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giovedì 30 luglio 2015

Fury

FURY
di David Ayer,
USA, Cina, Uk, 2014
con Logan Lerman, Brad Pitt, Shia LeBoeuf, Michael Pena, Scott Eastwood, Xavier Samuel
Genere: bellico

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Seconda guerra mondiale. L'equipaggio del carro armato Fury acquisisce il suo ultimo membro, un ragazzino mai addestrato alla guerra. Il suo inserimento sarà una prova durissima.

Retorica, retorica e ancora retorica. All'americana, Nulla di nuovo con questo ennesimo film bellico che mescola misticismo, violenza, xenofobia e patriottismo statunitense in una storia di formazione prevedibile e scontata, nonché eccessivamente lunga.
Lo sceneggiatore del primo Fast and Furious e Training Day, già regista di diverse pellicole non dimenticabili, ci riprova con un film di guerra, deludendo critica e pubblico americani e conquistando invece il pubblico italiano che l'ha premiato con ottimi incassi nonostante il notevole ritardo con cui è uscito sui nostri schermi.

Brad Pitt ancora una volta alle prese con un personaggio degli anni ’40: la vera sorpresa è Logan Lerman, il vero protagonista del film, che dopo Noi siamo infinito offre un’altra prova di sorprendente maturità, rilegando il divo Brad Pitt a fargli da spalla.
VOTO: 6


giovedì 3 aprile 2014

12 ANNI SCHIAVO

12 ANNI SCHIAVO
(12 YEARS A SLAVE)
di Steve McQueen,
USA, 2012
con Chiwetel Elijofor, Lupita Nyong'o, Michael Fassbender, Benedict Cumberbatch, Brad Pitt, Paul Dano, Paul Giamatti, Sarah Paulson, Afre Woodard
Genere: Drammatico
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PREMIO OSCAR 2014 COME MIGLIOR FILM
TRAMA
Nell'America di fine '800 un uomo nero libero viene ingannato e venduto come schiavo.
RECENSIONE
Dopo la parentesi di Shame, incentrato sull'ossessione del sesso, McQueen torna al tema della violenza, già esplorato nel suo esordio Hunger, incentrato sulle inaudite violenze subite dal dissidente politico Bobby Sands. Ancora violenze gratuite non giustificabili eppure tristemente accadute: siamo nell'America schiavista di fine Ottocento, periodo che ultimamente ha ispirato pellicole fortunate come Django Unchained e Lincoln, e la storia è quella di un uomo nero libero, ingannato e venduto come schiavo.
La camera di McQueen si sofferma ancora una volta sui corpi, questa volta martoriati, dei protagonisti e indugia sulle loro sofferenze con piani sequenza che vogliono restituire tutto l'orrore.
Confermandosi regista di grande impatto visivo ed emotivo, McQueen si mostra più sicuro e deciso come sceneggiatore in rapporto ai film precedenti, ma il Premio Oscar come miglior film dell'anno è in ogni caso esagerato. Resta comunque uno di quei film necessari per ricordarci quanto disumano possa essere l'essere umano.
VOTO: 7,5

sabato 4 febbraio 2012

Vince chi perde, almeno al cinema..

 
MONEYBALL-L’ARTE DI VINCERE
(MONEYBALL)
DI BENNET MILLER, USA, 2011
Con Brad Pitt, Jonah Hill, Philip Seymour Hoffman
Genere: Dramma sportivo
Se ti piace guarda anche: Invictus, The Blind Side, Ragazze vincenti.
CANDIDATO A 6 PREMI OSCAR TRA CUI
-MIGLIOR FILM
-MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA
-MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA
-MIGLIORA SCENEGGIATURA NON ORIGINALE



Billy Beane (Brad Pitt), GM (General Manager), ex giocatore fallito ed ex scout, ha poche risorse per formare una nuova squadra per il prossimo campionato di baseball e nel corso di una negoziazione scopre Peter Brand (Jonah Hill) che per scegliere i giocatori segue una teoria basata su statistiche. E proprio con questi calcoli, Billy e Pit forma una squadra tutta nuova dimostrando che non si vince solo con giocatori stra-pagati.
Una bella lezione per lo sport-mercato, occupato da giocatori pagati fiori di milioni quando in realtà le società potrebbero risparmiare molti fondi se seguissero le teorie di questo statista realmente vissuto.
Anche la vicenda di questo g.m. è vera ed è una storia che ci insegna ad aver fiducia nelle proprie idee e che ci dice anche quanto amore ci dovrebbe essere nello e per lo sport perché in una gara sportiva, chi ci crede davvero, perde.
Ma a parte questi bei temi e l’amarezza di fondo, il film non è molto più che un valido dramma hollywoodiano di routine, in quanto tecnicamente parlando nessun elemento spicca per originalità: regia convenzionale, fotografia e montaggio inconsistenti, sceneggiatura cerebrale e dialoghi estenuanti e verbosi scritti a quattro mani da due irriconoscibili Premi Oscar: Aaron Sorkin (The Social Network, 2010) e Steven Zaillian (Schindler List, 1994). A dire il vero, la mano di Sorkin un po’ si sente nei lunghi dialoghi, ma a differenza dell’ultimo capolavoro di Fincher, qui manca del tutto l’ironia e il ritmo.
Si fatica anche a credere che alla fotografia ci sia quel Wally Pfister, anch’egli Premio Oscar, che ha lavorato a tutti i film di Nolan.
E si crede ancora meno che Bennet Miller abbia fatto vincere l’Oscar a Philip Seymour Hoffman per Truman Capote (2006), visto che qui l’attore è in una delle sue meno riuscite interpretazioni.
Concludendo, risultano incomprensibili tutte le sei nomination all’Oscar, dai due attori fino a quella, assurda, di Miglior Film dell’anno.

VOTO: 7-

martedì 7 giugno 2011

Like a prayer

In poche parole: Un’interminabile preghiera raccontata con immagini straordinarie

THE TREE OF LIFE
di Terrence Malick,
USA, 2011


ora al cinema

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TRAMA


Una donna (Jessica Chastain) perde il figlio diciannovenne e prega Dio, interrogandosi sul senso della vita. Segue un documentario sulle meraviglie della nature che ci riporta fino ai tempi dei dinosauri, poi torniamo nell’America ‘50s quando i tre figli della donna sono ancora piccoli. Il maggiore di loro (Hunter McCracken), in conflitto con un padre autoritario (Brad Pitt, al posto di Heath Ledger), sfoga nelle preghiere tutta la sua frustrazione, finché da grande (Sean Penn) si ricongiunge con i suoi cari in un aldilà che ha le sembianze di una spiaggia appunto paradisiaca.

RECENSIONE

Quello che ha fatto Malick non è un film, ma un’opera concettuale, filosofica e artistica spiazzante che come tale non sarà apprezzata dalla maggior parte degli spettatori che andranno al cinema per vedersi il nuovo film “di” Brad Pitt e Sean Penn, il quale, per la cronaca, ha un cameo e pronuncia una sola battuta. Non è forse un capolavoro del cinema, ma è un capolavoro artistico in senso lato.

Malick si serve di cinque addetti al montaggio e degli effetti speciali di Douglas Trumbull, lo stesso che lavorò a 2001 Odissea nello spazio: e a Kubrick questo film deve moltissimo. L’assoluta libertà, la lentezza delle scene, la ricerca di una perfezione artistica, le immagini cosmiche ma anche le ellissi temporali. E Malick riesce perfino a strappare all’opera di Kubrick il primato che deteneva da decenni, ovvero quello di maggior ellissi della storia del cinema. Malick va ben oltre i tempi dei primati, accarezzando uno spazio temporale molto più vasto ed eliminando qualsiasi linearità temporale: si parte dagli anni ’50, si arriva ai giorni nostri, si torna ai tempi dei dinosauri e si torna agli anni ’50. Le scimmie di Kubrick sono state sostituite dai dinosauri e la breve scena di cui questi sono protagonisti riassume l’intera pellicola, il cui senso è anticipato nelle prime parole sussurrate dalla madre:
“Esistono due vie, quella della Natura e quella della Grazia”.

Il dinosauro carnivoro cerca di dare quello che definiamo un colpo di grazia, ma che in realtà è istinto naturale. Poi, preso da pietà, o misericordia, o grazia ( mercy) lo lascia vivere.

Così la madre di famiglia, l’angelicata perfetta casalinga disperata anni ’50, che sembra però uscita direttamente da un quadro preraffaellita, è l’incarnazione di questa misericordia (preferisco questo termine a quello scelto dagli adattatori, grazia, in quanto meglio si addice a una pellicola prettamente religiosa).

La figura del padre, classico maschilista e padre severo e punitore, rappresenta quella Natura violenta dal quale il figlio maggiore vuole fuggire, tanto da pregare Dio che suo padre muoia.

Il film quindi unisce le preghiere di una madre e quelle di un figlio, evitando dialoghi e scene vere e proprie ( a parte un paio). La frase iniziale presa dal libro di Giobbe anticipa il dolore della donna, in quanto Giobbe rappresenta la punizione divina dei giusti.
Le lunghe sequenze documentaristiche riportano fra i numerosissimo collaboratori l’artista Scott Nyerges a sua volta ispirato a Jordan Belson e il film è scandito da brani di musica classica (Smetana, Brahms) composti dall’onnipresente Alexandre Desplat (Il discorso del Re, New Moon, Il curioso caso di Benjamin Button).

Malick ha creato qualcosa di straordinario dal punto di vista visivo, trasportandoci in un universo che ci fa davvero girare la testa con continui stacchi, riprese dall’alto, dal basso, circolari, e ogni virtuosismo possibile, con inquadrature che spesso durano pochissimi secondi e immagini di una bellezza sensazionale che riporta sullo schermo la meraviglia della natura (in tutte le sue forme).

Ma se la tecnica è sopraffina e Malick gestisce il suo team in modo straordinario (compresi gli attori, tra cui spiccano le memorabili prove dei due bambini esordienti che stracciano la professionalità di Brad Pitt, anche se a rimanere nella storia sarà la prova della semisconosciuta Jessica Chastain), a mancare è un contenuto che riesca davvero a coinvolgere ed emozionare lo spettatore, tant’è che alla fine questa enorme maestria solleva i sospetti di vuoto e pretenzioso virtuosismo.
 In un infinito inseguirsi di allegorie, simbolismi e immagini meravigliose rimane una cornice straordinaria che ognuno può riempire come vuole, con tutte le conseguenze del caso. Ma in fondo qeusto film è una serie di preghiere, formule che ognuno riempie come vuole, dunque lo spettatore riempirà come vuole questo straordinario involucro.
VOTO: 7,5

venerdì 20 novembre 2009

lnglorious Basterds di Quentin Tarantino

BASTARDI SENZA GLORIA
Un colonello nazista poliglotta fa massacrare una famiglia di ebrei, di cui sopravviverà una sola superstite. Per qualche strano scherzo del fato, i loro destini si incroceranno qualche anno più tardi. Tarantino riscrive la Storia con la S maiuscola e aggiunge un altro tassello alla storia del cinema. Si riconferma abile sceneggiatore, i suoi lunghi dialoghi ormai sono un marchio di fabbrica e ancora una volta si dimostra grandissimo nel dirigire i propri attori: basta vedere quello che ha tirato fuori dalla bellissima Diane Kruger. Per non parlare del tour de force linguistico imposto agli interpreti, che passano da una lingua altra con estrema disinvoltura (inglese, francese, tedesco e una spruzzatina di italiano), con speciale menzione a Christoph Waltz che ha vinto la Palma d’oro a Cannes. Brad Pitt sfoggia crudeltà e aria da tonto (un po’ come nell’ultimo dei Coen). Anche la violenza gratuita non si può più scindere dalla filmografia tarantiniana e questa volta si mischiano usanze dei nativi americani (gli scalpi) e svastiche naziste incise sulla fronte.
I capitoli migliori sono quelli con numero pari, ed è davvero difficile dire quali tra questi sia il migliore: dal folgorante inizio, alla Parigi piena di fortuite coincidenze e omaggi cinematografici, fino al memorabile epilogo nel cinema. C’è anche una meravigliosa colonna sonora.
VOTO: 9

lunedì 16 marzo 2009

RECENSIONE di The Curious Case of Benjamin Button

Una vita straordinaria per un amore altrettanto incredibile. Un amore tanto esasperato da apparire subito pretestuoso quando ci troviamo di fronte ad una bambina che si intenerisce per un ultraottantenne. Un amore che si manifesta pienamente solo dopo due ore per poi risolversi in poche, anche se bellissime scene. E al termine delle tre ore quello che rimane è una grandissima storia d’amore, che non conosce confini di età. Così Daisy continua a prendersi cura di Benjamin anche quando ormai non lo fa più nessuno e lui non la può riconoscere perché è un neonato, allo stesso modo in cui il Michael di The Reader si prenderà cura di Hannah quando lei sarà in prigione. Due storie d’un amore che supera ogni confine accomunano Il curioso caso di Benjamin Button e The Reader, ma cambiano i punti di vista: quello americano (grande kolossal, Pearl Harbor, uragano Katrina) e quello europeo (stile minimalista, Seconda guerra mondiale, senso di colpa, sesso e letteratura).
La sceneggiatura dell’ Eric Roth di Forrest Gump, qui aiutato da Robin Swicord ha poco della tenerezza, dell’originalità e del brio presenti nel film di Zemeckis, col quale ha però molti punti in comune: storia di un “diverso” e del suo amore tormentato per una ragazza sullo sfondo di una fetta di Storia degli Stati Uniti.
Peccato che in tre ore di pellicola non ci sia nemmeno un dialogo memorabile. Ed ecco un altro problema: la durata. Tantissime le parti, anche ben eseguite, ma del tutto inutili. Un esempio fra tutti, la lunga parentesi concessa al legame con il personaggio della bravissima Tilda Swinton.
Dopo aver sollevato l’ammirazione di pubblico e critica ed aver perso un po’ di smalto con Zodiac, Fincher è voluto tornare per creare un classico, un progetto ambiziosissimo con una coppia di attori celeberrimi pronti a imporsi come nuova mitica coppia del grande schermo e una trama che colpisse e commuovesse ad ogni costo. L’intento è dunque quello di andare incontro ad un pubblico vastissimo e perciò ingenuo, che però non ha di certo l’intenzione di sorbirsi un film drammatico di tre ore. Sono solo due i casi in cui questo è avvenuto: Via Col Vento e Titanic. Eppure sono due anche i tentativi stagionali di emulazione dell’irripetibile appeal di queste due pellicole: oltre a Fincher anche il bravissimo Luhrmann ci ha provato poco fa con la coppia Kidman-Jackman nel suo film fiume Australia. Film che vogliono essere capolavori, ma restare anche nel cuore del pubblico. In entrambi i casi il tentativo è fallito.
Tuttavia il film esegue alla perfezione ciò che ci si aspetta da ogni favola hollywoodiana, ovvero far sognare. Come favola e senza troppe pretese va perciò letta quest’incredibile storia di un uomo nato vecchio e morto bambino tra le braccia della donna che ha sempre amato.
La magia che rende speciale il cinema qui è presente nelle scenografie accurate, nella sublime fotografia, negli eccezionali effetti speciali e in quello straordinario trucco che si prende beffa dello spettatore ringiovanendo ed invecchiando i due divi. E in Cate Blanchett, che salvo le scene (superflue?) sul letto di morte, irradia di luce propria ogni scena in cui compare. Miracolo del cinema. Di luce propria brilla anche l’intensa Taraji P. Henson, mentre di Brad Pitt si può dire che è stato generoso a concedere il proprio celebre volto ad uno staff di eccellenti truccatori e maghi di effetti speciali.
Resta un film ambiziosissimo, confezionato in modo impeccabile, ma appesantito da un ritmo lento e una sceneggiatura zoppicante.

VOTO: 6/7