Visualizzazione post con etichetta paese. Mostra tutti i post
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mercoledì 12 marzo 2025

la costituzione

Straordinaria, pensavo, la nostra Costituzione, talmente grande che nella stessa ci si riconoscono sia quelli che in virtù dell'Articolo 11 (L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali) rifiutano il riarmo europeo, sia quelli che in virtù dell'Articolo 52 (La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino e quindi tutti sono obbligati a prestare servizio militare) vanno in giro di notte a pestare in gruppo chi, a loro insindacabile giudizio, ritengono sia pericoloso per la comunità, meglio ancora se extracomunitario. Sia gli uni che gli altri ritengono per opposti motivi che le istituzioni, sia lo Stato che l'Europa, li stiano tradendo e quindi li avversano con forza, però nessuno dei due stringerebbe mai la mano all'altro. Il bello è che secondo Costituzione sarebbero tutti fratelli, fratelli d'Italia (dall'inno di Mameli) in uno Stato che, diceva Saba, non conosce il parricidio ma è per sua stessa natura fratricida. Appunto.

giovedì 9 gennaio 2025

l'odore

Ci sono alcuni angoli del mio paese che puzzano di piscia fresca di cani con una tale intensità da rievocare le nostre tradizioni. Pisciapizzùle venivano chiamati un tempo gli abitanti del borgo per distinguerli dai contadini, quelli che non avendo i campi intorno per svuotarsi lo facevano nei vespasiani o negli angoli di strada, imprimendovi il proprio odore di poveri. Stamattina passeggiando per il paese, ho rievocato questo passato di cafoneria cittadina, anche se poveri non lo siamo più.

martedì 22 ottobre 2024

un paese

Un paese di Cesare Zavattini e Paul Strand è un’opera straordinaria sotto tutti i punti di vista: estetico, etico, epico, personale e antropologico. Paul Strand, fra i primi e più grandi fotoreporter americani, emigrato in Europa per sfuggire al maccartismo, nel 1953 conosce e chiede a Cesare Zavattini, sceneggiatore fra i padri del neorealismo, di fare un libro insieme, un reportage italiano. Zavattini un po’ per scherzo, un po’ perché la ritiene la cosa più facile, propone un reportage su Luzzara, il paese in cui era nato e da cui era partito molti anni prima verso Roma. Zavattini pensa: è un posto che conosco bene e questo semplificherà il lavoro. Invece, man mano che il lavoro procede, si rende conto di non conoscere affatto il paese di Luzzara, di averlo completamente dimenticato, o meglio ancora deformato attraverso la memoria. Ne viene fuori un libro che è prima di tutto un atto di riconciliazione e riappropriazione di un paese, di un mondo, poco prima che quel mondo finisse per sempre. Ne viene fuori un’opera corale e palpitante che è il frutto di una serie di ritratti in cui si fondono fotografia e parole, povertà e immaginazione, quella cosa che Salgado chiamava “il sale della terra” e che noi accogliamo forse meglio se proviene da altri luoghi del mondo, ma vergognandocene nel nostro, perché puzzano di miseria. Quella miseria umida che un tempo ci portavamo addosso come tutti gli altri. Il libro è stato pubblicato da Einaudi nel 1955 ed è tale la sua importanza storica che è ancora oggi sul mercato. Vale la pena prenderlo, per chi può, insieme al catalogo della mostra dedicatagli a Palazzo Magnani di Reggio Emilia nel 2017, primo perché il catalogo è stampato assai meglio, poi perché contiene molti altri scatti che non finirono nell’opera, e soprattutto perché ha una sezione finale in cui mostra la lunga serie di influenze e stimoli che ha avuto sull’opera di molti altri fotografi di fama internazionale, raccontando così come una manciata di contadini scalzi coi loro buoi abbiano fatto il giro del mondo da protagonisti.


 

sabato 5 ottobre 2024

filosofia di vita

La mia povera filosofia di vita non ha super pensieri da offrire, è tutta fatta di poesia. Più vado avanti nel tempo e più comincio a sentire come l’idea di paesologia, che pure ho sentito mia, intesa come immersione poetica nella vita dei paesi, nei suoi vuoti e pieni, nella riscoperta e riappropriazione dei piccoli centri con tutto il loro carico di dignità e tragedia, sia stata in parte superata dall’idea di umanesimo vegetale (come definito da Angiuli), che sposta l’uomo e i suoi bisogni da lato, fuori dal centro, per dare nuovo respiro alla terra, alla natura. Sono entrambe validissime possibilità di lotta contro il mostro consumistico che si sta mangiando tutto, pure i nostri piedi. Ma forse, o almeno me ne sto sempre più convincendo, dovremmo cominciare a lasciare la presa. Anche qui dove tutto sembra lentamente morire. Così forse le zone abbandonate del nostro Paese non vanno ripopolate, ma solo lasciate andare, sgomberate dalla nostra presenza, lasciate in pace nell'idea che forse non ci vogliono, che non hanno affatto bisogno di noi, e che quando non ci saremo più noi, ci sarà comunque qualcos’altro. Perché ogni volta – e questa è una delle poche cose certe che sappiamo – eliminato l’uomo resta la natura che si riprende tutto cancellando pian piano le tracce del nostro passaggio. Lasciare andare il mondo a se stesso allora, cercando di non dare troppo fastidio, questa è la mia idea di vita oggi. Starmene da lato ad osservarlo. Se pensiamo al pianeta come qualcosa che vive anche senza di noi, è abbastanza funzionale, almeno agli interessi del pianeta. Basta guardare i segni, imparare a leggerli. Nelle mie zone, ad esempio, man mano che i giovani vanno via e la popolazione invecchia, stanno pian piano ritornando i lupi, che erano stati completamente estinti nel XVII secolo. Per qualcuno questa è una sciagura e per qualcun altro un segno.

domenica 25 agosto 2024

la sagra dell'ipocrisia

Qualche giorno fa un mio concittadino, un uomo della mia età che conosco dalle medie, ma con evidenti problemi con l’alcol, del tutto ubriaco ha avuto uno scontro con un carabiniere, lo ha colpito con un pugno, quindi è stato fermato con la forza in un’azione che è stata ripresa e, non so per quale motivo specifico, oggi è finita sui Tg principali e peggio ancora è stata commentata dai nostri rappresentanti politici, gente assai discutibile sul piano morale che ai suoi tempi e fino all’altro ieri faceva del “picchiare” una fede. Certo una cosa è picchiare e far picchiare dall’alto del proprio potere, e un’altra è picchiare per pura rabbia o disperazione, che spesso sono la rabbia e la disperazione degli ultimi. Nei giorni passati ho veramente soffocato un moto di fastidio sulla vicenda, leggendo commenti che vanno dai più accorati o lacrimevoli “avremmo dovuto aiutarlo prima” ma detto sempre il giorno dopo, a cose fatte, e a volte pronunciati da gente che manco lo salutava per strada quell’uomo, per evitarsi le sue intemperanze, a quelli senza assoluzione di chi tuona “gente così va messa in galera a vita”, con tutto che sono mesi che dicono che le nostre carceri stanno messe così male che fai meglio a impiccarli tu direttamente i detenuti, prima che si impicchino da soli. Ma persone con quel problema, e ce ne sono tante, molte più di quelle che si vuole ammettere, se vuoi aiutarle davvero, dovresti inserirle in qualche comunità dove possono, se vogliono, togliersi il vizio, non metterle alla gogna nazionale sul Tg. Servono politiche di accoglienza, non di eliminazione degli “inutili”. Anche perché, come diceva Paolo Villaggio in quel famoso video con Borghezio, a noi manca la "personalità" dei veri assassini, non abbiamo le capacità per fare un lavoro come si deve. Noi, si sa, siamo un paese a cui i fatti piace chiacchierarli più ancora che farli. E infatti, in questa sagra dell’ipocrisia nazionale, oggi leggevo, fra i commenti ai post dei suddetti politici, gente che non sa nulla di questa storia, ma scrive: “bisognerebbe permettere ai poliziotti di sparare a gente così”. Ecco cosa ci mancava per essere felici, i poliziotti che sparano agli ubriachi molesti, così facciamo come negli Stati Uniti dove si vede a cosa portano queste politiche. Anche a me, certi giorni, manca l’aria per respirare.

venerdì 16 agosto 2024

le storie di ieri

Ieri, al concerto di Nada, il momento più commovente me lo hanno offerto tre donne che mi stavano alle spalle chiacchierando del più e del meno e dopo mezz’ora che Nada aveva cantato tutta una serie di canzoni che quasi nessuno conosceva, invocavano a gran voce “Vogliamo Amore disperato!”. Quando Nada ha deciso di accontentarle e ha fatto una dietro l’altra “Ma che freddo fa” e “Amore disperato” la temperatura piazza si è alzata così come tutti i telefoni per farle un video, e anche le tre donne, finalmente attente, mi sono sgusciate davanti sollevando il loro smartphone con gli altri, ballando e cantando le parole che finalmente sapevano. Dietro si portavano i figli, e quando uno di loro ha cominciato a tirare la gonna della madre perché voleva dell’acqua, la mamma si è girata e gli ha detto: “Non rompere il cazzo che sto facendo la storia!”. Dopo “Amore disperato” Nada si è messa a cantare un’altra di quelle canzoni che non conoscevano. Una delle mamme ha detto “Ce n’è una terza bella che ha fatto”, ma Nada non le ha tenute contente. “Andiamoci a fare un panino” ha proposto. Così se ne sono andate e finalmente c’è stato un po’ di silenzio. A quel punto Nada, quasi per dispetto, ha cantato “Ti stringerò” (la sua terza canzone famosa), e una di loro è tornata di corsa per fare una storia per tutte. In una mano stringeva il telefono e nell’altra il panino.

lunedì 19 febbraio 2024

da zia

Giardini pubblici. Entra una ragazza assai avvenente coi jeans attillatissimi. Quando gli passa accanto, un ragazzo seduto alla panchina con una bambina vicino si piega in avanti, facendo finta di sistemare il laccio delle scarpe, per guardarle meglio il culo. La bambina allora si allunga verso di lui e gli mena uno schiaffo a dita aperte nell'occhio. Il ragazzo si tira indietro lamentandosi a voce alta e chiede che c'è. – Da zia! – risponde la bambina. Si vede che il ragazzo è recidivo.

giovedì 18 gennaio 2024

ciliegina

Ciliegina sulla torta del giorno. Quando entri in negozio e la signora davanti col borsellino in mano ti guarda in faccia e d'istinto lo rimette in borsa. La banconista lo nota e per tranquillizzarla le spiega a chi sono figlio per farle capire che se la pianta è cresciuta un poco storta almeno il ceppo è sano.

giovedì 21 dicembre 2023

la conta dei saluti mancati

La vita di paese ha senso anche per tutti i saluti che mi mancano quando vado in giro, i cosiddetti vuoti a perdere. Così esco di casa e faccio la conta di chi non mi saluta. Uno non mi saluta perché nel 2003 dissi una cosa contro di lui e non me l'ha più perdonata. Una non mi saluta perché le sto simpatico ma il marito è geloso (intellettuale del cazzo, mi ha definito una volta). Uno mi saluta ma sbaglia sempre il mio nome e forse persona, perché ha la demenza senile ma la famiglia lo lascia andare da solo per strada. Uno non mi saluta perché sta al comune e io faccio solo post, mi dicono, dove mi lamento del comune. Uno non mi saluta più perché nel frattempo è morto e così mi resta soltanto da guardare il suo posto vuoto sulla panchina quando passo. Lilletto, mi diceva, statte bbune.

lunedì 18 dicembre 2023

barba

Sto in fila davanti al caseificio. Forse per ammazzare il tempo, la signora che sta davanti a me si gira per attaccare bottone, e gesticolando per farsi capire mi dice a voce alta: Tu, stai qui da tanto? – Io penso che sia sorda e le rispondo a voce altrettanto alta: No, signora, solo cinque minuti, sto dopo di lei! – La signora, allora, a sentirmi parlare italiano, scoppia a ridere e si fa tutta rossa: M'à scusè, belle giovene, pe tutte chera varve mbacce me credève ca jère une de fuore.

lunedì 26 giugno 2023

mal comune

Poco fa ho incontrato Mario di fronte alla chiesa madre e abbiamo cominciato a parlare degli effetti sani e deleteri di questo afflusso turistico in paese. Fra gli effetti sani, ad esempio, c’è l’altissimo tasso di bellissime ragazze straniere che girano per il paese generosamente scoperte; quanto ai lati negativi ce ne sono davvero molti che vanno dal problema di trovare una casa a un affitto onesto ai mai risolti problemi di pulizia del centro storico. Non a caso mi accorgo adesso, mentre ascolto Mario, che senza accorgersene ha pestato una cacca di cane da poco deposta di fronte all’ingresso della chiesa. E questo non è nemmeno il peggio, dice lui. Ma non faccio in tempo a salutarlo che girato l’angolo, proprio per guardare una turista in gonnellina, schiaccio una cacca anch’io. Piccola giallognola e molesta. Non so bene come comportarmi ma alla fine penso che, per non peggiorare la situazione, la cosa migliore è grattarla via contro il gradino di una scala e già che ci sono dare una buona strofinata contro il tappetino sulla porta. Alla fine la suola è pulita ma la scia di cacca, pestata anche da altri, è diventata lunghissima. Come si dice in questi casi, con sano spirito di paese: Mal comune, mezzo gaudio.

giovedì 22 giugno 2023

paese

Oggi, mentre facevo commissioni per il paese mi sono accorto di non amarlo, di provare un'ostile indifferenza per cui non lo odio ma se posso preferisco evitarlo. Conosco molta gente che dice "questo paese sarebbe bellissimo se non fosse per quelli che ci abitano", ma trovo che sia stupido. Certo non è un posto orrendo, e probabilmente una sessantina di anni fa era bello per davvero, ma la speculazione edilizia l'ha completamente rovinato e se togli il centro storico, curato malissimo, il resto del paese è uguale a qualsiasi altra periferia del mondo, pensata male e costruita peggio. Invece, secondo me, il paese era bello proprio per quelli che ci abitavano, che lo caratterizzavano, ciascuno col suo modo semplice e speciale. Quelle che chiamavano le "scresce", perché come i rovi ti si attaccavano addosso con le loro chiacchiere. Negli ultimi anni la maggior parte di queste persone si è ammalata o è morta e io quando esco non vedo più nessuno di loro, nessuno che mi sembri altrettanto interessante, e sinceramente di un paese con le case nuove, ma vuote, non so bene che farmene. Mi mette sempre più a disagio.

giovedì 15 giugno 2023

la neve sulla serra

Poco fa mi sono fermato col duca davanti alla vecchia casa vuota accanto alla posta, e come fa sempre mi ha raccontato una delle sue storie sui semplici del paese. Oggi è toccato a don Antonio, che era “don” solo nel nome ma era povero e ritardato mentale, e viveva libero in un gruppo di trulli sulla Serra, ora abbandonati ma che ancora si vedono dal ponte, e campava coi frutti della terra e col baratto. Ogni tanto prendeva qualche pera, un po’ di fave o alcuni pugni di lenticchie, li metteva nel sacco che si portava sempre sulle spalle e saliva in paese, andava da Alfredo che aveva il negozio di Alimentari in piazza Marconi e li scambiava con un po’ di mortadella o delle uova. Quando non aveva nulla da portare allora se ne arrivava con un mazzo di fiori di campo. Mi ha detto il duca di averlo anche fotografato, col cappellaccio calato sulla fronte e la barbaccia incolta, il sacco di tela grezza sulle spalle, che si presenta con un mazzo di fiori colorati e ti chiede, con la voce sottile quasi da bambina, di dargli in cambio due uova, ma le foto nel tempo si sono smarrite, per cui ora di don Antonio gli resta soltanto il ricordo. Il duca, che è figlio di Alfredo, mi racconta che don Antonio era bravissimo nello scambio perché era buono, ma non potevi distrarti nemmeno un attimo perché se lo facevi oltre alle due uova che gli avevi dato ne sparivano sempre altre due. Quando è diventato troppo vecchio i servizi sociali si sono finalmente ricordati di lui e lo hanno portato all’ospedale Montanaro dove gli badavano le suore. Il duca lo andava a trovare qualche volta. La cosa che più rimpiangeva don Antonio negli ultimi anni era il fatto che non potesse più tornare a rivedere i suoi trulli sulla Serra. Serviva una macchina per farlo, ma essendo allora poche le macchine in paese, nessuno lo accompagnava e si inventavano delle scuse per tenerlo buono. Magari era giugno come adesso, mi dice il duca, c’era il sole che spaccava le pietre, ma le suore gli dicevano che sulla Serra c’era la neve, e che lo avrebbero portato lì quando la neve si fosse sciolta. Ma, finché campò don Antonio, sulla Serra non smise mai di nevicare.

mercoledì 8 febbraio 2023

lusso

Stamattina con il freddo da neve e tutto il paese ritornato a una dimensione più vivibile e civile nel parcheggio finalmente vuoto mi sono persino permesso il lusso di mollare un rutto a cielo aperto. Ha riecheggiato.

sabato 4 febbraio 2023

questo paese

Certi giorni penso che il paese della poesia è un po’ come il paese in cui vivo io, un paese fortemente conservatore, cattolico, campanilista, frustrato, e anche un poco fascio, un paese capace di distruggere la propria peculiare economia meridionale per trasformarsi in un posto di vacanza buono come un altro, per turisti della domenica che vengono qui a farsi il selfie che ci renderà più orgogliosi di noi. Poi chi rimane si divide in due scuole di pensiero, da una parte i puristi che si strappano le vesti inviperiti per come il paese viene invaso dai barbari che gli rubano i parcheggi e li caccerebbero tutti quanti a pedate, dall’altra quelli che se potessero appalterebbero dovunque, pure nel bagno di casa se fa cubatura utile, e se gli parli di vincoli o di verde, se gli parli di storia o di estetica ti guardano in cagnesco come se li stessi truffando. Un paese disordinato ma non barocco, un paese senza regole dove ognuno fa l’avvocato di se stesso, difende con ardore la propria causa, facendosi più forte nell’eco della propria voce solitaria o nel coro della propria banda che fa da spalla al tenore di turno, ciascuno pensando soltanto a se stesso e al proprio tornaconto. Qui dove le strade, invece di allargarsi, si fanno di anno in anno più strette per risparmiare sui metri di terra da espropriare, e si lasciano i piccoli appezzamenti vuoti piuttosto che regalarli ad altri, i frutti dolci inacidiscono in campagna perché nessuno li va più a raccogliere, e restano soltanto i vecchi a raccontarsi le favole di un tempo. Questo mio paese che tutti amano come nessun altro, ma dove tutti guardano con odio o con sospetto al proprio vicino, gli fanno il pelo e contropelo dal barbiere, e poi ogni tanto scoppiano a gridare disgustati: “Questo sarebbe il paese più bello del mondo se non ci fossero i poeti”.


venerdì 3 giugno 2022

focaccia

Lunga fila in posta, si respira poco e male. Uno dei due vecchietti davanti a me dà segni di cedimento. "Ij me ne voche" dice al compare. Quello si gira per incoraggiarlo: "A ddò vè?! Giovane," si gira verso di me, "ve pigghie a fecazze!" E mi allunga un euro che ormai ci paghi sì e no un caffè al bar.

sabato 23 aprile 2022

felicità

Stamattina, ripensando a quella frase infelice ma tutto sommato sensata di Orsini, che si può essere felici anche sotto dittatura, ho ricordato mio nonno cresciuto nel fascismo, e anche lui è stato un uomo felice. Mio nonno era un contadino del sud, quindi era fascista e realista (cioè credeva al re e al duce) e una volta che gli chiesi del duce mi disse che da soldato, prima di finire prigioniero in Grecia (dove andò da conquistatore e finì conquistato), lo aveva anche incontrato (“un bell’uomo!” me lo descrisse). Mio nonno era un contadino senza diritti, a tratti disprezzato da mio padre e mio zio perché lavorava come una bestia da soma dall’alba al tramonto, senza mai ribellarsi al padrone, e se alzava la voce era solo per prendersela con mia nonna. E quando è morto, dopo una vita di lavoro, aveva una pensione vergognosa, eppure mio nonno è stato un uomo felice, davvero, perché la vita nei campi gli piaceva e credeva in Dio e in una vita dopo la morte in cui rifarsi. Non solo, mio nonno viveva in un paese talmente felice che qui al referendum votarono monarchia, ma la base politica del nostro borgo resta tuttora fascista. E solo quei tre o quattro infelici, ovvero socialisti e antifascisti, non se la passavano bene. Era un paese talmente felice il nostro che persino Bianciardi quando venne a viverci per qualche mese ne restò disgustato. Perché la verità è questa, si è felici solo a patto di ingoiare le cose, se appena appena ti si fermano in gola allora sei già condannato all’infelicità. E la colpa è tutta tua che non le accetti. Quindi, ripensando a Orsini, a chi comunque gli dà ragione e si lamenta con lui, mi verrebbe da chiedere: Ma perché dite che Orsini ha ragione e poi fate l’opposto di ciò che dice? Perché vi lamentate? Non siete forse vivi? Non respirate l’aria intorno? Non ridete di tanto in tanto? Non avete quel minimo di libertà che vi basta a essere felici? Che altro volete? Non vi basta la convinzione che in fondo avete ragione ma sarà la storia a fare giustizia per voi? Non è meglio restare in silenzio a guardare e stare sereni? Pensate che poteva andarvi peggio, potevate nascere nel paese di mio nonno, che a malapena sapeva leggere e di quelli come me, che scrivono, diffidava.

sabato 16 aprile 2022

fastidio

Zio Benito, cugino di mio nonno che al tempo del referendum, da bravo meridionale, votò per la monarchia e oggi, come dice lui, è buono solo a pisciarsi nel pannolone, mi ha dato un bacio secco e mi ha detto nel suo dialetto stretto raschiato alla gola che il mio problema è che leggo troppi libri e i libri ti riempiono d’acqua i coglioni. Devi leggere di meno e fottere di più, devi muoverti di più, non devi essere coglione nella vita, non devi farti fottere dagli altri. Impara! Lui ad esempio quelli lì, ucraini e russi, li scannerebbe tutti, così la finirebbero una volta per sempre di darci fastidio.

sabato 4 dicembre 2021

il turismo che vogliamo

Non è per ribadire il discorso del turismo di qualità, ma stasera ho visto per ben due volte dei turisti che si sono fermati davanti al mio studio per fotografare il logo di Pietre Vive stampato sulla porta, soffermandosi con un certo compiacimento sul pisello dell’omino danzante, che come tutti ben sanno rappresenta me. E mi chiedo se è davvero questo il turismo che vogliamo per il nostro paese, gente che magari indossa la mascherina e poi va in giro con la memoria del telefono piena di foto del mio pisello disegnato. Io dico di no, ma magari mi sbaglio.

giovedì 2 dicembre 2021

riposta

Il poeta che vive in un piccolo paese
è quello che poi scrive l’epitaffio di tutti
il necrologio sul giornale del paese
per chi resta. E quando pensa al giorno in cui
morirà anche lui che ha scritto la fine degli altri
quella sola volta la pagina resterà bianca.
Riposta nel bianco la sua idea di paese.