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23.5.24

Recensione: "Il Mio amico Robot" (Robot Dreams) - Passeggiate, il cinema della poesia - 26 - di Roberto Flauto

 

Dopo tantissimi giorni sono tornato (ah, vi devo ancora i risultati del Sondaggio Miglior Film 2020 eh!), non con un mio pezzo ma con uno del grande amico - ed eccezionale penna - Roberto.
Qui ci parla di un cartone - uscito da pochissimo al cinema - che ha fatto letteralmente innamorare tutti.
Il titolo e il tratto dei disegni magari ve lo faranno immaginare come un film "semplice", quasi per soli bimbi.
E invece sto film sta conquistando tutti.
E magari lo farà anche con voi.
E magari anche con me :)

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Un cane, un robot, i sogni, solo musica, solo colori.
Un racconto di solitudini, di rinascita e di scoperte.
Una storia di amicizia e formazione, spietata e vera.
Vite che si toccano per un attimo che non finisce più.
Imparare a lasciarsi e lasciare andare.
 
 
 
E ora parleremo fino al mattino?
G. Parise
 
 
 
Robot Dreams è una conchiglia del Paleocene. Un’impronta fossile, quel libro che amavi da bambino e che ritrovi per caso durante un trasloco, dopo che avete deciso di lasciarvi perché a volte accade che l’amore finisce. Robot Dreams è la cosa giusta, non quella desiderata. L’ultimo sguardo al panorama prima di salire sul treno e andare via. Le scatole di pastelli, lo scialle della nonna, il cambio di stagione, l’odore del cappotto di tuo padre col quale non parli più e ti manca da morire, le incisioni adolescenti in platani d’amore. Robot Dreams è un sorriso nel buio, la lunga passeggiata mortale del troglodita nostro antenato che dipingeva pareti e mangiava cuori pulsanti, è lo sguardo basso e il sorriso accennato che ti invadono il volto quando nella folla di un marciapiede incroci quella persona che un tempo chiamami amico, sorella, tesoro, amore, e che ora non sai salutare – e lo sai, e lo sa anche lei, e tutto intorno la gente va non so dove. Robot Dreams è un meraviglioso libro di poesie che ha venduto diciassette copie. Robot Dreams è una cicatrice. Robot Dreams è una lunga serie di colazioni sul terrazzo, alle 8 del mattino, mentre fuori tutto è in fiore e momentaneo. Robot Dreams è quello che succede dopo che hai realizzato il tuo sogno. È la coniugazione di un verbo di cui non sei sicuro – quindi controlli il dizionario. È il gesto gentile di uno sconosciuto in metropolitana, in un mattino di pioggia e tristezza metafisica. È lo spazio bianco tra le vignette, è la caducità di Rilke, è l’altrove di Pessoa, è Garcia Lorca quando dice che il lauro si è stancato di essere poetico. Robot Dreams è la disperazione siderale, cosmica, primigenia, intergalattica, esadecimale, di un bambino che perde la mano di sua mamma nel supermercato sotto casa – e tutti gli scenari apocalittici che sbocciano in quei 4 secondi e mezzo di terrore. Robot Dreams è la mano di tua madre – calda, sicura, universo, tutto, blu. Robot Dreams è la prima volta che impari la tabellina del 5 – ed è anche la prima volta che intuisci che ogni conoscenza si edifica intorno a un atto di fede. Robot Dreams è la notte insonne prima di un giorno importante. È la sua valigia accanto al letto – che ci fa lì? Sta andando via? Mi sta lasciando? Allora non ho domato il mondo? Robot Dreams è la federa pulita del cuscino. È una telefonata con tuo padre – non sapete come dirvi che vi amate, quindi parlate disordinatamente di cose inutili, di calcio e di ricordi venati di autunno. Robot Dreams è il sole di settembre. È trovare un vecchio amico, che non vedevi da anni, e invitarlo al bar. È la risata di qualcuno che non conosci, che tuttavia ti ricorda qualcosa – o qualcuno. Robot Dreams è il profumo del pane, la sensazione di spaesamento quando percorri a piedi per la prima volta una strada che hai percorso fino a quel momento soltanto in auto, quando qualcuno ti chiama per cognome, il calore di un bacio, l’ultimo verso dell’ultima poesia di una silloge, un documentario sullo spazio, una situazione spiacevole capitata al momento giusto, la consapevolezza di essere passeggeri, transitori, effimeri, momentanei – ovvero eterni. Robot Dreams è il tempo che passa. Una spiaggia ma d’inverno, una sciarpa ma d’estate. Robot Dreams è quel “e va bene” che annuncia con dolcezza la tua volontà di chiudere la conversazione – eppure vorrei dire tante cose, perché non ci riesco? Robot Dreams è una bomba inesplosa, una rima non rispettata – che poi sono la stessa cosa. Robot Dreams è la promessa di eternità che la vita fa a ogni neonato. È la tuta da lavoro, è il tentativo di dare un nome alla notte, l’odore della sua pelle che invade l’abbraccio, l’arcobaleno nelle pozzanghere, quando noti un estraneo che legge lo stesso fumetto che tu leggi da una vita. Robot Dreams è toccarsi con i piedi sotto le coperte per sentirsi al sicuro in questo mondo. Robot Dreams è come quando si canta senza sapere le parole – e dunaninanna è già finita, da du da di na na è già finita... Robot Dreams è un cane solo, solissimo. Robot Dreams è solo un cane, canissimo. Robot Dreams è questa frase che non dice niente se non la sua stessa esistenza. Robot Dreams è l’avventura di una lacrima. È quando si spengono le luci in sala, il film sta per cominciare e tu ti senti bambino e dinosauro insieme. È il ricordo di un bacio. Robot Dreams è l’inevitabile dolore del venire al mondo. È il tempo che impiega la luce a rendersi conto che l’universo sono io. Robot Dreams è un attimo, è adesso – e in quanto tale è inevitabile passato. Robot Dreams è una passeggiata sul lungofiume. È quel minuto di beatitudine che forse è troppo poco. È la prima frase scritta con la nuova penna che hai acquistato. È quel “do you remember?” che non lascia scampo. Robot Dreams è una canzone in loop. È la sensazione di spaesamento derivante dall’acquisizione dello stadio dello specchio – allora quello che mi guarda sono io. Robot Dreams è il mare mosso, è mangiare un gelato mentre diluvia e fa freddo, è tutti i coriandoli, è passare accanto alla tua vecchia scuola elementare, è l’odore del prato dopo la pioggia – ed è la pioggia. Robot Dreams è il libro con gli esercizi di grammatica, è l’analisi logica della frase “Roberto stanotte ha masticato tutti i suoi sogni – e anche i tuoi”, è una vecchia macchina da cucire, è soprattutto un gomitolo. Robot Dreams è l’autunno di ogni stagione, è una sala d’attesa, è quando ritorni nella città in cui sei cresciuto e scopri che quel muretto dove hai costruito futuri ipotetici con gli amici ha lasciato il posto a un negozio di articoli da bagno – c’è una ragazza che sta comprando asciugamani e tu piangi perché ti manca quel futuro. Robot Dreams non è assolutamente niente, è uno specchio di tanto tempo fa, una crepa, un desiderio inaspettato, un problema al cuore, le mani di uno scrittore tormentato, il sorriso, il blu, una notte insonne dopo una notte insonne, un pomeriggio di fine aprile, le gomme per cancellare, i sassolini, la terra negli occhi di un astronauta perduto nello spazio cosmico, il verso delle scimmie, le divisioni, la brutale dolcezza, un cigno nero, una scacchiera, i pattini, la città di notte, luci tremolanti, danzare per dimenticare, cuore di fuoco, la punteggiatura, un fiore che sboccia dentro il temporale, tutto ciò che non può che essere effimero, la nostalgia di un ricordo mai vissuto, una lunga – sconfinata – luminosa – storia d’amore con la vita. Robot Dreams è una carezza che lascia la guancia.


20.2.24

Recensione : "Past Lives" - Passeggiate, il cinema della poesia - 25 - di Roberto Flauto

 

:
Credo che Past Lives possa essere un film molto bello e anche nelle mie corde.
Ma siccome sono uno stronzo che ancora manco Lanthimos è andato a vedere (e quello rimane al momento la priorità) sono contento che l'amico Roberto l'abbia visto e mi abbia mandato una recensione da pubblicare, recensione che, col suo solito stile poetico, renderà sicuramente merito al film.
Buona lettura!
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Una storia d'amore, una storia dell'amore.
Mai sbocciato, sempre in fiore.
Mai nato, sempre esistito.
Che attraversa il tempo.
Che è tutto e ovunque.
Benché la distanza.
Malgrado la vita.
Nonostante noi.
 
 
 
Tutto ciò che è separato è in un certo qual modo è inseparabile. E lo verifichiamo sempre, senza rendercene conto, nello spessore umano della nostra realtà sociale. Allorquando in seno a una società si considerano gli individui, questi ultimi appaiono manifestamente separati gli uni dagli altri; ma se si cambia prospettiva, se si passa dall’individuo alla società, i detti individui sembrano allora delle appendici inseparabili in seno all’organizzazione sociale. È ugualmente il paradosso dell’individuo e della specie: la nozione di specie è una nozione di continuità attraverso la riproduzione, attraverso il DNA; ma ogni individuo è ben nettamente separato da ogni altro individuo anche e soprattutto nel tempo. In altre parole, tutto ciò che è separato è al tempo stesso inseparabile. Che paradosso! Non si può considerare di conseguenza che tutto è nel tempo ma che tutto ciò che è nel tempo è nello stesso tempo in un al di là o in un al di qua del tempo?

(E. Morin in un dialogo con M. Cassé)


E io e te e tutte le vite per tutta la vita. Provo a distruggere tutto, ma ricordo ogni cosa. Tutto è in frantumi e alla deriva. Una conchiglia del mesozoico. Una penna a sfera. Un gatto che passeggia sui tetti (è notte e piove e buio). Il processo di costruzione dell’attimo in cui. C’è qualcosa – c’è tutto – di poetico e spaventoso in ciò che accade, che siamo, che pensiamo, che guardandoci negli occhi forse allora posso non morire. Qualcosa di incredibilmente primordiale e potente, eterno e sempre nuovo. Come quando piangi e io invento mille storie per trovare casa alle tue lacrime. Come quando mi sveglio all’alba per poterti telefonare. Come quando da bambini eravamo i padroni dell’universo. Davvero, ricordo ogni cosa, anche se provo a distruggere tutto. Penso alla storia d’amore tra un bruco e una sequoia. Un insetto destinato a restare tale soltanto per pochissimo tempo e un albero secolare. La distruzione è genesi, almeno in senso poetico – e non ne esistono altri. Se ne può desumere che l’assenza è la misura di tutte le cose. Il bruco amerà ancora la sequoia quando sarà diventato farfalla, quando potrà finalmente volare e non sarà più condannato a strisciare? Lo zero, infatti, è pur sempre un più e un meno addizionati. La sequoia amerà ancora quel bruco diventato farfalla anche se consapevole del fatto che vivrà trecento anni dopo la sua morte? Il più e il meno, come luce e oscurità, come materia e antimateria, come tutto ciò che permette all’altro di riconoscersi, e tutti insieme diventano bianco (somma di colori) e nero (colori invisibili). Un animale che vive pochi giorni e un albero che vive centinaia di anni. Luminosa oscurità e oscura luminosità: dall’alba dei templi che edifico per adorare te alla distruzione totale e quindi un nuovo big bang. Come possono amarsi? Dove conduce tutto questo? Qual è il senso? Che cos’è che sento nel cuore che fino a ieri non c’era? E tu davvero non tornerai? Puoi vincerlo anche qui il Premio Nobel, o il Pulitzer, o il premio per il sorriso più bello. Ma sì, certo, lo so che devi andare e sono veramente felice che tu segua i tuoi sogni. Allora perché piango? Sento l’universo espandersi, lo sento vibrare. Tutto si agita dentro di noi, sotto ottomila strati di esistenze che siamo noi: e io e te e tutte le vite per tutta la vita. Perché mi hai detto addio, perché ti ho detto addio, perché non lo sappiamo, perché poi ti cerco per dodici anni e poi altri dodici e poi tutta la vita e poi per sempre e poi ancora: perché In-Yeon. E allora l’esplosione creatrice: big bang dritto al cuore. E allora è genesi, e allora è assassinio. Come ogni nascita, come ogni morte. Tutto ciò che esiste, compreso l’inesistente, esiste, e inesiste, solo per noi (perché siamo noi, noi siamo tutto, tutto è noi). Noi eravamo presenti, quando l’universo è sbocciato. Tutti gli atomi dell’universo si sono uniti, in una danza sfrenata e folle, in un unico, minuscolo puntino, che poi è esploso. I miei atomi e i tuoi atomi erano lì, erano sicuramente insieme. Con gli atomi delle stelle, dei pianeti, dei fili d’erba, delle pagine dei libri, del gatto che continua a passeggiare sui tetti (è sempre notte e piove e buio). Quella volta che ho lavato i denti con il tuo spazzolino. Quando abbiamo aspettato l’alba su una panchina, e speravamo non arrivasse mai. Quando passeggiavamo insieme tornando da scuola. I cieli sconfinati dei tuoi occhi verdi in tempesta. Davvero, com’è possibile tutto ciò? Sento le cose esplodere in continuazione dentro di me. Voglio andare a passeggiare sui tetti anche io. Come quel gatto. Come quell’eroe dei fumetti con la faccia da scimmia. Io penso questo: la felicità e la disperazione sono sorelle, non si lasciano mai. Una delle due dice: «a volte vorrei essere proprio come te». E l’altra: «anche io». Ci conosciamo da sempre, io e te. I miei atomi si sono uniti ai tuoi un’infinità di volte in miliardi di anni. Eravamo procarioti autotrofi che senza corpo danzavano nelle profondità di un oceano nero, nerissimo. Abbiamo visto le nostre cellule moltiplicarsi, abbiamo cominciato a respirare. Siamo diventati artropodi, vertebrati, abbiamo conquistato la terraferma attraverso una sconfinata serie di radiazioni adattative. Siamo stati plesiosauri e foglie d’erba, vento forsennato e bollenti raggi di sole; abbiamo attraversato ere geologiche e ci siamo estinti e siamo risorti continuamente. Siamo diventanti i padroni del pianeta come mammiferi. Siamo diventati fiori, piante, forme sempre più complesse di organizzazione biologica, abbiamo cominciato a volare, siamo stati in cima agli alberi più alti, scalato le montagne, ascoltato il frastuono dei vulcani che eruttavano. Siamo stati animali frugivoro-insettivori, abbiamo visto mutare il nostro corpo, abbiamo preso ogni cosa, siamo diventati ogni cosa, siamo diventati tupaie, dermotteri, euarconti, primati. Abbiamo modificato l’ambiente e lo abbiamo reso vivo e vissuto, perché noi siamo vita. Abbiamo cominciato a cercare e a cercarci, a diventare e a diventarci. Abbiamo guardato sotto i sassi e non abbiamo trovato niente: è il progresso. Ci siamo guardati per la prima volta in un riflesso su uno specchio d’acqua. Ci siamo riconosciuti, ci siamo innamorati, siamo morti. Dove andremo dopo? Guarda che bel dipinto. Ci siamo alzati in piedi, abbiamo organizzato i suoni in linguaggio, la nostra massa cerebrale ha aumentato sempre più il proprio volume, abbiamo divorato carcasse putrescenti, abbiamo ucciso e sterminato, alla luce di un fuoco abbiamo alzato la testa e osservato il cielo. Abbiamo dato un nome a tutte le cose, abbiamo inventato dio. Abbiamo viaggiato in ogni direzione, siamo il legno e la pietra scheggiata, il ferro, il cadmio, la plastica, l’elettricità. Abbiamo varcato confini, siamo stati sulla luna a ubriacarci al chiaro di Terra. Siamo noi la singolarità. E abbiamo paura del buio e della luce, siamo divinità in cerca di cieli da abitare. Ascolta come mi batte forte il tuo cuore. Siamo giunti ovunque e coviamo dentro il timore di non esistere. Abbiamo fede, abbiamo graffi sulla faccia, sogni a forma di incubo. Siamo lo spazio e siamo il tempo, siamo questa pioggia che continua a cadere e siamo il gatto e siamo il tetto. Il mistero che ci abita si espande più velocemente del mistero che abitiamo. Le organizzazioni sociali, le forme dell’equilibrio, la scrittura, le guerre, lo stato di diritto, la moneta, le panchine su cui sedersi e aspettare l’alba, i divani, le villette a schiera, il motore, i campi sterminati di lavanda, la musica che invade l’aria, l’inestinguibile e selvaggio battito di tamburi nella giungla, i libri, il sistema feudale, le scatole di pastelli da quarantotto, il fuoco, i fonemi, gli schiaffi, il processo di ominazione, le arti, gli shuttle, i quadrati costruiti sulle ipotenuse, le invenzioni, gli album di fotografie, la ruota, i social network, le caverne, le carezze, gli occhiali, le teorie per spiegare il mondo, le confessioni tra le lacrime, i disegni dell’infanzia, i bruchi che si innamorano, l’acqua, le cosmogonie, il concetto di infinito e quello di nulla, le parole, i glifi, i demoni, le mode, le divisioni, i baci, le mani che impugnano coltelli, i dubbi e le certezze, le convinzioni profonde e le incertezze ataviche, il fatto che siamo qui, il caso e la necessità, le rovine, il futuro, le scelte – mentre una vecchia sequoia racconta agli uccelli che si fermano sui suoi rami del suo antico amore perduto. E io e te e tutte le vite per tutta la vita. E allora ti lascio andare. E allora mi lasci andare. Perché ti amo. Perché mi ami. Ci abbracciamo fortissimo prima di dirci addio. E torniamo alle nostre vite che chissà, forse, un giorno, un secolo, una pioggia, un amore così. E a differenza di ogni cosa, noi non finiremo mai.




16.1.24

Recensione: "Foglie al vento" - Passeggiate, il cinema della poesia - 24 - di Roberto Flauto

 

Credo che Fallen Leaves (Foglie al vento) sia un film molto nelle mie corde.
Il fatto è che mi sono ritrovato in mail (mandata 13 giorni fa, vista solo adesso!!) la recensione del mio amico Roberto, di cui, tra l'altro, sono secoli non metto nulla (per la sua bellissima rubrica "Passeggiate", trovate tutte le altre recensioni nell'etichetta omonima).
E allora mi son detto che un film così dolce e poetico (presumo, si nota facilmente) nessuno l'avrebbe potuto raccontare meglio di lui.
Quindi sticazzi se lo vedrò e non "potrò" scriverne (che poi, alla fine, posso uguale), per adesso beccatevi la recensione del grande Roberto
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L'incontro di due solitudini, la ricerca continua di un riflesso in cui finalmente riconoscersi, un film delizioso, delicato, col cuore di tenebra, che ci ricorda che la vita a volte è sopportabile.




Il mio arrivo nella città di N.
È avvenuto puntualmente.
 
Il riverbero tipico da castello abbandonato ha preso il controllo dei nostri cuori, affetti da desideri, malinconia e blu. Ogni stagione è una sfumatura diversa dell’autunno. La speranza è stanca, la ripetizione è cornice temporale e io non sono qui. C’è l’efferata dolcezza del sogno – che ancora culla. E c’è la dolce efferatezza del mondo – che àncora tutto. Tra questi due terminali, si tessono le trame di esistenze come le nostre (così uniche, così anonime, così ultime, così cosmiche). Mentre il castello si riempie di fantasmi, non facciamo che corteggiare l’istante, nel perpetuo tentativo di tenere a bada l’abisso, di accarezzare il mostro, di respirare gli amori esplosivi che abbiamo racchiuso in lettere mai scritte per destinatari anonimi. 
 
Eri stato avvertito
con una lettera non spedita.
 
Ho niente di niente e me lo tengo largo, perché mi va stretto e forse me lo merito. Il fantasma del castello sono io (siamo noi, ma ancora non lo so). E sono il castello, e sono in rovina. Intorno mi cade la neve (e io sono la neve). La ripetizione, l’ho già detto, la ripetizione. E tanta delicatezza, la stessa discrezione di un sogno che muore senza disturbare. Le deliziose trame mortali di cuori bambini affamati di storie – sempre sull’orlo dell’avventura, sempre impauriti, sempre impavidi (e allora aspetto giorni interi all’uscita di un cinema). Perché anche io ho niente di niente e ve lo tengo lontano, perché amo il mondo e tutto ciò che contiene, malgrado i graffi che mi ha lasciato sul cuore (sepolto nella neve che sono, che sei, che sì amo ancora noi ma non lo so).
 
Hai fatto in tempo a non venire
all'ora prevista.
 
Accade che una musica. (È sempre colpa della musica). Accade che il mio amico, accade che la tua amica. Insomma, non accade niente che non sia veramente tutto. E non si può più tornare indietro: è già tardi (?), è troppo presto per sposarci al chiaro di quell'altrove che è vita (?), quanti giorni: quanto niente: quanti sbagli. E tutto quello che vorrei è. Tutto quello che vorresti è. Ancora musica – inaspettata, desiderata, complice di tutti assassinii di cuori come i nostri (come i mostri).
 
Il treno è arrivato sul terzo binario.
È scesa molta gente.
 
Tenera è la notte di chi ha incrociato gli occhi dell’amore – e allora tenebra è la notte, perché l’amore ha i tuoi occhi di cervo, di bambina, di candela flebile immersa nel vento (come le foglie che siamo) che resiste a tutto (temporali, guerre, anni, mesi, giorni, ore, minuti, istanti). Perché poi in quegli occhi io ci sono morto, il mio cadavere galleggia in oceani sconfinati, così come il tuo, che nella tempesta dei miei occhi ha trovato quella morte che solo la tenerezza della notte è capace di sbocciare (dolce efferatezza, efferata dolcezza: I said before, don't be distracted). È accaduto in quella notte, in quella musica, in quella disperazione così soffice da essere al tempo stesso il tempo stesso, eppure qualcosa: il silenzio della tua voce che canta la tua voglia, la mia stessa voglia, di essere riconosciuto. Nel traffico della vita, qualcuno mi ha preso per mano.
 
L'assenza della mia persona
si avviava verso l'uscita tra la folla.
 
Intrusioni di mondo (la realtà che infuria, si infiltra dalle onde radio, frequenze di brutale realtà). Ma la guerra noi l’abbiamo già vinta – allora perché mi sento prigioniero? Erigo muri di alcol, fiumi di insistente difesa, tuttavia incapaci di resistere alla straripante, indomita, irrefrenabile tenerezza della notte dei tuoi occhi (di tenebra, di neve, di cane che sta per essere ucciso ma viene salvato da una carezza che fa fiorire i giorni). E quindi siamo io e te, il mondo non ci appartiene, eppure lo conteniamo, siamo il cosmo, siamo lo spaziotempo, siamo musica, passeggiate, cinema, cena a lume di candela. E ancora non ci siamo presentati, non conosco il tuo nome, tu non conosci il mio. Ci rivedremo ancora? Davvero vuoi conoscermi, sapere chi sono? Su questo foglio di carta ho scritto il mio numero. Chiamami, scrivimi, cercami, salvami. Lo farò, amore mio. Ma è un attimo. Prima che possa leggerlo, quel foglio di carta se lo porta via il vento.
 
Alcune donne mi hanno sostituito
frettolosamente
in quella fretta.
 
La vita, come possibile. Il lavoro precario, gli alimenti scaduti, il reparto dei surgelati, il cantiere, una stanza che casa intera, l’alcolismo, la depressione, un libro di storie per bambini, un film sugli zombi che è una metafora sbagliata ma a noi non importa, il karaoke, la musica, l’ironia, il tempo sospeso, ritrovarti svenuto di notte su una panchina, assicurarmi che il gelo non ti graffi il cuore, il mio amico cantante, la tua amica che parla sempre mentre tu non parli mai, ma quante cose dicono i tuoi silenzi carichi di galassie, perdere il lavoro, l’instabilità di foglie al vento, lavare bicchieri vecchi di giorni, perdere il lavoro ancora una volta, innalzare muri di protezione contro di te che mi chiedi di essere vero, e io non ti perdono di amarmi così immensamente, perché ho paura, perché hai paura, perché malgrado la povertà, l’incertezza, la precarietà assoluta, nonostante tutto posso ingiallire di colpo, benché non ci siano che neve e vento e musica e fantasmi: lui e lei credono di non meritare la felicità, eppure si guardano negli occhi. Soli, come solo certe stelle.
 
A una è corso incontro
qualcuno che non conoscevo,
ma lei lo ha riconosciuto
immediatamente.
 
No, non mi ha detto come si chiama. E ho perso il foglio di carta su cui aveva scritto il suo numero. È la donna della mia vita. Lo so, lo so, lo so. No, non mi ha più richiamato. E non so neanche il suo nome. È l’uomo della mia vita. Ma io non gli piaccio, altrimenti mi avrebbe chiamato. Che cosa mi ero messa in testa? Lo so, lo so, lo so. Il tempo passa – nevoso e beffardo, come sempre – e pesa di ogni singolo istante (efferata dolcezza) poiché la cosa peggiore che possa capitare a un condannato a morte è la speranza di farcela (dolce efferatezza).
 
Si sono scambiati
un bacio non nostro,
intanto si è perduta
una valigia non mia.
 
Aspettare, aspettarti, senza aspettarsi niente. Perché, sai, quel giorno, o meglio, quella sera, era notte, quel vento, il biglietto, il numero, scusami, non so parlare, vuoi sposarmi? (delicatezza, ironia, pensosa leggerezza, l’abisso a portata di mano, quotidianità stordente, l’irriverenza dell’amore che se ne fotte di vestirsi di ridicolo, lo straripare della vita che – chissà dopo quanto, forse per la prima vera volta – nasce).
 
La stazione della città di N.
Ha superato bene la prova
di esistenza oggettiva.
 
Si tratta di un modo per dare un nome alla solitudine. Un senso al divenire, una direzione al caos, una forma all’impalpabile sostanza dei sogni lasciati ad asciugare al sole. E allora neve, e allora autunno, e allora musica. Il castello, la stazione, la città di N. e il mio arrivo puntuale a un’ora imprecisata e chiedo scusa se sono caduto preda di una poesia che non so gestire. Si tratta della dialettica tra pieno e vuoto, tra la tentazione di fermarsi e la necessità di proseguire, tra l’esplosione della nascita e l’implosione della morte, tra l’ascia che rompe i mari ghiacciati dei nostri cuori e lascia che tombe siano i mari ghiacciati dei nostri cuori. Si tratta di me che non so stare al mondo e si tratta di te che non sai stare al mondo, perché non abbiamo capito che si nasce senza esperienza, si muore senza assuefazione. Si tratta di noi, solo di questo, di nient’altro. E quindi ogni cosa. E quindi tu sei casa.
 
L'insieme restava al suo posto.
I particolari si muovevano
sui binari designati.
 
La radio non fa che ricordarci che siamo fortunati a essere qui, in quella parte di mondo in cui anche la disperazione ha il diritto di esistere, in cui anche chi si è arreso può non arrendersi fino a rendersi conto che – in fondo, dopotutto, malgrado e grazie a ogni bacio – la vita a volte è sopportabile.
 
È avvenuto perfino
l'incontro fissato.
 
Come foglie al vento, ci lasciamo trasportare in ogni direzione senza chiedere spiegazioni. Vorrei che tu fossi qui, amore, insieme a me, acconto a me. Chiamami, scrivimi, cercami, salvami. Anche io vorrei che tu fossi qui, con me, a casa mia, che potrebbe essere nostra, che potrebbe essere castello, fantasma, neve, notte tenera, notte tenebrosa, musica da danzare senza fine, senza inizio, sempre nel mentre, sempre di nuovo perché ora che sono nato non voglio smettere. Come foglie al vento: voci indistinte di un canto ben riconoscibile: voci nitide di un canto indistinguibile dal vento (che trasporta foglie che chiudono gli occhi fortissimo).
 
Fuori dalla portata
della nostra presenza.
 
Poi capisco che posso fare a meno di un milione di cose, forse di tutte le cose, ma non di te. E io capisco che posso abbandonare un milione di cose, forse tutte, ma non te. E allora ti chiamo. E allora io rispondo. E allora posso venire da te? E allora vieni immediatamente. Ma stavolta non è il vento a frenarmi, è un autobus che mi travolge e mi manda in coma. Io non lo so, ti aspetto ancora. Fuori è notte e buio e piove e piovo anche io.
 
Nel paradiso perduto
della probabilità.
 
Noi non siamo soltanto due solitudini che si aggrappano all’idea di un amore idealizzato. Sì, è vero, siamo come foglie al vento, ma non perché non sappiamo prendere una direzione, auto-condannati alla non scelta. Siamo foglie al vento perché sfuggiamo a ogni schema, non inseguiamo alcun feticcio, il nostro non è l’amore romantico, l’ideale amoroso codificato dalla letteratura, dal cinema, dall’arte, il nostro è l’amore deschematizzante, quello che sovverte i dettami del codice genetico, che curva lo spaziotempo, che fa tenera la notte, che fa piovere le cose e allora forse abbiamo scritto un libro del tutto inedito, che non troverà mai le stampe, per un pubblico inconsapevole, illetterato. Abbiamo girato un film invisibile, abbiamo composto una musica di frequenze inudibili, abbiamo dipinto la luminosa oscurità dei fantasmi che siamo. Io non lo so, io non lo so che cosa è accaduto. Voglio dire, ero andato col mio amico a ubriacarmi al karaoke. Capisci, cosa intendo? Io avevo solo detto di sì alla mia amica, perché dopo una giornata al supermercato avevo bisogno di un po’ di musica e di silenzio. E quindi – inaspettati, letali, bellissimi – i tuoi occhi. Perché io ti sono vicino, anche ora che sei in coma. E allora ti amo e allora mi sveglio e allora non lo so. Non ho più niente, neanche i miei vestiti. Ho smesso di bere, perché voglio ubriacarmi soltanto di te (e di musica e di neve e di possibilità inaudite). Mi prendi per mano. Ti prendo per mano. Anche se zoppico. Hai preso un cane. Abbiamo un cane. Cominciamo a camminare insieme. L’apertura alare del tramonto abbraccia il nostro cammino e io – e anche io – sento il calore di casa che mi scalda il cuore.
 
Altrove.
Altrove.
Come risuonano queste piccole parole.
 
 

 

16.2.23

Recensione: "Everything everywhere all at once" - Passeggiate, il cinema della poesia - 23 - di Roberto Flauto

 

In tanti (ovviamente sempre tanti per un mondo minuscolo come il mio - 8 ? -) mi avete chiesto "L'hai visto Everything bla bla bla? Hai recensito Everything bla bla bla?
Ho una bella notizia per voi.
Ancora non l'ho visto.
Ma l'ha visto e ne parla nel blog l'amico Roberto, quindi per voi è solo meglio.
Peccato non poter leggere la sua recensione, recensione che già solo impaginandola (ah, a proposito, dopo la "bibliografia" continua ancora eh!) mi rendo conto che sarà bellissima e geniale come sempre, un vero - e lungo - viaggio.
Ecco, voi fatelo invece, leggetela.
E a sto punto io so sollevato, me dò 3 anni per vedello.


"Una storia mortale di granelli venati d’autunno
persi tra le distorsioni spaziotemporali
dell’effimero viaggio infinito
verso l’immenso primordiale dell’amore eterno."


Parte 1:
IO EVERYTHING

Chiusi gli occhi, li riaprii. Allora vidi l’Aleph.


Noi percepiamo nella poesia la vera natura della materia. E ne perce­piamo anche l’inafferrabilità, l’oscurità, il vago e l’indefinito – che sono, o forse sembrano, almeno per ora, un suo tratto ineliminabile. Sto dicendo che alla base di ogni conoscenza umana vi è un atto di fede. Sto dicendo che il visibile è permeato di invisibile. Sto dicendo che i fantasmi sono ovunque, colmano l’universo. Sto dicendo che ogni cosa è possibilità, perché tutto si compie nel momento in cui Orfeo si volta: e non guarda più la luce e non guarda ancora Euridice. Infatti la struttura della materia – che si replica nella struttura della poesia – mantiene un tasso di incertezza inquietante. Non c’è niente di definito e definitivo, tutto appartiene al rango del possibile. I fantasmi danzano senza sosta. La materia della poesia che è poesia della materia umana: perché siamo galassie inconsapevoli. L’universo che ci abita si espande più velocemente, caoticamente, tremendamente, violentemente, meravigliosamente, paurosamente dell’universo che abitiamo. Non guardiamo più la luce, non guardiamo ancora Euridice. Tutto può accadere. Sta già accadendo. È già accaduto. Sta per accadere. L’incertezza (della bellezza). La bellezza (dell’incertezza). La poesia, come dice Wislawa Szymborska, nasce da un incessante non so. È così. Il caso e la necessità. Il nome di ogni cosa. Le lavanderie a gettoni. Le dichiarazioni dei redditi. I salti quantici. Tanto che un fisico premio Nobel come Gerardus ’t Hoof ammette «Come stanno le cose io non lo so». Se queste sono le conclusioni relative alle forze che agiscono la materia, che cosa dire della poesia? Che quella incertezza è la sua ricchezza e la sua forza, quella oscurità è il suo cuore pulsante. Noi vi siamo dentro. Siamo il cuore di tenebra. Una pietra del mesozoico. Un sasso con gli occhi disegnati, su un pianeta sconosciuto. Un’impronta nella neve. La poesia è la forma della materia che rappresenta sé stessa. Questo è il fare del fare, ovvero poiéin. Questo è l’essere dell’essere, ovvero che fine fa il mondo quando chiudo gli occhi?
Io sono tutto e tutto sono io.
E allora non ci resta che raccontarci storie.

C’era una volta. Devo compilare questi moduli. E c’era pure un’altra volta. La dichiarazione dei redditi. Tanto tempo fa. Odio la burocrazia, non ci capisco niente, sono un analfabeta dei documenti, dei modelli prestampati, delle caselle da spuntare. Tantissimo tempo fa, all’epoca delle costellazioni da pozzanghera. Nome in stampatello? Sono già in difficoltà. Vogliono sapere da me come vanno le cose. Tutti mi guardano. C’erano i dinosauri quando io ero piccolo? ROBER… aspetta, com’era? C’erano milioni di dinosauri, lo so perché ero uno di loro. Sono morto diciassette volte. Si sono accorti che ho lo sguardo perso nel vuoto. Mi conviene dire qualcosa. “Questa è la mia nuova penna”.
Chiudo gli occhi per un istante. Li riapro.
Sono in un’altra dimensione. So che cosa devo fare.

Mi sveglio accanto a lei ma lei è già andata via. È tardi (ma come può essere tardi per chi non ha niente da fare?). Fuori piove solo per me. Una colazione caotica. Una lavanderia a gettoni. Un amore che forse sono io che mi sono addormentato altrove e lei è sempre stata a casa.

Sì, lo so, l’universo dipende da me. Io sono tutto. Però il fatto è che ho da fare. Devo salvare il mio procione, ma ho paura che sia finita, non riesco a correre. Ho mal di testa, male di galassia.

Ho sette anni. Sfoglio un vecchio atlante. Mangio un pomodoro. Conosco tutte le capitali degli stati, i nomi dei fiumi, l’altezza delle montagne. Disegno, salto, corro, leggo, piango senza motivo, anzi no: il motivo è che mi manca mamma. Lei corre da me e io la abbraccio forte.

Certo che sto ascoltando. Guardi mi serve più tempo, devo parlarne con il mio commercialista. Sa, io non ci capisco molto, sono un semplice operaio. Non ho mai studiato, non mi è mai piaciuto. Però a volte penso a come sarebbe stata la mia vita se avessi letto, letto davvero intendo. Come sarebbe stata la mia vita, come avrebbe girato il mondo, come sarebbe stato l’universo, se io avessi saputo quanti amanti ebbe Caterina II di Russia? E se avessi letto il carteggio tra Hugo von Hofmannsthal e Edgar Karg? E se avessi ascoltato in loop, tipo sette ore al giorno, per ventiquattro settimane, The Maid We Messed di Matt Elliot? E se avessi galleggiato sul Mar Morto, se avessi presentato una ricerca sulla letteratura come strumento di valorizzazione sociale del territorio a un congresso internazionale di sociologia urbana, se fossi stato capace di progettare algoritmi e usare i linguaggi di programmazione più raffinati, se avessi letto Emily Dickinson appena sveglio ogni giorno della mia vita, se avessi capito davvero che “si nasce senza esperienza, si muore senza assuefazione”, se fossi stato chiunque altro, se avessi visto l’Aleph, se avessi amato vedere film e scriverne recensione che in realtà sono racconti e flussi di coscienza, se fossi stato Qfwfq, se avessi saputo guardare veramente Bonjour Monsieur Courbet, se non sentissi nevicare le cose continuamente dentro di me. Come? Ah, sì, certo che la sto ascoltando. La prego, mi dia qualche giorno ancora. Grazie davvero, lei è molto gentile.

Continuo a viaggiare senza tempo, perché io sono il tempo (io sono tutto). Mangio i pettirossi, le bacche e i fiori del male. Chiudo gli occhi per un istante. Reclino la testa. Sono di nuovo altrove e qui e ora e ti vedo mentre mi dici che è finita e io so che è colpa mia ma non riesco a dire niente perché sono in un altroquando ma ti prego almeno aspettami ancora per un istante il tempo che io salvi l’universo anche se non ho più niente solo parole e zero punteggiatura e comincioaperdereanchelospaziotraleparolealloranonmirestache.

Closure. Sangue tra i margini.

Elzenveiverplatz, a tutti voi, ve lo auguro di cuore.

Sono una star. Stasera mi esibirò di fronte a centomila persone. La mia immagine è ovunque. Tutti mi adorano. Mi desiderano, mi invidiano. Mi odiano. Le luci, i fiori, la musica, i colori. Tutti applaudono. Mi guardo intorno. Lei non c’è. Chissà come sarebbe andata se quella volta, da ragazzi, avessimo osato amarci. Lo spettacolo è finito, cala il sipario. Sono stato splendido. Esco nel vicolo, ho bisogno di aria. Nel vicolo trovo lei. Parliamo, stiamo in silenzio. Forse, accenno, ormai è troppo tardi. Forse, confessa, non è ancora infinita.

Sto correndo più che posso, ma non riesco a raggiungere il mio procione. Sono stremato. Le tue mani tra i miei capelli. Guidami l’esistenza. Sogna con me. Brucia con me. Cado, aiuto, ho paura, il cuore mi batte forte dum dum dum dum dum dum dum dum and now we killed a raccoon, we are using your body like it’s a machine gun, now we are shooting some fish, our friendship is blossoming, let’s eat the stuff we killed, now we started a fire, I have to admit I’m enjoying your company, are we falling in loooooove?

Sto nascendo in questo momento. Vedo il volto di mia madre segnato dal dolore. Sono vecchio e ascolto una musica carica di mostri in un insensato pomeriggio di autunno.

Maionese. Suono il pianoforte con i piedi. Avete presente quella breve sensazione di spaesamento che si prova quando vedi una persona che conosci appena, ma fuori dal suo contesto abituale? Tipo quando vedi il tuo benzinaio alla posta. Ecco, in quegli istanti fioriscono universi sconfinati. Infatti io sono un acrobata circense con doti da contorsionista e in questo momento sono sospeso per aria.

[“Nel mio mondo sono tutti dei pony e mangiano arcobaleni e pupù di farfalla”.]

No, aspetta, ti prego. Non andare via. Forse… Non so… Mi dispiace, mi dispiace. Ho fatto un casino…

Mi sveglio accanto a lei e tutto è blu.

Di mondo in mondo, mondo le mie colpe.

Chiudo gli occhi. Qualcosa di inatteso, inusuale, improvviso, un gesto catastrofico, una frazione di secondo per lasciarmi possedere dall’io che non sono. Attraverso specchi e lascio impronte sull’acqua.

Io sono tutto e tutto sono io, così mi ha detto la persona che amo, ma io non sono niente e non so fare altro che passeggiare.

Devo preparare la festa per questa sera. Canteremo, balleremo, suoneremo, gioiremo, finiremo.

La lavatrice si è mangiata i soldi. Allora questi moduli, signor Flauto? L’inganno del tempo. Sì, li sto compilando, sto raccogliendo tutto il necessario, saranno pronti tra qualche giorno. L’oblò da cui filtra la luce del mondo. Lei è davvero molto gentile. Preparare la colazione, un altro passo di danza. No, non so come dirlo. È impossibile. È impossibile perché hai paura. È tutto finito. È tutto finito? È tutto infinito. È tutto indefinito. Niente luce, niente Euridice. La possibilità. Guardi, funzionava fino a stamattina, ora controllo. I dinosauri. Ma da chi devo salvare l’universo? Ma io non sono capace di niente. Scivolo nel fango gelido, sono il capitano della galassia, riparo lavatrici e cuori infranti, è tutta colpa mia, ho creato la poesia che ha creato il mondo, sono solo solo solissimo, mamma abbracciami, un diplodoco, maionese e ketchup e senape e un vecchio film in bianco e nero in televisione, le cose da accettare o peggio ancora da comprendere o molto peggio ancora da amare: amore a forma di moglie, figlia, famiglia e frammenti di incontenibile blu.

27.9.22

Recensione: "Fallen Angels" - Passeggiate, il cinema della poesia - 22 - di Roberto Flauto

 

Ed eccoci dopo ben 5 mesi (!! ma è solo colpa mia) al nuovo appuntamento con il mio amico Roberto e la rubrica esterna più longeva del blog, Passeggiate.
Roberto, col suo solito stile (inimitabile) ci racconta uno dei capolavori di quel grandissimo regista che è Wong Kar-wai.
Il film è Fallen Angels (io purtroppo non l'ho visto).
Vi lascio prima alla sua presentazione e poi alla recensione vera e propria.
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Una storia di angeli caduti dall’altezza delle stelle, e precipitati nel cuore degli uomini.
Un film sulla solitudine affollata di anime perdute nel mondo del proprio cuore.
Sulla fragilità dell’essere vivi, sulla precarietà esistenziale.
Due storie si alternano, si sfiorano, danzano all’infinito.
È la nostra storia, umani che non siamo altro.
Angeli caduti, immersi nella ricerca dell’antidoto all’entropia dei sentimenti.




Ma chi, se gridassi, mi udrebbe, delle schiere
degli Angeli? e se anche un Angelo a un tratto
mi stringesse al suo cuore: la sua essenza più forte
mi farebbe morire. Perché il bello non è
che il tremendo al suo inizio, noi lo possiamo reggere ancora,
lo ammiriamo anche tanto, perch’esso calmo, sdegna
distruggerci. Degli Angeli ciascuno è tremendo.
(Rainer Maria Rilke)


Dietro un vetro bagnato dalla pioggia, osservo il mondo.  Il tempo fluisce secondo criteri che non mi appartengono. Mi ubriaco di sogni andati a male, derive iperboliche di abbracci immaginati. Di mesi e cosmesi. Di mari in piena notte e frammenti che danzano. La pioggia è lo sguardo che indossano i miei occhi. Non sono un angelo. Sono soltanto tremendo. Attraverso il vetro ed entro nella pioggia.

Fallen Angels. Un piccolo, infinito, fugace, eterno racconto della precarietà umana. Della fragilità che ci portiamo dentro, e addosso, e adesso. Una storia di cuori che battono disperati perché vogliono battere per davvero. Palpiti possibili solo quando c’è un altro cuore che canta insieme al tuo. E non importa se tu sei un assassino su commissione che non ha voglia di organizzare i dettagli dei suoi omicidi, una donna che cerca disperatamente un ex fidanzato che forse non è mai esistito, un ragazzo che non parla e che ogni notte si inventa una vita diversa, una ragazza con il neo sul viso che non vuole essere dimenticata. Non importa. Il buio è già qui. Gli angeli sono caduti.

Tra malinconia elegiaca e ricerca metafisica, Fallen Angels pone al centro della sua narrazione la ricerca dell’antidoto alla solitudine. Lo fa attraverso un racconto bilaterale, due storie parallele, che però si toccano, in qualche modo, in qualche punto, anche se non è importante. Perché ciò che importa è sapere cosa c’è nella spazzatura. Quali indizi riusciamo a trovare affinché possiamo costruire la strada che conduce al cuore del nostro angelo.

Angeli caduti, perduti, sfiniti, infranti. Non ci sono custodi. Dio ha lasciato il cancello aperto, sono tutti andati via. Perché ogni angelo è tremendo e porta con sé una tempesta che travolge ogni cosa. La stessa tempesta che ho nel cuore, che da un po’ di tempo a questa parte urla più forte.
Dov’è il mio angelo?
Dove sei?
Dove siamo?
Dove sì, amo?
Apro gli occhi e tutto è blu.

C’è il ragazzo muto che di notte occupa esistenze altrui. C’è suo padre, che si porta dentro una solitudine da cui non si può guarire. La morte della persona amata lacera ogni cosa. Le sue sono le sequenze più toccanti. Anche lui morirà. Il montaggio è perfetto, restituisce appieno i movimenti dell’abisso che urla dal profondo del cuore. Il ragazzo senza parole ha però ogni alfabeto, perché malgrado il peso schiacciante della solitudine, si trova nella più inattesa delle tempeste. La tempesta è una ragazza che parla al telefono e poi piange sulla sua spalla.

C’è il ragazzo che fa il killer su commissione, e la sua misteriosa socia, una ragazza tanto bella quanto sfuggente e tormentata. Si cercano senza trovarsi, si trovano senza riconoscersi, si riconoscono senza vedersi. Cuori su cui grava il peso insostenibile dell’essere sé stessi. Perché ognuno dei personaggi non è altro che la somma delle proprie fragilità. Le donne di Fallen Angels sono di una malinconia struggente. Tentano con disperata leggerezza di restare a galla, e non affondare nell’oceano affamato dell’esistenza. Che mangia tutto, che ingloba tutto, che vomita tutto. Allora lei cambia il colore di capelli, così non sarà dimenticata. Allora lei frugherà tra i rifiuti, in cerca di un indizio. Si toccherà da sola, di notte, a letto, dolcissima e disperata, andrà al bar e danzerà per dimenticare il vuoto.

C’è il dolore di queste ragazze, e di questi ragazzi, piccoli granelli sperduti nell’universo interstellare della propria solitudine affollata di occhi che scrutano nell’oscurità.



Degli angeli ciascuno è tremendo.



Primi piani che stordiscono. Movimenti di macchina che ondeggiano e danzano, sulle note di un cuore che vibra nelle profondità di un sorriso accennato, che sboccia all’improvviso e cambia la storia dell’universo.

La luce in Fallen Angels è parte integrante della narrazione, protagonista vera e propria. Contorna i dialoghi, colora il buio, estingue la cecità. Sprazzi di luce in cornici di buio, e viceversa. Macchie di colore sulla tela del reale. Al bar la fotografia è da noir, da romanzo hard boiled. Di notte assume sfumature da commedia e dramma esistenziale, che non sono altro che le due declinazioni della vita. Solo che non sappiamo distinguerle. Questa è la nostra condanna. Questa è la nostra salvezza. Ma ora c’è così buio, qui. Angelo mio, ti prego, fai brillare la notte.

Il fatto è che, come diceva Luciano De Crescenzo, siamo angeli con un’ala soltanto: possiamo volare solo stando abbracciati. La solitudine metafisica di Fallen Angels è tutta qui. Siamo soli, ma non siamo stelle. Voglio volare, ma giro in tondo. Abbracciami, angelo mio, volami via.

Ci sono la disperazione e l’abbandono, la tentazione di arrendersi e la necessità di proseguire, la speranza e l’illusione. Ci sono cuori che si cercano e mani che frugano tra i rifiuti. Ci sono uomini che portano avanti monologhi esistenziali che non hanno la forza di diventare dialogo. Ci sono donne che ingoiano pezzi di mondo sempre più taglienti. Ci sono questi ragazzi e queste ragazze che hanno l’anima in fiamme. Ci sono angeli che passano inosservati, come è necessario che sia, come è terribile che sia. La tempesta infuria come non ha mai fatto prima.



Ogni angelo è tremendo.
Ogni sogno è medicina.
Ogni bacio è temporale.
Ogni notte è nostra.



The road wasn’t that long,
And I knew i’d be getting off soon.
But at that moment
I felt such warmth.



Lei lo abbraccia da dietro.
Lui guida la moto.
Il viaggio sarà breve.
Il viaggio sarà eterno.
Non possono saperlo.
Forse questa è la felicità.






Non avere paura,
amore mio,
la tristezza
non è ancora
infinita...