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27.9.23

Recensione: "Medusa Deluxe" - Su Mubi

 

Su Mubi.
Un film strano, indecifrabile, dall'atmosfera unica, come piacciono a me.
E un'altra di quelle perle da aggiungere a quella ristrettissima cerchia (un giorno mi deciderò a farne una lista) di film in unici (o comunque pochissimi) piani sequenza.

Siamo in uno stabile dove sarebbe dovuta avvenire una gara di Hair Stylist.
Ma qualcuno è stato ammazzato.
Nel frattempo che la polizia (che non vedremo mai) sta facendo le sue indagini, modelle, stilisti, addetti alla sicurezza e altre persone parlano di quello che è successo o, semplicemente, se ne fregano, pensando solo ad una gara che ormai, è ovvio, non si farà più.
Un giallo? Un thriller? Un film a suo modo anche "divertente"? 
Un pò di tutto questo, con un finale "diverso" e inaspettato, per me super.
Film tecnicamente mostruoso, e non solo per il piano sequenza, ma anche per le luci, la colonna sonora e tanto altro.
Eppure a Medusa Deluxe, opera basata principalmente sulle ossessioni, sembra mancare qualcosa per farcelo apparire straordinario.
Ma questo è quello che accade sempre con questi film strani, che ti confondono, che non riesci a decifrare.
E' il loro destino quello di farti restare al tempo stesso affascinato e confuso.



Medusa Deluxe è un film tecnicamente superbo e non solo Siamo dentro un camerino.
Due parrucchiere, una modella.
L'inquadratura volteggia tra di loro senza mai uno stacco e io che penso quanto sia bello questo piano sequenza non sapendo nulla del film, non sapendo che, in qualche modo, questo sarà tutto Medusa Deluxe, un film in unico piano sequenza.
E, se possibile, il piano sequenza lo avremo anche nei dialoghi, nelle parole, un fiume vorticoso e inarrestabile, tanto che il primo silenzio arriverà dopo addirittura un quarto d'ora.
Si candida ad essere una delle cose più strane, originali e peculiari dell'anno questo film, opera prima straordinariamente evoluta per tecnica e consapevolezza, un qualcosa che sembra scritto e girato da qualcuno che sa maledettamente quello che fa.
Impossibile catalogarlo, alterna momenti divertenti (mai comici però) ad altri da "reality" (c'è un grande senso di realtà dentro), ha delle leggere tinte di giallo e thriller per finire, giusto un pochino, in una leggerissima dimensione esistenziale, anche, alla fine, questo resta uno di quei film "belli e senz'anima", non nel senso brutto del termine, ma in quello di esser di livello davvero notevole riuscendo però parlare quasi di niente, a non avere profondità, a sfiorare i suoi personaggi senza penetrarli mai, come - ed è qui che il piano sequenza diventa perfetto - un vento che passa loro intorno e si sposta continuamente.
Forse questo suo non fermarsi mai (tra inquadrature continue, dialoghi senza sosta e decine di volti e spazi) alla fine dà l'effetto non solo di coinvolgerci ma, all'opposto, anche quello di non farci mai pensare un attimo, non darci respiro, non permetterci mai di riflettere, analizzare bene il film e le situazioni.
Ecco, a volte potrebbe essere quasi noioso tutto questo perchè si fatica e non si respira mai per una vicenda che sì ci interessa e stimola (capire chi è l'assassino ad esempio) ma non ci coinvolge mai in prima persona, come se noi quel vortice lo vedessimo da fuori, in tutta sicurezza, senza sentirci mai dentro l'occhio del ciclone.


Per prima cosa, anche se l'ho accennato, bisogna dire che questo è un film tecnicamente mostruoso.
E non parlo solo del piano sequenza, tra l'altro difficilissimo visto la miriade di spazi coinvolti, di alcune sequenze difficilissime (pensate all'azzuffata in camerino) e la costante presenza di specchi o pareti riflettenti (magari i riflessi sono stati tolti in post produzione ma la scena al bagno in cui l'operatore per passare da uno specchio all'altro abbassa la macchina da presa ci fa pensare che sia tutto dannatamente umano).
Insomma, chi ama questa tipologia di ripresa (come me) e - sempre come me - oltre a vedere il film si diverte a immaginare i funambolismi dell'operatore, troverà Medusa Deluxe stupendo, una delle meglio cose viste in quest'ambito.
Ok, il tipo di ripresa, vero, ma non solo.
La fotografia è straordinaria, con un uso delle luci perfetto (ne troverete a decine diverse).
C'è proprio la sensazione che, un pò come la materia del film (una gara di acconciature), anche la stessa confezione voglia puntare su un senso estetico massimo, sul "bello".
Scene come la ragazza che cammina con la barca fosforescente in testa restano impresse.
O i visi in controluce che abbiamo nel camerino, da infarto.
O il drone che dopo un'ora spezza "finalmente" il piano sequenza per andarsene lassù, penetrare il vetro (anche in Birdman c'erano cose del genere) e far cominciare il secondo (?) piano sequenza, quello più allucinato.

12.4.23

Recensione: "Adorazione" - Su Mubi - Rocco's House

 

Cos' Adorazione?
Un film sulla scoperta dell'amore?
Sul riconoscersi tra simili?
Sull'annullare due solitudini?
Un coming of age?
Un film sulla manipolazione affettiva?
Sui rapporti tossici?
Uno sulla malattia mentale?
Uno sul Bene e sul Male che si uniscono tra loro?

Adorazione riesce ad essere tutto questo grazie a una scrittura eccezionale, specie nel tratteggiare i due indimenticabili protagonisti, due ragazzini che, per motivi diversi, decidono di scappare insieme da una clinica per malattie mentali.
 Film splendido che eccelle in tutto, dalle location suggestive alla "commovente" fotografia, dalla regia perfetta (del Du Welz di Calvaire) alle interpretazioni.
Davvero un gioiello impossibile da perdersi


Conobbi Du Welz con la sua opera prima, Calvaire, e fu una folgorazione.
Mi piacque così tanto che ad uno dei raduni del blog proposi il suo secondo film, Vinyan.
Fu un fiasco, una grossa delusione per me e anche per quasi tutti gli amici presenti.
Dopo qualche anno ci riprovo e, caspita, Adorazione è veramente bellissimo, forse addirittura superiore a quell'esordio così fulminante.

Siamo in un'epoca non meglio precisata.
Una clinica per malattie mentali in campagna, un bosco tutto intorno (stessa identica location dell'ultimo film visto, Quando Dio imparò a scrivere).
Paul è "costretto" a vivere dentro quella clinica perchè sua madre lavora lì.
Paul non ha amici, è un ragazzo dall'impressionante candore.
Studia gli uccelli, gli unici essere viventi con cui presumibilmente è cresciuto.
Salva un cardellino dalla morte (poi la madre lo butterà nella spazzatura in una delle scene più emozionanti), tiene due barbagianni in soffitta, parla con loro.
Fino a che non conosce Gloria, una sua coetanea ricoverata lì per disturbi mentali.
Conoscere un'altra ragazza come lui lo porta a vivere emozioni mai vissute prima.
E, probabilmente, a innamorarsi perdutamente.



Adorazione è un film che ha letteralmente tutto, e tutto al meglio.
Location bellissime (ne troverete addirittura una decina), una fotografia talmente eccezionale che è quasi commovente (so che è un aggettivo che non si applica alla "luce" ma qui siamo davvero in presenza di tonalità e di immagini talmente suggestive da emozionare), una colonna sonora eccezionale, una regia perfetta che alterna precise e maniacali inquadrature ferme (specie negli interni) ad una camera a mano vorticosa e "viva", attori formidabili (vi innamorerete di lui, forse leggermente meno di lei a causa dell'ambiguità del personaggio), e tanti, tanti, tanti sottotesti.

Cos' Adorazione?
Un film sulla scoperta dell'amore?
Sul riconoscersi tra simili?
Sull'annullare due solitudini?
Un coming of age?
Un film sulla manipolazione affettiva?
Sui rapporti tossici?
Uno sulla malattia mentale?
Uno sul Bene e sul Male che si uniscono tra loro?
Ecco, c'è una scrittura dei personaggi e delle dinamiche secondo me talmente grande che Adorazione, forse, riesce ad essere tutte le cose qua sopra.
Tutto questo nascosto dietro una "copertina" bellissima, con scene minime (il film è sia molto lineare nel plot che molto semplice nella costruzione delle sequenze) ma che diventano grandissime grazie alla regia, alla recitazione a alla sopracitata fotografia, una delle più belle viste recentemente.
Le luci colorate che usa Paul con la sua torcia, quella abbagliante del sole che più volte colpisce i nostri due protagonisti, quella della notte, quella riflettente sugli innumerevoli specchi d'acqua presenti, quella del fuoco che brucia, ogni 5 minuti sembra di essere dentro un quadro disegnato meravigliosamente.
E questa camera a mano che spesso si muove tra i due, anche se molto "controllata" (insomma, non alla Trier).
E il bosco, e la laguna, e gli interni della clinica, e la soffitta, e il fiume, e la barca e i laghetti, e i prati, sono davvero tutte bellissime le location.

Paul è un'anima pura, quasi un angelo, anche nell'aspetto.
Lui vive per gli altri, per accudirli.
Lo fa con gli uccellini che trova.
Lo fa con quella madre immatura che lo vuole tutto per sè e si ritrova anche ad essere gelosa esteticamente di una bambina (terribile quel "E' più carina di me?").
E lo fa (o lo vorrebbe fare) anche con Gloria che, però, se per "ruolo" si ritrova ad essere la persona che ha bisogno dell'altro  (è ricoverata, rinchiusa e sta male) in realtà è assolutamente quella che tiene le fila, quella che gestisce tutto, la "Regina" che con un ordine o un pianto è capace di convincere chiunque.

16.3.23

Recensione: "After Love" (2020) - Su Mubi - Su Prime - Rocco's House

 

Un film perfetto, al quale non riesco a trovare un solo difetto (non per questo After Love va considerato un capolavoro, è "semplicemente" un film perfetto).
A Mary muore il marito Ahmed, marito per il quale si era convertita all'islamismo.
Per caso scopre che Ahmed aveva una storia parallela dall'altra parte della Manica (lui è un marittimo e lavorava tra le due coste).
Decide di andare a conoscere la donna che vive in Francia, l'amante.
Un film delicato con una sceneggiatura al tempo stesso semplicissima ma anche complessa nella gestione di questo triangolo impossibile (la scena della chat col figlio è in questo senso un capolavoro).
Una gigantesca (in tutti i sensi) Joanna Scanlan (la madre di Pin Cushion, lacrime) in un'opera dolorosa ma mai struggente, per quel suo modo meraviglioso di raccontare tutto in punta di piedi, in silenzio, con i sentimenti trattenuti dentro la pancia.
Un film dove la solitudine di aver perso il proprio amore è raccontato dal gesto meccanico, istintivo, di preparare ancora due thè.
Davvero bellissimo.


A volte, anzi, molto raramente, finito un film ho la strana e quasi fastidiosa sensazione di aver visto qualcosa di perfetto.
Non per forza un capolavoro, a volte nemmeno un quasi capolavoro, ma, "semplicemente", un film perfetto, un film di cui non cambieresti un dialogo, un personaggio, una scena, un film a cui non riesci a trovare un difetto di scrittura, di ritmo, di regia, niente di niente.
Magari ci sono film che ti piacciono anche molto più di questi che però sono film imperfetti e con cose che ti fanno storcere il naso.
After Love no, After love è perfetto.
Una di quelle storie minime che piacciono a me, pure banali le chiameremmo se dentro quel "banale" non ci fosse invece dentro un mondo intero. 

Una donna, Mary, presumibilmente inglese ma diventata musulmana per amore del marito Ahmed, è appena tornata a casa e sta preparando un thè.
In una inquadratura ferma (le prime due inquadrature prendono quasi 10 minuti) vediamo lei trafficare in cucina mentre chiacchiera amabilmente col marito che si sta svestendo in camera.
Poi Mary porta il thè ad Ahmed. Lo chiama due volte, lui non risponde.
Nella seconda inquadratura (una lentissima carrellata avanti da campo medio a primissimo piano, una delle mie preferite nel cinema) delle donne piangono vicino a lei, è probabilmente un funerale.
Ahmed è morto.
Poco dopo (forse lo stesso giorno, il film si svolge in davvero poco tempo) Mary scopre sul cellulare del marito dei messaggi strani con un'altra donna.
Un'altra donna che vive in Francia, dall'altra parte della Manica (le vicende si svolgono tra Dover e Calais, o almeno credo).
Mary prende un traghetto per andare a conoscere l'amante del marito.

Ne nasce un film malinconico, delicato, sempre costantemente sotto le righe e trattenuto.
Trattenuto come le emozioni di Mary che, una volta arrivata in Francia, non riesce a dire la verità a Genevieve, accettando addirittura di farle da donna delle pulizie.
Quella scelta apparentemente insensata è in realtà la scelta di una donna profondamente buona che non riesce a trovare il coraggio.
E questo suo prender tempo, questo suo restare in quella casa, la porterà a un viaggio dentro sè stessa, dentro le sue emozioni, dentro i suoi ricordi.
Affrontando piccole prove ma sempre più difficili (trovare le camicie di lui in quella casa, rassettando il letto dove presumibilmente il marito dormiva e faceva sesso con Genevieve e tanto altro).
Il suo dolore soffocato ma meravigliosamente accettato (la dignità di questa donna è straordinaria) creeranno un personaggio fortemente empatico per lo spettatore, l'unico che insieme a lei sa la verità.
Mentre lei trattiene tutto e tenta di tenere insieme tutti i pezzi, però, il suo mondo intorno pare sgretolarsi (in questo senso ho letto la frana che vede nella costiera alla partenza verso la Francia o il tetto che, come una polvere, si sgretola in camera di Genevieve).
Lei finge di restare tutta intera ma - metaforicamente - fuori tutto si sta sgretolando.

Avendo perso tutto Mary si abbandona nel mare


Anche perchè la sua era una storia di vero amore, un amore esclusivo, anche "sacrificale" (la scelta di cambiare religione per lui) e una volta perso Ahmed la donna si trova veramente senza più nulla (mantenendo però una forza e una dignità eccezionali).
Ah, la prova di Joanna Scanlan è da brividi. E' un'attrice che avevo già visto in un altro ruolo indimenticabile, quello della madre in quel piccolo grande film che è Pin Cushion, un film che fa male.
Un'interpretazione coraggiosa, con quel suo corpo così grande mostrato anche nudo. 
In questo senso perfetta la contrapposizione tra le due donne, molto grassa una, terribilmente magra l'altra, tutto volto a creare un grande disagio in Mary che, dopo aver visto Genevieve, mette in dubbio tutta la sua storia d'amore, anche dal lato fisico.

7.1.23

Recensione: "Aftersun" - Su Mubi - Rocco's House

 

Un padre e una figlia.
Un viaggio insieme in Turchia.
Mare, sole, giochi, l'infinita voglia di stare insieme.
Un tempo comune meraviglioso, sotto un cielo talmente limpido da essere continuamente disegnato da paracadutisti.
Questa è la cartolina, questa è la vita emersa.
Ma c'è qualcosa sotto.
C'è un sovrappensiero.
C'è quel sovrappensiero che tanti di noi hanno avuto in periodi tremendi della loro vita.
Un film difficile da dimenticare

PRESENTI SPOILER


Quando mi hai detto che tu hai 11 anni ed io ne compirò 131 alla fine è vero, perchè io davvero 131 me ne sento. Quando la vita che hai vissuto ti sembra già troppa puoi avere 15 anni, 40 o 70, ma te ne senti 131 addosso, sei già andato oltre, hai già sofferto troppo, hai già vissuto troppo.
Siamo qui figlia mia in questa splendida vacanza solo per noi due.
E che bello nuotare insieme, dormire insieme, giocare insieme, ballare insieme.
Ci scambiano anche per fratelli per quanto sono giovane, visto?
Eppure ho già vissuto tanto, troppo.
Siamo in questa terra così strana che è la Turchia, in questo villaggio turistico che, alla fine, non è niente di che, vecchiotto, spartano, un non-luogo quasi e mi dispiace aver scelto come ultimo luogo questo non-luogo, ma me ne rendo conto solo adesso ma siamo insieme e felici.
Come mi guardi, come sei orgogliosa di me, come mi dici che vorresti non andartene mai da qui, restare in questa eterna vacanza allo stesso tempo bruttina e bellissima che stiamo facendo e invece non sai che questa vacanza finirà e sarà la nostra ultima vacanza e magari ne verranno tante altre, siamo giovani e ancora abbiamo tutto il nostro futuro davanti eppure questa merda di sovrappensiero non se ne va via, eppure questo desiderio di farla finita non se ne va via, ti prego vattene via, fammi essere felice, cosa hai detto babbo?, niente, erano pensieri ad alta voce, sta tranquilla, non dirle niente, non farle capire niente, la morte tienila sempre qui, al sicuro, nel sovrappensiero, e mi dici che quando siamo lontani ti fa stare bene il pensiero che comunque siamo sotto lo stesso cielo, che comunque vediamo entrambi lo stesso sole, e lo fai mentre mi spalmi questo doposole, questo after sun ma non sai che stai spalmando questo doposole quando ormai la bruciatura è mortale, le tue manine non possono coprire tutta la mia schiena troppo grande, nessuna crema, nessun fango può coprire o lenire questa definitiva e senza ritorno voglia di finirla qua, la tua presenza, il tuo esserci non possono ormai salvarmi, la bruciatura è troppo forte e te invece figlia mia se un giorno leggerai questa recensione sappi che mi hai salvato, che anche io ero lì, a mezzo passo dalla fine, come Conor, ormai bruciato, ma te sei riuscita a cospargermi tutto, e ti giuro che mai e poi mai tornerò a quei momenti, mai più il sole mi brucerà e che belle le tue mani sul mio corpo, che bello questo nostro toccarsi e sfiorarsi continuamente, come quando mi tieni quella mano libera finalmente dal gesso, come adesso che ti sto facendo questa treccina, come adesso che facciamo questa buffa meditazione insieme che a te sembra un'arte marziale, e niente, sono i nostri momenti più belli e non sia quanto mi sento un vigliacco a non dirti che è tutto finto, è tutto tremendamente vero, verissimo, bellissimo, ma è anche tutto finto, caduco, illusorio, è il solo mio disperato, eroico, commovente ma anche vigliacco tentativo di lasciarti come mio ultimo ricordo quello più bello, io torno in camera, e io me ne resto qui, mi dici te, e non sai che torno in camera non perchè sono un pessimo padre che lascia la figlia 11enne da sola di notte ma perchè quando hai la morte dentro hai bisogno di star solo, di fuggire dalle cose belle, anche dagli affetti lo facevo anche io, e ora io devo allontanarmi perchè stiamo troppo bene insieme ma io ho bisogno di tornare nella mia oscurità, anzi, ora me ne andrò in spiaggia, di notte, e la farò finita, così, camminando e immergendomi, ma no, non ce la faccio, non posso lasciarti sola qui ed ora, torno indietro, e piango in camera, finalmente posso uscire dal sovrappensiero e disperarmi nella vita emersa, tanto, per fortuna, non sei qua con me, ma ancora non ce la faccio, la lettera che ti ho scritto non sarà letta stanotte, e te che hai fatto stasera, mi sono appartata con Michal, quel bambino che giocava alle moto con me, e poi ci siamo anche baciati e io allora voglio sapere tutto, voglio sapere quando ti innamorerai, quando proverai a drogarti, Ma non lo farò, mi dici te, Sì che lo farai, ma non è importante, anche io l'ho fatto, basta solo che me lo dici, dimmi tutto, voglio sapere tutto quello che ti accadrà nel futuro Conor, che stai facendo, non permetterti di pensare al futuro, torna qui, torna qui ad essere cullato da me, lascia perdere questa vita dove c'è la concreta possibilità di essere veramente felice, ma non ti terrorizza poter essere veramente felice?, e mentre noi parliamo, mentre noi prendiamo il sole c'è un cielo sempre bellissimo, talmente bello che forse è colpa sua se sto rimandando e rimandando quello che voglio fare, non puoi ucciderti quando il cielo è così bello, che ci atterrano dentro continuamente paracadutisti, non puoi farlo se lei è ancora qua, lei, il mio cielo, e mentre il mio sovrappensiero mi sta uccidendo ci si mette anche il sottofondo musicale a dargli una mano con i Blur che cantano I'm waiting fort that feeling to come, con il pezzo di Ghost - come si chiamava? - che mi dice I need your love, con i Queen che con quel modo apparentemente pop cantano Under Pressure e te non sai la pressione che si ha quando si arriva a questo punto, non sai la pressione che ti schiaccia vivo, non sai quanto hai la certezza di non liberarti, basta, basta, basta Tanti auguri a te! tanti auguri a te! tanti auguri al babbo, tanti auguri a te! mi canti da sotto la piramide e fai cantare anche gente che non conosci ma si può essere così amati, si può accettare che la figlia convinca sconosciuti a farti gli auguri e non riuscire a salvarsi lo stesso?, Il fatto è che nessuno, o solo chi ci è passato, può capire che in questi casi quando sei troppo amato è pure peggio, più grande ancora il senso di colpa, più grande ancora l'insostenibilità di poter reggere tutto quell'affetto che non si riesce a restituire nel modo migliore ma per fortuna la vacanza sta finendo, la scuola ricomincia, questo tempo sospeso meraviglioso e terribile sta finendo, e più la polaroid con noi due dentro felici diventa nitida più io so che è tutto finito, Ciao Sophie! ti dico al terminal e te giochi tutta contenta con me e sorridi, e pensi che hai vissuto dei giorni stupendi e





 allora io fermo il fotogramma a me 11enne, bambina tremendamente felice, a quell'ultimo istante in cui siamo insieme, a quell'ultimo video all'aereoporto, e ancora adesso, dopo 20 anni, ti vengo sempre a cercare, in un posto buio e con luci al neon, sembra una discoteca, e te sei lì che balli e io ti guardo, te vestito come l'ultima volta che ti ho visto, anzi, come la volta che ti ho visto per l'ultima volta, e balli, e urli, e ti sfoghi, perchè forse sei dentro quell'oscurità che hai sempre amato, perchè adesso sei soltanto lì, perchè un giorno il tuo merdoso sovrappensiero è diventato definitivamente pensiero emerso, e azione, e morte, e io sono innamorata di una ragazza e te non sei qui, e io ho un bambino e te non sei qui, e io poggio i piedi in quel tappeto turco e te non sei qui, e io ti odio, e io ti amo, e io ti odio, e io ti amo, e io alla fine non ce la faccio e vengo sempre qui in questa discoteca di morte, e basta, abbracciami lo stesso, balliamo lo stesso, come l'ultimo giorno in Turchia, e basta, se posso avere solo questo solo questo posso avere, e basta perchè te in quell'aereoporto appena ci siamo lasciati hai aperto una porta e quella porta conduceva qui, a questo luogo non-luogo dove ti vengo sempre a cercare.
E ti dico una cosa, io voglio vivere.
E sai che anche io babbo ho un sovrappensiero?
Io voglio vivere

15.10.22

Recensione: "The Humans" - Su Mubi

 

Opera prima di un giovane regista teatrale - tratto dalla sua omonima piece, vincitrice di Pulitzer-  The Humans è uno di quegli esempi in cui è facilmente percepibile una scrittura "superiore", illuminata, uno di quei testi che - apparentemente parlando del "niente" - sono invece capaci di aprirti la testa, mandarti in mille direzioni diverse, farti provocare emozioni contrastanti e indirizzarti su letture che non c'entrano niente l'una con l'altra.
Senza dimenticare una regia di grande classe e raffinatezza (almeno 3 scene sono eccezionali per come sono costruite).
Un appartamento malandato in cui una famiglia sta per effettuare un trasloco.
Padre, madre, nonna, le due nipoti e il fidanzato di una delle due.
Non usciremo più da lì.
Incomprensioni, dolori, incubi, traumi, dialoghi su dialoghi.
Di cosa parla The Humans? Impossibile dirlo, ognuno lo farà suo in maniera diversa.
Quando una sceneggiatura raggiunge livelli apicali

L'altro ieri ho visto The Humans.
C'ho pensato tutta la notte (anche il pomeriggio coi miei due compagni di visione e telefonicamente con Rocco, che ce l'ha consigliato).
Sono andato a dormire con la sensazione non tanto di aver visto un grandissimo film (cosa che comunque credo sia) ma con quella di aver assistito ad una scrittura pazzesca, di quelle che mi mandano in visibilio e che, in una vita parallela, avrei tanto voluto saper fare io.
Oggi, contravvenendo al mio diktat "nessuna informazione" sono andato a vedere chi fosse l'autore della piece teatrale dalla quale il film è tratto.
E ho fatto bene perchè non solo ho scoperto che la piece è dello stesso regista (che, anzi, fa quello di mestiere, il drammaturgo) ma che questo ragazzo nel 2016 è stato in lizza per il Pulitzer (tra i 3 finalisti) e che questo testo, questo magnifico testo, ha vinto il Tony Award come miglior opera teatrale.
Molto bene, almeno qualsiasi lode sperticata posso fare alla scrittura del film so che va a finire alla stessa persona (chè a volte si esaltano film per la loro scrittura ma si dimentica o il testo di origine o lo sceneggiatore).
Ah, il nome di questo scrittore/regista è Stephen Karam, rischiavo pure di non dirlo.


Siamo a Chinatown (anche se lo scopriremo solo poi).
La prima inquadratura - lunghissima e con vaghi richiami all'incipit di Niente da Nascondere di Haneke - ci mostra il cortile interno di un complesso di palazzi.
Nessuna via d'uscita, un imbuto con mura su tutti i lati e l'inquadratura che compie continue panoramiche a 360 gradi.
Tra l'altro questo senso claustrofobico di spazi stretti, angusti e per niente gradevoli l'avremo anche con tutti gli interni successivi.
Tanto che, lo anticipo subito, possiamo tranquillamente dire che la location del film non solo è esso stesso personaggio ma anche metafora di quello che accadrà.
L'appartamento, come dicevo, è tutt'altro che gradevole.
Muffa ovunque, ruggine, vetri appannati o smerigliati (ci torneremo), un senso di vuoto, sporco e per niente ospitale.
Fa specie, in questo senso, che sia l'appartamento che una delle due figlie ha scelto per vivere e che venga quindi presentato con entusiasmo.
In una delle prime scene vediamo come, in quello strettissimo corridoio, sia quasi impossibile far ruotare la sedia a rotelle della nonna, in una scena al tempo stesso patetica, sommessamente divertente ma anche un filo disagiante.
Tubature vecchie e a vista vengono più volte inquadrate.
E, come dicevo, queste orribili finestre dalle quali non si vede praticamente niente fuori. Tutto è appannato, offuscato, e tutto serve a darci quest'atmosfera di ritrovarci in una specie di microcosmo "a parte", per cui il mondo esterno, almeno per quest'ora e mezzo di film, sembra totalmente bandito.
In famiglia si parla, tanto.
Si parla del trasloco, si fanno battutine, si presentano gli ambienti, a volte - a coppia - si parla di cose più intime come problemi personali grandi e piccoli.
E' uno script che punta tutto sul realismo, uno di quelli in cui ciò che si dice è come nella realtà, quasi tutto convenzione e futile.
Però vediamo che lui, il padre, Erik (un  - ancora una volta sontuoso - Richard Jenkins) è inquieto. Spesso si isola, sembra a disagio, osserva finestre e tubature. Non si capisce se sia in questa condizione per il luogo in cui si trova, per un suo tormento personale o magari solo perchè non sopporta questo tipo di cose (ah, si festeggia il Ringraziamento, cosa per la quale - ma non solo per questa - The Humans potrebbe richiamare quel gioiello di Krisha).
C'è poi l'anziana nonna ormai completamente immersa nel suo Alzheimer, la moglie che ride ride ride ma in realtà è quella che porta più la morte addosso, una figlia vicina alla depressione perchè è stata lasciata dalla ragazza e soffre di un grave problema intestinale (credo una specie di Morbo di Chron) e l'altra figlia col suo compagno, forse gli unici due personaggi veramente spensierati e felici (anche perchè sono entusiasti di andare a vivere là).
Il film va avanti lentamente, forse troppo lentamente, tanto che dopo mezz'ora ci si trova a sperare che accada qualcosa (non tanto a livello di azioni reali ma di dialoghi, visto che si capisce che in questo film le azioni sono quasi tutte nelle parole).
Ed ecco che a un certo punto la madre dice al padre "Quando glielo dirai? Non farlo dopo cena".
Una piccola frase che, però, come accade nelle grandi sceneggiature, basta a cambiare il film, a riprendere con sè lo spettatore che si stava annoiando e a far vivere tutto il resto del film in quest'attesa del "cosa dovrà dirgli?"
Poi lo scopriremo. Niente di sconvolgente ma comunque nel frattempo The Humans aveva cambiato faccia, e l'atmosfera diventata un perfetto di mix di dramma, inquietudine, mistero con addirittura dei possibili risvolti horror o fantascientifici (ok, questa è stata solo una mia sensazione, lasciate perdere).
Ma è inutile che vi racconti tutto quello che accade, andremmo solo ancora più lunghi.
Quindi vado diretto su tecnica e interpretazione.


E' vero, The Humans è un film "di sceneggiatura" (come quasi tutti quelli trasposti dal teatro) ma al contempo anche tecnicamente notevole.
C'è un uso eccezionale dei lentissimi carrelli (specie in avanti) in queste scene lunghissime in cui partiamo da un campo medio ed arriviamo senza nemmeno accorgersi quasi ai primi piani. Ce ne sono due della madre da infarto per quanto son belli. Questa tecnica, o almeno come è usata in The Humans, diventa emozionante perchè è come se il regista ci dicesse "tutti parlano, tutti agiscono, ma il nostro focus deve essere su quel personaggio". E così malgrado alcune scene siano corali noi ci avviciniamo sempre di più al personaggio scelto per il restringimento, come se diventassimo lui. Ripeto, almeno un paio della madre sono bellissimi.
Ma ci sono altre scene di grandissimo livello.
Penso a quando la figlia "felice" vuol far sentire al resto della famiglia un pezzo musicale che ha scritto.

26.9.22

Recensione: "You are Here" no, spetta, recensione "Trash Humpers", no, cristo, manco quella, ah, ecco! Recensione "Ghost Town Anthology" - Rocco's House - 5 - e Su Mubi - 2 -

 

Non fatevi ingannare dal titolo del post, la recensione è seria (o comunque - dopo parecchie righe - diventa anche seria).
Semmai saltate tutta la parte dove parlo de cibo e dei soliti problemi a casa de Rocco, senza che i fan di Harmony Korine si offendano però.
Ghost Town Anthology è un piccolo film di un regista che non conoscevo e, dicono, molto sperimentale.
Non so se "sperimentale" è l'aggettivo adatto a questo film ma di sicuro Ghost Town Anthology è un film molto particolare, a suo modo coraggioso.
Siamo in un piccolissimo paesino del Quebec, 200 abitanti appena.
Il paese viene sconvolto dalla morte - forse per suicidio - di uno dei suoi pochi giovani.
Tutti attraversano il lutto a modo loro ma, piano piano, nel paese iniziano ad accadere fatti inspiegabili.
Film a suo modo quasi "unico", perchè per tutta la sua durata avrà una veste "solo" drammatica che nasconde però spruzzate di ghost stories, di fantascienza e di paranormale.
In teoria un film sull'elaborazione del lutto ma, forse, principalmente un'altra cosa.
Con un richiamo gigantesco (che non anticipo qua) ad una bellissima serie.

Che la serata fosse stata strana l'avevo capito già al Conad.
Per il grande ritorno della Rocco's House (in realtà questi mesi c'è stato un altro film visto da lui ma poi quando l'ho recensito mi sono incredibilmente dimenticato di inserirlo nella "rubrica") avevo pensato di fare il mio "famoso" pollo al curry, visto poi che Fede non l'ha mangiato mai. E invece, incredibile, con Tommaso adamo a fa spesa e NON C'E' UN GRAMMO DE POLLO in tutto il Conad.
Niente, vertiamo sulle "casarecce" con guanciale, zucca e gorgonzola ed è andato benissimo lo stesso.
Durante i 40 minuti in cui ho cucinato ho pregato gli altri se intanto cercavamo un film su Mubi.
Ovviamente 40 minuti non sono bastati e così, dopo mangiato, ce semo ritrovati a dovello sceglie insieme.
Decidiamo di vedere You are here, un film sconosciuto con una trama però che dire intrigante è poco e anche dagli ottimi voti. Perdipiù di cortissima durata.
Finalmente siamo pronti.
Parte il film ed è in inglese, meglio dai.
Andiamo per mettere i sub ita e...non ci sono (manco fosse pollo al Conad).
Ok che noi 4 sappiamo l'inglese dal benino (61%) al molto bene (82%) ma nessuno vedrebbe mai i film senza sub ita.
Maremma maiala riparte la ricerca.
Dopo tipo 128 titoli vedo Trash Humpers, di quel Korine del quale da 15 anni vorrei vedè tutto (ho visto solo Springbreakers, forse, almeno a livello formale, il meno koriniano).
Siccome anche Tommaso è molto convinto andamo con quello.
Ci sono 3 personaggi, presumibilmente giovani, vestiti e camuffati da vecchi (come alcuni Jackass per capirsi o come faceva il Nongio).
Nei primi 4 minuti scopano con sacchi della spazzatura, bidoni della spazzatura o fanno pompini alle foglie degli alberi. Tutto esattamente così come ho scritto.


Poi invece spaccano televisori, lanciano in terra televisori, danno calci a televisori e ogni tanto, con un twist di sceneggiatura, spaccano, lanciano e danno calci a uno stereo.
In questi 10 minuti abbiamo riso più volte, io ho anche preso appunti per la successiva recensione. Ma succede un fatto incredibile, Rocco passa da una grassa risata a, un secondo esatto dopo, prendere il telecomando e togliere il film, disgustato.
Restiamo tutti impietriti, non capiamo il gesto, peraltro preceduto da un presunto compiacimento.
Ma nessuno di noi 3 ha coraggio di dirgli di rimetterlo.
Anzi, forse siamo sollevati pure.
Il problema è che sono passate più di due ore dal mio "intanto scegliete un film" e il film non c'è.
Ma, miracolo, ci ricordiamo di un film che avevamo adocchiato un'ora prima, arrivando a un cm dal premere play.
Ormai è psicologicamente impossibile ricominciare a scegliere, andiamo con quello.
E quello è Ghost Town Anthology.
E ora metto un'immagine e dopo quella divento serio.


Siamo in un piccolissimo paesino del Quebec.
E quando dico piccolo intendo piccolissimo, poco più di 200 abitanti.
Il paese è sconvolto dalla morte - non si sa se per suicidio o per un incidente - di uno dei suoi pochi giovani (nel fulmineo e riuscitissimo prologo).
Il fratello è devastato, la mamma pure, il padre non regge la tensione e se ne va via.
In qualche modo tutto il paese è colpito, del resto i giovani, come detto, si contano tra le dita.
La sindaca non vuole aiuti psicologici esterni, il paese saprà affrontare la cosa da solo, dice.
Ma qualcosa di incredibile sta accadendo.
Ed è qualcosa più grande di noi.

Ghost Town Anthology è film particolarissimo, dalle vesti puramente drammatiche (e quindi visibile da tutti) anche se nasconde al suo interno un'anima paranormale con, addirittura, una spruzzatina di sci-fi (anche se solo metaforica).
Il suo incedere è lento, lentissimo, il tipico passo dei film che raccontano dolori ed elaborazioni del lutto.
Ed è questa, senza dubbio, la tematica manifesta.
Il dolore del fratello, quello della madre, quello del padre (tutti dolori veramente grandi e veri anche se affrontati in maniera diversa), lo shock dei paesani nell'affrontare la situazione, tutti i personaggi del film, in qualche modo, affrontano il lutto.
E forse è così grande questa disperazione che "l'apparizione" del fratello potrebbe essere così vista come una necessaria cura di tutto.
L'unico modo  per non impazzire, l'unico modo per stare un pò meglio, è raccontarsi che quel ragazzo è ancora vivo, tra noi.
Eppure i morti "ritornati" sono tanti, non solo quel ragazzo, e tutti legati al paese.
E questo mi fa pensare che Ghost Town Anthology parli d'altro, ma ci arrivo dopo.

Il film è girato in una maniera che si vede quasi mai.
Ovvero con telecamerina a mano (se ho letto bene nelle note di Mubi è in 16mm) ma scegliendo inquadrature completamente opposte al concetto di telecamerina, ovvero quadri fissi, alla Haneke o Andersson per capirsi.
Non so se mi era mai capitato di vedere un film praticamente pieno di inquadrature fisse (ovvero senza movimenti di macchina, carrellate, panoramiche o qualsiasi altra cosa) che in realtà così fisse non sono visto che, inevitabilmente, essendo camera a mano, sono abbastanza traballanti.
Ecco, ho letto che questo regista sia sperimentale, e di certo in questo tipo di ripresa "ibrida" lo è (ma anche girare un film a tematica paranormale e quasi horror con un taglio del tutto documentaristico è qualcosa di inusuale).
Per darvi un'idea guardate l'immagine sotto.
Ecco, ovunque sarebbe questa scena sarebbe puramente horror, eppure qui, anche solo con un frame, è percepibile più il lato drammatico.




Gli attori son bravi, la location la adoro (i piccoli paesi, i paesani che li vivono, il freddo, la neve, la desolazione) e la storia minima e disperata che c'è dentro prende abbastanza.
Il personaggio di lei, la ragazza con leggeri disturbi mentali e l'unico elemento forse veramente "alieno" del paese (ci torneremo) è forse il solo personaggio che prova a dare al film un colore diverso, un possibile sviluppo sorprendente.
In realtà lo farà ma è indubbio dire che Ghost Town Anthology resti un film a passo uno (e ormai chi è abituato a questo tipo di cinema ha bisogno di eccellenze, altrimenti ci si annoia) che non sembra possedere le stimmate per elevarsi di troppo al di sopra della media nè per restare troppo impresso nello spettatore.
Sicuramente riuscitissime le figure dei 4 bambini mascherati, certo un qualcosa visto mille volte ma, quando il film si svela e di conseguenza capiamo anche chi sono, diventano figure più tragiche che altro.
Impossibile, per chi l'ha vista, non richiamare alla memoria la magnifica serie francese Les Revenants (tra l'altro anche questo film, essendo in Quebec, è in francese).
Il richiamo è talmente forte ed evidente da penalizzare il film, sia in un eventuale confronto tra le due opere, sia per una originalità sospetta.
Eppure a me è piaciuto, è piaciuto per questo suo essere sotto le righe, per questo suo racconto di disperazione quasi senza grida, per questa sua impossibile eppure forte convinzione da parte dei protagonisti che no, la morte non è definitiva.
Ed è vero, i morti tornano, tutti li vedono, tutti, quindi non sono soltanto le disperate fantasie di chi ha dentro un dolore troppo grande.
E allora ho pensato che forse Ghost Town Anthology più che un film sull'elaborazione del lutto sia un'opera sulla disperata solitudine. Non è un caso che i morti tornino solo nei paesi, non nelle città. E che questo paesino voglia affrontare la cosa da solo. Ecco, ho la sensazione che il film racconti queste solitudini di paese, così eterne, così perfette. E come in questi ambienti così desolati e desolanti si avverta allora il bisogno che i morti non ci lascino mai, chè già siamo disperati e pochi, chè già la nostra vita è triste, sempre uguale e con pochissima vita intorno, allora voi non lasciateci, state tra noi.


Non è un caso che il "paese" nel film sia protagonista tanto quanto i suoi abitanti.
E' come se si raccontasse una condizione che i cittadini non potranno mai capire, come se quelle 200 anime debbano essere per sempre indissolubili, e bastanti a sè stesse (non è un caso che tornino al paese anche morti vissuti altrove).
Ed è bellissimo che questa cosa così trascendentale diventi paradossalmente "razionale", spiegabile. Come se davvero così debba essere.
E forse non sarà un caso che Adele, la ragazza "scema", quella (lo si dice in un dialogo) che non sa nemmeno la differenza tra razionale ed irrazionale, a fine film se ne stia lassù, sospesa, divisa da tutti gli altri, in un mondo tutto suo.
Mentre sotto di lei dei disperati cittadini affrontano l'irrazionalità della morte con la razionalità che i morti possono tornare.
Per stare sempre insieme

7

6.6.22

Recensione: "Shiva Baby" - Rocco's House - 4 - su Mubi

 

Una deliziosa commedia ebraica, diretta da una giovane regista.
La storia di Danielle, universitaria ancora in balia del "che farò nella vita", e della sua partecipazione ad uno shiva, un funerale ebraico.
Danielle adesso ha uno sugar daddy (un uomo più grande che gli fa regalini in cambio di sesso) e nel passato ha avuto una ragazza (femmina).
 Se li ritrova entrambi al funerale.
Ne nasce una commedia dai dialoghi sferzanti e dalle situazioni imbarazzanti.
Ma il miracolo di Shiva Baby è che a tratti l'atmosfera si fa talmente opprimente e psicologicamente difficile da far oscillare questo film tra il divertente e l'angosciante.
Ci ritroverete addirittura sfumature di "madre!" e lo amerà sicuramente chi, come me, ha amato quel gioiello di Krisha.
Da vedere, subito

  Dopo un'infinità di tempo siamo riusciti finalmente a fare una "Rocco's House", ovvero vedere un film a casa de Rocco.
In realtà questi mesi ci siamo visti sempre, anche a casa sua, ma birillo o baralla (umbrismo per "in un modo o nell'altro") alla fine niente film.
Che poi di solito i film a casa de Rocco saltavano sempre per problemi esterni (mancanza cavo hd, internet sconnesso, madonne varie) tanto che crediamo fermamente che quel luogo sia una specie de Fossa delle Marianne della tecnologia.
Ma ora Rocco ha fatto Mubi (bellissimo!) e quindi a meno che la rete non c'abbandona abbiamo risolto.
Ho scelto io il film perchè consigliatomi più volte.
Facevano bene.
A consigliarlo dico.

Shiva Baby è un film delizioso, uno di quelli che ti senti di consigliare veramente a tutti.
A chi vuole un film leggero, a chi ne vuole uno intelligente, a chi uno spensierato, a chi uno autoriale con dentro parecchie tematiche.
Scrittura formidabile nei dialoghi, protagonisti amabili, un'atmosfera incredibilmente a metà tra il divertimento e la tensione, una cornice - quella del mondo ebraico - che regala sempre chicche umoristiche.
Insomma, un piccolo film di una giovane regista donna di cui molto probabilmente vi innamorerete (del film dico, non di lei, anche se pure lei è una bellissima ragazza).


Danielle è una studentessa arrivata a quel bivio nel quale è difficile capire quale sarà il proprio futuro.
Per tirar su qualche soldo accetta di avere uno "sugar daddy", ovvero un uomo più grande di lei che gli dà soldi e regalini in cambio di sesso (bellissimo - e quasi inquietante nei primi secondi con lei che gli dice "daddy" -  l'incipit).
Pochi minuti dopo un loro incontro sessuale Danielle va con i suoi genitori ad uno shiva (funerale ebraico) .
Destino vuole che arrivi là (con moglie e figlioletto) lo stesso sugar daddy e pure la vecchia ragazza di Danielle, Maya (la nostra protagonista è bisessuale).
L'aria si fa pesantissima.

Film quindi in unità di tempo e - praticamente - anche di luogo, una di quelle tipologie di soggetto che adoro davvero.
Shiva Baby ha dalla sua una protagonista eccezionale, Rachel Sennott, un vero viso da cinema. Sensuale quanto basta senza essere bellissima, intelligente, divertente, ironica, stronza, vendicativa.
Un personaggio perfetto.
Le commedie di ambientazione ebraica sono sempre un passo avanti e, se ci fate caso, di solito a girarle - prendendo per primi in giro gli ebrei - sono registi anch'essi ebrei.
Questo perchè questi film raccontano usanze, convenzioni, modi di fare e peculiarità talmente particolari che solo uno che conosce benissimo quel mondo può raccontare.
Quasi sempre c'è tantissima (auto)ironia, quasi sempre ci ritroviamo questi personaggi "imprigionati" in tradizioni secolari che, però, nel mondo moderno, sembrano così superate ed anacronistiche.