Nuovo record sul buio, 23 mini-medie recensioni tutte insieme :)
Quest'anno "avevo" 3 ragazzi a vedere film a Venezia.
Per problemi organizzativi miei o di recensioni tardive loro (non sono professionisti e hanno fatto tutto in ritagli di tempo) abbiamo deciso di fare un "mega unico grande postone" adesso, con tutte i loro pezzi.
In realtà a me piace molto questa impostazione, anche perchè trovare tutto in un luogo unico è davvero comodo.
Vero è che a 2/3 giorni dalla chiusura della Mostra questi post sembrano già anacronistici ma ricordiamo sempre che questo blog esiste per parlare di film, non di attualità o premi, di cui ce ne siamo sempre fregati.
Quindi vi lascio alle recensioni (tantissime!) di Enrico, a quelle di Tommaso e all'unica (però vedi che occhio? quella del vincitore) di Francesca.
Non posso leggerle perchè non ho visto nulla ma son sicuro saranno davvero interessanti e ben scritte.
Ah, visto il numero diversissimo di contributi di ognuno ho pensato di alternare i 3 nell'impaginazione (grazie Gianluca, sempre)
Ah, potreste trovare anche lo stesso film raccontato da più persone eh, credo sia interessante come cosa.
Buona lettura!
Quest'anno "avevo" 3 ragazzi a vedere film a Venezia.
Per problemi organizzativi miei o di recensioni tardive loro (non sono professionisti e hanno fatto tutto in ritagli di tempo) abbiamo deciso di fare un "mega unico grande postone" adesso, con tutte i loro pezzi.
In realtà a me piace molto questa impostazione, anche perchè trovare tutto in un luogo unico è davvero comodo.
Vero è che a 2/3 giorni dalla chiusura della Mostra questi post sembrano già anacronistici ma ricordiamo sempre che questo blog esiste per parlare di film, non di attualità o premi, di cui ce ne siamo sempre fregati.
Quindi vi lascio alle recensioni (tantissime!) di Enrico, a quelle di Tommaso e all'unica (però vedi che occhio? quella del vincitore) di Francesca.
Non posso leggerle perchè non ho visto nulla ma son sicuro saranno davvero interessanti e ben scritte.
Ah, visto il numero diversissimo di contributi di ognuno ho pensato di alternare i 3 nell'impaginazione (grazie Gianluca, sempre)
Ah, potreste trovare anche lo stesso film raccontato da più persone eh, credo sia interessante come cosa.
Buona lettura!
ENRICO GASPARI
LUMBRENSUEÑO di José Pablo Escamilla (Messico)
Ah, Venezia, la Mostra del Cinema. L’aria di mare e di novità. La stanchezza che si mischia all’eccitazione febbrile. Le stroncature, che, come dice Ego in Ratatouille, “sono uno spasso da scrivere e da leggere”. Cominciamo proprio così, oggetto, questo film messicano. Mentre entravo in sala leggermente affannato, ho catturato qualche stralcio di introduzione della presentatrice, che diceva come questo film fosse prodotto a basso budget proprio dalla Biennale, e creato da un collettivo di registi. Già mi sono scesi i sudori freddi, ma forse era solo la corsa per raggiungere il posto, non essere prevenuto, mi sono detto. Poi, il film comincia, introdotto dal solito montaggio animato. (E questo non c’entra niente, ma da quanti anni è che non lo cambiano? Il logo viene giustamente rinnovato ogni anno, e poi al film vero e proprio trovi sempre lo stesso motivo, che sarà lì ormai da quando la Coppa Mussolini era ancora un premio.) Insomma, comincia l’avventura. Ed ecco flash, luci sfocate, scritte ad effetto, per accompagnarci. Non giriamoci tanto intorno, il film è brutto. Anzi, più che altro noioso e pretenzioso (nonostante attori anche bravi, come il protagonista e la sua sorella filmica), magari non ai livelli di The Maiden, l’anno scorso. Persino la trama ha qualche similitudine, se così vogliamo chiamare la vita di questo ragazzo in un fast food messicano, e come la cambia dover affrontare un lutto. Questo porta ad un primo stralcio del film profondamente inconcludente, dove si vaga qua e là senza un punto. Un secondo, dove immagino dovremmo sentire il dramma per il suo amico complottista, quello che per tutto il film fa cose e spara discorsi senza capo né coda. Quasi mi aspettavo che ad un certo punto saltasse su, gridasse “LIBERATI!”, e armato di un cappello di stagnola andasse ad unire le forze su Facebook al complottista di Piove. Terza e ultima una mezz’oretta di elaborazione, dove devo essermi addormentato più volte, data l’alzataccia per venire a Venezia. Nel mezzo, continui stralci, come ho già detto, di frasone che compaiono sullo schermo, e sembrano le robe fintamente profonde e nichiliste che scrivevo io in terza media per sentirmi importante. Insomma, cominciamo bene.
DOGMAN di Luc Besson (Francia)

Con una certa sorpresa, ho ritrovato al Festival (in concorso pure!) Luc Besson, uno dei miei registi preferiti ancora in attività. E con un titolo che agli italiani non può non rimandare a Garrone, presente anche lui in concorso e, credo non a caso, nei ringraziamenti di questo film. La storia comincia in una notte americana, quando la polizia ferma per strada un furgone. Quasi un inizio alla Prisoners, con la pioggia, questo travestito sanguinante e di cui non vediamo il volto alla guida, nessun documento ma un furgone pieno di cani. Il resto è un lungo flashback alla stazione, dove il nostro “uomo cane” racconta la sua tragica e strana storia alla dottoressa chiamata lì per capire chi è. Insomma, intrigante, nelle premesse come nello sviluppo, anche se a titolo assolutamente personale, mi è sembrata una pellicola, come dire, poco “bessoniana”. Non che il francese volesse fare Joker piuttosto che un film suo, come hanno sostenuto tanti. Uno dei pregi maggiori qui, è la mancanza di quella complicità morale con un protagonista che amorale lo è totalmente, che affossava un film come quello di Phillips. Besson è interessato solo a raccontarti una storia, quella di un uomo particolare, che ha fatto grandi cose e terribili cose. Non da solo ovviamente, ma circondato dai più fedeli amici dell’uomo. E non me ne voglia un Caleb Landry Jones coraggiosissimo, spesso sopra le righe ma a suo modo sontuoso, sono loro le vere star del film. I canidi di tutte le razze e dimensioni, le loro espressioni (far recitare un cane è difficile, anche se poi non come con un cane di attore), la loro presenza intimidatoria o consolatoria, la loro intelligenza, chiaramente assistita dietro le quinte dai non meno importanti addestratori. Ecco, questo è il Besson che ci piace, che lavora alla vecchia maniera con la terra e con il fango, senza la faciloneria degli effetti speciali; che è sfrontato e senza paura, come nella scena del drag show sulle note di Sweet Dreams, dove affronta il camp e lo trasforma in lirica, similmente a come aveva fatto in Valerian nell’analoga scena del club mutaforma. D’altronde, credo che Besson sia l’unico regista al mondo in cui la quota “citazioni ai classici” (stavolta con Shakespeare) sia altrettanto consistente di quella “sparatorie ignoranti”… Messo da parte tutto questo, sembra comunque una Carica dei 101 - quello sì, rivisto recentemente, un signor film coi nostri amici animali – in salsa signori della droga più che una vera opera bessoniana. E non aiutano certi difetti oggettivi, come i suddetti criminali, tremendamente sopra le righe e stereotipati, pura carne da macello. Lo sono pure il padre e il fratello nei flashback d’infanzia, protagonisti della scena del fucile, un incredibile pasticcio di continuità: viene sparato un colpo che sarà all’altezza dei piedi (tanto che lì si crea un buco nella rete della gabbia), lui che vola all’indietro come se lo avessero colpito in pancia, e il colpo vero e proprio che si scopre essere… al dito. Mentre la scheggia che lo paralizza, nella schiena. Insomma, un disastro, come lo è il personaggio della dottoressa, totalmente inutile, noiosa, senza un’espressione che sia una diversa da quella che si tiene in faccia tutto il film. Però c’è anche tanto di bello, i cani, le scene e i personaggi del club, tutte divertenti e ispirate, il ritmo che non cala mai, l’originalità di una sceneggiatura autentica, scritta di suo pugno da Besson. Nonostante sentimenti contrastanti, alla fine, davvero non si riesce a voler male a questo film.
SER SER SALHI di Lkhagvadulam Purev-Ochir (Mongolia)
La City of Wind del titolo inglese di questo film è Ulan Bator, la capitale della Mongolia, paese immensamente affascinante, e che, credo per la prima volta, al Festival, posso scoprire in un esemplare della sua filmografia. E mi è andata bene, perché Ser Ser Salhi è un bel, forse ottimo film. La storia segue Ze, un ragazzo dei quartieri yurta della metropoli, già questo un dettaglio particolare. Il mio occhio occidentale, che tra l’altro in Asia non è mai stato, si intriga davanti ad un posto così legato alla propria Storia, a quella tradizione nomadica che ha distinto il ceppo mongolo nei secoli, e che ancora non può rinunciare alle tende, nemmeno all’epoca degli appartamenti automatizzati. Uno di quelli che sogna anche il nostro protagonista, giovane, studente di una città viva e per molti versi orientata al futuro, sebbene abiti in un simile quartiere con la sua famiglia e faccia, a richiesta, il lavoro più arcano che esista, lo sciamano. È durante una di queste consulenze che incontra una ragazza, Maralaa. Sebbene malata, e prossima ad una delicata operazione, lei non crede minimamente agli appoggi del “corpo spirituale”. Diversamente da lui, che fa lo sciamano non per soldi o spinto dalla famiglia (almeno, non principalmente), ma sente fin da piccolo questa connessione ultraterrena. Eppure, dopo che l’intervento riesce, i due si ritrovano e cominciano effettivamente a legare. Molto interessante l’atteggiamento dei genitori in questo, defilato, sebbene non assente, e certamente amorevole. Ma d’altronde questo è un efficace spaccato di famiglia, dove spicca la sorella, che per prima aveva sentito la ribellione adolescenziale, la voglia di scappare di casa, l’ansia della sua età che il fratello doveva calmare con lo scacciapensieri. Ad un certo punto tocca a Ze, innamorato, provare la felicità mondana, sentire allentato il legame coll’antenato, ed è lei, tornata a casa dopo essere rimasta incinta, che si dimostra adulta e prende in mano la situazione (e lo scacciapensieri). Nemmeno Maralaa rimane schiacciata, anzi è un gran ritratto di gioventù inquieta, senza amici perché scostante, infelicemente tesa tra la madre, più credente, che cerca di rifarsi una vita a Ulan Bator, e il padre trasferitosi in Corea, che le manca profondamente. Insomma, è chiaro come questo film voglia raccontare il conflitto tra la modernità e le tradizioni, e come esse vengano accolte o respinte dai giovani mongoli. Il maggiore successo della pellicola, comunque, è accontentarsi largamente di essere una semplice, ma per nulla semplicistica, storia d’amore tra ragazzi, raccontata con grazia, poche pretese, e due interpreti dolcissimi. Per quanto mi riguarda, specie visto l’andazzo della Mostra, un successo.
La City of Wind del titolo inglese di questo film è Ulan Bator, la capitale della Mongolia, paese immensamente affascinante, e che, credo per la prima volta, al Festival, posso scoprire in un esemplare della sua filmografia. E mi è andata bene, perché Ser Ser Salhi è un bel, forse ottimo film. La storia segue Ze, un ragazzo dei quartieri yurta della metropoli, già questo un dettaglio particolare. Il mio occhio occidentale, che tra l’altro in Asia non è mai stato, si intriga davanti ad un posto così legato alla propria Storia, a quella tradizione nomadica che ha distinto il ceppo mongolo nei secoli, e che ancora non può rinunciare alle tende, nemmeno all’epoca degli appartamenti automatizzati. Uno di quelli che sogna anche il nostro protagonista, giovane, studente di una città viva e per molti versi orientata al futuro, sebbene abiti in un simile quartiere con la sua famiglia e faccia, a richiesta, il lavoro più arcano che esista, lo sciamano. È durante una di queste consulenze che incontra una ragazza, Maralaa. Sebbene malata, e prossima ad una delicata operazione, lei non crede minimamente agli appoggi del “corpo spirituale”. Diversamente da lui, che fa lo sciamano non per soldi o spinto dalla famiglia (almeno, non principalmente), ma sente fin da piccolo questa connessione ultraterrena. Eppure, dopo che l’intervento riesce, i due si ritrovano e cominciano effettivamente a legare. Molto interessante l’atteggiamento dei genitori in questo, defilato, sebbene non assente, e certamente amorevole. Ma d’altronde questo è un efficace spaccato di famiglia, dove spicca la sorella, che per prima aveva sentito la ribellione adolescenziale, la voglia di scappare di casa, l’ansia della sua età che il fratello doveva calmare con lo scacciapensieri. Ad un certo punto tocca a Ze, innamorato, provare la felicità mondana, sentire allentato il legame coll’antenato, ed è lei, tornata a casa dopo essere rimasta incinta, che si dimostra adulta e prende in mano la situazione (e lo scacciapensieri). Nemmeno Maralaa rimane schiacciata, anzi è un gran ritratto di gioventù inquieta, senza amici perché scostante, infelicemente tesa tra la madre, più credente, che cerca di rifarsi una vita a Ulan Bator, e il padre trasferitosi in Corea, che le manca profondamente. Insomma, è chiaro come questo film voglia raccontare il conflitto tra la modernità e le tradizioni, e come esse vengano accolte o respinte dai giovani mongoli. Il maggiore successo della pellicola, comunque, è accontentarsi largamente di essere una semplice, ma per nulla semplicistica, storia d’amore tra ragazzi, raccontata con grazia, poche pretese, e due interpreti dolcissimi. Per quanto mi riguarda, specie visto l’andazzo della Mostra, un successo.
AGGRO DR1FT di Harmony Korine (USA)
Una provocazione di Harmony Korine. Qualcuno si sarebbe aspettato qualcosa di diverso, da un regista col curriculum simile? Credo piuttosto che chi è entrato nelle sale che davano Aggro, si aspettasse un film provocazione, e se certamente il secondo attributo è giustificato, il primo mi lascia perplesso. Di solito i film si vedono, non si subiscono, almeno non del tutto, parzialmente casomai. Qui lo spettatore può anche rimanersene fuori dalla sala, perché il suo coinvolgimento è totalmente sacrificato. E intendiamoci, all’inizio è anche affascinante questo radicalismo, la rappresentazione perversa di un mondo dove tutto è bruttezza e orrore, dove il killer protagonista ha letteralmente un demone in sé, che gli sussurra, anzi urla, perché niente è sottile o delicato qui, vomita cattiveria e orrore. Ma dopo dieci minuti, diventa unicamente punizione. È come quando ti mettevano, appunto, in punizione alle elementari (almeno a me è successo le ultime volte lì, non so se lo facciano ancora): volta le spalle alla classe e guarda il muro. Non imparerai nulla, anzi sarai faccia a faccia col nulla stesso. Qui però non puoi nemmeno goderti il silenzio e la tranquillità che esistevano persino in esperienze simili: sei assordato da un sonoro opprimente, pungolato agli occhi da un regista che ha creduto bene girare un’ora e venti di infrarossi, mortificato da una storia che potrebbe aver scritto uno di quei ragazzini americani che va a sparare nelle scuole – il protagonista che si definisce “il più grande assassino del mondo”, roba di un infantile unico – dove tutte le donne sono puttane e tutti gli uomini demoni violenti e scamiciati. Aggro Dr1ft qualcuno ha anche avuto il coraggio di definirlo geniale; per quanto mi riguarda geniale forse Korine lo è, che da quando ha scoperto le spiagge, i passamontagna e probabilmente la droga della California costiera in Spring Breakers, “racconta” solo quello facendosi anche ricamare sopra dai critici. Beh, contento lui, contenti voi, contenti tutti.
TOMMASO FERRERO
Una provocazione di Harmony Korine. Qualcuno si sarebbe aspettato qualcosa di diverso, da un regista col curriculum simile? Credo piuttosto che chi è entrato nelle sale che davano Aggro, si aspettasse un film provocazione, e se certamente il secondo attributo è giustificato, il primo mi lascia perplesso. Di solito i film si vedono, non si subiscono, almeno non del tutto, parzialmente casomai. Qui lo spettatore può anche rimanersene fuori dalla sala, perché il suo coinvolgimento è totalmente sacrificato. E intendiamoci, all’inizio è anche affascinante questo radicalismo, la rappresentazione perversa di un mondo dove tutto è bruttezza e orrore, dove il killer protagonista ha letteralmente un demone in sé, che gli sussurra, anzi urla, perché niente è sottile o delicato qui, vomita cattiveria e orrore. Ma dopo dieci minuti, diventa unicamente punizione. È come quando ti mettevano, appunto, in punizione alle elementari (almeno a me è successo le ultime volte lì, non so se lo facciano ancora): volta le spalle alla classe e guarda il muro. Non imparerai nulla, anzi sarai faccia a faccia col nulla stesso. Qui però non puoi nemmeno goderti il silenzio e la tranquillità che esistevano persino in esperienze simili: sei assordato da un sonoro opprimente, pungolato agli occhi da un regista che ha creduto bene girare un’ora e venti di infrarossi, mortificato da una storia che potrebbe aver scritto uno di quei ragazzini americani che va a sparare nelle scuole – il protagonista che si definisce “il più grande assassino del mondo”, roba di un infantile unico – dove tutte le donne sono puttane e tutti gli uomini demoni violenti e scamiciati. Aggro Dr1ft qualcuno ha anche avuto il coraggio di definirlo geniale; per quanto mi riguarda geniale forse Korine lo è, che da quando ha scoperto le spiagge, i passamontagna e probabilmente la droga della California costiera in Spring Breakers, “racconta” solo quello facendosi anche ricamare sopra dai critici. Beh, contento lui, contenti voi, contenti tutti.
TOMMASO FERRERO
LA BÊTE di Bertrand Bonello (Francia, Canada)

Una bestia ti sta inseguendo, quando ti troverà qualcosa di terribile accadrà. “Ficata”, penso subito, “che premessa bomba”. Eppure, la bestia non arriva mai a mordere, come La Bête non arriva mai ad un punto fermo che ci faccia dire “Oh, ste due ore e trenta davanti a uno schermo sono proprio state un buon uso del mio tempo”. Resta un grande amaro in bocca di aver visto un film che poteva essere, ma non è stato, un “potrebbe emozionarmi”, ma non ha emozionato. Insomma, La Bête è un film elegantissimo, capace di ottimi picchi visivi, di un montaggio sperimentale, ma non fastidioso, e di giocare con il significato del tempo sullo schermo in maniera egregia. Tutto questo è ottimo, se non fosse che poi ci propone una lettura di una storia d’amore sciapa, non del tutto riuscita, che arriva e non arriva allo stesso tempo. Perché di amore, infine, parla, una coppia di innamorati costretta o benedetta, dal dovere di rincontrarsi a ogni reincarnazione, ma che non possono mai consumare e portare a termine il loro amore. Amore e morte, rassegnazione e lotta e un futuro in cui i grandi sentimenti umani, perché scomodi, vanno eliminati tramite una lunga e complessa terapia. Peccato che siano gli stessi sentimenti che il film non riesce ad innescare nello spettatore, quindi, forse, “missione riuscita”? Comunque, Lea Seydoux e George McKay sono due interpreti davvero eccezionali.

Una bestia ti sta inseguendo, quando ti troverà qualcosa di terribile accadrà. “Ficata”, penso subito, “che premessa bomba”. Eppure, la bestia non arriva mai a mordere, come La Bête non arriva mai ad un punto fermo che ci faccia dire “Oh, ste due ore e trenta davanti a uno schermo sono proprio state un buon uso del mio tempo”. Resta un grande amaro in bocca di aver visto un film che poteva essere, ma non è stato, un “potrebbe emozionarmi”, ma non ha emozionato. Insomma, La Bête è un film elegantissimo, capace di ottimi picchi visivi, di un montaggio sperimentale, ma non fastidioso, e di giocare con il significato del tempo sullo schermo in maniera egregia. Tutto questo è ottimo, se non fosse che poi ci propone una lettura di una storia d’amore sciapa, non del tutto riuscita, che arriva e non arriva allo stesso tempo. Perché di amore, infine, parla, una coppia di innamorati costretta o benedetta, dal dovere di rincontrarsi a ogni reincarnazione, ma che non possono mai consumare e portare a termine il loro amore. Amore e morte, rassegnazione e lotta e un futuro in cui i grandi sentimenti umani, perché scomodi, vanno eliminati tramite una lunga e complessa terapia. Peccato che siano gli stessi sentimenti che il film non riesce ad innescare nello spettatore, quindi, forse, “missione riuscita”? Comunque, Lea Seydoux e George McKay sono due interpreti davvero eccezionali.



