Jeux d’enfants, Lulu Gainsbourg

On était jeunes
On se croyait dans un film de Woody Allen
En rigolant à perte d’haleine
on se croyait dans un tableau de Picasso
On était une jeunesse pleine d’ivresse
Dessinant nos portraits si abstraits
On était dans l’âge con mais si bon
C’était une sorte de révolution
Et puis nourrir
Et puis son sourire
On marchait et on se regardait
Ivres de vivre, ivres d’un amour si grand
Même pour le pire on était si grands

C’était un jeu d’enfants
On se sentait gagnants

D’un temps où les plus grands
Jouaient aux plus perdants
Nous faisions les 400 coups
Mais sans aucun tabou
Car la vie est une chance
Qui se vit sans seconde danse

On était beaux
Et de façon crescendo
On parlait d’amour
Comme dans une chanson de Gainsbourg
On se croyait comme dans un nocturne de Chopin
On pensait tous pouvoir décrocher la lune avec beaucoup d’entrain
On était dans l’âge bon mais si con
C’était une sorte de déclaration
Et puis nos rêves
Et puis sa trêve

On titubait
Et on se serrait
Ivres de rire, ivres d’un amour géant
Et pour le dire on était vivant

C’était un jeu d’enfants
On se sentait gagnants
D’un temps où les plus grands
Jouaient aux plus perdants
Nous faisions les 400 coups
Mais sans aucun tabou
Car la vie est une chance
Qui se vit sans seconde danse

C’étaient des jeunes enfants
Qui se sentaient vivants
D’un temps où les plus grands
Perdaient tout en jouant

Alors retrouvez l’innocence
De vos espoirs en la chance
Car la vie est une danse
Qui a tant d’importance

C’était un jeu d’enfants
On se sentait gagnants
D’un temps où les plus grands
Jouaient aux plus perdants
Nous faisions les 400 coups
Mais sans aucun tabou
Car la vie est une chance
Qui se vit sans seconde danse

C’étaient des jeunes enfants
Qui se sentaient vivants
D’un temps où les plus grands
Perdaient tout en jouant

Alors retrouvez l’innocence
De vos espoirs en la chance
Car la vie est une danse
Qui a tant d’importance

Arianna

Tangibili estatiche
tele vibranti che reggono cielo
( se immergi gli occhi non risalgono tristezze)
Arianna è profeta di luce
conduce a prati infiniti
al sole gentile e generoso
all'ara sacra di Natura.
Il suo stile
é volo libero e soave
sfiora si posa osserva
ripassa l'aria che sposa
accende rinvigorisce,
gioisce ogni traccia di pigmento per diventare rosa donata a Rumi a Buddha al dio Firmamento.

Arianna ha lanciato un bouquet
ai miei occhi.
L'hanno colto al volo.

Daniela Cerrato
© Arianna Caroli, Bouquet sontuoso, dettaglio

ossigeno

Non basta la breve pausa 
a fermare rabbia e disgusto
dunque arresto il sistema
rinuncio a trasmissioni
cerco aiuto nel vuoto mentale
dopo l'orrore incessato di crimini compiuti. Ché gli aiuti umani e divini sono utopie,
le vie della provvidenza saltate.
Frantumate le pur minime ma sacrosante gioie d'esser parte del globo sorretto da Atlante
di troppe croci
restano braci negli occhi
e spine nel cuore.
Col retrogusto amaro d'impotenza
mi nutro d'eremo disconnesso
un gatto un fiore un colore
un'ora al parco un calco in gesso
Per non morire d'ipossia
vade retro finto progresso.








Stan Getz, Reflections

“Nel mio quartiere non avevo grandi alternative: essere un fallito o
scappare! Così io divenni un piccolo musicista, studiando otto ore al giorno. Ero un bambino timido e ipersensibile. Ero solito studiare sax nel mio bagno, e i palazzi erano così vicini fra loro e che
spesso dall’altra parte del vicolo qualcuno gridava “fai chetare quel moccioso!” e mia madre di rimando strillava “Soffia Stan soffia più forte!”

(Stan Getz)

il dipinto del mondo

Siamo tecnica mista, collage e carboncino nero graffiato
Tratti fitti severi
luce di taglio
Il dettaglio manca, é massa scura
omogenizza pensieri
sedimenta dolore e paura
È un postmoderno in cui
si dimentica il puerile sorriso
luminoso friabile lattiginoso
punto luce
di lunga prospettiva.
Perfino una natura morta
appar più viva.

Daniela Cerrato

Vladimir Vysotsckij, poesie e canzoni

io non ho fatto in tempo

Dondolo dentro me stesso, come un sasso in un sacco
E mi sforzo di dividermi in più pezzi,
Attribuendo alla mia nostalgia il significato di un dolore
Ma mantenendo l’imperscrutabilità della nostalgia…
Il Nuovo Mondo ormai è stato scoperto più di una volta,
Mentre il Vecchio Mondo è stato tutto suddiviso in caselle quadrate.
I misteri delle piramidi sono caduti ai nostri piedi,
Gli ussari e i pirati sono andati al diavolo.
È arrivato il tempo degli ignoranti onniscienti,
Tutto è stato allineato in file ordinate.
Per le nuove idee la ricompensa è in denaro,
E non c’è più speranza di sentire “Eureka!”
Tutte le mie rocce sono state ben spianate,
È troppo tardi per rompermi le ossa contro di esse.
Tutto il mio oro è già stato trovato nel Klondike,
La mia bandiera nera si è afflosciata in assenza di vento.
Le antiche barche a remi sono marcite sotto il fango,
E gli ultimi dei mohicani sono stati catturati.
Le mie feluche da contrabbandiere
Stanno asciugando le loro costole secche sulle secche.
I buoni pugnali sono appesi in un angolo
Così stretti nelle guaine che non c’è il minimo spazio per entrare.
E l’onda ha fatto a pezzi contro la roccia
La zattera resinosa – la mia ultima speranza.
Ecco che i miei soci mi hanno abbandonato,
Le loro divinazioni e i loro sogni si sono avverati.
Hanno centrato tutti i bersagli grossi
E hanno bruciato i ponti dietro di sé.
I giochi d’azzardo ormai sono tutti noti,
Degli avventurieri di ogni colore e grado…
Nelle praterie fanno pascolare il bestiame,
Con dei cavalli domestici che sono la parodia dei mustang.
E si sono già conclusi tutti i miei duelli,
Quelli ai quali sarei stato onorato di partecipare.
Hanno già fatto tutto senza di me: sfidare, presentarsi,
Scegliere tutte le armi che potevano essere scelte.
Si sono aggiustati tranquillamente senza il nostro aiuto
Tutti coloro che hanno compiuto la mia impresa.
E i vigliacchi, schiaffeggiati sulle guance,
Spudoratamente se ne sono andati nell’aldilà.
Non ho avuto il tempo di esclamare: “Ai vostri posti!”
Eppure darei tutto quello che ho per poter sparare a Dantès
(Un barone francese che ferì a morte in duello il poeta Aleksandr Puskin).
E allora che cosa mi resta – forse rubare la chimera
Dalla cattedrale Notre-Dame avvolta nella nebbia?
Tutte le mie donne sono vissute
Negli altri secoli, ed anni, e mesi,
E i letti dove io avrei voluto fare l’amore – sia nella realtà che nei sogni
Sono stati tutti occupati da qualcun altro.
Pure i miei letti di morte sono stati tutti presi,
Che si trattasse della neve, dell’erba, oppure di un lenzuolo,
Le suore della misericordia, piangendo,
Hanno lavato negli ospedali dei corpi che non erano miei.
I miei amici sono passati attraverso un setaccio,
E tutti hanno raggiunto il Lete o il Prana.
Nessuno è morto di morte naturale,
Tutti se ne sono andati in modo innaturale e troppo presto.
Alcuni hanno finito la propria vita
Senza essersi resi conto delle proprie colpe, senza essersi tolti i vestiti,
E esclamando lodi anziché maledizioni,
Hanno bevuto tranquillamente il proprio calice.
Altri sapevano, si rendevano conto ecc…
Ma tutti loro, decollando nell’anno giusto,
Hanno navigato, cantato, fatto profezie…
Mentre io non ho fatto in tempo, ho mancato il mio decollo.

Le Maschere

Sto ridendo a crepapelle, come se mi trovassi davanti a degli specchi distorti,
Mi avranno combinato un bello scherzo:
I nasi ad uncino e un ghigno fino alle orecchie,
Come al carnevale di Venezia!
Intorno a me si sta stringendo il cerchio,
Mi acchiappano, mi trascinano nella danza…
Dunque, a quanto pare, tutti hanno preso
La mia faccia normale per una maschera.
Fuochi d’artificio, coriandoli… Ma niente è a posto,
E le maschere mi guardano con aria di rimprovero.
Urlano che io sono di nuovo fuori tempo,
Che sto pestando i piedi ai partner.
Che devo fare – scappar via il più in fretta possibile?
O, magari, far festa insieme a loro?
Io spero che sotto le maschere degli animali
Possano esserci delle facce umane.
Tutti, ma proprio tutti, indossano delle maschere e delle parrucche,
Ci sono personaggi delle favole, personaggi letterari…
Il mio vicino di sinistra è un arlecchino triste,
Un altro è un boia, e uno su tre – è uno scemo.
Un tizio cerca di discolpare se stesso,
Un altro nasconde il suo volto per non farsi riconoscere,
E qualcuno non riesce più a distinguere
La sua faccia originaria da una maschera imprescindibile.
Entro nel girotondo, ridendo,
Però non mi sento in pace con loro:
E se a qualcuno la maschera del boia
Piacerà così tanto che dopo non la vorrà più togliere?
E se l’arlecchino non uscirà mai più dalla tristezza,
Ammirando la propria faccia malinconica?
E se lo scemo dimenticherà di cancellare il suo aspetto da scemo
Dal suo volto normale?
Io inseguo le maschere, sto alle loro calcagna,
Ma non chiederò a nessuna di rivelarsi…
E se le maschere venissero tolte, e sotto
Ci fossero ancora le stesse semi-maschere – semi-facce?
Come faccio a non perdermi una faccia buona?
Come faccio a riconoscere con certezza le persone oneste?
Tutti hanno imparato ad indossare le maschere
Per non rompere la propria faccia contro i sassi.
Alla fine, sono riuscito a scoprire il segreto delle maschere
E sono sicuro che la mia analisi sia precisa:
Le maschere di indifferenza che portano alcuni
Sono una difesa contro gli sputi e contro gli schiaffi.


Vladimir Vysotsckij è stato poeta cantautore e attore russo, nato a Mosca il 25 gennaio 1938 e morto il 25 luglio 1980. Trascorsi alcuni anni col padre vicino a Berlino, nel 1949 rientrò a Mosca, terminò le scuole e s’iscrisse all’Istituto d’ingegneria, abbandonato però per frequentare la Scuola di arte drammatica presso il teatro MChAT. Dal 1964 al 1980 fu uno degli attori principali del celebre teatro Taganka, che era diretto in quegli anni da J. Ljubimov; contemporaneamente s’impose come attore cinematografico di successo, recitando in ben venticinque film. Con gli inizi degli anni Sessanta nacque la sua popolarità di cantautore. Il suo primo disco, colonna sonora del film ‘Verticale’ e, nel 1967, il ruolo di Majakovskij in ‘Ascoltate Majakovskij’.

Destinate inizialmente a un ristretto pubblico di amici, tenute sempre fuori dai canali ufficiali di trasmissione le sue canzoni divennero popolari e cantate da un’intera generazione di giovani sovietici. In meno di vent’anni ne scrisse più di cinquecento, divenendo un mito per milioni di persone, nonostante l’ostracismo ufficiale legato a considerazioni di opportunità politica e ideologica, e la conseguente mancanza di riconoscimenti da parte della critica, che non ha mai voluto considerare ”letteratura” le sue canzoni. Sposato con l’attrice francese di origine russa Marina Vlady, compì fortunate tournées in Francia, Stati Uniti e Messico. Solo nel 1987, con la Perestrojka gorbacioviana, sono arrivati i primi riconoscimenti ufficiali e le sue canzoni sono state pubblicate su disco uscendo dalla non ufficialità ( in realtà la sua prima pubblicazione avvenne nel 1981, con titolo Nerv (“Nervo”), curata dal poeta R. Roždenstvenskij. Grazie alla mutata atmosfera politica e culturale è stato iniziato un importante lavoro di ricostruzione dei testi sulla base delle diverse redazioni manoscritte e di quelle registrate su nastro, e la critica ha dedicato maggior attenzione all’aspetto letterario della sua opera. Grazie a una voce straordinaria, estesa su due ottave e capace di passare dai toni più dolci a quelli rauchi dell’alterco tra ubriachi, Vysotsckij ha messo in scena dialoghi di grande movimento, cantando di conversazioni colte per strada, nei ricoveri notturni degli ubriachi, alternando ironia e lirismo, ricercando le parole più adatte per narrare la guerra, i lager, la vita e la malavita in una lingua ricca, lontanissima dallo standard ufficiale della letteratura, capace di trasmettere stati d’animo e angosce a tutti gli strati della popolazione, di cui per un decennio è stato uno degli interpreti più sensibili, autentici e amati. In Italia lo si sarebbe fatto arrivare al grande pubblico nel 1993, quando gli venne assegnato, il premio Tenco e, per l’occasione, era stato registrato un album (‘Il Volo di Volodia’), ad opera di vari cantautori fra i quali anche Roberto Vecchioni ed Eugenio Finardi. Nell’album di Paolo Rossi (In Italia Si Sta Male Si Sta bene Anziché No e Altre Storie) del 2007, vi era una versione italiana della canzone ‘utrennjaja gimnastika’. In seguito Sentieri selvaggi, uno dei più importanti ensemble italiani di musica classica contemporanea diretto da Carlo Boccadoro, che ha invitato Finardi a unirsi a loro per un progetto sull’opera del cantautore russo, le cui canzoni scelte per l’occasione,sono state ripensate e trascritte da Filippo Del Corno, compositore tra i più affermati delle ultime generazioni. Nasce così il progetto ‘Il cantante al microfono’, un cd che getta un ponte tra la canzone d’autore e la musica classica contemporanea partendo dal grande attore, poeta e cantautore russo.

Scacco matto, Alessandro Serra

Notevole il testo, bellissimo il video

Per esempio a me piace scrivere canzoni
ad esempio mi capita perché sono loro che scrivono me:
i ricordi sono fiori appassiti   come petali in vecchi libri
le tue pagine come rughe   di espressioni un po’ disilluse
e alla fine non hai più scuse.

Per esempio a me piace scrivere parole
che somigliano al mare, che somigliano a poesie, che somigliano a te.
Sotto un cuore di camomilla    cerchi l’anima che s’impiglia
in una rete di candelabri    tutti accesi e tutti distanti  
dalla soglia che hai davanti.

Cos’è che ti trattiene che ci fa restare qui
al centro di uno scacchiere per giocarci il lunedì
facce serigrafate, scontrini di vita ed emozioni ammucchiate.
Siamo stanchi di eroi, siamo stanchi di voi
siamo come quei giorni in cui il cielo non lo guardi mai.

Per esempio a me piace vivere così
fra un bicchiere di vino, una pioggia sottile e un incerto cammino.
Apri gli occhi solo quando è vero il calore sotto al tuo seno,
le mie tracce disegnate appena           
a riva della tua schiena dove ogni onda mi rasserena.

Cos’è che ti trattiene che ci fa restare qui
al centro di uno scacchiere per fregarci il lunedì
facce serigrafate, scontrini di vita ed emozioni ammucchiate
Siamo stanchi di eroi, siamo stanchi di voi
siamo come quei giorni in cui il cielo non lo guardi mai.
(…)
Siamo stanchi di eroi, siamo stanchi di voi
siamo come quei giorni in cui il cielo non lo guardi mai.


Testo e musica: Alessandro Serra

© Alessandro Serra (2025)

senza aspettare maggio

(a mia madre)

Smuove angosce 
il verde che canta a cappella,
fortuna di occhi pronti a sorrisi
che diventa sinfonia quando
i nontiscordardime sono seta
azzurra che riflette cielo.
Istanti in cui si riattivano movimenti di altalene
capriole, ginocchia sbucciate, bolle di sapone...
"Stai lontana dai fiori nelle ore delle api, non disturbare
formicai e il riposo dei giusti "
Da quanto tempo non odo la sua voce lontana però sento risuonare dentro la sua arpa pizzicata dolce. Dopo ventun anni il magone s'è fatto lieve, ora sorrido immaginandola affacciata al balcone dove stendo la tovaglia con le sue cifre. La rinfresco a pieno sole di tanto in tanto. Nelle ore delle api.


Daniela Cerrato
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