Andiamo a incominciare

Basta fare un giro al mercato.
Già gli occhi si riempiono di colori, colori di pomodori e peperoni, caldi, rossi e carnosi come certe labbra che si offrono senza vergogna, ma anche caldi come il giallo di pani appena sfornati, sotto la cui crosta si indovina una tenerezza nuova.
E la verdura? ci offre tutte le tonalità dei verdi, che raccontano sommessamente di prati e di orti, innaffiati da uomini tranquilli in maniche di camicia, durante silenziosi tramonti.
Come si fa a non amare il cibo? Semplice, basta non amare gli umani.
Visualizzazione post con etichetta letteratura forse. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta letteratura forse. Mostra tutti i post

domenica 19 febbraio 2012

KOS – 3


Michele cercò di dormire ancora un po’, era troppo presto e solo una debole luce filtrava dalla gelosia. L’aveva vista vestirsi, rapidamente, e non si era sentito di dirle neanche “Ciao”. Questo andarsene furtiva l’aveva un po’ irritato, e che maniere! Si sentiva, e non era la prima volta, abbandonato, ed era come al solito sensazione molto dolorosa. In fin dei conti non aveva mica fatto qualcosa di male. Certo che le donne sono proprio strane.
Un altro po’ di sonno gli avrebbe fatto bene, quel giorno iniziava il turno alle due. Ma si girava continuamente, strizzando gli occhi per volersi riaddormentare a tutti i costi, e non riusciva neanche a trovare una posizione comoda.
Vabbè, stamattina è così, mi farò la colazione. Tanto per fare qualcosa.
Intanto che faceva i soliti movimenti, da anni sempre gli stessi, non riusciva a staccarsi dalla testa il volto di quella donna. Pensò alla notte appena finita: non era stato poi così male. Gli sarebbe piaciuto un secondo round ma chissà, magari non aveva neanche ottenuto un buon voto…...
Ricacciò indietro quel pensiero. In fin dei conti sono come sono, non mi posso mica cambiare. Se Achiropìta cercava gli ardori di un giovanotto ha sbagliato di brutto i suoi conti.
Lui invece era rimasto contento, come quando resti con un buon sapore in bocca, e proprio per questo la paura di non vederla più lo pungeva più forte.
Cominciò a riflettere con la tazza in mano, se doveva cercarla lui o se invece avesse dovuto aspettare che fosse lei a fare il primo passo. Non era una decisione semplice da prendere. Quando bevve un sorso di caffelatte freddo capì che i minuti erano passati. Inutilmente. Non voleva sembrare in preda a una cotta come un ragazzino, si sarebbe trovato in una posizione di inferiorità, ma, ovviamente, non voleva rischiare di perdere questa occasione, che aveva tanto il sapore di una delle ultime. Non sapeva quasi niente di lei ma questo gliela faceva sentire vicina proprio come se avesse sempre saputo tutto.
Chissà come avrebbe potuto cambiare la sua vita vicino a lei; magari un ristorantino, quello che lui aveva sempre sognato, subito dietro la spiaggia di un’isola, Itaca, per esempio. Una specie di rifugio per due, ma sempre aperto a tutti, dove il pesce sarebbe passato dalla barca alla cucina nel breve volgere di un attimo. Lui in cucina e lei in sala. E qualche tavolo, non più di cinque, sotto la vite, per poter mangiare tranquillamente guardando il mare, lo stesso che Ulisse aveva solcato. E ovviamente il bello di condividere un lavoro che piaceva a entrambi.
Ma la realtà è un’altra cosa, e Michele annuiva e inseguiva puerilmente questi sogni, sempre con la tazza in mano.
Avrebbe visto la posta elettronica, suo canale preferenziale di comunicazione col mondo.
Intanto che scorreva l’elenco delle mail, decidendo seduta stante chi leggere e chi no, gli venne in mente che poteva chiedere un consiglio ad Adriano, il suo amico del cuore.
Si conoscevano da sempre e, anche se ultimamente non si vedevano poi tanto spesso, a motivo dei lavori che facevano, c’era fra loro una profonda sintonia, derivata non solo dal fatto di conoscersi da più di quaranta anni ma soprattutto dal fatto di avere condiviso cose tristi della vita, o perlomeno di averci provato. Forse condividere le cose spiacevoli non ne diminuisce la portata ma comunque aiuta a non sentirsi il centro dell’universo del dolore. Avevano convinzioni religiose del tutto diverse ma questo non impediva certo di parlarne. La scuola che avevano frequentato insieme almeno questo gli aveva insegnato, che non ci sono cose di cui non puoi parlare con un amico. Oltre a un certo piacere della cultura, talvolta fine a sé stesso. Adriano aveva un figlio, ancora al liceo, e viveva semplicemente e unicamente per lui, cercando con tutte le sue forze di non metterlo mai in mezzo ai problemi che aveva con la sua ex moglie. E di questo il ragazzo, Michele l’aveva ben realizzato, gli era profondamente grato. La casa di Adriano e della nonna era per lui un porto sicuro.
Questa è la mail di Michele ad Adriano:
“Carissimo,
ti scrivo dalla mia stanzetta del resort dell’isola di Kos, dove già sai che lavoro, con un contratto formalmente a tempo indeterminato ma per me a tempo determinato, anche se non so per quanto tempo: forse fino a quando non cambierà la direzione del vento. Spero che il tuo lavoro nel grattacielo vada bene. Qui, dopo tanta fatica per diventare capopartita, è già solo routine. Diceva giustamente mio nonno che se non sai che cosa vuoi veramente non riuscirai mai ad essere felice. Il mio problema è che voglio tante cose, forse troppe, e tutte subito e tutte insieme. E’ la mia nemesi.
Ti partecipo infatti che ne ho combinata un’altra delle mie.
Qui nel resort ho trovato una donna, forse sarebbe meglio dire una leonessa con una criniera nera, che mi ha fatto, di nuovo, uscire pazzo. Trattasi di donna, la cui età non ho ancora ben capito, e che non ho ancora chiesto, che a momenti vedo come un cucciolo bisognoso soltanto di essere tenuto appoggiato sul cuore, a momenti vedo come un’aquila, che ha bisogno invece di volare nello spazio infinito, libera e sola con sé stessa. E quando la vedo come un’aquila non so come avvicinarmi a lei, perché non sono capace a volare.
Ha la sventura di lavare le stoviglie in cucina, qui da noi, ma non si sente per nulla umiliata dal lavoro che fa. Dopo un primo approccio, timidissimo, da parte di entrambi direi, siamo usciti insieme iersera e ti dico, con la migliore franchezza di cui sono capace, che ho passato la sera più dolce da tanti anni a questa parte.
Sarà stato il posto, sarà stata la stagione, meravigliosa in questo momento, saranno state le ombre della sera, sarà stata una combinazione astrale ma mi sentivo appoggiato sopra una nuvoletta, mentre parlavo con lei. Ti ricorderai bene “Ille mi par esse deo videtur…”: ho passato la vita a cercare di ricreare quell’attimo che racconta Saffo, e ogni volta che ho immaginato di esserci vicino mi sono preso la solita trambata, come sai bene.
Abbiamo passato la notte insieme e non abbiamo dormito molto. Da tempo, vorrei dire immemorabile (anche se non è vero perché ricordo tutto e tutte) non ero così felice.
Stamattina l’aquila ha preso il volo, come una gazza, scappando senza neanche lasciarmi una carezza per incominciare la giornata, e lasciandomi perciò un certo amaro in bocca, come se mi avesse detto che si era pentita. E dire che io ci avevo messo sopra il cuore, perché sai bene che io mi butto a capofitto in questo genere di attività.
E adesso? Dimmelo tu che debbo fare, perché sono qui come l’asino di Buridano, con la tazza del caffelatte in mano. Il mio istinto, che sbaglia quasi sempre, mi suggerisce di andarla a cercare subito e di prendermela in braccio, anche davanti a tutti, perché no, e di coprirla di baci. Ma mi terrorizza l’idea che possa anche solo guardarmi di traverso.
E se facessi finta di niente? In fin dei conti una notte passata insieme non è molto. O no?
Ti prego, dimmi qualcosa, anche solo che mi capisci, perché io non mi sono mai ben capito.
Dai un bacio al ragazzo”.
miche

Si alzò dalla scrivania e uscì rapidamente. Era frastornato parecchio e pensò che una nuotata gli avrebbe rischiarato le idee.
Camminò quasi di corsa fino alla sua spiaggetta, contornata di rocce che garantivano un certo isolamento, e si buttò nell’acqua fresca del mezzogiorno, cercando di stare sott’acqua il più possibile, proprio perché voleva essere completamente avvolto dall’acqua. Michele adorava il mare, e sapeva bene il perché. Il mare era per lui il ricordo inconscio del liquido amniotico, quando soggiornava nell’ambiente più accogliente di tutti. Mentre tu pensi “hic manebimus optime” dopo qualche mese ne sarai cacciato via con una violenza tale da non poterne nemmeno avere il ricordo. Mezzora stette in acqua, cercando di non pensare a niente e riuscendoci, anche se solo per qualche attimo.
Il silenzio della spiaggia e l’affollamento dei pensieri furono complici, e quando si svegliò era quasi l’una. Non era tardi ma voleva incominciare a lavorare come al solito, dieci minuti prima del dovuto. Quindi tornò al resort e passò un attimo in cucina, furtivamente, a prepararsi due spaghetti con le cozze, le melanzane e il pane grattato, neanche un etto di pasta, la dose “tipica” dei ristoranti.
Entrò in camera per prepararsi al lavoro e vide che il computer lampeggiava, segno che c’erano nuove mail non lette. Mancavano venti minuti alle due, decise che il tempo c’era.
Si sedette e lesse:
“Caro Miche,
vedo che sei sempre eguale, e che riesci a essere croce e delizia di te stesso. Gli avvenimenti del passato non sono riusciti a insegnarti niente, neanche ad essere un po’ più sereno e distaccato dai casi della tua vita.
In particolare, riguardo quest’ultimo, le parole che scrivi, ma soprattutto quelle che non scrivi, mi inducono a consigliarti di accogliere questa (e vedrai che non è l’ultima!) possibilità di avere finalmente trovato la donna “giusta”.
Comunque sia se non ti butti non lo saprai mai, e questa leonessa dalla criniera nera, mi sta già parecchio simpatica. Mandami una vostra foto”.
Adriano

Il suo amico riusciva molto bene nel fargli da specchio, e sapeva come scrivere le cose che lui si sarebbe voluto sentir dire.
Rispose solo con “OK, sarai il primo a sapere il seguito”.
Uscì, vestito con la sua candida divisa, e con dentro una consapevolezza nuova.



giovedì 26 gennaio 2012

KOS - 2


Achiropìta scendeva lentamente la stradina che dal resort portava al porto vecchio, lastricata di piccoli ciottoli bianchi, resi lisci dal tempo. Camminava lentamente, misurando un passo dopo l'altro, seguendo con la mente certi suoi disegni che indovinava nelle linee fra i sassi, i margini dei quali non voleva assolutamente calpestare.
Questo la aiutava a svuotare la mente completamente, così come quando lavava montagne di piatti, e quella mattina anche a concentrarsi su un unico pensiero.
Si domandava il senso di quello che era successo, e soprattutto il fine, ma non riusciva a trovare risposta. Era profondamente impaurita dal fatto di essersi abbandonata completamente, anche se solo per qualche ora: aveva ancora addosso tutte le cicatrici del passato, quando, sempre sbagliando, si era immaginata di avere finalmente trovato la sua mezza mela, e aveva preso certe sonorissime facciate il cui rimbombo le era ancora nelle orecchie. Tutte quelle cicatrici non sarebbero andate più via, e la più recente addirittura colava ancora alcune gocce di sangue.
Non se la sentiva proprio di rimettersi in gioco, troppo era stato il dolore e poca , e breve, la gioia. Fra l'altro c'era tutto il resto, i figli soprattutto, quel miserabile ma necessario lavoro e quel meraviglioso sogno che accarezzava ogni sera prima di addormentarsi, quello di un forno tutto suo.
D'altro canto quell'uomo era riuscito ad incantarla. Non solo la sua vicinanza era piacevole da morire, e le storie che raccontava erano magicamente trasfigurate nelle sue parole, ma essergli accanto le dava tranquillità e fiducia nel futuro, sensazioni che non aveva fino ad allora conosciuto. Mai le era successo di cedere al primo appuntamento, anche se spesso era stata lei a decidere l'intimità. Ma iersera tutto era stato diverso.
Camminava e pensava, assorta, fino a che un ciottolo più sporgente degli altri non la fece scivolare, cadendo per fortuna sulla parte più morbida e strappandole un piccolo sorriso.
Decise improvvisamente che sarebbe andata da Maia. C'era solo qualche rampa di scale da fare e poi sarebbe arrivata.
Maia era la donna con il terzo occhio, e più di una volta l'aveva aiutata a capire cosa aveva dentro il cuore. Di lei nessuno sapeva nulla se non il posto dove abitava, che era casa e studio a un tempo, e anche punto di appoggio per gatti randagi bisognosi di cure. Maia era una donna senza età, con il viso come quello delle Sibille della cappella Sistina, solcato dalla vita, ma principalmente dai racconti delle vite degli altri. Faceva le carte, solo agli amici, e barattava la sua conoscenza del futuro per un po' di cibo per gatti. Ma soprattutto aveva le parole giuste per spingerti a percorrere il tuo destino. Anche lei faceva parte del mito, del resto come tutto in quell'isola della Grecia.
Achiropìta entrò e subito fu prese alla gola da un odore vagamente dolciastro, quell'odore della carne troppo frollata, quella che Maia dava ai suoi gatti.
“Ti aspettavo”, si sentì dire da dietro una tenda, ed ebbe subito un tuffo al cuore. Era tanto che non andava da Maia e già questo era per lei un segno che qualcosa sarebbe successo, così come era la più lampante dimostrazione che Maia aveva davvero il terzo occhio.
“Come stai, piccola mia?” Maia le venne incontro a braccia aperte, con una gatta dolcemente agganciata alle sue spalle. “Ciao Maia, sai che quando vengo da te è perchè non sto bene”, “lo so bene, siediti che ci beviamo un ouzo, quello che mi mandano da Lesbo, poi mi racconterai”.
Intanto che beveva lucidava le idee su quell'uomo e su quello che avrebbe raccontato, e per un attimo si domandò se aveva fatto bene ad andare lì, o se non fosse stato meglio non pensarci più, da subito. Ma era seduta lì e Maia non era solo la donna dal terzo occhio, era per lei quasi una madre, e le voleva un bene dell'anima. Achiropìta non aveva conosciuto la mamma, fuggita subito dopo il parto, e crescere solo con il padre era stato difficile, anche se c'era in qualche modo riuscita, ma non come come avrebbe voluto che fosse.
Incominciò allora a raccontare di quell'uomo, del loro primo incontro, e di come il suo parlare, forse un po' troppo da signore, l'avesse colpita. Non l'aveva facilmente dimenticato e nei giorni successivi l'aveva guardato da lontano, per capire che tipo potesse essere, senza peraltro capire, perchè sul lavoro era efficiente e irreprensibile. Si capiva che cucinava animato da una grande passione, e tutte le cose che preparava, anche lei era riuscita ad assaggiare qualcosa, avevano il sapore dell'amore che ci aveva messo nel cucinarle. Anche nel rapporto con i suoi sottoposti era certamente strano: vi erano giorni in cui sembrava che fossero amiconi e le battute e le risate si sprecavano, vi erano poi dei giorni in cui la luna sembrava avere modificato irrimediabilmente il suo atteggiamento, immotivatamente immusonito e triste. Terribile questa luna, che anche a lei faceva spesso l'effetto di svegliarsi una mattina con una tristezza salata dentro il cuore di cui non riusciva a liberarsi.
Le raccontò anche di come fosse rimasta sorpresa, perchè non se lo sarebbe mai aspettato, quando lui le chiese di prendere l'aperitivo insieme e di come, per proteggersi, gli avesse detto che non poteva stare oltre le sette, quando invece non aveva niente da fare. E di come era stata bene, su quella seggiola traballante, e soprattutto di come era stato facile aprirsi con lui e parlare liberamente, cosa che non succedeva da troppo tempo. La sensazione di leggerezza l'aveva aiutata a decidere, e quando lui le aveva cinto la vita con il braccio aveva avuto un sussulto di gioia. Non dimenticò di dire che avevano passato la notte insieme, ma si rese conto che Maia lo sapeva già.
Maia la guardava raccontare e gesticolare animatamente, e quel pulcino dalla testa nera sempre arruffata le faceva, ogni volta che la incontrava, grande tenerezza. Le voleva bene e non voleva proprio che soffrisse ancora: sapeva però che Achiropìta aveva la testa dura più del marmo, e che se avesse deciso di iniziare una nuova storia nulla e nessuno l'avrebbe distolta, anche a costo di andare incontro alla propria rovina. Quest'uomo poi la incuriosiva: mai Achiropìta era stata così precisa e entusiasta nel descriverle qualcuno.
Capì che avrebbe dovuto, in caso di cattive notizie, aggiustare quello che le avrebbero detto le carte.
Sparecchiato il tavolino incominciò a mescolare le carte, puntigliosamente come al solito, dedicando a quell'attività tutto il tempo che riteneva necessario, con lentezza, sempre con la stessa sequenza di movimenti. Quel mazzo di tarocchi, ingiallito e quasi ammuffito, le era stato regalato da una zingara serba, di ritorno dalla festa delle Saintes Maries de la Mer, che aveva intuito che entrambe condividevano il terzo occhio.
Non era semplice fare le carte, soprattutto quando in esse leggeva cose così brutte da farla stare male: infatti iniziare a farle ad Achiropìta le procurò un doloroso crampo allo stomaco.
Ciò non ostante incominciò, anche perchè la donna era curiosa e ansiosa.
Anche se era venerdì, giorno perfetto per quell'attività, la lettura delle carte si rivelò da subito difficile. E' ovvio che Maia non avrebbe mai potuto dire “E' l'uomo giusto” ma Achiropìta si sarebbe almeno aspettata un piccolo incoraggiamento. Non ottenne neppure quello. Anzi la carta dell'appeso fu quella che comparve più frequentemente, dimostrando in un certo qual modo che per capire l'essenza di una relazione bisogna guardarla a rovescio. Achiropìta sperava ardentemente, in cuor suo, di vedere la carta degli amanti, che non volle invece uscire. Gli occhi le si stavano allagando e capiva solo a tratti la voce di Maia, che le diceva che le cose erano ancora ferme, e che le carte non riuscivano a penetrare nei loro cuori.
Uscì salutando in fretta, profondamente delusa, e trovandosi al punto di partenza. Erano le dieci e e si sentiva di schifo. Capì che non era solo la delusione, era anche fame.
Decise di andare da Irene, una sua amica, disordinata dell'amore come lei, con la quale avrebbe potuto confidarsi.
La trovò nel suo kafenion dalle porte dipinte di azzurro, con le fotografie ingiallite dei parenti appese alle pareti alternate a immagini sacre. C'erano anche due vecchi seduti ai tavoli, così immobili da sembrare impietriti dall'età.
Irene era stata una donna bellissima, ardente nell'espressione, con due lanterne azzurre splendenti al posto degli occhi, incorniciate da una capigliatura biondissima, che tradiva piuttosto un'origine nordica, o meglio normanna. I disagi della vita e le scelte sbagliate l'avevano fatta invecchiare prima del dovuto, sotto il biondo il grigio si indovinava soltanto, e la prolungata esposizione al sole giustificava e mascherava i solchi profondi del viso. Ma restava una donna dolcissima, specie per Achiropìta. Si erano conosciute da pochi anni, casualmente, mentre facevano la spesa al mercato, ed erano diventate subito amiche. Non potevano vedersi spesso ma fra loro si era creata un'intimità profonda, e alla prima occhiata Irene capì che la sua amica aveva un problema. Dopo averla abbracciata e ricambiato il suo bacio la fece sedere comoda e le portò un caffè e un piattino di melomakàrona, ben sapendo quanto lei fosse golosa di quei dolcetti.
Dopo aver divorato i primi due dolci incominciò a raccontare, per la seconda volta quella mattina, la sua ultima avventura. Irene sorrideva, e si vedeva chiaramente che era contenta per lei.
“Segui il tuo cuore, Chiropì”, le disse, “cerca di rubare tutta la felicità che puoi, datti tutta e prendi tutto. Non lasciare niente di tutto ciò che puoi prendere e non avrai rimpianti. Se quest'uomo è veramente come dici ti prego di non farmelo neanche conoscere, ché te lo ruberei”. E rise forte, facendo sussultare le due statue di pietra.
Irene aveva capito tutto, e Achiropìta fu confermata, se mai ve ne fosse stato bisogno, nella sua intenzione di non lasciarsi scappare quella che riteneva, a torto o a ragione, l'ultima,e la migliore occasione.
Non aveva più paura.



sabato 7 gennaio 2012

KOS


Ecco, per tutti i miei lettori, il primo post del nuovo anno, che non è di cucina. 
L'ha scritto il mio alter ego, che a torto si ritiene un letterato, sia pur incompreso: l'ha "covato" per qualche mese e l'occasione della vacanza di fine anno gli ha fornito quella mezza giornata di solitudine necessaria per  lucidare le idee, sedersi davanti alla tastiera e iniziare a raccontare, con amore, naturalmente....

"Era stata molto dura ottenere un posto di capopartita in quel resort dell'isola di Kos. C'era riuscito tramite quel suo amico, Aldo, a cui, nella vita precedente, aveva fatto dei piccoli favori, tutti tesi a confermare una grande amicizia, e che al momento buono era stata parimenti ricambiata.
Ciononostante aveva dovuto superare una selezione abbastanza dura, motivo di stress: non era più un ragazzo, e questo era senza dubbio un handicap rispetto a certi aitanti giovanotti, bravini, per carità, ma tanto look e poca sostanza, specie in cucina.
Aveva presentato il suo curriculum, peraltro discreto, e aveva dovuto impegnarsi per un periodo di lavoro piuttosto lungo.
Solo, in quell'isola del Dodecaneso, sia pur a quattro kilometri dalla costa turca, non era ancora certo di avere fatto la scelta giusta.
Non era stata una fuga, del resto non aveva legami, aveva un buon lavoro che gli forniva uno stipendio di tutto rispetto e qualche microsoddisfazione ma la cucina era stata troppo esigente: gli aveva chiesto di dedicarsi solo a Lei. Anche se lasciare tutto gli aveva procurato grande paura il desiderio di cambiare vita, e di fare “davvero” il cuoco, aveva finalmente prevalso. 
Tante erano che cose che aveva dovuto lasciare, e l'andare a stare in un'isola l'aveva anche obbligato a scegliere, con grande precisione, ciò che era veramente necessario portarsi dietro, e lasciarsi dietro orpelli di varia entità e natura.
Del resto l'isola era incantevole, e presto ogni nostalgia si sciolse in quel clima ricco di natura e di storia.

Il suo Chef, come tutti gli Chef che aveva conosciuto, era assillato dalla paura di perdere il potere, quel piccolo potere che ha ogni Chef, il potere di comandare un certo numero di persone, e il suo comportamento era più dettato dalla paura dell'insubordinazione che dal desiderio di costruire un squadra, una squadra che funzionasse come quegli orologi svizzeri che una volta lo stato italiano dava in dotazione ai capistazione.
Ma Michele lo aveva già ben inquadrato, motivo per cui il suo atteggiamento era stato di puro servilismo, quello che del resto era a lui richiesto.
Gli era stata affidato il ruolo di chef poissonier, che, visto che il resort era in un'isola, era comunque un ruolo di grande impegno e responsabilità: si sarebbe visto nel volgere dei giorni come sarebbe andata, ma lui non aveva nessuna paura: sapeva come cavarsela.
La cucina non era niente male, attrezzata piuttosto bene e con una splendida macchina di cottura a induzione. Anche la brigata era stata una piacevole sorpresa, tutti colleghi e colleghe più giovani di lui ma aperti e disponibili, che lo avevano accolto non come un vecchietto ma come un fratello maggiore, e questo era stato il suo più bel regalo di arrivo.
Nella sua partita aveva due commis di venti e di venticinque anni, due giovanotti quasi belli come i bronzi di Riace, Gheorghiòs e Nicòlaos, disponibili e volenterosissimi ma impreparati a decidere qualsiasi cosa in prima persona. Li avrebbe addestrati lui, che non si preoccupassero.
Anche la sua sistemazione era buona. Aveva ben capito che non poteva aspettarsi una terrazza sul mare ma comunque la sua camera non era troppo piccola, e la cosa che a lui interessava di più, il wi-fi, era perfetto: grande velocità, 54 Mbps. Era la sua vera finestra sul mondo, vedere senza essere visti, parlarsi senza toccarsi, non dover chiedere il permesso a nessuno.

Scese giù per il servizio della sera. Aveva da preparare “soltanto” 330 cocktail di gamberi e 120 aragoste alla catalana, ma non era il caso di preoccuparsi: la struttura e il personale che aveva dietro di sé avrebbero garantito un perfetto risultato. Del resto quanto volte aveva allestito pranzi, per amici e non, completamente da solo, anche per una trentina di persone. Era solo una questione di organizzazione. Andò a vedere i crostacei: erano davvero molto belli e i suoi cocktail sarebbero stati perfetti. Affidò ai due ragazzi i compiti da eseguire e la sequenza con cui farli e iniziò a guardarsi intorno.
Erano solo quarantotto ore che era lì ma sentiva salire un antico desiderio.

Adocchiò, nella folla della brigata, una donna dai lunghi capelli corvini, da tempo non pettinati, e dagli occhi altrettanto neri, così neri da non potervi distinguere la pupilla dall'iride, dall'espressione aggressiva, non più giovanissima ma di età comunque indefinibile, forse sulla quarantina, forse meno. Gli sembrò alta quasi come lui, ma i capelli probabilmente lo ingannavano. La divisa e il lavoro che stava facendo raccontavano il suo ruolo, quello di plongeuse, il più faticoso.
Sulle prime non capì bene se fosse una “bella” donna o solo una donna “interessante”: le braccia gli ricordavano un po' la Madonna del Tondo Doni ma la vita era aggraziata, sfumante in due fianchi di tutto rispetto. Il seno, non piccolo, non era per niente pendulo, e lasciava immaginare due capezzoli fieramente rivolti in avanti.
Chissà cosa c'era dietro e cosa dentro quella donna, che emanava un'animalità incredibile, fiutabile a lunga distanza.
Con la scusa di controllare come lavoravano i ragazzi, e dando loro qualche piccola dritta per far prima e meglio, chiese loro chi fosse la donna. Gli risposero che sapevano soltanto che si chiamava Achiropìta, e che solo da pochi giorni lavorava nel resort. Michele, che aveva fatto il liceo classico, sapeva che quel nome si riferiva a un ritratto “miracoloso” della Vergine, “non dipinto da mano umana”. Di più non riusci a sapere.
Si concentrò sul servizio, che fu, insieme naturalmente al resto delle portate, veramente splendido. Si riservò una mezza aragosta e convenne fra sé e sé, che era semplice e squisita, anche se lo Chef la definì soltanto discreta. Ma non c'era niente di cui stupirsi, sarebbe stato strano il contrario.
Quella sera, verso l'una, tornò nella sua cameretta, stanco, soddisfatto e soprattutto incuriosito. Come sempre succedeva faticò parecchio a prendere sonno, uno dei tanti segni di invecchiamento che lo torturavano.
La mattina dopo, avendo un'oretta libera, girò un po' per l'isola, cercando lì in giro qualche posticino tranquillo e riparato, per potersi fare un bagno in pace. Era giugno e non c'era ancora molto caldo, se mai su un'isola possa mai esserci quel caldo che si sente in continente. L'acqua era meravigliosa, e il fondo era visibile con nitore, e bellissimo. Un momento di pace col mondo come quello meritava una sigaretta, e che diamine! Se la accese, e anche se non era una Marlboro,la assaporò con piacere. “Lo so che fa male”, pensò.
Arrivò al lavoro con dieci minuti di anticipo, appena in tempo per vedere, non visto, lo Chef che, stupido aguzzino, si era imbarcato in una violenta reprimenda contro Achiropìta. Michele non capì per quale motivo, era troppo lontano. Sentiva solamente delle grida, e vedeva lo Chef brandire dei coltelli evidentemente non troppo lucenti. La donna stava zitta ma dagli occhi uscivano certe fiamme soltanto invisibili. Era ovvio che avesse un bisogno estremo di lavorare, altrimenti non sarebbe rimasta un minuto di più lì, e lo Chef si sarebbe trovato un orecchio in meno.
Dopo la sfuriata Michele si avvicinò alla donna, sentendo che quella avrebbe potuto essere una buona occasione per stabilire un contatto. Fra l'altro lui era un capopartita, ben riconoscibile nella sua divisa. “Potenza della gerarchia”, pensò.
“Non te la prendere, è solo un cretino. Cosa avresti combinato?”
La donna lo guardò con aria fiera ma ancora impaurita. “Dice che non ho lavato bene i coltelli, ma con questo sapone è il massimo che riesco a fare”. Achiropìta aveva sentito, con grande facilità, il passaggio di un fluido di “sim-patia”, che poi è il “soffrire insieme”, e la sua risposta era stata a un tempo spiegazione e richiesta di condivisione.
Potenza della comunicazione non verbale! Michele incominciò, sommessamente, a raccontarsi, con tutta la naturalezza di cui era capace, vista la situazione, e stette lì cinque minuti ancora; lei, continuando a lavare e china nella plonge, ascoltò, e non sembrava infastidita, solo ancora un po' sospettosa.
Michele si congedò con la scusa del lavoro, semplicemente. Riuscì a rubarle un mezzo sorriso, più degli occhi che della bocca, ma se ne stette, anzi, ne fu parecchio contento.
Il servizio del mezzogiorno e quello della sera andarono bene, come sempre la qualità della cucina dipende dall'eccellenza delle materie prime e lì erano veramente eccellenti. Ma la testa di Michele era altrove, affascinata da quella donna, mezza Giunone e mezza Minerva, e anche mezza Afrodite, se ne convinse.
Chissà cosa nascondeva dietro quegli occhi e soprattutto chissà che impressione lui le aveva suscitato.
Dopo una settimana di saluti cortesi ma formali, dovuti anche alla differenza di orari di lavoro, un pomeriggio Michele, nel suo giorno di festa, la aspettò alla fine del turno, soprattutto per vederla in abiti “civili”. Realizzò che era più bassa di lui, e che avrebbe potuto agevolmente passarle il braccio dietro la vita.
Achiropìta aveva un abitino di cotone stampato, di un colore leggermente più scuro del lillà, quasi un violetto, su cui spiccavano certe apine nere, variamente orientate. Il decolletè era ben esposto ma senza nessuna volgarità e l'orlo del vestito era appena sopra il ginocchio. Un vestitino estivo, non trasparente ma sottile, da cui si poteva facilmente capire ciò che vi era di sotto.
Era l'ora dell'happy hour e le disse, con una titubanza che solo lui sentì: “Verresti a bere qualcosa con me?”. Riuscì a sorprenderla e a imbarazzarla, anche se la sua carnagione olivastra gli impedì di vedere l'arrossimento. Non se lo sarebbe aspettato. Dopo un solo attimo di riflessione rispose, decisa, “Sì, ma alle sette devo andare a casa”. “Non c'è problema, anche io più tardi ho un impegno”, mentì Michele, con grande naturalezza.
Trovarono, a un dipresso dalla strada principale, un'attività commerciale pomposamente autodefinitasi “bar”, corrispondente a tre tavolini disposti in mezzo a due case, ciascuno con due seggiole impagliate, ma fra quelle due case c'era uno scorcio di mare talmente bello che non c'era proprio nessun bisogno dell'aperitivo.
Ma bevvero lo stesso, lei ordinò un bicchiere di Retsìna, lui, anche per farsi coraggio, un Metaxa col ghiaccio.
Entrambi erano affascinati dalla vista, soprattutto lei, che probabilmente non era nativa di Kos. Dopo qualche minuto, intenti a bere, Michele disse: “Allora, raccontami la tua vita in quest'ora che ci resta”. “Non è una gran bella vita da raccontare”, rispose lei. “E neanche lunga. Lavoro con quel personaggio orribile perchè non posso farne a meno. Sono di Bodrum, l'antica Alicarnasso e ho due figli, che ho dovuto affidare a mia madre. Devo mantenerli tutti e tre con il mio lavoro e, ti assicuro, alla fine del mese i soldi non mi bastano mai. Ma non sarà sempre così. Faccio la sguattera ma sono molto brava a fare il pane, me lo ha insegnato il fratello di mio padre. Quando potrò, aprirò un negozio soltanto mio, e venderò il miglior pane di tutta la città”.
Michele ascoltava, e beveva parole e Metaxa, avidamente. Gli occhi neri di lei si agitavano in continuazione e da essi sprigionavano la speranza e l'entusiasmo di un futuro più bello.
Era bello chiaccherare in quell'angolo tranquillo, con la luce della sera che scemava a poco a poco, e parimenti le luci dell'isola si accendevano una ad una.
Entrambi in cuor loro desideravano che il tempo rallentasse, e che quei momenti, dolcissimi, durassero almeno tutto il resto della loro vita. Quando furono le sette, marcate dal suono di una campana in lontananza, nessuno dei due vi fece caso, perchè in quel momento erano così vicini, e così bisognosi di avere qualcuno vicino, che non volevano interrompere quella piccola magìa.
Fu quindi naturale per Michele chiedere all'oste di portare qualcosa da mangiare, e per Achiropìta, bellezza non dipinta da mano umana, accettare quel muto invito a pranzo.
Dimenticò per un'oretta di essere cuoco, e le dolmàdes, involtini di foglie di vite, e la moussakà furono ancora meglio delle sue aragoste.
Quando fu troppo tardi, anche per quel bar, si congedarono con tanti ringraziamenti e una mancia principesca, per quell'oste che era stato il loro involontario Cupido.
Ritornarono al resort, abbracciati, come lui si era figurato solo qualche ora prima, e lei, sentendo il suo braccio stringerla forte, ne provava una sensazione di grande pace.
Trascorsero la notte insieme e Michele capì compiutamente la bellezza di affondare la testa fra i suoi lunghi capelli. Sopratutto riuscì, come mai era successo prima, a svuotare completamente la sua testa, a non pensare più a nulla se non a sentire il battito del cuore di lei, divenuto sincrono al suo. Lei non aveva mai incontrato un uomo così, del quale anche solo l'abbraccio le colmava il cuore.
Non fu una notte da diciottenni, fu una notte così dolce che a diciotto anni non si riesce neanche a immaginare.
La mattina presto, impaurita dall'essersi donata così totalmente a un estraneo, ma che estraneo non si era dimostrato, e per così dire “chiamata” dalla brezza di terra, Achiropìta si vesti in fretta e, senza neanche un bacio, fuggì nelle viuzze di Kos, spaventata dalla felicità.
Anche lui era sveglio ma fece finta di dormire. In quel momento non avrebbe trovate le parole, se mai ve ne fossero state".

5.1.2012




venerdì 15 luglio 2011

Non mi piace lo sport

...per forza, peso uno sproposito e se dovessi mettermi a correre scoppierei in pochi minuti. Anche il calcio, che probabilmente è davvero lo sport più bello del mondo - ottenere un  risultato "come squadra" è infatti cosa molto bella e di molto invidiabile - dopo qualche minuto mi addormenta, e le partite che devo vedere, per spirito patriottico o di campanile, finiscono per stancarmi. Diventano più che altro un'occasione per invitare gli amici a casa e, guarda caso, mangiare.

C'è però uno sport che è diverso.
E' anch'esso uno sport che si fa in squadra e in esso il gioco di squadra deve pur contare qualcosa (ma io non l'ho ancora ben capito).  C'è un capitano e ci sono i "gregari", parola latina che vuol dire soldato semplice, quello che sta nella truppa, o nella folla, che lavora sodo e non verrà mai riconosciuto nel suo valore e nel suo contributo alla causa comune. Occhio che qui però non si discorre qui di capitani e gregari: il discorso mi porterebbe troppo lontano e non è adesso il momento di farlo.
Si discute del fatto, in sé meraviglioso, che in sella a una bicicletta l'umano si trasforma in qualcosa che umano non è più, arriva molto vicino a qualcosa che sta più in su, che non sono tanto capace di definire ma che comunque, con quel po' di "esprit de finesse" che mi rimane (ricordate? "il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce") sento che questo "qualcosa" è ben reale. Di questo ne sono assolutamente convinto.

Ovviamente la dimostrazione delle mie ideuzze la dovevi vedere in televisione ieri pomeriggio, quando il Tour de France scala il Tourmalet, che è il più alto colle stradale dei Pirenei, e che arriva a duemilacentoquindici metri di altezza sul livello del mare. Sono dieciassette kilometri di ascesa, con pendenza media del 7,3% e punta del 9,5%.
Il primo ciclista che lo raggiunse al Tour del 1910, Octave Lapize, espresse in una frase rimasta famosa quello che pensava degli organizzatori che avevano messo questa scalata nella corsa « Vous êtes des assassins ! Oui, des assassins ! ».


Puoi essere il ciclista più bravo del mondo, con lo sprint più bruciante o puoi raggiungere velocità impensabili ma quando sei sul Tourmalet devi tirare fuori qualcos'altro.
Non c'è più squadra e non c'è più gregario, la truppa che comandi o di cui hai fatto parte si scioglie come piccoli acini di un grappolo d'uva strappati da una tempesta di vento. E tu resti solo, spaventosamente solo, e la salita continua, e ti da l'impressione che non debba finire mai.
E se anche vicino a te ci fosse un avversario (ricordate Coppi e Bartali sullo Stelvio?) sei lo stesso solo come un cane, anzi, sei solo come può esserlo un uomo di fronte alla morte, e devi trovare dentro di te un'energia che non è più energia muscolare ma energia di pura provenienza spirituale, e non tutti ce l'hanno, e non tutti i pochi che ce l'hanno riescono a tirarla fuori. Ed è solo questa energia che ti permette di continuare a mettere una pedalata dietro l'altra, senza neanche domandarti quando arriverà l'ultima, e pedali come se questo strazio non dovesse mai finire, perchè non ti senti più umano....ti senti qualcosa di più.
Fausto Coppi, che è stato davvero "qualcosa di più", non foss'altro per il mito che ne ha creato  l'immaginario collettivo,  ha scalato il Tourmalet nel '49 e nel '52.


lunedì 11 luglio 2011

Riflessioni balneari


Ci sono! Non sono scappato, ah ah ah.
Solo qualche giorno di mare. Ma il mio blog non l'ho dimenticato e ho anche cucinato qualcosa che questa settimana metterò a disposizione. Non è granchè ma non mi sono dispiaciuto. Più che altro esperimenti, e neanche tanto arditi.
Ho scritto invece a tarda sera questo brevissimo, come è nelle mie corde, che spero piaccia anche a chi è abituato a leggermi su altri argomenti.
Allora a presto
euge


"Capita, per fortuna di rado, o forse per sfortuna, che un insieme di circostanze concorre a chiederti imperiosamente di metterti a scrivere, e tu un po’ nicchi, perché comunque non è né semplice né piacevole, cioè piacevole lo è, ovviamente, ma è faticoso. E’ un po’ come chiedere a una donna pigra di provare qualche nuovo abito nei negozi, che è una cosa fastidiosa e nello stesso tempo abbastanza stuzzicante, cosa che gli americani definirebbero con la parola “sexy”.

Quindi senti che le condizioni sono buone, è un po’ che non lo erano, l’umore giusto (per scrivere, naturalmente) e allora accendi il tuo computer (ma come era bella la macchina da scrivere, con quello gomme rotonde rossoblu, era l’oggetto del tuo desiderio da bambino, e quando andavi in ufficio con Papà tutte quelle macchine da scrivere erano il tuo piccolo paradiso) e parti.
Il cappello l’hai fatto, quindi devi solo partire. E allora partiamo.

Uno dei divertimenti maggiori dell’andare in spiaggia quando sei in vacanza è guardarsi intorno…… certo, le belle figliole sono un gran bel vedere, anche se poi alla tua età ti sembra di averle viste quasi tutte, ma è di gran lunga più divertente fissarsi su un gruppo o una famiglia, non c’è neanche bisogno di ascoltarli.
Cerchi di immaginare cosa ci sia dietro quelle facce, quei muscoli e quelle articolazioni, dietro quei cuori che battono e che, anche se cuori di bambini, un qualche giorno, che a noi umani non è dato di sapere, si fermeranno, per stanchezza o per corrosione da parte di una malattia sconosciuta ai più, si è lasciato andare, si diceva una volta…….
“Punti” qualcuno e incominci a viaggiare con la fantasia, e poi ci fai anche dei ragionamenti, e ti metti nei panni dell’uno e dell’altro, del resto è risaputo che non sei granché normale a fare certe cose….
Oggi ho puntato un uomo, alto, magro, anzi ossuto, calvo e con gli occhiali. Occhiali piccini, privi di montatura e con lenti rettangolari, lenti da miope.  Non particolarmente abbronzato (inizio delle vacanze? bagnante mordi e fuggi?), forse leggermente più giovane di me.  Un uomo che leggeva un libro, un libro vero e non un fumetto o le parole incrociate, che a tratti posava per chiudere gli occhi e riposare un poco. Uno di quelli che definirei, perché non ho paura di quello che mi rimanda lo specchio, un uomo con un cattivo rapporto con il cibo, ma anche questa non è la verità assoluta, magari può esserne parte, comunque uno di quelli che non ha l’ossessione del cibo come me, nel bene e nel male. Un uomo globalmente simpatico, di primo acchito, anche se il primo acchito significa un’altra cosa, significa che aveva un’aria un po’ triste che per me diventa automaticamente il miele della solidarietà. Vogliamo dargli un nome? Sì, lo chiamerò Guido, in un certo senso siamo diventati un po’ amici.
Guido ha due figli che porta al mare con sé, due ragazzetti di età abbastanza vicina fra di loro. Non posso saperlo ma non credo che siano nipotini o figli di amici, ha con loro un tono dolce ma autorevole. Avranno 9 e 10 anni. Sono bambini educati, anche carini in un certo senso, non disturbano nessuno (rarae aves!) ma non sono l’oggetto della mia curiosità. Li accudisce e li controlla ma si capisce che in testa ha dell’altro. Guido non porta la fede matrimoniale. Porta in compenso un bel salamino di vene varicose nel polpaccio sinistro, facilmente visibili e che mal si attagliano col suo fisico asciutto, come potrebbe essere quello di un podista. Forse è solo uno che sta tutto il giorno dietro una scrivania, seduto, e non vuole portare le calze elastiche (per forza, sono semplicemente insopportabili). Un travet, quindi, con le mezze maniche, o un ingegnere navale, che progetta navi grandissime e meravigliose, città di tutto dotate, forse anche della felicità. Ma io non ci credo, infatti non ho mai fatto una crociera.
E se Guido fosse un ragazzo padre? Un errore va bene, due no!  Forse più che un ragazzo padre Guido è solo un uomo lasciato da una donna, stufa di una vita monotona, che neanche in due figli sia riuscita a trovare un buon motivo, o almeno un motivo, di star loro vicina. E allora questi tre maschi, dopo il bagno, dovranno tornare la sera a una casa vuota e mettersi di buzzo buono non si dice a riassettare la casa ma almeno a prepararsi qualcosa che assomigli a una cena, dove nella parola cena c’è dentro la parola famiglia che ha dentro lo stare insieme.
Non credo che Guido sia un marito separato, che prende i figli per i giorni e le ore prefissate come da accordi col giudice. Non ha un’aria abbastanza cattiva.  Ha solo un’aria molto triste, triste come, ma questo l’ho già detto, potrebbe essere l’arrovello di un grande Amore, che è soltanto passato senza fermarsi, o che addirittura ha dato qualche avvisaglia di sé senza arrivare mai. O che è semplicemente finito, lasciando dietro di sé quello che il Poeta ha definito “… sol languore e pianto”.
Ciao Guido, è stato bello passare quest’oretta in tua compagnia".

euge, 9.7.2011, ore 00.41