Qualche giorno fa un amico mi ricordava come dietro tanta intelligenza artificiale di cui ci avvaliamo sia nascosto uno dei massimi sistemi di sfruttamento del proletariato mondiale. Perché tutti quei dati che consultiamo giornalmente non sono autogenerati, ma vengono inseriti e periodicamente verificati e corretti da migliaia di persone, a bassa istruzione o laureati, che vivono in situazioni di estremo disagio nelle zone più povere del mondo (Sudamerica, Africa e Asia) e per questo sottopagate, anche 0,001 dollari all’ora per fare un lavoro immane sui software che ci permettono di vivere ai nostri standard di benessere. Ieri era la giornata della memoria, e qualcuno (Paolo Nori credo) condivideva con sdegno la frase posta sul cancello dei lager, che “Il lavoro rende liberi”. Altri invece parlavano delle colpe di Israele verso Gaza. E io ho pensato una cosa, che durante il nazismo, per ottimizzare al meglio ogni singola parte del prigioniero, con la stessa filosofia “del maiale” di cui non si butta via nulla, i nazisti sfruttavano tutto, dai denti d’oro fino ai capelli per farne biancheria, calze, ecc., che qualcun altro indossava “senza sapere”. E ho pensato che ci sono due tipi di nazisti al mondo, quelli che commettono le atrocità eclatanti che oggi rimproveriamo a Israele e America guardando a Gaza, e quelli che invece, magari senza vera cattiveria, sfruttano il lavoro dei più poveri facendo finta di non vedere la situazione di servitù in cui pongono altri esseri umani, tanto poi la colpa se la prenderanno i capi. E in questo schema in cui cane mangia cane, quelli realmente innocenti sono davvero pochi.
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
martedì 28 gennaio 2025
sabato 30 novembre 2024
vergogna
L'anno scorso durante il vertice Cop28 in Arabia Saudita si disse chiaramente che riconvertire le fonti energetiche in chiave meno impattante in termini di inquinamento e surriscaldamento globale sarebbe stato più costoso che pagare i danni ai paesi più colpiti del terzo mondo. Quindi si promise a questi ultimi di pagare loro un indennizzo per tamponare i danni e rallentare il più possibile la loro fine annunciata mentre i paesi ricchi del mondo si prendevano il loro tempo (fino al 2035) per capire come aggiustare le cose, senza rinunciare a nulla del proprio benessere. Che già di per sé era una cosa oscena. Quest'anno, durante il vertice Cop29 in Azerbaigian, con significativa assenza degli Stati Uniti post elezione Trump, hanno cambiato le carte in tavola, dicendo che ai paesi del terzo mondo, invece dei richiesti 1.300 miliardi di dollari all’anno da oggi al 2035, sarebbero stati dati solo 300 miliardi di dollari di indennizzo (la carità ) con la possibilità di dilazionare la promessa riconversione energetica ben oltre il 2035 perché le nostre economie sono in difficoltà . Tutto questo detto a paesi che nella maggior parte dei casi sono soggetti a carestie, siccità , inondazioni e disastri climatici, e la cui popolazione, quando emigra verso le nostre terre, o viene mal sopportata o addirittura disprezzata. Roba da vergognarsi di noi, prima di tutto come esseri umani.
mercoledì 28 febbraio 2024
piccole bugie
Certe
volte mi accorgo di essere anche io affetto dalle piccole vanità comuni
che mi portano a raccontare piccole bugie per tirarmela, come quando
racconto che riesco persino a guadagnare qualcosa dal mio lavoro di
editore, mentre in realtà non guadagno praticamente nulla. Vivo in
assoluto pareggio, come un monaco zen. Dio però, quando c’è, punisce la
menzogna e come al solito se la prende coi più piccoli. Oggi ad esempio,
subito dopo aver detto una di queste bugie, mi sono accorto
che si è rotta la caldaia, e mentre me ne accorgevo mi sono ricordato
di chi sono e mi sono detto: Azzo, e adesso questa chi la paga?
sabato 19 agosto 2023
poveracci noi
L’espressione che va per la maggiore questa estate fra gli italiani è “poveracci”. L’imprenditore (ricchissimo) che denuncia pubblicamente la fidanzata che gli mette le corna è un “poveraccio”. Gli italiani che non rinunciano alle loro vacanze, anche se non hanno soldi nemmeno per il pieno di benzina, sono “poveracci”. Quelli che vanno in Albania e scappano dal locale senza pagare il conto sono “poveracci”. La premier che paga il conto per loro (80 euro) ma coi soldi di chi, è una “poveraccia”. Quelli che intanto servono ai tavoli con turni massacranti e malpagati sono “poveracci”. Le donne picchiate, massacrate e poi usate come materiale da Tg e approfondimento, per ricordarci che siamo ancora in grado di commuoverci, sono “poveracce”. Quelli che vivono in guerra sono “poveracci”, ma quelli che muoiono in mare sono “poveracci” due volte. Quelli che arrivano qui sui barconi sono, a detta di Feltri, “poveracci” e “straccioni”. Persino mio padre ammalato in questo sistema sanitario che dà tutto a tutti (chi lo nega) ma niente senza sputare veleno, è un “poveraccio”. Solo la Murgia si salva, che è “povera” ma non “poveraccia”. Un velo decisamente democratico si stende su di noi, sul nostro tempo, e ci fa tutti uguali in questa sorta di povertà morale, oltre che linguistica, più ancora che economica, dove il povero è “poveraccio” esattamente quanto il ricco. Altro che restare umani, siamo “poveracci” nel cuore. E io? Io sono ricco di fantasia, ma mi sa che anche quella da sola non basta a salvarmi dal disprezzo.
martedì 11 aprile 2023
vorrei che volo
Ieri ho visto “Vorrei che volo”, documentario girato da Ettore Scola nella Torino del 1982 che è il seguito di un film di 10 anni prima, “Trevico-Torino” in cui si parla della condizione degli emigrati meridionali arrivati a cercare lavoro nella Fiat. Una delle due interviste che più mi hanno colpito è quella riferita a un matrimonio “misto” fra un meridionale e una settentrionale, dove questa unione viene non solo mal vista dalla comunità , ma descritta con gli stessi toni che se fosse l’unione di una italiana con un extracomunitario, un “mangiasapone” come venivano spregiativamente chiamati i meridionali all’epoca, perché si diceva che il sapone erano più abituati a mangiarlo che a usarlo per lavarsi. Peggio ancora, sposare un meridionale operaio era come se oggi si volesse sposare un bracciante agricolo nero o proveniente dall’Europa dell’est, ovvero abbassarsi al gradino socialmente ed economicamente più infamante. L’altra intervista, invece, riguarda una ragazza madre, sola, che lavora in fabbrica e per questo lascia suo figlio piccolo in un istituto. Ogni sera, dopo il lavoro, prende i mezzi e fa un viaggio di circa 90 minuti con tre cambi soltanto per vedere suo figlio per un’ora, prima del rientro per la cena. La ragazza confessa di sentirsi preoccupata perché il figlio, vedendola per così poco tempo ogni giorno, non riesce a riconoscerla come sua madre. Questo succedeva nel lontano 1982. Poi senti la storia del piccolo Enea e le discussioni che innesca la scelta sofferta di sua madre e cominci a pensare che tanto lontani da quel 1982 non si è andati.
sabato 14 gennaio 2023
tenore
Una volta, molto scioccamente, mi venne di dire ad alcuni miei autori che stanno in centroitalia che secondo me vivevano a un tenore di vita più alto della media. Loro mi guardarono stupiti e mi dissero No non ci pare. Ripensandoci, mi sono reso conto della mia ingenuità , o meglio ho capito che il loro tenore di vita è nella media, mentre è quello nostro di meridionali che è più basso solo che vivendoci dentro non me ne accorgo. L'ho capito davvero alcune settimane fa mentre parlavo con un mio amico settentrionale che ne capisce di auto e mi ha detto che noi al sud guidiamo quasi tutti modelli un "pochino" più vecchi superati e inquinanti degli altri. E io mentre lo diceva ho pensato a quando andavo a studiare a Lecce e prendevo un trenino regionale arancione con le tende di tela grezza che era uscito vivo dagli scarti degli anni 50 e pensavo esattamente questo, che non ci si poteva fare niente, che era quasi naturale che fosse così perché quello era il Salento.
lunedì 20 giugno 2022
vergogna
Di oggi 20 giugno 2022 mi ricorderò per sempre il senso di vergogna che ho provato mentre allontanavo un uomo di mezza età arrivato alla disperazione di provare a vendermi degli oggetti di casa perché aveva bisogno di soldi e io gli rispondevo la verità , che non ho soldi da dargli. Lui allora indispettito e disperato mi ha chiesto di avere pietà e io mi sono sentito un verme nella mia impotenza e ho immaginato che questo sarà solo l’inizio di un lungo giro.
domenica 7 febbraio 2021
la povertÃ
Stamattina ho capito concretamente come sta cambiando il mondo quando ho visto una barbona, arrivata da chissà dove con tutto il suo carico di buste e stracci, i giornali intorno ai piedi, seduta sulla porta del mio studio. Per uno che vive in città forse non è nulla di speciale, ma per me che vivo in provincia, nella provincia ricca e risparmiatrice d'Italia, è qualcosa che capita di rado. Qui anche i poveri li conosci uno per uno, sono poveri rassicuranti come le macchiette di paese. Mentre questa è la povertà vera e anonima, la povertà che puzza e che si muove e viene a cercarti sottocasa. Ed è talmente inaspettata che le persone in auto rallentavano apposta per guardarla.
domenica 22 novembre 2020
miseria e nobiltÃ
Ho molto sperato in questa seconda metà dell’anno, e spero ancora in un colpo di fortuna nell’ultimo mese (ormai, in silenzio, mi sono ridotto a sperare nella fortuna, perché so già che dall’impegno non verrà un bel niente), ma per come si sono messe le cose questo sarà il mio primo anno da editore che chiuderò più povero di come l’ho cominciato. Non ho problemi ad ammetterlo e non sono nemmeno troppo depresso, in realtà ; un po’ è stata sfiga, un po’ stanchezza di rincorrere le persone, un po’ me la sono cercata: potevo pubblicare 30 libri e ne ho pubblicati solamente 3. Però, se dopo sette anni di lavoro, basta un solo anno in negativo per mettermi in difficoltà , allora comincio a chiedermi che cosa ho costruito finora, e come, e per chi. Non si può capire, senza viverla, quanto sia tossica e stressante la mancanza di empatia di molti autori, la loro ipersensibilità senza sconti, la loro incapacità di confrontarsi col momento storico, il loro bisogno di rifugiarsi nella scrittura che poi esplode in un assedio senza tregua: Allora mi hai letto? Quando mi pubblichi? Ce la facciamo per Natale? Ma più di tutto mi infastidisce l’ipocrisia di chi ostenta un successo che non c’è, di chi applaude deliziato anche se magari non ha contribuito minimamente a quel successo, il leccaculismo di chi non compra mai un libro, ma continua a ripetere che tutto va bene anche se va male, che tutto è splendido e meraviglioso, che noi (noi) dobbiamo andare avanti a testa alta e sorridere, sorridere sempre, perché noi (noi) sì che stiamo facendo arte, Letteratura. Noi splendidi e con le pezze al culo. La storia della letteratura è piena di morti di fame che piangono miseria per arrivare a fine mese o che, come Dostoevskij, si prostituiscono editorialmente per pagare i debiti. E tutta questa miseria, credo, non ha una briciola di nobiltà , onestamente non mi fa nemmeno ridere.
giovedì 5 novembre 2020
diario della giornata
Ho letto seriamente tre manoscritti solo per scrivere ai loro autori che ne pensavo, prima di comunicare loro che non li pubblicavo. Ho passato due ore al telefono con una gentile signora per parlare di vecchie storie di Bertolucci, Saba e Giudici di cui fu amica. A pranzo ho scritto una poesia. Complessivamente per tutto questo oggi ho incassato 0,00 euro. Meno di un raccoglitore di pomodori senza passaporto. A suo modo è un record. Secondo il sistema economico vigente (di cui Toti è solo un portavoce) non solo non sono indispensabile allo sforzo produttivo del paese, ma sono addirittura un parassita. Il bello è che non lo sono, indispensabile, nemmeno all'interno del settore in cui opero; infatti da qualche parte ci sarà sempre qualcuno pronto a giurare che quel poco che faccio lo faccio pure male. Ecco, io non so cosa ci porterà questa pandemia, ma spero che comunque porti un cambiamento.
mercoledì 16 settembre 2020
le solite domande senza uscita
Ogni volta mi dico che non dovrei farlo, eppure finisco sempre per leggere i commenti a certi fatti, solo per vedere fin dove si può cadere in basso. Stavolta è capitato in merito alla morte di don Roberto Malgesini, ucciso ieri a Como da un uomo con problemi psichici, un emigrato irregolare, senza casa, solo e abbandonato, che veniva assistito da don Roberto insieme a tanti altri. Come al solito, certi commenti sono più agghiaccianti della morte stessa. Quando va bene la gente parla di “morte assurda”, altrimenti don Roberto “se l’è cercata”, per alcuni la colpa è tutta di questi “immigrati e dallo Stato che non li caccia via”, per altri don Roberto era “un martire incompreso” per via del suo impegno. Ma Malgesisi non era un martire, era un uomo con gli attributi che aveva ben chiaro il proprio ruolo, più di quanto fosse chiaro a tanti altri, perché se il compito di un sacerdote è praticare il Vangelo ‘anche’ aiutando gli ultimi, ovvero coloro che sono esclusi dalla rete di protezione sociale, i reietti, allora lui assolveva perfettamente al proprio compito, assumendosi con coraggio i rischi del suo ruolo, e in tal senso sì, se l’è cercata. Ma non c’è assurdità in questo, né scandalo. C’è il senso ultimo di una Chiesa, quando è sana. Casomai, bisogna chiedersi, e con forza, chi è che non ha assolto al proprio dovere, chi ha permesso che una persona con problemi psichici – e non ce ne sono pochi in Italia, spesso abbandonati a se stessi, o alle cure delle famiglie in affanno o di pochi centri che li accolgono vita natural durante – com’è possibile che una persona con problemi psichici, e pericolosa, sia stata lasciata sola, dimenticata al punto da richiedere l’intervento di don Roberto. E ancora, chi avrebbe preferito che don Roberto si facesse i cazzi propri, venendo meno al dovere morale di soccorrere il prossimo, e per questo facendogli il vuoto intorno? Chi, per non prendersi quella responsabilità , preferisce che tanta gente in difficoltà , che è malata, matta, sola o abbandonata, o addirittura pericolosa per se stessa e per gli altri, diventi invisibile per sempre, o fino a quando non finisce all’improvviso al notiziario? E perché, nonostante tutto questo, abbiamo bisogno di parroci come don Roberto che si occupano di persone con tali problemi al posto nostro, accollandosi il peso di fare da cuscinetto fra quelle persone, fra quel tipo di disperazione, sofferenza e solitudine, e noi, la cosiddetta società sana, che non vede il male e, quando può, indossa i paraocchi e lo tiene rinchiuso a chiave?
sabato 12 settembre 2020
para bailar la bamba
Stanotte ho sognato che con Giovanni Laera e Domenico Mezzapesa, per dare una svolta alle nostre vite arrangiate, attivavamo un giro di
droga a Noci, spacciandola attraverso le fogne. Fatta la conta, loro
scendevano di sotto a fare il lavoro sporco e io me ne stavo per strada,
vicino al tombino, distraendo i passanti. I quali, non riconoscendomi
come nocese, a un certo punto hanno cominciato a guardarmi male, e mi
chiedevano: Che ci fai tu qui? Io rispondevo furbescamente: C'ho la
bamba di sotto! Quelli, non sapendo cosa fosse la bamba, anzi credendo
che avessi rinchiuso di sotto una donna in carne e ossa mi hanno
agguantato, picchiato a sangue e appeso per i piedi a un palo della
luce. Poi hanno provato a salvare la fanciulla ma si sono trovati di
fronte Giovanni e Domenico, e così pensando fosse tutto uno scherzo,
hanno preso e picchiato pure loro. Dalle mie tasche, mentre ero appeso a
testa in giù, hanno cominciato a cadere tutti i soldi della banda,
monete per lo più, da uno o due euro. Giovanni, che è poeta, piangeva
sconsolato: I miei soldi, i miei soldi! Domenico, invece, se la rideva
alla grande, perché continuavano a chiamarlo tutti Pietro e a menare e
menare a più non posso, e lui come Totò: Ma che mi frega a me, che sono
Pietro io?
martedì 8 settembre 2020
cesare
La mia lamentela del martedì mattina (con risposta).