo esserci, volevo esserci dentro, in tutta quella roba. I miei compagni volevano essere nella squadra di calcio o pallacanestro, io volevo essere lì dove si scrivevano versi come “fu Marcel ma non era francese, e non sapeva sciogliere il canto del suo abbandono”. Infatti scrissi una poesia, poi un’altra, e un’altra ancora, e le portai alla prof che mi disse: “Belle, ma si può fare di meglio. Hai mai letto 'Il maleficio della farfalla’?” perché la mia prof aveva quella cosa lì (socratica) di rilanciare ogni volta il discorso con una domanda. E di nuovo ricominciava a battermi il cuore! È stato allora che ha cominciato a battermi e da allora non ha più smesso. Lo volevo leggere sì “Il maleficio della farfalla”! Così un poco me li passava lei, un poco me li comprava mio padre spedito in libreria a ordinare libri di autori di cui non conosceva neanche il nome – mi ricordo nei primi anni del liceo un 'Tre pezzi d'occasione' di Beckett, tradotto da Fruttero e Lucentini, che pure mi influenzò parecchio –, e mai una volta che mio padre mi dicesse questo è troppo. “Questo qui, diceva sempre a mia madre orgoglioso, ci diventa architetto!”. Le cose poi, come si sa, sono andate in un’altra direzione.

lunedì 26 agosto 2024

barbero contro i neoborbonici

Io non lo so di preciso chi li pubblica, ma ogni tanto su YouTube, fra i vari video di papa Barbero – come a volte lo chiamo perché, pur essendo bravissimo, per alcuni ha assunto ridicolmente il sommo status sacerdotale e tutto ciò che dice è verità sacrosanta – me ne ritrovo alcuni in cui Barbero “sbugiarda” o “punisce” o “svela la falsità” – questa la terminologia usata – dei neoborbonici, con commenti del pubblico, anche abbastanza plateali, che vanno dai soliti adoranti che magnificano il nostro fino all’insalivazione delle terga; a quelli che danno addosso alle schiere di ignoranti sottosviluppati che infestano l’Italia del Sud col loro revisionismo da quattro soldi e che, attenzione, non potendo essere altro che meridionali, perché i neoborbonici – a differenza dei fascisti che sono trasversali ed esportabili, vera unità di misura del paese – sono in fondo dei meridionali “sottosviluppati”, elevano al quadrato una vecchia forma di razzismo novecentesco, per cui: io non odio i meridionali, ma odio i meridionali che contraddicono Barbero, e visto che io sono d’accordo con Barbero, odio i meridionali che mi contraddicono nella mia visione della ‘loro’ storia. Questo leggo io fra le righe dei loro commenti, dimenticando che se la storia non è ancora chiara a tutti a più di 150 anni dall’Unità, se non convince così tante persone – e non serve essere neoborbonico per dirsi che le cose non sono andate così come ce l’hanno raccontata sui libri di scuola che nessuno, mi pare, ha aggiornato, nemmeno a un secolo dalla caduta della monarchia – un qualche errore di fondo ci sarà. Perlomeno nel modo in cui ce la raccontiamo. E non lo dico io, e non serve che lo dica nemmeno Barbero che da storico non fa che ripeterlo come premessa a ogni sua lezione; ma lo dicevano già Gramsci, Salvemini, Silone, fra i padri della nazione, e con un punto di vista molto più spostato dalla parte del revisionismo e del “Risorgimento tutto da rifare” che non della più rassicurante visione di Barbero. E con tutto ciò, confesso, mi piacerebbe anche vedere, ogni tanto, un video in cui Barbero “sbugiarda e punisce” i Leghisti, facendo una buona ricostruzione storica che mostri l’inconsistenza delle tante fesserie che dicono. Eppure, per quanto lo cerchi, non ne trovo.

sabato 10 agosto 2024

la storia si ripete

Su “La Storia” di De Gregori concessa all'Enel per uno spot leggevo prima il commento di un lettore che si chiedeva, con tono quasi di rimprovero: Chissà che avrebbe fatto De André al posto suo. A me verrebbe da chiedere Chissà che avresti fatto tu, caro lettore, se l'avresti venduto o no un tuo lavoro artistico per soldi. E questo lo dico da sociologo dell’arte, una cosa che ogni tanto tiro fuori dal cassetto della laurea mai utilizzata, e che sostanzialmente è la materia che indaga i rapporti anche economici che legano artista, pubblico e committente, perché da che mondo è mondo chi fa arte la fa in primo luogo come lavoro, per venderla. Chi non vende i propri lavori o è ricco di suo, come Cézanne, oppure è un artista per hobby. Persino chi scrive un libro di poesie cerca di venderlo. Figurarsi chi scrive una canzone di successo. Poi certo ci sarebbe da chiedersi, perché tali discussioni ritornano ogni volta ci si trova di fronte ad opere che travalicano il proprio tempo e spazio, a chi appartiene davvero “La storia” di De Gregori, se a lui per averla scritta o a noi come pubblico, ma a questo punto ci sarebbe anche da chiedersi – e spesso il pubblico non se lo chiede affatto, o finisce per mercificare la questione proprio come l'Enel, riducendo il tutto a un semplice: Ho pagato il biglietto – cosa abbiamo fatto noi per meritarcela.

venerdì 9 agosto 2024

il nome antico

Stamattina a letto mi ha preso uno di quei dubbi senza risposta che poi mi ci sono arrovellato per ore, su quale fosse il nome antico di Locorotondo, che come sanno tutti viene da Locus Rotundus ed è un nome relativamente recente, medievale, e senza più tanto senso visto che di perfettamente rotondo, rispetto all'antico tracciato delle mura, c'è rimasto ben poco dopo il boom edilizio. Nei documenti più antichi, risalenti al 1100 non era nemmeno rotonda, ma era solo Casale San Giorgio, dalla chiesetta che sorgeva sull'altura al posto dell'attuale chiesa madre e che probabilmente era stata costruita sulle fondamenta di un antico tempio pagano. Ma la prima Locorotondo, quella del piccolo villaggio greco ritrovato in contrada Grofoleo, o del precedente villaggio dell'età del bronzo di cui pure hanno ritrovato tracce, chissà come si chiamava e come venivano chiamati i suoi abitanti e se erano nostri parenti in qualche modo, nella fisionomia del volti, oppure non c'entravano niente con noi, e che lingua parlavano, una qualche lingua antica che veniva parlata prima del nostro dialetto, ma a suo modo dialettale, e se a guardarci in faccia si sarebbero spaventati pure loro pensando a quanto siamo brutti.

giovedì 1 agosto 2024

la lunga storia di canzone

The patriot game è una canzone scritta dal folksinger irlandese Dominic Beham. Basata sulla melodia del tradizionale della fine del XVII secolo, One morning in may – che nell’originale parla di un soldato che dice addio alla sua bella mentre abbracciati ascoltano il canto di un usignolo – il testo parla della morte di Fergal O’Hanlon, militante dell’IRA in un’azione terroristica contro “la crudele Inghilterra”. Registrata nel 1958, divenne ben presto una delle sue canzoni più celebri. Con alcune censure al testo – che indignarono Beham – in particolare di una strofa che parlava del piacere di sparare ai poliziotti, divenne uno dei cavalli di battaglia nei live del gruppo americano Clancy Brothers. Fu tramite loro che Bob Dylan si avvicinò alla canzone. Nel 1963, riciclandone la melodia scrisse un nuovo testo, With God on our side, creando di fatto una nuova canzone che ne amplificava il messaggio per adattarlo alla realtà americana, criticandone la politica di aggressione adottata lungo l’intero arco della sua storia e giustificata dall’avere “Dio dalla propria parte”, ciò che poi sarebbe diventato il principio di “esportazione della democrazia”. In particolare, con un colpo di genio che Beham non capì e non gradì, ritenendolo una parodia della propria canzone, Dylan riprende alcuni suoi versi rovesciandone il significato. I versi di Beham, dedicati ad una sola persona, dicono esplicitamente: “My name is O'Hanlon, I've just gone sixteen” (“Il mio nome è O’Hanlon, ho appena compiuto sedici anni”) indentificando la voce narrante con quella del ragazzo ucciso nella lotta per la libertà dell’Irlanda. Ne fanno un eroe. Quelli di Dylan invece dicono: “Oh, my name, it ain't nothin', my age, it means less” (“Il mio nome non conta, e la mia età ancora meno”) perdendo nell’anonimato il possibile narratore, perché nella storia di soprusi che sta per raccontare non ci sono eroi, sono tutti indistintamente coinvolti come colpevoli e vittime. Poco dopo averla scritta Dylan incontrò Beham che lo accusò apertamente, assai prima di Joni Mitchell, di essere “un ladro e un plagiario” rifiutandosi di fargli causa per avergli soffiato la melodia, ma minacciando di prenderlo a pugni. Forse per via di quella lite, o forse perché la sentiva ormai troppo politicizzata per i suoi gusti, Dylan da metà anni ’60 in poi, evitò per molti anni di cantarla. La riprese, per quanto sporadicamente, a partire dai primi anni ’80, probabilmente su sollecitazione di Joan Baez che l’aveva in repertorio. Nel 1989 Behan morì, e nello stesso anno i Neville Brothers fecero una bellissima versione di With God on our side prodotta da Daniel Lanois, aggiungendo una strofa sulla guerra del Vietnam che mancava all’originale di Dylan e che egli stesso, ammirato, adottò.

giovedì 18 aprile 2024

coro

Stanotte in sogno è venuto a trovarmi Woody Allen (quello di Amore e guerra) per raccontarmi la trama di un film che aveva in mente e non poteva realizzare in cui una certa sera con una scusa invita a casa sua una ragazza per provarci, ma questa si porta dietro altri due pretendenti e quando dopo una notte rocambolesca nessuno dei tre ce la fa con lei, gli ultimi due all'alba distruggono la casa del primo. Così, mentre lui me lo raccontava, ero anche io in casa sua e c'era un gruppo maschile in costume d'epoca che faceva da coro greco cantando arie d'opera in salotto che io facevo finta di conoscere citando nomi e autori a caso, e in linea con la storia di invasione casalinga mentre cantavano fumavano e spegnevano le sigarette schiacciandole sul tappeto, cosa che faceva innervosire non poco Woody. "Ecco, mi diceva, se vuoi la storia io te la regalo ma per favore tieni fuori il coro."

martedì 5 marzo 2024

un quarto di un martello

Mentre sto lavorando alla traduzione di un libro, mi capita sotto gli occhi l'inventario dei beni di un bracciante del sud che muore improvvisamente ai primi del '700 lasciando alla moglie e ai suoi tre figli piccoli quanto segue: "una sottana rossa, un lenzuolo di tela, una coperta di lana verde sfilacciata, una sciarpa rossa, un tavolo di pino, due sedie usate, una piccola zappa da giardino, una vecchia zappa di medie dimensioni, una quota di un quarto di un martello da muratore, una cassapanca di pino, una scala di legno, cinque brocche di creta, quattro piatti e una coppa grande di creta." Più il trullo in cui vivevano in cinque e una piccola vigna. È una storia di povertà estrema, tanto che alla sua morte la moglie è costretta a ipotecare il trullo e la vigna per sfamare i figli, ma così restano senza casa. Chissà cosa è successo loro, come se la sono cavata. I documenti non lo dicono e così ci resta solo questa traccia e la forza e la caparbietà della donna che fa mettere per iscritto questo elenco per i figli. Fra le altre, la voce più commovente di tutte è quella quota di "un quarto" del martello da muratore, che non era tutto del contadino ma ne divideva il possesso e l'uso con altri tre e l'inventario lo metteva per iscritto così che i figli dell'uomo, ancora piccoli, non perdessero quel diritto nel tempo.

venerdì 5 gennaio 2024

Oggi mi sono finalmente regalato la visione di Enzo Jannacci. Vengo anch'io, di Giorgio Verdelli, e posso solo dire quanto sia bello questo fillm. In genere i documentari sugli artisti non sono quasi mai all'altezza delle aspettative, sempre troppo carichi, come quello su Gaber, o semplicemente insignificanti. Ci sono poi delle eccezioni, e così ad esempio questo insieme al documentario su Patrizia Cavalli sono le cose più belle che ho visto negli ultimi mesi. Il film su Jannacci però, forse perché amo l'artista, è qualcosa che tocca corde molto più profonde, e mi sono commosso più di una volta nel vederlo. Soprattutto quando il figlio dice una cosa in cui mi sono riconosciuto, dice cioè che Jannacci era in grado di toccare picchi altissimi di successo e cadute rovinose, ma a lui non importava un granché, perché lui seguiva un suo percorso basato sulle parole "coerenza" e "decenza". Ecco, io sto lì, o mi piace stare lì, con lui, seguendo una mia coerenza e perseguendo una decenza che spero siano percepite anche se non portano al successo.

domenica 26 novembre 2023

pensierino sulla rimozione di certa memoria storica

 Ho visto la registrazione di un intervento di Barbero all’università di Bologna dove parlando dei vari conflitti fra israeliani e palestinesi o fra russi e ucraini dice che spesso ci riesce così facile parlare di “pace” rispetto a loro perché fondamentalmente non ci ricordiamo che fino al secolo scorso avevamo in Europa situazioni molto simili per intensità di risentimenti fra paesi e popoli che scatenavano guerre sanguinose e narrazioni interne votate alla divisione e all’odio dello “straniero” (dove per straniero si intendeva l’austriaco, il francese, il tedesco, l’inglese, lo spagnolo, il musulmano, l’ebreo, ecc.). La seconda guerra mondiale e ciò che ne è seguito hanno innescato in noi un processo congiunto di “rimozione della memoria” o “del conflitto” che ci ha portato un lungo periodo di pace e per il quale non riusciamo più a concepire che simili “narrazioni” possano determinare delle guerre fra popoli. Se succede, anzi diciamo, è sempre perché qualcuno – il cattivo di turno – ci mette lo zampino, altrimenti tutti i popoli per loro natura vogliono vivere in pace. Non è proprio così (vedi serbi e croati). O non per tutti è così. Prova ne sia anche ancora in Russia e Ucraina si rivanghino oggi, come motivi d’odio bruciante, dei fatti che almeno ai miei occhi, ma evidentemente non ai loro, sembrano storia vecchissima. Mi fa sempre specie, ad esempio, vedere Zelensky, che ha la mia età e quindi non ha realmente vissuto quella storia, appellarsi alla sua nazione parlando di lotta al nazismo: eppure nel suo paese quel racconto non è solo retorica, ha un senso, ha un peso determinante. Esattamente come per i miei nonni o per mio padre poteva averlo parlare di Risorgimento, di Garibaldi o di Cavour, quando ormai per buona parte di noi la storia del Risorgimento non solo è acqua passata, inutile a raccontare un’unità italiana ancora aperta, al massimo viene ridiscussa per svalutarne l’importanza (come ben si sa all’epoca ci hanno messo lo zampino gli inglesi, che erano "gli americani" dell’epoca). Non parlo nemmeno delle lotte sociali di ieri i cui temi tornano oggi alla ribalta perché nel frattempo ce ne siamo dimenticati le conquiste. Ancora il discorso di Barbero implica un altro scorcio interessante, quando dice che le nazioni europee di oggi “apparentemente” sono in pace. Questo perché la rimozione della memoria ha una contropartita a cui non vogliamo pensare. Così come il Risorgimento, anche la Resistenza, che per la mia generazione ancora significa qualcosa, per quello stesso processo di “rimozione della memoria” o “del conflitto” a breve verrà inevitabilmente messa da parte, dimenticata, o accantonata, dai più giovani. Questo, mi si dirà, è un processo inevitabile del tempo; invece, ci insegnano proprio i conflitti in corso che vivono su retoriche vecchie di ottant’anni, è un problema di trasmissione culturale di determinate narrazioni. Così come le storie che si tramandavano oralmente i nostri nonni analfabeti per secoli anche noi avremmo il potere di trasmetterle, ma abbiamo abdicato quel tipo di trasmissione della memoria ad altri mezzi più veloci, rapidi, inoffensivi, che passano senza lasciare traccia. A questo punto tutta la retorica del “per non dimenticare” su cui da anni le uniche a far fortuna sono le case di produzione cinematografiche che ne traggono dei film tanto istruttivi e commoventi quanto inapplicati nel concreto (vedi il trattamento dei migranti), non avrà più senso, non uno agganciato alla nostra comprensione della realtà. Il rischio è ovviamente uno e uno soltanto: se, al riparo nel tuo angolo di confort, ti scordi cosa è stato il fascismo quando era ferocemente presente, cosa ti fa pensare che un giorno non si possa ripresentare alla tua porta per ricominciare tutto da capo?

giovedì 23 novembre 2023

il potere e la colpa

Il patriarcato, il maschilismo, il machismo, e tutto quel complesso meccanismo per cui siamo cresciuti in una società dove alcuni uomini hanno più vantaggi rispetto ad alcune donne esiste eccome, coi debiti distinguo, perché ogni vantaggio è sempre mediato dalla possibilità sociale ed economica di chi lo esercita: una donna ricca ha sempre più vantaggi di un uomo povero, una donna nata a Milano ne ha più di un uomo nato in Calabria, una donna nata in una famiglia colta ha molti più vantaggi di un uomo con la terza media, una donna che lavora come manager in un’azienda ne ha di più di un uomo che lavora in fabbrica, una madre coinvolta in una separazione ha sempre qualche vantaggio in più del padre. Ma nella maggior parte dei casi quel vantaggio esiste e chi lo nega sa di sminuire la realtà. Certo la realtà sta cambiando, ai tempi dei miei nonni, visto che parlano tutti del patriarcato dei nonni, mia nonna avrebbe trovato aberrante che una donna si rivoltasse contro il “proprio” uomo. Era la sua cultura quella, una cultura profondamente rurale, contadina e cristiana, e noi ora possiamo dire che era una cultura sbagliata e che mia nonna era una vittima, o una complice, del patriarcato perché non capiva come stavano i macrosistemi sociali ed economici che muovono il mondo, ma non possiamo dire che mia nonna e la sua cultura non vadano rispettati, altrimenti facciamo come gli americani che vanno ad invadere gli altri paesi per esportare il loro modello di democrazia. Del resto, come diceva il mio amico Nannino il brasiliano, noi siamo tutti “americanizzati”, anche chi adesso odia l’America. Noi la pensiamo diversamente dai nostri nonni, in tutto, e io stesso sono pieno di colpe per come ho gestito male molte relazioni, ma è un fatto mio, relativo al mio vissuto e non certo a quello degli altri, e il primo responsabile dei miei errori sono io stesso. Ancora, dati alla mano, anche se la percezione è diversa, l’Italia è uno dei paesi con meno femminicidi nel mondo. Vai in un qualsiasi paese dell’est Europa (Lettonia in testa, dove i dati vengono quasi decuplicati), o vai in medio oriente (Afghanistan, Iran, ecc.), o in Africa (dove in alcune zone si pratica ancora l’infibulazione), fai un confronto con quei paesi e allora ti accorgi che nemmeno le donne sono tutte uguali, parlando di potere, che alcune donne per il solo fatto di essere nate in determinati paesi hanno più vantaggi di altre, e per il solo fatto di vivere qui, di sfruttare economicamente questo potere, sono, volenti o no, colpevoli verso di loro. E servirebbe una presa di coscienza globale, lì dove non riusciamo a metterci d’accordo nemmeno su problemi relativi alla sopravvivenza della specie, come i problemi ambientali, che ci sono allo stesso modo, e chi lo nega sminuisce, ancora una volta, la realtà. Una donna può anche dirmi, adesso, che faccio del benaltrismo, che non si sta parlando di cosa succede in Medioriente o al clima, che si vuole un cambiamento, o meglio ancora una presa di coscienza qui e ora, ma chiedere una presa di coscienza istantanea, un cambiamento culturale in mezza giornata è già il frutto di una visione della vita che è tutta occidentale, consumistica, dove non c’è tempo da perdere, dove basta cliccare un tasto sul telefono per ottenere ciò che vuoi in 24/48 ore da qualsiasi angolo del mondo. Altro che educazione, che invece è un processo che richiede anni! Ci neghiamo il tempo di imparare, di crescere come si deve, poi pretendiamo che tutti imparino ad ascoltare se stessi da un giorno all’altro. Come fare meditazione zen coi corsi scaricati da YouTube. Ma processi come questo, in cui un sistema sociale, culturale, viene sostituito da un altro, sono lunghi, durano decenni, secoli a volte (vedi la Chiesa che sono due secoli che sta morendo e ancora resiste), ci superano, e il fatto che siamo qui a parlarne non significa che stiamo eroicamente attivando l’inizio di un movimento nuovo, significa solo che molto tempo fa questo cambiamento ha cominciato ad attecchire grazie al lavoro di altri e adesso noi che ci siamo dentro, anche inconsapevolmente, partecipiamo al flusso del cambiamento, ne godiamo in parte i risultati, perché fossimo nati altrove ci avrebbero probabilmente messi in prigione, o impiccati in piazza. E anche per questo dobbiamo dare a tutti il tempo di arrivarci con le proprie gambe, perché se no facciamo come gli americani in Afghanistan, che quando sono andati via è stato come tornare indietro di vent’anni. Io almeno, da “americanizzato”, mi sento molto in colpa per l’Afghanistan, come se fosse anche colpa mia. Ecco, questo direbbe lo storico che c’è in me, se facessi ancora lo storico, o meglio se avessi avuto maggiori vantaggi per potermi infilare in qualche università a leccar culi dei magnifici rettori. Cosa di cui non avevo proprio voglia e non ho fatto.

sabato 2 settembre 2023

che sarebbe successo...

Ieri leggevo un libro di Angelo Panarese, Risorgimento tradito (Capone) in cui, con taglio fortemente gramsciano, si parla del fallimento sia economico che culturale (nella formazione di uno spirito nazionale) dei Savoia nella gestione del regno italiano dopo l’unità (fallimento che avrebbe portato al fascismo), e mentre leggevo mi sono chiesto – a parità di condizioni economiche fra Nord e Sud prima dell’unità, a parità di monarchie zoppicanti che li governavano, a parità di interessi economici internazionali sull'Italia dell’epoca – che sarebbe mai successo se Garibaldi coi suoi mille volontari quel lontano giorno del 5 maggio 1860, gridando “Viva l’Italia”, invece di partire da Quarto nei pressi di Genova, si fosse imbarcato a Napoli risalendo lungo lo stivale invece di fare rotta a sud.

martedì 4 aprile 2023

la giacca di che guevara

A riprova dell’eccezionalità della vita di Bogdan oggi ho conosciuto la sua ex moglie salentina e il cognato. Ho scoperto che di cognome fanno Toma. – Come il poeta, dico. – Era nostro cugino, mi rispondono. – Mi raccontano il loro primo incontro con un Bogdan giovanissimo nella Belgrado di Tito. Si presenta con la barba lunga e nera, disordinata, magrissimo, indossando una giacca militare tutta sbrindellata da colpi di proiettile e con una grossa macchia scura di sangue sul petto. Per far colpo su di lei le racconta che quella giacca era stata di Che Guevara. Suo cognato, che è diventato subito uno dei suoi migliori amici, mi dice: – Uno così nella Jugoslavia di Tito ci campava poco, infatti con mio padre che gli voleva bene, e con mia sorella, abbiamo deciso di portarlo via... Da lì sono venuti anni di avventure, di fantasia, di incazzature e di dolori come non puoi immaginarti.

sabato 25 marzo 2023

arte e storia

Negli Stati Uniti una prof viene licenziata perché mostra foto di un'opera d'arte rinascimentale che dicono rasenti la pornografia. In Europa, dove ce la ridiamo per una tale censura, invece sulle opere d'arte si butta direttamente la vernice per fare le dimostrazioni. Perché la censura no, ma la vernice a fin di bene sì. Per fortuna che peggio di noi stanno almeno in Medioriente, dove le si distrugge direttamente con gli esplosivi e allora salviamo un po' la faccia verso la storia.

venerdì 17 marzo 2023

foto storiche

Locorotondo, giardini pubblici, anno 2011. Una di quelle foto di gruppo che fra qualche anno finiranno nei libri di memorie del paese. 


 

mercoledì 28 settembre 2022

ordine

Forse è per come la raccontano, ma a pelle continuo a sentire che c'è qualcosa di assurdo in questa storia che in Russia da una parte si fanno fare le elezioni per annettere quegli ucraini che vogliono diventare russi ma non li lasciano andare via e dall'altra si tolgono i passaporti a quei russi che vogliono scappare dal paese natale perché non vogliono combattere una guerra per annettere gli ucraini di cui sopra. Lo so che è una situazione tragica, ma più ci penso in questi termini e più mi sembra uno spunto comico alla Woody Allen, per cui mi sono immaginato un plot con delle trattative diplomatiche dove, per sistemare le cose, si organizza una sorta di scambio sul confine in cui prendi gli ucraini che vogliono diventare russi e li metti al posto dei russi che vogliono andare via dall'Ucraina. Poi chiedi agli ucraini diventati russi di arruolarsi per tornare a riprendersi le terre natali e ai russi diventati ucraini di difendersi con le unghie e coi denti per non tornare in patria. Così nei fatti non è cambiato nulla, ma tutti sono molto contenti perché hanno messo un po' ordine fra i motivi degli schieramenti.


giovedì 4 agosto 2022

1925

Quando il cinema è buono non ha tempo. Ci pensavo ieri sera che ho rivisto un vecchio film di Florestano Vancini, Il delitto Matteotti del 1973. Il film descrive la crisi di governo che segue all’omicidio – commissionato dalla Ceka, la polizia segreta fascista – del socialista Matteotti e che vede schierata da una parte una destra ferocemente corrotta e squadrista e dall’altra un gruppo di partiti di centro e di sinistra benintenzionati ma salottieri che non riescono a mettersi d’accordo su nulla, nemmeno di fronte al pericolo di una dittatura, e finiscono col fare mero ostruzionismo simbolico, alleanze farlocche (Socialisti e Popolari ma senza i Comunisti in attesa dei realisti) fino sbriciolarsi da sé e lasciare campo libero a Mussolini, il quale fa il duro ma è a sua volta soggetto ai ricatti interni del suo stesso partito e dei poteri economici, gli industriali in primis – “L’importante è che si parli chiaramente al Duce, se è davvero un uomo di governo deve dimostrarcelo, e subito!” “Altrimenti lo licenziamo” –, il tutto calato in un sistema giudiziario, fra magistratura e forze dell’ordine, colluso e compiacente, e in un contesto sociale violentissimo che si fa scudo del clima politico per esprimere i propri peggiori istinti. I più coraggiosi finiscono pestati a sangue o uccisi, esiliati o ridotti al silenzio. Vedi Piero Gobetti. Né giustizia viene fatta. Ma questo, per fortuna, è successo nel 1925, mica ai giorni nostri.


 

sabato 16 aprile 2022

fastidio

Zio Benito, cugino di mio nonno che al tempo del referendum, da bravo meridionale, votò per la monarchia e oggi, come dice lui, è buono solo a pisciarsi nel pannolone, mi ha dato un bacio secco e mi ha detto nel suo dialetto stretto raschiato alla gola che il mio problema è che leggo troppi libri e i libri ti riempiono d’acqua i coglioni. Devi leggere di meno e fottere di più, devi muoverti di più, non devi essere coglione nella vita, non devi farti fottere dagli altri. Impara! Lui ad esempio quelli lì, ucraini e russi, li scannerebbe tutti, così la finirebbero una volta per sempre di darci fastidio.

venerdì 15 aprile 2022

scrittore postumo

Leggendo Il Libro di Johnny di Beppe Fenoglio, volume a cura di Gabriele Pedullà che racchiude l’originale versione unitaria di Primavera di Bellezza del 1959 e del postumo Partigiano Johnny del 1968, viene fuori come la nostra Resistenza viene innescata da un’assenza. Nel paese c’erano già dei fenomeni di opposizione al regime ma questi erano per lo più ininfluenti, emarginati e disorganizzati e da soli non sarebbero bastati a far scaturire la scintilla della rivolta. Tutto è descritto con grande intensità alla fine della prima parte di quel libro, quando il paese cade in confusione per l’arresto di Mussolini, lo sbarco degli Alleati e il conseguente ritiro dei tedeschi non più “amici”. L’esercito italiano letteralmente si squaglia per l’improvvisa fuga del re dalla capitale, il quale re abbandona la popolazione al suo destino con deportazioni in massa e stragi da parte dei tedeschi, con gli americani che risalgono la penisola da liberatori e da conquistatori insieme, le città bombardate. Nel disordine creato dall’assenza dello Stato scoppia la guerra civile nel nostro paese con una parte degli italiani che si sente tradita e segue Mussolini nella repubblica di Salò e un’altra parte che si sente altrettanto tradita e crea una prima forma di resistenza mettendo insieme, da sud a nord, volontari di diversa estrazione sociale e fede politica. Altra parola centrale di questa storia, dunque, è “tradimento”. Ancora mi accorgo, leggendolo, di come la guerra civile fu da entrambe le parti un movimento giovanile. Un quarantenne era già visto con sospetto, come portatore di qualcosa di corrotto dalla passata stagione politica. Furono i giovani a vergognarsi di chi erano e a cercare di creare un nuovo ordine italiano, spinti dalla delusione e dalla rabbia. Chi scegliendo la via delle montagne (come il Johnny o il Milton di Fenoglio), chi sbandando percorso a destra (come il Marco di Tiro al piccione di Montaldo). Chi persino restando per sempre nel dubbio amletico di dove stare (come il Corrado della Casa in collina di Pavese) e finendo per non sentirsi più parte di niente. Qualcuno collaborò come poteva, ma la maggior parte dei cittadini avviliti da anni di menzogne e privazioni, non ebbe dubbi sul da farsi: si chiuse in casa aspettando che facessero gli altri anche per loro, per capire quali bandiere sventolare dai balconi dopo la fine dei combattimenti, cercando di sopravvivere come potevano, perché restare vivi era, in fondo, la cosa più importante. Anche così le istanze di quei gruppi di giovani vennero tradite una seconda volta, perché alla fine della guerra non ci fu nessun vero rinnovamento italiano, ma soltanto un più moderato, per quanto necessario, cambio di pelle (La pelle, di Malaparte, altro titolo fondamentale di quegli anni). Noi il 25 aprile ricordiamo il sacrificio di alcuni di quei ragazzi, e deprechiamo quello dei loro avversari, ma nella sostanza condividiamo l’identica materia degli altri, dei più vecchi trasformisti per necessità, quelli che camparono più a lungo*. “L’Italia ripudia la guerra” ricordava giustamente il segretario dell’ANPI. Ma io ho pensato al povero Fenoglio a cui gli editori rispondevano che coi quei suoi “cartonacci” sulla Resistenza, ad appena dieci anni dalla fine della guerra, aveva già rotto i maroni. Era una storia vecchia quella, a cui nessuno voleva più pensare, e infatti Fenoglio rimane uno scrittore postumo.


*Non è per forza un male, ma ogni tanto me lo sento dentro anch’io un vuoto, la mancanza di quella follia ostinata che qualcuno chiama ideale (un ideale per cui anche potrei morire) e che fa la differenza fra chi partecipa alla storia e chi la guarda passare. Io ad oggi non ho fatto altro che guardare e parlare, parlare e scrivere, sperando di non eccedere in retorica, e tutto questo non mi fa sentire migliore degli altri, soltanto un pochino più gretto. Resto umano, come diceva qualcuno, ci provo, ma sento che ormai restare umani non basta.

lunedì 4 aprile 2022

una vecchia

Le immagini di Bucha sono state tremende, né mi va di commentarle, ma ce n’è un’altra che mi ha colpito negli ultimi giorni ed è quella di una vecchia ucraina che ho visto in un servizio al Tg, una donna tozza, coi capelli bianchi, le gambe gonfie, il volto duro da contadina, che mi ha ricordato mia nonna. I russi le hanno bombardato la casa e la TV l’ha ripresa in un centro di accoglienza di Leopoli. Quella vecchia è un cadavere che cammina, perché è troppo vecchia sia per andare altrove a rifarsi una vita sia per ricostruirsi la casa. Quella vecchia è finita per sempre, anche se ancora respira, e forse un infarto sarebbe meglio di tutto ciò che la aspetta. In una situazione così io mi sarei già ammazzato. Lei invece, seduta pesantemente su un letto di fortuna, guardava dritta in macchina con lo sguardo duro e la bocca chiusa e piegata in basso. Forse crede in Dio e aspetta un segno, forse non si rassegna. Fatto sta che noi per quella vecchia non potremo fare nulla, tranne continuare a blaterare che Putin o che Zelensky o che la Nato o che l’Europa blablabla e ribadire l’ovvietà che la guerra è brutta, perché nel nostro piano delle cose quella vecchia contadina è l’ultimo dei problemi da affrontare. E la realtà è proprio questa.

giovedì 30 dicembre 2021

la conta

Oggi, per una ricerca bibliografica, mi sono ritrovato a contare le volte che ritorna la parola «luce» in Guerra e Pace di Tolstoj: 133 volte in poco meno di 1500 pagine complessive! In media una volta ogni dieci pagine circa: sono tante, ma non te ne accorgi subito. L’ho trovata una bella metafora del periodo di «guerra» teso alla «pace» che stiamo vivendo. Nel senso che se non smettiamo di cercarla, persino in questa storia che sembra molto più grande di noi, la luce prima o poi ritornerà a mostrarsi.