La cosa importante è di non smettere mai di interrogarsi. La curiosità esiste per ragioni proprie. Non si può fare a meno di provare riverenza quando si osservano i misteri dell'eternità, della vita, la meravigliosa struttura della realtà. Basta cercare ogni giorno di capire un po' il mistero. Non perdere mai una sacra curiosità. ( Albert Einstein )
On était jeunes On se croyait dans un film de Woody Allen En rigolant à perte d’haleine on se croyait dans un tableau de Picasso On était une jeunesse pleine d’ivresse Dessinant nos portraits si abstraits On était dans l’âge con mais si bon C’était une sorte de révolution Et puis nourrir Et puis son sourire On marchait et on se regardait Ivres de vivre, ivres d’un amour si grand Même pour le pire on était si grands
C’était un jeu d’enfants On se sentait gagnants
D’un temps où les plus grands Jouaient aux plus perdants Nous faisions les 400 coups Mais sans aucun tabou Car la vie est une chance Qui se vit sans seconde danse
On était beaux Et de façon crescendo On parlait d’amour Comme dans une chanson de Gainsbourg On se croyait comme dans un nocturne de Chopin On pensait tous pouvoir décrocher la lune avec beaucoup d’entrain On était dans l’âge bon mais si con C’était une sorte de déclaration Et puis nos rêves Et puis sa trêve
On titubait Et on se serrait Ivres de rire, ivres d’un amour géant Et pour le dire on était vivant
C’était un jeu d’enfants On se sentait gagnants D’un temps où les plus grands Jouaient aux plus perdants Nous faisions les 400 coups Mais sans aucun tabou Car la vie est une chance Qui se vit sans seconde danse
C’étaient des jeunes enfants Qui se sentaient vivants D’un temps où les plus grands Perdaient tout en jouant
Alors retrouvez l’innocence De vos espoirs en la chance Car la vie est une danse Qui a tant d’importance
C’était un jeu d’enfants On se sentait gagnants D’un temps où les plus grands Jouaient aux plus perdants Nous faisions les 400 coups Mais sans aucun tabou Car la vie est une chance Qui se vit sans seconde danse
C’étaient des jeunes enfants Qui se sentaient vivants D’un temps où les plus grands Perdaient tout en jouant
Alors retrouvez l’innocence De vos espoirs en la chance Car la vie est une danse Qui a tant d’importance
Tangibili estatiche tele vibranti che reggono cielo ( se immergi gli occhi non risalgono tristezze) Arianna è profeta di luce conduce a prati infiniti al sole gentile e generoso all'ara sacra di Natura. Il suo stile é volo libero e soave sfiora si posa osserva ripassa l'aria che sposa accende rinvigorisce, gioisce ogni traccia di pigmento per diventare rosa donata a Rumi a Buddha al dio Firmamento.
Arianna ha lanciato un bouquet ai miei occhi. L'hanno colto al volo.
Non basta la breve pausa a fermare rabbia e disgusto dunque arresto il sistema rinuncio a trasmissioni cerco aiuto nel vuoto mentale dopo l'orrore incessato di crimini compiuti. Ché gli aiuti umani e divini sono utopie, le vie della provvidenza saltate. Frantumate le pur minime ma sacrosante gioie d'esser parte del globo sorretto da Atlante di troppe croci restano braci negli occhi e spine nel cuore. Col retrogusto amaro d'impotenza mi nutro d'eremo disconnesso un gatto un fiore un colore un'ora al parco un calco in gesso Per non morire d'ipossia vade retro finto progresso.
“Nel mio quartiere non avevo grandi alternative: essere un fallito o scappare! Così io divenni un piccolo musicista, studiando otto ore al giorno. Ero un bambino timido e ipersensibile. Ero solito studiare sax nel mio bagno, e i palazzi erano così vicini fra loro e che spesso dall’altra parte del vicolo qualcuno gridava “fai chetare quel moccioso!” e mia madre di rimando strillava “Soffia Stan soffia più forte!”
Siamo tecnica mista, collage e carboncino nero graffiato Tratti fitti severi luce di taglio Il dettaglio manca, é massa scura omogenizza pensieri sedimenta dolore e paura È un postmoderno in cui si dimentica il puerile sorriso luminoso friabile lattiginoso punto luce di lunga prospettiva. Perfino una natura morta appar più viva.
Dondolo dentro me stesso, come un sasso in un sacco E mi sforzo di dividermi in più pezzi, Attribuendo alla mia nostalgia il significato di un dolore Ma mantenendo l’imperscrutabilità della nostalgia… Il Nuovo Mondo ormai è stato scoperto più di una volta, Mentre il Vecchio Mondo è stato tutto suddiviso in caselle quadrate. I misteri delle piramidi sono caduti ai nostri piedi, Gli ussari e i pirati sono andati al diavolo. È arrivato il tempo degli ignoranti onniscienti, Tutto è stato allineato in file ordinate. Per le nuove idee la ricompensa è in denaro, E non c’è più speranza di sentire “Eureka!” Tutte le mie rocce sono state ben spianate, È troppo tardi per rompermi le ossa contro di esse. Tutto il mio oro è già stato trovato nel Klondike, La mia bandiera nera si è afflosciata in assenza di vento. Le antiche barche a remi sono marcite sotto il fango, E gli ultimi dei mohicani sono stati catturati. Le mie feluche da contrabbandiere Stanno asciugando le loro costole secche sulle secche. I buoni pugnali sono appesi in un angolo Così stretti nelle guaine che non c’è il minimo spazio per entrare. E l’onda ha fatto a pezzi contro la roccia La zattera resinosa – la mia ultima speranza. Ecco che i miei soci mi hanno abbandonato, Le loro divinazioni e i loro sogni si sono avverati. Hanno centrato tutti i bersagli grossi E hanno bruciato i ponti dietro di sé. I giochi d’azzardo ormai sono tutti noti, Degli avventurieri di ogni colore e grado… Nelle praterie fanno pascolare il bestiame, Con dei cavalli domestici che sono la parodia dei mustang. E si sono già conclusi tutti i miei duelli, Quelli ai quali sarei stato onorato di partecipare. Hanno già fatto tutto senza di me: sfidare, presentarsi, Scegliere tutte le armi che potevano essere scelte. Si sono aggiustati tranquillamente senza il nostro aiuto Tutti coloro che hanno compiuto la mia impresa. E i vigliacchi, schiaffeggiati sulle guance, Spudoratamente se ne sono andati nell’aldilà. Non ho avuto il tempo di esclamare: “Ai vostri posti!” Eppure darei tutto quello che ho per poter sparare a Dantès (Un barone francese che ferì a morte in duello il poeta Aleksandr Puskin). E allora che cosa mi resta – forse rubare la chimera Dalla cattedrale Notre-Dame avvolta nella nebbia? Tutte le mie donne sono vissute Negli altri secoli, ed anni, e mesi, E i letti dove io avrei voluto fare l’amore – sia nella realtà che nei sogni Sono stati tutti occupati da qualcun altro. Pure i miei letti di morte sono stati tutti presi, Che si trattasse della neve, dell’erba, oppure di un lenzuolo, Le suore della misericordia, piangendo, Hanno lavato negli ospedali dei corpi che non erano miei. I miei amici sono passati attraverso un setaccio, E tutti hanno raggiunto il Lete o il Prana. Nessuno è morto di morte naturale, Tutti se ne sono andati in modo innaturale e troppo presto. Alcuni hanno finito la propria vita Senza essersi resi conto delle proprie colpe, senza essersi tolti i vestiti, E esclamando lodi anziché maledizioni, Hanno bevuto tranquillamente il proprio calice. Altri sapevano, si rendevano conto ecc… Ma tutti loro, decollando nell’anno giusto, Hanno navigato, cantato, fatto profezie… Mentre io non ho fatto in tempo, ho mancato il mio decollo.
Le Maschere
Sto ridendo a crepapelle, come se mi trovassi davanti a degli specchi distorti, Mi avranno combinato un bello scherzo: I nasi ad uncino e un ghigno fino alle orecchie, Come al carnevale di Venezia! Intorno a me si sta stringendo il cerchio, Mi acchiappano, mi trascinano nella danza… Dunque, a quanto pare, tutti hanno preso La mia faccia normale per una maschera. Fuochi d’artificio, coriandoli… Ma niente è a posto, E le maschere mi guardano con aria di rimprovero. Urlano che io sono di nuovo fuori tempo, Che sto pestando i piedi ai partner. Che devo fare – scappar via il più in fretta possibile? O, magari, far festa insieme a loro? Io spero che sotto le maschere degli animali Possano esserci delle facce umane. Tutti, ma proprio tutti, indossano delle maschere e delle parrucche, Ci sono personaggi delle favole, personaggi letterari… Il mio vicino di sinistra è un arlecchino triste, Un altro è un boia, e uno su tre – è uno scemo. Un tizio cerca di discolpare se stesso, Un altro nasconde il suo volto per non farsi riconoscere, E qualcuno non riesce più a distinguere La sua faccia originaria da una maschera imprescindibile. Entro nel girotondo, ridendo, Però non mi sento in pace con loro: E se a qualcuno la maschera del boia Piacerà così tanto che dopo non la vorrà più togliere? E se l’arlecchino non uscirà mai più dalla tristezza, Ammirando la propria faccia malinconica? E se lo scemo dimenticherà di cancellare il suo aspetto da scemo Dal suo volto normale? Io inseguo le maschere, sto alle loro calcagna, Ma non chiederò a nessuna di rivelarsi… E se le maschere venissero tolte, e sotto Ci fossero ancora le stesse semi-maschere – semi-facce? Come faccio a non perdermi una faccia buona? Come faccio a riconoscere con certezza le persone oneste? Tutti hanno imparato ad indossare le maschere Per non rompere la propria faccia contro i sassi. Alla fine, sono riuscito a scoprire il segreto delle maschere E sono sicuro che la mia analisi sia precisa: Le maschere di indifferenza che portano alcuni Sono una difesa contro gli sputi e contro gli schiaffi.
Vladimir Vysotsckij è stato poeta cantautore e attore russo, nato a Mosca il 25 gennaio 1938 e morto il 25 luglio 1980. Trascorsi alcuni anni col padre vicino a Berlino, nel 1949 rientrò a Mosca, terminò le scuole e s’iscrisse all’Istituto d’ingegneria, abbandonato però per frequentare la Scuola di arte drammatica presso il teatro MChAT. Dal 1964 al 1980 fu uno degli attori principali del celebre teatro Taganka, che era diretto in quegli anni da J. Ljubimov; contemporaneamente s’impose come attore cinematografico di successo, recitando in ben venticinque film. Con gli inizi degli anni Sessanta nacque la sua popolarità di cantautore.Il suo primo disco, colonna sonora del film ‘Verticale’ e, nel 1967, il ruolo di Majakovskij in ‘Ascoltate Majakovskij’.
Destinate inizialmente a un ristretto pubblico di amici, tenute sempre fuori dai canali ufficiali di trasmissione le sue canzoni divennero popolari e cantate da un’intera generazione di giovani sovietici. In meno di vent’anni ne scrisse più di cinquecento, divenendo un mito per milioni di persone, nonostante l’ostracismo ufficiale legato a considerazioni di opportunità politica e ideologica, e la conseguente mancanza di riconoscimenti da parte della critica, che non ha mai voluto considerare ”letteratura” le sue canzoni. Sposato con l’attrice francese di origine russa Marina Vlady, compì fortunate tournées in Francia, Stati Uniti e Messico. Solo nel 1987, con la Perestrojka gorbacioviana, sono arrivati i primi riconoscimenti ufficiali e le sue canzoni sono state pubblicate su disco uscendo dalla non ufficialità ( in realtà la sua prima pubblicazione avvenne nel 1981, con titolo Nerv (“Nervo”), curata dal poeta R. Roždenstvenskij. Grazie alla mutata atmosfera politica e culturale è stato iniziato un importante lavoro di ricostruzione dei testi sulla base delle diverse redazioni manoscritte e di quelle registrate su nastro, e la critica ha dedicato maggior attenzione all’aspetto letterario della sua opera. Grazie a una voce straordinaria, estesa su due ottave e capace di passare dai toni più dolci a quelli rauchi dell’alterco tra ubriachi, Vysotsckij ha messo in scena dialoghi di grande movimento, cantando di conversazioni colte per strada, nei ricoveri notturni degli ubriachi, alternando ironia e lirismo, ricercando le parole più adatte per narrare la guerra, i lager, la vita e la malavita in una lingua ricca, lontanissima dallo standard ufficiale della letteratura, capace di trasmettere stati d’animo e angosce a tutti gli strati della popolazione, di cui per un decennio è stato uno degli interpreti più sensibili, autentici e amati. In Italia lo si sarebbe fatto arrivare al grande pubblico nel 1993, quando gli venne assegnato, il premio Tenco e, per l’occasione, era stato registrato un album (‘Il Volo di Volodia’), ad opera di vari cantautori fra i quali ancheRoberto Vecchioni ed Eugenio Finardi. Nell’album di Paolo Rossi (In Italia Si Sta Male Si Sta bene Anziché No e Altre Storie) del 2007, vi era una versione italiana della canzone ‘utrennjaja gimnastika’. In seguito ‘Sentieri selvaggi’, uno dei più importanti ensemble italiani di musica classica contemporanea diretto da Carlo Boccadoro, che ha invitato Finardi a unirsi a loro per un progetto sull’opera del cantautore russo, le cui canzoni scelte per l’occasione,sono state ripensate e trascritte da Filippo Del Corno, compositore tra i più affermati delle ultime generazioni. Nasce così il progetto ‘Il cantante al microfono’, un cd che getta un ponte tra la canzone d’autore e la musica classica contemporanea partendo dal grande attore, poeta e cantautore russo.
Per esempio a me piace scrivere canzoni ad esempio mi capita perché sono loro che scrivono me: i ricordi sono fiori appassiti come petali in vecchi libri le tue pagine come rughe di espressioni un po’ disilluse e alla fine non hai più scuse.
Per esempio a me piace scrivere parole che somigliano al mare, che somigliano a poesie, che somigliano a te. Sotto un cuore di camomilla cerchi l’anima che s’impiglia in una rete di candelabri tutti accesi e tutti distanti dalla soglia che hai davanti.
Cos’è che ti trattiene che ci fa restare qui al centro di uno scacchiere per giocarci il lunedì facce serigrafate, scontrini di vita ed emozioni ammucchiate. Siamo stanchi di eroi, siamo stanchi di voi siamo come quei giorni in cui il cielo non lo guardi mai.
Per esempio a me piace vivere così fra un bicchiere di vino, una pioggia sottile e un incerto cammino. Apri gli occhi solo quando è vero il calore sotto al tuo seno, le mie tracce disegnate appena a riva della tua schiena dove ogni onda mi rasserena.
Cos’è che ti trattiene che ci fa restare qui al centro di uno scacchiere per fregarci il lunedì facce serigrafate, scontrini di vita ed emozioni ammucchiate Siamo stanchi di eroi, siamo stanchi di voi siamo come quei giorni in cui il cielo non lo guardi mai. (…) Siamo stanchi di eroi, siamo stanchi di voi siamo come quei giorni in cui il cielo non lo guardi mai.
Smuove angosce il verde che canta a cappella, fortuna di occhi pronti a sorrisi che diventa sinfonia quando i nontiscordardime sono seta azzurra che riflette cielo. Istanti in cui si riattivano movimenti di altalene capriole, ginocchia sbucciate, bolle di sapone... "Stai lontana dai fiori nelle ore delle api, non disturbare formicai e il riposo dei giusti " Da quanto tempo non odo la sua voce lontana però sento risuonare dentro la sua arpa pizzicata dolce. Dopo ventun anni il magone s'è fatto lieve, ora sorrido immaginandola affacciata al balcone dove stendo la tovaglia con le sue cifre. La rinfresco a pieno sole di tanto in tanto. Nelle ore delle api.
Anatoly Borisovich Luppov è un compositore russo nato nel 1929 a Pachi, nel distretto di Kirov. Ha studiato pianoforte e composizione al Conservatorio di Kazan diventandone poi docente. Ha composto opere orchestrali, cameristiche e strumentali, oltre a musiche per il teatro.
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