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lunedì 23 luglio 2018

la morte del bonsai

Com’è aspro e dentellato di vita il campo di là dalla tempesta.
Io resto qui chiuso in casa o mi spingo se posso in veranda
riparando che resta dalle malversazioni del tempo e afflitto
dalla consunzione delle foglie. Risuona all’improvviso
oltre il cancello un nome. Mi affaccio su di un’ombra
che serra l’ombrello fra le mani. Mi aspetta
senza reclamarmi. La intride la pioggia e morde i suoi capelli
accesi in quest’inverno fuoriporta, ultimo riparo al mio avvenire
rinsecchito in una stanza. Le divora il corpo l’acqua
e fa materia del dolore, che più rinserra nella carne incerta
e più mi crepa dentro il cuore. È urna o arca questo vaso? Piove.

lunedì 25 dicembre 2017

pensierino dalla notte di natale (ascoltando george michael)

Spesso mi si paracula perché scrivo troppo sui social, ma quello che scrivo non è che il 10% di quello che vivo e provo e ciò che non dico è sempre tanto di più di quello che mostro. A chi pensa di avere tutte le risposte solo perché legge i miei post, perché magari lo faccio ridere con le mie disavventure, delle volte viene quasi da rispondere: ma tu che sai di me? Il mio 2017 è stato un anno orribile, pieno di perdite e di lutti, di ansie e di paure, in cui hanno prevalso la solitudine e la sfiducia, in cui credo di essere stato per gli altri una persona peggiore di quello che potrei. Che cosa ho imparato da tutta questa sofferenza? La domanda resta irrisolta. Me ne rammarico, ma non ci si può fare più nulla, bisogna guardare avanti e sperare che il futuro possa rivelarci nuovi paesaggi che finora non avevamo considerato. Perciò auguro a tutti, me compreso, di avere più fortuna. 
(Post scritto la notte di Natale ma intercambiabile a piacere col Capodanno o col mio compleanno, tanto l'umore sarà uguale).

lunedì 23 ottobre 2017

le stelle fredde

Un uomo, un pubblicitario di successo abbandonato senza motivo dalla compagna e sofferente per alcuni problemi all’udito decide, di punto in bianco, di mollare il lavoro e la città e di trasferirsi nella sua vecchia casa in campagna, col padre con cui ha un rapporto di amore-odio. Viene qui minacciato da un uomo con cui aveva antichi rancori e quando questi viene misteriosamente ucciso, senza una logica apparente – essendo egli sospettato del delitto, ma non l’assassino – rifiuta di parlare con la polizia e si nasconde in un capanno poco distante dalla casa. Qui viene prima scovato da un poliziotto che però solidarizza con lui, poi incontra Dostoevskij redivivo che gli racconta com’è la vita nel regno degli oltrepassati. In questo suo rifugio lo raggiunge la notizia della morte di suo padre. Decide quindi di tornare a vivere da solo nella casa dove, per darsi ragione della sua stessa esistenza, comincia a stendere un lungo elenco di oggetti che lo circondano, poi a rievocare le immagini dei suoi morti, non riuscendo più a distinguere alla fine fra ricordi e fantasmi che ora occupano l’intera casa insieme a lui. Pubblicato nel 1970, vincitore dello Strega, Le stelle fredde di Guido Piovene, giornalista, è uno degli ultimi suoi libri, scritto quando Piovene era già venuto a conoscenza della malattia che di lì a poco lo avrebbe ucciso. Il linguaggio utilizzato è secco e duro, incisivo, senza fronzoli, esclude volontariamente qualsiasi possibilità di coinvolgimento emotivo da parte del lettore, che resta come stordito, meglio ancora raggelato dallo scorrere senza ragione dei fatti riportati. In tale nitore formale però, l’autore raggiunge a tratti una meditata eleganza poetica, soprattutto nelle ultime pagine che non offrono alcuna speranza, soltanto nuove dichiarate illusioni. È questo, in tutto e per tutto, un romanzo sulla fine della vita. Nota a margine: questo è il terzo libro scritto negli anni ’60 che leggo, in cui il protagonista è un pubblicitario scoppiato. Evidentemente all’epoca i pubblicitari non erano considerati persone frequentabili.

mercoledì 5 aprile 2017

orto

Per Amanda che mi chiedeva un finale per questa storia

Scrive lettere piene di urgenza, da mesi, alla moglie che lo ha allontanato a causa del suo egoismo di scrittore. 
Le racconta, in pagine intense ma dettagliate, la strana storia dei suoi giorni senza di lei, ponendole domande a cui, lei che amava i gialli, avrebbe voluto rispondere. Eppure, chiusa nel suo mutismo, ella stessa si è mutata in mistero. E non può che trattenere sulla carta le domande, il più a lungo possibile, nella speranza che un giorno si trasformino nei richiami necessari a interessarla. Le racconta. 
Da che è morto, occupa la casa del fratello, si occupa dei gatti, annaffia l’orto. Quando può parla con le piante ordinate in lunghe file, i pomidori, le melanzane e i sedani, proprio come faceva lui e non si sente per nulla più stupido, anche se lo prendeva in giro. 
Si è dato un regime assai rigido, quasi monacale, per non soccombere alla sua disperazione. Si sveglia prima dell’alba per scendere verso l’orto, ancora assonnato e umido. Poi siede alla scrivania fin quando i gatti non vengono a reclamare la loro ciotola piena. Allora si ricorda di mangiare e approfitta della loro compagnia per sentirsi in famiglia. Scrive finché c’è luce, e passa le ultime ore del giorno aggirandosi per la casa vuota che si spegne nel tramonto. Ogni volta la sente meno sua. Non la capisce a fondo. Gli ricorda suo fratello. 
Eppure vuole risolverne il mistero. Perché ogni stanza è occupata da così tanti divani, da cinque a sette per camera? Sono nuovi, ancora incellofanati. A chi sono stati riservati? Quali ospiti stiamo ancora aspettando? 
Poi, una mattina di queste, mentre tutto il mondo trattiene la voce in una luce arancione, sente qualcuno avvicinarsi alle sue spalle lungo i filari di verdure gonfie. E ha l’istinto di non voltarsi a guardare chi c’è perché capisce di riconoscere quel passo e vuole portarselo dietro il più a lungo possibile.

lunedì 27 febbraio 2017

urgenza / gli ospiti

Scrive lettere piene di urgenza alla moglie che lo ha allontanato a causa del suo egoismo di scrittore. Da che è morto, occupa la casa del fratello, si occupa dei gatti, annaffia l’orto. Quando può parla con le piante ordinate in lunghe file, i pomidori, le melanzane e i sedani, proprio come faceva lui e non si sente per nulla più stupido, anche se lo prendeva in giro. Si è dato un regime assai rigido, quasi monacale, per non soccombere alla sua disperazione. Si sveglia prima dell’alba per scendere verso l’orto, ancora assonnato e umido. Poi siede alla scrivania fin quando i gatti non vengono a reclamare la loro ciotola piena. Allora si ricorda di mangiare e approfitta della loro compagnia per sentirsi in famiglia. Scrive ancora finché c’è luce, e passa le ultime ore del giorno aggirandosi per la casa vuota che si spegne nel tramonto. Ogni volta la sente meno sua. Non la capisce a fondo. Gli ricorda suo fratello. Eppure vuole risolvere il mistero della casa. Perché ogni stanza è occupata da così tanti divani, da cinque a sette per camera? A chi sono stati riservati? Quali ospiti stanno ancora aspettando?

sabato 28 maggio 2016

nei miei sogni più tristi...

Nei miei sogni più tristi
mi sogno gli amici scomparsi
che vengono a trovarmi
perché dicono di là la vita
senza me non dà i numeri.

sabato 14 febbraio 2015

il lungo addio

Anche Gadda, scopro, come tanti, sostiene la necessità per uno scrittore di viaggiare. Non tanto per fare esperienze, che è un po’ la nostra visione ereditata da tanta letteratura americana. Quanto piuttosto perché viaggiando di continuo si riesce più facilmente a distaccarsi dalle cose, a lasciarsele alle spalle, perché ce ne resti soltanto la memoria. Perché solo attraverso la memoria si può scrivere bene di qualcosa, e non a caldo, in balia dei sentimenti. In questo modo la scrittura diventa quasi una forma di tortura, un lungo esercizio di presenza in assenza, dei propri fantasmi, dell’artista a se stesso e al proprio cuore, e tanto più forte è la presenza, e quindi l’opera che ne scaturisce, quanto più lunga è la distanza, e quindi lo sforzo di memoria che facciamo per colmare quel vuoto.

mercoledì 8 ottobre 2014

“contro” caproni

Continuo ad addentrarmi nella lettura di Giorgio Caproni, Il muro della terra, Il franco cacciatore, e non capisco come faccia a piacer tanto, a così tanti, una poesia talmente terrorizzante. In Caproni non c'è niente di “piacevole”. La sua ironia è beffarda. Le sue opere sono piene di spettri, di voci dall’oltretomba che si aggirano in un paesaggio nebbioso, metafisico, dantesco: l’enorme foresta popolata di cacciatori senza volto, mastini sulle tracce di fuggiaschi, esiliati, bestie feroci di fattura medievale, in cui non c’è Dio, né consolazione, né salvezza, non c’è nemmeno la Parola che possa dar conforto, tutto è terribilmente buio, sfuggente, ingannevole, nulla ha più senso. E l’unica cosa certa è una morte senza fine che arriva sempre all’alba.

mercoledì 22 gennaio 2014

il ponte

Tutto ciò che resta a Pippo di suo padre è un puzzle del ponte di Londra, ricordo di un viaggio che fecero insieme quando Pippo era piccolino. Suo padre insegnava inglese. Pippo invece, da quando lui se n’è andato giù per un altro ponte, si è fatto taciturno. Non per tristezza, ma perché pensa che non c’è più niente da dire. La vita è come un puzzle, pensa Pippo quando guarda il ponte, dove tutto è perfetto solo se i pezzi si incastrano fra di loro, se non ne manca nessuno. Da quando suo padre è morto in casa non si è capito più nulla, eppure il padre di Pippo è stato previdente. Gli ha regalato un puzzle fosforescente. Pippo lo tiene appeso in camera, proprio sopra il suo letto, e quando viene buio il ponte si illumina.

martedì 21 maggio 2013

un goccio d’acqua

Tutte le volte che da Pennabilli
vado a Santarcangelo in corriera,
dopo Pietracuta c’è una stazione
abbandonata da cinquant’anni
senza più le rotaie davanti
dove passava il treno a scartamento ridotto
che veniva su da Rimini con il puzzo del pesce
e poi tornava con l’odore della muffa dei formaggi.

Anche mio padre andava su e giù per la montagna
prima col cavallo e dopo col camion
che saltava lungo la strada piena di buche;
però se nevicava allora prendeva il trenino
e da casa nostra Friz gli correva incontro.

Ma più di tutto dalla corriera guardavo il gabinetto
vicino alla stazione coperto da una vite americana
dove i viaggiatori si fermavano a fare un goccio d’acqua.
Raccontano che un pomeriggio è sceso un uomo
nero come il carbone e ha domandato al capostazione
un secondo di tempo che aveva bisogno di far qualcosa là dentro.

Poi si è saputo che era il poeta Pound
che era stato a Santa Maria d’Antico
una mattina intera nella chiesa a guardare
la statua di Luca della Robbia, da solo.

(Tonino Guerra, da L’albero dell’acqua)

martedì 9 aprile 2013

presenze

Era così tanto tempo che non ascoltavo Laura Nyro che sinceramente mi ero pure scordato fosse mai esistita. È strano come alcune presenze entrino ed escano dalla tua vita così, con tale discrezione da non fare rumore, da sentirne appena i passi per la stanza, un momento sono importantissime e il momento dopo no, ciao e buonanotte. Poi viene l'insonnia, e poi una sera l'aria si fa calda, qualcosa è fuoriposto, il bicchiere si rovescia senza motivo e bagna il tavolo. E un disco salta fuori dal nulla, e anche se proprio non ti va, se non te ne frega nulla, non puoi fare a meno di ascoltarlo tutto. Il volume è basso, la voce lontana, ma c'è, ha bisogno di farsi sentire, di cantare ancora una volta per te. Son tempi strani quelli in cui un fantasma viene a cercarti per diventare, per una notte, il tuo migliore amico. Ti cerca e tu ci sei, che altro puoi fare? Tutti, in fondo, siamo soli. Tutti, talvolta, soffriamo di insonnia. Bisogna darsi una mano. Farsi compagnia, quando si può.

giovedì 27 dicembre 2012

nel labirinto


C’era un film che girava in tv quand’ero ragazzino, Labyrinth. Parla di Sarah, adolescente a cui il re dei Goblin (interpretato da David Bowie) rapisce il fratello. Per salvarlo, Sarah attraversa un labirinto pieno di trappole insidie e personaggi surreali, al termine del quale si ritrova adulta. È insomma la classica storia di formazione evidenziata, nello scontro finale col Goblin, dalle parole: “La mia volontà è forte come la tua e il mio regno altrettanto grande. Non hai alcun potere su di me!”
Natale, come Dickens insegna, evoca fantasmi. I nostri, oggi, sono lontani da qualsiasi intento edificatorio. Eppure, quanto sarebbe bello poter pronunciare le stesse parole di Sarah all’indirizzo di chi ci offre un labirinto da attraversare senza alcun premio alla fine né un percorso di crescita, quasi fosse una punizione per la nostra stessa povertà morale.
Se fate attenzione, fra i sintomi più evidenti della recessione vi sono i Compro Oro, spuntano come funghi. Parlando con chi ci lavora, gente abituata a scene di comune disperazione, viene fuori quanto la cosa più assurda sia l’incredulità di quelli toccati solo in parte dalla crisi, i quali pur riconoscendola non riescono lo stesso a immaginare la tavola di chi non sempre ha del pane.
Si dice che i poveri siano diventati più poveri e i ricchi più ricchi, ma ecco il fantasma peggiore: la vittoria del re dei Goblin che è riuscito a separarci dal nostro stesso fratello. A dispetto della sua storia di solidarietà, questo Paese è popolato da persone sole, diffidenti, non sempre pronte a sostenersi nelle difficoltà. Un paese spaventato, egoista e debole, la cui la rabbia che pure potrebbe fornirci l’energia necessaria a risollevarci, non attecchisce come dovrebbe.
Lo si è visto bene a Taranto: uno sciopero enorme, l’intera città bloccata, ma per cosa? Gli operai impotenti, la loro disperazione usata come merce di scambio per salvare i Riva dal disastro. I partiti, che intanto giocavano alle primarie, collusi con un potere cieco, strafottente e corrotto, che non possono o non vogliono negare. E noi?
In questo labirinto senza uscita, senza orizzonte, mi chiedo: avremo la forza di reagire, di ritrovare una dignità di diseredati per fare fronte comune? Oppure, se gli dei della terra sono indifferenti, chi ci offrirà soccorso quando pronunceremo la nostra preghiera di Natale? Guardo al cielo e mi chiedo: c’è vita su Marte?

Articolo uscito su Largo Belllavista n°65, dicembre 2012, nella rubrica Senilità. Nella foto Jack Nicholson osserva il labirinto dall’alto, in una scena di Shining, di Stanley Kubrick.

domenica 12 agosto 2012

linee

Vito non credeva che il rapporto con suo nonno potesse mutare a tal punto con la malattia. Prima il nonno ha cominciato a confonderlo col fratello morto in guerra e a perdersi in lunghe divagazioni crepuscolari su parenti e amici estinti, di cui continua a chiedere notizie o spiegazioni per le loro visite mancate a lui, fratello mancato a sua volta. Poi persino la linea della vita, un tempo lunghissima sulla sua mano, ha cominciato a confondersi e svanire, persa fra le pieghe della pelle e la comparsa di mille altre rughe dal significato misterioso o non ancora chiarito. Vito osserva, quando le confrontano, che da un po’ di tempo la linea sulla sua mano è lunga allo stesso modo di quella di suo nonno.

venerdì 25 dicembre 2009

fantasmi del natale

Sapete, sarà perché sono uno scrittore e guardo il mondo con degli occhi particolari, ma penso che a volte può capitare di ritrovarsi in situazioni che, sebbene sembrino prese pari pari da un libro, ti accadono come se fossero le più naturali del mondo, con la differenza che noi, non essendo degli eroi di carta, spesso non sappiamo come comportarci e falliamo su tutta la linea nel cogliere le occasioni che il caso ci offre, con delle varianti da persona a persona, determinate dal grado di dignità che riusciamo a mantenere.
A me una cosa così è capitata poche ore fa, quando mi sono ritrovato, proprio come nel famoso Canto di Natale di Dickens, di fronte al fantasma del mio passato. E, per quanto mi fossi sognato questo incontro per mesi, pensando a una qualche sorta di rivelazione che avrei avuto o frase storica che avrei pronunciato o a una nuova magia che sarebbe scoccata fra noi, non è successo un bel niente. Mi sono ritrovato lì, davanti al mio fantasma senza nulla da dire e senza nessuna volontà di avere un contatto, abbracciarlo o sorridergli, fare anche solo un gesto che potesse fargli intendere come mi sentissi. In effetti non lo so neanch’io come mi sentivo, i fantasmi sono brutte creature anche per questo. Di una cosa però sono sicuro. Non mi ha cambiato né in meglio né in peggio. Mi ha solo turbato e tanto, ma senza vere rivoluzioni.
E il punto è proprio questo: a che serve rivedere un fantasma se l’incontro non si trasforma in nient’altro che un semplice scambio di saluti? Dickens su questo è stato chiaro e aveva ragione secondo me. Il tormento interiore che necessariamente comporta la prova a cui ci si sottopone deve avere come risultato la possibilità di migliorarsi, di poter sciogliere dei nodi per giungere a uno stato più alto di consapevolezza e quindi a un momentaneo sollievo se non proprio a uno stato di felicità. Altrimenti non ha senso farsi tutto questo male. Meglio restare un po’ più poveri ma ignari di quanto è profonda la nostra infelicità. Così la prossima volta, se mi ricapita, credo che dovrò impegnarmi di più oppure evitare l’incontro. E intanto mi chiedo cos’ha provato il fantasma in questione a rivedermi perché in fondo, mi dico, sono stato il suo fantasma reciproco.



And no one knows where the night is going
And no one knows why the wine is flowing
Oh love I need you I need you I need you I need you
Oh I need you now