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22.11.19

Oltre l'Immagine, viaggio nel significato nascosto dei film - 15 - Tuck me in - di Edoardo Romanella


Stavolta Edoardo ci analizza un corto.
Di appena un minuto.
Può un corto di appena un minuto essere oggetto di analisi?
Ecco, sembra di sì, specie se è bello come Tuck me in (corto che vidi e consigliai in un post anche io)

E’ possibile per un corto horror sbaragliare la quasi totalità della concorrenza cinematografica dal 1930 a oggi?
Ignacio F. Rodò ci ha dimostrato che è possibile, vincendo a mani basse il concorso Filmminute con questo cortometraggio eccezionale della durata di poco inferiore a un minuto: TUCK ME IN  (in italiano è traducibile con RIMBOCCAMI LE COPERTE).
Molto probabilmente si tratta del più grande cortometraggio horror mai realizzato, e prima di continuare a leggere vi invito a vederlo.
E’ su Youtube, e dura meno di un minuto, non potete proprio perdervelo (mettete i sottotitoli in italiano se volete).


Un padre entra in camera del figlio, gli rimbocca le coperte, gli dà la buonanotte, e il figlio lo richiama, dicendogli: “Papà, ti sei scordato di guardare sotto al letto”. Il padre risponde: “Hai ragione, scusami”. Poi guarda sotto al letto...e vede il suo bambino, spaventato, che gli dice: “Papà, c’è qualcuno sopra il mio letto”. Il padre, sgomento, alza gli occhi.


Quest’articolo, più che dare una vera e propria spiegazione al corto, vuole essere una guida sulle caratteristiche dei prodotti dell’orrore, siano essi cinematografici o letterari.
In un periodo nero (in senso negativo) per la filmografia horror, dove vengono sfornati film sulle possessioni demoniache a ritmo di fabbrica, ecco che dal mucchio compare un gioiello, un gioiello che ci fa tornare all’infanzia, al mostro che si nasconde sotto il letto.
Dopo l’iniziale sgomento, le domande che ci sorgono in mente sono: chi è quello? Che succede dopo?
Lo spettatore è subito portato a razionalizzare e trovare una spiegazione su quanto ha visto. Potrebbe essere un mostro. O un fantasma. O un demone. O il diavolo in persona, e vista la nostra cultura basata su tale personificazione del male, probabilmente quest’ultima sarà anche l’interpretazione più gettonata.
Indipendentemente da cosa sia, il regista centra in pieno l’obiettivo, e dà una globale lezione su quella che deve essere la caratteristica fondamentale dell’horror: l’ignoto. Fondamentalmente, ciò che più terrorizza l’essere umano (ma possiamo dire gli esseri viventi) è l’ignoto.
Un esempio lo possiamo vedere nell’utilizzo dell’oscurità nei film dell’orrore. In genere è il primo elemento che i registi introducono: ambienti tetri, scene al buio, dove poi, purtroppo, la maggior parte dei essi inserisce i soliti colpi di scena improvvisi che ormai anche un bambino di due anni si aspetta. Ma comunque il buio resta uno dei punti fermi. L’assenza della luce equivale all’assenza della vista, ergo al non sapere cosa si celi nelle tenebre.
Un’altra caratteristica che non deve mancare sta in come si rappresenta una figura spaventosa: se, ad esempio, dovessimo rappresentare il diavolo, sarebbe alquanto comico raffigurarlo dall’aspetto umanoide, con le corna e i piedi caprini. E questo è l’errore comune di tutta la filmografia horror contemporanea: il mostrare qualcosa con i classici canoni del “mostro” assunti nell’immaginario collettivo non crea angoscia, né orrore, ma risulta essere una caricatura, un tentativo di spaventare inutile e goffo. Magari può essere un canone adatto al genere fantasy, o fantascienza, ma di sicuro non al genere horror.
La lezione venne data per la prima volta nel 1973, quando William Frienkin realizzò quel capolavoro immortale che è L’esorcista, ancora oggi insuperato. Nel film ciò che disturba non è tanto Regan che levita sopra il letto o vomita verde con la faccia mostruosa (anche se non è piacevole alla vista), ma tutti gli strani comportamenti che inizia ad assumere prima di ciò: la seduta spiritica con Captain Howdy, il linguaggio scurrile, gli sputi ai dottori, il letto che inizia a sbattere con lei sopra, la statua in chiesa, e così via. E in questo caso la figura del diavolo è straordinaria: un volto bianco su sfondo nero (torna sempre il fattore buio). Ma de L’esorcista ci sarà tempo per parlarvene.
Tornando a TUCK ME IN, come detto, ci riporta all’infanzia, che rimane per sempre in noi, e con essa le nostre paure primordiali.
Oltre a Tuck me in, guardatevi anche He dies at the end, un altro gioiello, sempre su Youtube.
Per il resto, classe infinita.



4.11.19

Oltre l'Immagine, viaggio nel significato nascosto dei film - 14 - La Versione di Joker - di Edoardo Romanella -


Per il quattordicesimo appuntamento della sua rubrica Edoardo ha deciso di fare un lavorone, ovvero analizzare la figura del Joker in ogni sua forma, dal fumetto passando per le serie animate fino a tutti i film che lo hanno visto protagonista, arrivando, ovviamente, al capolavoro con Joaquin Phoenix.
Un articolo completo che cerca di dare un quadro agile e definitivo su questa affascinatissima figura.

Quest’articolo è volto a far luce sull’evoluzione del personaggio di Joker nel corso degli anni, dalla sua prima apparizione nel fumetto fino all’ultimo film dedicato a lui. Col termine evoluzione non intendo che una versione sia migliore o peggiore dell’altra, ma solo diversa, a seconda dell’esigenza che di volta in volta è stata richiesta (non terrò conto delle versioni mal riuscite, come ad esempio quella di Jared Leto).


Le origini

Siamo nel 1940 quando per la prima volta Bill Finger introduce il personaggio di Joker come antagonista di un numero del fumetto Batman.
Inizialmente la DC si guardò bene nel dichiarare al pubblico la storia di questo personaggio, celando sempre nel mistero la sua identità. Per avere notizie riguardo le sue origini bisognerà aspettare quasi cinquant’anni, quando finalmente vengono svelate nella saga The Killing Joke.
Jack Napier era un chimico con aspirazioni da cabarettista, che un giorno si trova a fare i conti con gravi difficoltà economiche.
Ha una moglie incinta, alla quale non dice mai nulla dei loro problemi. Nasce suo figlio, e i problemi di conseguenza aumentano, costringendolo a rivolgersi a due criminali per sbarcare il lunario, i quali gli propongono di prendere parte a una rapina a una fabbrica di carte da gioco, dove in passato egli stesso ha lavorato.
Il giorno del colpo però riceve una telefonata dalla polizia, che lo informa di una tragedia: sua moglie e suo figlio appena nato sono deceduti, a causa dell’esplosione di uno scalda-biberon.
La notizia lo distrugge nello spirito, ma i due malviventi lo costringono ugualmente a prendere parte al colpo, facendogli indossare un cappuccio rosso.
La rapina però viene sventata da Batman, che per errore fa cadere Jack dentro una vasca di prodotti chimici mentre è intento a inseguirlo. L’uomo riesce comunque a uscirne vivo, ma a caro prezzo: la sua pelle è diventata celeste, i suoi capelli verdi, e i muscoli della mascella si sono atrofizzati, lasciandogli un sorriso perenne stampato in faccia. Le nuove sembianze causeranno il crollo definitivo della sua psiche già compromessa, trasformandolo nel criminale che oggi tutti conosciamo come Joker.


Il fumetto


 Nella sua prima apparizione e per tutti gli anni a venire, Joker appare come un criminale atipico, un burlone completamente folle e costantemente permeato da pessime battute e un grosso sense of humor. Tutto ciò ha contribuito notevolmente ad accrescere il suo consenso tra il pubblico, tramutandolo presto nel principale antagonista di Batman e in uno dei personaggi più amati nella storia dei fumetti.
La struttura di Batman, così come quella di Superman e di tutti gli altri fumetti Dc, Marvel o dei classici manga, è sempre la stessa: uno o più protagonisti, a simboleggiare il bene, e uno o più antagonisti, a simboleggiare il male. E io personalmente ho sempre tifato per gli antagonisti, fin da piccolo. Non so ancora spiegarmi il perché, forse perché l’antagonista di turno combatte sempre da solo contro tutti, o forse per il fatto che mi ero stancato di quegli epiloghi tutti uguali e prevedibili: alla fine il protagonista, l’eroe, vince. Sempre. Il finale è già scritto dall’inizio.
È la stessa battaglia, con lo stesso esito, ripetuta all’infinito, in un Universo dove non c’è realmente posto per il Male, dove protagonisti e antagonisti combattono continuamente, con gli stessi vincitori e vinti, eppure continua, in un mondo perfetto dove nessuno muore mai per davvero.
Ciò rimarrà tale fino al 1986, quando Watchmen riscriverà tutte le parti.


Batman: The Animated Serie


 Veniamo al 1990, quando venne prodotta la serie animata, un’opera dall’eccezionale valore artistico che ricalca le orme dei primi fumetti, migliorandole sia riguardo lo spessore dei personaggi, sia riguardo le atmosfere noir e la fotografia. Un’opera che gioca molto sui chiaroscuri, Gotham City non è mai stata così dark. In fondo la città trae ispirazione da New York, si può considerare una New York più oscura e nella quale abitano dei pittoreschi personaggi. C’è perfino la Statua della Giustizia, che è la versione DC della Statua della Libertà.




 Qui Joker ricalca l’onda del fumetto, ma in una versione ancora più esaltata e caricata, con una risata irresistibile e delle trovate sempre geniali. E come per il fumetto, vale sempre lo stesso discorso: vincitori e vinti combattono continuamente tra loro senza mai farsi male davvero. Un grandissimo contributo è stato dato dall’attore Mark Hamill (il grande Luke Skywalker, doppiatore della versione originale) e dall’altrettanto bravo Riccardo Peroni.


Batman: Serie Tv



Dopo questo salto temporale di cinquant’anni (che ho dovuto fare per confrontare fumetto e cartone), torniamo indietro agli anni ‘60, con la serie Batman, nella quale l’uomo pipistrello è interpretato da Adam West e Joker da Cesar Romero. Qui vengono del tutto abbandonate le atmosfere cupe e noir tipiche del fumetto, per dare alla serie un’impronta volutamente comica e musicale: no effetti speciali, trucco discutibile e quelle tipiche scazzottate collegate a scritte fumettistiche come “BUM”, “SBAM”, “ARGH”, “PUFF”, e così via. È il concetto della violenza privata del suo potere, non una sola goccia di sangue. Concetto espresso successivamente anche dagli indimenticabili Bud Spencer (Carlo Pedersoli) e Terence Hill (Mario Girotti). Qui Joker riprende appieno lo spirito della produzione semi/demenziale, e per la prima volta assistiamo a quella risata che tanto è rimasta cara ai fan quando si parla di questo personaggio.


Batman (Tim Burton)



È il turno di Tim Burton, quando nel 1989 decise di realizzare un film strettamente fedele all’opera fumettistica, anche in virtù delle notizie riguardo le origini di Joker. Il regista ha comunque modificato la storia, descrivendo il personaggio come un delinquente da sempre associato alla malavita e mostrando che fu lui anni prima ad aver ucciso i genitori di Bruce Wayne (cosa non vera).
Fotografia, colori e atmosfera sono identici a quelli del fumetto, l’unica cosa che stona è Michael Keaton nella parte di Batman.

2.10.19

Oltre l'Immagine, viaggio nel significato nascosto dei film - 13 - C'era una volta Sergio Leone - di Edoardo Romanella


Puntata un pò anomala e off topic della rubrica di Edoardo.
Una riflessione su tutta la filmografia di Sergio Leone
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Ho deciso di scrivere questo articolo non con l’intento di raccontare una biografia sulla vita del grande regista, ma con l’intenzione di celebrare il suo genio cinematografico e mostrare quanto realmente sia stato importante per la settima arte. Quindi non leggerete nulla riguardo la sua infanzia, la sua famiglia, o la sua gavetta come assistente, solo e unicamente sulla sua opera.

Il primo film risale al 1961, ed è Il colosso di Rodi, film realizzato con un budget molto ridotto, che in sostanza narra la storia tra due amanti, un viaggiatore e la figlia del re di Rodi. E’ l’unico tra i suoi film (a mio avviso) a non essere un capolavoro (sette film totali, sei capolavori, dei quali quattro western, uno sulla Rivoluzione Messicana e uno sulla storia americana nel periodo del proibizionismo). Rappresenta in parole povere il suo esordio, un breve riscaldamento come preludio alla manifestazione del suo vero genio.
Due anni dopo fu convinto da un amico ad andare al cinema a vedere un film capolavoro di Akira Kurosawa: La sfida del Samurai, e ne rimase molto colpito, tant’è che si mise subito a scrivere una sceneggiatura, un “remake stile western” per così dire. Una volta terminata, andò in cerca di un produttore che accettasse il finanziamento.
Una volta trovati i produttori, questi ultimi gli assicurarono di avere l’ok a girare da parte di Kurosawa: poterono iniziare le riprese di quello che oggi conosciamo come Per un pugno di dollari, il primo capitolo della cosiddetta Trilogia del Dollaro.
E’ una storia di guerra tra due famiglie in una cittadina del New Mexico, nella quale arriva un misterioso pistolero, Joe, che prenderà le parti di una di esse (vista la poca moralità dell’altra), e porrà fine alla lotta.

Alla sua uscita il successo è immediato, da subito il pubblico lo percepisce come un western atipico, anni luce avanti ai prodotti americani (nonostante lo abbia girato con lo pseudonimo di Bob Robertson), e sbanca al botteghino. Da qui iniziano le collaborazioni con i grandi attori, da qui iniziano le grandi interpretazioni, come quella di Gian Maria Volontè (nella parte di Ramon) e di Clint Eastwood (nella parte di Joe). Peccato solo che i produttori non avevano ancora stilato un accordo col regista giapponese. Così, quando Kurosawa seppe della pellicola (che in breve tempo era diventata un cult a livello mondiale) citò Leone in tribunale. Come prevedibile vinse la causa e ottenne un cospicuo risarcimento.

Fu così che Sergio Leone stabilì il punto di non ritorno, il punto in cui si inizia a capire l’essenza più profonda della settima arte e da cui attingeranno tutti i registi (successivi e non). E’ il primo esempio di “potere dell’immagine”, di quelle inquadrature simmetriche e oniriche che senza i dialoghi parlerebbero da sole.



(L’inquadratura che segnerà la svolta nella storia del cinema)


Sarebbe riduttivo però dire che questo film si sofferma solo sulla bellezza estetica e sulle inquadrature rivoluzionarie, sull’azione e su qualche frase a effetto (“Quando un uomo col fucile incontra un uomo con la pistola, l’uomo con la pistola è un uomo morto”).

16.9.19

Oltre l'immagine, viaggio nel significato nascosto dei film - 12 - "2001 Odissea nello spazio" - di Edoardo Romanella


Con questo 12imo appuntamento Edoardo affronta quello che è forse il film principe che una rubrica con questi propositi (provare a "spiegare" i film) deve affrontare, il capolavoro di Kubrick.
Al solito anche qua sono stati scritti saggi su saggi ma magari una lettura come quella di Edoardo agile e condensata fa sempre bene 

vi lascio alle sue parole

L’ALBA DELL’UOMO

4 milioni di anni fa, siamo nel deserto, un gruppo di ominidi scopre per caso un monolite nero. Non esiste ancora la civiltà, vale la legge del più forte (ma è un dogma che vale sempre, in ogni spazio e in ogni tempo, se non consideriamo la grande illusione del mondo civilizzato), e si formano due gruppi antagonisti tra loro. I membri di uno impareranno presto a usare oggetti per combattere, e prenderanno il sopravvento sugli altri. Assistiamo all’evoluzione.
L’uomo, come tutti gli altri animali, uccide quelli della sua stessa specie.
Da qui veniamo catapultati nel futuro (1999), l’essere umano è schiavo della tecnologia. Un gruppo di astronauti viaggia nello spazio in direzione di Giove, dove è stato avvistato uno strano monolite nero, e la loro astronave è guidata da un computer avanzatissimo, HAL 9000, che sembra avere una volontà propria.




E’ il 1968, e la fantascienza riparte da qui, da questo film immortale, un capolavoro eterno ancora oggi insuperato.

13.8.19

Oltre l'Immagine, viaggio nel significato nascosto dei film (11) - "Revolver" - di Edoardo Romanella


Undicesimo appuntamento con la rubrica di Edoardo (trovate tutti gli altri articoli nell'etichetta "oltre l'immagine")

Jack Green (Jason Statham) esce di prigione dopo sette anni, deciso a vendicarsi del boss Dorothy Macha (Ray Liotta), l’uomo che ha ucciso la moglie del fratello e a causa del quale è stato arrestato. Va nel suo casinò e lo umilia nel gioco d’azzardo, portandogli via un mucchio di soldi; di lì a poco fa conoscenza di due strani individui, Zack e Avi, che sembrano sapere molte cose su di lui. Ciò che segue è un enigmatico viaggio tra la realtà e i meandri della sua mente, tra i suoi demoni interiori e un mondo cinico e spietato. Fine trama.

E fu così che Guy Ritchie si ispirò a David Lynch, mantenendo il suo stile tipico (tanti personaggi, scene frammentate, spezzoni umoristici), ma uscendo dai canoni che solitamente lo contraddistinguono (chi ha visto film come Lock and Stock o Snatch sa di cosa parlo).

Sia chiaro, questo regista ne ha girati di capolavori (e non parlo solo dei due film citati sopra), ma stavolta si è davvero superato, realizzando un film praticamente perfetto, un film colossale, eterno, che a mio avviso entra di diritto nei dieci più grandi film mai realizzati. Qui andiamo oltre la tecnica registica, oltre la fotografia e oltre la sceneggiatura, ricalcando anche l’onda di pensiero secondo la quale Jason Statham sia bravo solo con lui (comincio a crederlo anch’io).
A tratti possiamo ammirare una innegabile originalità delle scene, espresse mediante segmenti animati che si alternano alla pellicola, e che ricordano Natural Born Killers, dando al film una sorta di potere onirico ancora più evidente. L’unica cosa che effettivamente non capivo era il titolo: la Revolver è una pistola a tamburo, e in tutto il film se ne vedranno giusto una o due, in un paio di comuni sparatorie, scene di secondaria importanza. Poi, leggendo un’intervista a Guy Ritchie, ho trovato scritto il motivo di tale scelta, ed è…attenzione… attenzione… perché gli piaceva la parola Revolver.



Numerosi sono i riferimenti rivolti anche all’esoterismo ebraico, in particolare alla cabala; di conseguenza i numeri in questo film assumono un significato ben preciso, così come anche i nomi, tra cui Avi (Abramo), Zack (Isacco), e Jack (Giacobbe); di grande effetto e di grande impatto filosofico sono inoltre le frasi sull’esistenza, sparse per tutta l’opera.
“Temetemi o riveritemi, ma per favore, ditemi che sono speciale. Siamo solo scimmie, avvolte in bei vestiti, che implorano l’approvazione degli altri.”

 



Badate bene a ciò che ho scritto all’inizio comunque: lui si ispira a Lynch, ma non ricalca il suo simbolismo o le sue trame, non c’è traccia di sogno (Eraserhead, Velluto Blu, Strade Perdute o Mulholland Drive) o pensiero libero (INLAND EMPIRE).
In ogni caso resta un film di difficile interpretazione, per cui di seguito scriverò la spiegazione.

23.7.19

Oltre l'immagine, viaggio nel significato nascosto dei film (10) - Twin Peaks - di Edoardo Romanella



Per "festeggiare" il decimo appuntamento con questa rubrica (analisi di film o serie molto complesse) Edoardo Romanella ha deciso di fare "l'analisi della vita", ovvero quella di tutte e 3 le stagioni di Twin Peaks.
A detta dell'autore non troverete in rete disamine così dettagliate, ricche di particolari ed esaustive (non considero ovviamente i saggi e cose del genere).
Insomma, questa dovrebbe esse na specie de piccola Bibbia de Twin Peaks.
Inutile dire che l'articolo si rivolge a chi ha visto tutte le stagioni.
Buona (lunga) lettura :)

Dunque cari lettori, se avete letto il mio articolo su Lost avrete sicuramente notato che, pur ritenendola la più grande serie televisiva mai realizzata ad oggi, ho scritto che non è affatto rivoluzionaria.
Il motivo è semplice, perché la rivoluzione era iniziata molti anni prima, nel 1990, con questo immortale capolavoro: I segreti di Twin Peaks (o semplicemente Twin Peaks), di David Lynch, scritta con lo sceneggiatore Mark Frost.
E’ stata una rivoluzione televisiva nel vero senso della parola, perché da essa hanno praticamente attinto tutte le serie successive: Lost, I Soprano, Black Mirror, Fargo, X-Files, Breaking Bad, Stranger Things, solo per citarne alcune.
Fu trasmessa in Italia per la prima volta nel 1991, e fin da subito si dimostrò un successo colossale, dove perfino la sigla iniziale è diventata cult. Ma è facile rendere una sigla musicale un cult quando a realizzarla è quel genio che si è occupato dell’intera colonna sonora, e che ha seguito Lynch nel corso di tutta la sua carriera: Angelo Badalamenti (per intenderci, quello che sputa il caffè sul tovagliolo in Mulholland Drive).
A tal proposito vi linko qua sotto un video su come è nata la colonna sonora di Twin Peaks, per farvi capire di chi stiamo parlando e di quanto sia straordinaria la sua ispirazione musicale.



Partiamo dalla trama, che vi consiglio di non saltare. Leggetela attentamente, perché in essa ho inserito diversi elementi chiarificatori. In caso non abbiate ancora visto la serie, fermatevi qui nella lettura, poiché sarà pieno di spoiler.
Twin Peaks è una tranquilla cittadina di montagna nello Stato di Washington, vicino al Canada, dove un giorno, sulla riva di un fiume (o era un lago, non ricordo) viene ritrovato il corpo senza vita di una ragazza. Il suo nome è Laura Palmer (Sheryl Lee).




Questo sarà il fulcro centrale delle prime due stagioni, attorno al quale ruotano tutti gli strani personaggi ed eventi di contorno. In primis, l’agente dell’FBI Dale Cooper (Kyle MacLachlan), inviato a Twin Peaks per indagare sull’omicidio.






Iniziamo poi a fare conoscenza degli abitanti: Peter "Pete" Martell (colui che ha ritrovato il cadavere di Laura, interpretato da Jack Nance), Bobby Briggs (il “ragazzo” di Laura, e principale indiziato, interpretato da Dana Ashbrook), lo sceriffo Truman (Michael Ontkean), la cameriera Shelly Johnson (Mädchen Amick), Donna Hayward (Lara Flynn Boyle), i genitori di Laura, eccetera, eccetera, eccetera, non occorre che ve li presenti tutti (anche perché ci impiegherei mezza giornata). Posso solo dirvi che ogni personaggio (o quasi) è memorabile nella sua costruzione e interpretazione.
Nel bel mezzo delle indagini, a un certo punto, viene ritrovata una compagna di scuola di Laura, Ronette Pulaski, in stato confusionale e in precarie condizioni di salute. Poco dopo finirà in coma.
Mano a mano che la trama va avanti, ci vengono presentati nuovi personaggi, tutto in funzione delle indagini sull’omicidio di Laura Palmer.
Il primo episodio si conclude con Sarah Palmer (Grace Zabriskie), la madre di Laura, che guardando lo specchio ha la visione di un uomo coi capelli lunghi.

14.6.19

Oltre l'Immagine, viaggio nel significato nascosto dei film (9) - Waking Life - di Edoardo Romanella

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Nono appuntamento con la rubrica di Edoardo



IL SOGNO E’ IL DESTINO



Questa è una delle prime frasi del film, ed è una frase che dice tutto su questo straordinario capolavoro: Waking Life, di Richard Linklater.
Stavolta non c’è bisogno di particolari spiegazioni che ne facilitino la comprensione, perchè ciò che vediamo dall’inizio alla fine altri non è che un sogno, un sogno rappresentato come meglio non si poteva fare, facendo uso della cosiddetta tecnica del Rotoscope (già utilizzata per “Il signore degli anelli” del 1978): dapprima utilizzando il digitale per le riprese, poi una squadra di disegnatori per creare ogni fotogramma con linee e colori, in un lavoro di quasi un anno, servendosi degli artisti più svariati, al fine di dare al film un effetto costantemente mutevole, surreale e onirico. Il risultato incredibile, che non ha precedenti.
Assistiamo a un susseguirsi di riflessioni sull’esistenza, di situazioni bizzarre, di strani personaggi e di immagini tremendamente potenti, vissute da un protagonista fisso, che altri non è che un ragazzo, e vive tutto ciò nell’istante prima di morire (un incidente come probabile causa).



Quello che più sorprende, oltre alla potenza delle immagini e all’associazione delle stesse (come se fossimo davvero all’interno di un sogno) sono i dialoghi del film, le cose che vengono dette, scandalosamente profonde, filosofiche, surreali e al tempo stesso logiche, in una sceneggiatura unica e irripetibile, scritta interamente da Richard Linklater, con citazioni anche a filosofi, scrittori e scienziati contemporanei, tra i quali a un certo punto, alla fine del film, spicca la mente di uno dei più grandi scrittori del nostro tempo, il grande Philip K. Dick.

SCORRETE LACRIME, DISSE IL POLIZIOTTO


E poi quelle musiche: straordinarie, incredibili, perfette.
Quando l’ho visto sono rimasto incredulo davanti a un risultato del genere, sembrava di sognare anche a me. Sognare ed essere consapevoli di stare sognando, così è all’interno del film, e così anche a tutti voi probabilmente sarà capitato qualche volta, l’unica differenza è che ognuno di noi si risveglia la mattina successiva, il protagonista invece, come mostrato nel finale, non più soggetto alla forza di gravità (anche questo comune effetto del sogno), viene attratto verso il cielo, che sta a significare la fine della sua vita (cosa ci sia oltre non potremo mai saperlo).



Basta, non occorre che dica più nulla riguardo quest’opera, ogni parola sarebbe superflua. Solo un consiglio obiettivo e spassionato: dovete guardarlo, c’è l’Universo in questo film.
Forse il più grande nella storia del cinema.

2.5.19

Oltre l'Immagine, viaggio nel significato nascosto dei film (8) - Velluto Blu - di Edoardo Romanella

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Ottavo appuntamento (e sesto o settimo con Lynch) con Edoardo e le sue analisi sui significati nascosti nei film più complessi.
E' il momento di Velluto Blu


David Lynch aveva già realizzato tre lungometraggi prima di questo capolavoro: Eraserhead, The Elephant Man e Dune, i primi due straordinari, il terzo m gran film, ma un po’ meno riuscito, complici anche i tagli imposti dalla distribuzione.
Il termine capolavoro non è usato a caso, questo è un film impeccabile sotto tutti i punti di vista (regia, sceneggiatura, fotografia, costumi, recitazione, colonna sonora), un oscuro thriller perverso oltre il quale si nasconde un vero e proprio weird. Quindi non occorre vi dica che, se non l’avete ancora visto, fermatevi qui nella lettura, perché gli spoiler saranno davvero tanti.

La pellicola inizia con un’allegra canzoncina (Blue Velvet) alla quale si susseguono delle immagini rassicuranti della città di Lumberton: una staccionata con delle rose, un pompiere che saluta, dei bambini che attraversano la strada, un uomo che annaffia il giardino.
Già da qui possiamo intuire l’impronta grottesca che il regista vuole trasmettere, quella di un’immaginaria cittadina “perbene e felice” in un immaginario mondo ideale. E già da qui percepiamo anche che c’è qualcosa di strano: David  Lynch fa trasparire una certa inquietudine da questi primi fotogrammi, alla sua maniera e nello stile tipico che caratterizza la sua filmografia, come se fosse tangibile che quanto mostrato non sia reale, come se appartenesse a un mondo incantato, un mondo immaginario e fittizio che mira a nascondere il male.

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Ed è all’improvviso che il male arriva: l’uomo che annaffia il giardino ha un malore, e si accascia al suolo, mentre la telecamera inquadra una serie di scarafaggi (o formiche) sottoterra, intenti a banchettare con qualcosa. E’ una tematica ripresa diverse volte in letteratura e nel cinema, e molto cara a Lynch: il confronto tra un macrocosmo e un microcosmo, il superamento dei limitati problemi e sentimenti umani per offrire una visione più ampia del mondo.

11.4.19

Oltre l'Immagine, viaggio nel significato nascosto dei film (7) - Inland Empire - di Edoardo Romanella

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Settimo appuntamento con Edoardo che ci analizza in modo autoptico, praticamente scena per scena, uno dei film più difficili, complessi e simbolici degli anni 2000, Inland Empire di Lynch, probabilmente il film più estremo del grande regista.
Per l'occasione viene anche battuto di gran lunga il record di immagini inserite in una recensione (15, record precedente 6)


Dunque, come già scritto nell’articolo di Enemy, quando guardo un film appartenente al cosiddetto genere “weird” ci metto molta attenzione, sia per quanto riguarda i dialoghi, sia per quanto riguarda le immagini. Quindi, solitamente, non necessito di più visioni della stessa pellicola per comprenderne il significato.
Detto ciò, vi elenco le cinque fasi che ho attraversato nel vedere l’opera in questione: 1) ho visto il film; 2) ero completamente disorientato e carico d’odio verso l’umanità; 3) ho maledetto David Lynch; 4) il giorno dopo l’ho rivisto; 5) gli elementi chiarificatori c’erano tutti, e mi sono reso conto del capolavoro che aveva realizzato.
In questa pellicola la destrutturazione è qualcosa di ABOMINEVOLE, tocchiamo davvero livelli record, e la durata non aiuta certo a mantenere la concentrazione. 

In rete non c’è praticamente nulla riguardo una spiegazione, eccezion fatta per un testo comico trovato qualche anno fa, che vi incollo qua sotto. Chi dovesse riconoscersi in queste poche righe è pregato di scriverlo, perché l’ho trovata davvero una genialata. 


Finalmente un film piuttosto lineare di David Lynch, direi quasi piatto, con la storia che si dipana senza sbalzi dall’inizio alla fine. Non c’è quasi bisogno di spiegazione, ma la scrivo lo stesso per i più disattenti. Ci sono 4 piani paralleli nella storia, che possono essere così identificati:


• lettura immediata: la protagonista Susan/Nikki/Laura Dern è la rappresentazione del subconscio del cacciavite, risvegliata dallo psicanalista che in realtà è un trafficante di armi che tenta di riciclarsi nei teatrini OFF di Braodway con una coreografia di YMCA realizzata insieme ad un gruppo di 47 prostitute figlie della vecchia dal volto rugoso, che altri non è se non una ex attrice polacca scampata a Birkenau e sposata con la scimmia con una gamba di legno

• lettura sociopolitica: il film è chiaramente un manifesto antiabortista ed a favore della fine dell’embargo a Cuba, schierandosi apertamente per la candidatura di Mitt Romney alle presidenziali del 2008

• lettura cinefila: basta con le riprese in digitale, basta con l’abuso della steadycam, basta con le immagini a fuoco, basta con lo stop-motion, basta con questi flashback pseudo-tarantiniani. il film va girato seguendo prima le pagine dispari e poi quelle pari della sceneggiatura. Basta con il montaggio


• lettura lynchiana: il film è mio e ci metto tutti i conigli che voglio



Battute a parte, prima di analizzarlo parlerò della regia e del cast: è interamente girato in digitale, il che forse gli fa perdere un po’ nella potenza onirica delle immagini rispetto a Mulholland Drive, anche se siamo ugualmente a un livello altissimo. Ci sono spezzoni del film in cui i dialoghi sono davvero dei cult, destinati a rimanere nella storia, e gli attori che recitano danno tutti il meglio di se: Laura Dern, Jeremy Irons, Harry Dean Stanton, Justin Theroux, Grace Zabriskie, Julia Ormond, Terry Crews, ecc… 


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Il film si apre con una ripresa in bianco e nero di un grammofono che suona Axxon N, «la più longeva trasmissione radiofonica della storia». La scena seguente, sempre ripresa in bianco e nero, mostra un uomo e una donna, entrambi col volto censurato, entrare in una lussuosa stanza di un albergo. I due parlano in polacco. La donna è confusa e spaventata mentre l’uomo sembra avere il controllo della situazione e sottomettere la donna (probabilmente una prostituta). Nella scena successiva vediamo una ragazza seduta su un letto che piange guardando alla televisione una sitcom interpretata da tre conigli antropomorfi (la sitcom è la prima puntata della serie Rabbits dello stesso David Lynch). A un certo punto uno di questi esce dalla stanza. 

21.3.19

Oltre l'immagine, viaggio nel significato nascosto dei film ( 6 ) - Lost - di Edoardo Romanella

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Lost è la cosa più grande che abbia mai visto, cinema, tv o qualsiasi cosa audiovisiva mai esistita.
Non è tanto una questione di qualità (immensa) ma di un'esperienza vissuta anni e anni, indimenticabile, e non più ripetibile in vita mia.
Edoardo nella sua rubrica ce ne parla, come al solito cercando di svelare qualche punto oscuro o interpretabile.
Certo, sono 10 anni che si parla di Lost e dei suoi segreti, sono usciti anche libri, ma magari può essere un piacevole ripasso o uno sprone per chi non l'ha ancora visto

Prima di iniziare quest’articolo è doveroso fare una premessa: Lost, e tutta la sua tipologia di genere, si ispira nella modalità di realizzazione alla serie televisiva Twin Peaks, per questo non è affatto rivoluzionario.
Una volta chiarito questo importante concetto possiamo anche inchinarci di fronte a quella che considero essere LA PIU’ GRANDE SERIE TELEVISIVA DI TUTTI I TEMPI.

Trama: Jack Shephard è su un aereo diretto da Sydney a Los Angeles: beve un cocktail, flirta un po’ con la hostess, e improvvisamente l’aereo cade, si schianta su un’isola, 48 sopravvissuti (72 in realtà)…è l’inizio.


Durante l’arco della sua carriera, J.J.Abrams non si è rivelato un grande regista, nè a livello di idee, nè a livello tecnico. Eppure questa serie l’ha davvero azzeccata.
Nelle prime due stagioni è tutto suggerito, lo spettatore non sa mai di preciso cosa sta accadendo; poi arriva la terza, alcuni arcani vengono svelati, la serie “cala” un po’ sia di suspance, sia di idee, e così anche nella quarta e nella quinta stagione, per poi riprendersi appieno nell’ultima, con un finale eclatante, che in molti però non hanno ben compreso. I personaggi sono splendidi nelle loro complessità e in come tutte le loro personalità cambieranno con le esperienze che mano a mano si troveranno a vivere: Jack Shephard, un medico, il “protagonista”, e il personaggio che comunque funziona meno, poichè ricalca in un certo senso la tipologia dell’eroe americano, incorruttibile, sempre misericordioso con chiunque, nonostante le azioni altrui; James “Sawyer” Ford, un truffatore dal lato comico disposto a tutto pur di ottenere quello che vuole, ma che col tempo cambierà; Kate Austen, una fuggitiva bellissima dall’animo nobile; Charlie Pace, ex rockstar e tossicodipendente prima dello schianto, anche lui cambierà; Sayid Jarrah, ex torturatore iracheno; Hugo Reyes, strano ragazzo vincitore della lotteria; John Locke, interpretato da Terry O’Quinn, il personaggio che preferisco, una delle migliori performance attoriali della storia delle serie Tv, il personaggio più misterioso tra i sopravvissuti, prima dello schianto paralizzato, ora ha riacquistato la mobilità.


E oltre a loro molti altri, tutti costruiti con una cura maniacale a renderli unici nel loro genere, e a rendere Lost una droga, con lo spettatore un ignaro tossicodipendente in crisi d’astinenza.
La serie tuttavia non è priva di difetti, come del resto non lo era Twin Peaks, uno su tutti è la rappresentazione del Male come un fumo nero, immagine che non è affatto efficace. Questo è dovuto in parte al pubblico al quale è destinata (come per Twin Peaks), ovvero di tutte le età (tant’è che l’hanno trasmessa in prima serata sia su Fox che sulla Rai).
Non importa comunque, perché più che sulle immagini vere e proprie, questa serie è basata sul loro simbolismo, ed è proprio questo il punto forte: la simbologia. Frequenti sono le citazioni alla Bibbia e filosofi, e a indicarlo sono i nomi dei personaggi stessi: da Jack Shephard (Shepherd nella Bibbia è il pastore), a John Locke (Locke era un noto filosofo), a Desmond Hume (altro noto filosofo, David Hume), a Mr Eko (chiaro omaggio al teologo Meister Eckhart e al grande Umberto Eco) e così è per tutti gli altri.
Ogni azione di per se non è importante in quanto tale, ma in quello che rappresenta, come già detto per il fumo nero ( il Male), che anche se non è un’immagine potente, è fondamentale per l’intento del regista, ovvero il messaggio su cui si basa l’intera serie: il dualismo tra Fede e Ragione.

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Tutti gli eventi che lo spettatore vedrà si basano su questo dualismo, venendo dapprima mostrata una cosa apparentemente inspiegabile, e poi, dopo qualche tempo, taac, arriva la spiegazione logica e razionale: il fumo inizialmente verrà creduto un’allucinazione, l’isola fornita di una inspiegabile “forza” attribuita a un eccessivo magnetismo, i misteriosi individui che risultano essere scienziati (alcuni nati lì) che ricercano relazioni tra l’isola e le persone, gli sbalzi temporali dovuti a una esplosione nucleare, immagini di ispirazione biblica di due fratelli (dei quali uno ucciderà l’altro per “salvarlo” dal male del mondo), eccetera, eccetera, eccetera.
Perfino nell’ultima stagione, quando lo spettatore si trova a pensare che ciò che sta vedendo è tutto ad di fuori della logica e soprannaturale, ecco che il regista mostra, parallelamente agli eventi lineari, un’altra linea temporale, dove Jack, evidentemente addormentato, viene svegliato dalla voce del pilota, che comunica che l’aereo sta per atterrare a New York. Tutti i personaggi sono presenti sul quel volo, e alcuni a New York a svolgere comuni lavori come professori, musicisti, fisici.
Anche in questo caso arriva la spiegazione: tutta l’esperienza, le immagini, gli eventi, tutto è scaturito dalla mente di Jack, per associazione di immagini, nel frangente in cui era addormentato…ma non è così, è stato tutto realmente vissuto, gli eventi e i rapporti, e quella che si crede essere la vera linea temporale che spiega tutto è in realtà una specie di purgatorio, dove tutti sono finiti, perché, anche se deceduti in anni diversi, dopo la morte il tempo non ha più importanza. Coloro che hanno instaurato dei legami si ritrovano, e presa coscienza di ciò, possono finalmente passare nell’aldilà.
Non mi dilungherò oltre, questo è solo un brevissimo riassunto, ci sarebbe troppo da parlare, e non basterebbe un mese per tutte le citazioni alle quali fa riferimento, tutti i personaggi, tutte le esperienze mostrate, per cui finisco qui, ricordando il messaggio: alla fine sulla ragione vince la fede. La fine non è la fine.
“Scacco matto, Mr Eko” Hugo Reyes

28.2.19

Oltre l'Immagine, viaggio nel significato nascosto dei film ( 5 ) Enemy - di Edoardo Romanella

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Quinto appuntamento con la rubrica in cui Edoardo fornisce spiegazioni/approfondimenti sui film più criptici e difficili.
E' arrivato il turno dello splendido Enemy, film di cui io toppai completamente la recensione (e il conseguente giudizio) perchè troppo legato al capolavoro da cui è tratto, L'Uomo Duplicato di Saramago.
Non riuscii capire che il grande Villeneuve aveva stravolto il testo (in maniera geniale).
Tant'è, ormai è andata.
Buona lettura 

 Siamo nel 2013 quando il fenomeno Denis Villeneuve realizza quest’opera, tre anni dopo il capolavoro: La Donna che Canta (Incedies).
Possiamo considerarla come una personale trasposizione del libro: L’Uomo Duplicato, di Josè Saramago, e ho scritto “personale” non a caso, perché non è esattamente fedele all’opera letteraria, un’opera immortale sul concetto di identità.
Inizio col dire che mi era stato presentato come qualcosa di indecifrabile, un film del quale non esisteva alcuna spiegazione in rete (in realtà c’è qualcosina, tra tentativi “sparati a caso” ed esegesi abbastanza sensate, ma poco accurate). Dopo averlo visto posso scrivere che: sì, è complicato, ma c’è di peggio.
In ogni caso, premetto che non si può andare a vedere un film weird (perché di weird si tratta) in sala senza la minima consapevolezza del tipo di pellicola. Non è un film per svagarsi, richiede molta attenzione, sia per quanto riguarda i dettagli che i dialoghi. E’ ovvio che se anch’io vedessi un’opera di questo tipo nello stesso modo in cui guardo Fast and Furious non ci capirei una mazza.
Ad ogni modo, scriverò un accenno della trama per chi non lo avesse ancora visto (e prima di continuare a leggere vi consiglio di farlo).
Jake Gyllenhaal interpreta Adam Bell, un professore di storia e filosofia che sta vivendo un periodo di separazione dalla moglie. Un giorno scopre, guardando un film su consiglio di un amico, che un attore è uguale e identico a lui. Da quel momento inizia la ricerca dell’uomo, ma la realtà si rivela più complicata e sconcertante del previsto.

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Veniamo alla spiegazione: già un film che parte con una frase scritta (“Il Caos è ordine non ancora decifrato”) dovrebbe più o meno far capire allo spettatore a cosa sta andando incontro; così come il titolo (Enemy = Nemico) rapportato all’opera letteraria (L’uomo duplicato) dovrebbe dare una mano a intuire l’argomento trattato: lo sdoppiamento di personalità.