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giovedì 20 giugno 2013

J'accuse (o "In difesa del panzerotto")

La libertà d’espressione è una cosa sacrosanta. Ma è anche vero che ci sono confini che non vanno superati. Perché se no, signora mia, si perde la bussola. Non è che siccome puoi fare quello che vuoi, allora puoi spostare Greenwich di un migliaio di km più a destra. O disegnare le sopracciglia alla Gioconda con l’UniPosca. O metterti a vendere panzerotti in un fast food.
Non tutti sanno cosa sia un panzerotto, ma questa è una piccola manifestazione d’apocalisse che possiamo comprendere e financo limitatamente perdonare, purché vi si rimedi in fretta.
Il panzerotto (detto in alcuni luoghi anche panzarotto) non è semplice cibo. Tecnicamente è un semicerchio di pasta ripieno di pomodoro e mozzarella (nella sua variante classica) e poi fritto, oppure cotto in forno.
Monsieur il Panzerotto, preparato dalle amorevoli mani
della signora Ammodomio
Ma il panzerotto è molto più di questo: è un simbolo. Sono per metà pugliese e per metà campana, so di cosa parlo. Il panzerotto è amore, è uno scrigno degno delle migliori pagine di Proust. Quando addenti un panzerotto, vieni sommerso – oltre che dalla colata lavica del ripieno – dall’essenza del Sud, dalle serate in compagnia di amici o parenti a guardare le partite dei mondiali, dal ricordo di quella volta che per ammazzare tutto il dolore niente fu più forte del fritto, e delle innumerevoli volte in cui il filo della mozzarella calda è stato il segno tangibile e ustionante del legame con le persone che ami di più, e dal ricordo della voce di nonna che ti chiede se lo vuoi con la ricotta o senza, e tu rispondi “Tutt’e due”.
Per questo, soprattutto, vacillo davanti alla trovata di uno dei più noti fast food del pianeta, che per discrezione chiameremo Mc Fonald’s, che ha deciso di mettere sul mercato un abominio dandogli il nome di Pizzarotto, deprecabile ibrido tra pizza e panzerotto. Il deprecabile ibrido, stando alle recensioni, altro non è che una specie di schiacciatina con dentro infilati del formaggio a pasta filata e salsa di pomodoro random. Senza scendere in dettagli sulle proprietà gustative dell’oggetto, basta guardarlo per capire che tutto è, fuorché un panzerotto. O una pizza. O una via di mezzo tra entrambi.
Il panzerotto vero si impone con la sua statuaria semplicità, il suo nome deriva proprio da “panza”, quindi è bello rigonfio, ti conquista con la sua bellezza piena e carica di promesse. Il panzerotto è come Sophia Loren. Non è una soletta gialla con accidentale contenuto.
Non lo si prepara tutto eoni prima, tenendolo chissà come in sospensione criogenica e facendolo rinvenire al momento. Lo si prepara con amore, per l’impasto ci vuole tempo, e solo all’ultimo si farcisce e si frigge. Lo si prepara così, ad esempio. 
E il panzerotto vero non lo puoi mangiare seduto ai tavolini di un fast food. È tra le prime cose che devi imparare quando arrivi a Bari, come si mangia il panzerotto.
Per evitare, infatti, di essere sommersi dalla succitata colata lavica di ripieno di (vero) pomodoro e (vera) mozzarella, è importantissimo assumere la posa del panzerotto:
  •         in piedi
  •         gambe divaricate quanto l’ampiezza delle proprie spalle
  •         panzerotto ben impugnato con entrambe le mani e ben avvolto nella sua carta d’ordinanza (non importa che sia oleata o no: col panzerotto tutto diventerà oleato, pure voi)
  •         schiena protesa in avanti di 20°
  •         inevitabile conseguente culo a papera

In questo modo sarete certi di non essere feriti dal ripieno, di godere appieno dell’esperienza del panzerotto, e soprattutto d’integrarvi perfettamente con gli autoctoni. Soprattutto se vi lasciate coinvolgere nel consumo del panzerotto al cofano. Il panzerotto al cofano è il rito secondo il quale si arriva sul posto in macchina, si parcheggia, si comprano i panzerotti, e si consumano fuori dal locale. Siate scaltri e non fatevi riconoscere come stranieri: siate pronti e sicuri di voi nel sistemare il vassoio coi panzerotti sul cofano (perché il calore del motore appena spento li tiene caldi) e la Peroni d’ordinanza sul tetto della macchina, così si tiene fresca e l’altare guadagna completezza.

Mc Fonald’s però cerca di farcelo piacere in tutti i modi, questo scempio. Con delle foto promozionali bellissime. Ma forse a Mc Fonald’s sfugge che chiunque può fotografare le cose (come stanno) e metterle poi in internet. Giudicate voi.
A sinistra, una foto promozionale del pizzarotto. A destra, una foto di com'è davvero (grazie all’eroico sacrificio di Scatti di Gusto).

E, infine, giudicate un’ultima cosa. Il pizzarotto costa due euro.
Sorbillo, una delle migliori pizzerie di Napoli (e dunque una delle migliori pizzerie del mondo), fa pagare un autentico, pienissimo, lussurioso calzone (bello grande) quattro euro.
E Cibò, uno dei punti di riferimento del panzerotto barese, fa pagare un perfetto panzerotto fritto tra 1 euro e 1 euro e 50.

Voi, con cinque euro in tasca, cosa fareste?
(Le mie amiche già lo sanno)

(ph. Simona Ardito)

giovedì 12 aprile 2012

La Puglia migliore

La Puglia migliore. Uno slogan a effetto che si infila dritto dritto in testa come un tormentone da Carosello, tipo "Bianco che più bianco non si può" e "Se ti piace la frutta, mangiatela tutta". Il prodotto, però, non è un detersivo, né un elisir per le vostre merendine: è una regione intera. Con il suo sole, il mare, il suo vento, il suo cibo, il suo vino, la sua creatività e i suoi talenti.
Così è iniziato tutto, più o meno (qualcuno di voi è già lì col ditino-Flanders a dirmi che non è iniziata esattamente così; ma dobbiamo semplificare, non possiamo passare la giornata a fare l'esegesi della moda pugliese). E per un bel po' tutto quello che era pugliese è stato il massimo. Tutti in Puglia a fare le vacanze, a mangiare, sposarsi, ballare, lavorare, e a fare tutte le cose elencate nel Gioca Jouer.
Adesso si continua a parlare di Puglia, ma qualcosa sta cambiando.
Stavolta non lo so da dove sia iniziato tutto quanto. Figuriamoci se riesco a capire perché. Fatto sta che la gente impazzisce ancora per la Puglia, ma nel frattempo anche la Puglia sta in qualche modo impazzendo. E per questa pregressa relazione d'amore folle con la nostra regione, un po' tutti si sentono in diritto di giocarci, con le nostre sciagure, puntandoci addosso i riflettori e i ditini-Flanders già citati qualche riga più su.
Un po' come quando incontri un personaggio famoso per strada e inizi a parlargli come se foste amici, facendoti anche una forchettata di fatti suoi, criticando le sue scelte come se dovesse darti delle spiegazioni. Insomma, avete capito la sensazione.
È più o meno da un mese che l'immagine forse troppo patinata e un pelino campata in aria della Puglia è un po' incrinata. Puglia che - per quanto meraviglia delle meraviglie - è una regione stupenda come altre in Italia. Che so, il Molise, se soltanto esso esistesse davvero e non fosse una mistificazione di certe sette massoniche uzbeke.
Forse è iniziata più o meno con l'affaire Degennaro-Emiliano-cozze pelose. Il dileggio dell'Italia. Toh, il sindaco di Bari si fa corrompere da una chilata di cozze. Terùn. La vicenda era ovviamente molto più complessa di così, e non si trattava di corruzione, e le cose in cui andare a scavare non erano le vasche piene di pesce del sindaco, ma le tasche di altra gente. Però alla fine sui giornali ci siamo finiti perché il signor Sindaco a Natale aveva la vasca piena di pesce ricevuto in dono.
Poi però la botta è arrivata sul serio: è arrivato il calciovergogna.
Calciatori, scommettitori, "tifosi" (e le virgolette sono d'obbligo), vari professionisti, coinvolti in un giro di compravendita delle partite del Bari calcio. No, la vicenda non è più complessa di così. Si tratta di stronzi che fanno mercato sulle emozioni della gente.
E ogni giorno, i tifosi veri subiscono un nuovo colpo. Spunta Mister X, quello che passava i soldi per comprare il risultato del derby Bari-Lecce (per intenderci: il derby Bari-Lecce è sentito cinque-sei volte in più rispetto a un normale derby). Poi spunta Mister Y, un altro che maneggiava soldi e truccava partite. Poi spunterà sicuramente Mister Z.
Un calciatore è finito in carcere perché ha ammesso che durante quella partita, la partita per cui i Tifosi si sono fatti un fegato tanto, ha segnato un autogol di proposito, per fare in modo che il Lecce vincesse e lui potesse incassare quanto pattuito.
In tutto questo, come se non facesse già abbastanza schifo, ci sono anche degli ultras. Pare che alcuni di loro - fregandosene bellamente del calcio vero e proprio - siano coinvolti in questa losca compravendita. Secondo voi, un Tifoso vero, come si sente? Beh, io ne conosco un po', di Tifosi veri. Gente che - appunto - si fa un fegato tanto, gente che rinuncia al pranzo in famiglia quando Sky decide che il Bari deve giocare alle 12.30, anche se si muore di caldo. Gente che vive l'appuntamento col calcio come si vive una giornata di festa. Persone che ci credono sul serio, a quei colori, che seguono tutte le partite in casa e mettono da parte i soldi per le trasferte importanti, perché - dicono - la squadra ha bisogno di loro così come loro hanno bisogno della squadra. Già, ci spendono dei soldi. Non li guadagnano truccando i risultati, li spendono per andare a vedere uno spettacolo pensando che non sia tutto già scritto.
Ho parlato con loro, nei giorni caldi del calcioschifo. Si sentono tutti allo stesso modo, più o meno. Come quando la persona che ami ti tradisce.
"Qualcosa si è rotto", mi hanno detto alcuni. Una specie di indigestione, che richiede un periodo di disintossicazione. Per recuperare la fiducia e l'entusiasmo sinceri per poter stare con serenità sugli spalti a sudare o a puzzarsi di freddo.
"Una piccola consolazione però c'è; è come quando vedi la tua donna distratta, assente…e ti fai delle domande e pensi sia colpa tua. Poi ti accorgi che semplicemente ti metteva le corna, la stronza".
"Quando l'amore ti tradisce, tu non puoi comunque impedire al tuo cuore di amare ancora. E il Bari non è Masiello. Il Bari è il Bari".
È una questione d'amore, quindi. Ci provo sempre, a capire la passione per il pallone. Anche se la passione non ce l'ho, forse sto riuscendo a capirla un po' meglio.
La cosa che non capirò mai è il fuorigioco.


Grazie assai a Paolo, Micol, Corrado, Sergio (che prova anche a spiegarmi il fuorigioco da anni), Michele e Valerio per aver condiviso con me i loro pensieri.


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