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domenica 4 febbraio 2024

ucronia sud

Nel giro di dieci minuti mi sono capitati sotto gli occhi prima un video di Vincenzo De Luca che rimprovera al Governo (col vivo tradimento di alcuni politici meridionali, Fitto in testa) l'autonomia differenziata e il fatto che afosserà definitivamente il Sud già di suo abbandonato anche dai suoi stessi cittadini, e subito dopo un articolo in cui si dice che il potenziamento digitale che in pochi anni rivoluzionerà il mondo del lavoro ha un costo in termini di pura semplice energia: ne servirà il triplo di quella che si consuma attualmente a un prezzo maggiore, perché dove c'è domanda i costi aumentano. Si pensa già a costruire nuove centrali nucleari in nome di chatGPT. E io, che sono una persona semplice senza nessuna base di economia spicciola, mi sono chiesto qui nel sud affossato come si faranno a pagare le bollette necessarie per fare la rivoluzione digitale, se ancora ci mancano le basi, i treni e le strade. Probabilmente, nel sud abbadonato, mi sono immaginato che ci costruiranno le centrali nucleari utili a tutto il Paese, e forse allora ci daranno anche le ferrovie che finora ci sono mancate. È una piccola ucronia, lo so. Mi è scattata in mente, per associazione, perché ieri sera parlavo con un mio amico che lavora all'Ilva e mi descriveva il totale abbandono, anche morale, che si respira nella struttura oramai abbandonata a se stessa nell'attesa che succeda qualcosa per intervento divino. Io spero che ne facciano qualcosa, anche solo che la chiudano, mi ha detto, perché se ti facessi vedere lo stato di manutenzione di certe aree, ti dico che basterebbe una fuga di gas per far saltare in aria tutta Taranto. Ucronia portami via.

sabato 27 agosto 2022

titoli

Leggi i titoli dei giornali stamattina e l'ex Ilva di Taranto sembra diventata la nuova Alitalia, dove buttano miliardi per tenere aperta una struttura che andrebbe invece chiusa. Così non è più difesa del lavoro, è accanimento terapeutico.

martedì 1 giugno 2021

il dibattito generale

Sono in parte stranito dal leggere, anche sui giornali, come il dibattito generale si sia spostato velocemente sulla questione Vendola, che sembra quasi preminente rispetto alla condanna dei Riva. Per me questa condanna ha una sua importanza storica. Forse chi vive fuori non la vede allo stesso modo, ma siamo passati nel giro di dieci anni dallo sputo in faccia di "a Taranto si muore per il fumo di sigarette" (Bondi, 2013) all'ammissione con condanna che "a Taranto c'è stato un disastro ambientale conclamato, nella tacita consapevolezza dello Stato", perché Vendola, da qualsiasi punto di vista la si guardi, quelle cose le sapeva. Il problema vero, per quel che mi riguarda, non è che hanno dato tre anni e mezzo a lui, ma che li hanno dati 'solamente' a lui, con tutta la lunga lista di colpevoli, complici e conniventi che viene molto prima di lui. Non so, forse molti davano per scontata questa condanna dei Riva, che è un altro segno che qualcosa è cambiato. Ma così scontata non lo è, se ancora stamattina sentivo un pescatore di Taranto in TV dire che hanno fatto male a condannarli (i Riva) perché l'Ilva ha dato lavoro a tutti. E tu di quel che pensa quel pescatore cosa te ne fai? Gli dici che è un matto? Che è un ignorante e deve stare zitto (come hanno sempre fatto tutti, finora)? Che l'unico pescatore buono è quello che cantava De André? Oppure ti siedi ad ascoltarlo e cerchi di capire come fare, perché c'è ancora tanto lavoro da fare per cambiare quella città?

lunedì 30 novembre 2020

vincenzo

Ieri a Taranto è morto un bambino, Vincenzo, 10 anni, tumore alle ossa. L’anno passato sempre nel tarantino è morto un altro ragazzo di nome Vincenzo, 19 anni, leucemia. Siamo pieni di Vincenzo qui. Come nella canzone di Jannacci, Vincenzina è la fabbrica. Lo potremmo cantare a fil di labbra, non c’è altro che fabbrica. Siamo fregati allo stesso modo. Da una parte abbiamo il Covid che – dicono – uccide gli anziani, dall’altra abbiamo l’ex Ilva che ammazza i bambini. Pare non esserci una via d’uscita. Con la differenza che per il Covid hanno chiuso l’Italia, per l’ex Ilva le stesse persone e quelle prima di loro e quelle che verranno, non hanno ancora fatto nulla. Nulla, nessuno, in nessun luogo mai.

sabato 4 luglio 2020

smantellare l'ilva

Dice ogni sera in TV che non si sa come spendere i soldi UE, dice che servono più lavori pubblici per ridare fiato alle famiglie. Ecco un bel modo allora per usarli quei soldi e per creare nuovi posti: smantelliamo l'Ilva. Riconvertiamo la zona. Diamo lavoro a chi, si dice, rischia di rimanere senza lavoro. Prima con un amico si diceva che per bonificare Taranto ci vorranno almeno 50 anni. Se iniziassero oggi io non riuscirei a vedere la fine dei lavori. Mi piacerebbe comunque vederne l'inizio.



martedì 28 novembre 2017

la fabbrica


“Al centro del volume dell’autrice pugliese Marta Vignola sta quella Taranto sospesa, sin dai primi del Novecento, tra “guerra e pace”: tra cantieri navali, arsenali della marina militare e, naturalmente, acciaierie. Quella Taranto, insomma, “sequestrata” per circa un secolo da quelli che potremmo chiamare i superiori interessi dello Stato: per l’appunto la difesa, la produzione di un materiale fondamentale tanto ai fini bellici quanto civili e, infine, l’imperativo dell’industrializzazione forzata delle aree sottosviluppate. 
[...] Vignola, insomma, scava in un secolo di investimenti, retoriche e conseguenti riscritture del territorio. La storia economica dei luoghi – sostanzialmente fatta dalla Marina Militare, dall’Istituto per la ricostruzione industriale (Iri) e, infine, dall’Ilva della famiglia Riva – diventa così anche la storia dei quartieri e del territorio tarantino. Un territorio di volta in volta espropriato (per fini militari e di sicurezza, oppure produttivi), “scosso” (al fine di ridisegnare le demografie dei quartieri) e “riconnesso” (secondo logiche imperscrutabili, utili forse alla produzione ma non certo alla vita). E, naturalmente, inquinato oltre misura, nelle acque, nei suoli e nell’aria. 
La fabbrica è così la storia soprattutto della “naturalizzazione” della polvere – quella dell’acciaieria, presenza “materna” in grado di occupare, negli anni della massima espansione, sino a 30.000 persone.” 

giovedì 27 dicembre 2012

nel labirinto


C’era un film che girava in tv quand’ero ragazzino, Labyrinth. Parla di Sarah, adolescente a cui il re dei Goblin (interpretato da David Bowie) rapisce il fratello. Per salvarlo, Sarah attraversa un labirinto pieno di trappole insidie e personaggi surreali, al termine del quale si ritrova adulta. È insomma la classica storia di formazione evidenziata, nello scontro finale col Goblin, dalle parole: “La mia volontà è forte come la tua e il mio regno altrettanto grande. Non hai alcun potere su di me!”
Natale, come Dickens insegna, evoca fantasmi. I nostri, oggi, sono lontani da qualsiasi intento edificatorio. Eppure, quanto sarebbe bello poter pronunciare le stesse parole di Sarah all’indirizzo di chi ci offre un labirinto da attraversare senza alcun premio alla fine né un percorso di crescita, quasi fosse una punizione per la nostra stessa povertà morale.
Se fate attenzione, fra i sintomi più evidenti della recessione vi sono i Compro Oro, spuntano come funghi. Parlando con chi ci lavora, gente abituata a scene di comune disperazione, viene fuori quanto la cosa più assurda sia l’incredulità di quelli toccati solo in parte dalla crisi, i quali pur riconoscendola non riescono lo stesso a immaginare la tavola di chi non sempre ha del pane.
Si dice che i poveri siano diventati più poveri e i ricchi più ricchi, ma ecco il fantasma peggiore: la vittoria del re dei Goblin che è riuscito a separarci dal nostro stesso fratello. A dispetto della sua storia di solidarietà, questo Paese è popolato da persone sole, diffidenti, non sempre pronte a sostenersi nelle difficoltà. Un paese spaventato, egoista e debole, la cui la rabbia che pure potrebbe fornirci l’energia necessaria a risollevarci, non attecchisce come dovrebbe.
Lo si è visto bene a Taranto: uno sciopero enorme, l’intera città bloccata, ma per cosa? Gli operai impotenti, la loro disperazione usata come merce di scambio per salvare i Riva dal disastro. I partiti, che intanto giocavano alle primarie, collusi con un potere cieco, strafottente e corrotto, che non possono o non vogliono negare. E noi?
In questo labirinto senza uscita, senza orizzonte, mi chiedo: avremo la forza di reagire, di ritrovare una dignità di diseredati per fare fronte comune? Oppure, se gli dei della terra sono indifferenti, chi ci offrirà soccorso quando pronunceremo la nostra preghiera di Natale? Guardo al cielo e mi chiedo: c’è vita su Marte?

Articolo uscito su Largo Belllavista n°65, dicembre 2012, nella rubrica Senilità. Nella foto Jack Nicholson osserva il labirinto dall’alto, in una scena di Shining, di Stanley Kubrick.

martedì 11 settembre 2012

fermata

Ho passato la giornata coi vecchi che aspettano la morte alla fermata del bus. Siedono sulle panchine davanti alla farmacia, in piazza, e per ingannare il tempo fanno la conta di chi passa, senza distinzioni, ragazzini brufolosi per cui tutto è ancora ritardo e non una corsa mancata, o belle matrone dai fianchi ondeggianti che i vecchi fissano senza vergogna e chiamano cavalle con le voci cavernose di chi ha già un piede nella fossa. Una volta si contendevano la fermata con gli operai di turno all’Ilva, e si perdevano con loro, nell’attesa della corsa, in gare di fumate e di scatarri. Oggi, con gli scioperi e i licenziamenti, sono gli unici a restare qui, sbadigliando, il tempo scorre un po’ più lento anche per loro. Se gli parli di questa nuova solitudine, sollevano le spalle rassegnati: “Eh, ne abbiamo viste tante!”

lunedì 20 agosto 2012

chiude l’ilva: sentenza storica e speranze per il futuro

Ci sono varie teorie in merito alla chiusura senza appello, oggi confermata, dell’Ilva. I più maligni, o scafati, sostengono legata alla prossima apertura di nuove e più redditizie acciaierie dall’altra parte del mare, in Africa. Altri semplicemente fanno notare come fosse ora che si facesse qualcosa per un problema talmente evidente che ogni altro minuto di silenzio risultava imbarazzante.
Che fosse davvero ora, molti non ne sono convinti. La situazione, storica ed economica, è quella che è, e chiudere adesso significa mettere sulla strada centinaia di famiglie. Purtroppo, non è il momento ad essere sbagliato rispetto alla crisi, ma la crisi stessa che ha portato alla luce carenze preesistenti, e quando i nodi vengono al pettine c’è poco da fare. Per centinaia di persone senza lavoro altrettante esulteranno, ringraziando il cielo che l’incubo del cancro da polveri sottili sia per loro finito. Chi ha ragione? In questo caso tutti. Chi ha torto? I padroni inadempienti, su cui si spera cada davvero e senza pietà la mannaia della giustizia.
Al di là delle questioni aperte, però, una cosa è certa: la sentenza di oggi, che mette al primo posto, e come raramente succede nel nostro paese, l’ambiente e la salute, con un occhio di riguardo alle generazioni future, ha una portata talmente rivoluzionaria da essere storica.
In futuro diventerà di certo pietra di paragone per altre controversie. L’Italia finalmente dimostra di volersi mettere al passo con la Comunità Europea, non solo a parole. Lo fa con durezza, ma che questo accada a Taranto dichiara, al di là delle sofferenze di alcuni e della retorica di altri, come il Sud non sia vittima designata ma abbia ancora una posizione centrale e un ruolo importante da giocare nello sviluppo futuro di questo paese. Bisogna solo stringere i denti.